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Tag: Marco Mantovani

  • Il Locman Montecristo Oisa 1937 nella storia dell’orologeria italiana

    Il Locman Montecristo Oisa 1937 nella storia dell’orologeria italiana

    Della collaborazione Locman/OISA 1937 Il Giornale degli Orologi ha già pubblicato il 18 novembre dello scorso anno (articolo a firma Augusto Veroni, con considerazioni e approfondimento da par suo). Io che ne scrivo ora non voglio quindi entrare nuovamente nel merito della tecnica e del valore di questo progetto industriale italiano. Piuttosto ritorno sull’argomento perché esattamente quattro mesi dopo quell’annuncio, il 18 marzo di questo 2022 e nel contesto di Vo’Clock Privé, è stato presentato l’orologio che accoglie la prima serie di movimenti OISA 1937. Il Montecristo Oisa 1937 (si chiama proprio così), che vedete illustrato nella gallery qui sopra.

    Solo una breve premessa. Ricordo che VO’Clock Privé è la manifestazione promossa da Vicenzaoro, dedicata all’orologeria contemporanea e nata sull’esperienza del salone vintage avviato nel 2020, presentata su questo sito da Marco Carniello. E che a tenere a battesimo l’operazione, in un’interessante e seguita conferenza stampa, c’erano Marco Mantovani, Presidente di Locman, e al completo i responsabili di OISA 1937: Carlo Boggio Ferraris, Franco Berizzi e Andrea Morante.

    Dunque, il Made in Italy in orologeria, di nome e di fatto

    Ed è proprio su questo che Mantovani ha focalizzato il suo appassionato intervento. Si tratta di un nuovo capitolo che ha l’onore di aggiungersi alla ricca e grande storia dell’industria del tempo del nostro Paese.
    Gloriosa, ben presente nei secoli passati, ma che ultimamente si era un po’ persa con il prevalere dello Swiss Made e delle influenze sui gusti (e le convenienze, potremmo benissimo aggiungere) dettate dai mercati asiatici. In quell’immenso continente, apparso da pochi decenni sulla scena, solo il Giappone conserva infatti il gusto e il senso della tradizione come la si intende in Europa; mentre gli altri Paesi hanno visioni estetiche e funzionali completamente differenti.

    Interessante anche il momento in cui Mantovani ha ricordato quanta Italia ci sia comunque dietro ai successi dell’orologeria svizzera; per stare in argomento, basta citare il direttore tecnico di OISA 1937, Fausto Berizzi, con i suoi trascorsi in Frédéric Piguet, Voucher/Parmigiani Fleurier e Atokalpa. Mantovani ha quindi messo l’accento su quanto d’italico sia storicamente documentato. A partire dai primi meccanismi – e parliamo dell’anno Mille – che apparvero in Europa come “svegliarini” all’interno dei monasteri. Tante di queste laboriose e pie istituzioni avevano sede proprio in Italia.

    Una storia lunga secoli

    E poi i primi orologi pubblici, quelli dei campanili, nel cui ristretto elenco e con datazione ai primi del ‘300 compare la Basilica di Sant’Eustorgio, a Milano. Interviene perfino Dante Alighieri, che con un celebre verso della Divina Commedia (Paradiso, canto XXIV) testimonia come nella sua epoca fossero già diffusi gli orologi, descrivendone con ammirazione l’ingegnoso movimento di ruote e ingranaggi. E poi ancora il trecentesco Astrario di Giovanni de’ Dondi (la cui ricostruzione di Luigi Pippa è al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano); la quattrocentesca Torre dell’Orologio di Piazza San Marco a Venezia e il cinquecentesco Orologio dei Pianeti di Lorenzo della Volpaia.

    Senza parlare dei “notturni”, ambìti da aristocratici e pontefici, e del fondamentale contributo di Galileo Galilei – con studi sul pendolo – allo sviluppo dell’orologeria di precisione. Il tutto con attenzione all’estetica, grazie all’innato senso del bello presente in molti comparti del fare arte, artigianato o industria in Italia. Come magnificamente rappresentato dal quadrante dipinto nel 1443 da Paolo Uccello, allievo del Masaccio, situato nel Duomo di Firenze, Santa Maria del Fiore. Tutti temi variamente approfonditi su questo sito nella serie di articoli scritti da Marisa Addomine. Con l’obiettivo di colmare le lacune di quanti poco conoscono l’illustre storia dell’orologeria italiana.

    Per tornare a oggi

    Il capoluogo toscano offre lo spunto – giustamente non citato da Mantovani, ma qui ricordato a onor di cronaca – per un accenno a Panerai. Che in epoca recente (siamo già all’orologeria da polso), rappresenta l’unico episodio rilevante di recente produzione nostrana. Ma se intorno agli anni Trenta del ‘900 si trattava di casse che adottavano movimenti svizzeri, dal 1997 (e con l’acquisizione da parte di Richemont Group) l’intera produzione diventa elvetica. Insomma, l’Italia è ben presente all’inizio dell’orologeria meccanica, ma poi ha ceduto il passo a Germania, Francia e Inghilterra; fino al predominio assoluto, coinciso con l’avvento dell’orologeria da polso, dello Swiss Made.

    La digressione avvalora la sostanza di questo nuovo e tutto italiano progetto industriale. Il quale, come ha ben raccontato Mantovani a Vicenza, si fonda su competenza, memoria storica e passione per l’argomento. Aggiungendo che il primo risultato è un movimento indubbiamente bello da vedere, realizzato sul principio della massima affidabilità e base di sviluppo per eventuali altri calibri. La produzione marcata Made in Italy (solo bilanciere e spirale sono Swiss Made), oggi è attestata su un migliaio di pezzi all’anno; ma con proiezione a dieci volte tanto e in linea di principio al servizio dell’intero settore: sono molte infatti le marche d’origine italiana con produzione svizzera che potrebbero farci una riflessione.

    Il Montecristo OISA 1937

    Ma tanto per cominciare – ed è quello che più conta -, Mantovani si è esposto in prima persona facendo propria la prima produzione OISA 1937. Ovvero il calibro 29-50 a carica manuale, disposto su 5 ponti, con 60 ore di autonomia e una precisione con tolleranza cronometrica giornaliera di +/- 10 secondi. La collezione Locman che l’adotta è appunto una serie speciale del Montecristo, chiamato proprio Montecristo OISA 1937 – come scrivevo poc’anzi.

    Un esemplare con la cassa in acciaio oppure in oro dal diametro di 42 millimetri, impermeabile fino a 100 metri e – ça va sans dire – con fondello a vista sul movimento. Il quadrante smaltato presenta numeri romani sul réhaut; e riporta la sezione occidentale e quella orientale di uno stilizzato mappamondo attraversata da un veliero – forse un’allusione all’avventura appena intrapresa. Mentre un tricolore a ore 6 sottolinea senza mezzi termini che questa missione è tutta italiana. Ne siamo orgogliosi.

  • OISA 1937, Locman e il calibro meccanico Made in Italy

    OISA 1937, Locman e il calibro meccanico Made in Italy

    Ho visto la Storia. Ho visto il futuro dell’orologeria italiana. Io l’ho visto: si chiama OISA 1937.
    Tu mi dirai: ma cosa caspita ti sei calato per scrivere ’ste robe? No, al mio cervello ci tengo molto, ti rispondo. Ci vado pianissimo persino con la birra, figurati il resto. È che ho visto realizzarsi un mio vecchio sogno. Ancora non posso raccontare tutto nei dettagli e non sono nemmeno riuscito a convincerli – loro di Locman e di OISA 1937, che hanno fatto questo piccolo miracolo italiano – che almeno la foto di un ponte potevano darmela…

    Ma io ho visto. E non solo io, ovviamente. C’era un nutrito gruppo di giornalisti specializzati. Il problema è che per ora non se ne può parlare più di tanto. Fino a gennaio. Quando uscirà il primo movimento meccanico italiano prodotto, dopo tanti anni di assenza, da OISA 1937. Ma andiamo con ordine.

    Premessa. Il sogno

    Ho conosciuto Marco Mantovani tanti anni fa. Quanti non conta, ma tanti. Marco ha fatto parecchie cose per primo, zitto zitto. Il primo a usare l’erica dell’Elba per un orologio e poi il primo, con il designer Fulvio Locci, a sdoganare l’uso del colore in un certo tipo d’orologio, ai confini fra tradizione e fashion, il primo a usare il titanio per orologi italiani. Già, perché è stato anche il primo a dichiarare orgogliosamente la nazionalità italiana dei propri orologi. Prima o poi faremo un bell’Amarcord delle nostre discussioni e dei nostri sogni. Il più importante dei quali era la produzione di un movimento italiano. Un movimento meccanico italiano.

    A naso direi che abbiamo cominciato a parlarne una ventina d’anni fa. Forse qualcosa in più. Marco Mantovani, che sa e vuole costruire cose solide con un solido futuro, l’ha presa alla lontana. Piano piano, mattone dopo mattone, con l’aiuto delle persone che riteneva giuste – sia per quanto riguarda il fondamentale progetto economico, sia per quello tecnico. Ora ci siamo ed io ho visto un bellissimo movimento meccanico a carica manuale. Che l’avessero fatto gli svizzeri diremmo tutti: «Oh, che gran bel movimento… E che finiture di grande qualità!».

    Il gruppo di lavoro

    Gente seria, maledettamente seria. Di Marco Mantovani abbiamo già detto, ma la parte finanziaria, e non solo, è da molti anni affidata ad Andrea Morante, uomo dal passato, presente e futuro importante. AD storico di Pomellato, lascia il marchio quando passa al gruppo Kering per diventare AD di Sergio Rossi (calzature) e Presidente di QuattroR Sgr, società indipendente di gestione del risparmio, con la quale entra anche in Trussardi. Un dirigente che è una certezza assoluta. E che comprende pienamente il potenziale di un movimento Made in Italy per gli orologi.

    La produzione di OISA 1937 si svolge in uno stabile attiguo alla Officine Meccaniche Futura di Benedetto Perrotta, azienda fondata nel 1991 e specializzata in lavorazioni meccaniche di precisione. La sede è ad Albuzzano, ad una decina di chilometri dal centro di Pavia. Una bella caratteristica dell’azienda è di possedere – fisicamente – anche le macchine a controllo numerico necessarie per produrre (immagino in piccola serie, all’inizio) i movimenti Made in Italy. E non finisce qui.

    Ma da dove viene, ’sto movimento?

    Pochi lo sanno, ma l’Italia produceva movimenti per orologi già tanti anni fa. Nel 1937 Domenico Morezzi apre l’unica fabbrica italiana di movimenti per orologi da polso. Che arriverà a produrre una decina di calibri diversi. La OISA, fondata nel 1937, ha prodotto orologi e movimenti non soltanto per le marche di cui era proprietaria, ma li ha ceduti anche ad altri. La OISA era in grado di produrre grandi quantità di movimenti (fino a 10mila al mese), suddivisi fra diversi calibri. Tutti progettati da Domenico Morezzi, tecnico orologiaio e fondatore dell’azienda poi passata al nipote, Carlo Boggio Ferraris.

    Carlo termina la produzione nel 1978, nel pieno di quella “crisi del quarzo” che aveva quasi sterminato i movimenti meccanici anche in Svizzera. Sostituiti, appunto, da quelli elettronici. L’arrivo poi dei circuiti integrati di produzione giapponese aveva fatto diventare obsoleti anche i quarzi svizzeri. Con conseguenze spaventose per la Svizzera degli orologi. Ma questa è un’altra storia. Ma poi l’OISA rinasce nel 2018 sempre grazie alla ferrea volontà di Carlo Boggio Ferraris.
    A far da ciliegina su una torta già di per sé sontuosa c’è il Direttore tecnico, Fausto Berizzi. Però ti sento già dire: e chi diavolo è, Fausto Berizzi?

    Il tecnico inflessibile

    L’ho incrociato tante volte, negli ultimi 35 anni. Fausto Berizzi – italiano in Svizzera – era autore di movimenti complicati in Frédéric Piguet, la fabbrica di calibri sulle quale è stata fondata la rinascita di Blancpain e in seguito, molto in seguito, venduta a Swatch Group insieme alla stessa Blancpain.

    Fra le altre tappe della vita professionale di Berizzi mi piace ricordare poi il primo calibro di manifattura per Hublot. Allora lavorava con altri due grandi tecnici: René Maillefer e Cédric Grandperret (oggi direttore tecnico della Scuola d’orologeria di Ginevra e sindaco del paese in cui vive). Nomi sconosciuti al grande pubblico, ma indimenticabili per chiunque abbia una buona conoscenza dell’orologeria non solo attraverso la facciata.

    Ah, Fausto Berizzi passa in seguito alla Voucher, la fabbrica di movimenti proprietà della Fondazione Sandoz e quindi strettamente legata a Parmigiani Fleurier. Berizzi, fra l’altro, è la persona che per prima è riuscita a trovare un metodo di produzione che consentisse di realizzare ponti e platine in titanio. Come non bastasse, Fausto Berizzi si trasferisce (sempre nell’ambito delle fabbriche che fanno capo alla Fondazione Sandoz) all’Atokalpa, la fabbrica che produce spirali, bilancieri e altre delicatissime parti dei movimenti.

    Per capire l’inflessibilità di Berizzi, chiacchierando con lui, alla presentazione del Calibro OISA 1937, notavo l’impiego del sistema antiurto Kif sul bilanciere. E gli chiedevo il perché di questa scelta. La risposta: «Kif costa un po’ di più, è vero. Ma mentre altre fabbriche producono pezzi che devi usare così come sono, Kif te li personalizza, te li fa delle dimensioni che vuoi tu. E questo ti consente una libertà progettuale notevole. Necessaria per fornire la massima qualità. Noi non vogliamo scorciatoie passibili di critiche tecniche». Un tecnico inflessibile, appunto.

    OISA 1937, un progetto da approfondire

    Vorrei che consideraste questo articolo come niente più che una sorta di indice per il lavoro che faremo nel futuro. La realizzazione di movimenti italiani (che in un certo senso era nell’aria: altri stanno scaldando i muscoli, ma siamo ancora a moduli specializzati) è un fatto storico con un potenziale assolutamente straordinario. Non va dimenticato infatti che il mercato italiano dell’orologeria (che in passato era il secondo mercato mondiale) continua ad avere una importanza fondamentale che va oltre i numeri.

    L’Italia continua, nell’orologeria come in molti altri settori, ad orientare i gusti del pubblico internazionale. E questo primo movimento Made in Italy consentirà una libertà di progettazione che potrebbe trasformarsi in una solida, consistente nicchia di mercato. Un mercato che sta sempre più premiando i produttori in grado di offrire oggetti in qualche modo personalizzato.
    Il primo orologio con il nuovo calibro, che è meccanico a carica manuale, lo ricordo, sarà disponibile a gennaio.

  • Marco Mantovani, la mia storia con Locman

    Marco Mantovani, la mia storia con Locman

    Dall’isola d’Elba a Milano e ritorno. Dalla vendita di pellami alla produzione di orologi, passando per i cinturini. La storia di Locman si intreccia con la vita del suo fondatore, Marco Mantovani. Una vita intensa, profondamente legata alle radici e al tempo stesso alimentata dalla capacità di sognare e volare alto. Scommettendo sempre sull’unicità della maestria italiana. Senza mai smettere di respirare l’aria del suo mare. Che da sempre ispira le sue collezioni e le sue scelte di vita.

    In mezzo al mare Marco Mantovani ci è nato. Precisamente a Marina di Campo, sull’isola d’Elba, nel 1961. E non è un dettaglio, perché il legame con un’isola è una delle forme più forti e inossidabili di attaccamento a uno dei quattro elementi naturali. Che ti resta dentro. Come ben dimostra la caparbietà di Marco Mantovani, che sull’isola d’Elba, ben lontano dagli hub di produzione e distribuzione, ha scelto di insediare i laboratori Locman. Una storia che nessuno meglio del suo fondatore potrebbe ripercorrere. Ecco perché, in questo excursus, abbiamo scelto di riprendere stralci di un suo racconto.

    «Da piccolo sognavo di diventare una guardia forestale», racconta Marco Mantovani. Che in effetti lavora in una ex caserma della Dogana a Marina di Campo. Perché lì ha stabilito il quartier generale di Locman, una delle pochissime realtà produttive dell’orologeria italiana. Che ha coniugato design creativo ed eccellenza tecnologica con l’utilizzo di materiali compositi come titanio, fibra di carbonio, alluminio.

    Tutto è cominciato all’Elba; ma in tutt’altro settore. «A Marina di Campo mio nonno materno aveva un ristorante e altre attività. Come una boutique di abbigliamento, in cui mia madre lavorava e mio padre veniva a fare acquisti. Si conobbero così. E, nonostante lui fosse di Milano, si stabilirono all’Elba. Poco dopo la mia nascita, però, decisero di trasferirsi a Milano. Era il periodo della dolce vita – cui si ispira la nostra collezione 1960 – e del boom economico. Mio padre, rappresentante di pellami, vendeva ai grandi produttori di calzature. Mi insegnò l’etica del lavoro, la passione e il servizio al cliente. Senza mai smettere di tornare all’Elba, a trovare i parenti», racconta Mantovani. Che ha sempre avuto le idee chiare: «Ho sempre desiderato vivere sull’isola», confessa.

    Ogni cosa a suo tempo. Agli inizi Marco affiancò il padre. «Entrai in contatto con l’affascinante mondo della moda e della manifattura italiana. E ben presto scoprii una vena creativa che mi portò a fondare il marchio di pelletteria Locman Design». Un marchio nato dalla fusione delle sillabe iniziali del cognome del suo primo, Fulvio Locci (a cui poco dopo si unì Claudio Fanucchi) e del suo. «Nella nostra linea inserimmo cinturini per orologi che portammo alla fiera dell’orologeria di Basilea. Conquistammo subito l’attenzione di importanti case orologiere svizzere. Perché all’epoca i cinturini erano quasi tutti in cocco nero stampato liscio; mentre i nostri erano in cuoio, con una bella varietà di fogge e colori».

    Arrivò il primo incontro decisivo. Con Gino Macaluso, all’epoca distributore di Breitling con la Tradema, la società da lui fondata. «Macaluso, uno dei grandi geni dell’orologeria, per me un grande maestro, intuì che Breitling poteva essere rilanciato puntando sul cronografo automatico. Valutò che il nostro cinturino fosse perfetto per il Chronomat. Fu un successo incredibile. E, sempre grazie a Macaluso, iniziammo a lavorare attivamente con Hamilton e Girard-Perregaux», ricorda il fondatore e Presidente di Locman. Per il quale è stato breve il passo dall’intuizione di cinturini innovativi all’innamoramento per l’orologeria.

    Nel 1986 Locman affida a Genesi, storica fabbrica di orologi milanese attiva fin dagli anni ’50, la produzione di orologi di alta qualità con suo design e manodopera italiana. Dapprima per grandi case svizzere e italiane. Poco dopo, a marchio Locman. Il debutto? Un orologio completamente artigianale, con parti in oro e radica di erica, un legno prezioso tipico dell’Isola d’Elba. Che ritornerà sempre come fonte ispiratrice per materiali, nomi (la prima collezione ha ripreso i nomi delle sette isole toscane), forme e colori.

    Il secondo incontro fondamentale per la storia di Locman è stato con Carlo Crocco, patron di Hublot e di Binda, che ai tempi gestiva anche Breil, Vetta e distribuiva Longines. Si innamorò del primo orologio Locman. E decise di entrare in società, prendendone in carico la distribuzione internazionale. Così il marchio, che all’epoca aveva una sede a Milano e una all’Elba, iniziò a farsi conoscere nel mondo. «Alla metà degli anni ’90, spiegai a Crocco il mio sogno: puntare sul marchio Locman, valorizzando il made in Italy e la componente aziendale all’Elba. Lui capì. E, da signore quale è sempre stato, mi permise di realizzarlo».

    Una spinta decisiva arrivò con un altro incontro, piuttosto inusuale. Quello con una foto del faro Punta Polveraia, all’Elba, in un ufficio doganale di Panama. Un chiaro segno del destino che spinse Mantovani a rischiare, rilevando l’azienda assieme a Peppino Pea. «Fu per me un passo doppiamente importante. In primis, non avevo le risorse per farlo e mi indebitai molto. E poi un conto è disegnare orologi per le multinazionali svizzere o vendere loro i cinturini. Un altro è avere un brand proprio, inventare comunicazioni e strategie, vendere a negozianti. Che se non vendono a loro volta non ti pagano. In quel momento, incoscienza e gioventù mi spinsero a rischiare: devo dire che le cose sono andate abbastanza bene».

    Sempre il destino mise sulla strada di Marco Mantovani un nuovo socio, l’americano Ben Feigenbaum. «Era il 2000. Avevamo cominciato a produrre la linea Sport in alluminio per conto terzi. Diventò il nuovo orologio a marchio Locman, che noi distribuimmo in Italia e Ben negli Usa. Lo star system», sottolinea Mantovani, «ci fece da cassa di risonanza». Anche grazie a un altro colpo di fortuna. «Ben Feigenbaum mise in vendita una collezione in alluminio e diamanti a New York da Bergdorf Goodman, la catena americana di negozi di lusso», ricorda Mantovani.

    «Il giorno successivo alla commercializzazione era il compleanno di Jennifer Lopez. Dal negozio passò Puff Daddy: comprò un orologio per sé e uno per lei. Alla festa di compleanno, tutti gli invitati videro gli orologi della coppia. Il giorno dopo avevamo la fila fuori dal negozio. Anche Elton John, tornato in Europa, ci chiamò per ordinarne un grosso quantitativo da donare agli ospiti di una sua festa a Saint Tropez». Quell’esemplare divenne un fenomeno. E il marchio prese forza e notorietà.

    Oltre a conquistare i polsi delle grandi star della musica e del cinema internazionale (come Nicole Kidman e Sharon Stone), Locman ha incrociato le sue vicende con quelle del capitalismo italiano del nuovo secolo. «Dopo la scalata a Telecom Italia con Hopa Spa, Emilio Gnutti iniziò a comprare diverse aziende con il progetto di creare un polo del lusso. Chiamò anche noi», racconta Mantovani. Ribadendo che fu subito chiaro che non avrebbe venduto la maggioranza. Hopa entrò con un 35 per cento del capitale. «Fu un’esperienza importante aver un partner finanziario di grande prestigio», commenta l’imprenditore elbano. «Gnutti era innamorato dell’orologeria. Dopo la vendita di Telecom Italia mi disse che avrebbe voluto puntare su una quotazione di Locman. Ma i tempi erano prematuri».

    Locman avvia prestigiose collaborazioni con le Forze Armate, per il lancio di modelli con il marchio dell’Aeronautica militare, dei Paracadutisti Folgore e della Marina Militare. Diventa fornitore ufficiale della Presidenza del Consiglio. Rafforza gli investimenti in tecnologia, arrivando a presentare il primo orologio al mondo con cassa in fibra di carbonio. Ma la crisi è dietro l’angolo. Dopo lo scandalo Hopa, Marco Mantovani e Peppino Pea riescono a riacquistare il 35 per cento di Locman, indebitandosi fino al collo.

    Nello stesso anno, il 2005, a Mantovani viene diagnosticata una grave malattia, con una aspettativa di vita di 3/6 mesi. E deve sottoporsi a cure impegnative. La società resta in stallo. Dopo tre anni, però, Mantovani viene dichiarato guarito e si rimbocca le maniche. Certo, era il 2008: l’alba della grande crisi finanziaria mondiale. «Io e Peppino ci trovammo a dover ripartire con diversi milioni di perdite e un fatturato ai minimi termini. Ricostruimmo e rilanciammo la società. Già dal 2009 le cose cominciarono a migliorare», ricorda l’imprenditore.

    Locman acquista il 100 per cento di tre società già partecipate: Genesi (unità produttiva), Scuola italiana di orologeria (accademia interna di formazione) e Materie future (studio e applicazione di materiali compositi in orologeria). Continua a produrre e fare design di orologeria con il suo marchio e anche per aziende terze. Nel suo capitale entrano Pino Rabolini e Andrea Morante, rispettivamente fondatore ed ex amministratore delegato di Pomellato, che era stata appena venduta a Kering. Arriva il successo per la collezione Stealth Titanio e Carbonio.

    Il 2010 è l’anno di lancio del nuovo modello Montecristo: anima sportiva e marina, con alta qualità produttiva. Il Montecristo si impone come una vera e propria icona dell’orologeria italiana. E sembra sintetizzare tutto ciò in cui ha sempre creduto il fondatore di Locman: creatività (sempre curata da Mantovani, assieme alla gestione dell’azienda), design e manifattura italiana. Ricerca e innovazione tecnologica associate al rispetto della tradizione orologiera. E a un autentico amore per il mare. Che ha spinto Marco Mantovani in prima linea per la tutela dell’ambiente naturale: dalla costituzione della Fondazione Isola d’Elba alla partnership con Marevivo.

    Sempre nel segno di una forte attenzione al made in Italy, nel 2017 Locman ha avviato una collaborazione con Ducati. Iniziando a produrre orologi con il marchio della casa di Borgo Panigale. Un bell’esempio delle alleanze virtuose in cui Mantovani ha sempre creduto. «Penso che le imprese funzionino quando c’è la squadra. È la cosa principale e più difficile da allestire, specialmente in un settore come il nostro che necessita di competenze specifiche molto tecniche», dice ripercorrendo le complesse vicende della sua azienda. Che una squadra – rivista, ricostruita, rilanciata – l’ha sempre avuta. «Delle nostre esperienze non facciamo un fardello ma una ricchezza. Credo che la storia della nostra azienda possa tramutarsi in un successo di lunga durata, auspica l’orologiaio».

    E lo sguardo va al ricambio generazionale. «Abbiamo ringiovanito l’età media dei collaboratori anche in ruoli di responsabilità», riferisce il presidente. Che, quando gli chiedono come vede il futuro di Locman, risponde: «Ho tre figli. Il mio sogno è dar loro la possibilità di scegliere se voler continuare a portare avanti l’azienda oppure no. In particolare il maschio, Giovanni, mi sembra molto interessato alle tematiche industriali, commerciali e finanziarie: vedremo, tempo al tempo. Ora siamo tre soci, amici, diversi e forse per questo complementari. Con un partner di grande esperienza e prestigio come Andrea Morante possiamo progettare il futuro con più sicurezza».

    L’orizzonte, guardato da un’isola, è ben lontano. «La sfida che ci troviamo di fronte è grande: puntiamo a ricostruire un’origine dell’orologeria italiana che è stata in passato molto florida. Penso al periodo intercorso tra gli anni ’60 e ’90, in cui la filiera produttiva italiana era il riferimento per le grandi marche svizzere. Perdere questa tradizione industriale sarebbe un vero peccato. «Forse è arrivato il momento di ricostruire questa filiera», suggerisce Marco Mantovani. «E di darle un nome, senza metterla al servizio di mercati diversi. Per questo, è tempo di fare alleanze». Un sistema in cui Locman si candida come guida.

  • Marco Mantovani: Locman, dall’Elba si può

    Marco Mantovani: Locman, dall’Elba si può

    Ho conosciuto Marco Mantovani negli anni in cui lavorava a Milano. Aveva lasciato l’Isola d’Elba perché Milano era la città giusta per inseguire il successo. Poi Marco attraversa vicissitudini personali e decide di tornare all’Elba, dove fonda Locman. Capirete bene che l’idea sembra un po’ fuori di zucca. Non solo produrre orologi italiani dichiarandone l’origine (fu allora che cominciò a mettere sia il tricolore che il “made in Italy” sul quadrante – cosa che nessuno aveva mai fatto), ma “giocare” con i colori e con i materiali in maniera totalmente fuori dalle abitudini. Locman è Marina di Campo, Isola d’Elba, Locman è la fabbrica in fondo al porto e la piazzetta accanto, con gli uffici e la boutique Locman.

    Eppure Locman si sparge nel mondo. Gli Stati Uniti (dove riscuote enorme successo l’orologio in oro con la lunetta in radica dell’Isola) e poi man mano altri mercati; raggiunti partendo per Milano con il mono motore giallo, un piccolo aereo che rivelava agli elbani se Marco era sull’isola o no. Nel 1997 arriva un socio, Giuseppe Pea, seguito più di recente (nel 2014/15) da un altro, Andrea Morante, a dare ulteriore sviluppo e solidità alla Locman. Che oggi vuol dire una decina di boutique esclusive e circa un migliaio di concessionari nel mondo.

    Da quel 1986, quando Locman è stata fondata, sono passati 34 anni e le tradizionali sette camicie che però sono sudore buono se torni sempre alla tua isola, a tua moglie, ai tuoi figli e persino ai tuoi cani. Ho una vecchia foto con Marco, all’Elba, circa 25 anni fa, ma ovviamente non ve la faccio vedere come non vi farò vedere la foto – ingenerosa – scattata nello stesso posto due anni fa. Marco è la prova che si può fare buona orologeria anche lontano, molto lontano dall’impero svizzero delle lancette.

    Brutta storia, il Covid, per una marca italiana indipendente…

    Marco Mantovani: Brutta storia sì. Per la malattia e per le sue conseguenze economiche. Noi abbiamo anticipato ai nostri dipendenti i soldi della cassa integrazione perché il nostro gruppo è formato da persone preziose, che non vogliamo perdere né mettere in condizioni economicamente disastrose.

    Non tutti si sono comportati così.

    Marco Mantovani: Lo so, ma ovviamente dipende dall’impostazione che hai dato all’azienda e dalle dimensioni dell’azienda stessa. Tu sai benissimo, come me, che l’orologeria di un certo tipo è una nicchia, nel mondo. Se non si espande non è per stupidità da parte dei dirigenti, ma per una lunga serie di ragioni totalmente diverse e condivisibili. Alcuni gruppi finanziari pensavano però che l’orologeria si potesse espandere molto di più. Molto di più.

    In parte la cosa aveva un senso, ad esempio facendo forti investimenti per industrializzare alcune fasi di lavorazione e quindi aumentare la produzione. Ma se poi tutto ciò cozzava con la possibilità di superare il collo di bottiglia di alcune fasi che erano e restano manuali, allora la cosa era diversa. E poi c’erano problemi oggettivi di mercato. Un segmento del lusso, relativamente piccolo come l’orologeria, non può dipendere troppo da un solo Paese, sia pure importante come la Cina. Tutte queste cose, messe a fronte della crisi del Covid, hanno totalmente cambiato le carte in tavola.

    Riscoprendo il futuro che nasce dal passato. Oggi anche molti gruppi appaiono scettici sul “lusso di massa” e parlano di ritorno al prodotto, per fare fatturati più stabili.

    Marco Mantovani: Secondo me questa deve essere la prima “legge” dell’orologeria, indipendentemente dal prezzo finale. E sono d’accordissimo con chi (meglio tardi che mai) ha riscoperto che – con grande rispetto per gli utili, per i fatturati –, il vero protagonista dell’orologeria deve continuare ad essere il prodotto e la sua qualità. Il rispetto per il compratore, in definitiva.

    Ma capisco che una società quotata, soprattutto, è fortemente condizionata dai conti e dal mercato. E magari fa fatica a guardare al medio termine perché conta molto la quotazione di domani, non dopodomani. Invece molto di quello che è accaduto nel nostro settore, dove le professionalità di un certo tipo sembravano passate in secondo piano, ha causato problemi forti proprio nel medio e nel lungo periodo. So che molti marchi stanno di nuovo cercando i “vecchi” professionisti, quelli nati a pane e orologi.

    È vero. È una marcia indietro che trovo positiva e che coinvolge anche dirigenti “insospettabili” delle multinazionali. Per non parlare poi della riscoperta del negoziante e dell’ultimo metro costituito dal suo bancone di vendita.

    Marco Mantovani: Sì, è vero. Credo che ritrovare e rivalorizzare la professionalità del negoziante sia fondamentale. Molte aziende hanno pensato di accorciare la via e vendere addirittura solo online, ma non credo possa funzionare perché il valore umano del contatto diretto è ancora fondamentale. La poesia di andare a comprare un orologio in negozio…

    Ovviamente non ho nulla contro le vendite telematiche, ma per quanto ne so costituiscono una parte veramente minima del tutto, anche nei segmenti di prezzo più accessibili. Ci vorrà tempo e comunque ho forti dubbi che la relazione diretta con il negoziante possa essere scavalcata. Piuttosto, è importante avere cura del prodotto e saper comunicare come nasce. Questo i grossi gruppi lo hanno un po’ dimenticato nell’euforia di un periodo in cui il mercato sembrava saper solo crescere. Ora forse è meglio tornare ai valori concreti.

    Da Patrick Pruniaux di Kering ai dirigenti di LVMH Italia, passando per altri manager che abbiamo intervistato, tutti sembrano concordare sul ritorno alla priorità del prodotto e dell’armonico rapporto con i negozianti. E in effetti non si parla delle vendite come di una soluzione a breve termine. È andata un po’ meglio, sembra, quando le vendite fanno capo a negozianti che il cliente già conosce e stima.

    Marco Mantovani: Certo, io credo che il web sia un’ottima cosa che crescerà e continuerà a crescere se fatta in modo professionale. Questo non toglie spazio al negoziante perché c’è spazio per tutti quelli che lavorano bene, con professionalità e conoscenza del mercato. Tuto sommato, pur con i difetti e i limiti di una piccola azienda, credo che in certi casi non essere strutturati come i grossi gruppi ci renda più agili, più concentrati sul prodotto. Il fatto che dietro a un brand ci sia una famiglia – forse più concentrata rispetto a quello che succede in una grande azienda quando cambiano i manager – può costituire un vantaggio non secondario sia per la qualità sia per la coerenza di quel che produci.

    Ho l’impressione che in questo momento persino il concetto stesso di “orologeria italiana” venga finalmente considerato come una caratteristica positiva.

    Marco Mantovani: Lo spero, lo spero davvero. Credo che noi produttori di orologi italiani dovremmo fare squadra per rendere il made in Italy un valore positivo a livello internazionale. La Svizzera ha speso moltissimo, in questo  senso, e ha funzionato. Dovremmo investire di più per la diffusione del buon nome dell’orologeria italiana. Anni fa proprio tu mi avevi regalato il libro di Morpurgo sulla storia dell’orologeria in Italia. Abbiamo una tradizione, noi italiani, e ancora oggi un’ottima professionalità. Persone come me e come te, cresciute a pane e orologi, non cambiano mestiere fondamentalmente solo per autentica passione. Quello dell’orologeria è un mondo bellissimo.

    Una delle ragioni per cui continuo ad amare l’orologeria è la sua capacità di rispettare regole che, al 90 per cento sono a favore del compratore finale. Anche se il compratore finale di solito non lo sa.

    Marco Mantovani: È così. C’è una certa moralità che a mio avviso contrasta vistosamente con l’attuale tendenza a risparmiare nella convinzione che il compratore non si accorga che gli stai rifilando una mela bacata. Alcuni settori, come l’orologeria ma anche la gioielleria, continuano invece a essere imperniate sulla qualità del proprio prodotto. Penso che alla fine, come ieri, questo si rivelerà vincente anche domani. Per questo sono ottimista, per questo noi di Locman stiamo investendo, proprio in questo momento, per consolidare il nostro buon nome. Non è facile, ovviamente, ma bisogna sempre ricordare che il futuro comincia oggi.

  • All’Elba, quegli atelier affacciati sul mare

    All’Elba, quegli atelier affacciati sul mare

    Perché magari siete o andrete in vacanza all’Elba… Isola meravigliosa, al punto che Marco Mantovani ha deciso di non lasciarla nemmeno per fare impresa nel mondo. Marco Mantovani, per chi non lo sapesse, vuol dire Locman: la prima marca d’orologi che ha orgogliosamente dichiarato la propria italianità sul quadrante; la prima marca non costosa ad aver usato materiali speciali come la fibra di carbonio; e soprattutto la prima marca a scommettere tutto sul colore. Poi sono arrivati gli altri. Poteva essere un fenomeno mondiale grande, e un pochino lo è stato, ma per Mantovani e per la sua famiglia questo avrebbe voluto dire lasciare l’Isola d’Elba… E no che non va bene.

    Magari siete o andrete in vacanza all’Elba. E certamente lo incontrerete, probabilmente senza riconoscerlo perché indossa la divisa d’ordinanza del turista. Magari ve lo troverete accanto al mercato, maglietta, pantaloncini e infradito. Ma se volete vedere una bella curiosità andate a Marina di Campo, lasciate la macchina al parcheggio centrale e fate una vasca sul lungomare, sotto i pini, fino a piazzale della Salata, quasi in fondo al porto.

    Su piazzale della Salata, serena isola pedonale, si aprono gli uffici e i laboratori di Locman. Proseguendo infatti sul porto troverete alla vostra destra delle finestre con un rivestimento specchiato per impedire di guardar dentro. Dietro quelle finestre lavorano (beh, se non sono in ferie anche loro) i tecnici di Locman. In pratica, mentre in Svizzera i tecnici hanno bisogno, di tanto in tanto, di lanciare i propri occhi stanchi sul bucolico panorama montano, qui i tecnici guardano il mare, il porto, la gente che passa.

    Lanciato lo sguardo sugli impenetrabili (quasi) vetri specchiati, notato che sulla terrazza è situato il ristorante Kontiki – sì: si mangia molto bene davvero –, potreste tornare alla piazzetta, nella boutique Locman, per esaminare più da vicino l’intera produzione. Visto che siete in vacanza, potreste concentrarvi sul Mare, la collezione più recente di cronografi e solo tempo tutti garantiti impermeabili fino a 10 atmosfere; e tutti (compresi gli automatici) a un prezzo sempre inferiore ai 600 euro. Potreste osservare come l’impostazione estetica sia di livello superiore, indipendentemente dai gusti personali, per via di curvature difficili da realizzare, in relazione al prezzo.

    E dopo aver visto e magari chiacchierato un po’, potreste anche chiedere se gli uffici e la fabbrica Locman vi aprirebbero le porte per una breve visita. Nel caso il momento e il lavoro lo consentano, potreste ricevere una risposta positiva. Sareste fortunati. Tocchereste con mano come l’Elba non sia solo bellissima, ma anche una buona base per costruire una fabbrica di orologi Made in Italy.

  • Locman all’Antigua Classic Yacht Regatta

    Locman all’Antigua Classic Yacht Regatta

    Locman è il nuovo main sponsor dell’Antigua Classic Yacht Regatta. Una delle più prestigiose competizioni veliche dei Caraibi (fino al 23 aprile): un evento di grande fascino, dove si incrociano le più celebri ed eleganti “signore del mare”. Un intreccio di storia, cultura nautica e fair-play di armatori e marinai, la cui data di nascita risale ufficialmente al 1987. Ma che in realtà deriva dalle gare spontanee ingaggiate, fin dagli anni Sessanta, da capitani ed equipaggi che si sfidavano a raggiungere la Guadalupa al termine della stagione di charter. Cioè, proprio in questo periodo dell’anno.

    Ok, qualcuno potrebbe domandarsi: che c’entra Locman con una regata dall’altra parte dell’Atlantico? Per capirlo, meglio aver subito le idee chiare. 1) Locman è un’azienda italiana con sede sull’Isola d’Elba e ha un legame innato con il mare: non a caso il quartier generale si affaccia sul porto di Marina di Campo. 2) Viste le sue origini, Locman si trova a proprio agio ad Antigua, un’isola ricca di verde che per morfologia potrebbe rievocare l’Elba. E viceversa. 3) Il marchio ha un lungo passato nell’ambiente della vela. Qui basti citare almeno la Toscana Elba Cup – Trofeo Locman, che all’inizio degli anni 2000 richiamava skipper famosi come Russell Coutts.

    Soprattutto, va detto che l’Antigua Classic Yacht Regatta ha sempre fatto parte (almeno fino al 2017) del Panerai Classic Yacht Challenge. Ma il famoso circuito internazionale di barche d’epoca ormai non esiste più: Panerai ha dirottato altrove risorse e strategie – lasciando “orfani” i tanti yacht club che gestivano le diverse manifestazioni, nel Mediterraneo come ai Tropici. E quello di Antigua, come gli altri alla ricerca di sponsor, si è rivolto proprio a Locman.

    Perché, per dirla tutta, il patron dell’Antigua Yacht Club Marina si chiama Carlo Falcone ed è italianissimo. Livornese di nascita, ex velaio, navigatore oceanico, imprenditore nel settore nautico e immobiliare (per usare le parole di Paolo Maccione), è anche (vice) console d’Italia per Antigua e Barbuda. Falcone non solo conosce l’Elba e conosce Locman, ma è molto legato all’isola ed è amico di Marco Mantovani, che di Locman è il proprietario. E il cerchio si chiude.

    Il gemellaggio con l’Antigua Classic Yacht Regatta quindi proietta ancora una volta Locman nel mondo degli antichi velieri – tra i paiolati di teak e gli ottoni lucidi, le grandi vele auriche e i lunghi buttafuori di quelle splendide barche dalle linee filanti, che scivolano silenziose sull’acqua con un’eleganza senza pari. Ancora una volta, perché chi segue il marchio da anni lo ricorderà senz’altro a bordo dell’Amerigo Vespucci…

    Per tornare al presente, proprio oggi lo spicchio di mare a sud dell’isola vede impegnati gli scafi nella prima delle cinque giornate di regata. Per i vincitori, nelle diverse sezioni, Locman ha appositamente personalizzato 30 esemplari del Montecristo Cronografo Automatico. Nuova versione di un orologio iconico, completamente riprogettato rispetto al precedente già in catalogo, ora vede la cassa in titanio e acciaio 316L con le anse integrate alla carrure. E il fondello dedicato all’Antigua Classic Yacht Regatta.