Giornale Degli Orologi
Menu
Menu

Tag: Marc Hayek

  • La storia del Fifty Fathoms, i 70 anni del  subacqueo di Blancpain

    La storia del Fifty Fathoms, i 70 anni del subacqueo di Blancpain

    Il 2023 sarà un anno di celebrazioni per Blancpain. Il Fifty Fathoms compie 70 anni e la Maison di Le Brassus lo festeggerà con i dovuti onori. Non solo. Sono anche trascorsi 20 anni da quando Marc Hayek riportò in vita l’orologio, dopo un opportuno restyling per adeguarlo alle mutate necessità dei tempi. Contemporaneamente il novello Ceo, appassionato subacqueo, fondò anche il Blancpain Ocean Commitment, un organismo interno alla Marca finalizzato alla salvaguardia degli oceani. E ancora, 10 anni fa, iniziò la collaborazione con il biologo francese (e fotografo sottomarino) Laurent Ballesta, e a finanziare le spedizioni Gombessa da lui organizzate. Per la Maison Blancpain, dunque, un triplo anniversario, che la vedrà impegnata per tutto l’anno prossimo. Già sappiamo, per esempio, che il 3 gennaio sarà svelato il primo Fifty Fathoms 70th Anniversary… Intanto, però, voglio ricordare la storia del Fifty Fathoms, riconosciuto come l’archetipo dell’esemplare subacqueo moderno.

    La storia del Fifty Fathoms: le origini

    Sia chiaro, si tratta di una storia arci-nota, sulla quale qui non aggiungerò nulla di nuovo. Credo però valga la pena ripercorrerla, per comprendere meglio il valore dell’orologio e raccontarla a quei pochi che ancora non la conoscono.

    Nel 1952, il Ministero della Difesa francese diede incarico al capitano Robert Maloubier e al luogotenente Claude Riffaud di creare un’unità di sommozzatori d’élite chiamata Nageurs de Combat (nuotatori da combattimento). Individuati gli uomini, i due ufficiali dovevano provvedere anche all’attrezzatura idonea. Girarono tutta Parigi alla ricerca di orologi adatti, ma non riuscirono a trovare sul mercato nulla in grado di resistere alle condizioni estreme delle missioni subacquee. I test su quanto reperito in commercio furono fallimentari: gli esemplari erano tutti troppo piccoli, illeggibili sott’acqua e soprattutto poco o niente impermeabili.

    Si rivolsero così a Blancpain, all’epoca guidato da Betty Fiechter e dal nipote Jean-Jacques. Fu lui a scegliere il nome Fifty Fathoms per l’orologio messo a punto dai tecnici della Manifattura. Amante delle immersioni tanto quanto della letteratura, prese ispirazione da un passo di una celebre opera di Shakespeare, La Tempesta. “Full fathom five thy father lies”, recita infatti l’attacco del brano conosciuto come Ariel’s Song (atto I, scena II). Il nuovo orologio era appunto impermeabile fino a 50 Fathoms (91, 45 metri, per l’esattezza), ovvero fino a 10 atmosfere. Era abbastanza grande, protetto dai campi magnetici dalla gabbia in ferro dolce attorno al movimento, ben leggibile anche nel buio delle profondità grazie al quadrante scuro con le indicazioni luminescenti. E dotato di una robusta corona e di una ghiera girevole con dispositivo di blocco, utile soprattutto nelle fasi di risalita.

    Uscito nel 1953, il Fifty Fathoms fu quindi adottato come orologio ufficiale dalla Marina francese e si guadagnò rapidamente una solida reputazione grazie all’affidabilità e alla resistenza all’acqua. Divenne così uno strumento indispensabile per i sommozzatori, militari e civili: si diffuse tra i corpi speciali di numerosi Paesi, come gli americani Navy Seals (ma anche quelli tedeschi e israeliani), e tra gli specialisti dell’esplorazione oceanografica (come il Gers, Groupe d’Etudes et de Recherches Sous-marine d’Oltralpe). Fra l’altro accompagnò anche l’équipe di Jacques Cousteau e Louis Malle durante le riprese del film Il mondo del silenzio, vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes del 1956 e dell’Oscar come miglior documentario nel ’57, rimasto una pietra miliare nella cinematografia subacquea.

    L’epoca recente

    Tuttavia all’inizio degli anni ‘80, con la crisi del quarzo, il Fifty Fathoms uscì di produzione e fino ai primi anni 2000 praticamente sparì dai radar. L’acquisizione da parte di Jean-Claude Biver e di Jacques Piguet, nell’82, aveva portato il Marchio a realizzare esemplari più classici, più fedeli all’alta orologeria di tradizione, piuttosto che strumenti tecnici come questo. Il Fifty Fathoms tornò brevemente in vita solo nel ’97, quando la proprietà della Maison passò all’attuale Swatch Group. Nacque allora la cosiddetta Blancpain Trilogy, formata da un Gmt, un orologio da aviatore chiamato Air Command e un Fifty Fathoms riaggiornato nell’impermeabilità, che raggiungeva le 30 atmosfere. Ma i tempi non erano ancora maturi per il rilancio del modello subacqueo, che tornò nel dimenticatoio per qualche anno ancora.

    Fino al 2002: quando Marc Hayek prese in mano le redini di Blancpain, scoprì nei caveau della Manifattura gli esemplari d’antan e se ne innamorò. Incaricò quindi i tecnici della Maison di sviluppare un moderno Fifty Fathoms. Nel 2003, per i 50 anni dell’esemplare, Blancpain presentò quindi un nuovo modello che coniugava l’aspetto vintage con l’impermeabilità della versione del ’97, e in più aggiunse una lunetta con inserto in vetro zaffiro curvo e antigraffio. Elemento, quest’ultimo, che la dice lunga sulla ricerca di nuovi materiali e di innovazioni portata avanti fin dall’epoca dal Gruppo Swatch. I 150 esemplari dell’edizione limitata andarono subito esauriti: da qui la scelta di riprenderne la produzione.

    Nel 2007 fu così lanciata una nuova trilogia di esemplari che pose le basi della collezione tuttora in catalogo. Il primo era il Fifty Fathoms Automatique, simile nell’estetica e nel mood al modello originario, ma con un nuovo movimento di manifattura, il calibro 1315. Derivato dal calibro 13R0 a carica manuale, del 2006, si distingue(va) per la presenza di tre bariletti, in grado di garantire un’autonomia di 5 giorni. Il secondo era il Fifty Fathoms Chronographe Flyback, con i pulsanti a tenuta stagna, cioè studiati per poter attivare il cronografo anche sott’acqua. Infine, il Fifty Fathoms Tourbillon, sicuramente il meno adatto alle immersioni, realizzato con fini celebrativi. Equipaggiato di tourbillon volante e fondello in vetro zaffiro, ma impermeabile comunque fino a 30 atmosfere, era una dimostrazione del savoir-faire della Casa.

    Da allora, in questi 15 anni, la storia del Fifty Fathoms è proseguita con un’ampia gamma di variazione sul tema, per materiali, dimensioni, complicazioni, cinturini… Basti pensare alla ripresa del Bathyscaphe, anch’esso creato alla fine degli anni ’50 da Jean-Jacques Fiechter e riproposto nel 2013, in occasione del 60° anniversario, o alle declinazioni al femminile. Una storia che Blancpain sta ancora scrivendo, giorno dopo giorno, come rivela la prossima novità. Restiamo tutti in attesa di vederla, la prima settimana dell’anno nuovo. Stay tuned…

  • Blancpain e Gianluca Genoni in difesa degli oceani

    Blancpain e Gianluca Genoni in difesa degli oceani

    In occasione della Giornata mondiale degli Oceani – festeggiata oggi, 8 giugno -, diamo spazio a Blancpain, partner attivo dell’evento. E in prima fila nella tutela delle acque del pianeta fin da “tempi non sospetti”, ben prima dell’emergenza climatica. Ne parliamo con Gianluca Genoni, apneista da record nonché ambasciatore di lungo corso della Manifattura

    Diciannove anni fa, nel 2002, Marc Hayek diventa presidente di Blancpain, la marca comprata nel 1992 dal nonno Nicolas. Marc è uno che parla poco e fa molto. Il suo primo obiettivo è quello di sistemare alcune “dissonanze” nella fabbrica di movimenti Frédéric Piguet, che verrà totalmente assorbita da Blancpain nel 2010. Il secondo passo è quello di riorganizzare totalmente le collezioni, riducendole per rendere più chiara la personalità del marchio e meno difficile la vita di concessionari e compratori.

    Marc Hayek e il mare

    Il suo capolavoro, però, Marc lo compie con la collezione Fifty Fathoms, composta oggi da una settantina di variazioni sul tema dell’orologio subacqueo professionale. (Il fathom è una unità di misura della profondità – pari a 6 piedi – ancora molto usata dalle marinerie dai paesi anglosassoni). Benché già nel 1997 i Blancpain Fifty Fathoms fossero a tenuta stagna fino a 30 atmosfere, è dal 2003 che la collezione trova la propria maturità. La sincera passione di Marc Hayek per le immersioni e il cinquantesimo anniversario dell’orologio, considerato il primo orologio subacqueo moderno, sfociano in una collezione sempre più ampia. Una collezione che, però, all’inizio incontra qualche difficoltà nell’affermarsi.

    Il problema, apparentemente paradossale, sta nell’impressione che una marca di Alta Orologeria non sia quanto di meglio si possa immaginare in termini di robustezza. Il Fifty Fathoms, inizialmente, sembra troppo elegante per essere anche un rude palombaro. Una convinzione totalmente sbagliata che, nel corso degli anni, verrà totalmente ribaltata. I Blancpain Fifty Fathoms si riveleranno non solo strumenti sicuri per quanto riguarda la tenuta stagna. La loro robustezza verrà continuamente testata sul campo da una lunghissima serie di iniziative a difesa degli oceani, tutte con la collaborazione dei migliori subacquei internazionali. Tra i quali spicca l’italiano Gianluca Genoni, apneista che vanta un record personale di -85 metri in assetto costante e ben -160 con l’uso di una sorta di scooter marino in luogo della zavorra, usato per scendere e risalire più rapidamente.

    Blancpain, Gianluca Genoni e la Giornata mondiale degli Oceani

    E così arriviamo ad oggi, 8 giugno, la Giornata internazionale che l’Onu ha dedicato agli oceani. E di cui Blancpain è presenting partner. Non ho mica capito bene cosa voglia dire, ma immagino che si intenda un partner che collabori attivamente da un punto di vista economico, dal momento che Blancpain ha sempre fatto moltissimo, con il proprio Ocean Commitment, per la salvaguardia degli oceani. Marketing? Sì, certo, anche marketing, ma di quello “buono”. Ne parlo al bar con un sorridente Gianluca Genoni.

    È un pezzo che lavori con Blancpain.
    Gianluca Genoni: Dal settembre 2007. E quindi 14 anni…

    Ci sono matrimoni che durano meno… non parliamo poi delle sponsorizzazioni. Una storia così deve per forza nascere da un progetto comune.
    Gianluca Genoni: Certo. un progetto comune nato nel 2007, quando abbiamo fatto il lancio del nuovo Fifty Fathoms, a Cannes. Io fui contattato in quell’anno da Chantal Guidi, pr di Blancpain, per parlare di questo evento a Cannes. Eravamo nella vecchia sede di Swatch Group a Rozzano, con i dirigenti svizzeri. Io ai tempi facevo ancora i record di apnea. Nel 2006 a Sharm el-Sheikh avevo fatto un record scendendo a -141 metri. E l’anno seguente è iniziata la mia collaborazione con loro.

    Beh, quando inizi non sai mai se tutto finirà dopo l’evento, dopo un anno o quando. Inizi e sarà quel che sarà. Ho sponsor, come la Mares, con cui lavoriamo da 25 anni, ma altri che sono durati poco. È vero: è una questione di progetti comuni. Con Blancpain c’è qualcosa che potremmo definire un’affinità “filosofica”. Vedi, quando abbiamo iniziato io ero un atleta che faceva da testimonial. E basta. E loro non avevano ancora creato il Blancpain Ocean Commitment. Poi nel 2012 ho fatto il mio ultimo record, a Rapallo, quando sono sceso a -160 metri. Loro avevano già iniziato questo impressionante progetto legato all’ambiente, alla protezione e alla salvaguardia degli oceani, un progetto sempre più strutturato in cui io sono stato coinvolto in diversi modi.

    Blancpain, Gianluca Genoni e le cernie polinesiane

    Gianluca Genoni: Nel 2014 sono andato in Polinesia con loro. Mi contatta Alain Delamuraz, allora Vicepresidente di Blancpain. Non uno di quelli che ti chiamano spesso. Ricordo che era il primo di maggio e ho ricevuto la sua chiamata alle 7 e mezza del mattino. Ho guardato l’orologio e mi sono detto: “Qui marca male”. E invece lui: “Senti, cosa ne dici di venire in Polinesia a fare delle foto con le cernie”? Ti confesso che dopo un attimo di sollievo ho pensato: “Qui in Italia abbiamo il Parco di Portofino e questo vuole andare in Polinesia per fare le foto con le cernie!?”.

    Poi invece ho capito che non erano esattamente due cernie. La prima luna piena di luglio in questo pezzo di mare dell’atollo di Fakarava ci sono 18mila cernie in uno spazio veramente molto piccolo e raccolto. Un’esperienza incredibile che poi si trasformò in una serie di incontri. Nei quali Roberto Castagna, brand manager italiano di Blancpain, ed io abbiamo promosso il progetto, attraverso la mia esperienza e le attività legate al mare e all’apnea. Il primo evento l’abbiamo fatto con loro qua a Milano… C’eri anche tu. E poi abbiamo fatto altrettanto in giro per il mondo.

    Nel 2014 la protezione degli oceani non era un gran che, come argomento di marketing… Non andava di moda come oggi.
    Gianluca Genoni: È vero. Adesso per un’azienda sembra imprescindibile sbandierare amore per il mare e la volontà di proteggerlo. Una volta non ti facevi bello elencando le tue buone azioni. Bastava parlare della bellezza del mare e il resto era una logica conseguenza. Blancpain, sotto questo punto di vista, è stata una vera pioniera, in tempi insospettabili. Quando ti parlo di filosofia comune intendo proprio questo.

    Io avevo già fatto nel 2010 una spedizione nel Mar Rosso – organizzata da me e la mia squadra – per pulire la zona del Blue Hole, vicino a Dahab, nel golfo di Aqaba. E poi ho fatto tante altre attività negli anni seguenti con Blancpain – legate al mare e la protezione degli oceani. Che poi salvaguardare gli oceani si può fare in tanti modi. Uno è quello di andare sulla spiaggia a ramazzare, in mare per tirare fuori la plastica; un altro è proprio quello che stiamo facendo con Blancpain. Far conoscere meglio la bellezza del mondo subacqueo tramite queste attività. Perché si tratta di stimolare un po’ quella filosofia per cui se tu ami il mare, allora lo rispetti come qualsiasi cosa che ami davvero.

    L’Ocean Commitment e il rispetto per il mare

    A proposito di rispetto… Tu non hai mai nascosto il tuo rispetto per Marc Hayek e la sua esperienza di subacqueo.
    Gianluca Genoni: Quando andammo a Cannes per quel primo evento mi avevano detto che Marc era un subacqueo, ma non sapevo a quale livello d’esperienza. E quindi gli facevo mille raccomandazioni… In realtà lui è un subacqueo esperto. Non tanto di apnea, perché si immerge con le bombole, ma è un subacqueo realmente esperto. Usa gran parte del suo tempo libero per fare immersioni anche alle Maldive, che ama molto. E per giunta è anche un ottimo fotografo subacqueo. Nelle nostre spedizioni vedi spesso Marc parlare con i molti fotografi che ci seguono per imparare sempre di più. La sua, insomma, è una vera passione sin da tempi non sospettabili di marketing furbo. Marc Hayek ama davvero il mare e lo dimostra attraverso il Blancpain Ocean Commitment.

    In questo senso il tuo ruolo di “sportivo puro” si sta evolvendo.
    Gianluca Genoni: Sì. Perché, come ti dicevo, prima utilizzavo gran parte del mio tempo per allenarmi. Ora lo uso per promuovere la mia disciplina attraverso corsi, esibizioni, stage e attività per la protezione degli oceani. Le due cose vanno di pari passo perché tutte le persone che fanno i corsi con me o vengono in mare con me… Beh, in generale tutti gli appassionati di subacquea rispettano molto il mare. Esattamente come un appassionato di montagna sarà l’ultimo a lasciare per terra la bottiglietta di plastica, quando ha finito di bere. Rispetti l’ambiente che ami.

    Per te, quindi, essere testimonial di Blancpain non è solo questione di marketing.
    Gianluca Genoni: Diciamo che mi viene piuttosto facile promuovere questo progetto, perché al di là della collaborazione con Blancpain è una cosa che sento proprio mia. E so che anche dall’esterno questa visione comune viene chiaramente percepita: non è che lo faccio solo perché ho un contratto con un’azienda. Farei molta fatica a promuovere qualcosa che suonasse falso. In questo caso, invece, siamo di fronte ad un marchio d’orologi molto prestigioso che ha sposato un progetto nobile in tempi non sospetti. A prescindere dal contratto, condivido profondamente questo amore per il mare e quindi l’esigenza di difenderlo.

    Strumenti ed esperienze

    Ricordo quel bel filmato in cui Marc, sott’acqua, ti mette al polso un orologio subacqueo Blancpain.
    Gianluca Genoni: Sì, sempre nel 2007 a Cannes. Un bell’evento davvero. Io ero sceso in apnea a 40 metri, dove ho trovato Marc. È un orologio al quale sono particolarmente affezionato proprio perché mi ricorda il primo evento con loro. E poi era un pezzo unico, che conservo per mio figlio, quando sarà un po’ più grande.

    In alcune foto hai al polso quel meraviglioso oggetto che è l’X Fathoms, l’orologio con il profondimetro meccanico.
    Gianluca Genoni: Sì, lo provai più volte in Polinesia. Lo avevo al polso in quasi tutte le immersioni, e trovo sia uno strumento molto complesso, visto che Blancpain rifugge dall’elettronica. Un profondimetro meccanico quantomeno attendibile è una vera e propria impresa, nella quale nessun altro mi risulta si sia cimentato.

    L’ho provato in Polinesia e l’ho usato anche in altre occasioni. Immergendomi con uno strumento digitale per vedere se l’X Fathoms era attendibile. Era di più: perfetto. E impressionante. Abbiamo verificato con gli strumenti elettronici usati nelle immersioni professionali, quelle in cui da uno strumento preciso può dipendere la tua vita. E tutto è sempre andato bene. Non ti fornisce, ovviamente, la molteplicità di informazioni di un computer da polso, ma funziona benissimo, è preciso ed è un vero capolavoro di micromeccanica.

  • Dal Fifty Fathoms Bathyscaphe all’X Fathoms

    Dal Fifty Fathoms Bathyscaphe all’X Fathoms

    E ripartiamo dalla passione per le immersioni. Che è quella di Mark Hayek, Presidente e Ceo di Blancpain nonché membro del Comitato esecutivo di Swatch Group. Che a sua volta ha fatto da eco a quella di Jean-Jacques Fiechter, Ceo della casa dal 1950 al 1980 e “inventore” del primo Blancpain Fifty Fathoms, nel ’53. Più tardi, alla fine degli anni Cinquanta, Fiechter farà nascere una seconda collezione di orologi subacquei, la Fifty Fathoms Bathyscaphe. La novità più significativa è che questa collezione propone anche modelli per donna. Gli orologi subacquei per donna sono piuttosto rari, e ancor di più lo sono i “professionali” con movimento meccanico. Quando Marc Hayek ha ritenuto che Blancpain dovesse occuparsi anche delle donne sportive “toste”, ha creato la versione contemporanea del Bathyscaphe. Era il 2013, se non erro.

    La collezione Fifty Fathoms Bathyscaphe comprende, ovviamente, molti modelli per uomo, tutti con i movimenti utilizzati nei Fifty Fathoms; per i solo tempo si tratta essenzialmente del calibro 1315, del quale si può solo dire tutto il bene possibile. Ma sarebbe pressoché impossibile alloggiare un 1315 nella cassa da 38 millimetri di un “femminile”; per cui i tecnici Blancpain hanno fatto quello che considero un vero e proprio omaggio alla donna scegliendo il calibro 1150.

    Sempre meccanico a carica automatica, questo calibro non si distingue solo per il diametro ridotto (30,6 mm il 1315 e 26,2 per l’1150), ma anche per lo spessore contenuto (rispettivamente 5,65 contro 3,25 millimetri!), che consente di considerare l’1150 come un ultrasottile. Da notare che i due calibri hanno in comune una robustezza a tutta prova e una grande precisione, pur se l’1150 ha “solo” due bariletti anziché tre. Da notare, infine, che l’1150 è quasi il gemello dell’1151 del Barakuda: muta di qualche decimo lo spessore, ma di un millimetro il diametro. E questo lascia comprendere quanto sia complicata la gestione del diametro del movimento in relazione a quella della cassa, specialmente quando sono richieste particolari doti di resistenza alla pressione.

    Dopodiché passiamo all’incredibile Blancpain X Fathoms. Presentato nel 2011, quest’orologio subacqueo possiede anche un profondimetro meccanico e un contaminuti (5) per controllare le pause di decompressione. Un orologio ancor oggi unico e sempre presente nel catalogo del marchio.

    Il funzionamento del profondimetro è concettualmente semplice: l’acqua entra in una zona in cui è presente una sottilissima membrana in metallo amorfo (per evitare fenomeni “fantasma”, ossia spostamenti non coordinati, specialmente nel caso di variazioni di temperatura) che si deforma proporzionalmente alla pressione della colonna d’acqua. Un po’ come il timpano dell’orecchio si deforma sotto la pressione dell’aria. E sempre come un orecchio, questi spostamenti vengono registrati da un sensore che può essere paragonato al martelletto e quindi trasmessi (nell’orecchio tramite gli “ossicini”, nell’orologio tramite un treno d’ingranaggi opportunamente calcolati) ad una lancetta che può essere letta su due scale, tarate fino a 90 metri.

    Il profondimetro è completato da un meccanismo (con sicura contro gli azzeramenti accidentali) per memorizzare la massima profondità raggiunta. E in più l’orologio prevede una valvola automatica per la fuoriuscita rapida dell’elio eventualmente penetrato nella cassa. Il tutto è costruito con tolleranze davvero infinitesimali, al punto che le indicazioni fornite possono essere (prudenzialmente) garantite entro i 30 centimetri di tolleranza. La descrizione dell’XFathoms è completata dall’attenzione con la quale Blancpain ha evitato le superfici lucide – a parte ovviamente l’ampio vetro zaffiro.

    E per concludere vale la pena di citare un significativo “dietro le quinte”.
    Durante la lavorazione di questo pezzo avevo bisogno di alcune foto, che ho chiesto a Blancpain. Esattamente com’era accaduto nel 2011 (quando ne avevo scritto un altro sempre a proposito dell’X Fathoms), Blancpain mi ha raccomandato più e più volte di non definire “professionale” questo orologio. Oggi come allora dico che si tratta di un orologio meccanico ad elevatissima tecnologia. Ma nessun professionista si sognerebbe di rinunciare a strumenti elettronici di precisione ben tarati e manutenuti.

    Ma tanta vivacità per evitare che un orologio così eccezionale venga considerato non professionale la dice lunga sull’onestà delle persone che lavorano per il marchio. In circostanze equivalenti quanti, in segmenti diversi dall’orologeria, avrebbero insistito per il contrario? È per questo che continuo a fidarmi di Blancpain e delle altre marche (più di quante non si sospetterebbe) che non solo consentono ai giornalisti di evitare esagerazioni, ma glielo chiedono espressamente. Tanto di cappello.

  • Breguet o il flusso della Storia: da Abraham-Louis a oggi

    Breguet o il flusso della Storia: da Abraham-Louis a oggi

    Si trattasse “solo” di far buoni orologi, la cosa sarebbe quasi facile. L’orologeria, però, è molto di più che un buon orologio. Se ci pensiamo per pochi minuti, la cosa appare in tutta la sua evidenza. Pensate ad esempio a quante marche usano movimenti più o meno standard, come gli ETA e i Valjoux: buoni movimenti con i quali è (quasi) facile fare buoni orologi. L’estetica, dite? Sì, certo, è importante. Importantissima.

    Ma provate a pensare ad una marca che fa un bellissimo orologio classico e poi un bellissimo orologio proiettato nel futuro e poi un cronografo sportivissimo… Ciascuno di loro può essere, come abbiamo visto, sia di ottima qualità che bellissimo, ma non basta. Serve un senso, serve un carattere. La marca, per essere tale, deve avere carattere e personalità propri, originali e riconoscibili. E qui torniamo, inevitabilmente, al genio di Abraham-Louis Breguet. Che non è solo uno straordinario inventore di dispositivi micromeccanici, ma molto, molto di più.

    Cercherò di riassumere al massimo, ma non è possibile comprendere Breguet se non lo si inserisce nella sua epoca: il Settecento, il Secolo dei Lumi, l’era dell’Illuminismo. Scienza, certo, ma anche una forma di risveglio del popolo che scoppierà, alla fine, con la Rivoluzione francese. E poi Napoleone, poi la Restaurazione… Ma è anche il tentativo di rendere belli e poco costosi gli orologi che spinge Breguet a perfezionare o inventare canoni estetici propri – che poi diventeranno così caratteristici da decretare il successo della marca.

    Un successo così forte da far gola ai falsari, costringendo Breguet ad inventare la minuscola “firma segreta” che ieri come oggi caratterizza i suoi orologi. Ma Breguet è anche un “povero svizzero” proveniente da un paesino lacustre elvetico venuto in Francia per imparare l’orologeria vera. Perché, a quei tempi, gli orologi di qualità erano solo francesi o inglesi. Gli svizzeri, nell’orologeria dell’epoca, venivano considerati una mezza schifezza.

    Breguet manda anche uno dei figli, Antoine-Louis, a studiare da John Arnold, eminente orologiaio inglese che a suo tempo era venuto a Parigi per lavorare a fianco di Breguet stesso. L’atmosfera era quella di collaborazione, amicizia e condivisione della scienza orologiera. Fantastico, vero? E parte di questa sapienza tornò certamente in Svizzera quando Abraham-Louis Breguet vi trovò riparo dalla fase più cruenta della Rivoluzione Francese, dalla quale lui, fornitore della Corte, difficilmente si sarebbe salvato. Mi sono spesso chiesto se il successivo trionfo dell’orologeria svizzera, dovuto all’invenzione, per così dire, del buon rapporto fra prezzo e qualità, non sia in qualche modo germogliato da un seme piantato da Abraham-Louis Breguet.

    Sta di fatto che il marchio Breguet continua a produrre orologi anche quando i figli vendono la fabbrica, che poi passerà al gioielliere francese Chaumet e infine ad un fondo d’investimento mediorientale, l’Investcorp. E continua a produrli – anche quando la qualità non è poi così elevata – proprio perché Breguet ha carattere, Breguet ha una propria estetica, ha una propria personalità inconfondibile.

    Nel 1999 il marchio Breguet, una piccolissima fabbrica a Le Brassus, confine con la Francia, Giura svizzero, viene comprato da Nicolas Hayek, da Swatch Group. Hayek, più che Breguet, ha nel mirino la Lemania, la fabbrica che produce il leggendario movimento cronografico dello Speedmaster di Omega, l’orologio andato sulla Luna. Si riappropria in pieno di un orologio fondamentale per la corazzata Omega, che insieme a Longines costituisce lo zoccolo duro, il solido basamento di Swatch Group. E poi, mentre gradualmente lascia al figlio Nick le redini del gruppo di famiglia, Nicolas Hayek prende su di sé la responsabilità di Breguet.

    Una volta, parecchi anni fa, parlando di Breguet mi disse che tutto sommato era facile capire la strada: bastava osservare a lungo un prototipo, scorrere la storia di Breguet e chiedersi cosa avrebbe fatto Abraham-Louis Breguet, come avrebbe giudicato il prototipo. Perché – diceva Hayek – il sentiero aperto da Breguet è così chiaro, è ancora così ben segnato che bisogna solo seguirlo lasciandosi andare con fiducia.

    E così Breguet rinasce sia da un punto di vista estetico sia da quello tecnico, anche se il massimo viene raggiunto quando, alla morte del nonno, Breguet passa (come Blancpain, del resto, marchio con cui s’era fatto le ossa) al taciturno Marc Hayek. La sua passione per i motori (è un ottimo pilota sportivo) aggiunge al pensiero del nonno una semplice, ma fondamentale constatazione: bisogna che un orologio, innanzitutto, funzioni bene, funzioni sempre, funzioni senza problemi. E qual è il primo requisito per produrre orologi di qualità? Una fabbrica in grado di produrre orologi di qualità.

    Un giorno faremo un discorso serio, serissimo, su quanto Swatch Group abbia investito in tecnologie e materiali per l’orologeria. Qui mi limito a notare come la fabbrica Breguet sia – a ben vedere – proprio la fabbrica che Abraham-Louis Breguet vorrebbe, se fosse vivo oggi. C’è il fiume della storia, simboleggiato dalla macchina per realizzare i quadranti: una lastra d’oro incisa a mano da un artigiano specializzato (oggi come allora) ma con l’aiuto di una macchina a pantografo che rende più facile la produzione (più che altro limita gli errori e quindi gli scarti) senza però snaturare l’operazione o renderla alla portata di chiunque.

    Altrettanto avviene per le altre fasi di lavorazione: ovunque sia possibile avvalersi delle tecnologie moderne per migliorare la qualità finale ci si aiuta con queste tecnologie; ovunque la mano umana si riveli migliore delle tecnologie (in certi casi anche perché un pur costosissimo tecnico specializzato costa meno di una macchina progettata e realizzata per la produzione di un numero limitato di parti d’orologio), allora si continua a preferire la mano umana.

    Se Abraham-Louis Breguet entrasse oggi nella fabbrica Breguet avrebbe un iniziale senso di disorientamento. Ma subito dopo sarebbe in grado di riconoscere il proprio modo di lavorare apprezzando le tecnologie impiegate per migliorarlo. E poi passerebbe a studiarle, queste tecnologie, per migliorarle ancora.

    Perché ho rotto tanto con questa storia, per parlare, tutto sommato, solo di una fabbrica d’orologi? Perché prenderla così alla lontana, quando il punto è una officina micromeccanica? Perché c’è molto di più, lo ripeto. Perché quando sogno un Breguet sogno tutta la posta in palio, sogno la storia, sogno il genio, il precursore, sogno l’inventore della lancetta, l’inventore del marketing. Sogno non soltanto l’orologio, ma anche la sua personalità. È questa la grande orologeria: nasce dal passato e scorre verso il futuro, nel continuo, ininterrotto fiume della storia. Generazione dopo generazione. Per questo è bello, molto bello, sognare certi orologi.