Attualità

I vent’anni del J12 di Chanel, una storia di ricordi

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Il 2020 sta per finire. Immagino il coro di “meno male, non se ne poteva più” di chi sta leggendo, misto a “speriamo che l’anno prossimo sia meglio” con gesti scaramantici di vario tipo. Eppure quest’anno terribile ha segnato anche qualche tappa importante nel mondo delle lancette. Ricorrenze degne di nota, come l’anniversario del J12. I vent’anni del J12. Festeggiati da Chanel Horlogerie con una serie di lanci particolari: special edition e campagne dedicate di cui Il Giornale degli Orologi si è puntualmente occupato, con l’attenzione del cronista.

Per i vent’anni del J12 sono usciti infatti esemplari speciali come il J12 X-Ray, il primo orologio interamente in vetro zaffiro (movimento e bracciale compreso). Il J12 Paradoxe, con la cassa in ceramica ad alta resistenza “tagliata”, bianca e nera. Il J12-20, decorato con i doodle della Casa. E la serie di video J12 Turns 20, interpretati da muse/ambasciatrici quali Naomi Campbell, Vanessa Paradis, Ali McGraw e tante altre. Inutile ripetersi: per approfondirli vi rimando ai pezzi pubblicati nei mesi scorsi.

Una retrospettiva personale

Qui preferisco piuttosto concentrarmi sul passato. E ripercorrere i vent’anni del J12 attraverso i miei ricordi: non per lucidare il mio ego, ma per offrire un punto di vista soggettivo. Quello di chi i vent’anni del J12 li ha seguiti e vissuti come testimone, in prima persona. Prova ne sia la gallery qui sopra, in cui ho riunito alcune immagini “datate” che sono andata appositamente a ripescare nei miei vecchi archivi fotografici. Per integrare (anche se in effetti non ce n’era bisogno) il già ricco materiale fornito dall’ufficio stampa con nostri “reperti” d’epoca.

Mi scuso, quindi, se il mio racconto non sarà sempre lineare, se farò salti temporali, se sarò approssimativa. Spero di riuscire a tracciare comunque del J12 un ritratto organico e compiuto – anche se andrò a braccio. Seguirò il filo dei ricordi e le tracce del mio archivio.

I vent’anni del J12: l’esordio

Anno 2000. Esce appunto il J12, un’assoluta novità presentata però senza squilli di tromba né rulli di tamburi (il clamore arriverà dopo). Creato da Jacques Helleu e dal team di progettisti riuniti attorno a lui, era il primo orologio sportivo, da uomo, di Chanel – che fino a quel momento aveva prodotto solo esemplari femminili. Ricordo che l’allora Direttore artistico della Divisione orologi e gioielli della casa, nelle interviste di quegli anni, spiegava di essersi ispirato all’automobilismo e alla nautica. Un mondo, quest’ultimo, che all’epoca interessava anche me.

Helleu aveva una passione per il design, amava le auto d’epoca – circolava un suo ritratto al volante di una Facel Vega HK 500 – e la vela. Raccontava di aver preso il nome dell’orologio dai 12 metri di stazza richiesti un tempo per la Coppa America. E di essersi lasciato influenzare dalla barca del barone Bich, che vedeva veleggiare a Hyerès, e da quella dell’avvocato Agnelli, che aveva scafo, albero, vele e tender tutti neri. Il nero, per lui, era un punto di riferimento estetico, onnipresente nelle sue creazioni.

E in effetti il primo J12 è un orologio interamente in ceramica nera, ad alta resistenza (high-tech, si diceva allora). A dire il vero non è il primo esemplare a essere realizzato in ceramica (Rado la utilizzava fin dal 1986), ma è quello che riuscirà a elevarla al rango di materiale nobile. E a diffonderne l’uso in orologeria (negli anni successivi divenne una vera e propria moda). Anche se le forme curve della cassa e le piccole maglie del bracciale avevano creato non pochi problemi tecnici di costruzione: tant’è che c’erano voluti ben sette anni di studi dall’ideazione definitiva al primo prototipo.

Fra una Basilea e l’altra

2002. Il J12 diventa cronografo, con movimento meccanico a carica automatica, certificato cronometro dal Cosc.
2003. Chanel approda per la prima volta al salone di Basilea, che da quell’anno prende il nome di Baselworld. Nel grande stand bianco e nero, disegnato dall’architetto Peter Marino, propone il J12 bianco. Non solo per le signore, ma anche per il pubblico maschile. E fa scalpore: fino ad allora nessun uomo aveva mai osato mettere al polso un orologio di quel colore. Candido, immacolato. Se ne parla ovunque, si fanno battute feroci sulla dubbia virilità di chi lo indossa, i tradizionalisti gridano allo scandalo.

Eppure il J12 bianco piace. Piace a tanti: è un vezzo inusuale e trasgressivo, ma è assolutamente ben fatto. Un conversation piece, direbbero gli inglesi. Ed è un successo. Ovviamente riceve il plauso anche da parte di molti uomini, quelli privi di preconcetti, con mente aperta e idee chiare. Se lo compra anche Augusto Veroni e non esita un istante a sfoggiarlo divertito. Lo ricordo mentre lo mostra sorridendo ai tanti conoscenti che incontra nei corridoi della fiera, mentre prende in giro chi cerca di sfotterlo.

2005, altra Baselworld. Chanel è di nuovo sotto i riflettori, questa volta per il J12 Tourbillon. L’esordio nell’alta orologeria: un passo inatteso per i più, un azzardo per i soliti tromboni, una dichiarazione d’intenti per chi sa guardare lontano. La platina in ceramica è fabbricata con una precisione al centesimo di millimetro, la gabbia del tourbillon è in vetro zaffiro, l’autonomia di 100 ore. Realizzato in un’edizione limitata di 12 esemplari (bianchi, e altrettanti neri), va subito sold-out nei primi giorni di fiera.

Ancora 2005. Esce anche il J12 Superleggera, realizzato in ceramica nera e alluminio anodizzato – ispirato all’omonima tecnica messa a punto nel 1936 dalla carrozzeria milanese Touring: pannelli di alluminio sostenuti da un’intelaiatura tubolare in acciaio. Un orologio che mi colpì tantissimo per il peso piuma. E che l’anno dopo fu realizzato in una versione ancora più leggera (per quanto possibile), con cassa in ceramica nera opaca e cinturino articolato in caucciù. Peccato che oggi non sia più in produzione…

Le collaborazioni

2007. Esce il J12 GMT (con secondo fuso orario, appunto).
2008. È la volta del J12 Calibre 3125. Nato dalla partnership fra Chanel Horlogerie e Audemars Piguet, si basa sul calibro 3120 della manifattura di Le Brassus, ridisegnato però dai tecnici della maison della doppia C. Che hanno inserito il ponte del bilanciere traversant e il rotore in ceramica e oro 22 carati, rodiato e lucidato a specchio. Per me all’epoca quell’orologio ha rappresentato una conferma della strada ambiziosa intrapresa da Chanel. Oggi, col senno di poi, capisco che la casa già seguiva un percorso ben delineato. Tuttora valido.

2010. Lancio del J12 Marine, il primo subacqueo professionale della maison (l’impermeabilità, che di solito è fino a 20 atm, qui raggiunge le 30).
Ancora 2010. Prosegue la collaborazione con A.P. O, meglio, in questo caso con APRP, il dipartimento di ricerca che fa capo a Renaud et Papi. Ne scaturisce un pezzo speciale, creato per festeggiare i dieci anni della collezione: il J12 Rétrograde Mystérieuse. Un super-complicato con dispositivo tourbillon, dieci giorni di autonomia, lancetta dei minuti ad andamento retrogrado, doppia visualizzazione analogico-digitale, corona verticale retrattile. Spero di non dimenticare nulla…

È lo stesso Giulio Papi a raccontarcelo, in un incontro privato durante il tradizionale appuntamento a Baselworld. Lo spiega a me e ad Augusto con parole semplici, comprensibili anche da un bambino. E si rivela un grande perché rendere facili le cose difficili non è cosa da poco. (Tra l’altro il perfido Veroni mi fa fare una figuraccia, al momento di prendere in mano l’orologio. Mi dice: «Sta attenta a non farlo cadere, come al tuo solito», anche se sa benissimo che non ho mai fatto una cosa simile. Papi mi guarda come fossi una mentecatta, Veroni ride e io avvampo di vergogna – e di rabbia… Meno male che in quell’angolo dello stand Chanel le luci erano basse).

I lanci nella Ville Lumière

2011. Esce il J12 Chromatique. Chanel mi invita, con un gruppo di colleghi, a Parigi per la presentazione alla stampa. A illustrarcelo questa volta è Nicolas Beau, all’epoca Global Head dell’orologeria della casa, estremamente efficace nel descrivere la ceramica di titanio di cui è fatto l’orologio. Un materiale innovativo, ancora più leggero della consueta ceramica (che già di suo pesante non è), ma che unisce alle doti tipiche di questo materiale una caratteristica peculiare: riflettere la luce e i colori dell’ambiente circostante in una sorta di “mimetismo cromatico”.

2013. Presentazione del J12 Moonphase, che riporta appunto le fasi di luna. 2014. È la volta del J12-G10. È incredibile quanto un cinturino (tipo Nato, in questo caso), possa cambiare l’estetica di un orologio. Sempre nel 2014, Chanel presenta il J12 Tourbillon Volante, anche questo sviluppato con l’équipe di APRP. Sopra la gabbia del tourbillon ruota una stella incastonata di diamanti: non pensavo che il tourbillon potesse essere poetico. Da notare che nel 2015 lo stesso esemplare esce in versione squelette, precursore dei successivi calibri di manifattura della maison.

2016. Altro viaggio a Parigi, per il lancio del J12-XS. Il più fashion dei J12, con la cassa mini incastonata in alti bracciali rigidi, in guanti e mezzi guanti, perfino in un anello. Li definisco “objets de vertu del Terzo Millennio”, talmente forti sono per me i riferimenti alla storia dell’orologeria (ma forse li vedo solo io). Nella boutique di place Vendôme Nicolas Beau ne parla con stile inappuntabile. Un’esperienza quasi mistica è però la gita a Pantin, da Lesage: un immenso scrigno di tesori, un deposito sterminato di tessuti rebrodé, pizzi, organze e voile, fili d’oro e d’argento, canottiglie e passamanerie, bottoni e cristalli di ogni forma, colore e dimensione, perline di vetro, jais e Swarovski… Da perderci la testa.

In quegli atelier dove si ricamano gli abiti di Alta Moda – che richiedono giorni, settimane, mesi di lavoro –, ho il privilegio di assistere alla creazione di un bracciale del J12-XS, uno di quelli in tiratura limitata. Lo spettacolo di mani giovani eppure esperte che con pazienza e sicurezza infilano paillettes dopo paillettes, microbead, sassolini di resina… non lo dimenticherò mai.

I vent’anni del J12: l’altro ieri

2017. Esce il J12 Mademoiselle. Ne abbiamo già parlato (leggi qui).
2018. A Baselworld Chanel presenta il J12 Untitled. Come dire… il J12 si veste d’arte: il cofanetto racchiude 12 pezzi unici con lunetta e quadrante in marqueterie di ceramica. Chissà chi avrà la fortuna di comprarlo! A noi comuni mortali rimangono però le versioni con intarsio in ceramica (bianca o nera) e acciaio. Mica male comunque.
2019. Di nuovo a Parigi, Nicolas Beau e Arnaud Chastaing spiegano a piccoli gruppi di giornalisti l’affaire Kenissi e l’evoluzione del J12, con movimento di manifattura.
E siamo a oggi, a quanto raccontavo all’inizio.

Ecco, ho ripercorso i vent’anni del J12, ho speso migliaia di parole, ma non ho detto tutto. Non ho citato le innumerevoli versioni di gioielleria, più o meno tempestate di diamanti, pietre preziose e incredibili baguette di ceramica. Né ho parlato di quelle con dettagli colorati, rosa e azzurri perlopiù, serie limitate che hanno fatto la gioia dei collezionisti. Ma non posso approfittare oltre del tempo e della pazienza dei lettori. Ringrazio chi ha avuto la bontà e l’energia di arrivare fin qui. E faccio gli auguri a Chanel per i vent’anni del J12. Che hanno segnato, mi sembra chiaro ormai, anche un pezzo della mia vita.