Giornale Degli Orologi
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Tag: Neo-vintage

  • Classics Moneta Hand-winding: l’addio al quarzo di Frederique Constant

    Classics Moneta Hand-winding: l’addio al quarzo di Frederique Constant

    Finalmente è arrivato. Sono lieta di annunciare che – in occasione dei Geneva Watch Days – Frederique Constant presenta il Classics Moneta Handwinding. Ed è proprio l’entusiasmo a spingermi a pubblicarlo subito: l’embargo scadeva oggi, alla vigilia dell’inaugurazione delle giornate ginevrine, e io non potevo aspettare di condividerlo con voi, anche se non l’ho ancora visto fisicamente. Non mi segui? Ti faccio un breve reminder.

    Ricordi l’articolo di qualche mese fa sulle nostre pagine, quando la collega Aldina Lange invitava i lettori – non senza una punta di provocazione – a “prendere come un gioco” il movimento al quarzo del Classics Moneta Moonphase? L’argomentazione era solida: per salvare silhouette extra-piatta, complicazione poetica e lusso accessibile, la pila da 1,5V restava l’unico compromesso possibile. Ma i puristi della meccanica (e un po’ anch’io, devo essere sincera) avevano comunque arricciato il naso.

    Ora, sembra proprio che a Ginevra qualcuno ci abbia davvero ascoltato. In realtà, lo sappiamo tutti, la cosa era pianificata da chissà quanto tempo. Ma la risposta supera le aspettative. Con il nuovo Classics Moneta Handwinding, la Manifattura non solo ha tolto la batteria, ma ha restituito agli appassionati il più nobile e intimo dei rituali quotidiani: quello della carica manuale.

    Il fascino vintage della meccanica

    La prima versione si era fatta notare per quell’insolito e riuscito réhaut interno simile alla zigrinatura del bordo di una moneta. Il nuovo Classics Moneta Handwinding ne eredita il codice genetico vincente ma ne evolve a fondo la sostanza. La cassa cresce leggermente e passa dai 37 mm del quarzo a un diametro inedito di 38,5 mm. Il profilo rimane comunque abbastanza sottile (poco più di 10 mm) ed evoca il fascino pulito degli anni Cinquanta.

    Sotto il vetro zaffiro, il quadrante abbandona la finitura soleil precedente per far spazio a un’estetica squisitamente neo-rétro: un bell’effetto degradé color salmone che sfuma nel nero lungo il perimetro. La tonalità scura mette in risalto gli indici applicati e lucidati a specchio per una leggibilità ottimale. Al centro si stagliano le classiche lancette dauphine, mentre lo spazio a ore 6 – in passato dedicato alle fasi lunari – ospita ora il contatore dei piccoli secondi. Un omaggio perfetto alla purezza formale del secolo scorso.

    Sotto il vestito, la sinergia di gruppo

    Il movimento che prima faceva discutere i collezionisti si trasforma ora in puro orgoglio meccanico. Il fondello in vetro zaffiro mette in mostra un calibro a carica manuale di alta fattura, sviluppato da La Joux-Perret (storica manifattura di La Chaux-de-Fonds) e personalizzato in esclusiva per Frederique Constant. Una sinergia tutta interna, resa possibile dall’appartenenza di entrambe le realtà al gruppo Citizen.

    Il calibro FC-435 mette in scena infatti un piccolo spettacolo visivo e tecnico. Un bariletto di generose dimensioni assicura un’autonomia importante, di 63 ore. Il movimento, libero dalla massa oscillante, permette di apprezzare le finiture di livello, industriali ma curate, con i ponti decorati a Côtes de Genève – omaggio all’eredità ginevrina della Casa marchio – e lo stemma inciso al centro, fedele al disegno del 1988. Ovviamente, preserva anche lo spessore ridotto della cassa.

    Un manifesto di lusso accessibile

    Il modello al quarzo puntava ai grandi numeri. Con il Classics Moneta Handwinding, invece, Frederique Constant decide di coccolare i collezionisti con una formula esclusiva: un’edizione limitata di 999 esemplari al mondo. Il prezzo? Rimane fedele alla filosofia della Maison, che fa della qualità Swiss Made a costi accessibili il proprio cavallo di battaglia. Il listino si attesta infatti a meno di 2.000 euro (1.995, per l’esattezza). Un posizionamento decisamente competitivo sul mercato attuale per un pezzo di manifattura, in serie limitata, con queste credenziali.

    Cara Aldina, avevi ragione: il Moneta Moonphase era un bel gioco. Con il Classics Moneta Handwinding, però, Frederique Constant dimostra che si può fare sul serio senza perdere un briciolo di poesia. E i puristi, questa volta, non possono che essere contenti. Chapeau.

  • American Classic Chronograph H, Hamilton fra attualità e vintage

    American Classic Chronograph H, Hamilton fra attualità e vintage

    Dire Intra-Matic significa ripercorrere un pezzo di storia dell’orologeria. Tornare agli anni Sessanta, agli albori dei cronografi automatici, all’acquisizione di Büren da parte di Hamilton, al Progetto 99 del consorzio Chronomatic. Fast Forward, con il proposito di tornare presto sull’argomento. Nel 2012 Hamilton ha riportato in vita l’Intra-Matic come linea di solo tempo, poi evoluta nel 2017 in un cronografo a carica manuale e ulteriormente sviluppata nel 2021. Oggi la collezione si chiama Hamilton American Classic Chronograph H, in riferimento ai Chronograph A e B del 1968 e alla famiglia di “grandi classici” d’Oltreoceano presente in catalogo. La stessa, per intenderci, in cui si trovano anche i PSR (i discendenti del Pulsar), e i vari Boulton o Ardmore di ultima generazione.

    Quest’anno, l’American Classic Chronograph H conosce nuovi esemplari. Che ho potuto provare qualche giorno fa, a Milano, all’evento di presentazione delle novità per il primo semestre, organizzato da Hamilton per i clienti e la stampa. Dove, a fare gli onori di casa, c’era anche Francesca Ginocchio, fresca di nomina nel ruolo di Ceo. Un incontro molto piacevole (da parte mia), e un ritorno in grande stile in Swatch Group (da parte sua), ai vertici di una marca che conosce benissimo per esserne già stata, in passato, Brand Manager in Italia e Marketing Manager a livello internazionale. Ed è stata proprio lei, oltretutto, a presentarci con entusiasmo le prossime uscite.

    Estetica neo-vintage

    I nuovi American Classic Chronograph H, però, non si limitano a interpretare lo stile rétro della collezione: aggiungonono contenuti inediti. Vale a dire: una più accentuata ispirazione ai motorsport e scelte cromatiche dal sapore contemporaneo, che inseriscono gli ultimi modelli nella tendenza del neo-vintage più riuscito. Costruite con estrema coerenza, le tre ultime versioni sono giocate sul colore: verde, marrone o blu, declinati in monocromia o in studiati contrasti. Che si aggiungono ai più classici Panda, Reverse Panda (anche in blu) e all black, finora presenti in catalogo. Per diversificare l’offerta in modo intelligente.

    La cassa in acciaio misura 40 mm di diametro e presenta tutti i dettagli del design d’epoca: lunetta sottile, vetro bombato, pulsanti a pompa, corona zigrinata. Il quadrante sfumato riporta la scala tachimetrica periferica, i contatori panna decorati a cerchi concentrici e un sapiente uso del materiale luminescente agli indici e sulle lancette a bastone. La referenza con quadrante blu si distingue per l’arancione delle lancette – quella centrale dei secondi e quelle dei due contatori -, tono su tono con il marrone chiaro del cinturino in nabuk, vellutato al tatto. Dettagli che ne enfatizzano la vocazione sportiva.

    A proposito, i nuovi American Classic Chronograph H hanno il cinturino coordinato al colore del quadrante (con l’eccezione di quello blu, appunto). In pelle traforata, rimanda ai guanti da pilota usati in passato dai gentleman driver ed è un dettaglio importante a comporre l’estetica vintage dell’esemplare. Altrettanto si può dire per il bracciale aggiuntivo in acciaio tipo maglia milanese. Incluso nel packaging insieme all’apposito strumento per la sostituzione, permette di cambiare (o forse dovrei dire rinnovare) del tutto l’aspetto dell’orologio, fermo restando il gusto sport-chic tipicamente d’epoca.

    Meccanica modernissima

    Importante è il movimento. Anche i nuovi American Classic Chronograph H montano il calibro H-51, a carica manuale (come indica la lettera H del nome, che sta per Handwind). Si basa sul calibro H-31, privo però dell’automatismo di carica, che a sua volta è uno sviluppo dell’Eta Valjoux 7753 (ed è quindi “pronipote” del celeberrimo 7750). Un movimento che non solo è realizzato in esclusiva per Hamilton, ma è anche dotato di quelle caratteristiche ormai considerate indispensabili nell’ottica di una meccanica aggiornata, in linea con le esigenze attuali. Ovvero: una lunga autonomia, che qui è di 60 ore, e una buona resistenza ai campi magnetici, offerta dalla spirale in Nivachron. Quest’ultima rappresenta un vero e proprio upgrade rispetto ai modelli del passato.

    Sempre riguardo al calibro a carica manuale, voglio aggiungere una cosa. Se effettuato ogni giorno, l’intervento di ricarica contribuisce notevolmente alla costanza di marcia dell’orologio, perché permette al movimento di rimanere in un “delta” energetico ottimale, con la molla del bariletto sempre nella giusta tensione e una coppia costante. Non per niente, certi puristi dell’orologeria preferiscono di gran lunga la carica manuale e considerano il rotore un elemento in qualche modo “di perturbazione” all’interno della meccanica. Senza dimenticare l’importanza del gesto: l’azione quotidiana della ricarica crea un legame tattile, quasi intimo, con il proprio orologio. Un prendersi cura, rinnovato di continuo, che dimostra tutta la propria passione, immutabile nel tempo.

    American Classic Chronograph H: informazioni pratiche

    Concludo come sempre con le ultime, necessarie indicazioni. I tre nuovi modelli dell’American Classic Chronograph H sono già in vendita, sia nei negozi fisici dei rivenditori Hamilton sia sull’e-commerce del Marchio. Hanno tutti lo stesso prezzo: 2.295 euro, in linea con il segmento premium del catalogo. Da notare comunque che costano qualche centinaio di euro in meno rispetto ai modelli precedenti, il che è una piacevolissima sorpresa per i potenziali acquirenti. E ribadisce – se mai ce ne fosse bisogno – l’ottimo rapporto qualità/prezzo da sempre caratteristico di Hamilton.

  • Contodat Chronographe e Automatic: Eberhard & Co. reinventa la tradizione

    Contodat Chronographe e Automatic: Eberhard & Co. reinventa la tradizione

    La rilettura del proprio passato, per un’azienda di orologi, è più che lecita: è cosa buona e giusta. Soprattutto se fatta in modo intelligente: non in senso pedissequo, con semplici riedizioni che ripropongono il modello originale, ma con nuove interpretazioni che portano a ulteriori sviluppi ed evoluzioni. Come nel caso di Eberhard & Co., che quest’anno ha riportato in vita il Contodat: presentato in anteprima a Watches and Wonders Geneva, la scorsa primavera, in autunno è arrivato fisicamente dai concessionari. E in questo periodo è protagonista delle campagne social della Casa, cui facciamo riferimento nella gallery qui sopra.

    Del resto, la Maison de l’Aigle non è nuova a questo genere di operazioni. Lo ha già fatto per esempio con il Contograf o con lo Scientigraf, due grandi classici reinterpretati – in momenti diversi della storia attuale di Eberhard & Co. – con il gusto di oggi e spirito di intraprendenza. Il che significa non solo compiere un restyling estetico, necessario per riaggiornare forme e proporzioni che ai nostri giorni apparirebbero datate, ma anche creare qualcosa di inedito, eppure perfettamente coerente con i precedenti, quasi fosse una logica, fatale conseguenza. In concreto, sto pensando a esemplari come lo Scientigraf Chrono o il Contograf Dallara, che rendono bene l’idea di questo processo di rielaborazione. E sono abbastanza recenti da non aver bisogno di grandi sforzi di memoria…

    Il Contodat d’epoca…

    Ma concentriamoci sul Contodat. Il nome deriva dalla combinazione di due funzioni ben precise. Il “conto” rimanda al contatore del cronografo, alla capacità di misurare brevi intervalli di tempo. Il “dat” è l’abbreviazione di datario, che ieri come oggi appare sul quadrante. Il Contodat delle origini infatti fu uno dei primi cronografi a integrare la piccola complicazione utile, nel 1957, oltretutto a scatto rapido. Eberhard & Co. registrò il marchio Contodat nel 1955 e due anni dopo mise sul mercato un cronografo bicompax animato dal calibro 14001 a carica manuale, con ruota a colonne e datario, appunto. Commissionato alla Dépraz & Cie nel 1950, oggi è considerato uno dei movimenti cronografici più prestigiosi del secolo scorso.

    Fast forward. Dobbiamo fare un salto temporale di una ventina d’anni, però, per incontrare il diretto predecessore del Contodat di oggi. Nella seconda metà degli anni Settanta, Palmiro Monti – dal 1969 titolare e “anima” di Eberhard & Co. – timonava la Marca nelle acque agitate della crisi del quarzo. Convinto sostenitore delle tradizioni meccaniche dell’orologeria elvetica, un giorno fu informato del ritrovamento in azienda di una grossa fornitura di calibri a carica manuale, fra cui il 310-8, il movimento che negli anni Sessanta era stato montato nel Contodat. Ci pensò su, poi decise di rimettere in produzione un cronografo dalla meccanica “all’antica”. E reinventò proprio il Contodat, con un design modernissimo e vivaci tocchi di colore, arancione.

    …e quello di oggi

    Da qui deriva il nuovo Contodat Chronographe versione 2025. Realizzato in acciaio, con la cassa compatta di 39 mm di diametro, di forma tonneau e dai pulsanti a pompa, presenta sul quadrante una serie di rimandi all’originale. A cominciare proprio dalla visualizzazione delle funzioni crono – bicompax -, con la lancetta centrale dei secondi crono arancione e il contatore minuti a ore 3 che registra fino a 45 minuti, sottolineato da profili sempre arancioni. Poi la scala tachimetrica per il calcolo della velocità, su base 1000, anch’essa colorata di arancione sul primo quarto. Quindi il “famoso” datario a ore 6 inserito in una finestrella trapezoidale. Per ulteriori dettagli rimando alle didascalie.

    Il Contodat Chronographe è declinato in quattro referenze, che si distinguono per la tonalità del quadrante soleil: una blu, una verde e due argenté, in cui è inclusa la variante denominata “sport” per via degli indici arancioni. Tutt’e quattro si allacciano al polso con un bracciale integrato, a tre file, con la maglia centrale lucida e l’esclusiva fibbia 2Click®, estremamente pratica e sicura, decorata con il simbolico Scudo Eberhard. E tutt’e quattro sono equipaggiate da un movimento meccanico a carica automatica, calibro Sellita SW510 BH, che però è nascosto alla vista dal fondello pieno, in acciaio. Il quale è personalizzato dal motto latino Ubi Tu Ibi Ego, che significa “ovunque tu sarai, lì sarò io”, a sottolineare la vocazione dell’orologio essere un compagno inseparabile per chi lo indossa.

    Il Contodat Automatic

    Un’assoluta novità è infine la versione solo tempo: il Contodat Automatic. Che presenta la stessa ispirazione del cronografo, tradotta però in termini più essenziali, quasi ne sintetizzasse le caratteristiche ai minimi termini. L’impermeabilità, per esempio, è confermata di 10 atmosfere e il quadrante mantiene la stessa impronta sportiva, con lancette e indici luminescenti, ma ora esibisce un solo contatore per i piccoli secondi a ore 9, mentre il datario è trasferito a ore 3. Anche la cassa si sviluppa sugli stessi canoni – base tonneau e linee compatte – e condivide lo stesso diametro di 39 mm. Però è più sottile – 11, 3 mm contro i 13, 9 del Contodat Chronograph – dato che ospita (ovviamente) un movimento diverso, sempre a carica automatica e sempre Sellita: il calibro SW290-1.

    Molteplici, anche in questo caso, le declinazioni cromatiche, articolate in cinque modelli: blu (ma in una sfumatura più “elettrica”, meno profonda, rispetto al blu del cronografo), verde, grigio e nero in monocromia, cioè con il contatore nella stessa tonalità dello sfondo; e una particolare versione argenté con il contatore blu (sempre nello stesso blu brillante di cui sopra). Tutti gli esemplari concentrano i dettagli arancioni nel contatore dei piccoli secondi, in particolare nella lancetta e nel numero 60. Identici al Contodat Chronograph sono poi il fondello “pieno” e il bracciale a tre file, dalle finiture – anche qui – curatissime: i link centrali e gli smussi esterni lucidi, le maglie laterali spazzolate in verticale. Lavorazioni che ritornano anche nella cassa.

    Conclusioni

    Mancano, a questo punto, solo i prezzi al pubblico. Il Contodat Chronograph costa 3.980 euro, l’Automatic 2.860 euro. Entrambi in linea con la politica di prezzi accessibili perseguita ormai da tempo da Eberhard & Co., in grado di offrire dei buoni prodotti, per stile e personalità, senza svuotare il protafoglio. In questo caso penso sia vincente l’abbinata “vintage ma originale”, cioè la capacità di recuperare il gusto dell’epoca e insieme di renderlo contemporaneo, di reinterpretarlo per restituire qualcosa di completamente nuovo. E non è poco.

  • Diving Heritage Collection, i quadranti “virati” di Unimatic

    Diving Heritage Collection, i quadranti “virati” di Unimatic

    Sono tutti uguali: ecco la critica rivolta più di frequente agli orologi subacquei. Vera almeno in parte, perché tante marche, per adeguarsi alle norme ISO 6425/NIHS 92-11, scelgono le stesse soluzioni tecniche, senza preoccuparsi di personalizzare dettagli o componenti. Un discorso che sicuramente non vale per gli esemplari da immersione di Unimatic, in generale. E in particolare per i nuovi Diving Heritage, che mantengono inalterata l’identità del Brand, forte e chiara: la cui filosofia di design si focalizza sì sulla funzionalità, ma con cifre stilistiche uniche e ben riconoscibili.

    La collezione Diving Heritage

    Unimatic definisce la collezione Diving Heritage “un moderno omaggio alla tradizione intramontabile degli orologi subacquei classici”, dato che non si discosta dai canoni estetici codificati negli ultimi 70 anni, ma li interpreta appunto a modo proprio. E intende anche “catturare la patina unica creata dal tempo e dall’esposizione” all’acqua salata, alla luce e agli agenti atmosferici. Ogni modello quindi riprende “il carattere dei quadranti scuri vintage, naturalmente invecchiati da sole, sale e umidità”. O forse sarebbe meglio dire che si distingue per il quadrante virato nelle cromie del nero, del blu e del marrone, definite dal Marchio matte black, vintage navy e tropical brown.

    Tre le versioni in collezione: automatico solo tempo, automatico con funzione Gmt e cronografo con movimento meca-quartz. Ciascuna appunto è declinata nelle diverse tonalità, con il quadrante coordinato al cinturino, a creare un’armoniosa monocromia. Quindi nove referenze in totale, ciascuna realizzata in edizione limitata di 300 esemplari. Partiamo quindi dall’allestimento “di base”, solo tempo: dal subacqueo “in purezza” – concedetemi una metafora enologica – più in linea con il momento dell’anno. Per saperne di più sugli altri modelli, vi invitiamo a visitare il sito ufficiale di Unimatic.

    Il Diving Heritage Modello Uno

    La cassa di 41,5 mm di diametro in acciaio 316L rispecchia la forma tonneau tipicamente Unimatic, tosta e massiccia per resistere fino a una pressione di 30 bar. Le finiture sono spartane, come ci si aspetta da un tool watch, anche se tutte le superfici sono spazzolate per evitare fastidiosi riflessi. La lunetta girevole unidirezionale è uno dei segni distintivi del Brand, con l’inserto in alluminio nero sottolineato da due evidenti profili in acciaio (quello esterno è zigrinato, per permetterne un uso agevole anche con le mani bagnate o i guanti della muta). La corona è circondata da spallette di protezione prominenti, per scongiurare qualsiasi manomissione accidentale. La corona e il fondello sono ovviamente a vite, e quest’ultimo è decorato da un’incisione che ritrae oggetti d’uso comune in mare: una maschera e una pinna da sub, un remo e un fucile con fiocina.

    L’elemento più emblematico è comunque il quadrante, opaco in tutte le versioni. Essenziale e minimal, offre un’ottima leggibilità, tra gli indici (a bicchierino, a bastone orizzontale e a triangolo al 12) e le lancette a matita, mentre quella centrale dei secondi è di tipo lollipop ribaltato (cioè con il “lecca-lecca” sul contrappeso e non in punta). Il tutto reso ancora più evidente da un’abbondante quantità di Super-LumiNova color crema: che accentua l’aspetto vintage, ma al buio si trasforma in verde brillante per garantire massima visibilità. Infine il cinturino in Tpu (poliuretano termoplastico): morbido e flessibile, ma resistente ai graffi e alla corrosione. Devo sottolineare che le caratteristiche elencate fin qui si ritrovano anche negli omologhi Gmt e Cronografo. Quindi eviterò di ripeterle, quando descriverò gli altri due modelli.

    Specifica e non riscontrabile altrove in collezione è invece la meccanica. Il Diving Heritage Modello Uno “solo tempo” monta “un classico” di produzione giapponese, il celeberrimo calibro automatico NH35A. Il pezzo forte di Seiko noto per la robustezza, l’affidabilità e la facilità di manutenzione. Per rendere l’idea, qualcuno lo ha definito un “cavallo di battaglia” del produttore nipponico, altri un “muletto”: il concetto credo sia chiaro. Ma non mitizziamolo, si tratta di un movimento economico e dalle prestazioni basic: l’autonomia, per esempio, è limitata a 41 ore. Un po’ pochine, oggi, ma da un entry level non ci si può aspettare chissà che, sebbene non sia di vecchia concezione. È stato lanciato infatti nel non lontano 2011-2012.

    Il Modello Uno Gmt e il Modello Tre

    Passiamo quindi agli altri due esemplari. Il Diving Heritage Modello Uno Gmt è chiaramente dedicato ai grandi viaggiatori che amano fare immersioni nei mari lontani. O a quanti hanno a che fare di frequente con i fusi orari: per esempio chi lavora abitualmente con l’estero o si vuole tenere in contatto con un proprio caro che vive magari agli antipodi. Come di consueto l’orologio visualizza un secondo fuso orario tramite l’apposita lancetta centrale a freccia che rileva le 24 ore poste sulla lunetta. In questo caso il movimento automatico è un Seiko NH34A, basato sempre sull’NH35A cui però è stato aggiunto il modulo della complicazione. Quindi presenta le stesse caratteristiche tecniche del precedente, come la carica automatica e l’autonomia di 41 ore.

    Infine c’è Diving Heritage Modello Tre, un cronografo che per coerenza con l’essenzialità Unimatic riporta un unico totalizzatore – quello dei 60 minuti – a ore 9. Quindi è utile esclusivamente per la misurazione di tempi brevi, fino a un’ora. Geniale, a mio parere, la soluzione di adottare un movimento elettro-meccanico, sempre un Seiko ma calibro VK64A. Meca-quartz – come lo chiama il Brand – significa che utilizza un movimento al quarzo come base e un modulo cronografico meccanico. In questo modo supplisce innanzitutto alla perdita di costanza di marcia che possono avere i cronografi meccanici tout-court, soprattutto quando li si attiva. E contemporaneamente permette alla lancetta dei centrale dei secondi crono di muoversi al ritmo del 5° di secondo, che agli occhi dell’osservatore appare come un moto fluido e continuo.

    Epilogo

    E siamo alla fine del discorso. Mancano ancora i prezzi, accessibili pressoché a tutte le tasche come vuole la filosofia del Marchio. Il Diving Heritage “solo tempo” costa 650 euro (più Iva). Stessa cifra per il cronografo, mentre il Gmt costa qualcosa in più: 750 euro (sempre tasse escluse). Il che è una bella sorpresa per quegli appassionati che hanno una certa disponibilità di spesa e si possono permettere l’acquisto di tutte le versioni. La collezione Diving Heritage diventa allora un’occasione imperdibile per arricchire la propria collezione con tre subacquei sui generis, dalla spiccata personalità.

  • Chronographe 1970’s, la coerenza (storica) di Vulcain

    Chronographe 1970’s, la coerenza (storica) di Vulcain

    1+1 = 3. La formula simbolica – tanto citata negli ultimi tempi, nella sua inesattezza – sembra fatta apposta per spiegare il concetto del neo-vintage, una delle tendenze più affermate nell’orologeria di oggi (e il cui successo non accenna a diminuire). Un fenomeno che mira a recuperare elementi di epoche ormai lontane e a fonderli con quelli moderni, per ottenere un risultato che supera la loro semplice somma aritmetica. È il caso per esempio della nuova collezione Chronographe 1970’s, che Vulcain è in procinto di lanciare. Derivata, come si evince dal nome, direttamente da un esemplare di cinquant’anni fa.

    Del resto – come abbiamo scritto più volte sul Giornale degli Orologi – guardare indietro, appellarsi alle proprie radici e ripescare parte del proprio patrimonio non è affatto sbagliato. E non sta neppure a indicare mancanza di creatività o carenza di idee. Al contrario: inquadrare il presente all’interno del passato risponde a un desiderio di stabilità, sicurezza e affidabilità, tanto più urgente e necessario quanto più i tempi sono incerti. E, visto in prospettiva, permette di trovare un equilibrio per un futuro migliore, basato sulla consapevolezza di sé, sul proprio valore e sulle proprie qualità.

    Design d’antan

    In quest’ottica va visto appunto il Vulcain Chronographe 1970’s. Che, secondo quanto dichiara la stessa Casa di Le Locle, è stato “ritrovato” negli archivi da Guillome Laidet, consulente preposto allo sviluppo di nuovi prodotti (già autore fra l’altro della rinascita di Nivada Grenchen ed Excelsior Park). Mentre sfogliava i vecchi cataloghi della Marca, il giovane project manager s’imbatte in quel cronografo bicompax, con la cassa “a gradini” dai pulsanti a pompa e con il quadrante blu dai contatori argenté, a contrasto. Ne resta quasi folgorato, colpito da quello stile sportivo diventato ormai classico. Decisamente attuale.

    Ma il nuovo Vulcain Chronographe 1970’s non rimane fedele all’originale solo nel design e nei colori. Ne riprende anche il diametro: 38 mm. Un formato all’epoca considerato grande, ma ora semplicemente ideale, in linea con le esigenze “a misura di polso” dei nostri giorni. In più, il quadrante acquista anche altre declinazioni cromatiche: Panda (argenté con contatori neri) e Reverse Panda (nero con contatori bianchi), oppure interamente in tonalità salmone. Versioni comunque coerenti con l’estetica anni Settanta, che implicano una grande cura nello studio della collezione.

    Meccanica moderna

    L’aspetto rétro tuttavia nasconde una meccanica di nuova concezione, seppure a carica manuale come l’esemplare originario. Il Chronographe 1970’s infatti è equipaggiato da un calibro SW510 M BH realizzato da Sellita (a sua volta sviluppato a partire dall’SW510-1: una valida alternativa all’Eta Valjoux 7750). Un movimento cronografico dalla costruzione integrata, governato da uno smistamento a camme, che ha il merito di avere un costo inferiore rispetto a una più sofisticata ruota a colonne. E permette quindi di tenere i prezzi calmierati.

    Altre caratteristiche: le 28.800 alternanze orarie di frequenza del bilanciere e soprattutto l’apprezzabile autonomia di 63 ore. Utile non solo per chi indossa l’orologio, ma anche in funzione della costanza di marcia – che talvolta (e per assurdo) nei cronografi lascia a desiderare proprio quando si attivano le funzioni crono. Lodevole, a mio parere, anche la scelta dell’allestimento privo di datario, limitato solo all’indicazione dei 30 minuti crono e dei secondi continui. Così come quella di adottare un fondello “pieno”, che cela il movimento: non perché la meccanica non meriti di essere mostrata (siamo ormai abituati alle finiture industriali), quanto per rispetto alle consuetudini di quel periodo.

    Conclusioni sul Vulcain Chronographe 1970’s

    Un’ultima informazione riguarda il cinturino. In diversi colori (nero, grigio marrone), in pelle liscia, tropic o stampa alligatore (comunque è disponibile anche in vera pelle di alligatore), è dotato di un pratico sistema di intercambiabilità e di fibbia ad ardiglione. Per concludere, il prezzo al pubblico: 2.500 euro per tutte le versioni, persino quella con il quadrante color salmone, l’unica in edizione limitata di 50 esemplari. Un posizionamento strategico che lo rende appetibile a un’ampia fetta di pubblico, considerato anche “il percepito” nettamente superiore. 1+1 = 3, appunto.

  • Locman 1960, stile rétro ma dalla grafica nuova

    Locman 1960, stile rétro ma dalla grafica nuova

    Gli anni ’60 del Boom economico sono circondati da un’alone di magia positiva, rappresentata dal sorriso stereotipato delle réclame per la nuova automobile o per la gustosa crema spalmabile alla nocciola. Perché in quegli anni ogni entusiasmo era lecito, spontaneo e alla portata di tutti. Diventare imprenditore, laurearsi in medicina, far carriera nel cinema, inventarsi un lavoro nel campo della neonata industria pubblicitaria o come mannequin negli atelier di moda… Erano tutti sogni accessibili nel 1960, ma impensabili fino a dieci anni prima, a causa dei postumi dei conflitti mondiali e delle barriere sociali ed economiche.

    Quell’atmosfera euforica, incarnata anche dal fenomeno Cinecittà con la Dolce Vita romana che vi ruotava intorno, torna a scandire le ore italiane (e non solo) con il Locman 1960. Ovvero una delle più riuscite rivisitazioni, in orologeria, di quell’epoca e della sua estetica, realizzata dall’azienda con sede a Marina di Campo, Isola d’Elba. Del resto anche l’Italia ha avuto i suoi Mad Men, le sue super-modelle, le attrici emergenti, i concorsi di bellezza, per non parlare dei geni del design che facevano scuola nel mondo: se c’è una decade in cui l’aggettivo “nuovo “ ha avuto un senso, è sicuramente quella dei Sixties.

    Perciò può suonare strano che quello spirito innovativo oggi sia considerato la quintessenza del vintage; soprattutto nella formula neo-vintage che recupera il lato più modaiolo ed elegante di quel mood. Ma il Locman 1960 storicizza lo stile nato ai tempi del Boom con tutto il suo bagaglio di riferimenti agli iconici esemplari svizzeri (da Vacheron Constantin a Piaget); e li rivisita in chiave più italiana, semplice e prêt-à-porter, ad un prezzo decisamente accessibile. Oltretutto con grande attenzione per il pubblico femminile. Proprio in quegli anni, infatti, le donne scoprivano il fascino dell’orologio da polso come accessorio “emancipato”. Cioè al netto dei contenuti gioiello che lo avevano precedentemente traghettato nell’universo muliebre, tradizionalmente poco interessato all’aspetto tecnologico a favore di quello decorativo.

    Ecco allora comparire ai polsi delle signore gli orologi ultrapiatti e minimali, un tempo presidio maschile e oggi cuore della collezione Locman 1960. La ricerca di un design funzionale, mirato a rendere più belli gli oggetti del quotidiano, è in fondo la vera chiave del Made in Italy, reso ancora più convincente dal prezzo democratico e dalla potenziale universalità del suo messaggio. Il Locman 1960 Lady, la cui uscita segue di poco i primi modelli maschili, incontra quindi un immediato gradimento. I suoi punti di forza? Il diametro ridotto a 32 mm e la cassa piatta in acciaio lucido o Pvd golden rose, che accoglie un movimento al quarzo Swiss made. A farne la fortuna anche l’ampia scelta di cinturini in pelle, in colori tendenza, o in alternativa il bracciale in finissima maglia Milano. Neo-vintage, appunto.

    Ma il percorso del Locman 1960, iniziato nel 2105, prosegue tuttora: quest’anno la collezione si arricchisce di una grafica nuova. Sul quadrante smaltato bianco o brown, per la prima volta fa capolino la minuteria puntiforme, ritmata dall’alternanza fra i numeri arabi e gli indici; dettaglio reso più chic dalla finitura oro rosa, presente anche sulle sottili lancette a gladio. In contrasto con la cassa in acciaio, il tocco prezioso è un ulteriore riferimento all’estetica d’antan. Ma è interpretato con sensibilità contemporanea, perché si ritrova sia in taglia large (41 mm di diametro) sia small (32 mm.). Così il Locman 1960 rende trasversale il proprio design e va oltre le barriere di genere.