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Against the Grain: 30 anni di orologeria indipendente in un libro

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Lavorare controcorrente richiede abilità, pazienza e la disponibilità ad accettare il rischio dell’errore. Deriva da questa immagine il titolo Against the Grain: a Cultural History of Swiss Independent Watchmaking, il nuovo libro con cui Sergio Galanti racconta oltre trent’anni di orologeria indipendente svizzera.

Giornalista, collezionista e Direttore della rivista WatchDossier (nonché collaboratore del Giornale degli Orologi), Galanti ripercorre la storia degli orologiai che hanno scelto di seguire una strada diversa rispetto a quella dei grandi gruppi industriali. Il risultato non è un’enciclopedia di marchi e modelli, ma una storia culturale e di grande interesse che intreccia industria, artigianato e visione creativa.

Per raccontare questo universo, l’autore adotta anche una prospettiva originale. Prende in prestito dalla critica cinematografica il concetto di auteur e interpreta gli orologiai indipendenti come “autori” capaci di imprimere una firma riconoscibile alle proprie opere.

Nella seguente intervista rilasciata in esclusiva, Sergio Galanti parla delle origini del progetto, delle sfide della ricerca e del significato di un movimento che continua a difendere il valore sia dell’artigianalità sia della visione individuale in un mercato dominato dai colossi industriali.

La scintilla di Against the Grain: com’è nato il libro

Sergio, da dove proviene l’idea di scrivere questo libro? Qual è stata la scintilla iniziale? Un orologiaio, un orologio o un evento particolare?
«Against the Grain nasce dall’incontro tra due passioni che mi accompagnano da sempre: gli orologi meccanici e la scrittura. Per anni le ho coltivate separatamente, poi ho iniziato a unirle attraverso il giornalismo specializzato e, successivamente, con testi più lunghi pubblicati sulla mia rivista digitale WatchDossier.

A un certo punto mi sono reso conto che mancava una lettura storica e culturale dell’orologeria indipendente svizzera. Se ne parla spesso dal punto di vista tecnico o collezionistico, molto meno come fenomeno culturale e industriale. La scintilla concreta è stata probabilmente un’intervista a Laurent Ferrier. Mi colpì il modo in cui l’orologiaio spiegava le ragioni dietro ogni scelta progettuale. Lì ho capito che certi esemplari non sono soltanto oggetti tecnici: sono idee trasformate in forma».

In quale momento hai capito che le storie degli orologiai indipendenti meritavano un libro dedicato?
«Quando ho capito che quelle storie non erano episodi isolati. Ogni intervista, visita in atelier o ricerca aggiungeva un tassello a una vicenda più ampia: la nascita di un modo diverso di intendere l’orologeria svizzera dopo la crisi del quarzo e in un’industria sempre più concentrata. Non era soltanto la storia di singoli maestri, ma quella di una sensibilità comune: il rifiuto della standardizzazione, la centralità del lavoro manuale e il rapporto quasi autoriale tra creatore e oggetto. A quel punto l’articolo non bastava più. Serviva una forma capace di tenere insieme biografie, industria, cultura materiale e valore simbolico degli orologi».

Quattro anni tra gli atelier svizzeri: i segreti della ricerca

Quanto tempo ha richiesto la ricerca per Against the Grain e come l’hai svolta?
«La ricerca mi ha tenuto impegnato circa quattro anni, anche se non come progetto a tempo pieno. È stato un cantiere parallelo, alimentato dal lavoro giornalistico, dalle interviste per riviste specializzate — tra cui proprio Il Giornale degli Orologi — e dalle visite agli atelier. Vivere a Zurigo mi ha permesso di muovermi con continuità tra la Svizzera tedesca, Ginevra, il Giura, La Chaux-de-Fonds e Le Locle. Per me un atelier non è mai soltanto una fonte di informazioni: è il luogo in cui si comprende davvero il carattere di un progetto. A questo si è aggiunto il lavoro su archivi, cataloghi e documentazione tecnica. Against the Grain è nato da questo accumulo lento di esperienze e materiali».

Il titolo Against the Grain è molto evocativo. Quale dei suoi significati consideri più importante per comprendere il libro?
«Quello di andare contro la direzione dominante, ma non per semplice spirito di ribellione o romantico. L’espressione richiama il gesto di lavorare contro la venatura del legno: una scelta più difficile, in cui ogni errore diventa evidente. Mi interessava questa ambivalenza. Gli indipendenti hanno sfidato la concentrazione industriale, la standardizzazione e le logiche dei grandi gruppi non per opposizione ideologica, ma per cercare una forma diversa di autenticità. In questo senso, andare controcorrente non è ostinazione: è una scelta culturale».

L’orologiaio come un regista: la struttura narrativa e i 33 marchi scelti

Come hai strutturato il libro? Ogni capitolo è dedicato a un maestro orologiaio e ne ripercorre la carriera attraverso i modelli più rappresentativi?
«Against the Grain non è costruito come una sequenza di biografie. Ho preferito una struttura narrativa e storica che segue l’evoluzione dell’orologeria indipendente svizzera dagli anni Novanta a oggi, inserendo i singoli protagonisti nel contesto economico, culturale e industriale in cui hanno operato. A questi capitoli si alternano sezioni dedicate a orologi emblematici. Non sono semplici schede tecniche, ma letture di oggetti che considero rappresentativi di un’epoca, di una visione o di una svolta.

C’è poi un capitolo che prende in prestito l’auteur theory dalla critica cinematografica per leggere gli orologiai come autori, capaci di costruire un’opera coerente e riconoscibile. Mi interessava evitare sia l’enciclopedia sia l’agiografia. Le vite dei protagonisti ono importanti, ma contano soprattutto quando aiutano a capire perché certi orologi siano nati in quel momento e in quella forma».

Quanti marchi hai preso in considerazione e come li hai scelti?
«Alla fine ho incluso 33 marchi e orologiai indipendenti. Il criterio non era la notorietà né il gusto personale, ma la capacità di rappresentare un livello particolarmente elevato di innovazione, artigianalità e qualità progettuale. Per gli anni Novanta ho voluto includere alcuni dei pionieri del movimento, come Vincent Calabrese, Antoine Preziuso, Svend Andersen, Franck Muller e Richard Mille. Alcuni hanno poi assunto dimensioni molto diverse da quelle originarie, ma il loro ruolo è stato fondamentale nel dimostrare che un orologio poteva nascere da una visione personale prima ancora che da una strategia di marca».

Il valore culturale del tempo e il futuro di un’edizione italiana

Se dovessi riassumere in una frase la tesi principale del libro, quale sarebbe?
«L’orologeria indipendente svizzera dimostra che, anche in un settore dominato dai grandi gruppi e dalle economie di scala, la visione individuale, il rischio creativo e il sapere artigianale possono ancora generare valore culturale oltre che economico. In fondo il libro racconta questo: non solo chi ha realizzato certi orologi, ma perché quegli orologi contano».

Il testo è in inglese. Hai pensato di mettere in cantiere la traduzione italiana?
«Sì, ci sto lavorando. Il libro è uscito alla fine di aprile e i primi riscontri sono stati incoraggianti, segno che l’interesse esiste anche oltre la cerchia dei collezionisti internazionali. Una versione italiana sarebbe un passaggio naturale. Molti dei miei lettori, interlocutori e delle riviste con cui collaboro appartengono proprio al mondo italiano dell’orologeria».

Dopo aver trascorso anni a studiare chi ha scelto di andare “controcorrente”, quando hai scritto questo libro ti sei sentito a tua volta un autore controcorrente?
«In parte sì, anche se diffido di chi si attribuisce troppo facilmente la postura dei propri soggetti. Loro hanno rischiato officine e patrimoni; io, al massimo, un manoscritto. Qualche scelta controcorrente però c’è stata. Ho evitato la forma rassicurante dell’enciclopedia o del catalogo illustrato per scrivere una storia da leggere. Ho inoltre applicato all’orologeria uno strumento critico preso in prestito dal cinema, l’auteur theory, per interpretare gli orologiai come autori. Anche la pubblicazione riflette questa filosofia: un’edizione numerata, distribuita direttamente, senza affidarsi ai canali tradizionali. Scrivere di chi sceglie la via più difficile significava, in qualche misura, provare a ripercorrerne una parte».


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