Approfondimenti

Breguet Tradition 7597: tecnicamente estetico, bellissimo oggettivamente

{"autoplay":"false","autoplay_speed":"3000","speed":"300","arrows":"true","dots":"true","loop":"true","nav_slide_column":5}
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image

Come al solito io non sono quanto di meglio si possa sperare, per le informazioni didascaliche. Ma se non ricordo male il primo Breguet Tradition, il 7027, viene presentato nel 2005; l’anno dopo è seguito dal 7037, a carica automatica anziché manuale e con lancetta retrograda dei secondi. Si tratta di modelli molto importanti perché questi Breguet Tradition sono stati i primi orologi da polso con il movimento progettato per mostrare, attraverso il quadrante, tutte le principali componenti dinamiche.

Il Breguet Tradition del 2005 è quindi il capostipite di una collezione che ha fatto scuola. E ha dimostrato ancora una volta come Nicolas G. Hayek fosse un geniale precursore delle mode, anche di quelle tecniche. I Breguet Tradition, dal 2005, si sono moltiplicati fino a diventare una collezione completa, con molte varianti e complicazioni di grande qualità. Ma sempre con un catalogo relativamente snello, che ha reso parecchi modelli del passato appetibili per i collezionisti non appena uscivano di produzione.

Ricordo ancora il mio immediato innamoramento per quel primo Breguet Tradition. Mi colpiva per la sua capacità di coniugare il passato (discende dai Souscription lanciati con una vera campagna pubblicitaria nel 1797) con il futuro. E mi colpiva per l’architettura meccanica che invertiva la posizione di gran parte dell’organo regolatore, nell’intento di mettere in bella mostra persino àncora e scappamento, che di solito finiscono nascosti. Grande amore anche per il bilanciere, ad inerzia variabile e quindi modernissimo. Ma al tempo stesso realizzato dal punto di vista estetico come probabilmente lo avrebbe voluto lo stesso Abraham-Louis Breguet.

Il Tradition era e rimane un orologio in qualche modo “magico” per chiunque sappia apprezzare la bellezza di una meccanica curata nei minimi dettagli. Un orologio per veri intenditori raffinati. Ieri come oggi. E oggi arriva una variante relativamente “economica” (37.400 euro con cassa in oro rosa e 38.200 in oro bianco) nella quale la caratteristica più appariscente è il datario retrogrado. Si chiama Breguet Tradition 7597.

Cominciamo proprio dal datario. Le cifre sono riportate su una fascia piuttosto ampia, che sembra sospesa in aria; in realtà è applicata nella parte inferiore dell’orologio. La data è indicata da una lunga lancetta che parte dal centro del movimento, dove è posto il bariletto. La lancetta del datario è “scalinata” (nelle foto qui sopra è ben visibile) per poter passare sopra l’organo regolatore e gli ingranaggi che portano alla ruota mediana. Una soluzione abbastanza elegante che consente di evitare impossibili rimescolamenti di parti essenziali del movimento (Calibro 505Q, variante del Calibro Breguet 505SR1), mantenendone l’ipnotica struttura.

Ipnotica perché troviamo in basso a destra il bilanciere ad inerzia variabile, dal design asciutto e geometrico. Ma costruito con l’accortezza di spostare le viti di regolazione verso il baricentro: sia per evitare problemi aerodinamici, sia per diminuire quelli di equilibratura. La spirale è in silicio con la tradizionale curva di compensazione Breguet. E in silicio è anche l’àncora (sia pure con le classiche palette in rubino): e ciò garantisce una notevole indifferenza agli effetti negativi dei campi magnetici. L’organo regolatore, insomma, sembra ben congegnato per garantire una lunga affidabilità.

Sul pignone della ruota di scappamento (pignone che si sviluppa verso l’alto, contrariamente a quanto avviene di solito) si collegano la ruota mediana e il bariletto centrale, che garantisce circa 50 ore di autonomia. Sulla carrure, al 10, troviamo il pulsante per la correzione rapida della data, dotato di una sicura a vite per evitare involontari azionamenti. Spostandoci verso il quadrante per ore e minuti si mostrano ai due lati, parzialmente, i sistemi per la gestione del datario e della sincronizzazione. Quel che vediamo, in realtà, è la parte terminale, dal momento che il resto nasce nella parte inferiore della platina, ossia della base su cui vengono montati i componenti.

In pratica, invece della solita architettura in cui nella parte inferiore della platina c’è ben poco, in questo caso la platina è operativa su entrambi i lati. Come al solito sintetizzo al massimo la descrizione per non annoiare troppo chi è meno sensibile alla tecnica; cercando però comunque un intento divulgativo necessario per comprendere gli aspetti più interessanti di un movimento che, come dicevo, ha fatto scuola. Una vera e propria fonte di ispirazione per altri produttori.

Nella parte posteriore della platina, infine, è montato il sistema di ricarica automatica, caratterizzato da una massa oscillante che riprende con buona fedeltà la forma di quella montata degli orologi “perpetui” prodotti da Abraham-Louis Breguet dal 1780. Va notato che Breguet non si è mai attribuito il merito dell’invenzione (si dice vada allo svizzero Abraham-Louis Perrelet, ma la cosa non è poi così certa). Sta di fatto che il sistema da lui adottato e fatto evolvere ha dimostrato affidabilità ed efficienza superiori agli altri orologi dello stesso periodo.

Una curiosità. In origine l’automatismo di ricarica è un vero e proprio controsenso, per orologi abitualmente conservati al sicuro in una tasca del panciotto. A meno di non essere acrobati in perenne esercizio, o maestri di capriole seriali, la ricarica “perpetua” – nome poi ripreso da Rolex – sembra davvero una barzelletta; una di quelle che Gigi Proietti avrebbe saputo raccontare come nessun altro. Beh, Proietti sarebbe stato felice di sapere che in realtà si trattava di sistemi a corsa breve, azionati dai saltelli piuttosto bruschi generati dal mezzo di locomozione dell’epoca: il cavallo. E non a caso venivano appunto definiti “orologi da cavalieri”. Provate a immaginare in quale epica scenetta Gigi Proietti avrebbe trasformato questa storia…