Giornale Degli Orologi
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Tag: Chanel Horlogerie

  • Nœud de Camélia: l’orologio-gioiello di Chanel tra arte e ricamo

    Nœud de Camélia: l’orologio-gioiello di Chanel tra arte e ricamo

    L’ispirazione deriva come di consueto dal mestiere e dalle passioni di Gabrielle Chanel. Due componenti della vita della grande couturière – così connesse fra loro da poterle sovrapporre -, tradizionalmente alla base dell’intera orologeria della Maison. Di nuovo c’è che si riscontrano puntuali anche nell’inedita collezione Nœud de Camélia, assoluta novità presentata in questi giorni a Watches and Wonders Geneva. Una famiglia di esemplari-gioiello, cinque montres-à-secret (quattro manchette e un anello), realizzati con materiali diversi e diverse tecniche di artigianato d’arte, ma comunque preziosissimi.

    Il fiocco e la camelia, due simboli Chanel

    Segni e simboli hanno sempre fatto parte dell’universo di Chanel. Con un senso della sintesi assolutamente personale, Mademoiselle Coco era riuscita a concentrare in pochi dettagli lo stile, la visione della donna, l’idea di eleganza da lei perseguiti negli anni con convinzione, intuizioni ed esperienza. Le catene, il tweed, i bottoni, le perle, i bijoux, le scarpe bicolori, la borsa matelassé, ma anche la camelia e il fiocco sono sempre stati metafore istantanee della moda Chanel.

    Elementi identificativi immediatamente riconoscibili che oggi come ieri costituiscono il suo patrimonio spirituale. Capaci di sopravvivere al tempo e alle mode senza perdere nulla della propria originalità. E senza invecchiare, perché continuamente adattati, modificati, rivisitati secondo lo spirito del tempo. Per questo presenti praticamente in tutte le collezioni e in innumerevoli creazioni.

    Lo sa bene Arnaud Chastaingt, Direttore dello Studio de Création Horlogerie di Chanel, che li reinterpreta ormai da oltre un decennio, ogni volta in modo diverso. Rispettoso dell’impronta data dalla fondatrice della Casa, ma senza eccessiva deferenza e coerente con il mood contemporaneo. Nella collezione Nœud de Camélia, in particolare, recupera e rilegge la camelia e il fiocco, appunto.

    La prima era amata da Coco per la perfetta regolarità dei petali, il bianco puro, l’assenza di profumo (chissà se in quella sua fascinazione c’entravano anche Marguerite Gautier di Dumas o la Traviata di Verdi…). Il secondo era un motivo ricorrente negli abiti e negli accessori da lei creati fin dai primi anni Dieci: un vezzo femminile consapevole ma non lezioso, di volta in volta decoro per una scollatura, ornamento per un cappello o semplice en-tête.

    La manchette Nœud de Camélia

    Nella collezione Nœud de Camélia, Chastaingt dunque fa convivere il fiore prediletto da Mademoiselle con un emblema della couture, e li fonde insieme a creare un tutt’uno, un ensemble rigoroso non a caso in bianco e nero. Perché, come diceva Chanel: «Il nero contiene tutto, il bianco pure. Rappresentano la bellezza assoluta, l’abbinamento perfetto». La trasformazione dei due elementi da lui operata in chiave orologiera, nelle diverse referenze, vede quindi la camelia farsi cassa e il nodo bracciale.

    Qui mi soffermo sulla versione che mi piace di più, una manchette che concentra il lavoro artigianale di due mestieri d’arte: l’incastonatura e il ricamo. Entrambi realizzati “in casa”, a Parigi: l’una negli atelier di alta gioielleria ospitati in place Vendôme, al civico 18, proprio sopra la boutique; l’altro nei laboratori di Lesage all’interno del complesso di edifici 19M, una modernissima architettura alla Porta di Aubervilliers, nel XIX arrondissement.

    In dettaglio, la cassa è in oro bianco interamente tempestato di diamanti, per un totale di 3.16 carati. La lunetta in titanio lucido e annerito è incastonata di diamanti baguette. Altri diamanti baguette si trovano sulla cover – praticamente il bocciolo della camelia -, al cui centro spicca un grande diamante taglio brillante. Quando la si apre, ecco apparire il quadrante in oro bianco laccato nero, bordato da lacca nera effetto passamaneria. All’interno, ospita un movimento al quarzo Swiss made.

    Il cinturino è invece realizzato in gros-grain nero (un tipo di nastro corposo e sostenuto, in tessuto “ad armatura a canneté”, cioè con costine in rilievo), con il vero e proprio fiocco completamente impreziosito da miriade di canutiglie, anch’esse nere. Vale a dire, piccoli e sottili tubicini o cilindretti di vetro dai contorni netti e dalle superfici levigate, applicate a mano una ad una, con maestria. Il cinturino, foderato in pelle, si allaccia al polso con una fibbia ad ardiglione laccata nera.

    Per concludere

    Più di tante parole, valgano le immagini della gallery in alto. Nelle didascalie riporto qualche informazione un po’ più approfondita riguardo alle fasi di lavorazione, che richiedono pazienza certosina, tempo e perizia da parte di un esperto artigiano. Discorso valido tanto per la camelia incastonata di diamanti quanto per il fiocco ricamato di perline. Perché sono proprio le ore di lavoro necessarie alla composizione a dare un valore aggiunto all’orologio-gioiello.

    Non a caso il Nœud de Camélia è realizzato in un’edizione limitata di 20 esemplari. Però io già me lo vedo in altri materiali e colori: magari con la camelia plasmata nell’oro beige di Chanel e il fiocco di gros-grain con le canutiglie in ton-sur-ton. La mia immaginazione corre troppo? Credo che quella di Arnaud Chastaingt sia ancora più veloce della mia. Chissà. Di certo è che la collezione Nœud de Camélia è solo agli inizi. Vedremo cosa ci riserberà in futuro.

  • Le Lion de Mademoiselle: le mini-sculture animalier di Chanel

    Le Lion de Mademoiselle: le mini-sculture animalier di Chanel

    Oggi, 23 luglio, il Sole entra nel segno del Leone. Quale occasione migliore per celebrare il Grande Felino, re dello Zodiaco? Anche con gli orologi: quelli – preziosissimi – della collezione Le Lion de Mademoiselle, presentata da Chanel all’ultimo salone di Ginevra. Come dite? Non credete nell’astrologia? Non importa: Gabrielle Chanel, lei sì, ci credeva. Nata il 19 agosto, era proprio del Leone, che aveva eletto come animale feticcio, simbolo di forza, emblema protettivo. Per questo la Maison che porta il suo nome, tutti gli anni, gli dedica qualche special edition. Vedere per credere la collezione Le Temps du Lion del 2024 (qui raccontata da Caterina con encomiabile completezza).

    Sculture da indossare

    «La rappresentazione del Leone è parte integrante del mondo intimo di Mademoiselle», racconta Arnaud Chastaingt, Direttore dello Studio de Création Horlogerie de Chanel. «Il simbolo del Leone traspare ormai in tutte le creazioni della Maison e si è affermato tra i codici emblematici lasciati in eredità dalla grande couturière. È un simbolo ispiratore, di cui adoro l’autorevolezza e l’eleganza». Lo si vede appunto nella nuova serie Le Lion de Mademoiselle: cinque orologi-gioiello, in edizione limitata, che non sono solo un’ode al maestoso felide, ma permettono di indossarlo in modi insoliti. (Ecco perché in questa analisi non troveranno posto gli altri due modelli della collezione, il maschile Monsieur Platinum Tourbillon Lion e la pendulette Astroclock Diamants. Esulano dal discorso).

    I preziosissimi esemplari consentono infatti di portare eccezionalmente il Leone di Mademoiselle al dito o al collo (non al polso). E lo ritraggono con estremo realismo in piccole sculture d’oro ricche di particolari, che ne restituiscono la forza e la fierezza, nella posa o nell’atteggiamento. Che il Leone sia ripreso come figura intera, a tutto tondo, oppure solo la testa, a sbalzo, poco importa. Ogni pezzo della collezione Le Lion de Mademoseille dimostra comunque la completa padronanza della tecnica dell’incisione da parte dei maestri artigiani della Maison. Come spiega ancora Chastaingt: «Dal disegno alla modellazione, la scultura di un leone Chanel richiede il perfetto equilibrio tra una rigorosa conoscenza anatomica dell’animale e una vera sensibilità artistica». Basta un’occhiata per rendersene conto.

    Le collane Le Lion de Mademoiselle…

    Prima di tutto fanno parte della collezione tre orologi sautoir, due dei quali con pendenti – come vuole la tradizione. Tutti in oro giallo, incastonati di diamanti ad alte carature e spesso arricchiti di onice e lacca, sono sempre animati da movimenti al quarzo, per ovvie esigenze di spazio. A cominciare dal montre-à-secret con il medaglione in onice, in cui il quadrante è nascosto dalla testa del leone full pavé (da sola riunisce più di 8 carati di diamanti), che ruota su sé stessa per svelare l’ora. La catena, realizzata interamente a mano, termina con diamante centrale da un carato. Quest’ultima e l’attenzione ai dettagli, come il cordoncino d’oro annerito ma lucido attorno al grande ciondolo, spiegano le 350 ore di lavoro necessarie per ultimare l’intera creazione.

    Un altro orologio “a segreto” si ritrova nella collana Double Bouton Lion. Celato nel drappeggio della lunga catena a tre fili, sotto un bottone d’onice decorato con la testa di leone in rilievo, fa capolino un piccolo quadrante che si rivela con un gesto. In posizione simmetrica, dall’altra parte, un secondo bottone identico nasconde invece uno spazio da riempire (a piacere) con una foto o un ricordo in miniatura. Da notare che ciascun bottone è posto fra due diamanti da mezzo carato ciascuno… In questo caso, la preziosità dell’insieme ha richiesto 200 ore di lavoro di un esperto (e paziente) artigiano. Una particolarità, ricorrente in questo genere di esemplari: le indicazioni orarie sono naturalmente rivolte verso l’alto, per offrire un’agevole lettura a chi indossa la collana.

    Ma al top, a mio parere, c’è l’orologio amuleto di chiara ispirazione Art Déco. Qui il Leone ha un corpo possente in oro giallo satinato, dalla muscolatura definita e sottoneata da file di diamanti. Poggia su un grande pendente double face, a mezzaluna, in cristallo di rocca – da un lato inciso e dall’altro sfaccettato. Al centro, in corrispondenza del piccolo orologio carré ma sulla parte opposta, è incastonato un solitario da un carato e mezzo. Anche per questo esemplare i maestri artigiani della Maison hanno impiegato 350 ore di lavoro per realizzare la catena (a mano), la fusione a cera persa del Leone e il lavoro di incastonatura. Più il tempo – non quantificato – per il taglio e l’incisione del cristallo di rocca. Pietra difficile da reperire già di suo, viste le dimensioni e l’assenza di inclusioni o microfratture.

    … e gli anelli

    A completare la collezione ci sono poi due anelli-orologio, sorprendenti proprio per la capacità di contenere un quadrante e un movimento di dimensioni lillipuziane. Entrambi secondo me presentano un’evidente ispirazione barocca. Tuttavia la Maison dichiara – riguardo al primo – di aver fatto riferimento ai cocktail ring degli anni Venti del Novecento. Ma penso che le due cose siano solo in apparente contrasto, talmente ricco di suggestioni può essere un pezzo di gioielleria. Si tratta in realtà di un montre-à-secret in oro giallo satinato, con il gambo interamente tempestato di diamanti serti neige, sovrastato da una sontuosa testa di leone. Basta spingerla delicatamente indietro per mostrare il quadrante, a sua volta incastonato in una base di onice sagomata e impreziosita da un diamante taglio princess.

    L’ultima creazione è invece un anello contrarié – o toi et moi, come si preferisce definirli ai nostri giorni – che mette l’orologio al centro dell’architettura. Il quadrante e la lunetta sono interamente incastonati di diamanti baguette: taglio che di solito richiede una certa caratura, e qui risulta impressionante proprio per le proporzioni ridotte. Non solo. Sulla base la struttura a V è impreziosita da due diamanti princess da 0.42 carati ciascuno. In questo esemplare il Leone diventa una sorta di Giano bifronte, con le due teste – perfettamente identiche e simmetriche – che guardano avanti e indietro, a rappresentare il passato e il futuro. Forse avrò visto troppi film, ma io me la spiego così: il Leone diventa una divinità che porta implicito un messaggio. La capacità della Maison di reinterpretare, con coerenza e sempre nuova originalità, l’heritage di Mademoiselle per le generazioni di domani.

  • Haute Couture Week: orologi che raccontano storie

    Haute Couture Week: orologi che raccontano storie

    Ormai è una tradizione. La Haute Couture Week, la settimana dell’Alta Moda parigina, fa da vetrina anche per la Haute Joaillerie. Così è stato dal 7 al 10 luglio scorso, quando le case di gioielleria hanno presentato i loro pezzi più scenografici con eventi speciali, secondo un calendario ufficiale. Per deformazione professionale, siamo andati quindi a vedere se all’interno delle nuove collezioni si trovava anche qualche orologio. Al che ci siamo resi conto che alcuni avevano qualcosa in comune: narravano storie. Ecco cosa abbiamo scoperto.

    Artistici tourbillon

    Cominciamo da Gucci, che ha tenuto banco su tutti i media internazionali per la linea Monili, creata in collaborazione con Pomellato. E, in parallelo, durante la Haute Couture Week ha svelato la quinta collezione di Alta Orologeria, composta da sette esemplari derivati dalle principali famiglie in catalogo. Realizzati con il ricorso ai Métiers d’Art, si servono allo stesso modo delle tecniche della tradizione e delle nuove tecnologie. Smalto Grand Feu e madreperla incisa al laser, pittura in miniatura e micro-marqueterie (di legno o pietra), incastonatura a neve o in 3D con baguette sovrapposte… In ogni caso, il tutto va a “vestire” la complicazione del tourbillon, sviluppata in questi anni da Gucci (insieme a Ulysse Nardin) in tre versioni: tourbillon centrale volante, tourbillon volante in un calibro scheletrato oppure con la gabbia decorata da una stella e incastonata di diamanti.

    Proprio quest’ultima variante si ritrova nei nuovi G-Timeless, i modelli che ci hanno convinto di più per originalità e coerenza, in quanto espressione della più pura Gucci-ness. Perché reinterpretano gli storici foulard di seta, intramontabili simboli della Marca. A cominciare da quelli più famosi, firmati dal grande illustratore (nonché scenografo e costumista del Teatro alla Scala) Vittorio Accornero, chiamato negli anni Sessanta a collaborare con la Maison fiorentina da Rodolfo Gucci (figlio del fondatore, Guccio). Uno per tutti il celeberrimo Flora, disegnato per Grace Kelly nel 1966, e declinato nel tempo in diversi soggetti, il cui nome riecheggia ancora oggi nel mondo delle fragranze. Senza dimenticare le fantasie equestri e di viaggio, che appartengono allo stesso modo al patrimonio storico, culturale ed estetico della Casa. In una parola, all’heritage di Gucci. Riuscite a intuire dove vogliamo arrivare?

    Diamanti e pietre dure

    Da Chopard, invece, protagonista della Haute Couture Week – insieme alla Red Carpet Collection – è stata la collezione L’Heure du Diamant, celebrata prima di tutto con una retrospettiva. Intitolata Chopard, the Master of Jewellery Watches, ha messo in luce il savoir-faire della famiglia nel segmento degli esemplari preziosi. E questo fin dai tempi di Karl Scheufele I, fondatore della Eszeha, azienda di Pforzfeim specializzata proprio nella produzione di orologi-gioiello. In mostra dunque una quindicina di pezzi degli anni 60/70, dai quadranti ornamentali in pietre di colore e dai bracciali-scultura. In maglia milanese, con texture “corteccia” o intecciati effetto corda, rivelano la maestria orafa della Casa.

    Esemplari comunque successivi all’acquisto di Chopard da parte di Karl Scheufele III, padre degli attuali Co-Presidenti Karl-Friederic e Caroline, che prese in mano le redini dell’azienda insieme alla moglie Karin, esperta gemmologa. A quell’epoca la Maison si aggiudicò numerosi premi (dalla Rosa d’Oro di Baden-Baden ai Diamond International Award) e si promuoveva appunto con lo slogan Maîtres de la montre-bijou. Tradizione confermata in seguito dal celebre Chopardissimo (163 carati) del 1997 e dal successivo lancio della collezione L’Heure du Diamant, nel 2012.

    Sotto la Tour Eiffel però non potevano mancare le novità dell’anno, proposte in anteprima a Watches and Wonders Geneve. Tra le quali spiccano pezzi notevoli come L’Heure du Diamant Moonphase. Primo pezzo “complicato” della collezione, è animato dal calibro 09.02 prodotto “in casa”, con fasi di luna astronomiche (che richiedono un intervento di correzione manuale di un giorno ogni 122 anni). Oppure il cofanetto “The Precious Hours”. Ovvero 12 esemplari con coloratissimi quadranti in pietra dura – dall’opale blu all’agata, alla corniola – e il movimento meccanico a carica manuale, Chopard 10.01-C, tra i più piccoli e sottili realizzati dalla Manifattura.

    Alla Haute Couture Week, si celebra la Storia

    Infine Chanel, che all’Haute Couture Week ha lanciato la nuova collezione Reach for the Stars. Dedicata ad alcuni motivi amati dalla fondatrice della Maison – la cometa, le ali, il Leone -, vede la presenza di un solo orologio. Ma con un enorme “peso specifico”, per quanto è prezioso. Si chiama The Silhouette Clock ed è un esemplare da tavolo a statuetta che ritrae proprio Mademoiselle Coco (anche se a noi ha ricordato tanto un Premio Oscar). Una figura a tutto tondo, scolpita interamente nell’oro massiccio con estremo realismo e posta su un piedistallo in giada nera incastonata di diamanti. Qualcuno potrebbe definirlo un Coco Watch – sebbene di altissima gamma. Inedito (ma ennesimo) omaggio alla Grande Couturière, celebra la donna che ha dato origine a tutto.

    Ed è proprio questo il punto, ormai dovrebbe essere chiaro. Gli esemplari-gioiello esposti alla Haute Couture Week raccontano in modo esplicito il passato della propria marca. Sono la testimonianza pratica di quanto è stato, non per una semplice operazione nostalgia da sfruttare a fini marketing (o almeno, non solo), ma per ribadire da dove si viene e ciò che si è. Dimostrano la stabilità delle proprie basi, il carattere, le competenze, il buon nome conquistati nel corso del tempo. Indubbiamente servirsi degli orologi è un modo intelligente ed efficace per affermare sé stessi e la propria storia. Che vale più di tante parole.

  • Chanel, l’orologeria, il mercato: il punto di vista di Frédéric Grangié

    Chanel, l’orologeria, il mercato: il punto di vista di Frédéric Grangié

    Il 13 maggio scorso, Chanel ha organizzato a Milano un evento dedicato all’alta orologeria, nel quale ha coinvolto la stampa di settore. Per l’occasione, noi giornalisti abbiamo incontrato, in una tavola rotonda, il Presidente di Chanel Watches & Fine Jewelry, Frédéric Grangié, e il Direttore dello Studio de Création Horlogerie Arnaud Chastaingt.

    Mentre la chiacchierata con quest’ultimo ha toccato punti relativi alla creazione del nuovo J12 Bleu, Grangié ha offerto numerosi spunti e valutazioni sulla situazione del mercato, sull’ecosistema dell’orologeria svizzera e sul ruolo di Chanel nella valorizzazione e protezione di questo ecosistema. Ecco alcuni dei passaggi più significativi emersi dalle domande che Il Giornale degli Orologi e altri colleghi hanno posto a Grangié.

    Passato e presente

    Qual è l’obiettivo della Maison in orologeria, visti i massicci investimenti operati negli anni?
    La decisione più importante per l’orologeria di Chanel è venuta a fine anni ’80, dopo il lancio del Première nel 1987. Chanel decise allora che il modo in cui avrebbe creato gli orologi sarebbe stato lo stesso con cui creava moda, fragranze o beauty. Eravamo, e siamo, un’azienda integrata verticalmente e non c’era motivo di trattare l’orologeria in modo diverso. La cosa più semplice sarebbe stata dare in licenza il marchio a un’azienda di orologi che li avrebbe prodotti; noi invece comprammo negli anni ’90 la manifattura a La Chaux-de-Fonds e investimmo lì fin da allora.

    Quali sono state le tappe più significative di questo percorso?
    Il nostro primo, grande passo, è stato diventare specialisti nella ceramica con la nascita del J12 nel 2000. Siamo uno dei tre gruppi in Svizzera che lavorano completamente la ceramica dalla materia grezza al prodotto finale. Questo ci ha dato una forte base per sviluppare tutto ciò che avremmo voluto. Poi abbiamo cominciato a investire anche in altri marchi e manifatture – Bell&Ross, Kenissi, Romain Gauthier, François-Paul Journe, MB&F -, creando un ecosistema indipendente che nutre la creazione e il savoir-faire. Non è diverso da ciò che facciamo con la profumeria dal 1921 con il N° 5, che è ancora un best-seller dopo un secolo esattamente per questo motivo. Ciò che investiamo oggi tornerà nei prossimi decenni, nel prossimo secolo: siamo fiduciosi nel fatto che la Maison sarà ancora al top anche tra 100 anni, anche nell’orologeria che è la categoria più recente.

    Il futuro

    Pensate ad altre acquisizioni?
    Guardiamo ai competitor, che spesso sono anche nostri buoni amici, e restiamo umili. Amiamo ciò che facciamo ma allo stesso tempo dobbiamo tenere il passo e andare veloci. È importante essere un player di primo livello, ma ancora più importante che le nostre creazioni siano esattamente come le vogliamo noi. E continueremo a investire sempre di più in futuro. Abbiamo molte richieste da altri marchi per entrare nel nostro ecosistema. Se guardiamo agli ultimi 15 anni, Romain Gauthier è entrato nel 2011, Kenissi e François-Paul Journe nello stesso giorno del 2018, MB&F pochi mesi fa. Tra ciascuna di queste operazioni ci sono 6/8 anni, ma non so che cosa succederà da qui a qualche anno. Ci sono diversi modi per investire, sull’orologeria siamo molto seri.

    Pensate a uno spostamento verso la clientela maschile o avrete sempre una predominanza femminile?
    Circa il 95% dell’offerta di Chanel è femminile ed è esattamente ciò che vuole essere il Brand. È vero anche che abbiamo visto negli ultimi due anni molti collezionisti spostarsi su di noi da altri marchi. Produciamo orologi importanti e seri, ma con una componente pop che è molto cool e fa presa anche sull’appassionato. C’è poi il J12 Bleu che è del tutto gender free. Penso che la clientela maschile sia pronta per gli orologi Chanel, ma il focus principale delle nostre creazioni rimane femminile, anche se molti mercati stanno diventando gender free.

    Chanel e il mercato

    Come vede la situazione del mercato nel 2025?
    L’industria dell’orologeria vive di grandi cicli. Quando il mercato scende è importante avere la capacità di assorbire lo choc e di continuare a progettare il futuro. Così, quando si riprenderà, si sarà pronti: è un’industria che ragiona a lungo termine. Faccio un esempio. Noi possediamo parte della manifattura Kenissi, attraverso questo investimento controlliamo diversi subappaltatori che lavorano anche per altri brand. Ciò significa che sappiamo come va il mercato e che proiezioni avrà, perché vediamo ciò che fanno gli altri, sappiamo quali marchi stanno comprando i componenti e quali no. La risposta a queste difficoltà è avere diversi punti di forza. Per esempio, nel nostro caso, la distribuzione, legata al fashion con diversi tipi di creazioni principalmente femminili: quel mercato si sta comportando molto meglio di quello dell’orologeria e delle creazioni maschili. Inoltre credo che se nel mercato si portano i prodotti migliori e la qualità migliore, come è tipico di Chanel, allora si affronta nel modo giusto il rallentamento del mercato stesso.

    Alti e bassi come negli anni della pandemia…
    La pandemia è un ottimo esempio. Una delle caratteristiche di Chanel, come di altri grandissimi brand del lusso, è che non ha un e-commerce per orologi, moda ecc. Con la pandemia, tanti competitor sono venuti a dirci che, poiché chiudevamo i negozi, dovevamo aprire l’e-commerce. Non lo abbiamo fatto. Dicevano che stavamo perdendo un’opportunità, ma il periodo 2020/2021 è stato quello in cui abbiamo investito di più dal punto di vista industriale, nell’orologeria, nel retail, nel real estate. È stato un periodo lungo e doloroso, ma quando tutto è ripartito noi eravamo pronti. Gli stessi per i quali stavamo perdendo un’opportunità senza e-commerce hanno poi detto che siamo stati il brand che meglio ha gestito l’approccio alla crisi pandemica. 

    Chanel e l’orologeria svizzera

    Perché essere a Watches and Wonders?
    Abbiamo avuto difficoltà con l’organizzazione di Baselworld e con altri brand amici ci siamo staccati e siamo passati a Ginevra. Considerate che siamo anche fornitori di altri grandi nomi, siamo parte dell’ecosistema orologiero svizzero e alcuni degli investimenti che abbiamo fatto nei marchi indipendenti elvetici servono a proteggere e a valorizzare questo sistema. Venderemmo meno orologi se non fossimo a Watches and Wonders? Non è questo il punto. Il punto è che è bello far parte di un’industria che una volta all’anno si riunisce a presentare novità e prodotti, amiamo visitare gli stand degli altri marchi, c’è un senso di comunità che non vedo in altri settori. Ci conosciamo tutti e tutti sappiamo che dobbiamo proteggere quella che è la base del nostro settore.

    Quanto è importante per lei lavorare in un’azienda familiare e non in un grande gruppo?
    Molto. Conosco entrambi i business model perché vengo da oltre 20 anni in LVMH, ma quando lavori in settori come quello degli orologi e gioielli devi pensare sempre a lungo termine e noi lo facciamo. Non so quale altro brand avrebbe potuto giustificare gli investimenti che abbiamo fatto nella ceramica dai primi anni 2000, se non dicendo: da qui a 10, 20, 30 anni vedrete. Sono molto grato alle persone che 25 anni fa hanno preso questa decisione, perché oggi non solo siamo capaci di cose come il J12 Bleu, ma lavoriamo anche per altri marchi creando per loro della bella ceramica e loro stessi ci stimolano a migliorare sempre più. Torniamo all’idea di essere parte dell’ecosistema svizzero, che funziona solo perché ci rendiamo più forti l’uno con l’altro. Siamo competitor, ma lo facciamo funzionare. Abbiamo la consapevolezza del fatto che ciascuna decisione presa da ognuno avrà un grande impatto sul futuro di tutti.

  • J12 Bleu Diamond Tourbillon, le complicazioni in blu di Chanel

    J12 Bleu Diamond Tourbillon, le complicazioni in blu di Chanel

    Non solo bianco o nero, il J12 ora è anche blu. Lo abbiamo visto a Watches and Wonders Geneva, dove Chanel ha presentato un’intera collezione nella nuova tonalità “notturna”. Anche se, a dirla tutta, io avevo avuto la fortuna di vederla in anteprima lo scorso autunno, insieme a un manipolo di colleghi, durante una visita in manifattura a La Chaux-de-Fonds. Ed è proprio perché, dopo mesi, mi sembra di conoscerla abbastanza bene, che ho scelto di scrivere queste righe per approfondire il discorso sul J12 Bleu Diamond Tourbillon. Uno degli esemplari più emblematici non solo della famiglia di J12 Bleu, ma dell’intera orologeria della Maison. Perché ci fa capire come si lavora, chez Chanel.

    Due parole sul colore…

    Prima di tutto credo sia opportuno spiegare il motivo della scelta cromatica: il blu è un colore ricorrente nella moda della Casa, con una rilevanza storica. Per trovare esempi concreti, basta pensare agli abiti da sera realizzati da Mademoiselle Coco negli anni Venti, o più ancora ai mitici tailleur in tweed degli anni Sessanta, dai toni pieni e decisi oppure pastello, più delicati. O anche alle tante creazioni firmate da Karl Lagerfeld nel corso della lunga carriera come Direttore creativo, stagione dopo stagione: una su tutte, l’intera collezione della primavera-estate 2012 di Haute Couture, che riempì la passerella di infinite sfumature di blu.

    C’è da dire anche che la nuance di blu con cui è realizzato il J12 Bleu Diamond Tourbillon (come tutta la serie di orologi), non è casuale. Tutt’altro: è stata voluta e decisa esattamente così com’è da Arnaud Chastaingt, Direttore del Watch Creation Studio di Chanel. Si tratta di un blu scuro tendente al nero, un blu specifico che finora non esisteva: profondo, intenso, quasi vellutato. Ci sono voluti molteplici tentativi e centinaia di prototipi per metterlo a punto. Un impegno perseguito per cinque anni e raggiunto soltanto grazie alla perfetta padronanza dei processi di lavorazione della ceramica da parte dei tecnici della Manifattura.

    … e sul materiale

    Devo ricordare infatti che la ceramica utilizzata in tutti i J12 è prodotta “in casa” all’interno degli atelier di G&F Châtelain, la filiale di Chanel dedita all’orologeria. Evito di ri-spiegarvi come si fa: le fasi di produzione, le materie prime da cui è composta, il tipo di macchinari necessari eccetera. Non è questa l’occasione adatta, ne riparleremo presto – quando vi racconterò proprio del mio tour in Manifattura. Intanto potete andarvi a rileggere cosa aveva scritto al proposito Cristina Manfredi.

    Qui mi limito invece a riassumerne le molteplici qualità: la ceramica è un materiale ad alta resistenza e a elevata densità, quindi resistente all’usura, ai graffi, agli urti. Più leggera e più dura dell’acciaio, è praticamente inalterabile nel tempo, inattaccabile dalla corrosione o dall’ossidazione, insensibile ai raggi Uv, ma perfettamente biocompatibile con l’epidermide. E al tatto regala sensazioni piacevoli, perché non è fredda come un metallo, assume anzi la temperatura corporea molto velocemente.

    Concludo con un cenno alle finiture: tutti gli esemplari della collezione J12 Bleu sono realizzati in ceramica mat. E proprio le superfici opache donano agli orologi – e al J12 Bleu Tourbillon in particolare – un’elegante sobrietà, uno chic discreto, non urlato, ovattato. Reso ancora più distintivo dal contrasto con i dettagli lucidi: le bisellature che scolpiscono i profili della cassa e le maglie del bracciale, e più ancora gli zaffiri blu incastonati sulla lunetta… No, un attimo, ci arrivo fra qualche riga.

    L’estetica del J12 Bleu Diamond Tourbillon

    Prima devo segnalare, a rigor di cronaca, che il J12 Bleu Diamond Tourbillon è “semplicemente” la versione blu dell’esemplare uscito tre anni fa e di cui illo tempore avevo scritto la recensione. Per non ripetermi, cercherò quindi di sottolineare solo gli aspetti essenziali e di riportare i dettagli più tecnici nelle didascalie.

    A cominciare dalla cassa, che misura 38 mm di diametro e presenta appunto la lunetta tempestata di zaffiri blu. Per l’esattezza 34 pietre taglio baguette. Ma più che il numero (non mi stancherò mai di ripeterlo), nel caso delle gemme conta soprattutto la misura della massa. Diciamo “il peso”, se vogliamo essere meno corretti ma più comprensibili: peso che si misura in carati (un carato corrisponde a 0,2 g). Nel J12 Bleu Diamond Tourbillon si contano ben 4 carati di zaffiri blu: quanto basta per definire l’orologio “prezioso”, anche senza considerare i diamanti – due, uno dei quali merita particolare attenzione, come vedremo poi.

    Anche riguardo agli zaffiri, la loro presenza è stata voluta da M. Chastaingt per creare un bel contrasto fra lo scintillio, la luminosità e la trasparenza delle pietre preziose, e la ceramica opaca tutt’attorno. Ed è stata di nuovo una sua scelta la precisa tonalità delle gemme, in accordo con il leggero sottotono verde della ceramica “blu Chanel”. Di alto livello la qualità e la purezza delle pietre, la cui origine è certificata dal RJC (Responsible Jewelry Council), come sempre nei gioielli della Maison¹.

    La meccanica: il Calibre 5

    Ma basta uno sguardo sul quadrante traforato del J12 Bleu Diamond Tourbillon per lasciarsi catturare dal moto ipnotico del tourbillon. Devo sottolineare che è un tourbillon volante, quindi privo del ponte superiore e fissato solo alla base, sulla platina. Costruzione che lo rende estremamente delicato, se sottoposto a urti o vibrazioni, e molto più difficile da realizzare di un tourbillon “normale”, a dispetto del fatto che non ne modifica la funzionalità. Un virtuosismo tecnico, quindi, amato dagli intenditori perché permette di vedere la gabbia in tutta la sua leggerezza, durante l’intera rotazione. Una complicazione tecnica per il puro piacere visivo, insomma. Coerente con il mantra “la tecnica al servizio dell’estetica” che ha sempre contraddistinto l’orologeria Chanel.

    Lo stesso discorso vale anche per l’altra caratteristica del J12 Bleu Diamond Tourbillon, evidente fin dal primo sguardo. Ovvero il diamante montato sopra la gabbia del tourbillon e che quindi compie una rotazione completa in un minuto. Un’altra sfida tecnica, che obbliga a fare calcoli precisi sul diametro e il peso della pietra in rapporto a quelli della gabbia, e pone problemi di bilanciamento in fase di montaggio. Il motivo? Solo la suggestione di veder ruotare a ritmo del tourbillon la pietra preziosa, che oltretutto ha un taglio rotondo particolare – non il consueto taglio brillante… Dettagli? Certo. Ma l’orologeria è fatta di dettagli. E questi la dicono lunga sull’orologeria Chanel.

    Riguardo al Calibre 5, è chiaramente il quinto movimento sviluppato in-house: uscito appunto nel 2022, era il quinto in sei anni, e metteva a frutto tutte le esperienze capitalizzate fino ad allora dalla Maison in orologeria. Per esempio, nell’architettura ricorda il Calibro 1, montato negli esemplari della collezione Monsieur. Come quello è infatti a carica manuale, come quello è costruito attorno a un ponte circolare centrale e dominato dal ripetersi della forma rotonda come elemento dominante. Trovate le altre caratteristiche tecniche nelle didascalie. Qui mi limito a dire che anche nella meccanica le finiture sono impeccabili, secondo i criteri della grande tradizione orologiera. Non a caso si fregia dell’effigie del Leone, il “sigillo” dell’alta orologeria Chanel.

    Disponibilità e prezzi

    Concludo come sempre con qualche informazione pratica. Il J12 Bleu Diamond Tourbillon è già in vendita e costa 230mila euro. Non certo un prezzo alla portata di tutti, sebbene in linea con l’esclusività della creazione. Oltretutto devo aggiungere che è realizzato in una tiratura limitata di 55 esemplari in tutto il mondo, un numero esiguo che ne riduce la disponibilità a pochi pezzi per nazione. Gli appassionati e i collezionisti – quelli veri, in grado di spendere somme ingenti per la loro passione – sono avvisati. Se qualcuno di loro fosse interessato, farebbe bene a rivolgersi al più presto in una boutique monomarca…

  • Le Temps du Lion, Chanel e il grande felino di Mademoiselle Coco

    Le Temps du Lion, Chanel e il grande felino di Mademoiselle Coco

    Tra le novità presentate da Chanel all’ultimo salone di Watches and Wonders Genève, la primavera scorsa, si trova una collezione di orologi simbolica: Le Temps du Lion. Simbolica in quanto fa riferimento all’animale feticcio di Gabrielle Chanel. Una figura ricorrente nell’orologeria della Casa attraverso numerose creazioni d’alta gamma, come per esempio le cosiddette montre-à-secret dei Mademoiselle Privé Lion. Nel caso della linea Le Temps du Lion si tratta invece di cinque esemplari-gioiello. Realizzati con la preziosa manualità dei mestieri d’arte, interpretano il re della foresta secondo le pose e le fogge di modelli celebri. Ma andiamo con ordine.

    Il Leone secondo Mademoiselle

    Il Leone era il segno zodiacale di Gabrielle Chanel, che era nata il 19 agosto. Il suo credo nell’astrologia la portava a vedere nel Leone un simbolo dal valore protettivo. E nel proprio personale carattere i riflessi della costellazione celeste: la forza, l’istinto, la generosità, la determinazione… Ma il Leone le ricordava anche Venezia, città in cui aveva soggiornato nei primi anni Venti insieme all’amica Misia Sert, in un periodo particolare della sua vita. Quel viaggio influì notevolmente sulla creatività e sul suo lavoro. La ricchezza storica della Serenissima, la bellezza degli scorci architettonici, la sontuosità dei mosaici bizantini provocarono in lei suggestioni così forti da diventare un’infinita fonte di ispirazione. E il Leone, l’emblema di San Marco onnipresente fra i ponti e i canali, finì per rappresentare non solo una figura benevola e portafortuna, ma anche un nume tutelare.

    Tant’è vero che anni dopo, tornata a Parigi, Mademoiselle Coco ancora si circondava di oggetti e raffigurazioni del grande felino. Il suo studio al 31 di rue Cambon, tuttora immutato al secondo piano sopra la boutique, è zeppo di suppellettili e complementi d’arredo a forma di leone. In ottone, in pietra, in cristallo di rocca, in tanti materiali e in tutte le dimensioni, il leone fa capolino in ogni dove, spesso in coppia (per amor di simmetria). Non solo: lo si ritrova anche nella moda. Le giacche dei suoi famosissimi tailleur in tweed con i profili di passamaneria avevano spesso i bottoni lavorati a sbalzo con la testa del leone. Piccoli gioielli dorati, così splendenti che – si racconta – sui set fotografici dei servizi di moda li si doveva sporcare un po’, tanto erano abbaglianti di fronte all’obiettivo.

    Una collezione preziosissima

    Tutto questo deve essere stato ben presente nella mente di Arnaud Chastaingt e dei progettisti dello Studio de Création Horlogerie Chanel, quando hanno ideato la collezione Le Temps du Lion. Costituita appunto da cinque pezzi – tre lunghe collane, o per meglio dire sautoir, e due grandi bracciali rigidi -, allude a precedenti reali, facili da individuare nella vita privata di Gabrielle Chanel o nella sua amata Laguna. I cinque esemplari presentano i colori più rappresentativi della Maison: bianco, nero e oro. E sono tutti animati da piccoli ma precisi movimenti al quarzo Swiss made, necessari soprattutto per questioni di dimensione, di spazio limitato destinato alla meccanica. Soprattutto, i cinque orologi della collezione Le Temps du Lion sono tutti rigorosamente in tiratura limitata di 10 esemplari ciascuno, proprio perché realizzati con materiali preziosi, alte carature e un lavoro artigianale certosino.

    Sono stati infatti realizzati negli atelier Chanel in place Vendôme a Parigi, dove gli artigiani più esperti e competenti nelle diverse tecniche dei métiers d’art creano le collezioni di alta gioielleria della Casa. Come gli incisori, capaci di realizzare autentiche sculture in 3D forgiate nell’oro. Oppure gli incastonatori, che con perizia e inesauribile pazienza montano a mano, una a una, gemme di ogni peso e taglio. Per la collezione Le Temps du Lion i maestri parigini hanno lavorato per mesi a stretto contatto con i tecnici dello Studio per sviluppare modelli in cera, in scala 2:1, e mettere a punto ogni dettaglio, ogni espressione dei diversi leoni. E, dopo la fusione, rifinire a mano i pezzi con le operazioni di lucidatura e satinatura, per poi procedere con le pietre preziose.

    I sautoir Le Temps du Lion…

    A partire dal Sautoir Lion Medaillon, un gioiello d’impronta Art Déco – un periodo artistico vissuto in prima persona dalla grande couturière. La lunga collana aperta è composta da due cordoncini simmetrici di fili d’oro giallo intrecciati, arricchiti da diamanti, boule d’onice sfaccettate a mano e tubicini in onice, oro e diamanti. Al centro spicca un medaglione con la testa del leone sempre in oro e diamanti, la cui costruzione ha rappresentato un’autentica sfida tecnica. È fatto di diversi componenti assemblati tra loro, ma non mostra alcuna vite né meccanismo. Rifinito da una fascia d’onice e da un giro di diamanti, rivela un piccolo quadrante sul lato posteriore. E nasconde in modo ingegnoso il sistema di rimessa all’ora, con un pulsantino invisibile a ore 6.

    Anche il Sautoir Lion Cristal guarda all’Art Déco, ma deriva direttamente dalle “gocce” di un lampadario di cristallo che arreda l’appartamento di Mademoiselle. La testa del leone, scolpita nell’oro, si trova infatti incastonata su un pendente in cristallo di rocca. L’orologio si trova in una minuscola cassa, con il fondello incastonato da un diamante taglio princess, circondato da segmenti in cristallo di rocca. Qui la difficoltà maggiore sta proprio nel taglio e nella lavorazione delle gemme naturali, una varietà di quarzo (quarzo ialino), incolore e trasparente, che è stato trasformato in un prisma sfaccettato dalla punta piramidale e in piccoli elementi decorativi. La collana è una sottile catena in oro giallo, punteggiata di diamanti taglio brillante e canottiglie in cristallo di rocca.

    Invece il Sautoir Lion Assis si rifà al Leone del Pireo: la maestosa statua in marmo bianco dell’antica Grecia posta – insieme ad altre tre – all’esterno del portale all’Arsenale di Venezia. Anche in questo caso, il ciondolo a forma di leone è scolpito nell’oro giallo e impreziosito da diamanti. La fiera siede orgogliosa su un piedistallo in onice, profilato da cordoncini in oro e diamanti baguette, che cela l’orologio. Alla base rivela il quadrante laccato. Sempre in oro giallo la collana, tempestata di diamanti taglio brillante, perline d’onice sfaccettate e cilindretti in onice, oro e diamanti. Anche qui il problema era inserire il movimento nella cassa/piedistallo e trovare un sistema per la rimessa all’ora. La soluzione? Posizionare, fra le baguette di diamanti, una baguette d’oro bianco che funge da pulsante. Basta un piccolo tocco con un dito nel punto preciso per spostare le lancette.

    …e i bracciali a manchette

    Per passare al bracciale a manchette Lion Secret. Il riferimento è di nuovo nell’appartamento parigino: la scultura di un possente leone con la zampa appoggiata su una sfera, simbolo di potere e protezione, presente in vari angoli del salone/biblioteca, riprodotta in marmo o in bronzo dorato. Lo Studio di M.Chastaingt ne aveva già tratto ispirazione per il Lion Astroclock. Qui è invece tramutata in un bassorilevo in oro, stagliato su uno sfondo d’onice, la palla sostituita da un brillante. All’interno racchiude l’orologio con la lunetta incastonata di brillanti e il quadrante laccato dall’effetto matelassé. La forma ottagonale del bracciale ricorda invece il tappo del flacone del N° 5. I problemi realizzativi posti da questo esemplare sono stati principalmente due. Uno, il peso del bracciale oversize, risolto rivestendo l’interno di titanio annerito. E poi la finitura delle ampie superfici di metallo, che hanno richiesto 35 ore di lavoro.

    Infine, per concludere la serie de Le Temps du Lion, il bracciale à manchette Twin Lion. Che interpreta il tema del contrarié, un classico della gioielleria, con l’inedito felino. Notevoli per simmetria e realismo, le teste del leone in oro e diamanti guardano in due opposte direzioni e sovrastano due diamanti taglio smeraldo. Per assicurare maggiore leggezza e comfort al polso, anche in questo caso il bracciale è in oro e titanio annerito. L’orologio è integrato alla base del bracciale, proprio nel punto in cui si trova il sistema di apertura. I tecnici hanno perciò dovuto mettere a punto un sistema che permettesse al lato destro del bracciale di ruotare sul proprio asse, verso destra o sinistra, così da poterlo indossare. La lunetta profilata di diamanti è quindi divisa in due, mentre il quadrante è interamente in pavé di brillanti.

  • Cronache dell’orologeria. News & previews – 28/10/2024

    Cronache dell’orologeria. News & previews – 28/10/2024

    Tra eventi sportivi, gossip e appuntamenti futuri, le Cronache dell’orologeria di questa settimana registrano la consueta varietà di interessi toccati dal marketing dell’industria delle lancette. Sotto i riflettori, in particolare, l’Annual Academy Musum Gala: che, sostenuto e presentato da Rolex – nel ruolo di Founding Supporter e Official Watch del Museo dal 2021 -, ha prestato il fianco al solito contorno di spetegulèss tanto amato dai più curiosi. Buona lettura!

    Tra piste e resort

    Si è tenuta dal 16 al 21 ottobre scorsi la 1a edizione del Rally A’Shira Richard Mille. Una gara di regolarità tutta al femminile lungo un suggestivo percorso di 850 km in Arabia Saudita, da Medina ad AlUla fino alle rive del Mar Rosso, cui hanno partecipato una ventina di 4×4. Non è la prima volta che Richard Mille rende omaggio alle donne pilota: basti pensare all’R.M Racing Team, al Rallye des Princesses, alle partnership con Aurora Straus e Lilou Wadoux. L’orologio ufficiale dell’evento? L’RM 07-04 Automatic Sport, naturalmente…

    Voga, voga

    Probabilmente è la regata sul Tamigi più famosa del mondo. The Boat Race è la tradizionale gara di canottaggio in cui le università di Oxford e Cambridge si sfidano a suon di pagaiate fin dal 1829. Ma dalla prossima edizione si chiamerà The Chanel J12 Boat Race, a celebrare il nuovo sponsor e cronometrista ufficiale. Domenica 13 aprile 2025, dunque, sia gli equipaggi maschili che femminili dei Dark/Light Blue vogheranno sotto l’egida dell’orologio in ceramica dalle origini veliche. Mademoiselle Coco ne sarebbe orgogliosa.

    A 50 nodi

    Di regata in regata. Se avete guardato la finale in tv, lo avete visto bene – in numerose inquadrature, anche ravvicinate. L’Omega Seamaster Planet Ocean ETNZ spiccava, con la sua livrea nera e turchese, al polso di Peter Burling e compagni. Naturalmente, dopo la schiacciante vittoria su Ineos Britannia di Sir Ben Ainslie, la Maison di Biel si è congratulata con il Team neozelandese. Del resto, come non farlo? Per la terza volta consecutivi, i Kiwi si sono portati a casa la Vecchia Brocca. E hanno dimostrato di essere ancora i migliori…

    Cronache dell’orologeria… mondana

    Sabato 19 ottobre, a Los Angeles, si è svolto il quarto Academy Museum Gala, l’evento di beneficenza organizzato annualmente per raccogliere fondi a favore del Museo. Una serata ad alto tasso di glamour, in cui tutta Hollywood si è riunita per festaggiare Paul Mescal, protagonista del Gladiatore II, l’attrice Rita Moreno e il regista Quentin Tarantino per la loro influenza nel mondo del cinema. Ma anche un’occasione per vedere le star sfilare sul tappeto rosso – quasi fosse un assaggio della Notte degli Oscar -, rigorosamente in smoking e abiti da sera. Con relativo sfoggio di orologi (e gioielli), che le Cronache dell’orologeria non possono ignorare…

    Foto Valerie Macon/Afp via Getty Images courtesy Omega

    Tanti gli ambasciatori Omega avvistati sul red carpet, con al polso gli esemplari della Maison di Biel. A cominciare da Eddie Redmain (in Valentino versione Alessandro Michele) con un Seamaster Aqua Terra 38 mm in acciaio, per passare a Nicole Kidman (in Balenciaga HC) con un De Ville Mini Trésor 26 mm in oro Moonshine™. E poi Ariana Debose con un Constellation 28 mm in acciaio/oro e diamanti, Regé-Jean Page anche lui con un Constellation ma da 39 mm in oro giallo, fino a Ke Huy Quan, con un altro Aqua Terra 38 mm in acciaio…

    Foto Emma McIntyre/Getty Images for Academy Museum of Motion Pictures courtesy IWC

    Altro marchio, altri testimonial. Anche la Casa di Sciaffusa ha schierato i personaggi più in vista del proprio entourage, per interpretare gli orologi del momento. Come Sterling K. Brown (nella foto), che aveva un Ingenieur Automatic 40 in acciaio. O Josh Greenbaum con un Portugieser Chronograph da 41 mm (in alto), sempre in acciaio – portato con nonchalance grazie al polso importante. Mentre Damson Idris con un bel Portugieser Perpetual Calendar 42 Boutique Edition, con cassa in oro rosso da 42,4 mm.

    Foto Amy Sussman/Getty Images courtesy Hublot

    Ancora, John Legend (nella foto) aveva al polso un Hublot Classic Fusion Orlinski in titanio, con cassa da 40 mm, lunetta e bracciale incastonati di diamanti. Ma concludiamo il “chi ha indossato cosa” all’Academy Museum Gala con un paio di autentiche chicche: Paul Mescal aveva un minuscolo Tank Louis Cartier in oro giallo, e Dwyane Wade un altrettanto piccolo Eternity di Tiffany & Co. in oro bianco con diamanti. Conclusione: per i polsi più virili, il trend del momento vuole gli orologi da donna. Meglio se lillipuziani…

    Prossimamente, a Ginevra

    Per la prossima edizione, la 4a, prevista dal 1° al 6 aprile 2025, Time to Watches cambia sede. E si trasferisce a Villa Sarasin, a un minuto (a piedi) dal Palexpo – proprio fuori dall’Entrata 1, in cima alle scale. Così, gli oltre 50 espositori del “contro-salone” ginevrino, perlopiù marchi indipendenti ma anche qualche fornitore, accoglieranno gli ospiti nei propri spazi privati all’interno della prestigiosa location. Certo, quelli di Watches and Wonders non ne saranno felici. Ma gli operatori del settore, che avranno vita più facile, ringraziano…

    Sinergie vincenti

    Compie 20 anni la partnership fra F.P.Journe e Corvo&C. Che si è consolidata nel corso del tempo e ha visto la società di distribuzione milanese contribuire fattivamente al successo del Marchio nel nostro Paese. Fondamentale l’apporto dei negozi di GMT-Great Masters of Time: dalla boutique di Porto Cervo (2007), a quelle di Milano, prima in corso Magenta (2009) e poi nel Brian&Barry Building (2014) – sede del primo Espace FPJ in Italia. Fino all’apertura in via della Spiga (2021), location di un Espace FPJ interamente dedicato (nella foto).

    Domenica in villa

    Foto courtesy Società San Paolo

    Domenica 3 novembre, l’associazione Orologiko organizza a Cinisello Balsamo un evento gratuito per tutti gli appassionati di orologeria, grandi e piccini. Dalle 10 alle 18, nella splendida Villa Casati Stampa, in piazza Soncino 6 (nella foto), Orologiko Mania ospiterà espositori con orologi di ogni tipo, ma anche attività didattiche per avvicinare i giovanissimi al mondo delle lancette e una cantante lirica di fama internazionale come ospite. Un’occasione unica alle porte di Milano, a ingresso libero, per una domenica ticchettante!

    N.B. Le nostre Cronache dell’orologeria non dormono mai… E spesso sono riaggiornate durante la settimana. Continuate a seguire il nostro appuntamento per non perdervi nessuna novità.

  • Première Sound, lo Chanel… ad alta fedeltà

    Première Sound, lo Chanel… ad alta fedeltà

    Il Première come non s’è mai visto: in versione tecnologica, sebbene non proprio smart. Un ibrido con funzioni audio, capace di connettersi allo smartphone, e allo stesso tempo interpretare le ultime tendenze di moda che vogliono gli anni Novanta come fonte di ispirazione. Ecco il Première Sound: un inedito wearable che è allo stesso tempo orologio, collana e cuffiette ad alta fedeltà. Tipicamente Chanel, nello stile come nella concezione.

    L’estetica del Première Sound

    Già, dal punto di vista estetico la cassa del Première Sound è quella di sempre. O, per meglio dire, è quella filologicamente corretta del Première Edition Originale, che a sua volta rispecchia il modello originario datato 1987. Nella forma ottagonale, a rievocare la geometria di place Vendôme, uno dei luoghi del cuore di Mademoiselle Coco. (Sì, certo, anche il profilo del tappo del leggendario Chanel N° 5: con quel flacone Art Déco, un best-seller della profumeria da oltre un secolo). Nel formato, di piccole dimensioni, esplicitamente dedicato ai polsi femminili. E nei materiali: acciaio placcato oro giallo, accostato al quadrante laccato nero e al vetro zaffiro sfaccettato.

    Non c’è, però, il consueto bracciale. La cassa è invece incastonata in una lunga collana, che riprende come al solito la tracolla della celeberrima 2.55, la borsa Chanel più desiderata di sempre, creata dalla grande couturière nel febbraio del 1955 (da cui il nome). La catena in acciaio placcato oro giallo è naturalmente intrecciata a una lunga striscia di morbida pelle nera, come da copione. Doppia nella parte attorno al collo, si scinde in due verso il basso – in due fili di lunghezza diversa – e vede l’orologio fissato su un lato. La definizione francese di montre-sautoir calza a pennello sul Première Sound: e anche è se ormai démodé (per usare un termine volutamente… fuori moda), ne coglie in pieno l’essenza. Indiscutibilmente chic.

    …la tecnologia…

    Quindi il colpo da maestro. Fermate alla catena da due clip quadrate, e facilmente removibili, ci sono un paio di griffatissime cuffiette. Gli auricolari nero-e-oro, in acciaio e vetro zaffiro, riportano l’ambita doppia C del logo (già questo basta a renderli un oggetto di culto). E sono collegati a un cavo nero opaco che termina con la presa audio di un classico jack da inserire nello smartphone (IPhone o Android, quale che sia), alla faccia del sistema wireless imperante ai nostri giorni. Il che fa tanto “operazione nostalgia” e spiega il riferimento alla moda anni Novanta, nelle prime righe in alto… Ma è anche l’ennesima conferma della sensibilità di Arnaud Chastaingt e del suo team nel saper cogliere lo Zeitgeist, lo “spirito del tempo” di letteraria memoria.

    Ma no, non pensate alla pessima riproduzione sonora, piena di disturbi e di fruscii, delle “cuffie con il filo” d’antan. Sviluppate con Master & Dynamic, brand newyorkese specializzato in dispositivi audio di alta qualità, le headphone del Première Sound sono un accessorio di ultima generazione. Low-tech ma funzionali, con tanto di microfono omnidirezionale, connettori e telecomando per il controllo remoto dello smartphone. Permettono quindi di rispondere alle telefonate, regolare il volume, riprodurre file audio o video (trovate i dati tecnici sul sito di Chanel). Io non le ancora provate, ma pare proprio che siano in grado di isolare l’ascoltatore dai rumori esterni e garantire un’ottimale qualità del suono. Insomma, come si dice oggi, di “offrire un’esperienza d’ascolto immersiva”.

    …e il beau monde

    Il Prèmiere Sound non poteva non avere l’immancabile contorno di mondanità. Presentato alla fine di agosto a Parigi insieme alle altre novità della collezione, è tuttora al centro di un evento speciale a Le Bon Marché Rive Gauche, in un pop-up che resterà aperto fino al 2 ottobre. E che espone anche i primi orologi Chanel, riuniti in una retrospettiva dedicata appunto al Première e alle sue evoluzioni nel tempo.

    A supporto del lancio, il Première Sound è protagonista di un video interpretato da Lily-Rose Depp, musa della Casa, e girato da Inez & Vinood nello studio/appartamento di Mademoiselle Coco al 31 di rue Cambon. Non solo. È già stato avvistato su un paio di celebrities. Un’altra ambasciatrice Chanel, Jeannie, vocalist delle Blackpink nonché star del k-pop, lo ha indossato lo scorso luglio in visita al temporary store Coco Crush di Seoul. E poi Lana Del Ray, che lo ha sfoggiato il 21 agosto al festival Rock en Seine. Tanto basta per aumentarne la desiderabilità…

    In arrivo nei negozi proprio in questi giorni, il Première Sound è in vendita in selezionate boutique monomarca – a un prezzo di 14.800 euro. Un prezzo coerente con gli altri esemplari di gioielleria Chanel. E poco importa che non sia alla portata di tutti. Chanel del resto non è “per tutti”: al contrario, è una Maison élitaria ed esclusiva per definizione. È un sogno cui solo poche fortunate possono accedere…

  • Gli spazi espositivi di W&W 2024, scenografie d’effetto

    Gli spazi espositivi di W&W 2024, scenografie d’effetto

    Gli habitué del Salone di Ginevra se ne saranno accorti. Rispetto al Sihh di una volta, gli spazi espositivi di W&W (leggi Watches and Wonders Geneva, troppo lungo da ripetere ogni volta) sono molto cambiati. In passato l’ambiente era uniforme: ogni maison si limitava a personalizzare gli interni della propria area, ma dall’esterno non si vedeva granché. Oggi chi gira per i corridoi della Fiera si imbatte in spazi scenografici, che non solo esprimono lo stile e i valori della casa ma sono anche a tema con le novità dell’anno.

    A Ginevra come a Basilea

    Tutto è cambiato dopo la diaspora da Basilea. Quando le marche che esponevano a Baselworld sono arrivate a Ginevra, hanno trasferito al Palexpo le loro mega-strutture. “Casette” su più piani, enormi superfici suddivise fra grandi atri e salette private, allestimenti che mutavano di anno in anno. Talvolta con decorazioni esagerate: macroscopici acquari tropicali, aerei in sospensione, auto d’epoca parcheggiate e monoposto di F1 letteralmente appese alle pareti…

    La maestosità, tra l’altro, è sempre stata un tratto comune anche a chi ha sempre mantenuto un profilo più sobrio. Pensiamo in particolare alle grandi costruzioni di Patek Philippe, Rolex, Chopard, Chanel. Queste stesse Case hanno ricreato negli hangar vicino all’aeroporto di Geneve-Cointrin lo stesso contesto che c’era a pianterreno della Halle 1 di Messe platz. A tal punto che a W&W il déjà-vu può provocare episodi di spaesamento…  

    Visto l’andazzo generale, le marche di Richemont Group & Co. si sono adeguate. Alcune del resto erano già propense a spettacolarizzare il proprio stand, con tanto di inaugurazione ufficiale a inviti, per un pubblico di fan e aficionados. Così, gli spazi espositivi di W&W si sono evoluti. E a ogni edizione acquistano un aspetto sempre nuovo, in cui gli arredi e i decori sono sempre funzionali al tema delle nuove collezioni.

    Chiaramente ci riferiamo alle due grandi aree principali. Il discorso non include né gli spazi del Carré des Horlogers, né quelli de La Place e del nuovo Mezzanino: personalizzati sì, ma più piccoli e meno sfarzosi. Per entrare nel dettaglio, parto proprio dalla zona in cui esponevano le marche del Gruppo Richemont e le altre che sono sempre state storicamente presenti a Ginevra. Con la premessa che non passeremo in rassegna tutti gli stand, ma solo quelli che ci hanno più colpito.

    Gli spazi espositivi di W&W 2024: da Richemont Group…

    A cominciare da Van Cleef & Arpels, la cui scenografia aveva un’ispirazione naturalistica, in linea con la Poesia del Tempo che sottende l’intera produzione della Maison. Ovunque una vegetazione lussureggiante fatta di foglie di dimensioni macro, in vetro di Murano e metallo, sotto un gioco di luci che cambiava la luminosità diffusa, quasi a riprodurre i ritmi circadiani. Due stanze in particolare – dai colori caldi o freddi – evocavano il Sole e la Luna, mentre grandi vetrine interne ospitavano gli straordinari oggetti con automa. Un’attrazione a sé, che – quando attivata – dava vita a uno spettacolo nello spettacolo.

    Invece il padiglione di IWC era ispirato all’architettura modernista, ma conteneva anche molti riferimenti al Manufakturzentrum di Schaffausen. Alla base dell’allestimento, l’idea Un tributo all’eternità faceva riferimento sia al nuovo Portugieser Eternal Calendar, sia all’atemporalità dell’omonima collezione. E si è concretizzata in una Luna gigante in 3D che sovrastava un’isola centrale (o meglio penisola, visto che era collegata alla “terraferma” da due rampe di scale), posta su un lago artificiale (o forse dovremmo dire sintetico) di grande effetto.

    Protagonista da Panerai, la partnership con Luna Rossa Prada Pirelli Team – in vista della 37a America’s Cup che si terrà tra il 22 agosto e il 20 ottobre prossimi. Se lo scafo multicolore del LEQ12 utilizzato durante gli allenamenti faceva bella mostra di sé appeso al soffitto, a fare gli onori di casa c’era anche lo skipper (e Direttore del Team velico) Max Sirena – almeno il giorno di apertura del Salone. Tutt’attorno, cime colorate, separé ondulati e pavimenti in teak, quasi ci si trovasse nel Villaggio velico di Barcellona.

    In occasione del 150° anniversario della Maison de La Côte aux Fées, gli spazi espositivi di W&W di Piaget sono stati interamente declinati nei colori celebrativi del blu e dell’oro. Il punto focale era però l’immenso schermo a parete su cui passavano le immagini della Piaget Society di oggi. Nelle teche disseminate qua e là si potevano invece ammirare i pezzi di punta in catalogo: dai più preziosi sautoir ai Black Tie-Andy Warhol di ultima generazione.

    … agli indipendenti

    Hermès ha invece affidato i propri spazi espositivi di W&W all’artista newyorkese Erin O’Keefe. Che ha creato un’installazione popolata di grandi forme organiche dai profili colorati, volutamente disposte senza un percorso organizzato per suscitare un senso di disorientamento. Una situazione in cui le percezioni cambiavano e si aprivano verso prospettive sempre nuove, a cornice degli esemplari realizzati dalla Maison con i mestieri d’arte. Sulle pareti, tagli e aperture riconducevano alla nuova collezione firmata da Philippe Delhotal, Hermès Cut.

    Per tornare all’America’s Cup, un altro scafo – quello di Alinghi Red Bull Racing – era ospitato all’interno dello stand di Tudor, partner del team svizzero di Ernesto Bertarelli. O meglio, la prua si protendeva direttamente su un corridoio del Salone, quasi fosse in bilico (in realtà, in tutta sicurezza). Mentre al piano superiore si poteva toccare con mano uno dei due impressionanti foil che permettono alle barche di volare sull’acqua… Non lontano, nello stand di Bell & Ross, al centro dello spazio si stagliava una Indian Blacktrack BT06. Ovvero la café racer di moderna concezione nata come progetto parallelo all’omonimo orologio del Brand francese.

    Concludiamo in bellezza questa carrellata degli spazi espositivi di W&W 2024 con Chanel, il cui allestimento quest’anno era dedicato alla Couture (come le novità, del resto). Dove un enorme, simbolico ago dorato dominava la candida scenografia, in cui pannelli a specchio ampliavano l’ambiente, sotto un soffitto simile a un quadrante, con grandi indici “cuciti”. A far da contraltare, i video trasmessi in loop sulla parete di fondo. Con le immagini (ingigantite) di orologi puntaspillo, lancette a forbice, cinturini-metro da sarto, fra l’automa di Mademoiselle Coco e ipnotici manichini semoventi.  

  • Chanel X-Ray atto 3°. Il vetro zaffiro come non s’è mai visto

    Chanel X-Ray atto 3°. Il vetro zaffiro come non s’è mai visto

    Chanel X-Ray capitolo tre. Dopo aver lanciato il J12 X-Ray nel 2020, e il Boy-friend Squelette X-Ray nel 2021, quest’anno la Casa della doppia C è tornata sul tema. E alla scorsa edizione di Watches and Wonders Genève ha presentato tre nuovi esemplari improntati sulla trasparenza, all’interno della collezione Interstellar. Prima di tutto il J12 X-Ray Star, poi il Première Camélia X-Ray e infine il Première X-Ray.

    La collezione Interstellar, va ricordato, è una sorta di grande contenitore ideale che riunisce i diversi modelli del catalogo Chanel interpretati in chiave nuova. Ogni famiglia di orologi è infatti rivista con un’ottica fantascientica, in cui si incontrano soggetti astrali e futuristiche visioni, stelle e robot, ricerca scientifica e suggestioni cyber. Come dichiara la Maison parigina, una sorta di “viaggio nel tempo e nello spazio, ispirato dall’universo sci-fi”.

    Chanel X-Ray e il vetro zaffiro

    In questo senso, gli Chanel X-Ray sembrano oggetti visti appunto ai raggi x, un po’ come se fossero attraversati da raggi cosmici in grado di rivelarne la struttura interna. In realtà sono fatti di vetro zaffiro, un materiale prodotto in laboratorio che per poter essere lavorato richiede competenza e savoir-faire. In pratica si tratta di zaffiro sintetico, o per meglio dire di corindone sintetico. Il cui processo di produzione deriva dal metodo sviluppato nel 1902 dal chimico francese Auguste Verneuil.

    Non intendo soffermarmi più di tanto sulle qualità e sulle problematiche del vetro zaffiro: rimando a questa vetrina chi volesse inquadrare il discorso in un contesto più ampio. Qui mi limito a dire che è un materiale trasparente e leggero (una volta e mezza più leggero della ceramica, quattro più dell’oro), inscalfibile ai graffi e all’usura, praticamente immune al trascorrere del tempo. Di straordinaria durezza (raggiunge il valore 9 della scala di Mohs), è difficile da lavorare e richiede utensili al diamante (che ha durezza 10).

    Essere in grado di realizzare i componenti di un orologio con il vetro zaffiro – caratterizzati da spessori ridotti e tolleranze micrometriche – vuol dire padroneggiarne le lunghe e complesse tecniche di lavorazione. Tuttavia, per eseguirle in modo impeccabile, non servono solo oggettive capacità artigianali ma anche speciali sensibilità. Lo si è visto nei precedenti esemplari di Chanel X-Ray e se ne ha conferma nei nuovi tre.

    Il J12 X-Ray Star

    Evoluzione del precedente J12 X-Ray, questo inedito Chanel X-Ray si distingue prima di tutto per l’effetto “frozen”. Una particolare finitura “ghiacciata” che riproduce alla perfezione un vetro congelato e dà l’impressione di una gelida opacità. Una sensazione raggiunta con la messa a punto di un ulteriore step nella lavorazione del vetro zaffiro: terminata la fase di lucidatura, ogni singolo componente della cassa e del bracciale è smerigliato con un disco diamantato così da satinare la superficie.  

    Ne consegue che le già lunghe operazioni di taglio e di molatura richiedono altro tempo per la rifinitura finale. A quanto dichiara la Maison – e non c’è motivo per dubitarne – per ogni orologio sono quindi necessarie 1600 ore di lavorazione, che si traducono in un impegno e in un costo notevoli. Ed è questo il motivo per cui il J12 X-Ray Star è realizzato soltanto in 12 esemplari.

    Rispetto al predecessore, però, il J12 X-Ray Star è ancora più prezioso, interamente tempestato com’è di diamanti baguette. Sulla lunetta, agli indici e lungo tutte le maglie del bracciale è infatti incastonato con 196 gemme, inserite una ad una nella montatura “a binario”, per un totale di 16 carati circa. Nelle didascalie in alto descrivo le altre caratteristiche, qui però merita almeno un cenno il movimento meccanico a carica manuale.

    Come nel J12 X-Ray, il Calibro 3.1 – concepito e realizzato “in casa” – non solo ha una costruzione interamente scheletrata, ma anche la platina e i ponti in vetro zaffiro. Il risultato è un’architettura leggerissima, dall’aspetto arioso, perfino rarefatto. Sembra quasi essere sospeso nel nulla, con la luce che ne attraversa i diversi componenti meccanici. Una nota personale: a Ginevra non ho potuto toccarlo né indossarlo, ma anche solo vederlo dal vivo – devo dire la verità – è quasi emozionante.

    Il Première Camélia X-Ray

    Altra novità Chanel X-Ray è poi il Première Camélia X-Ray. Anch’esso ha un precedente, il Première Squelette Camélia presentato nel 2017 a Baselworld, ma se ne discosta per la cassa in vetro zaffiro. Dalla forma ottagonale tipica della collezione (la prima dell’orologeria Chanel, creata nel 1987), dev’essere stata un vero incubo per chi ha dovuto ricavarla dal blocco di vetro zaffiro, con quegli angoli smussati e i diversi piani sovrapposti.

    Anche qui, da citare almeno il movimento. A carica manuale e sempre di manifattura, è il Calibro 2. Un unicum nell’intero settore per la silhouette dalla forma floreale – anzi, per essere precisi, a camelia, il fiore prediletto da Mademoiselle Coco. Una camelia stilizzata, simile ad alcuni pezzi di gioielleria dell’omonima collezione: una similitudine accentuata dal fatto che i ponti sono incastonati da piccoli diamanti taglio brillante.

    In questo caso, eccezionalmente, il numero delle gemme riveste una particolare importanza. Il maestro sertisseur ha impiegato 19 ore per incastonare – una ad una – con delicatezza ed efficacia – le 246 piccole pietre. Soprattutto ha dovuto prestare attenzione a non deformare la sottile struttura dei ponti, per evitare di compromettere il buon funzionamento del movimento stesso. Le caratteristiche di questo Chanel X-Ray comportano la tiratura limitata di 55 esemplari.

    Il Première X-Ray

    Terzo e ultimo modello della serie, il Première X-Ray mantiene la foggia e il formato dell’esemplare originario, così come il movimento al quarzo Swiss made. Ma si differenzia per l’inedito bracciale a catena gourmette, formato da anelli in vetro zaffiro alternati ad altri in oro bianco tempestati di diamanti. Un bracciale siffatto, un’assoluta novità in orologeria, ha richiesto la messa a punto di un particolare procedimento di costruzione.  

    Infatti, non solo i link trasparenti devono essere singolarmente ricavati dai blocchi di vetro zaffiro, e di per sé sono difficili da intagliare e sagomare proprio per le forme ritorte e le superfici arrotondate. Ma, visto gli anelli in vetro zaffiro devono essere necessariamente chiusi, sono collegati tra loro tramite anelli forgiati nell’oro bianco. I quali però possono essere lucidati (rigorosamente a mano) e incastonati a neve soltanto dopo l’assemblaggio.

    Considerato il numero delle pietre – 1318 diamanti di dimensioni davvero ridotte – si comprende perché ogni bracciale richiede qualcosa come 3 settimane di lavoro. A cui vanno aggiunti poi gli altri diamanti che compongono il pavé del quadrante, per un totale di 1700 gemme, pari a 5.43 carati. A conti fatti, si spiega anche la tiratura estremamente limitata del Première X-Ray, prodotto soltanto in 10 esemplari.

  • Chanel Interstellar, viaggi astrali per polsi ipergalattici

    Chanel Interstellar, viaggi astrali per polsi ipergalattici

    Chanel Interstellar è il titolo della collezione presentata quest’anno a Watches & Watches Genève dalla Maison parigina. Ben rappresentata dallo spazio espositivo – una sorta di ponte di comando di un’astronave candida, popolata da statici androidi neri -, prende ispirazione “dall’universo sci-fi, dai viaggi nello spazio e nel tempo”, come spiega la cartella stampa. Ed è estremamente ricca e variegata, composta da ben 23 esemplari di tutte le famiglie di orologi in catalogo.

    Ma Chanel Interstellar è anche il nome di una capsule collection a tema. Che non include i pezzi unici o quelli di alta orologeria come il Lion Astroclock o il Mademoiselle Privé Sautoir Lion, ma si concentra su particolari creazioni, più accessibili anche se ugualmente esclusive. Sette orologi a tema, “dai motivi pixellati, con circuiti stampati, giochi di fosforescenza, charm a forma di stelle e robot 3D”, che danno una particolare interpretazione del J12, del Première, del Boy-Friend e del Code Coco circoscritta nel tempo. In produzione limitata, saranno infatti in vendita solo fino alla fine dell’anno.

    Le premesse

    Chi pensa tuttavia che questo argomento sia del tutto estraneo dall’immaginario della Casa dalla doppia C, evidentemente non conosce Chanel. Né il passato impresso da Mademoiselle Coco, né l’attualità di Patrice Légueraud e di Arnaud Chastaingt, le due figure alla guida degli Studi creativi rispettivamente della gioielleria e dell’orologeria Chanel.

    Per intenderci, la prima (e unica) collezione di Haute Joaillerie lanciata da Gabrielle Chanel nel 1932, Bijoux de diamants, verteva in gran parte su soggetti cosmici: le stelle, le costellazioni, gli astri… Celeberrimo è rimasto nel tempo il collier Comète, a buon diritto entrato nella storia del costume come capostipite di più generazioni di esemplari.

    Nel 1993, quando la divisione Chanel Joaillerie apre i battenti, quell’universo astrale conosce ampi sviluppi, che si perpetuano ancora e ancora nei decenni successivi. Lo dimostrano per esempio le collezioni Eléments Célestes del 2005 e in tempi più recenti Chanel 1932, che rinnova la tradizione e la reinterpreta con creatività. Del resto, tutti gli elementi senza tempo inventati da Mademoiselle ritornano, adattati e modificati, nella moda e negli accessori della Maison, via via rivisitatati con il gusto del momento.

    Lo stesso Arnaud Chastaingt li traferisce al polso, li filtra con la propria sensibilità e li arricchisce con le suggestioni del mondo di oggi. Pescate, nel caso della capsule Chanel Interstellar, nel mondo delle esplorazioni scientifiche come nell’ingegneria elettronica, in un mix di scienza e fantascienza, di realtà e fantasia condite con un pizzico di umorismo.

    Il J12 Cybernetic

    Cominciamo dal J12, l’esemplare simbolo del Nuovo Millennio che ha impresso un nuovo corso non solo all’orologeria Chanel ma all’intero settore. L’inedito motivo a pixel del J12 Cybernetic dona alla cassa in ceramica un’immagine digitale, quasi alla Seurat, che però sembra sfuggire dalla griglia della composizione come fosse attratta all’esterno da qualche potente forza gravitazionale.

    Un effetto reso possibile dall’esperienza del J12 Paradoxe ma che ha comportato ulteriori difficoltà durante le fasi di fabbricazione. I tecnici della Manifattura a La Chaux-de-Fond, che realizzano la ceramica degli orologi Chanel (e non solo), hanno infatti dovuto creare un nuovo stampo per la componente destra della cassa e mettere a punto nuove operazioni di rettifica delle parti esterne verticali, così da ottenere una superficie piana e uniforme.

    La lunetta in acciaio – eccezionalmente fissa, per non mutare il gioco dei pixel – è invece realizzata con un inserto in vetro zaffiro dipinto di vernice nera e bianca. Riguardo alla meccanica, il J12 Cybernetic monta il calibro 12.1 con 70 ore di autonomia e certificazione Cosc. Che si può correttamente definire “di manifattura” in quanto prodotto, come già scritto altrove, da Kenissi, di cui Chanel è comproprietaria.

    Gli altri J12 della capsule Chanel Interstellar

    Più consueti nelle forme, ma ugualmente originali, gli altri due J12 della capsule collection sono accomunati da effetti luminescenti. Il J12 Interstellar, interamente in ceramica ad alta resistenza nera, nel quadrante in lacca “glitterata” da diamanti e da tocchi di Super-LumiNova evoca, quasi fosse avventurina, un cielo stellato. Una notte galattica oltretutto attraversata da una cometa in movimento – ovvero dalla lancetta centrale dei secondi con il contrappeso a forma di stella. Da segnalare anche qui la presenza del calibro 12.1 realizzato “in casa”.

    In ceramica ad alta resistenza bianca lucida, invece, è il J12 Cosmic, decorato da una grafica pop, che potrebbe ricordare quella del J12.20. Qui però il quadrante è rivestito di materiale luminescente, al di sopra del quale sono posizionati diamanti e stickers fantascientici: tra navicelle spaziali, pianeti, stelle, ufo e astronauti spicca anche la silhouette di Mademoiselle Coco, in un gioco di doodle astrali. Come nel precedente esemplare, la lunetta fissa con inserto in vetro zaffiro è ornata da un pattern baguette.

    I Première, il Boy-Friend e il Code Coco

    La rassegna della capsule Chanel Interstellar prosegue poi con i Première. L’orologio apparso per la prima volta nel 1987 rivela tutta la propria atemporalità nelle due nuove, divertenti versioni: il Première Robot e il Première Lucky Star. Nel primo, la tipica cassa ottagonale diventa il corpo cibernetico di un robottino in oro giallo, con la testa e gli arti meccanici in titanio annerito, ceramica, diamanti e onici cabochon. Nel secondo, al posto della corona, la cassa in acciaio acquista un charm a forma di stella tempestato di diamanti taglio brillante.

    Quindi il Boy-Friend Cyberdata, con la cassa ottagonale in acciaio annerito da un trattamento Adlc (Amorphous Diamond like Carbon, un rivestimento di superficie che trasferisce sulla superficie del metallo le particelle di carbonio amorfo così da renderlo più resistente ai graffi: un processo “sotto vuoto” che qui richiede 5 giorni di lavorazione). Il quadrante laccato in questo caso è come un prezioso chip, un circuito integrato decorato da diamanti.

    Infine il Code Coco Cybergold, con la cassa in acciaio Adlc nero e il quadrante laccato, integrati nel cinturino matelassé in pelle d’oro. Un materiale che ricorda certe tute spaziali laminate, indossate dagli astronauti con funzione di isolamento termico o di protezione dalle radiazioni cosmiche. Notevole qui è la costruzione del lettering in rilievo, in lega metallica rivestita da un trattamento galvanico d’oro e poi fissate saldamente all’interno del cinturino una ad una, con apposite piastrine sagomate. Meglio evitare che qualche lettera si stacchi e possa vagare in eterno nell’iperspazio…

  • J12 Calibro 12.2: Chanel continua la collaborazione con Kenissi

    J12 Calibro 12.2: Chanel continua la collaborazione con Kenissi

    Finora, Chanel differenziava gli esemplari della collezione J12 principalmente in due linee, diverse per dimensioni e movimento: 33 mm al quarzo e 38 mm meccanico. Quest’anno invece la Maison ha fatto cadere la storica distinzione e ha creato il J12 calibro 12.2, 33 mm. Ovvero l’orologio nel formato più piccolo equipaggiato da un movimento automatico. Non acquistato da terzi, ma realizzato ad hoc da Kenissi, la manifattura Tudor di cui è la Maison è comproprietaria.

    E non è cosa da poco. Perché ci permette di fare qualche importante riflessione non solo sulla maturità del “progetto orologeria” di Chanel. Ma anche – da un lato – sui progressi compiuti dalla tecnologia in epoca contemporanea. E – dall’altro – sui mutamenti di gusti e di abitudini di un certo segmento di mercato, o meglio della fascia di pubblico cui il J12 da 33 mm si è sempre rivolto: ovviamente quello femminile.   

    Una prospettiva storica

    Per tradizione, gli orologi da donna sono sempre stati più piccoli di quelli da uomo. E, spesso, anche più imprecisi: proprio per la miniaturizzazione del movimento, che comportava non solo dimensioni ridotte dei componenti (e in particolare del bilanciere), ma anche una minore robustezza intrinseca e quindi una maggiore fragilità a urti e vibrazioni. Per questo, dopo l’avvento del quarzo, le aziende preferirono di gran lunga inserire negli esemplari femminili movimenti elettronici: più precisi e più pratici, meno delicati e problematici di quelli meccanici.

    Certo, le eccezioni ci sono sempre state. Ma in genere i calibri meccanici di qualità nei modelli da donna si trovavano solo nelle produzioni più costose e pregiate delle grandi maison. E le donne, da parte loro, si sono adeguate: pilotate a concentrarsi più sugli aspetti estetici, a considerare gli orologi come semplici accessori alla stregua dei gioielli, per decenni hanno accettato la situazione di buon grado. E si sono accontentate, senza più preoccuparsi del valore meccanico di ciò che portavano al polso.

    Un pubblico evoluto

    Negli ultimi anni però la situazione si è a poco a poco modificata. Le donne, o almeno, certe donne hanno cambiato atteggiamento: questione di consapevolezza, di cultura, di interesse e (perché no) di possibilità economiche… Hanno cominciato ad acquistare per sé stesse i propri orologi e di conseguenza a far attenzione (anche) alla micromeccanica. A informarsi sul tipo di calibro montato all’interno del loro esemplare preferito, perfino a interessarsi alle complicazioni.

    Da parte loro, in un rapporto speculare reciproco, le maison di orologeria hanno dato sempre maggior peso al pubblico femminile. Complici l’avanzare della tecnologia, l’affermarsi di nuovi materiali, gli investimenti in metodi e procedure industriali convenienti, hanno iniziato a produrre esemplari meccanici anche per le signore (o perlomeno a dar loro la possibilità di scegliere). Ne è una prova proprio il Calibro 12.2 realizzato da Kenissi per Chanel.

    Il Calibro 12.2

    Il nome lascerebbe pensare che si tratti di un’evoluzione del Calibro 12.1, il primo movimento meccanico a carica automatica progettato dall’azienda di Le Locle per la Casa della doppia C. Vi rimando a quanto già scritto in precedenza, per limitarmi qui a riassumerne le caratteristiche: 191 componenti, 28 rubini, autonomia di 70 ore, bilanciere a inerzia variabile, spirale antimagnetica in nichel-fosforo, dispositivo stop secondi, datario istantaneo, certificato ufficiale di cronometro (Cosc) e garanzia di 5 anni. 

    In realtà, come dichiarato da Arnaud Chastaingt, Direttore dello Studio Creativo di Orologeria Chanel, il Calibro 12.2 non è una semplice miniaturizzazione di quel precedente. Tutti i componenti sono stati infatti ridisegnati ex novo, ridotti nel numero e riposizionati sulla platina, sebbene l’architettura sia rimasta la stessa anche per mantenere immutata – e subito identificabile – l’identità del movimento. Per i dettagli tecnici comunque vi rimando alle didascalie. Qui mi limito a sottolineare che la differenza sostanziale rispetto al Calibro 12.1 sta nell’autonomia di 50 ore e nell’assenza del datario. Per il resto, anche il nuovo movimento automatico rispetta gli standard più elevati richiesti dalle esigenze del pubblico di oggi.

    Il nuovo J12 Calibro 12.2 33mm

    Dal punto di vista dell’habillage, il nuovo J12 Calibro 12.2 resta uguale a se stesso. Anche perché, dopo il totale restyling messo a punto proprio da Chastaingt nel 2019, non aveva bisogno di ulteriori ritocchi. Realizzato interamente in ceramica ad alta resistenza, come di consueto bianca oppure nera, dalla finitura lucida, l’orologio conserva le tipiche pecularità che lo hanno caratterizzato nel tempo. Come l’impermeabilità fino a 20 atmosfere o la ghiera unidirezionale girevole, che lo rendono di fatto uno dei pochi esemplari subacquei da donna disponibili sul mercato. Per entrambe le versioni il prezzo è di 7.500 euro.

    In più, il J12 Calibro 12.2 è stato declinato in due inedite versioni di alta gioielleria. Una con la lunetta e gli indici incastonati di diamanti taglio baguette, l’altra interamente tempestata con le stesse gemme (e con “interamente” intendo quadrante, lunetta, anse, carrure e bracciale, per un totale di oltre 35 carati). In questi casi, anche il movimento subisce qualche modifica: tinge di nero i componenti e, nella referenza più preziosa, acquista diamanti baguette perfino sulla massa oscillante. Per parafrasare Chanel, “l’allure dell’esterno si rivela anche all’interno”.

  • Chanel Wanted, la logomania diventa sempre più esclusiva

    Chanel Wanted, la logomania diventa sempre più esclusiva

    Wanted nel senso di ricercato, come nei film western. Ma anche in quello di desiderato, bramato come solo certi oggetti possono essere. Si chiama proprio Chanel Wanted la nuova collezione di orologi inventata da Arnaud Chastaingt. Una capsule collection che reinterpreta le famiglie di esemplari già in catalogo con il logo come protagonista.

    Il messaggio del logo

    L’ispirazione, è chiaro, proviene dalla “logomania”, tendenza che si è affermata con i rapper degli anni Ottanta a definire l’estetica street-style; quindi, nel decennio successivo, diffusa soprattutto nei look dei marchi del lusso. Negli anni Novanta e nei primi Duemila il logo diventa non solo una dichiarazione di stile ma anche di potere (quasi un “vesto dunque sono”). E da allora rimane come presenza ricorrente nella moda, un po’ come “un classico”, per poi tornare in auge negli ultimi anni con un nuovo significato.

    Non più ostentazione di chissà che, ma segno che rivela l’appartenenza a un gruppo, a una fashion community. Simbolo di uno stile di vita che infonde sicurezza, specie tra i giovani, perché trasmette l’idea di adesione a un brand (ri)conosciuto, alla sua storia e al patrimonio di valori portati avanti nel tempo. Non un fenomeno nuovo, neppure nell’industria delle lancette: ne parlavamo qui, qualche anno fa. In orologeria il logo diventa un segno grafico ben visibile, diretta espressione di creatività e inventiva.

    Proprio come nella nuova collezione Chanel Wanted. Che rielabora lo storico lettering, nell’ancora attualissimo restyling fatto da Jacques Helleu nel 1974 – dopo che quelle sei letterine magiche erano rimaste a lungo immutate. Ai nostri giorni diventate esse stesse un “cult” – un idolo, un feticcio – in grado di dare un valore aggiunto a qualsiasi oggetto. Di scatenare la bramosia delle fan di Chanel – e sono tante! –, capaci di qualunque cosa pur di mettere le mani su qualcosa di firmato dalla Casa della doppia C. Soprattutto se esclusivo.

    Un episodio di quotidiana follia

    E non da oggi. Vi faccio un esempio. Sfilata Chanel Autunno-Inverno 2014/15. Karl Lagerfeld trasforma il Grand Palais di Parigi in un supermarket, lo Chanel Shopping Center. Le corsie, gli scaffali, i carrelli sono stipati di prodotti d’uso quotidiano ma griffatissimi, “ricodificati in Chanelspeak” (per citare Tim Blanks di Vogue America). Tra la merce esposta, si trovano il Little Black Tea, le uova Le Noeuf de Chanel, i cereali Coco Flakes; le sac poubelle (il sacchetto della spazzatura) che diventa le sac plus belle, i cotton fioc neri etichettati come bâtonnets élégants; e ancora le latte di vernice Gris Jersey e perfino una motosega con la tipica catena Chanel. Tutto con il logo impresso in bella vista.

    Il pubblico, numeroso come al solito in quell’epoca, non pensa al significato della scenografia, negli intenti di Lagerfeld celebrazione e insieme satira del consumismo. Divertito ed estasiato allo stesso tempo, al termine dello show si lancia precipitosamente sui prodotti e cerca di accaparrarsene il più possibile, senza ritegno, per poi tentare di varcare l’uscita.

    Mi ha sempre fatto sorridere l’immagine delle chic-chissime signore vestite Chanel da capo a piedi, assatanate come “un’orda di locuste” (è sempre Tim Blanks a definirle così). Letteralmente impazzite, incuranti dell’educazione e del decoro, davvero pronte tutto pur di conquistarsi un ambito trofeo. Che poi cercano di sfuggire al personale di sicurezza piantonato davanti alle porte, e di passare inosservate con lo zerbino “Mademoiselle Privé” sotto il braccio…

    Chanel Wanted, non solo per fashion addicted

    Chiamatele come volete: Coco Girls, Chanel maniacs, Chanel addicted… Le fan della Casa sono una categoria di persone (non solo donne) di ogni età e nazionalità. E saranno proprio loro (anche se, ne sono certa, non le uniche) le prime ad apprezzare gli esemplari della linea Chanel Wanted. Irresistibilmente attratte – come api dal miele – dal lettering del logo, fulcro del processo creativo operato dal Watch Creation Studio di Chanel.

    Come scrivevo prima, infatti, Monsieur Chastaingt e compagni si sono dilettati a inserire l’inconfondibile scritta “Chanel” all’interno delle quattro collezioni di orologi più celebri della Maison: il J12, il Première, il Boy٠Friend e il Code Coco. Ciascuno in modo diverso, con il ricorso a particolari savoir-faire per rendere ogni modello unico, e ciascuno in edizione limitata, a sottolinearne l’esclusività.

    Ecco quindi il J12 Wanted de Chanel 38 mm in ceramica nera lucida con il logo a contrasto stampigliato al centro del quadrante; in contraltare, la versione da 33 mm in ceramica bianca con il marchio ossessivamente ripetuto in caratteri metallizzati. Mentre il Première presenta le lettere cubitali appese alla catena a mo’ di charms, il Boy٠Friend e il Code Coco sono decorati dal lettering applicato sul cinturino o sul bracciale.

    Per le caratteristiche tecniche, i dettagli costruttivi e i prezzi vi rimando alle didascalie. Qui concludo con un’ultima info. La collezione è completata dal coffret J12 Highly Wanted de Chanel, composto da sei modelli di Alta Orologeria in ceramica nera opaca, con il nome che risalta sul quadrante in smalto nero brillante. Acquistabili anche separatamente, ma ciascuno riprodotto solo in 5 esemplari. Ancora più esclusivi, e quindi più ambiti. Wanted, appunto.

  • End of the Year. Chanel e il sogno di una notte d’inverno

    End of the Year. Chanel e il sogno di una notte d’inverno

    End of the Year, sera di San Silvestro. In una sala addobbata ad arte, un gruppo di amici è riunito per il classico cenone attorno a un lungo tavolo imbandito con cura. L’atmosfera di festa è tangibile, satura di risate e di allegria. Lo scambio dei doni diventa un momento di complicità e di affetto. Tutti vestono con eleganza, i volti dal trucco impeccabile si distendono in ampi sorrisi, i gesti misurati esprimono educazione e cortesia (niente di affettato, però: solo buone maniere). Una di loro gioca a immortalare la scena con una telecamera, altri parlano al telefono con curiosi apparecchi d’antan dalla cornetta a forma di Leone.

    È il video End of the Year, realizzato da Chanel per suggerire le creazioni di orologeria e gioielleria più adatte a essere regalate in questo periodo. (Dal J12 al Boy·Friend, dal Première fino ai pezzi della collezione Coco Crush: “Give wonder, give Chanel”, recita il claim). Trenta secondi magici e un po’ folli, dal magnetismo naturale, davanti ai quali si resta incantati come bambini la notte di Natale. Abbiamo chiesto a Elena Lorusso – narratrice dall’animo poetico, “assidua produttrice di storie e racconti”, come lei stessa si definisce – di interpretarlo per noi. Ed ecco il risultato. Buon anno!

    End of the Year. Sogno di una notte d’inverno

    Non è mai notte quando vedo il tuo volto; perciò ora a me non sembra che sia notte, né che il bosco sia spopolato e solitario, perché per me tu sei il mondo intero; chi potrà dunque dire che io sono sola se il mondo è qui a guardarmi?

    Se solo… se solo fosse il sogno di una notte d’inverno…

    Se solo una notte, un’unica notte, unisse il passato, il presente e il futuro.

    Se solo una notte, un’unica notte, l’ultima dell’anno, la stirpe di una stessa famiglia si riunisse. Insieme. Uniti sotto il segno del leone, stemma di un’intera dinastia.

    Accade, ed è End of the Year di Chanel.

    Bosco d’incanto. Un tratto vuoto, inerme, e poi subito vivo, intenso e fragoroso come una risata che si tramanda e risuona.

    Vibrano i polsi, appare Montre J12, regina del futuro. Bianca bellezza di ceramico volto, rarefatto e glaciale, regina delle nevi del futuro. Forza e determinazione.

    Il fiato corre, s’insinua veloce tra le bocche dei presenti. Sangue dello stesso sangue.

    Trepidante Coco Crush, volto metalassé del passato, poi Bouton de camélia e ancora Première, presente di straordinaria bellezza.

    Creature fuori dal tempo, battito del tempo e soffio cristallizzato.

    Se solo… se solo una notte d’inverno, il tempo fosse fuori dal tempo.

    Se solo fosse il Sogno di una notte d’inverno.

    Fiato che diventa parola, verbo che si rafforza. E il tempo si fissa. Segreti di una vita intera che corrono veloci, si realizzano e cristallizzano.

    Un’intera dinastia. Unita per una notte. Incantesimo di fiato.

    Attimi veloci e l’incanto corre e scorre veloce.

    End of the Year brilla di eternità. È la storia che si ferma, e vive e rivive nella parola di chi l’ha vestita. Un attimo, due, tre, e poi l’ultimo. Tutto scompare.

    Sogno di una notte d’inverno. Incantesimo rarefatto.

    Presenza dorata e lieve. Rimane solo il sospiro, di chi l’ha vissuto. Di chi l’ha tramandato.

    Sogno di una notte d’inverno, che rimane per sempre.

    Non è mai notte quando vedo il tuo volto; perciò ora a me non sembra che sia notte, né che il bosco sia spopolato e solitario, perché per me tu sei il mondo intero; chi potrà dunque dire che io sono sola se il mondo è qui a guardarmi?

  • Mademoiselle Privé Bouton bague: gli anelli-orologio di Chanel

    Mademoiselle Privé Bouton bague: gli anelli-orologio di Chanel

    Chanel Mademoiselle Privé Bouton atto secondo. Nuovi esemplari gioiello vanno ad arricchire la collezione che rende omaggio al mestiere di Mademoiselle Coco. Sono, ancora una volta, orologi “a segreto” dissimulati nei bottoni e scaturiti dall’immaginazione di Arnaud Chastaingt. Sintesi estetica del mondo della grande couturière, i bottoni hanno valori e significati di cui Il Giornale degli Orologi si è già ampiamente occupato altrove. Ma accanto ai modelli “a polsino”, variazioni sul tema dei precedenti (che descriverò più tardi), ce ne sono altri particolarmente interessanti: i Mademoiselle Privé Bouton bague. Chi conosce un po’ il francese lo ha già capito: si tratta proprio di anelli-orologio, cioè di anelli che mostrano l’orario e nascondono al loro interno il quadrante e il movimento.

    Sarà per la preziosità, sarà per lo stile elaborato, sta di fatto che i Mademoiselle Privé Bouton bague mi hanno ricordato subito alcuni precedenti storici. Per spiegarvi a cosa mi riferisco, dobbiamo fare un grande salto indietro nel tempo e tornare agli albori dell’orologeria meccanica. Quando i progressi tecnici sostituirono i pesi con la molla metallica (una lamina fatta prima di ottone battuto, poi di acciaio temprato) come fonte di energia. Un’invenzione che rese gli esemplari non solo portatili, ma anche trasportabili. E ne permise la diffusione nelle ricche case private degli alti prelati e delle famiglie nobili.

    Un capitolo di storia dell’orologeria

    Nel XVI secolo, un’ulteriore miniaturizzazione dei movimenti portò allo sviluppo dei cosiddetti orologi “da persona”, che potevano cioè essere indossati. “In un’epoca in cui l’apparire era la regola all’interno della nobiltà, l’orologio – creazione tanto ornamentale che utile, malgrado la scarsa precisione – incontra parecchio successo”. Così scrive Dominique Flechon nel libretto La Montre sur Soi, pubblicato dalla Fondation de l’Haute Horlogerie a corredo di una mostra organizzata al Salone di Ginevra del 2004. “Tutte le persone di alto rango dovevano portarne uno per dimostrare il proprio potere, la propria apertura mentale verso le scienze e la propria modernità”.

    E continua: “L’uso più frequente porta a indossare l’orologio come collana, anche se alcuni lo fanno cucire all’interno degli abiti o lo nascondono in una tasca. Tuttavia a qualche orologiaio riesce la prodezza di miniaturizzare il loro meccanismo, al punto da alloggiarlo nei pomoli delle spade (cioè nell’impugnatura, ndr), come quelle fabbricate nel 1518 per il re Francesco 1°; o ancora nei bottoni dei vestiti, negli orecchini o negli anelli”, appunto. Lo storico francese, quindi, si sofferma a citare diversi esemplari più o meno celebri di anelli-orologio, realizzati nel corso del Cinquecento. Con tanto di nomi e cognomi sia dei costruttori sia dei fortunati personaggi che potevano sfoggiare le “meraviglie della tecnologia” del tempo.

    Illustri precedenti

    “Pierre Woeriot (1532/1599), incisore e orefice della Lorena, creò numerosi modelli di pomoli di armi bianche e di pezzi di gioielleria. Nel suo Libro degli anelli pubblicato nel 1561, un catalogo di disegni destinati agli orafi e ai gioiellieri, figura fra l’altro uno spettacolare modello di anello-orologio, detto ‘anello scientifico’, il cui gambo era costituito da due arieti a supporto di un castone cilindrico contenente il meccanismo e il quadrante. Mentre in un inventario della gioielleria di Elisabetta 1a d’Inghilterra (1533/1603), redatto nel 1587, si scopre che la regina possedeva numerosi orologi e li indossava al collo, sulle dita, alla cintura; aveva perfino un orologio bracciale, ricevuto come dono nel 1572”. Per quanto ne so, si tratterebbe della prima testimonianza di orologio da polso nella storia dell’orologeria.  

    Invece, l’esemplare di Guidobaldo da Montefeltro, duca di Urbino, “è descritto da Heronymus Cardanus, matematico e medico milanese del XVI secolo, come un anello da portare all’indice, in cui una pietra preziosa nasconde un orologio a suoneria. Ancora, tra gli anelli-orologio che sono giunti fino a noi, ce n’è anche uno attribuito a Jacob Weiss e realizzato verso il 1590; un esemplare a suoneria che sintetizza l’interesse per le curiosità intellettuali, le scoperte e il progresso scientifico dei primi mecenati del Rinascimento. Ornato di simboli religiosi, racchiude un reliquiario, ed è al contempo un oggetto di valore sia spirituale che scientifico”. Inutile aggiungere che gli anelli-orologio rimasero una costante – seppur rara – nella storia dell’orologeria dei secoli successivi.

    I Mademoiselle Privé Bouton bague…

    Ecco, i Mademoiselle Privé Bouton bague mi sembrano gli eredi diretti di quei nobili predecessori. D’accordo, sono animati da moderni movimenti al quarzo Swiss made e non da calibri meccanici, ma la cosa si spiega da sé. I movimenti al quarzo risolvono contemporaneamente il problema delle dimensioni (più che ridotte, lillipuziane), che va di pari passo con quello della precisione (irrinunciabile ai nostri giorni); e in più limitano i costi – già di per sé cospicui, visti i materiali preziosi con cui sono realizzati gli anelli-orologio di Chanel. I tre modelli dei Mademoiselle Privé Bouton bague sono infatti anelli importanti, a pinnacolo o a sigillo, forgiati nell’oro giallo e interamente tempestati di diamanti, sia sul gambo sia sul quadrante.

    Si differenziano l’un l’altro per il “coperchio” che nasconde l’orario (ricordo che sono sempre “orologi a segreto”, come gli altri esemplari della collezione). E che li fa apparire a tutti gli effetti come vistosi pezzi di gioielleria, dalla funzione insospettabile. Un esemplare quindi ha la cover decorata con un motivo in 3D a camelia: posto su una base laccata, il fiore prediletto da Gabrielle Chanel è composto da petali incastonati di diamanti. Un altro invece è ornato da un cammeo che riproduce il profilo di Mademoiselle Coco scolpito nell’agata niccolo. Il terzo infine ha un decoro bizantino – rimando alla passione della grande couturière per i mosaici veneziani – formato con diamanti di vario taglio, ad alta caratura.

    … nel dettaglio

    Il Mademoiselle Privé Bouton bague Camélia ha il fiore composto da petali in oro giallo, incastonato di diamanti con la tecnica “a grani”; al centro presenta una pietra di mezzo carato di estrema qualità (certificata E-vvs). Il gambo dell’anello è completamente tempestato di diamanti incastonati “a neve”: la montatura delle gemme ha richiesto un’intera settimana di lavoro di un maître sertisseur. In totale questo anello-orologio è impreziosito da 7.26 carati di diamanti.

    Per il cammeo del Mademoiselle Privé Bouton bague Camée, invece, il maestro incisore ha lavorato per un mese intero: prima per riprodurre il profilo di Mademoiselle su un modello più grande, in scala 1:7, così da studiare nei particolari l’espressione del volto, e poi per riportarlo esattamente nell’agata niccolo (un tipo di calcedonio). In questo caso i diamanti totali – limitati (si fa per dire) al quadrante, al bordo del bottone e al gambo dell’anello – raggiungono i 6.38 carati.

    Nel Mademoiselle Privé Bouton bague Décor Byzantin, infine, ciascuna pietra è tagliata su misura in modo da corrispondere con precisione al design del Creation Studio di Chanel. Il bottone è ornato infatti con cinque diamanti taglio cuscino (quello centrale da 1.50 ct), quattro diamanti taglio a goccia e otto taglio rotondo, tutti incastonati a griffe; cui si aggiungono il full pavé del quadrante e il gambo incastonato “a neve”, per un totale di 10.87 carati.

    I Mademoiselle Privé Bouton manchette

    Gli stessi soggetti ritornano poi negli altri esemplari “à manchette” della collezione Mademoiselle Privé Bouton. Tre alti polsini di pelle matelassé in una palette cromatica tipicamente Chanel: champagne (o, meglio, mordoré), rosso e nero. Cui si aggiunge un altro modello in organza di seta completamente rivestita di perline dorate – applicate a mano una ad una dalle esperte ricamatrici della Maison Lesage – e foderata di pelle nera. Come dicevo, i bottoni che nascondono l’orologio sono impreziositi da diversi motivi: la camelia con la corolla di madreperla e diamanti; l’effigie di Gabrielle Chanel o la testa di leone scolpite nell’oro giallo; il decoro bizantino incastonato di gemme di colore.

    Anche ogni orologio a segreto dei Mademoiselle Privé Bouton manchette in effetti meriterebbe un ulteriore approfondimento per conoscere i tempi di sviluppo del progetto, le tecniche di costruzione, i metodi di incastonatura, il ricorso ai mestieri d’arte, le ore di lavoro degli artigiani che hanno permesso di realizzarli. Potete comunque trovare qualche spiegazione e curiosità nelle didascalie delle foto. Qui mi limito a sottolineare che la loro esclusività deriva proprio dalla fabbricazione complessa. I Mademoiselle Privé Bouton sono infatti prodotti in tiratura limitata: gli anelli-orologio in 5 esemplari ciascuno, i polsini in 55 esemplari. Per avere ulteriori suggestioni vi rimando ai tanti video sul sito ufficiale.

  • Monsieur Superleggera Edition, il maschile Chanel da competizione

    Monsieur Superleggera Edition, il maschile Chanel da competizione

    Ricordo bene quando uscì il J12 Superleggera. All’epoca – era il 2005 – quel cronografo di Chanel mi colpì non solo per il peso piuma, ma anche per l’aspetto: maschile sì, sportivo anche, eppure elegante. Tutt’altro che classico però, e nemmeno ordinario, piuttosto modernissimo, diverso da qualsiasi altro. Più o meno la stessa sensazione l’ho provata anche quest’estate, la prima volta che ho visto sui social il Monsieur Superleggera Edition. Che – ho pensato – evidentemente attinge non solo a quel precedente, ma al suo stesso immaginario.

    Le origini

    Disegnato da Jacques Helleu, il J12 Superleggera faceva riferimento ai “giocattoli” tipicamente maschili legati al mito della leggerezza e della velocità: alianti, moto e automobili, soprattutto. In particolare il nome deriva da un’invenzione della carrozzeria Touring di Milano (la cui erede di Rho, oggi, non a caso si chiama proprio Touring Superleggera). Fondata nel 1926, divenne ben presto nota per le collaborazioni con le factory più prestigiose del tempo, da Alfa Romeo a Isotta Fraschini.

    Nel 1937, Touring mise a punto una speciale tecnica di costruzione del telaio: una “gabbia” di sottili tubi d’acciaio, attaccata allo chassis, che fungeva da base per l’applicazione di pannelli in alluminio. Rigida e leggerissima insieme, l’innovativa struttura – detta appunto Superleggera – permetteva di realizzare curve accentuate e forme aerodinamiche estreme, fino ad allora ritenute impossibili. E poiché garantiva una buona tenuta di strada alle ingovernabili vetture sportive d’antan, fu utilizzata nei modelli speciali da competizione.

    Il J12 Superleggera

    Il J12 Superleggera era realizzato con un mix di ceramica high-tech (come si diceva allora) nera e alluminio anodizzato, quasi bianco e dalla finitura satinata. Aveva la cassa di 41 mm di diametro, il quadrante argenté a due contatori, la lunetta con scala tachimetrica, il bracciale a tre file. E montava un movimento automatico (Eta, se non sbaglio) certificato cronometro dal Cosc.

    Nel 2006, usciva in un’altra versione con cassa in ceramica nera sabbiata e cinturino articolato in caucciù nero. Ancora più leggero e dall’aspetto interamente mat, era presentato dalla stessa maison Chanel come “definitivamente più maschile”. Poi apparve anche con un look completamente nero, plasmato nella sola ceramica – forse più aggressivo ma per me meno efficace. Qualche anno dopo, infine, con mio sommo dispiacere, uscì di produzione.   

    Il Monsieur de Chanel

    Oggi, i concetti sottesi al J12 Superleggera trovano una naturale applicazione nella nuova versione del Monsieur de Chanel. Un orologio nato nel 2016, concepito esplicitamente per gli uomini e firmato Arnaud Chastaingt. Soprattutto equipaggiato dal Calibro 1, il primo movimento costruito “in casa” secondo i dettami dell’alta orologeria: a carica manuale, con doppio bariletto, autonomia di 3 giorni, bilanciere a inerzia variabile, e con indicazione saltante delle ore e retrograda dei minuti su un arco di 240°.

    Declinato nel tempo in numerose versioni, senza mai perdere in esclusività, ai nostri giorni forma un’intera collezione. Ma l’originale, con la cassa in oro beige – la lega di Chanel – e il quadrante opalino color avorio, a mio parere rimane il modello più emblematico (tant’è che è ancora in vendita). Per l’estetica essenziale, l’eleganza misurata, sobria e intramontabile (come ho già scritto a proposito della Blue Edition); ma allo stesso tempo per la connotazione grafica senza precedenti, e il gusto virile privo di eccessi, fortemente contemporaneo.

    Il Monsieur Superleggera Edition

    Bene. Nella inedita versione di quest’anno, il Monsieur Superleggera Edition diventa un altro orologio: del tutto diverso dai suoi predecessori e ugualmente ben integrato nella collezione. Il che è possibile grazie alla forza del design che sa imporsi sullo stile. Un po’ come qualcuno che è abituato a vestirsi in un certo modo e improvvisamente cambia look, ma ha una personalità talmente decisa da restare comunque se stesso. Allo stesso modo il Monsieur Superleggera Edition acquista tratti sportivi finora inimmaginabili, ma mantiene immutato l’impeccabile aplomb.

    Oggi la cassa è in ceramica ad alta resistenza nera opaca (del resto, quale altro materiale avrebbe potuto utilizzare Chanel? La domanda è retorica). E ha dimensioni leggermente più grandi del solito: passa dai 40 ai 42 mm di diametro. Il quadrante ora è guilloché, tipo Clous de Paris, dalla finitura nichel nero opaco; sviluppato su diversi livelli, presenta elementi metallici – l’arco della minuteria, le viti e il profilo della finestrella delle ore – che diventano una sorta di decorazione. Il cinturino nero in nylon bordato di pelle di vitello è foderato sempre in pelle di vitello dal colore contrasto.

    A proposito della (micro)meccanica

    Nel Monsieur Superleggera Edition emerge forte il richiamo all’automobilismo. L’intero display assomiglia a certe strumentazioni da cruscotto. Mentre il total look nero mette in evidenza i dettagli rossi: l’indice al 6 delle ore, la punta della lancetta e il numero 60 nel contatore dei piccoli secondi e soprattutto la scritta Superleggera. Che è vergata con il carattere tipografico corsivo originale, lo stesso utilizzato ancora oggi dalla carrozzeria Touring nel proprio logo. L’insieme rimanda alla “cultura epicurea del gran turismo automobilistico”, come dichiara la stessa maison nel comunicato ufficiale.

    Riguardo al movimento, il Monsieur Superleggera Edition nel “vano motore” alloggia come di consueto il Calibro 1, che non ha subito alcuna modifica. Del resto non ce n’era bisogno: l’architettura geometrica e lineare, costruita attorno al grande ponte centrale rotondo, i ponti e la platina nera, il design unico di tutti i componenti esprimono già di per sé l’attualità della tecnica e l’amore per la meccanica pura. Per ulteriori caratteristiche vi rimando alle didascalie. Qui concludo semplicemente con il prezzo al pubblico: 36.000 euro. In linea con gli altri esemplari della collezione.  

  • Chanel Electro: un viaggio nel tempo, nei suoni e nei colori

    Chanel Electro: un viaggio nel tempo, nei suoni e nei colori

    Il tipico nero dell’orologeria Chanel ravvivato da una gamma luminosa di colori al neon. Rosa shocking, verde fluo, azzurro elettrico, giallo laser… Sfumature acide, sature e brillanti reinterpretano i “classici” della casa e li rinnovano completamente. È la caspule collection Chanel Electro, che prende nome e ispirazione dal fenomeno musicale di moda negli anni Novanta.

    Il background

    In quell’epoca si afferma infatti la musica elettronica in senso lato, prodotta con sintetizzatori o drum machine, campionamenti, loop di sequenze, ritmi ossessivi e voci metalliche. Declinata in innumerevoli generi – dall’house alla techno – e miriadi di sottogeneri – dall’electro, appunto, al French touch -, trascende però il mero ambito sonoro per diventare un’espressione artistica a 360°. Una forma di cultura in cui convergono le notti dei rave party e i video dei Daft Punk, gli anime giapponesi e la narrativa cyberpunk, i film con gli androidi e i videogiochi un po’ fantasy un po’ sci-fi.

    Si stava allora affermando un nuovo immaginario a metà fra tecnologia e fantascienza, influenzato dalla rivoluzione informatica accessibile a un pubblico sempre più vasto. «Un universo estetico radicale ed eccentrico, riflesso della vita notturna e dell’atmosfera in cui si è sviluppato», ha confermato in una recente intervista il Direttore dello Studio de Création Chanel Horlogerie, Arnaud Chastaingt. Che ha preso spunto proprio da qui per creare la mini-collezione Chanel Electro, in vendita da pochi giorni online e nelle boutique della casa.

    Il boost del lancio di Chanel Electro

    Ma non si tratta di “un’operazione nostalgia” dettata da ragioni anagrafiche del creativo; piuttosto di un’attenta sensibilità verso i trend del momento. Perché quel tipo di musica elettronica è più vivo e vitale che mai. Poco importa dell’epilogo “con botto” dei Daft Punk; un membro del loro team, Gildas Loaëc, ha fondato per esempio Maison Kitsuné, marchio di moda e lifestyle franco-nipponico, nonché label discografica che rappresenta musicisti come La Roux, Two Door Cinema Club o Digitalism. Ovvero l’élite di una nuova generazione di artisti che sta dominando le scene della musica contemporanea internazionale.

    Da parte sua, invece, la maison della doppia C ha potenziato il lancio degli orologi Chanel Electro con un’omonima playlist. Una colonna sonora composta dalla Ed Banger Records, l’etichetta parigina fondata dal dj e produttore Pedro Winter (aka Busy P.) nel 2003, tuttora promotrice dei maggiori artisti del genere. Una raccolta di brani attualissimi – firmati dallo stesso Busy P., da Boston Bun e Gaspard Augé, tra gli altri – che si possono ascoltare in streaming su Spotify, Apple Music e sulle principali piattaforme musicali asiatiche.

    Formata da cinque modelli e trasversale alle altre collezioni della Maison, Chanel Electro è una storia a sé, un unicum dalla precisa connotazione cromatica. «Il confronto tra nero e colore è al centro di questa storia. Il colore illumina il nero, la profondità del nero sottolinea il colore. L’unione è radicale e il contrasto è grafico», spiega ancora Chastaingt. «Ritmato dalla danza delle lancette, “Le Temps Chanel” vibra al suono della musica electro. Per questa collezione, J12, Première, Code Coco e Boy·Friend vengono svelati in un’atmosfera grafica, vibrante, ipnotica».

    J12 Electro

    Nero ma con un tocco arcobaleno. L’orologio più iconico di Chanel come non si era mai visto: interamente in ceramica ad alta resistenza (come sempre), ma con i numeri sul quadrante e gli indici sulla lunetta in gradazione cromatica; tonalità in successione circolare e continua, che va dal rosso al viola, passando per il giallo, il verde, il blu. Dodici sfumature che scandiscono le ore e il trascorrere del tempo.

    Due le versioni: con la cassa di 33 o di 38 mm di diametro. Ciascuna realizzata in un’edizione limitata di 1.255 esemplari. Mentre il modello più piccolo è animato da un movimento al quarzo, quello più grande monta il Calibro 12.1, sul quale ci siamo già ampiamente soffermati altrove. Qui basti ricordate le caratteristiche essenziali: meccanico a carica automatica, di manifattura, con autonomia di 70 ore e certificato ufficiale di cronometro rilasciato dal Cosc.

    Première Electro & Première Electro Box

    L’orologio storico della Maison (uscito nel lontano 1987) in passato ha già conosciuto alcuni “arrangiamenti musicali”, rock e pop. Ora ritorna con un total look nero e un cinturino a triplo giro, in cui la catena (che ricorda la celeberrima 2.55) s’intreccia con un laccio in technicolor. Anche in questo caso il passaggio cromatico è in dégradé e copre l’intera superficie della lunga, lunghissima e sottile striscia di pelle morbida. Il Première Electro è riprodotto in una serie limitata di 555 esemplari.

    Non solo. Lo stesso principio è rivisitato in chiave monocromatica, a comporre un ensemble ancora più esclusivo. Un “polittico grafico”, come lo definisce Arnaud, costituito da sette orologi, in cui ciascun Première adotta un cinturino a triplo giro di un determinato colore fluo: rosa, viola, blu, verde, giallo, arancione e rosso. L’arcobaleno creato dalla successione degli esemplari ne amplifica “l’effetto wow”. Attenzione però: il box è riservato solo a 5 fortunate.

    Code Coco Electro e Boy·Friend Electro

    Ma la capsule collection Chanel Electro non sarebbe completa senza il Code Coco e il Boy·Friend. In entrambi i casi il protagonista è il rosa shocking, che tinge il cinturino trapuntato in un violento contrasto con il nero dominante tutt’attorno.
    Oltre alla diversa tiratura limitata (255 esemplari l’uno, 55 l’altro), i due modelli hanno un’altra sostanziale differenza. Mentre da un lato il colore trasforma in modo plateale il look dell’orologio, dall’altro è più discreto.

    Nel Code Coco infatti il cinturino interamente in pelle fluo è profilato di vernice nera e cattura con audacia l’attenzione. Nel Boy·Friend invece la tonalità elettrica riveste solo l’interno del cinturino, e quando l’orologio è al polso si intravvede appena lungo il bordo. Sul quadrante spicca però l’effigie di un robot, realizzata con un pixel di diamanti. Un motivo che rimanda all’immaginario anni Novanta, all’arte digitale e alla fantasia elettronica popolata di cyborg e macchine antropomorfe.

  • Margot Robbie, Chanel e la questione di un istante

    Margot Robbie, Chanel e la questione di un istante

    Chanel prosegue la campagna It’s all about seconds dedicata al J12 con una nuova musa: Margot Robbie. L’attrice e produttrice australiana va così ad aggiungersi all’ampia galleria di celebrities che hanno interpretato il famoso orologio in ceramica. Star del grande schermo o delle passerelle come Keira Knightley e Naomi Campbell, Claudia Schiffer e Anna Mouglalis, tanto per citarne alcune – ma l’elenco completo lo trovate qui.

    Magistrale interprete di film come Tanya e Bombshell (per i quali ha ricevuto due nomination agli Oscar), la Robbie è arrivata al successo con The Wolf of Wall Street, diretta da Martin Scorsese. Ha lavorato anche con Quentin Tarantino in C’era una volta… a Hollywood, accanto a Brad Pitt e Leonardo Di Caprio. Ma è nota al grande pubblico soprattutto per la serie del DC Extended Universe, in cui ha recitato nel ruolo di Harley Queen, ex psichiatra pazza nonché fidanzata di Jocker.

    Entrata a far parte della famiglia Chanel nel 2018, da poco Margot Robbie presta volto e polso anche all’orologio bestseller della casa. E, come protagonista della campagna del J12, incarna l’idea del momento decisivo, dell’istante cruciale che può cambiare la vita. Quello che colpisce, anche in questo caso come nelle clip precedenti, è l’aspetto soggettivo della percezione del tempo, filtrato attraverso le esperienze personali. Nel “corto” emerge quindi una sorta di micro-autoritratto, che svela almeno in parte il temperamento dell’attrice.

    Nei video in bianco e nero infatti Margot Robbie parla di sé con spontaneità e un pizzico di ironia. «Sono nata alle 7 e 45 del mattino», racconta per esempio, «ed è probabilmente la sola volta nella vita in cui mi sono alzata così presto. Tranne che per andare a lavorare”, si corregge subito. Oppure: «Sono le 11 e 11. Esprimete un desiderio». E ancora: «Le decisioni più importanti le prendo in meno di un secondo». Ma non voglio svelare altro: potete scoprire tutti i contenuti sul sito ufficiale di Chanel. E da lunedì 24 anche sui social network della casa della doppia C.

  • Chanel rivela la nuova musa J12: Margot Robbie

    Chanel rivela la nuova musa J12: Margot Robbie

    Da sempre tutto ruota intorno ai secondi, per una Maison creata da una donna che ha saputo seguire il proprio istinto. L’istinto di quel momento in cui tutto si decide.

    Che si tratti del secondo più lungo di una vita, il giorno di una decisione importante o di preparare un uovo alla coque a regola d’arte, di prendere un aereo o perdere un taxi, la nostra esistenza è un susseguirsi di incontri che non sono un caso.

    Il J12 è l’orologio di questi incontri e il compagno perfetto per ogni secondo. In questa campagna per il più iconico orologio CHANEL, nove donne iconiche condividono le loro esperienze personali riguardo quel secondo che ha cambiato le loro vite.

    È tutta una storia di secondi per una donna che è in contatto con la sua vita e con questo cronometro che può cambiare il destino in pochi secondi.
    Il J12 è l’orologio per questa donna.

    Nel 2021 Margot Robbie si unisce ai volti dell’iconica campagna dell’orologio J12 CHANEL iniziata nel 2019.

    «È incredibilmente speciale essere al fianco di donne così ispiratrici, in questa campagna. Incarnare l’orologio J12 significa per me riconoscere e apprezzare il tempo».

  • La camelia: la terza “C” di Chanel

    La camelia: la terza “C” di Chanel

    Da non crederci: Coco Chanel non ha mai rilasciato interviste o vere menzioni riguardo al suo amore per questa candida cultivar giapponese. Solo una volta, quando una giornalista le chiese cosa mangiasse al mattino, rispose: «Una camelia». Frase di sicuro non preparata, uscita da una fantasia costruita sui libri, i segreti e lo spirito del tempo. Con un certo pensare snob o intellettuale, magari ispirato da libri o artisti, è stata la prima a dare importanza a materiali e simboli (es: tweed, perle, leoni, stelle, eccetera…), prima considerati popolari. Come Marcel Proust dava un significato a tutto.

    E per lei questa acidofila divenne il simbolo di raffinatezza, coesione e ambiguità. Leggenda narra che Mademoiselle Coco fu impressionata da un’interpretazione di Sarah Bernhardt in La signora delle camelie. Più che per le doti del personaggio Marie Duplessis (una cortigiana che appuntava ogni sera al vestito una camelia bianca o rossa), Mademoiselle, da astuta e razionale che era, volle questo fiore come portafortuna. Ne analizzò le qualità estetiche e la elesse a suo passepartout. Grazie ai petali così precisi e grafici, la trasformò in una spilla, cugina perfetta dei suoi cappelli. E, come per certi copricapi, per realizzare le camelie occorrono ancora oggi tessuto, vapore e utensili di precisione.

    Gabrielle amava le camelie sulle donne perché erano senza profumo (così ognuna poteva indossare il suo) e illuminavano gli abiti in chiffon che realizzava per loro. Era il 1923 quando ne posò una sui fianchi: e da allora quel fiore, come la Camellia Sasanqua, fiorisce anche d’inverno in ogni categoria Chanel. Nel make-up si posa su rossetti o polveri compatte e aleggia perfino nei profumi, con il nitore dei petali e l’idea dell’essenza evocati dalla gardenia. Nella moda Coco, Karl Lagerfeld e oggi Virginie Viard propongono questi boccioli in mille varianti grazie ai laboratori Lemarié, che li realizzano in esclusiva. Il culmine lo raggiunse Karl, quando realizzò nel 2005 un abito da sposa con più di 2.000 camelie; poi l’anno scorso Virginie Viard, in un giacchino di batuffoli di camelia. Per l’ultima collezione di Haute Couture, sempre Virginie ha chiesto al regista Anton Corbijn di disegnarne una sull’invito.

    La gioielleria prima (era il 2001) e l’orologeria poi non hanno resistito a fregiarsi di questo fiore stondato nelle loro collezioni. Se il “debutto” fu nel 2005, da allora non si contano le versioni con variazioni fra le più diverse: con quadrante ricamato da Lesage (il Mademoiselle Privé brodé par Lesage), con tourbillon su cassa trasparente (Première Squelette Camélia) o a vista (il Première Tourbillon Volant). E ancora con i petali incastonati sulla cassa (montre Camélia), con madreperla sul quadrante (Mademoiselle Privé Marqueterie), e sulla manchette in tweed in cui la camelia nasconde minuti e ore (Mademoiselle Privé Bouton).

    Oggi il più costoso invece è il Camélia Baroque, un esemplare dell’ultima collezione di alta gioielleria dedicata a Venezia. Ci vogliono 650mila euro per averlo. Ma il prezzo è giustificato dall’importante caratura oltre che dalle lavorazioni orafe. Patrice Leguéreau, Direttore dello Studio de Création Joaillerie Chanel, l’ha immaginato guardando le cornici di vetro degli specchi veneziani nell’appartamento di Mademoiselle in rue Cambon. Un orologio che rappresenta il dono ideale di un moderno Casanova o l’espressione massima di una donna indipendente che però non rinuncia al proprio carattere complesso e romantico. Un fiore che brilla di notte e che è, allo stesso tempo, un investimento per il futuro.

    Una scelta che si bilancia perfettamente con il Première Extrait de Camélia: modello ben più essenziale, in cui il lato frivolo del fiore è tutto nel charm mobile legato alla corona. Solo mille pezzi al mondo. Che sia, o no, tempestato dai diamanti, porta ancora più lo sguardo alle tipiche forme ottagonali Art Déco. Dopo il successo di Mademoiselle (anche lei diventata un charm grazie ad Arnaud Chastaingt sul modello J12 Mademoiselle Acte II), ora a smuovere la geometria perfetta del Première è un ciondolo.

    Avete paura di rovinare con questo pendente sempre in movimento la cassa con segni o striature? Chi l’ha provato garantisce che la gravità faccia in modo che il fiore resti più a contatto della pelle di quanto si pensi. E ogni volta che si muoverà penserete a chi ve lo ha regalato – visto che, nel linguaggio dei fiori, i sentimenti collegati alla camelia sono amore, stima e ammirazione. Doti già raccontate dal medico e botanico Carlo Linneo, che nel 1735 l’aveva dedicata al religioso Joseph Kamel. Questo fiore infatti non perde i petali e ricorda chi sa affrontare bene le difficoltà. Altra particolarità: se i petali si staccano, di norma, lo fanno accompagnati dal calice, dopo che il fiore è appassito. Ecco perché in Cina la camelia rappresenta l’unione perfetta e la devozione tra due innamorati.

  • “Chanel Instant Eternel”: la storia del J12 in un racconto per immagini

    “Chanel Instant Eternel”: la storia del J12 in un racconto per immagini

    S’intitola Chanel Instant Eternel il nuovo libro fotografico dedicato ai 20 anni del J12. Una ricorrenza celebrata lo scorso anno, di cui Il Giornale degli Orologi si è più volte occupato e sulla quale non intendo soffermarmi di nuovo; né voglio qui ripercorrere la storia dell’orologio o spiegare cosa rappresenti. Non mi sembra il caso. Preferisco invece concentrarmi sulla monografia, arrivata intonsa nelle mie mani, con la carta ancora crepitante, rigida nelle legature tese e fragrante di inchiostro. Un piacere tutto da sfogliare.

    Da oggi nelle librerie online (ma in vendita anche in quelle fisiche), Chanel Instant Eternel è un bel volume di grande formato, curatissimo nella grafica e nella stampa, uscito per i tipi di Thames & Hudson. Ricco di immagini rigorosamente in bianco e nero, è composto da oltre 150 pagine quasi tutte illustrate, eccetto quelle dell’introduzione (poche: 4 e mezza), firmata Nicholas Faulkes. Testo che vale la pena di leggere, perché il giornalista inglese – collaboratore di testate prestigiose, autore di decine di libri, un’autorità in fatto di costume e di lusso – tratteggia (lui sì, con penna brillante) le vicende e i retroscena del J12.

    Faulkes racconta infatti la genesi dell’orologio attraverso la figura del suo creatore, Jacques Helleu. Un uomo con “il cervello di un ingegnere, l’anima di un artista e il gusto di un dio (…), dotato di una volontà di ferro e di un carattere inflessibile”. Altrove poi traccia un ritratto di Mademoiselle Coco, di cui riesce a cogliere, in poche righe e con particolare sensibilità, l’impronta essenziale nella storia della moda del XX secolo. Fino a giungere ad Arnaud Chastaingt e al restyling da lui compiuto nel 2019, in grado di proiettare il J12 nel futuro dei prossimi 20 anni.

    Per il resto, il libro Chanel Instant Eternel è una splendida carrellata di fotografie realizzate dai grandi dell’obiettivo, di ieri e di oggi. Una galleria di immagini incisive, di estrema qualità, perlopiù riprodotte a piena pagina (perfino in doppia pagina) con qualche efficace collage. Alcune famosissime, come il ritratto di Gabrielle Chanel con le perle scattato da Man Ray nel 1935; altre note solo al pubblico più modaiolo degli addetti ai lavori, perché estratte da fashion magazine internazionali o direttamente dagli archivi della Maison.

    Ecco allora il J12 negli still life ambientati di Guido Mocafico o nelle suggestive macro di Kanji Ishii. Gli “indossati” al polso delle muse Chanel: Vanessa Paradis ritratta da Peter Lindbergh, Ali MacGraw da Pamela Hanson; Claudia Schiffer per Vogue Russia o Kristen Stewart per Harper’s Bazaar UK. E poi gli scatti delle campagne, come quelle di Patrick Demarchelier e (ovviamente) dello stesso Karl Lagerfeld. Ma le foto di Chanel Instant Eternel sono davvero tante, impossibile citarle tutte… Quello che mi ha colpito, comunque, è l’effetto artistico del loro insieme, privo di un ordine cronologico ma dettato dal gusto e dalla logica. Una successione di immagini che scorrono veloci come frame in un video di carta.

  • I vent’anni del J12 di Chanel, una storia di ricordi

    I vent’anni del J12 di Chanel, una storia di ricordi

    Il 2020 sta per finire. Immagino il coro di “meno male, non se ne poteva più” di chi sta leggendo, misto a “speriamo che l’anno prossimo sia meglio” con gesti scaramantici di vario tipo. Eppure quest’anno terribile ha segnato anche qualche tappa importante nel mondo delle lancette. Ricorrenze degne di nota, come l’anniversario del J12. I vent’anni del J12. Festeggiati da Chanel Horlogerie con una serie di lanci particolari: special edition e campagne dedicate di cui Il Giornale degli Orologi si è puntualmente occupato, con l’attenzione del cronista.

    Per i vent’anni del J12 sono usciti infatti esemplari speciali come il J12 X-Ray, il primo orologio interamente in vetro zaffiro (movimento e bracciale compreso). Il J12 Paradoxe, con la cassa in ceramica ad alta resistenza “tagliata”, bianca e nera. Il J12-20, decorato con i doodle della Casa. E la serie di video J12 Turns 20, interpretati da muse/ambasciatrici quali Naomi Campbell, Vanessa Paradis, Ali McGraw e tante altre. Inutile ripetersi: per approfondirli vi rimando ai pezzi pubblicati nei mesi scorsi.

    Una retrospettiva personale

    Qui preferisco piuttosto concentrarmi sul passato. E ripercorrere i vent’anni del J12 attraverso i miei ricordi: non per lucidare il mio ego, ma per offrire un punto di vista soggettivo. Quello di chi i vent’anni del J12 li ha seguiti e vissuti come testimone, in prima persona. Prova ne sia la gallery qui sopra, in cui ho riunito alcune immagini “datate” che sono andata appositamente a ripescare nei miei vecchi archivi fotografici. Per integrare (anche se in effetti non ce n’era bisogno) il già ricco materiale fornito dall’ufficio stampa con nostri “reperti” d’epoca.

    Mi scuso, quindi, se il mio racconto non sarà sempre lineare, se farò salti temporali, se sarò approssimativa. Spero di riuscire a tracciare comunque del J12 un ritratto organico e compiuto – anche se andrò a braccio. Seguirò il filo dei ricordi e le tracce del mio archivio.

    I vent’anni del J12: l’esordio

    Anno 2000. Esce appunto il J12, un’assoluta novità presentata però senza squilli di tromba né rulli di tamburi (il clamore arriverà dopo). Creato da Jacques Helleu e dal team di progettisti riuniti attorno a lui, era il primo orologio sportivo, da uomo, di Chanel – che fino a quel momento aveva prodotto solo esemplari femminili. Ricordo che l’allora Direttore artistico della Divisione orologi e gioielli della casa, nelle interviste di quegli anni, spiegava di essersi ispirato all’automobilismo e alla nautica. Un mondo, quest’ultimo, che all’epoca interessava anche me.

    Helleu aveva una passione per il design, amava le auto d’epoca – circolava un suo ritratto al volante di una Facel Vega HK 500 – e la vela. Raccontava di aver preso il nome dell’orologio dai 12 metri di stazza richiesti un tempo per la Coppa America. E di essersi lasciato influenzare dalla barca del barone Bich, che vedeva veleggiare a Hyerès, e da quella dell’avvocato Agnelli, che aveva scafo, albero, vele e tender tutti neri. Il nero, per lui, era un punto di riferimento estetico, onnipresente nelle sue creazioni.

    E in effetti il primo J12 è un orologio interamente in ceramica nera, ad alta resistenza (high-tech, si diceva allora). A dire il vero non è il primo esemplare a essere realizzato in ceramica (Rado la utilizzava fin dal 1986), ma è quello che riuscirà a elevarla al rango di materiale nobile. E a diffonderne l’uso in orologeria (negli anni successivi divenne una vera e propria moda). Anche se le forme curve della cassa e le piccole maglie del bracciale avevano creato non pochi problemi tecnici di costruzione: tant’è che c’erano voluti ben sette anni di studi dall’ideazione definitiva al primo prototipo.

    Fra una Basilea e l’altra

    2002. Il J12 diventa cronografo, con movimento meccanico a carica automatica, certificato cronometro dal Cosc.
    2003. Chanel approda per la prima volta al salone di Basilea, che da quell’anno prende il nome di Baselworld. Nel grande stand bianco e nero, disegnato dall’architetto Peter Marino, propone il J12 bianco. Non solo per le signore, ma anche per il pubblico maschile. E fa scalpore: fino ad allora nessun uomo aveva mai osato mettere al polso un orologio di quel colore. Candido, immacolato. Se ne parla ovunque, si fanno battute feroci sulla dubbia virilità di chi lo indossa, i tradizionalisti gridano allo scandalo.

    Eppure il J12 bianco piace. Piace a tanti: è un vezzo inusuale e trasgressivo, ma è assolutamente ben fatto. Un conversation piece, direbbero gli inglesi. Ed è un successo. Ovviamente riceve il plauso anche da parte di molti uomini, quelli privi di preconcetti, con mente aperta e idee chiare. Se lo compra anche Augusto Veroni e non esita un istante a sfoggiarlo divertito. Lo ricordo mentre lo mostra sorridendo ai tanti conoscenti che incontra nei corridoi della fiera, mentre prende in giro chi cerca di sfotterlo.

    2005, altra Baselworld. Chanel è di nuovo sotto i riflettori, questa volta per il J12 Tourbillon. L’esordio nell’alta orologeria: un passo inatteso per i più, un azzardo per i soliti tromboni, una dichiarazione d’intenti per chi sa guardare lontano. La platina in ceramica è fabbricata con una precisione al centesimo di millimetro, la gabbia del tourbillon è in vetro zaffiro, l’autonomia di 100 ore. Realizzato in un’edizione limitata di 12 esemplari (bianchi, e altrettanti neri), va subito sold-out nei primi giorni di fiera.

    Ancora 2005. Esce anche il J12 Superleggera, realizzato in ceramica nera e alluminio anodizzato – ispirato all’omonima tecnica messa a punto nel 1936 dalla carrozzeria milanese Touring: pannelli di alluminio sostenuti da un’intelaiatura tubolare in acciaio. Un orologio che mi colpì tantissimo per il peso piuma. E che l’anno dopo fu realizzato in una versione ancora più leggera (per quanto possibile), con cassa in ceramica nera opaca e cinturino articolato in caucciù. Peccato che oggi non sia più in produzione…

    Le collaborazioni

    2007. Esce il J12 GMT (con secondo fuso orario, appunto).
    2008. È la volta del J12 Calibre 3125. Nato dalla partnership fra Chanel Horlogerie e Audemars Piguet, si basa sul calibro 3120 della manifattura di Le Brassus, ridisegnato però dai tecnici della maison della doppia C. Che hanno inserito il ponte del bilanciere traversant e il rotore in ceramica e oro 22 carati, rodiato e lucidato a specchio. Per me all’epoca quell’orologio ha rappresentato una conferma della strada ambiziosa intrapresa da Chanel. Oggi, col senno di poi, capisco che la casa già seguiva un percorso ben delineato. Tuttora valido.

    2010. Lancio del J12 Marine, il primo subacqueo professionale della maison (l’impermeabilità, che di solito è fino a 20 atm, qui raggiunge le 30).
    Ancora 2010. Prosegue la collaborazione con A.P. O, meglio, in questo caso con APRP, il dipartimento di ricerca che fa capo a Renaud et Papi. Ne scaturisce un pezzo speciale, creato per festeggiare i dieci anni della collezione: il J12 Rétrograde Mystérieuse. Un super-complicato con dispositivo tourbillon, dieci giorni di autonomia, lancetta dei minuti ad andamento retrogrado, doppia visualizzazione analogico-digitale, corona verticale retrattile. Spero di non dimenticare nulla…

    È lo stesso Giulio Papi a raccontarcelo, in un incontro privato durante il tradizionale appuntamento a Baselworld. Lo spiega a me e ad Augusto con parole semplici, comprensibili anche da un bambino. E si rivela un grande perché rendere facili le cose difficili non è cosa da poco. (Tra l’altro il perfido Veroni mi fa fare una figuraccia, al momento di prendere in mano l’orologio. Mi dice: «Sta attenta a non farlo cadere, come al tuo solito», anche se sa benissimo che non ho mai fatto una cosa simile. Papi mi guarda come fossi una mentecatta, Veroni ride e io avvampo di vergogna – e di rabbia… Meno male che in quell’angolo dello stand Chanel le luci erano basse).

    I lanci nella Ville Lumière

    2011. Esce il J12 Chromatique. Chanel mi invita, con un gruppo di colleghi, a Parigi per la presentazione alla stampa. A illustrarcelo questa volta è Nicolas Beau, all’epoca Global Head dell’orologeria della casa, estremamente efficace nel descrivere la ceramica di titanio di cui è fatto l’orologio. Un materiale innovativo, ancora più leggero della consueta ceramica (che già di suo pesante non è), ma che unisce alle doti tipiche di questo materiale una caratteristica peculiare: riflettere la luce e i colori dell’ambiente circostante in una sorta di “mimetismo cromatico”.

    2013. Presentazione del J12 Moonphase, che riporta appunto le fasi di luna.
    2014. È la volta del J12-G10. È incredibile quanto un cinturino (tipo Nato, in questo caso), possa cambiare l’estetica di un orologio. Sempre nel 2014, Chanel presenta il J12 Tourbillon Volante, anche questo sviluppato con l’équipe di APRP. Sopra la gabbia del tourbillon ruota una stella incastonata di diamanti: non pensavo che il tourbillon potesse essere poetico. Da notare che nel 2015 lo stesso esemplare esce in versione squelette, precursore dei successivi calibri di manifattura della maison.

    2016. Altro viaggio a Parigi, per il lancio del J12-XS. Il più fashion dei J12, con la cassa mini incastonata in alti bracciali rigidi, in guanti e mezzi guanti, perfino in un anello. Li definisco “objets de vertu del Terzo Millennio”, talmente forti sono per me i riferimenti alla storia dell’orologeria (ma forse li vedo solo io). Nella boutique di place Vendôme Nicolas Beau ne parla con stile inappuntabile. Un’esperienza quasi mistica è però la gita a Pantin, da Lesage: un immenso scrigno di tesori, un deposito sterminato di tessuti rebrodé, pizzi, organze e voile, fili d’oro e d’argento, canottiglie e passamanerie, bottoni e cristalli di ogni forma, colore e dimensione, perline di vetro, jais e Swarovski… Da perderci la testa.

    In quegli atelier dove si ricamano gli abiti di Alta Moda – che richiedono giorni, settimane, mesi di lavoro –, ho il privilegio di assistere alla creazione di un bracciale del J12-XS, uno di quelli in tiratura limitata. Lo spettacolo di mani giovani eppure esperte che con pazienza e sicurezza infilano paillettes dopo paillettes, microbead, sassolini di resina… non lo dimenticherò mai.

    I vent’anni del J12: l’altro ieri

    2017. Esce il J12 Mademoiselle. Ne abbiamo già parlato (leggi qui).
    2018. A Baselworld Chanel presenta il J12 Untitled. Come dire… il J12 si veste d’arte: il cofanetto racchiude 12 pezzi unici con lunetta e quadrante in marqueterie di ceramica. Chissà chi avrà la fortuna di comprarlo! A noi comuni mortali rimangono però le versioni con intarsio in ceramica (bianca o nera) e acciaio. Mica male comunque.
    2019. Di nuovo a Parigi, Nicolas Beau e Arnaud Chastaing spiegano a piccoli gruppi di giornalisti l’affaire Kenissi e l’evoluzione del J12, con movimento di manifattura.
    E siamo a oggi, a quanto raccontavo all’inizio.

    Ecco, ho ripercorso i vent’anni del J12, ho speso migliaia di parole, ma non ho detto tutto. Non ho citato le innumerevoli versioni di gioielleria, più o meno tempestate di diamanti, pietre preziose e incredibili baguette di ceramica. Né ho parlato di quelle con dettagli colorati, rosa e azzurri perlopiù, serie limitate che hanno fatto la gioia dei collezionisti. Ma non posso approfittare oltre del tempo e della pazienza dei lettori. Ringrazio chi ha avuto la bontà e l’energia di arrivare fin qui. E faccio gli auguri a Chanel per i vent’anni del J12. Che hanno segnato, mi sembra chiaro ormai, anche un pezzo della mia vita.

  • Code Coco: variazioni sul tema, chez Chanel

    Code Coco: variazioni sul tema, chez Chanel

    Si chiamano Code Coco Oversize, Code Coco Leather e Code Coco So Black. Sono tre edizioni limitate che vanno ad arricchire la collezione Code Coco, lanciata nel 2017, in occasione dei 30 anni dell’orologeria Chanel. E seguono un altro esemplare uscito la scorsa primavera, il Code Coco Pixel. Insieme stanno a dimostrare non solo la fantasia dei progettisti della casa – Arnaud Chastaingt e il suo team –, ma anche la versatilità della collezione stessa. Capace di cambiare aspetto, di assumere stili diversi e intanto di acquisire nuovi significati: di far riferimento ai ricordi personali di Mademoiselle, o ai valori storici e alle tendenze fashion di Chanel.

    Un pezzo di storia del costume

    Del resto il Code Coco nasce proprio come orologio ispirato – o forse dovrei dire dedicato – alla 2.55. E qui concedetemi una divagazione, necessaria perché la 2.55 non è una semplice borsa: è “la” borsa di Chanel. Creata proprio nel febbraio del 1955 (ecco spiegato il nome), è dotata di tracolla perché la grande couturière, ormai 72enne, si dichiarava «stanca di dover tenere le borse in mano e di perderle». È rettangolare, essenziale, di pelle morbida matelassé (cioè trapuntata, a losanghe). Un decoro derivato dalle giacche dei fantini di Chantilly o dei garzoni di scuderia, che la giovane Gabrielle aveva visto quando frequentava il beau monde, parigino e non; sempre rimasto nella sua immaginazione, diventa poi un emblema della moda Chanel.

    A dispetto dello stile lineare, però, la 2.55 richiede l’impegno di sei persone, dieci ore di lavoro e centottanta passaggi di fabbricazione. E proprio come accessorio prezioso, metafora di una femminilità indipendente, diventa un riconosciuto status symbol. Ieri come oggi è la borsa preferita di attrici e celebrities, da Liz Taylor a Brigitte Bardot fino a Renée Zellweger, tanto per citarne alcune; e soprattutto è l’oggetto del desiderio della maggior parte delle donne. All’inizio è in pelle nera, ma Karl Lagerfeld la trasforma in un caleidoscopio di colori, dimensioni e materiali diversi. Ed è proprio Lagerfeld a sostituire la classica fibbia sul battente con un’altra fatta con il logo della doppia C intrecciata.

    Il Code Coco nasce da un dettaglio

    Ma quella clip tradizionale, a forma di T, fa scattare qualcosa nella mente di Arnaud Chastaingt. Diviene il nucleo di un esemplare dall’architettura inedita. Il Code Coco è costruito proprio attorno al fermaglio a barretta che ruota su se stesso; e che, applicato sulla cassa, è allo stesso tempo un elemento decorativo del quadrante e un ingegnoso sistema di chiusura. Il Code Coco infatti non si allaccia al polso con una comune fibbia (tipo ad ardiglione o déployante). Integrato a un’estremità del bracciale, ha invece un grande occhiello che, una volta avvolto l’orologio al polso, si incastra perfettamente attorno alla lunetta. Questa caratteristica rende il Code Coco non solo originalissimo nel design, ma anche estremamente pratico da indossare.

    Oltre al fermaglio della chiusura, però, il Code Coco presenta altri dettagli che qualsiasi fashionista sa riconoscere al primo sguardo. Il bracciale, per esempio, ha lo stesso motivo trapuntato della 2.55, riprodotto in orizzontale nel metallo. A me oltretutto ricorda altri due orologi storici di Chanel: il Matelassé e il Chocolat; realizzati tra gli anni ’90 e i primi 2000, da tempo non sono più in produzione, ma si possono ricondurre allo stesso gusto per gli esemplari di forma, dal bracciale fasciante e, appunto, matelassé. Infine c’è quel solitario incastonato al centro della parte superiore del quadrante, chiaro riferimento alla passione per i diamanti di Mademoiselle Gabrielle. Che non a caso intitolò proprio Bijoux de Diamants la sua prima collezione di gioielleria, datata 1932.

    Un Code Coco extralarge 

    Ma il gioco dei rimandi continua – anzi si amplia – nei tre nuovi esemplari. Il Code Coco Oversize è una manchette che veste letteralmente il polso. In assoluto più grande di qualsiasi precedente in collezione, riprende lo stile macro di certi accessori Chanel, nel recente passato come in quello più remoto. Penso ad alcune borse dell’ultimo decennio, da quella del 2013 che sembra un hula-hoop a un’altra del 2015 simile a un’enorme perla. Ma anche ai bracciali “barocchi” disegnati per lei da Fulco di Verdura, sempre negli anni ’30 – “alla schiava”, li definivano allora –, che Gabrielle sovrapponeva per amplificarne l’effetto. (Ne indossava due insieme, a coprire quasi interamente l’avambraccio: li si vede anche in numerosi, celebri ritratti di Cecil Beaton).

    La 2.55 al polso

    Mentre il Code Coco Leather è ancora più celebrativo della 2.55. Come la borsa è fatto di pelle: per la prima volta sostituisce al bracciale un cinturino matelassé, con l’identico pattern a diamante riprodotto in miniatura (anche se disposto in senso orizzontale). Oltretutto l’effetto trapuntato, pur in dimensioni ridotte, dona maggiore solidità e resistenza al cinturino stesso. E come la borsa l’orologio è foderato di pelle bordeaux. Un colore funzionale, scelto da Mademoiselle Coco per rendere più evidenti gli oggetti contenuti all’interno della borsa, e facilitarne così la ricerca; (insieme alla struttura, suddivisa in due scomparti e cinque tasche). E voluto da Monsieur Arnaud per fedeltà storica all’originale. 

    The little black watch

    Quindi il Code Coco So Black, un orologio interamente nero, come indica il nome, anche se con sfumature e riflessi diversi. Beh, qui l’attinenza è fin troppo facile: il nero era il colore prediletto da Gabrielle Chanel (insieme al bianco). Ma il ricordo delle uniformi dell’orfanatrofio di Aubergine, dove aveva trascorso l’infanzia, nelle sue mani assume una valenza rivoluzionaria. Prima di lei nessuno aveva osato vestire le donne di nero, fino ad allora colore riservato ai domestici o al lutto. Ma la sua petite robe noire, disegnata nel 1926, è destinata a cambiare irreversibilmente l’eleganza femminile. (Ancora oggi, quale donna non ha almeno un tubino nero nell’armadio?).

    Un’ultima informazione pratica: i tre nuovi Code Coco sono già in vendita. Per i dettagli tecnici e i prezzi vi rimando alle didascalie qui sopra. Qui voglio però ricordare che si tratta di tre serie limitate, quindi la disponibilità è decisamente contenuta. Anche perché ridotti sono i numeri delle tirature: ciascuno è riprodotto in 255 esemplari. Quanti, se no?

  • Monsieur de Chanel Blue Edition: torna il maschile di Chanel con la livrea navy

    Monsieur de Chanel Blue Edition: torna il maschile di Chanel con la livrea navy

    Il blu colpisce ancora. Stavolta ammanta il Monsieur de Chanel, il primo orologio concepito esclusivamente al maschile dalla maison parigina. Che però deve essersi lasciata conquistare più dagli esiti di sobria eleganza che dall’appeal di tendenza suscitato dalla cromia del momento. Perché in effetti i toni profondi della nuova livrea blu navy – quadrante grené e cinturino in pelle opaca su cassa in oro bianco lucido – accentuano la naturale inclinazione dell’orologio.

    Storia e storie del Monsieur de Chanel

    Nato nel 2016, il Monsieur de Chanel infatti si distingue subito per lo chic misurato: quasi rassicurante nel suo essere privo di eccessi, eppure virile, solido, impeccabile. Lo stile identifica il pubblico di riferimento: un uomo dai gusti raffinati, grande intenditore dell’orologeria di tradizione, ma capace di apprezzarne anche le più originali interpretazioni. Perché il Monsieur de Chanel ha un’affissione particolare, “storica”: l’indicazione saltante (e istantanea) delle ore e quella ad andamento retrogrado dei minuti. Presentata però con un’estetica essenziale, modernissima.

    Del resto, monta il primo movimento complicato, progettato e prodotto “in casa”: il Calibro 1. A carica manuale, concentra due brevetti ed è il risultato di 5 anni di sviluppo; di costruzione integrata, ha un’architettura lineare collocata attorno a un grande ponte centrale di forma circolare. Gran parte dei componenti sono realizzati in esclusiva nei laboratori della manifattura artigianale di Romain Gaultier, di cui Chanel possiede una quota di minoranza. Per le caratteristiche tecniche comunque vi rimando alle didascalie…

    Complicazioni personalizzate

    Qui voglio invece sottolineare una serie di peculiarità che ne personalizzano la costruzione in chiave tipicamente Chanel. Dettagli forse non evidenti a tutti, ma facili da percepire per chi conosce il passato della maison. Un esempio: la doppia complicazione delle ore saltanti e dei minuti retrogradi collocati su un arco di cerchio di 240°, decentrato, rimanda alla passione per la numerologia di Gabrielle Chanel. La grande couturière infatti era molto superstiziosa…

    Ancora, il profilo ottagonale della finestrella delle ore, posta al 6, richiama la forma di place Vendôme – uno dei luoghi del cuore di Mademoiselle Coco. Infine la testa del Leone impressa sul Calibro 1 e incisa sulla corona, che fa riferimento al suo segno zodiacale; oltretutto diventata in questi anni simbolo dei movimenti di Alta Orologeria della casa. La scelta consapevole di usare i codici stilistici della maison indica quanto Chanel Horlogerie resti fedele all’idea di manipolare la tecnica per metterla al servizio dell’estetica. Con un ragionamento opposto ai criteri che governano da secoli la mente degli orologiai.

    Solo per pochi

    Per tornare al Monsieur de Chanel “Édition Bleu”, devo specificare che si tratta di un’edizione limitata di 55 esemplari. Pochi, a livello globale. È vero comunque che la Maison in questi anni ha spesso declinato la collezione in piccole tirature numerate: è già successo con la versione in ceramica nera, con quella in platino e quadrante in smalto Grand Feu; o con altre più preziose, decorate con diamanti o con il Leone in 3D. Al limite ci si dovrà accontentare (si fa per dire) con le referenze “di serie”. Con il quadrante opalino, elegantissimo comunque.

  • Coco watch: Mademoiselle ritratta negli orologi Chanel

    Coco watch: Mademoiselle ritratta negli orologi Chanel

    Coco watch: gli orologi di Mademoiselle. O, se preferite, Mademoiselle e gli orologi. Ma una premessa è d’obbligo. Gabrielle Chanel non amava gli esemplari femminili del suo tempo: troppo piccoli e leziosi, li chiamava “microbi”. Preferiva invece quelli da uomo, più coerenti con l’idea di vestire le donne con abiti e accessori presi in prestito dal guardaroba maschile. E anche nel Dopoguerra – ormai âgé – continuò a prediligere i grandi modelli Swiss made, che indossava insieme ai bracciali bianchi e che spesso regalava agli amici. Non per niente era andata a vivere in Svizzera.

    Ma al di là del rapporto personale con il mondo delle lancette, Mademoiselle non avrebbe certo immaginato che un giorno lei stessa sarebbe diventata il soggetto di diversi esemplari. La sua figura, la sua immagine è infatti protagonista di alcuni nuovi modelli di Chanel Horlogerie, che per amor di sintesi definisco appunto Coco watch. Chiaro, nessuno può sapere quale sarebbe stata la sua reazione se li avesse visti. Magari li avrebbe liquidati con una battuta feroce. Ma io voglio credere che le sarebbero piaciuti.

    Tutto è cominciato nel 2017, quando è uscita la prima serie del Mademoiselle J12. Un orologio (anzi due: uno bianco e uno nero, secondo i codici cromatici della collezione) ironico eppure serissimo, che faceva riferimento alla storia dell’orologeria. Chiaramente ispirato allo storico Mickey Mouse di Ingersoll, invece del personaggio di Disney riportava al centro del quadrante la silhouette di Mademoiselle Coco. In divisa d’ordinanza – tailleur bouclé, décolleté bicolori e paglietta –, indicava ore e minuti con le braccia, proprio come Topolino del 1933.

    In edizione limitata, quel Mademoiselle J12 andò subito esaurito. Ma oggi la stessa effigie rivive nel Coco Clock, un prezioso orologio da tavolo disegnato (come il predecessore) dallo Studio Creativo Chanel. Ovvero da Arnaud Chastaingt e il suo team, che si devono essere divertiti come matti a realizzarlo. Sul quadrante in ossidiana si staglia la figurina di Mademoiselle, completamente tempestata di diamanti e con tre mini-perle (vere) ai polsi e all’orecchio. Ad animarla, un calibro a carica manuale, squelette, di manifattura.

    Non paghi della pendulette, i tecnici di Chanel si sono fatti prendere la mano e hanno creato un’intera collezione di Coco Watch. La stessa immagine, in versione 3D, appare infatti nel Sautoir Coco, in cui Mademoiselle diventa un ciondolo appeso a una collana in oro bianco con perline di onice e diamanti. In pratica si tratta di una bambolina in oro, interamente incastonata di diamanti “a neve”, ornata di profili di smalto e di quattro perle Akoya. In questo caso però la paglietta si solleva per rivelare il quadrante di un piccolo orologio, che mostra l’orario solo a chi indossa la collana. Il massimo della discrezione.

    Ma non è finita qui. Ulteriormente rimpicciolita nelle dimensioni, la figuretta di Gabrielle Chanel ritorna anche nel nuovo Mademoiselle J12 Acte II. Seguito ideale dell’esemplare di tre anni fa, trasporta l’immagine dal quadrante alla corona, cui è sospesa a mo’ di charm. Anche in questo caso forgiata in oro bianco, la micro Coco (misura circa un centimetro e mezzo d’altezza) è letteralmente vestita di diamanti, dalla testa ai piedi. Sì, perché lo spirito dei Coco watch sarà anche ludico, ma la collezione di Coco watch è destinata solo a poche, fortunatissime signore. 

    E non si può concludere il novero dei Coco watch senza citare almeno il Mademoiselle Privé Bouton Camée: in cui il profilo del viso è inciso come un cammeo, a bassorilievo, nella pietra dura. Vero, lì il ritratto è più realistico, l’intento più serio. Ma il fatto che Gabrielle Chanel ritorni in tanti orologi ci fa capire quanto la sua immagine sia ormai un simbolo, presente nella memoria collettiva. Potrei dire un’icona del nostro tempo, se volessi usare un termine trito e ritrito (di cui sinceramente non se ne può più). Preferisco invece definirla così: un personaggio della mitologia contemporanea.

  • Mademoiselle Privé Bouton, il tempo couture di Chanel

    Mademoiselle Privé Bouton, il tempo couture di Chanel

    I bottoni fanno parte del “patrimonio spirituale” di Chanel. Segni di stile di Mademoiselle Coco, appartengono a quell’eredità trasmessa prima a Karl Lagerfeld e ora a Virginie Viard. E raccolta anche da Arnaud Chastaingt, Direttore del Watch Creation Studio di Chanel, che li ha posti al centro dei nuovi Mademoiselle Privé Bouton. Sette esemplari-gioiello dalla forma insolita: «Ho sognato un bottone come un orologio. Ho sognato di scucire la manica da una giacca e di lasciare solo il polsino, con il bottone e l’asola», ha spiegato Monsieur Chastaingt. Secondo cui si tratta di «creazioni audaci nel mondo delle lancette, ma una mossa ovvia per Chanel». A riprova di quanto l’orologeria e la moda della Maison siano strettamente legate.

    Per secoli simbolo di ricchezza, i bottoni in passato erano appannaggio dei reali e dei nobili. Cesellati nell’oro o intagliati nelle pietre preziose, erano usati come decorazione, applicati soprattutto (ma non solo) alle maniche delle camicie e dei farsetti. Si dice che Francesco I di Francia ne avesse fatti cucire 13.600 su un abito di velluto nero… Fu però solo con l’invenzione delle asole, nel Cinquecento, che se ne sfruttò l’utilità: realizzati via via in materiali più poveri, a poco a poco divennero a tutti gli effetti elementi funzionali nell’abbigliamento. A recuperarne la valenza ornamentale ci pensò secoli dopo Coco Chanel, che li trasformò di nuovo in dettagli gioiello.

    Rigorosamente rotondi e dorati, i bottoni di Chanel apparvero fin dai primi tailleur di tweed, nel 1954. Probabilmente derivavano da quelli delle uniformi degli ufficiali incontrati per le strade di Vichy, dove la piccola Gabrielle abitava con la nonna, o di Moulins, dove diciottenne faceva la commessa. Sta di fatto che in ogni collezione di Mademoiselle degli anni Cinquanta si trovavano da sei a dieci modelli diversi di bottoni. Tutti color oro, talmente splendenti che talvolta, sui set fotografici o durante le sfilate, si dovevano annerire per limitarne la luminosità (per interventi rapidi si ricorreva perfino al mascara).

    Sui bottoni Mademoiselle trasferiva il proprio immaginario: sbalzati al centro, li faceva decorare con i suoi portafortuna e li trasformava in magici amuleti. Autentici bijoux che raffiguravano teste di tartaruga o di leone, fiori, trifogli e foglie di acanto, fino alle sue iniziali intrecciate. E proprio da questi temi, sintetica espressione dell’universo estetico di Gabrielle Chanel, ha preso spunto Arnaud Chastaingt per comporre i Mademoiselle Privé Bouton. Una collezione di montre-à-secret costruiti come polsini dell’emblematica giacca, chiusi da strategici bottoni gioiello.

    “Bottoni” a forma di perla, di camelia, di testa di leone, di croce bizantina, in oro e diamanti… C’è perfino il ritratto di Mademoiselle, inciso in un cammeo, a sottolineare gli aspetti scaramantici della sua personalità. È il «mondo mistico di simboli» di Coco Chanel, come lo definisce Arnaud Chastaingt. Ma in realtà non si tratta di semplici bottoni: basta sollevarli per scoprire il piccolo quadrante interamente tempestato di brillanti. «Prima lo stile, poi il tempo – se ne avete voglia, oppure no!», ha commentato Monsieur Chastaingt al riguardo. «Solo Chanel conosce il segreto di questo tempo couture».

    Omaggio al mestiere della grande couturière, in effetti, i Mademoiselle Privé Bouton sembrano proprio dei polsini staccati da una tipica little black jacket di Chanel. Cinque modelli su sette sono fatti con un alto bracciale di tweed, nero con trame d’oro: lo stesso tweed già utilizzato anche per i cinturini del Boy·Friend. E lo stesso tweed dei celebri tailleur, simile a quelli realizzati a mano sui telai di legno negli atelier di Lesage. Foderati in morbida pelle di vitello e profilati da un bordino d’oro, sempre in pelle, si possono stendere come strisce di tessuto, per cogliere l’esatta corrispondenza dell’orologio-bottone da un lato e della chiusura ad asola all’estremità opposta. Struttura che ricorda un altro esemplare di Chanel Horlogerie: il Code Coco. Ma, per saperne di più, vi rimando alle didascalie.

    Gli ultimi due Mademoiselle Privé Bouton sono invece veri e propri pezzi di alta gioielleria, realizzati con sottili lamine d’oro. Uno annerito da un trattamento di superficie, l’altro completamente incastonato di diamanti “a neve”, riprendono il motivo della perla e della croce bizantina. Troverete informazioni tecniche più dettagliate, di nuovo, nella gallery posta in alto in questa pagina. Qui basti aggiungere che i Mademoiselle Privé Bouton sono tutti realizzati in edizione limitata (con diverse tirature, fino al pezzo unico). E sono animati da un piccolo movimento al quarzo (ovviamente di produzione svizzera). La scelta tecnica più opportuna, viste le dimensioni ridotte della cassa: 25 mm di diametro.

  • J12·20, lo stile Chanel in versione street art

    J12·20, lo stile Chanel in versione street art

    Se c’è una cosa dell’orologeria Chanel che mi ha sempre colpito, è la capacità di reinventarsi. Di saper riutilizzare gli stessi “ingredienti” di base, di dosarli e miscelarli ogni volta in modo diverso, per ottenere un risultato del tutto nuovo. Lo si vede in particolare nell’ultimo J12·20 – un esemplare in edizione limitata (anzi, quattro edizioni limitate), già in vendita nelle boutique monomarca e presso selezionati rivenditori. Che è il J12 di sempre ma con un look inedito, giocato tutto sui simboli della maison.

    Un passo indietro. Quest’anno il J12 è già uscito in altre due versioni: il J12 Paradoxe, con la cassa bianca e nera definita da un taglio netto; e il J12 X-Ray in vetro zaffiro, interamente trasparente (movimento e bracciale compresi). Perché questo 2020 segna il 20° anniversario dell’orologio creato da Jacques Helleu, ex Direttore artistico di Chanel Horlogerie, e ispirato al mondo delle automobili e delle barche. Il cui nome deriva proprio da una classe velica dell’America’s Cup dell’epoca.

    Ma qui non ho intenzione di dilungarmi sulla storia del J12, né di ripercorrere le infinite variazioni sul tema in cui è stato declinato nelle due decadi scorse. Magari ne riparleremo in un altro momento. Ora è la volta del J12·20, terzo modello dell’anno (e siamo solo in giugno), dedicato appunto alle celebrazioni dell’emblematico esemplare. Un’autentica icona (mi ripeto: l’ho già scritto in tante occasioni) non solo di Chanel ma di tutta l’orologeria del Terzo Millennio. Perché è stato capace di fare della ceramica un materiale nobile, metafora di modernità e di tecnologia.

    Come sempre realizzato in ceramica ad alta resistenza, il nuovo J12·20 però è diverso dai tanti, innumerevoli precedenti. Ha infatti la cassa e il quadrante decorati da segni e disegni “pop”. Doodle, verrebbe da chiamarli. Veri e propri pittogrammi, dai tratti semplici e un po’ naïf – a metà fra il tatuaggio e il fumetto – che ritraggono gli elementi costitutivi dell’universo di Mademoiselle Coco. E, in sintesi, l’essenza stessa dello stile Chanel. Una grafica che raffigura un mondo, il non plus ultra dello chic sintetizzato in un’estetica da street art.

    In quei disegni, immediatamente riconoscibili a colpo d’occhio (almeno dalle Chanel addicted e dalle esperte di moda), si ritrovano quindi i motivi caratteristici, i capi più classici, gli oggetti cari a Gabrielle Chanel, talvolta espressione delle sue passioni e delle sue manie. Venti in tutto, per ovvie ragioni. Ecco allora la camelia, il fiore prediletto da Mademoiselle e da lei adottato fin dal 1923, oggi reinterpretato nei bijoux, nei gioielli e negli orologi.

    Quindi i diamanti, le sue gemme preferite, che utilizzò in quantità anche nella prima collezione di alta gioielleria, Bijoux de Diamants appunto, datata 1932. E la stella, uno dei cinque temi di quella collezione: il cui pezzo più celebre è il preziosissimo collier a forma di cometa, alla base anche della recente (e omonima) linea di gioielli. Oppure la croce maltese, che rimanda alla storia del Mediterraneo (alla Repubblica marinara di Amalfi, ai Cavalieri di San Giovanni); altrimenti detta croce bizantina, richiama gli alti bracciali rigidi e le spille disegnate insieme a Fulco di Verdura, sempre negli anni ’30 del secolo scorso.

    Ancora, l’orologio Première, prima escursione della maison nell’orologeria (1987), con la cassa ottagonale derivata dal perimetro di place Vendôme, a Parigi; uno dei “luoghi del cuore” di Gabrielle Chanel, che vi trascorse buona parte della propria vita. E le perle, compagne inseparabili – quasi un amuleto – per Mademoiselle, ma anche accessori indispensabili per la donna Chanel. “Con un pull nero e dieci fili di perle ha rivoluzionato la storia della moda”, diceva di lei Christian Dior.

    Dai gioielli alla moda, tra le illustrazioni appaiono anche i pezzi simbolo del suo guardaroba. Come la giacca di tweed, quella dei celeberrimi tailleur, introdotta nel 1954 e rimasta una costante (seppur reinterpretata) in tutte le collezioni di prêt-à-porter e di Alta Moda della maison. Le scarpe bicolori, beige e nere, altra invenzione degli anni ’50, ideate per migliorare l’aspetto delle donne, perché fanno sembrare le gambe più lunghe e i piedi più piccoli. O ancora la 2.55, la borsa matelassé creata proprio nel febbraio del 1955 (da cui il nome), anch’essa declinata nel tempo in una miriade di varianti, colori e materiali. Ma sempre fornita di chiusura a battente con la fibbia girevole, diventata a sua volta sinonimo di una gestualità femminile  misurata e misteriosa.

    A proposito di femminilità, le immagini comprendono anche diversi riferimenti allo charme e agli strumenti di seduzione consigliati alle signore da Mademoiselle Coco. Per esempio il fiocco, romantico dettaglio design, ieri come oggi ricorrente nella moda della maison. Il rossetto, requisito imprescindibile nel make-up (“Metti il rossetto e attacca”: sembra fosse un suo motto). Fino al profumo, il famosissimo Chanel N°5, lanciato nel 1921 e da allora rimasto inalterato come quintessenza olfattiva di un’art de vivre à la Chanel. Il 5, oltretutto, fa riferimento alla numerologia, in cui Mademoiselle credeva fermamente. Era molto superstiziosa e si circondava di portafortuna: fra i tanti, le spighe di grano, simbolo di operosità e di abbondanza, ricompensa al duro lavoro.

    Del resto ci sono anche i suoi attrezzi del mestiere: forbici, ditale, ago e filo. Un set da cucito completato dai bottoni, oggetti funzionali che la grande couturière seppe trasformare in una vera e propria cifra stilistica. Dorati, a rilievo, decorati da foglie di acanto, tartarughe, trifogli, dalle sue iniziali o dalla testa del leone, sono l’espressione più sintetica dello stile Chanel. Proprio il Leone, il suo segno zodiacale nonché emblema di Venezia (città da lei amata), non poteva mancare tra i doodle del J12·20. Così come il viso della stessa Gabrielle Chanel, il suo ritratto immortalato con la paglietta. A ricordare che ormai la sua figura e la sua personalità sono entrate nel mito.

    Noto però con piacere che tra i simboli del J12·20 manca il logo, la doppia C: troppo scontato, forse, e la maison rifugge dall’ovvio (lo ha dimostrato più volte). Ci sono invece, incastonati qua e là senza un ordine apparente, 12 (o 20) piccoli diamanti – probabile omaggio allo stesso J12 (e al suo compleanno). Gli stessi disegni del resto sono disseminati sulla cassa dell’orologio quasi in modo casuale, come se Arnaud Chastaingt – il Direttore del Watches Creation Studio di Chanel che li ha creati – li avesse tracciati a mano libera, di getto, senza pensare. Visto in quest’ottica, il J12·20 diventa in pratica una sorta di tela, di foglio bianco pronto a ricevere i segni grafici, i graffiti (in senso letterale) dell’artista.

    E questa impressione è accentuata da due delle quattro referenze del J12·20, in cui i pattern sono localizzati in porzioni delimitate di lunetta e quadrante, rodiati sulla superficie laccata. Per saperne di più sull’intera collezione, vi rimando alle didascalie. Qui basti invece aggiungere che nelle altre due referenze, i disegni rivestono interamente “il volto” dell’orologio e sono realizzati in smalto champlevé. Diverse anche le tirature limitate: 2.020 esemplari per la prima versione, solo 5 l’altra.

    In tutti i casi, comunque (lo ribadisco), il J12·20 è sempre sé stesso, immutato e identificabile: solo più giovane e più irriverente del solito. In linea con il proverbiale spirito ribelle di Coco Chanel: una donna capace di sfidare le convenzioni e ignorare i formalismi, di abbracciare le novità e anticipare le tendenze. In questo senso il J12·20 recupera i codici più classici della casa, li reinterpreta in chiave grafica, ne fa un mix modernissimo e un po’ sfrontato. Immanente, più che mai attuale, è un J12 aggiornato con i tempi. È il tempo secondo Chanel.

  • J12 X-Ray: Chanel crea il primo orologio interamente in vetro zaffiro

    J12 X-Ray: Chanel crea il primo orologio interamente in vetro zaffiro

    Traslucido, completamente trasparente, o quasi: il J12 X-Ray ha la cassa, il quadrante, alcuni componenti del movimento e perfino il bracciale realizzati in vetro zaffiro. Come se fosse un orologio visto ai raggi X, appunto. Un esemplare senza precedenti, che festeggia i 20 anni della celebre collezione di Chanel Horlogerie (come il J12 Paradoxe). Notevole proprio per come è fatto.

    Il vetro zaffiro è un materiale creato dall’uomo: un tipo di corindone sintetico (ossido di alluminio), estremamente duro (9 nella scala di Mohs, secondo solo al diamante) e difficile da lavorare. Ormai diffuso in alta orologeria, non lo si è mai visto però come nel J12 X-Ray: di solito è utilizzato per la cassa e il quadrante, mentre esistono pochi precedenti per le parti meccaniche. Riguardo al bracciale, poi… si tratta proprio di un unicum.

    Ma, qualcuno può obiettare, il J12 è l’orologio in ceramica per eccellenza: non sarebbe più il J12 se non fosse fatto di ceramica. Ed è vero: anche se non è stato il primo in assoluto (già negli anni Ottanta c’erano i Rado), è stato però quello che ha trasformato la ceramica in una vera e propria caratteristica dell’orologeria del XXI secolo. Oltretutto Chanel se la produce “in casa”, nella manifattura Châtelain di La Chaux-de-Fonds. E la conosce a fondo, la padroneggia in tutte le fasi di produzione.

    L’ha perfino applicata in via sperimentale alla micromeccanica: basti pensare al J12 Tourbillon Joaillerie del 2005. Un’edizione limitata il cui movimento – calibro 05-T1, a carica manuale – era montato su una platina in ceramica prodotta con tolleranze infinitesimali. Quindi, tranquilli: la ceramica resterà sempre il principale segno di identità del J12. Questo è certo.

    E allora, come la mettiamo? Cosa c’entra la ceramica con il vetro zaffiro? In realtà diverse analogie li rendono più simili di quanto si possa immaginare. Entrambi sono prodotti in laboratorio, entrambi sono inscalfibili e praticamente inalterabili nel tempo. Ed entrambi sono pesi piuma, anche se a dire il vero il vetro zaffiro è quasi una volta e mezza più leggero della ceramica: l’ossido di alluminio ha una densità di 3,95 g/cm3, l’ossido di zirconio (che è alla base della ceramica) di 5,7.

    Non c’è da stupirsi quindi che i tecnici Chanel, abituati a lavorare con materiali high-tech, non solo allarghino il campo d’azione, ma cerchino nuove applicazioni, spingano la ricerca al limite. Del resto lo fanno sempre, è tipico dell’orologeria Chanel. Di diverso c’è solo che il vetro zaffiro non è prodotto in casa, ma da un’azienda specializzata con cui la maison collabora (e su cui mantiene il più totale riserbo). Un fornitore esterno che, ci scommetto, deve aver sgranato tanto d’occhi quando si è visto commissionare i pezzi del J12 X-Ray. E imprecato non poco durante le fasi di realizzazione.

    A cominciare dalla cassa: la carrure con le anse integrate, il quadrante, il fondello e perfino la corona sono ricavati da blocchi di vetro zaffiro. Che vengono scavati, intagliati o sagomati con frese e altri macchinari a punta diamantata (perché il diamante è appunto l’unico materiale più duro del vetro zaffiro, quindi in grado di lavorarlo). E infine lucidati con tecniche di microabrasione (getti d’olio ad alta pressione contenenti particelle di diamanti).

    Al di là delle intrinseche difficoltà di lavorazione, qui il problema maggiore dev’essere stato prima di tutto riuscire a reperire porzioni di materiale integralmente perfette. Cioè pezzi di vetro zaffiro privi di difetti, di bolle d’aria, di intrusioni seppur minime, in tutta la superficie, così da ottenere un risultato finale impeccabile. E non dev’essere stato facile, in particolare per i componenti più grandi – come la cassa, ricavata da un blocco solo.

    All’opposto, le difficoltà di lavorazione aumentano in modo esponenziale per i componenti più piccoli: cioè quelli del movimento. Il Calibro 3.1 – concepito e realizzato in casa (e dove, se no?) – ha infatti la platina e due ponti realizzati in vetro zaffiro. Il che significa… cavolacci amari. Per questioni di spessore, tolleranze, tecniche di lavorazione.

    Fresare componenti così sottili comporta rischi enormi di rottura in relazione alla velocità della fresa stessa, alle conseguenti vibrazioni e al surriscaldamento del materiale (il vetro zaffiro, lo ricordo, è durissimo). Non oso immaginare quanti pezzi devono aver gettato via soprattutto all’inizio, durante i primi tentativi, quando ancora non erano stati messi a punto i giusti procedimenti. Il cosiddetto savoir-faire.

    Anche le stesse fasi di assemblaggio devono essere state impegnative. Per montare elementi in vetro zaffiro con altri in metallo per mezzo di viti bisogna avere una grande sensibilità. Se si stringe troppo, si rischia di fratturare il materiale; troppo poco e si compromette la stabilità del sistema. E lo spessore ridotto del vetro zaffiro, così come le dimensioni delle viti, non fanno che accrescere le difficoltà. Quindi, chapeau alla manualità dell’orologiaio che ha assemblato il movimento del J12 X-Ray.

    Infine il bracciale. Identico a quello in ceramica nella forma e nella struttura, dev’essere stato un’altra gran bella grana. I problemi sono di base gli stessi affrontati per la cassa: nessuna imperfezione nel vetro zaffiro di base – anche se i link sono per fortuna più piccoli di un fondello o di un quadrante. In compenso però sono più esposti all’attenzione di chi guarda; non hanno cioè sovrapposizioni o incastri che consentono di camuffare un difetto microscopico. Quindi il materiale deve essere il più puro possibile.

    Non solo. Le maglie del bracciale sono molto numerose, hanno geometrie complesse, e poi ciascuna va forata per inserire le barrette di congiunzione. Insomma, aumentano notevolmente i rischi di rottura come pure le difficoltà di realizzazione. A quanto mi risulta nessuno finora si era mai spinto a tanto, per quanto ne so nessuno ci aveva mai provato. Ecco perché il bracciale in vetro zaffiro è stata la prima cosa che mi ha colpito.

    Se si mette insieme tutto questo, si intuisce il motivo per cui il J12 X-Ray è realizzato in un’edizione limitata di 12 esemplari. Ed è già tanto che Chanel sia riuscita a ottenere questo numero. Mi auguro che la competenza raggiunta con il J12 X-Ray non vada sprecata, anzi sono certa che possa avere un seguito. Forse più d’uno. Perché l’orologeria Chanel sembra nata per stupire, e continuerà a farlo.

  • J12 Turns 20: la nuova campagna Chanel online

    J12 Turns 20: la nuova campagna Chanel online

    Il J12 di Chanel compie 20 anni. E li festeggia con una nuova campagna, intitolata proprio J12 Turns 20. Seguito ideale della precedente It’s All About Seconds, ne segue il concetto, le dinamiche, l’essenza. Anche in questo caso, il tema è interpretato da alcune “muse” (ambasciatrici della maison) che si lasciano andare a piccole confidenze giocate sul filo dei ricordi. Stessa ambientazione in studio, stesso suggestivo bianco e nero, e la personalità di ciascuna che buca l’obiettivo. Ognuna con al polso (ovviamente) il proprio J12.

    Icona della produzione Chanel e insieme simbolo dell’intera orologeria del Terzo millennio, il J12 ha attraversato gli ultimi decenni restando sempre uguale a se stesso. È stato profondamente rinnovato dal recente restyling, è vero, ma non ha perso nulla della propria identità. Testimone perfetto delle due decadi appena trascorse, ora è pronto per quelle a venire. Tant’è: l’orologio degli istanti decisivi – quelli che ti cambiano la vita -, diventa così un “ponte” ideale fra passato e futuro. 

    «Il J12 compie vent’anni? Proprio come me», dice Lily-Rose Depp nel primo video della serie J12 Turns 20 diffuso in queste ore, a sottolineare la curiosa coincidenza di età con l’orologio. Il momento speciale della propria vita che le piacerebbe ripetere, spiega poi, è quando ha indossato l’abito da sposa sulla passerella di Haute Couture della primavera-estate 2017. Avvolta in una nuvola di tulle rosa, al braccio di Karl Lagerfeld – aggiungiamo noi. Ma confessa anche che la cosa più bella sarebbe trascorrere il tempo al meglio con i propri affetti, la famiglia e gli amici. 

    Ma la figlia di Johnny Depp e Vanessa Paradis non è la sola a raccontare i propri desideri. Dopo di lei, protagonista del video di oggi, altre cinque muse si alterneranno nei prossimi episodi del J12 Turns 20. Che, come già successo lo scorso autunno, saranno messi online sui canali social di Chanel a partire dal 2 maggio. A seguire, toccherà quindi ad Ali McGraw e successivamente sarà la volta di Claudia Schiffer. Infine il 14 maggio, gran finale con Naomi Campbell, Vanessa Paradis e Liu Wen. Stay tuned: vi terremo aggiornati. D’ora in poi, ogni volta che ci arriverà in redazione il nuovo materiale, interverremo sui contenuti di questa pagina per farvi sapere tutto in anteprima.

    Giovedì 30 aprile. Come da programma, ecco quindi l’uscita del video di Ali McGraw. Che, a dispetto della chioma candida, rivela una prorompente vitalità: «Vent’anni non bastano per fare tutto quello che voglio fare», dichiara. Ma l’attrice americana esprime anche il desiderio di vedere la natura rifiorire rigogliosa in tutto il Pianeta: un messaggio ambientalista che evidentemente ha un valore trans-generazionale. Consapevole oltretutto della relatività insita nella percezione del tempo: «Vent’anni sono un periodo di tempo inimmaginabile, per me», ammette. «E non sono niente, lo so bene».

    Lunedì 4 maggio. Il nuovo episodio della campagna J12 Turns 20 vede davanti all’obiettivo Claudia Schiffer. Che si lascia andare a una mini-confessione molto personale. «Quando avevo 20 anni non c’era differenza tra sogni e realtà», dichiara. «Vivevo i miei sogni». E racconta che, se potesse, vorrebbe rivivere il momento in cui Matthew (Vaughn, il marito nonché padre dei 3 figli) le ha messo al dito l’anello di fidanzamento. Ed è sempre la sua famiglia la centro dei suoi 20 anni più belli. Romantica sì, ma anche prosaica.

    Giovedì 14 maggio. «20 anni senza cioccolata, non è possibile», scandisce Naomi Campbell. Poi ride e dichiara: «20 anni in un solo secondo, pieno di colore». Accanto alla Venere Nera, una solare Liu Wen aggiunge: «A me 20 anni non bastano per niente». Ed evoca le cose belle della vita: la felicità, sorridere, scherzare… Ma a chiudere l’ultimo capitolo della saga J12 Turns 20 c’è Vanessa Paradis: «20 anni sono troppo pochi per amarsi», sussurra con voce bassa e profonda. Ma la musa di Chanel da oltre tre decadi è già proiettata nel futuro: «Se dovessi vivere un secondo di questi ultimi 20 anni, preferirei vivere il prossimo», conclude. E fa riflettere…

  • J12 Paradoxe: l’inedito Chanel con la cassa “tagliata”

    J12 Paradoxe: l’inedito Chanel con la cassa “tagliata”

    Osare. Sfidare le convenzioni. Inventare di continuo soluzioni originali. Credo siano i tratti salienti dell’orologeria Chanel, o perlomeno quelli che mi sembrano costanti nel tempo. Probabile retaggio della natura ribelle di Mademoiselle Coco, sempre pronta ad andare contro l’opinione comune, a fare scelte audaci e inaspettate, a intraprendere strade inesplorate. Per questo il J12 Paradoxe, pur nel suo essere del tutto nuovo, perfino sorprendente, risulta così tipicamente Chanel da non stupire affatto. Un paradosso, appunto.

    Presentato di recente e in arrivo a giugno nei negozi, l’ultimo erede della famosa collezione di orologi è qualcosa di mai visto prima. E sì che, nei 20 anni festeggiati in questo 2020, il J12 ha conosciuto moltissime versioni. Piccolo, grande, esclusivo, per tutti, maschile o femminile, essenziale o full pavé, perfino con dettagli colorati a spezzare il rigore della monocromia. Ma è sempre stato o bianco o nero. Ora invece il J12 Paradoxe è bianco e nero insieme.

    No, non metà bianco e metà nero, come sarebbe stato ovvio. Chanel non fa mai niente di scontato. La cassa del J12 Paradoxe è per tre/quarti bianca e solo per un quarto nera. Con un limite ben definito fra le due parti, una linea di demarcazione precisissima – quasi fosse realizzato con un taglio netto. E in effetti è così davvero. La cassa bicolore nasce dall’unione di due pezzi di cassa differenti, per colore e dimensioni, che sono state opportunamente tagliate e poi ri-assemblate.

    Il che potrebbe anche non sembrare chissà che, se non fosse che la cassa in questione è fatta di ceramica ad alta resistenza. Un materiale estremamente duro, quindi difficile da lavorare e ancor più da tagliare. Per ottenere nella ceramica un taglio perfetto al micron, senza scheggiarla né rovinarne la superficie in alcun modo, bisogna usare frese ad alta velocità; applicate però alla giusta pressione, con grande attenzione al calore e alle vibrazioni, per evitare micro-fratture, deformazioni plastiche o usura da intaglio. Si tratta insomma di un’ulteriore dimostrazione di quanto i tecnici di G&F Châtelain siano in grado di padroneggiare la ceramica.

    Una volta tagliate, le due parti di colore diverso sono quindi montate insieme in un supporto metallico, in cui verrà poi inserito anche il fondello in vetro zaffiro. Si passa poi agli altri componenti della cassa: il quadrante, i numeri arabi e l’inserto della lunetta – anch’essi bicolori. Mentre i numeri arabi sono realizzati in ceramica nera, ad eccezione del 3 che è bianco, il quadrante e la lunetta sono dipinti con stampa a tampone. In particolare, il quadrante è colorato interamente di bianco, quindi ridipinto di nero nella sezione di destra.

    L’anello della lunetta è invece colorato prima di nero e poi ridipinto di bianco, con la parte nera ridotta in modo da creare un perfetto allineamento con l’ansa nera e il bracciale bianco. Di conseguenza, la lunetta del J12 Paradoxe è fissa, anziché unidirezionale girevole come di consueto per gli altri J12. E del resto diversa è anche l’impermeabilità dell’orologio: che ora è garantita fino a 3 atmosfere, mentre di solito raggiunge le 20 atmosfere.

    Immutato rimane invece il movimento, il Calibro 12.1 a carica automatica, di manifattura. Ne abbiamo già abbondantemente parlato altrove, quindi qui mi limito a riassumerne le caratteristiche essenziali: 191 componenti montati su 28 rubini; un singolo bariletto in grado di assicurare un’autonomia di 70 ore; bilanciere a inerzia variabile con sistema anti-urto; massa oscillante in tungsteno; ponti con finitura satinata e angoli lucidati al diamante. Certificato cronometro dal Cosc.

    Ciò che conta sottolineare, comunque, è che per ottenere una cassa in realtà se ne devono realizzare due. Il che significa avere uno scarto pari al 50 per cento di quanto prodotto. Sia chiaro, il materiale non utilizzato presumibilmente non verrà gettato via, ma rientrerà nel ciclo di lavorazione con un recupero pressoché totale. Ma l’intero processo ha costi di produzione tali da andare a influire sul prezzo finale. Il J12 Paradoxe costa infatti 7.900 euro, contro i 6.100 di un J12 monocolore.

  • Première Velours di Chanel. Un racconto di Natale

    Première Velours di Chanel. Un racconto di Natale

    Il Première Velours di Chanel come non s’era mai visto. Immerso in atmosfere ovattate, illuminato dai riflessi dell’oro, attorniato dalle camelie. Inizia dalle suggestioni di queste immagini la favola scritta da Elena Lorusso per evocare la magia che talvolta scaturisce da un orologio. Quel certo “non so che” che fa accendere la passione: sensazioni impalpabili eppure importanti, benché pochi lo confessino. Qui tradotte nell’incanto di una fiaba dai toni poetici: un modo diverso per augurarvi Buon Natale

    C’era una volta un mondo bianco, rarefatto e fragile. Un mondo intoccabile, acerbo, privato del colore e di qualsiasi sfumatura diversa dal candore. Un mondo privato del fiorire, del suo profumo, del tatto, e di qualsiasi senso.

    E poi c’era un cofanetto: piccolo, compatto, morbido al tocco, sontuoso e regale, sopravvissuto chissà come a così tanto torpore. All’interno, perla tra le ostriche, un orologio unico nel suo genere, scherzo del destino e di inestimabile cura. Antitetica bellezza in un mondo pieno di candore.

    Effetto velours il cinturino, laccato il quadrante e dorata la cassa, forme decise, rigorose, definite nella loro ostinata regalità. Vellutata bellezza e ovattata beltà, Première era il suo nome, Chanel il suo creatore. 

    Un nome che nasconde un destino, “La prima”, quella vera. Come la raffinatezza da trasmettere per osmosi al polso che l’avrebbe indossato e posseduto per davvero, come un incastro e un’appartenenza senza tempo.

    “Brillerai”, gli avevano detto. “Brillerai, e illuminerai il polso di chi t’indosserà”. Ma il tempo scorreva e portava via anche le speranze di trovare la sua forma.

    Invano aveva cercato polsi e corpi adatti, ma l’ossimoro era diventato solo più deciso, più definito, senza spezzare nessun incantesimo. Piccoli, ossuti, tanti ne aveva incontrati, ma il sortilegio rimaneva tale, i fiori non sbocciavano e il profumo non si sprigionava.

    I giorni passavano, la bellezza di Première smaniava di esplodere, trepidante e incontinente di espandersi per raccontare tutto il proprio fascino.

    Fino a quella sera. Un polso quasi anonimo, lieve, delicato. Timido a porsi, le mani titubanti nell’aprire cotanta bellezza mai violata. E poi una speranza. “E se fosse quello giusto?…”. “E se fosse quello perfetto?…”.

    Un movimento, secco, quasi sicuro, inusuale per un corpo così esile.
    Il cinturino fatto scivolare tra le mani, la cassa d’oro che si illumina e risalta tra il bianco dei baccelli, il velluto che si anima e rivela tutta la voluttuosa sensualità.

    Poi il contatto con il polso, ergonomico, perfetto, contrapposta bellezza e contrasto illuminante. Poi ancora il profumo, inebriante, le camelie che si schiudono e il bianco che riprende forma, che fiorisce e prende vita.

    Pochi attimi, densi e intensi, Première vive e rivive sul polso di lei. Nato per quel destino, attimo dopo attimo. E poi quel suono deciso, un rintocco, due, tre, quattro, fino a indicare l’ora: la mezzanotte. Una carrozza che fugge e il profumo con lei…

  • I segreti di G&F Châtelain e la ricetta della ceramica Chanel

    I segreti di G&F Châtelain e la ricetta della ceramica Chanel

    Chanel ha un modo tutto suo di fare le cose. Che si tratti borse, tailleur, profumi, trucchi oppure orologi, la filosofia è sempre la stessa: alla clientela si offre solo il meglio. Anche se, per ottenere certi standard qualitativi, si finisce per acquistare la manifattura che è in grado di garantire “quel meglio”. È successo più volte nel segmento moda, dove Chanel ha comprato alcuni tra i più prestigiosi atelier in cui si preservano rare tecniche di lavorazioni per la haute couture. Ma lo stesso è accaduto quando la Maison è entrata nel mondo delle lancette.

    Nel 1987 debutta il modello Première, realizzato per conto della Casa della doppia C nei laboratori di G&F Châtelain. Un’azienda fondata nel 1947 a La Chaux-de-Fonds, nel cuore del distretto svizzero orologiero, specializzata nella costruzione di casse e bracciali haute de gamme e con particolari competenze nell’incastonatura. Ma già nel 1993 Chanel la rileva: le permette di mantenere la propria autonomia ma intanto si assicura un bravo partner e una solida base per il futuro.

    Passano altri 7 anni e sul mercato arriva il J12, ideato dall’allora direttore creativo Jacques Helleu. Non è certo il primo orologio sul mercato con cassa, lunetta e bracciale in ceramica high-tech; ma è il primo a fare tendenza. O, meglio, a rendere la ceramica un materiale di tendenza. E il successo è in parte dovuto proprio alla qualità di quella ceramica, creata direttamente “in casa”, nei laboratori G&F Châtelain. Che oggi – ormai ampliati su una superficie di 16mila metri quadri, dagli 8mila precedenti – ci aprono le porte per permetterci di accedere ai segreti di produzione.

    Il nostro è un drappello compatto e disciplinato, perché nel varcare la soglia dello stabilimento si percepiscono all’istante un ordine e una precisione che incutono rispetto. Osserviamo attenti le fasi di progettazione al computer, dove gli ingegneri traducono in oggetti le intuizioni di Arnaud Chastaingt, il Direttore di Chanel Watch Creation Studio. Ci soffermiamo di fronte alla perfidia a fin di bene con cui l’addetto al controllo qualità tormenta ogni orologio per verificarne la resistenza agli urti, agli sbalzi di temperatura, al sudore, ai campi magnetici, alla sabbia e agli agenti atmosferici. Ma è quando arriviamo alla realizzazione della ceramica che ci incantiamo come bambini davanti a un pasticcere intento a preparare una torta.

    Forse non tutti sanno che la ceramica è un composto ottenuto amalgamando con acqua diversi materiali. In un processo che per molti aspetti ricorda le dinamiche di una cucina. Ossido di zirconio – Polvere di Ittrio – Pigmenti – Polimero legante, da rimuovere prima della cottura – Acqua – Sapone – Polvere di diamante abrasiva. Sono questi grosso modo gli ingredienti usati dai tecnici per costruire il J12 e gli altri modelli in ceramica (di Chanel, ma non solo). Probabilmente c’è qualche altro componente nella lista che viene tralasciato; ma l’impressione è che non sia tanto una norma anti-spionaggio, quanto una gentilezza verso noi visitatori, assai curiosi e altrettanto inesperti in fatto di chimica.

    Proprio come uno chef seleziona le materie prime migliori per preparare i suoi piatti, così da G&F Châtelain si sceglie una buona polvere a base ossido di zirconio, cui si aggiungono dei pigmenti chiari o scuri per garantire il bianco e il nero. A quel punto entra in gioco un elemento chiave per la prima fase della lavorazione, quel polimero indispensabile a legare gli elementi tra loro. Ciò che si ottiene è una pasta simile a un dentifricio, modellabile a caldo, che viene iniettata a pressione all’interno di stampi, dove viene lasciata raffreddare e rapprendere.

    L’irrigidimento del composto però è solo di facciata perché, prima della cottura, l’agente legante deve essere dissolto in acqua; e in quella fase la ceramica è estremamente friabile. Quindi avviene il passaggio in forni che arrivano fino a mille gradi, seguito da un successivo raffreddamento in tempi lunghi; tutto viene calcolato nel dettaglio, senza possibilità di errore (uno stadio spinoso, per esempio, è il restringersi della massa durante l’esposizione al calore). E il segreto, se esiste, sta proprio in questo procedimento di cottura e raffreddamento, cruciale per i tempi e quindi per i costi.

    Si arriva così agli step finali. Ovvero la lucidatura, realizzata aggiungendo a un mix di acqua e sapone della polvere di diamante; l’unica sostanza in grado di levigare alla perfezione l’ormai fortissima ceramica all’interno di un tamburo rotante. O al contrario le operazioni di finitura, con trattamenti che la rendono opaca. Quindi il duplice controllo qualità, per cui quello che un occhio umano ha validato con attenzione viene sottoposto a un ulteriore check. Le diverse componenti ora sono pronte per l’assemblaggio, fino al montaggio del movimento nella cassa. Nel caso del J12 si tratta del Calibro 12.1, sviluppato in esclusiva per la Maison da Kenissi, la manifattura ginevrina nel cui capitale Chanel ha fatto il suo ingresso nel gennaio scorso.

    Il personale racconta con un misto di timidezza e orgoglio quanto siano delicate le fasi di mescola e di cottura. Di come ci siano voluti tempo e pazienza per arrivare a padroneggiare perfettamente l’intero processo produttivo della ceramica di qualità. Un materiale che, a ben guardare, ha quasi dell’incredibile: è estremamente leggero ma duro; resistentissimo alle variazioni di temperatura e ai raggi Uv; inscalfibile, anti-graffio e anti-usura; inalterabile al trascorrere degli anni e dei decenni; e allo stesso tempo del tutto biocompatibile, anche dalle epidermidi più sensibili.

    I tecnici di G&F Châtelain spiegano che sono state messe in atto circa cento ricette di prova, per arrivare alla formulazione attuale – che va comunque soppesata di volta in volta, dato che a diverse parti dell’orologio corrispondono indicazioni specifiche di lavorazione. Sono tutti addetti ultra-qualificati, eppure dai loro occhi traspare l’emozione di creare qualcosa di speciale. Qualcosa in cui la precisione di formule e macchine è condita con un ingrediente fondamentale: la sensibilità dell’uomo.

  • Il tweed di Chanel, da Mademoiselle al polso

    Il tweed di Chanel, da Mademoiselle al polso

    Coco Chanel amava il tweed. Era il suo tessuto preferito fin da quando frequentava il Duca di Westminster, al secolo Hugh Richard Arthur Grosvenor (1879/1953) – Bendor, per gli amici. Alto, biondo, aristocratico anche nei modi, “l’uomo più ricco d’Inghilterra” – come sottolineavano immancabilmente le cronache mondane dell’epoca – si vestiva spesso di tweed. Soprattutto quando si trovava a Eaton Hall, il castello di campagna che apparteneva da generazioni alla sua famiglia. Sì, perché quel tessuto di lana originario della Scozia allora rappresentava l’eleganza rilassata dei gentiluomini più chic, la sartorialità maschile in puro stile British. Solo qualche nobildonna in vena di eccentricità osava indossarlo, in rare occasioni.

    Mademoiselle invece si spinge oltre. Se ne serve qualche volta già nel 1924, ma lo adotta definitivamente nel ’27. E non solo lo “femminilizza”, come fa con il jersey, i pantaloni e altri elementi del guardaroba maschile; lo rende così “suo” da farlo diventare, dagli anni Cinquanta in poi, l’essenza stessa dei suoi celebri tailleur. Tinto di rosa, di azzurro, di beige – che vanno ad affiancare i colori della tradizione –, il tweed entra a far parte della memoria collettiva come cifra stilistica della Maison. Una specie di marchio di fabbrica.

    Anche se ormai viene utilizzato praticamente da tutti gli stilisti, ancora oggi lo si vede sfilare sulle passerelle di Chanel a ogni stagione. E ogni volta acquista nuova vita, nella forma e nella composizione: si arricchisce di filati di seta, cotone, lurex… Sperimenta perfino fettucce di plastica, di jeans, catene, piume, zip, paillettes – in particolare quando è intessuto a mano, sui telai di legno di Lesage, per le più preziose creazioni di Alta Moda.

    E ai nostri giorni ritorna anche nel mondo delle lancette. Del resto, l’orologeria Chanel vive da sempre sul filo della continuità con la moda (e il lusso) della Casa. È parte integrante dello stesso universo, parla lo stesso linguaggio, esprime gli stessi concetti. È capace di trasferire al polso i segni grafici, i motivi tipici, i simboli della doppia C. Li adatta allo spazio ristretto di cassa & quadrante, e li reinterpreta – o meglio li reinventa – in modo sempre nuovo.

    Così, il tweed entra a far parte dell’orologeria Chanel dalla porta principale. Nella collezione Boy·Friend, che rielabora l’iconica cassa del Première con una nitida impronta mascolina. Perché è un esemplare concepito e sviluppato secondo i canoni dell’orologeria di tradizione, tipicamente al maschile. Bene, il Boy·Friend Tweed appare per la prima volta nel 2016, fin dall’inizio con qualcosa di sorprendente. Non con un semplice cinturino in tweed, come tutti si aspetterebbero, ma con un bracciale che riproduce la struttura della stoffa. Con i rilievi stampati o incisi sulla superficie del metallo, almeno in apparenza.

    Invece, basta guardare il retro del bracciale per rendersi conto che la tipica nervatura diagonale è stata realizzata con una particolare lavorazione simile alla maglia milanese. Mica facile da fare. Il fitto intreccio di elementi, incastrati l’uno nell’altro con estrema precisione, ricrea “sul dorso” rilievi sempre diversi, proprio come quelli del tessuto. E proprio come il tessuto, il nastro metallico è flessibile e flessuoso, quasi non fosse veramente fatto di acciaio ma di qualche altro materiale più morbido.

    Le signore se ne innamorano subito. Con la cassa taglia S o M, e la lunetta liscia o tempestata di diamanti, il Boy·Friend Tweed è perfetto con i look androgini. Piace a tal punto che l’anno successivo torna nell’esclusivo oro beige, la calda tonalità della Casa. E in versione Black, cioè con il bracciale annerito da un trattamento Pdv. Tutte le referenze sono animate da pratici movimenti al quarzo Swiss made, eccetto il modello nero più grande, che ospita un movimento meccanico a carica automatica. Ma lo si riconosce, oltre che per le dimensioni, anche per il contatore dei piccoli secondi al 6. Per evitare il sovraccarico estetico, tutte hanno un quadrante essenziale, a contrasto con la ricchezza materica del bracciale. Privo di numeri o indici, è impreziosito solo da un’impercettibile decorazione guilloché (a cerchi concentrici). Perlomeno finora.

    All’ultimo Baselworld, infatti, sono uscite nuove varianti con il motivo tweed trasportato sul quadrante. All’apice c’è il Boy·Friend Tweed Art, che lo ripropone in tre vivacissime texture nei toni del rosso, del blu e del fucsia. Non roba da poco: il “mosaico” di cromie è realizzato con la tecnica dello smalto Grand Feu dall’artista-artigiana francese Anita Porchet. Ovvero con lunghe ed elaborate fasi di lavorazione, a partire dalla piastra in oro del quadrante opportunamente preparata con uno specifico “fondo”; e poi dipinta a mano, colore per colore, segmento dopo segmento, con ripetuti passaggi al forno ad alte temperature (830° C). E i relativi pericoli – strani viraggi cromatici, inattesi rigonfiamenti tipo soufflé, crepe indesiderate eccetera – si ripresentano ogni volta. Per questo gli orologi sono prodotti in piccole serie rigorosamente limitate.

    Per un pubblico più vasto, invece, esiste il Boy·Friend Neo Tweed, in cui “l’effetto tessuto” del quadrante è reso con diversi strati di sticker e decalcomanie, che danno volume all’insieme. Giocato tutto in tonalità severe, dal bianco al nero attraverso varie sfumature di grigio, ha un risultato molto realistico. Che ricorda davvero certi outfit di sfilata, come quelli usciti per il prossimo autunno-inverno. Infine, la ciliegina sulla torta. Il Boy·Friend Cinturino Tweed – con il cinturino in tessuto, appunto, foderato in pelle. L’esemplare più ovvio e prevedibile finalmente è arrivato. Altre marche lo avrebbero fatto uscire per primo in collezione, anche perché più facile da realizzate. Chanel no, non fa mai nulla di scontato. E ha atteso anni. Ma il risultato è così ben fatto, così ben riuscito da sembrare la cosa più naturale del mondo. Valeva la pena aspettare.

  • Vite da star: è tutta una questione di secondi

    Vite da star: è tutta una questione di secondi

    È in arrivo in questi giorni la campagna di Chanel Horlogerie “It’s all about seconds” – in italiano, “È tutta una questione di secondi”. Dedicata al J12, è interpretata da dieci celebrities che hanno un legame personale con la casa della doppia C. “Muse” di ieri e di oggi che hanno prestato volto e corpo alla moda, agli accessori o ai profumi della maison.

    Top model come Naomi Campbell e Claudia Schiffer, attrici come Ali MacGraw e Carole Bouquet, Anna Mouglalis e Keira Knightley. Ma anche Vanessa Paradis (indimenticabile uccellino in gabbia nel commercial di Jean-Paul Goude degli anni 90), con la figlia Lily-Rose Depp. Senza dimenticare la modella Liu Wen e il cantante William Chan, poco noti da noi ma osannati in Cina.

    Ognuna di loro è protagonista di un video di un minuto in cui racconta i momenti importanti della propria vita, professionale e privata. Le scelte, gli avvenimenti, gli incontri, gli istanti decisivi del passato e del presente. Gli attimi che hanno cambiato il corso delle cose e quelli che contano di più ogni giorno. Perché la vita, appunto, è tutta una questione di secondi. Un messaggio a metà fra il Carpe Diem e la consapevolezza del qui e ora. Quasi “mindfulness”.

    Girata in un suggestivo bianco e nero dalla fotografa francese Brigitte Lacombe, con estrema sensibilità, la campagna è stata ideata da Thomas du Pré de Saint-Maur, Direttore generale delle risorse creative Profumi Bellezza e Orologeria Gioielleria Chanel. Che ha voluto così rappresentare l’esperienza soggettiva del “tempo”, vissuta da ogni persona in modo diverso. Scandita comunque dal J12, strumento di misurazione oggettiva ma dallo stile unico, molto francese, molto de luxe. Tipicamente Chanel.

    Quello che stupisce però, in questi “corti d’autore”, è la spontaneità delle donne e delle loro dichiarazioni. Evidentemente la maison ha lasciato a tutte massima libertà di esprimersi, di parlare di sé, di spiegare le proprie storie e i propri pensieri. Da qui il risultato: brevi ma intensi autoritratti, fatti di sincere confessioni e riflessioni profonde, da cui emergono non solo la visione e la filosofia di vita, ma soprattutto la personalità di ciascuna. Evidente, senza filtri, al naturale. Vedere per credere.

    I dieci video infatti si possono trovare facilmente sul sito ufficiale di Chanel o su youtube. Ma saranno anche trasmessi in loop – insieme a interviste e contenuti extra – sulle pareti della speciale installazione organizzata in Galleria Vittorio Emanuele, a Milano, dal 1° al 7 luglio. Un’opportunità da non perdere per chi vuole scoprire l’universo del J12: oltre a esaminare dal vivo quattro modelli della collezione, si potrà infatti andare a provarli fisicamente in boutique (o presso i rivenditori autorizzati) e scegliere il proprio esemplare preferito.

    Un’ultima nota di costume. La campagna è stata presentata all’inizio di maggio a Parigi, con un evento cui hanno partecipato le dieci star – suddiviso in due momenti. Prima il cocktail nella boutique di place Vendôme, con il pianterreno trasformato in un ambiente marino fra piscine e barchette. Poi la cena al vicino Hôtel Ritz, riservatissima (ovvio). Tanta la folla accorsa in piazza per fotografare i personaggi, ma pochi i fortunati ospiti della serata, che hanno avuto la chance di averli vicino, anche solo per brevi momenti. A loro è rimasta una certezza: è tutta una questione di secondi.

    Alcuni indirizzi utili a Milano: Boutique Chanel – via Sant’Andrea 10/A

    Cielo 1914 – piazza del Duomo, 19

    Great Masters of Time – corso Magenta, 11

    Great Masters of Time c/o The Brian&Berry Building San Babila – via Durini, 28

  • Chanel “Suis-Moi…”. Il J12 in due mini-video “à la française”

    Chanel “Suis-Moi…”. Il J12 in due mini-video “à la française”

    Lei è forte ma tenera, impavida e imprevedibile. Che provochi situazioni buffe e imbarazzanti, o che faccia gesti estremi e finisca in circostanze assurde, è comunque spiazzante. E lascia attonito il fidanzato, o chiunque sia quel pover’uomo innamorato che le sta accanto, e più divertiti noi del pubblico, che la guardiamo sul monitor.

    Lei è la protagonista dei clip di Chanel “Suis-moi…” (seguimi, in francese), realizzati per l’iconico J12, l’orologio in ceramica high-tech, bianca o nera. Due brevi filmati che evocano l’idea di femminilità dei giorni nostri: un ritratto di donna – a dire il vero molto parigina, nella figura e nello stile – ricca di contraddizioni, ma proprio per questo unica e speciale. Quindi ancor più desiderabile.

    I due “corti” (45 secondi ciascuno) sono girati in bianco e nero, con ironia e leggerezza, tutti al femminile: l’interprete è l’attrice francese Camille Cottin, la regia è firmata da Eloïse Lange e la colonna sonora, “La Grenade”, è cantata da Clara Luciani. Anche il J12 co-protagonista qui è nella versione da donna – lucido, essenziale e modernissimo nei suoi 38 mm di diametro. E scandisce con un movimento automatico ritmi e tempi (pieni di sorprese) nella vita della protagonista. Impermeabile e inscalfibile, fortunatamente è pronto a tutto.

    Usciti in Rete in anteprima sui siti di orologeria, e poi sui social media di Chanel, i due mini-video meritano di essere visti – anche solo una volta. Per sorridere un po’ alla vita.