Giornale Degli Orologi
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Tag: Smalti

  • “Alto Artigianato 2025”: in mostra, i mestieri rari di Patek Philippe

    “Alto Artigianato 2025”: in mostra, i mestieri rari di Patek Philippe

    Quasi un metro di filo d’oro lavorato a mano per disegnare un pappagallo posato sul ramo di un pino. E 20 colori di smalti traslucidi, opachi e opalescenti per dare le tinte della vita vera al disegno che esalta una delle innumerevoli bellezze della natura. Tutto questo sul quadrante di dieci orologi Patek Philippe, lavorato in smalto cloisonné e impreziosito dalla pittura miniata su smalto. L’edizione limitata del Golden Ellipse Ref. 5738/50J-011 “Cacatoès à huppe jaune” (Cacatua crestagialla) è tra le punte di diamante della mostra Alto Artigianato 2025, inaugurata sabato 5 e aperta fino a sabato 26 aprile nei Salons Patek Philippe a Ginevra.

    Qualcosa di simile all’exploit del 2024, che con 82 esemplari aveva battuto tutte le edizioni precedenti. La mostra di quest’anno propone infatti 78 opere di maestria artigiana: 23 pendolette e mini-pendolette Dôme, una pendoletta da tavolo, 10 orologi da tasca e 44 orologi da polso Calatrava e Golden Ellipse. Una vera e propria esplosione di creatività, in cui i maestri della Manifattura hanno dato libero sfogo a tutta la loro inventiva, nelle tecniche quanto nei motivi decorativi.

    Métiers d’art, di ieri e di oggi

    Se vi trovate sul Lago Lemano, allungatevi fino al flagship store di Patek Philippe (emblematicamente definito Salon), al 41 di rue du Rhône. Avrete la possibilità non solo di vedere capolavori ineguagliabili, ma anche di scoprire antichi e rari mestieri d’arte, così come tecniche innovative che si nutrono di abilità tramandate di generazione in generazione. La mostra Alto Artigianato, ormai da tradizione, è infatti la prova esplicita del savoir-faire della Manifattura nei cosiddetti “mestieri d’arte”: come le tante versioni di smalto – Grand Feu, cloisonné, champlevé, paillonné, pittura miniata, grisaglia, flinqué –, l’incisione a mano, il guillochage, l’incastonatura.

    Da qualche tempo, inoltre, l’annuale mostra organizzata da Patek Philippe celebra anche diverse tecniche innovative in orologeria. Per esempio gli smalti di Longwy su porcellana e il micro-intarsio in legno, che quest’anno fa la sua prima comparsa su una pendoletta Dôme. Un modo quanto mai accattivante per rendere omaggio a cinque secoli di “tradizione di innovazione”, confermando l’impegno nella conoscenza e diffusione di queste raffinatissime tecniche. I visitatori più fortunati, fra l’altro, durante la visita potranno assistere alle dimostrazioni degli artigiani incisori e smaltatori.

    Nelle teche di Alto Artigianato 2025

    A proposito del percorso di visita, il suggestivo allestimento è suddiviso in tre aree, per dare risalto alla pluralità di motivi decorativi che traggono ispirazione dalla natura come dalle conquiste e dalle passioni umane. Le costellazioni legate ai segni dello zodiaco le prime protagoniste. Sono raffigurate sui quadranti in smalto grisaglia al blanc de Limoges, smalto cloisonné e smalto paillonné dei dodici Calatrava con lunette guilloché “Clous de Paris”, esposti nello spazio centrale del Salon.

    Nel salone che si affaccia sul lago sono invece raggruppati gli orologi che celebrano le bellezze della natura: flora, fauna, Provenza, Amazzonia… Compreso il Golden Ellipse Ref. 5738/50J-011 “Cacatoès à huppe jaune”, appunto. Per intuire le difficoltà di esecuzione basti pensare che ogni quadrante ha richiesto, in media, 15 passaggi in forno a temperature di oltre 800°C. Senza dimenticare che questo esemplare ospita il celebre calibro 240 ultrapiatto, e ha una cassa ellittica in oro giallo, le cui proporzioni armoniose sono ispirate all’antica Sezione Aurea – secondo i dettami della collezione.

    Alle grandi leggende legate ai traguardi dell’uomo è infine dedicato il salone sul lato di rue du Rhône. Pittura, musica, letteratura, architettura, sport, vigneti, imbarcazioni tradizionali del lago di Ginevra sono i temi di questa sezione. Il clou è probabilmente la pendoletta Dôme Ref. 20191M-001 “Ski d’autrefois” (Lo sci di una volta): un pezzo unico in smalto cloisonné, impreziosito dalla pittura miniata su smalto. Un orologio che rende omaggio all’arte grafica svizzera: ispirato ai manifesti delle stazioni sciistiche del periodo d’oro del turismo alpino, è illustrato con una tavolozza di 45 smalti diversi.

    Informazioni pratiche

    Insomma, l’avete capito: ce n’è per tutti i gusti e tutte le passioni. Anche stavolta, come ogni anno, l’esposizione organizzata da Patek Philippe è un’occasione unica per riscoprire i mestieri rari coltivati e perpetuati dalla Manifattura, nutrendosi lo sguardo di bellezza.
    La mostra Alto Artigianato 2025 resta aperta al pubblico tutti i giorni (tranne la domenica), dalle ore 11 alle ore 18 (ultimo ingresso alle 17). L’ingresso è libero, previa prenotazione. I visitatori sono invitati a iscriversi online sul sito ufficiale della Maison.

  • J12 “Dripping Art”: il cofanetto Chanel fra make-up e mestieri rari

    J12 “Dripping Art”: il cofanetto Chanel fra make-up e mestieri rari

    Quella dell’anno scorso si chiamava Couture O’Clock. La precedente, Chanel Interstellar. Invece la capsule collection presentata in questi giorni a Watches and Wonders Geneva dalla Casa della Doppia C s’intitola Blush. Un nome sintetico ma rivelatore, perché rimanda immediatamente al mondo del beauty. Per i meno esperti di trucchi e belletti, il blush – detto fard, in passato – è il cosmetico che si applica su gote e zigomi per avere un aspetto sano e radioso (bonne mine, lo definiscono). Lanciata ora in anteprima, la Collection Capsule Horlogerie Chanel Blush uscirà in settembre e sarà composta da tanti esemplari delle diverse linee di orologi Chanel. Qui mi concentro su un modello solo, il J12: o meglio cinque J12, tante sono le referenze racchiuse nel cofanetto J12 “Dripping Art“. Un box a sua volta replicato in cinque pezzi, che – c’è da scommetterci – i collezionisti si aggiudicheranno in tempi record.

    La Bellezza secondo Chanel

    A quanti non colgono il nesso fra l’orologeria, la beauté, l’arte e Chanel, cerco di chiarire le idee. Mademoiselle Coco è stata un’antesignana del concetto di lifestyle applicato alla moda. Già negli anni Venti esordisce con le linee di accessori Chanel, cui dedica una boutique nel ’29. Nel 1932 crea la prima collezione di alta gioielleria, nel ’34 inaugura l’atelier dei bijoux… E in parallelo estende l’attività anche nella sfera della cosmesi.

    Nel 1921 lancia il mitico N° 5, una fragranza rivoluzionaria sviluppata con Ernst Beaux e composta da 83 componenti, tuttora il profumo più famoso al mondo. Seguito, negli anni successivi, da altre essenze: Gardenia, Bois des Iles, Cuir de Russie… Intanto, nel 1924, istituisce la Societé des Parfums Chanel per mettere in commercio non solo i profumi, ma anche i prodotti di bellezza, che esprimono la sua personale concezione di cura del viso e del maquillage.

    In primis il rossetto, prodotto nello stabilimento di Pantin. (“Se siete tristi, se avete un problema d’amore, truccatevi, mettetevi il rossetto rosso e andate all’attacco…”: è una sua celebre esortazione rivolta alle donne). Lei stessa se ne faceva preparare uno per uso personale, color vermiglio intenso (si dice che, dopo averlo messo sulle labbra, lo tamponasse con un velo di cipria per conferirgli maggiore tenacia).

    Ma la società riguarda anche tutti gli altri elementi del trucco, che Mademoiselle tratta alla stregua dei complementi di moda, in ogni aspetto. Così, nel ’34, inventa un ombretto color oro. E l’anno dopo adotta la bachelite – usata all’epoca per fabbricare i cruscotti delle automobili – per le confezioni dei cosmetici, piccoli astucci neri che evocano lusso ed esclusività. Dai quali deriva il packaging di oggi: più che scatoline, scrigni in miniatura, laccati neri e personalizzati dalla doppia C intrecciata, al centro di un vero e proprio feticismo.

    La capsule collection Blush

    Ancora ai nostri giorni, profumi, skincare e make-up sono categorie fondamentali nel patrimonio culturale e nell’economia della Maison. Formano un universo complesso e affascinante, in cui l’alta tecnologia s’incontra con la ricerca scientifica, per mettere a punto texture ed emulsioni innovative, mix di oli, cere e principi attivi, pigmenti policromi rivoluzionari, balsami pastosi e idratanti, polveri illuminanti o metallizzate…

    Così, palette di rosa, di rossi, toni neutri e colori della terra, sfumature dall’indaco all’azzurro ghiaccio, tinte cangianti e sfaccettate (anche derivate dalle cartelle tessuti della Couture) danno vita a infinite collezioni per gli occhi, le labbra, le mani, la pelle… Un po’ giochi, un po’ coccole per le donne che li usano, gli oggetti beauty di Chanel sono invece diventati per Arnaud Chastaingt, Direttore dello Studio de Création Horlogerie, una fonte di ispirazione per la capsule collection Blush.

    Ma il Creativo della Maison non si è limitato a riprendere i componenti del trucco – la cipria, il rossetto l’ombretto… – per riproporli sui quadranti. Li ha invece trasformati. Talvolta ne ha ricavato semplici suggestioni cromatiche, altre autentiche trasposizioni artistiche. Fantasiose metamorfosi in cui il materiale originario si trasfigura in forme, tecniche e correnti ripescate dalla storia dell’arte, subito riconoscibili da parte di chi ha abbastanza cultura personale da coglierne i riferimenti.

    Lo dichiara lui stesso nel comunicato ufficiale: «In orologeria, queste tavolozze, matite, pennelli, pigmenti e texture mi hanno portato a fare collegamenti con movimenti artistici come la Dripping Art e la Pop Art. Perché non “truccare” il tempo per renderlo più bello? Così, ho operato questa mise en beauté su tutta la collezione».

    ll coffret J12 “Dripping Art”

    Nel caso del coffret J12 “Dripping Art”, l’idea deriva dallo smalto per unghie – che nella realtà si chiama Le Vernis de Chanel. Fatto con una formula ad alta concentrazione di pigmenti arricchita con eco-ceramidi di camelia (un ingrediente di origine naturale, sviluppato in esclusiva), lo smalto crea sulle unghie un film sottile e resistente, perfettamente coprente e uniforme, dall’effetto lacca ultra-brillante. Ed è naturalmente declinato in tantissimi colori vibranti.

    Chastaingt ha scelto cinque nuance di rosa/rosso (dal nudo al mattone) per simularne l’applicazione su lunetta e quadrante del J12. Ma non ha steso il colore in maniera ordinata e precisa, con pennellate regolari e omogenee. Piuttosto ha seguito la tecnica dell’Action Painting americano, il dripping appunto, in cui la vernice è fatta sgocciolare dall’alto o lanciata sulle superfici con pennelli, bastoni o semplicemente con le dita.

    Un po’ come Pollock, de Kooning o, più tardi, Rothko e gli altri pittori dell’espressionismo astratto, Chastaingt sembra aver messo in fila, allineati per bene uno accanto all’altro, gli esemplari del J12 per dipingerli con tratti continui, casuali, gocce e sovrapposizioni cromatiche. Ha raggiunto quindi un risultato finale di massima libertà espressiva, che trasmette quel senso di movimento, di spontaneità e imprevedibilità, tipici dell’arte contemporanea.

    Solo che nel coffret J12 “Dripping Art” non c’è alcuna tela. Ci sono invece cinque esemplari in ceramica nera ad alta resistenza – prodotta “in casa” nella Manifattura di La Chaux-de-Fonds -, impreziositi con smalti policromi. Ma mettere a punto un processo efficace di decorazione della ceramica con la tecnica dello smalto Grand Feu non è stato affatto facile. I tecnici della Maison hanno impiegato più di 200 ore di ricerca per fondere i materiali e hanno dovuto realizzare un centinaio di prove colore per ottenere le tonalità desiderate. Ma alla fine ci sono riusciti.

    Le caratteristiche del J12 “Dripping Art”

    Il risultato è sotto gli occhi di tutti e non c’è bisogno di essere critici d’arte per valutarlo. Io mi limito ancora a raccontare in breve le caratteristiche principali degli orologi. Che sono quelle ben note dei J12 già in collezione: come i 38 mm di diametro della cassa, il quadrante e l’inserto della lunetta in ceramica, come il bracciale leggermente rastremato, a tre file, chiuso dalla tripla fibbia déployante – ormai un “classico” della collezione.

    Quanto alla meccanica, il J12 “Dripping Art” monta il consueto Calibre 12.1: il movimento a carica automatica sviluppato in collaborazione con Kenissi. Che si può definire in-house perché Chanel possiede una quota di partecipazione della società di Le Locle. Il Giornale degli Orologi se n’è occupato a tempo debito, quindi non entro nei dettagli. Mi limito a scrivere che si tratta di un movimento di moderna concezione, capace di rispondere alle esigenze del pubblico attuale, dalle prestazioni cronometriche attestate dal Cosc.

    L’esclusività del cofanetto J12 “Dripping Art”, implicita nella tiratura estremamente limitata, trova conferma anche nel prezzo: 300mila euro. Solo per pochi, in tutti i sensi.

  • Speake Marin Resilience Gold, destinato a sfidare il tempo

    Speake Marin Resilience Gold, destinato a sfidare il tempo

    Tra le novità di Speake Marin che saranno presentate a Watches and Wonders Geneva, spiccano due nuovi modelli della collezione Resilience. Una collezione che è ormai un classico, così come improntate alla tradizione britannica sono tutte le scelte del Brand. Le nuove proposte di Speake Marin sono il Resilience Gold e il Resilience Titanium: very British, very classy. Ci concentreremo oggi soprattutto sul Resilience Gold, ma prima introduciamo uno dei punti di forza di entrambi gli orologi: il quadrante in smalto.

    Smalto, ma perché?

    Come sa chi ci segue anche nella sezione storica del Giornale degli Orologi, smalti e orologi sono un connubio vincente. L’arte dello smalto è antichissima: conosciamo esempi di smaltatura sin dai tempi degli Egizi. Polveri minerali, in proporzioni accuratamente calibrate, posate su un substrato idoneo e riscaldate ad altissima temperatura, fondevano e vetrificavano. Al termine del processo, dopo un’ultima lucidatura, il risultato era uno strato vitreo dai colori sgargianti.

    La perfezione della superficie, l’inalterabilità del colore, le cromie ottenibili aprirono la strada a diversi utilizzi. Se da una parte, in ambito orologiero, si pensò subito a decorare le casse, fu agli inizi del XVIII secolo che i primi quadranti bianchi videro la luce. Si sarebbero potuti ottenere – come in molte pendole – semplicemente dipingendo una lastrina di materiale idoneo, senza problemi. Ma, col tempo, sarebbero ingialliti. Lo smalto, invece, anche a distanza di secoli si mantiene fedele a sé stesso: perfetto, lucente, sfondo ideale su cui leggere l’ora.

    Smaltare, però, era ed è tuttora un’arte. Per ottenere la vetrificazione si devono raggiungere alte temperature e l’intero processo è veramente critico. Speake Marin per il quadrante del proprio Resilience Gold ci parla di Grand Feu. Il Gran Fuoco è, nell’arte dello smalto, il passaggio ad alta temperatura, indispensabile per la vetrificazione. Si tratta di una fase molto critica: si rischia di ammorbidire – per non dire peggio – la lastra che deve essere smaltata, e rovinare tutto. Ecco quindi che Speake Marin rivisita l’arte dei quadranti smaltati, introducendo nuove tecnologie. Vediamole insieme.

    Il quadrante dello Speake Marin Resilience Gold

    Il risultato è perfetto, indubbiamente. Ma nulla, in orologeria, è frutto del caso. Per ottenere quadranti impeccabili e che, pur nella loro sobrietà, siano delle vere dichiarazioni di stile, serve un’alchimia molto speciale. In primo luogo, la scelta del materiale di substrato: la lastra che diverrà il quadrante vero e proprio. Speake Marin ha scelto l’Inconel, una lega di nickel, cromo e altri elementi che ha la caratteristica di “reggere” temperature anche molto alte, senza deformarsi.

    Una micro-lavorazione intermedia della lastra crea un effetto a buccia d’arancia impercettibile, ma fondamentale. Avviene in questo stadio la cosiddetta smaltatura a secco. In questo modo, si aumenta la superficie di contatto e un primo strato di polvere di smalto “aggrappa”, come si dice in gergo, in modo ottimale. Lo smalto bianco scelto è giapponese: difficile da lavorare, ma garanzia di risultato impeccabile. La cottura avviene intorno agli 800°C, per circa cinque minuti.

    Si passa, quindi, alla fase di raffreddamento, per poi tornare a smaltare. Per arrivare all’ultimo stadio sono necessari cinque passaggi in forno: qualsiasi imperfezione, nei tempi o nei materiali, è inaccettabile. Comprometterebbe il risultato finale. Ogni transizione di temperatura è un’operazione da gestire con maestria. Terminata l’ultima passata in forno, e dopo il raffreddamento in condizioni controllate, si passa alla lucidatura finale.

    La classe come scelta

    Ammirato il candore come elemento portante dello Speake Marin Resilience Gold, vediamo ora l’esemplare nel suo complesso. Restando al quadrante, le ore sono in XII, in cifre romane, nere, contrastanti con eleganza con la minuteria esterna a chemin de fer, in blu. Sempre blu sono le lancette, il logo del marchio e una piccola vite al centro del quadrante, con soli fini estetici. Un tocco di originalità è nel posizionamento del quadrante dei piccoli secondi, collocato ad ore 1.30. Leggibilità perfetta, un’aria rétro ma non seriosa: promosso, su tutti i fronti.

    La cassa è in oro rosso 5N, derivata dalla celebre Piccadilly, nella reinterpretazione che Eric Giroud lanciò nel 2017. Con un diametro di 38 mm e uno spessore di 10,5, attira lo sguardo di chi sa cogliere la qualità, senza mai scivolare nell’ostentazione. La corona di carica, conica, che contraddistingue il Brand, è sapientemente progettata per conciliare ergonomia, presa sicura e buon bilanciamento visivo con le forme circostanti. L’equilibrio delle linee, morbide senza indulgere al lezio, rende l’orologio, comunque elegante, perfettamente fruibile anche in occasioni meno formali. Sempre con classe, naturalmente. Il fondello a vista permette di ammirare il movimento, che ora andiamo a conoscere.

    Meccanica, tra arte e tecnica

    Per il Resilience Gold, la Maison svizzera ha adottato il calibro SMA03, di manifattura, in quanto prodotto da Le Cercle Horlogers, l’atelier di La Chaux-de-Fonds che fa capo a Christelle Rosnoblet, l’imprenditrice svizzera proprietaria anche della stessa Speake Marin. ll movimento è a carica automatica, con microrotore in tungsteno, bilanciere a 4 Hz (28.800 alternanze/ora) e autonomia di 52 ore, se caricato a fondo. Il look del movimento è ai migliori livelli, con Côtes de Genève sottili e anglage per i ponti. La scelta di una finitura rodiata nera per la platina superiore e per i ponti contribuisce a un indiscutibile fascino.

    Il lancio commerciale è previsto per la fine di aprile 2025 e il prezzo di listino in Svizzera è di 26.900 franchi, al netto delle tasse.

  • Gli smalti secenteschi – parte II: la moda si evolve

    Gli smalti secenteschi – parte II: la moda si evolve

    L’uso degli smalti nella decorazione degli orologi da persona inizia tra il XVI ed il XVII secolo. Nell’articolo precedente, avevamo brevemente raccontato della grande scuola francese di Blois, dei capolavori realizzati da Jean Toutin e dai membri della dinastia Huaud: oggetti principeschi.
    I tempi cambiano, cambiano le mode e mutano anche le esigenze e le richieste del mercato.
    Lo splendore opulento degli smalti secenteschi francesi, vero trionfo della maestria e dello sfarzo, verrà assai ridimensionato già a partire dalla fine del XVII secolo. Gli stessi artisti orafi, orologiai e smaltatori di fede protestante, rifugiatisi in Svizzera per evitare persecuzioni religiose, erano meno orientati all’ostentazione, o all’esibizione.

    Gli smalti rivestono i quadranti

    Alle porte del XVIII secolo, avvengono alcuni fenomeni molto interessanti. In quel periodo negli orologi comincia ad apparire la lancetta dei minuti, il pendolo diventa indispensabile per gli esemplari domestici e da torre, la molla inizia a regolare l’isocronismo delle oscillazioni dei bilancieri. E si affermano i primi quadranti in smalto.

    Li troviamo per la prima volta non in Svizzera, bensì in Inghilterra. In pratica si tratta di lamine metalliche ricoperte di sostanza vitrea – uniforme nel colore, solitamente bianco, ma talvolta decorata e policroma -, cotte al forno ad alte temperature (oltre gli 800°C) come vuole la tecnica del Grand Feu, per ottenere la caratteristica superficie lucente, dalla consistenza simile appunto al vetro. Fragile sì, soggetta a rompersi e a creparsi sotto i colpi di urti e cadute accidentali, ma praticamente inalterabile al trascorrere del tempo e all’esposizione alla luce. Dalla bellezza incorruttibile, destinata a rimanere immutata nei secoli.

    Fino ad allora invece i quadranti degli orologi da tasca, o da interni, erano sempre stati in metallo: più o meno lavorati, più o meno ricchi, magari impreziositi da smalti ma solo parzialmente. Ora invece nasce il quadrante completamente monocromo, perfettamente liscio, oppure con le cifre orarie in riserve leggermente rialzate rispetto allo sfondo, per creare l’effetto cartouche.

    La moda dei quadranti candidi e lucidi si diffonde rapidissima. Nel frattempo, gli smaltatori di casse da orologio orientano la loro produzione verso tecniche e stili più in linea con i tempi e di costo più contenuto. Eccezion fatta, s’intende, per i pezzi di altissima qualità.

    Gli smalti dal Seicento al Settecento

    Dal Barocco al Rococò: dal desiderio di stupire, dalla ricerca dell’esuberanza e dell’effetto a tutti i costi, il gusto muta e ricerca grazia e leggiadria, in modi e forme più lievi. Appaiono splendidi esemplari in cui gli smalti adornano solo porzioni della superficie della cassa, con grande eleganza.

    Nasce la châtelaine, cioè la ricca catena a placchette da agganciare alla cintura, all’altezza della vita, cui attaccare le piccoli oggetti necessari: ditali, agorai, forbicette per le signore; sigilli per la ceralacca, ornamenti e talismani per i signori. Per entrambi – quasi sempre – l’orologio è in posizione centrale.

    La Francia non ha più l’assoluto predominio del mercato. Oltre alla nascente concorrenza elvetica, eccellenti smaltatori operano anche nei Paesi di lingua tedesca e in Inghilterra, pur seguendo stili e gusti propri della tradizione locale.

    Lo smalto diviene accessibile

    Inizia con il Settecento anche una produzione di smalti di qualità più modesta: incontriamo orologi decorati a smalto in argento, o addirittura in ottone e in metallo dorato. La qualità, è facile immaginarlo, era proporzionale alla capacità di spesa del committente.

    Lo smalto più pregiato, in un orologio, era sempre quello che conteneva una o più miniature: veri dipinti ottenuti con pennelli sottilissimi su aree estremamente piccole. La finitura doveva essere tecnicamente e visivamente perfetta. Verso la metà del secolo diventa di gran moda lo smalto di colore blu, quello che ancor oggi si chiama “blu gioielleria”, il cui fascino si manterrà intatto fino ai nostri giorni.

    Lo smalto incastonato

    Dopo il 1750, nella produzione francese e in quella ginevrina diventa comune l’uso di inserire una placchetta, solitamente di forma rotonda od ovale, contenente un minuscolo ritratto o altro soggetto, dipinto a smalto, nella parte centrale del fondello. La rimanente parte a vista di quest’ultimo era solitamente lavorata a bulino con decorazioni nello stile in voga, oppure decorata a bassorilievo.

    Molto spesso la parte smaltata centrale del fondello era protetta tutt’intorno da una corona di piccole perle, o di marcassiti – per chi non poteva permettersi pietre preziose – che la incorniciavano e al tempo stesso ne proteggevano il delicato bordo esterno.

    Non si deve mai dimenticare che anche in quei tempi la circolazione degli artisti e gli scambi tra produttori erano cosa comune. Sono comuni gli orologi che recano le firme di importanti autori parigini, ma mostrano una cassa inequivocabilmente ginevrina. Per non parlare di quei pezzi che portavano, già da allora, firme contraffatte di celebri artigiani o di orologiai mai esistiti… Quasi sempre erano indicati in modo fraudolento come operativi a Londra o a Parigi, per accrescere l’importanza del pezzo agli occhi del compratore non accorto.

    Cambia il Re, cambia la moda

    Con l’avvento del regno di Luigi XVI, nuove tendenze emergono in tutte le Arti: l’orologeria non sarà estranea a questa rivoluzione. Lo scopriremo insieme, nella prossima puntata.

  • Le cronache di PDV: a Roma con Patek e Hausmann & Co

    Le cronache di PDV: a Roma con Patek e Hausmann & Co

    Le cronache di PDV – Percorsi Di Viaggio XIV

    L’occasione è stata l’apertura ufficiale della prima boutique Patek Philippe nella Città eterna, in collaborazione con Hausmann & Co., la storica orologeria che ha aperto i battenti nel lontano 1794. Un nome d’origine germanica, ma perfettamente radicato nel contesto romano, come ci tengono a sottolineare Francesco Hausmann e Benedetto Mauro, co-amministratori delegati di un’azienda che oggi conta ben quattro punti vendita (i negozi di Via del Corso e del Babuino e la boutique Patek Philippe di Via dei Condotti adiacente a quella Rolex).

    Raccontano che tutto ebbe inizio grazie all’intraprendenza di Giovanni Ricci e del figlio Innocenzo, molto introdotti nell’alto clero e nell’aristocrazia. Clienti ideali per gli strumenti del tempo di quell’epoca, che facevano parte dei lussuosi arredamenti delle residenze di nobili, ambasciatori, prelati e persino pontefici. Veri e propri pezzi unici che segnavano l’ora con complessi meccanismi, frutto dei più svariati mestieri d’arte, oltre che d’ampie conoscenze di matematica e fisica.

    A questo nobile e storico incipit, si sono poi aggiunte le relazioni con il mondo dello spettacolo, degli affari e della politica, che sono l’odierna evoluzione di quelle della Roma dei secoli scorsi. Con in più la spinta modernista, sia a livello di mentalità che d’iniziative, perseguita dagli eredi dei fondatori, gli attuali co-titolari. Che amano raccontare con passione questa loro storia, ben più interessante, articolata e ricca d’aneddoti di quanto possa sembrare da queste righe.

    Una storia che porta dritta a incrociare – come fosse già scritto, un fatto ineluttabile, più che cercato e voluto – le vicende di un’altra blasonata realtà dell’orologeria antica e contemporanea. Quelle della manifattura Patek Philippe, fondata nel 1839 a Ginevra. E ritenuta da appassionati, collezionisti e addetti ai lavori la più aristocratica maison di alta orologeria al mondo, con una produzione basata sull’eccellenza meccanica e la classicità estetica.

    L’incontro che ha portato all’apertura della boutique è dunque avvenuto su un terreno del tutto naturale, basato su tradizioni e qualità condivise. Cui si aggiunge il fatto d’avere una gestione ancora di carattere famigliare. E non è cosa da poco, in un mondo sempre più globalizzato e dominato dai grandi gruppi finanziari e industriali – come ha avuto modo di precisare in conferenza stampa Thierry Stern, Presidente di Patek Philippe e a sua volta terza generazione del fondatore.

    Si è infine svolta, nel pomeriggio del 16 settembre, la cerimonia dell’apertura ufficiale al numero civico 28 di via dei Condotti; presenti i ruoli più alti in grado della Manifattura ginevrina e dell’orologeria romana, di fronte a gruppo selezionato di giornalisti di settore. In cui è stata anche presentata una collezione realizzata da Patek Philippe espressamente per l’occasione. Disponibile solo in boutique, oltre a celebrare l’evento, sottolinea il fatto che nel 2019 ricorre il memorabile 225° anno di fondazione di Hausmann & Co.

    Si tratta di 2 esemplari unici con vedute di Roma in smalto, e 2 collezioni limitate e personalizzate su base Calatrava e Ore del Mondo rispettivamente di 100 e 25 pezzi. Brillante idea di Benedetto Mauro, quell’insieme numerico, pronunciato per esteso, riprende appunto la data dell’anniversario di nascita della ditta capitolina. Provare per credere.

    Ma a Roma con la mondanità non si scherza. Ed ecco che ai momenti dell’impegno lavorativo sono felicemente seguiti quelli di una festosa e rilassata serata; in una cornice di rara suggestione – quella del Ninfeo di Villa Giulia – come solo la Città Eterna può offrire. Pochi, ma eccellenti, gli ingredienti. Le musiche di Vivaldi, Bach e Debussy, eseguite dagli studenti del Conservatorio di Santa Cecilia; una coreografia che, su quelle note soffuse, ha portato in scena varie allegorie del Tempo; cena firmata dallo chef stellato Heinz Beck. E, ancora, il mondo dello spettacolo rappresentato da Carlo Verdone; mentre quello della politica dal neocommissario agli Affari economici e finanziari dell’Unione Europea Paolo Gentiloni.

    Circa 200 gli ospiti, tra cui Gianni e Maddalena Letta, Aura e Allegra Caltagirone, tutti a gustare fin verso la mezzanotte ottimi vini; che hanno accompagnato gamberi rossi marinati, gnocchetti di zita cacio e pepe, vitello ripieno di cipolla brasata e per finire sfera ghiacciata ai frutti rossi con lamponi cristallizzati. Svelati con proiezioni sui muri del Ninfeo anche i soggetti degli orologi. In particolare quelli che più incuriosivano, i due pezzi unici: le vedute di Piazza di Spagna e di Castel Sant’Angelo. Realizzate in smalto policromo con la tecnica cloisonné e Grand Feu, grande e inarrivabile specialità di Patek Philippe.