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  • Ref. 4946G-001 e 4947/1A-001: Patek Philippe indossa il jeans

    Ref. 4946G-001 e 4947/1A-001: Patek Philippe indossa il jeans

    Un jeans e una maglietta. Non è solo il titolo di un musicarello anni ’80 in salsa partenopea con l’ineffabile Nino D’Angelo, ma è anche una delle tenute più casual che si possono indossare. Proprio con un jeans e una maglietta starebbero bene al polso i Patek Philippe 4946G-001 e 4947/1A-001, due tra i calendari annuali più sportivi della Maison ginevrina. Hanno un quadrante blu con una trama “shantung” – una satinatura verticale e una orizzontale che si incrociano a 90 gradi – che ricorda quella di un jeans e dà all’orologio un tocco fresco e disinvolto.

    Lo so, l’ho presa forse un po’ alla lontana, ma il periodo estivo e le mise disimpegnate rendono questo il momento ideale per parlare dei due orologi, che sono una sorta di “separati alla nascita”. Sostanzialmente identici nell’estetica e nella meccanica, il 4946G-001 è stato presentato quest’anno a Watches and Wonders Geneva, mentre il 4947/1A-001 risale al 2021.

    La cassa delle Ref. 4946G-001 e 4947/1A-001

    Parto dalla cassa. Sono 38 mm di solido oro bianco nel 4946G-001 e di acciaio nel 4947/1A-001, per uno spessore tutto sommato contenuto per un calendario annuale: 11 mm circa. La cassa è completamente lucida, un incubo per gli ossessivo-compulsivi come me che non amano le ditate, ma una prova di eccellenza per gli artigiani di Patek Philippe. Le proporzioni e la forma sono le classiche Calatrava, il che significa purezza delle linee e pulizia. Vanno in questa direzione i quattro pulsanti correttori integrati nella carrure, in modo che solo la corona con la croce di Calatrava interrompa l’armonia dei contorni.

    Cassa Calatrava significa anse non particolarmente lunghe e leggermente curvate, a facilitare l’indossabilità dell’orologio, che nel caso del 4946G-001 e del 4947/1A-001 è un requisito fondamentale, data la natura casual. 

    Il quadrante delle Ref. 4946G-001 e 4947/1A-001

    Il punto di forza di entrambi gli orologi, al di là della meccanica, è sicuramente il quadrante. In Patek Philippe lo chiamano shantung dial, perché ricorda la trama dell’omonimo tessuto di seta tipico delle culture orientali. Il colore blu scelto per queste due referenze lo avvicina indiscutibilmente al jeans.

    Il quadrante shantung di Patek Philippe è realizzato attraverso un preciso processo di satinatura verticale e orizzontale, studiato per riprodurre l’aspetto testurizzato e intrecciato della seta grezza. La base del quadrante (solitamente in ottone o in oro) è sottoposta a un processo che prevede da 50 a 110 fasi distinte, caratterizzate da finiture microstriate eseguite da artigiani altamente specializzati. Utilizzano abrasivi fini e spazzole particolari per levigare il quadrante. Attraverso movimenti di spazzolatura verticali e orizzontali, creano il motivo irregolare, striato e finemente intrecciato. 

    Il metallo striato è colorato tramite galvanizzazione o rivestito con strati di vernice. Tra i colori più diffusi per i quadranti in shantung figurano il marrone (come nella Ref. 4946R-001), il bianco-grigio e, appunto il blu. I numeri e gli indici sono applicati con cura, mentre il testo viene trasferito litograficamente utilizzando tamponi in silicone, secondo la tecnica denominata décalque.

    Look moderno, layout classico

    Se la texture rende il 4946G-001 e il 4947/1A-001 giovani e attuali, il layout del quadrante è esattamente ciò che ci si aspetta da un calendario annuale di Patek Philippe. Intanto, giusto per ricordare, a differenza di altri tipi di calendari come il perpetuo o il settimanale, l’annuale indica mese, giorno del mese e giorno della settimana. A queste informazioni, Patek Philippe aggiunge nelle Ref. 4946G-001 e 4947/1A-001 l’indicazione delle fasi lunari.

    La disposizione dei contatori è classica: a ore 10 i giorni della settimana, a ore 2 i mesi, a ore 12 la finestrella del datario, con il disco data bianco, sovrastata dalla finestra delle fasi lunari. I numeri arabi sono in oro bianco, applicati, sia nella referenza con cassa in oro bianco sia in quella in acciaio, così come le lancette a foglia. Un generosa rivestimento di materiale luminescente garantisce la leggibilità al buio.

    Come ho scritto all’inizio, la meccanica dei due orologi è la stessa: il calibro automatico 26-330 S QA LU. Come sa chi apprezza Patek Philippe, QA sta per quantième annuel, ossia calendario annuale, LU indica le fasi lunari. Per i dettagli tecnici rimando alle didascalie, così come per alcune finezze che riguardano l’estetica del quadrante.

    Prezzi e conclusioni

    Se dunque le Ref. 4946G-001 e 4947/1A-001 sono sostanzialmente identiche, oltre al materiale della cassa che cosa le differenzia? Il fatto che nella 4947/1A-001 del 2021, la cassa in acciaio fa il paio con il bracciale integrato a cinque file nello stesso materiale, con fibbia a farfalla brevettata. Nella nuova 4946G-001, il bracciale è sostituito da un bel cinturino in pelle di vitello il cui colore e la cui texture richiamano quelle del quadrante e danno all’orologio un aspetto ancora più sbarazzino. Aiutato da una fibbia ad ardiglione (grazie, Patek!) in oro bianco.

    I prezzi? 58.093 euro per la versione in oro bianco, 55.004 euro per quella in acciaio. Personalmente, per 3.000 euro di differenza opterei per la referenza in oro bianco. Per quanto può valere il mio punto di vista…

    In sostanza, quindi, la Ref. 4946G-001 e la meno recente 4947/1A-001 dimostrano come Patek Philippe abbia trovato un buon equilibrio nelle collezioni tra calendari “semplici” e perpetui, fin dalla introduzione del calendario annuale nel 1996. Se questa complicazione, che richiede una sola correzione all’anno a fine febbraio, è stata da allora proposta in diverse versioni – dalla classica 5146 alla più moderna 5205 -, la referenza 4946G-001, ancor più della 4947/1A-001, si afferma come un’interpretazione equilibrata e contemporanea.

    Non dimentichiamo che Patek Philippe ha esplorato texture sia blu sia ispirate al denim in diverse collezioni, dai Nautilus agli Aquanaut, fino a recenti esempi di World Time. La Ref. 4946G-001 segue con eleganza la stessa direzione e aggiunge alle collezioni della Manifattura un complicato dal carattere disinvolto, in sintonia con i gusti di oggi. Per una Maison spesso considerata conservatrice, non è cosa da poco.

  • Il blu secondo Patek. La tecnica (artistica) dei quadranti

    Il blu secondo Patek. La tecnica (artistica) dei quadranti

    I produttori tradizionali d’orologi non hanno mai amato molto i quadranti colorati. Bianco (con variazioni limitate che a malapena si spingevano al crema pallida), nero (un azzardo relegato ai modelli da sera e – all’estremo opposto – a quelli sportivi) e chiuso il discorso. Con una sola eccezione: i “quadranti d’arte”, quelli in cui i colori erano asserviti a tecniche ed espressioni artistiche. Per intenderci, dagli smalti fino ad arrivare agli intarsi in essenze di legno. Per il resto, anche un colore serissimo come il blu era bollato come “moda” e in quanto tale perversione da eliminare con una treccia d’aglio. Ma non puoi opporti all’evoluzione del gusto e Patek Philippe, come del resto altri marchi tradizionali, lo sa bene. Patek, alla fine, ha ceduto al colore. Il blu, tanto per cominciare. Ma ha ceduto dettando le proprie condizioni. Il blu secondo Patek, appunto. Non una resa, ma un rilancio.

    Un poco di storia

    Patek Philippe ha avuto un momento di grande difficoltà subito dopo la crisi economica del 1929, la Grande Depressione. A titolo di curiosità, il primo ad offrirsi di comprare il marchio fu Jacques-David LeCoultre, che forniva alcuni movimenti a Patek. Ma la soluzione comportava condizioni considerate inaccettabili. Si fecero quindi avanti Charles e Jean Stern, da parecchio tempo fornitori di quadranti di eccezionale qualità. I due fratelli procedettero ad un graduale acquisto delle quote, dimostrando non solo di saper rispettare la già grande fama del marchio, ma anche di rilanciare. Consapevoli di sapere tutto sui quadranti, ma poco sulla meccanica, assunsero come Direttore tecnico Jean Pfister, proveniente dalla Tavannes, e lo incaricarono di costruire l’indipendenza di Patek Philippe da fornitori esterni. Nacque così, nel 1934, il Ref. 96, il Calatrava. Ancor oggi in catalogo come Ref. 5196.

    Le redini di Patek Philippe passarono poi (1958) nelle mani di Henri Stern, figlio di Charles. Nel 1977 gli subentra Philippe Stern che nel 2009 lascia la direzione al figlio Thierry. Nessuno di loro (Io ho avuto la fortuna di conoscere tre generazioni di Stern) ha mai dimenticato la propria origine di fabbricante di quadranti. Attività che, anzi, nel tempo hanno rilanciato. Fino al blu secondo Patek Philippe. Definizione che non si limita ad una tonalità di colore, ma ad un concetto più complesso.

    Il blu secondo Patek Philippe

    Dicevo che non è questione di tonalità, anche se il blu di Patek Philippe è particolare. Potrei definirlo una versione luminosa del ”blu navy”, ma quando si parla di colori il miglior giudice è sempre il proprio occhio. Bisogna andare a vedere di persona. Quando è uscito il Nautilus con quadrante verde (sì, quello che un’abile e fortunata operazione speculativa ha portato a quotazioni monstre in asta), le foto mi restituivano una tonalità un po’ troppo vivace per la tradizione Patek. E infatti poi, nella conoscenza diretta, il verde si è rivelato di una tonalità realmente unica ed accettabile anche per il tradizionalista più intransigente. Bene: questa tonalità è diretta discendente degli studi fatti da Patek Philippe con il blu.

    Ma come dicevo ora non è una questione di tonalità. È piuttosto una dimostrazione di senso artistico. Di fatto i quadranti blu di Patek Philippe hanno sempre una serie di particolarità derivanti da tecniche molto raffinate. Ho scelto per questo tre degli esempi più attuali, tre esempi del blu secondo Patek Philippe, secondo il senso artistico di Patek Philippe.

    Il blu artistico di Patek Philippe

    Il primo esempio è il Calendario Annuale Ref. 4947 con cassa in acciaio. La tonalità del quadrante è definita da Patek come “blu notte”, ma a voler essere pignoli sarebbe meglio parlare di “blu mezz’ora dopo il tramonto”. Qui ciò che colpisce è la finitura. Ricorda quella di un tessuto prezioso, la seta shantung, ma non è ottenuta con un semplice pattern stampato. Tutt’altro: è una finitura fatta a mano. Benché questo particolare non sia menzionato da Patek, lo deduco dal fatto che ho avuto occasione di vedere due esemplari uno accanto all’altro. E le righe non coincidevano. O sono realizzati uno per uno, questi quadranti, oppure in serie così piccole che due esemplari prodotti nello stesso periodo hanno quadranti diversi.

    Secondo esempio. Sempre più difficile. Il Calatrava Ref. 4997 con quadrante inciso e laccato. Cassa da 35 mm in oro bianco con 79 diamanti taglio brillante per un peso complessivo di oltre mezzo carato. Il quadrante viene prima lavorato a guilloché (incisione) per ottenere una raggiera di onde che dal centro si aprono fino a coincidere perfettamente con gli indici. Dopodiché su questo quadrante vengono stesi strati successivi di lacca trasparente blu. Ciascuno strato deve asciugarsi prima di quello successivo, rendendo quindi critica (e inaccettabile) la presenza della benché minima particella di polvere. In una fase successiva si aggiunge polvere di metallo bianco (immagino sia oro, ma poco conta) per formare gli indici, poi fissati da altri strati di lacca trasparente. Una lavorazione lunga e preziosa perché difficile. Anche in questo caso la tonalità del colore è definita “blu notte”.

    Terzo esempio. WOWOWOW! È il Ripetizione minuti Ref. 7040/250G per signora con cassa in oro bianco da 36 millimetri di diametro e movimento meccanico a carica automatica. In questo caso si parte da una lastra d’oro incisa a mano tramite un pantografo per ottenere l’effetto di un vortice che nasce dal centro del quadrante. La lastra è poi ricoperta di polvere di smalto e cotta in forno secondo una tecnica detta “flinqué” (ne abbiamo parlato qui). Come, mi dirai, Patek non fa una smaltatura Grand Feu su un orologio così prezioso? No, ti rispondo, perché non è possibile. Con le temperature Grand Feu il quadrante inciso si accartoccerebbe in maniera disastrosa. Gli indici, infine, sono in oro, stampati (decalcati è il termine tecnico). Degno quadrante di un orologio eccezionale anche per l’incredibile capacità di miniaturizzazione.

    Il collezionista che non lo capisce è scemo. Vorrei che almeno una parte dei collezionisti scegliesse in base ai movimenti e alle tecniche come quelle necessarie per produrre certi quadranti. Non in base al livello d’invidia che un orologio crea in chi non ce l’ha.

    Oltre il blu, l’arte

    Spero – certo – che tu abbia gradito questo articolo. Ma spero soprattutto che tu abbia goduto le foto. Ingrandimenti sparati al massimo possibile. Proprio per dimostrare che tecnica ed estetica vanno a braccetto, nei grandi marchi come Patek Philippe. Il blu secondo Patek Philippe non è solo la pur meritoria ricerca di una tonalità “giusta”, ma anche la dimostrazione di saper elevare la tecnica a forma d’arte.

    Ricordo, molti anni fa, polemiche infinite perché alcuni clienti avevano preteso ed ottenuto che la Ferrari consegnasse loro vetture verniciate di giallo. Uno scandalo. Oggi nessuno ci fa più caso. Perché quel che conta è che una Ferrari sia una Ferrari. Indipendentemente da qualche chilo di vernice. Patek Philippe, soprattutto al netto dei fenomeni speculativi, continua ad essere Patek Philippe e i dettagli che abbiamo portato in primo piano dimostrano che Patek non si smentisce nemmeno nel suo modo di concepire i quadranti. Il senso del “blu secondo Patek Philippe” è questo, in definitiva.