Giornale Degli Orologi
Menu
Menu

Tag: Libri orologi

  • Against the Grain: 30 anni di orologeria indipendente in un libro

    Against the Grain: 30 anni di orologeria indipendente in un libro

    Lavorare controcorrente richiede abilità, pazienza e la disponibilità ad accettare il rischio dell’errore. Deriva da questa immagine il titolo Against the Grain: a Cultural History of Swiss Independent Watchmaking, il nuovo libro con cui Sergio Galanti racconta oltre trent’anni di orologeria indipendente svizzera.

    Giornalista, collezionista e Direttore della rivista WatchDossier (nonché collaboratore del Giornale degli Orologi), Galanti ripercorre la storia degli orologiai che hanno scelto di seguire una strada diversa rispetto a quella dei grandi gruppi industriali. Il risultato non è un’enciclopedia di marchi e modelli, ma una storia culturale e di grande interesse che intreccia industria, artigianato e visione creativa.

    Per raccontare questo universo, l’autore adotta anche una prospettiva originale. Prende in prestito dalla critica cinematografica il concetto di auteur e interpreta gli orologiai indipendenti come “autori” capaci di imprimere una firma riconoscibile alle proprie opere.

    Nella seguente intervista rilasciata in esclusiva, Sergio Galanti parla delle origini del progetto, delle sfide della ricerca e del significato di un movimento che continua a difendere il valore sia dell’artigianalità sia della visione individuale in un mercato dominato dai colossi industriali.

    La scintilla di Against the Grain: com’è nato il libro

    Sergio, da dove proviene l’idea di scrivere questo libro? Qual è stata la scintilla iniziale? Un orologiaio, un orologio o un evento particolare?
    «Against the Grain nasce dall’incontro tra due passioni che mi accompagnano da sempre: gli orologi meccanici e la scrittura. Per anni le ho coltivate separatamente, poi ho iniziato a unirle attraverso il giornalismo specializzato e, successivamente, con testi più lunghi pubblicati sulla mia rivista digitale WatchDossier.

    A un certo punto mi sono reso conto che mancava una lettura storica e culturale dell’orologeria indipendente svizzera. Se ne parla spesso dal punto di vista tecnico o collezionistico, molto meno come fenomeno culturale e industriale. La scintilla concreta è stata probabilmente un’intervista a Laurent Ferrier. Mi colpì il modo in cui l’orologiaio spiegava le ragioni dietro ogni scelta progettuale. Lì ho capito che certi esemplari non sono soltanto oggetti tecnici: sono idee trasformate in forma».

    In quale momento hai capito che le storie degli orologiai indipendenti meritavano un libro dedicato?
    «Quando ho capito che quelle storie non erano episodi isolati. Ogni intervista, visita in atelier o ricerca aggiungeva un tassello a una vicenda più ampia: la nascita di un modo diverso di intendere l’orologeria svizzera dopo la crisi del quarzo e in un’industria sempre più concentrata. Non era soltanto la storia di singoli maestri, ma quella di una sensibilità comune: il rifiuto della standardizzazione, la centralità del lavoro manuale e il rapporto quasi autoriale tra creatore e oggetto. A quel punto l’articolo non bastava più. Serviva una forma capace di tenere insieme biografie, industria, cultura materiale e valore simbolico degli orologi».

    Quattro anni tra gli atelier svizzeri: i segreti della ricerca

    Quanto tempo ha richiesto la ricerca per Against the Grain e come l’hai svolta?
    «La ricerca mi ha tenuto impegnato circa quattro anni, anche se non come progetto a tempo pieno. È stato un cantiere parallelo, alimentato dal lavoro giornalistico, dalle interviste per riviste specializzate — tra cui proprio Il Giornale degli Orologi — e dalle visite agli atelier. Vivere a Zurigo mi ha permesso di muovermi con continuità tra la Svizzera tedesca, Ginevra, il Giura, La Chaux-de-Fonds e Le Locle. Per me un atelier non è mai soltanto una fonte di informazioni: è il luogo in cui si comprende davvero il carattere di un progetto. A questo si è aggiunto il lavoro su archivi, cataloghi e documentazione tecnica. Against the Grain è nato da questo accumulo lento di esperienze e materiali».

    Il titolo Against the Grain è molto evocativo. Quale dei suoi significati consideri più importante per comprendere il libro?
    «Quello di andare contro la direzione dominante, ma non per semplice spirito di ribellione o romantico. L’espressione richiama il gesto di lavorare contro la venatura del legno: una scelta più difficile, in cui ogni errore diventa evidente. Mi interessava questa ambivalenza. Gli indipendenti hanno sfidato la concentrazione industriale, la standardizzazione e le logiche dei grandi gruppi non per opposizione ideologica, ma per cercare una forma diversa di autenticità. In questo senso, andare controcorrente non è ostinazione: è una scelta culturale».

    L’orologiaio come un regista: la struttura narrativa e i 33 marchi scelti

    Come hai strutturato il libro? Ogni capitolo è dedicato a un maestro orologiaio e ne ripercorre la carriera attraverso i modelli più rappresentativi?
    «Against the Grain non è costruito come una sequenza di biografie. Ho preferito una struttura narrativa e storica che segue l’evoluzione dell’orologeria indipendente svizzera dagli anni Novanta a oggi, inserendo i singoli protagonisti nel contesto economico, culturale e industriale in cui hanno operato. A questi capitoli si alternano sezioni dedicate a orologi emblematici. Non sono semplici schede tecniche, ma letture di oggetti che considero rappresentativi di un’epoca, di una visione o di una svolta.

    C’è poi un capitolo che prende in prestito l’auteur theory dalla critica cinematografica per leggere gli orologiai come autori, capaci di costruire un’opera coerente e riconoscibile. Mi interessava evitare sia l’enciclopedia sia l’agiografia. Le vite dei protagonisti ono importanti, ma contano soprattutto quando aiutano a capire perché certi orologi siano nati in quel momento e in quella forma».

    Quanti marchi hai preso in considerazione e come li hai scelti?
    «Alla fine ho incluso 33 marchi e orologiai indipendenti. Il criterio non era la notorietà né il gusto personale, ma la capacità di rappresentare un livello particolarmente elevato di innovazione, artigianalità e qualità progettuale. Per gli anni Novanta ho voluto includere alcuni dei pionieri del movimento, come Vincent Calabrese, Antoine Preziuso, Svend Andersen, Franck Muller e Richard Mille. Alcuni hanno poi assunto dimensioni molto diverse da quelle originarie, ma il loro ruolo è stato fondamentale nel dimostrare che un orologio poteva nascere da una visione personale prima ancora che da una strategia di marca».

    Il valore culturale del tempo e il futuro di un’edizione italiana

    Se dovessi riassumere in una frase la tesi principale del libro, quale sarebbe?
    «L’orologeria indipendente svizzera dimostra che, anche in un settore dominato dai grandi gruppi e dalle economie di scala, la visione individuale, il rischio creativo e il sapere artigianale possono ancora generare valore culturale oltre che economico. In fondo il libro racconta questo: non solo chi ha realizzato certi orologi, ma perché quegli orologi contano».

    Il testo è in inglese. Hai pensato di mettere in cantiere la traduzione italiana?
    «Sì, ci sto lavorando. Il libro è uscito alla fine di aprile e i primi riscontri sono stati incoraggianti, segno che l’interesse esiste anche oltre la cerchia dei collezionisti internazionali. Una versione italiana sarebbe un passaggio naturale. Molti dei miei lettori, interlocutori e delle riviste con cui collaboro appartengono proprio al mondo italiano dell’orologeria».

    Dopo aver trascorso anni a studiare chi ha scelto di andare “controcorrente”, quando hai scritto questo libro ti sei sentito a tua volta un autore controcorrente?
    «In parte sì, anche se diffido di chi si attribuisce troppo facilmente la postura dei propri soggetti. Loro hanno rischiato officine e patrimoni; io, al massimo, un manoscritto. Qualche scelta controcorrente però c’è stata. Ho evitato la forma rassicurante dell’enciclopedia o del catalogo illustrato per scrivere una storia da leggere. Ho inoltre applicato all’orologeria uno strumento critico preso in prestito dal cinema, l’auteur theory, per interpretare gli orologiai come autori. Anche la pubblicazione riflette questa filosofia: un’edizione numerata, distribuita direttamente, senza affidarsi ai canali tradizionali. Scrivere di chi sceglie la via più difficile significava, in qualche misura, provare a ripercorrerne una parte».

  • Vetrina di libri, gli ultimi titoli per appassionati. Quelli veri

    Vetrina di libri, gli ultimi titoli per appassionati. Quelli veri

    Eccoci di nuovo con la nostra ricorrente vetrina di libri, rivolta ai veri appassionati. Non a quelli che si dichiarano collezionisti ma in realtà vedono gli orologi solo come oggetto di speculazione e forma di business. Piuttosto a quanti sono davvero interessati all’argomento: curiosi di tutto quello che riguarda il mondo delle lancette, vogliono saperne sempre di più, e continuano a leggere, e a informarsi – mai sazi delle loro conoscenze. Dedichiamo allora questa vetrina di libri a chi è come noi, a chi cerca notizie a 360°, a chi conosce il valore delle pagine stampate. Che richiedono sbattimento, ricerca, studio, tempo, energia, applicazione, controllo delle fonti e altro ancora…

    Noi qui, come sempre, ci siamo concentrati soltanto sulle uscite editoriali più recenti, le novità incluse nei cataloghi di primavera e poco oltre. Nella vetrina di libri qui di seguito, cioè, abbiamo raccolto volumi e volumetti pubblicati negli ultimi mesi, senza andare a recuperare titoli troppo vecchi né anticipare testi non ancora andati in stampa. A proposito: sappiamo che il 22 ottobre Rizzoli International farà uscire una monografia sui 140 anni di Breitling, che si può già prenotare. Ma non cercatela qui sotto, non la troverete: ne parleremo a tempo debito, in un’altra vetrina di libri.

    Fatti, non parole

    Pierre-Yves Donzé, La fabrique de l’excellence. Historie de Rolex, Editions Livreo-Alphil, 25 euro. Uscito lo scorso marzo, è diventato subito un caso editorale. Perché l’autore, un professore universitario noto per gli studi sull’industria orologiera, per la prima volta ha raccontato le vicende e l’evoluzione della Casa della Corona sulla base di ricerche storiche oggettive e indipendenti, realizzate negli archivi di mezza Europa. Un libro affascinante, indispensabile per comprendere il successo planetario del Marchio.

    Coffee-table book

    Robin Swithinbank x European Watch Company, The Connoisseur’s Guide to Fine Timepieces, Assouline, 195 euro. European Watch Company è un rivenditore di Boston: guidato dal 1993 da Albert Ganjei, oggi affiancato dal figlio Joshua, è diventato un punto di riferimento per tutti gli appassionati. Questo curatissimo volume di grandi dimensioni vuole catturare lo spirito e l’artigianalità alla base dell’azienda, attraverso 150 esempi e più di eccellenza orologiera, di grandi maison e artigiani indipendenti. E splendide immagini.

    Mezzo millennio di tic-tac

    Alexander Barter, David Schnipper, 500 Years 100 Watches, Prestel Publishing, 49.99 sterline. Cinque secoli di produzione orologiera attraverso 100 esemplari, fino a oggi. La rassegna, curata da due esperti di collezionismo con lunghi trascorsi da Sotheby’s, tocca pezzi importanti o famosi, ma non solo. Dall’orologio di epoca elisabettiana con astrolabio a quello incassato in un grande smeraldo, la loro selezione privilegia il design insolito, i materiali rari, le funzioni particolari. Illustrati con stile incisivo e belle fotografie.

    Viaggio tra le marche

    J Michael Mehltretter, Understanding Wristwatches, Schiffer Publishing, 82 euro. “L’ingegneria tedesca incontra la tecnologia svizzera: il manuale per collezionisti ed esperti”, recita il sottotitolo. Che così sintetizza il contenuto del libro, uscito nel 2021 in Germania e ora tradotto in inglese. Sette le maison prese in considerazione, e per ognuna una guida all’acquisto che elenca i movimenti e i numeri di referenza, compresi i costi di manutenzione e revisione. Corredato di fotografie scattate ad hoc, si sofferma anche su alcune curiosità.

    Dal personale all’universale

    Rebecca Struthers, Memorie di un’orologiaia, Garzanti, 19 euro. Avevamo recensito questo volumetto quando è uscito in versione originale. Ma ora anche chi non conosce l’inglese può apprezzarne la lettura. Perché le pagine dell’autrice, una giovane signora inglese che per mestiere fa appunto l’orologiaia, sono davvero piacevolissime. Non roba da poco: attraverso le sue esperienze di vita vissuta, e le vicende degli esemplari che ha riportato in funzione, ripercorre l’evoluzione dell’orologeria, e insieme l’intera storia dell’umanità.

  • Strenne natalizie, libri da mettere sotto l’albero

    Strenne natalizie, libri da mettere sotto l’albero

    Le feste si avvicinano ed è già tempo di pensare ai regali, per sé o per le persone care. E, a proposito di strenne natalizie, un libro non sarà poi un’ideona ma è sempre ben accetto: per il piacere di leggere, per farsi una cultura o anche solo per sognare un po’. Complice pure la stagione fredda, che invita a starsene a casa in relax, al calduccio, magari davanti a un caminetto o con un bicchiere di cognac in mano, a sfogliare un bel volume. Perché va bene il digitale, va bene il Kindle, ma vuoi mettere la soddisfazione che ti può dare un libro di carta? E non c’è bisogno di essere dei bibliofili per apprezzare l’odore della stampa, lo scrocchiare della legatura quando è nuova, lo scorrere delle pagine sotto le dita… Per questo, senza dubbio, come strenne natalizie è d’obbligo regalare libri fisici. Qui di seguito trovate allora alcuni titoli freschi di stampa, un po’ per tutte le tasche.

    Edizioni d’arte

    Fabienne Reybaud, Patek Philippe. The Impossible Collection, Assouline, 1.200 euro.

    È toccato a Fabienne Reybaud, giornalista francese specialista in orologi e gioielli, compilare questa nuova pubblicazione all’interno dell’affermata collana La collezione impossibile, firmata dall’editore parigino Assouline. La monografia sulla più prestigiosa Manifattura elvetica, in cui trovano posto i 100 leggendari capolavori di ieri e di oggi citati nel sottotitolo, è un grande e lussuoso tomo di 9 chili racchiuso in un cofanetto, che rivela – attraverso immagini a piena pagina su carta ad alta grammatura – l’arte della stampa ai massimi livelli. Il tutto a un prezzo, ahinoi, altrettanto impossile…

    Viaggio tra le epoche

    Collezionista e dealer di secondo polso, Clément Mazarian ha riunito qui un’ideale raccolta dei principali esemplari che hanno fatto la storia. Una selezione (oggettiva ma personale, come recita il titolo) di oltre 80 pezzi di culto – dal primo Santos Dumont allo Speedmaster, dal Rolex Submariner allo Swatch -, ciascuno analizzato e corredato di fotografie, realizzate da Henry Leutwyler. Il volume, uscito in Francia lo scorso anno per Les éditions du Chêne / Hachette Livres, è arrivato finalmente in Italia grazie a L’Ippocampo, un bravo editore indipendente che non solo lo ha tradotto ma lo vende a un prezzo di copertina accessibile.

    Clément Mazarian, Collezione personale, L’Ippocampo, 29,90 euro.

    Focus sul mito

    AA.VV. Rolex Cosmograph Daytona, watchprint.com, 169 franchi svizzeri.

    La libreria online watchprint continua a fare anche da editore. E insieme a Grégoire Rossier, Tiffany To e Anthony Marquié, questa volta si è focalizzata su uno dei più celebri cronografi al mondo. E ha dato alle stampe un’opera in due volumi (indipendenti), per metterne in evidenza le particolarità e ripercorrerne la storia. La prima parte, appena uscita, è dedicata ai modelli a carica manuale prodotti dal 1963 al 1988; la seconda, di prossima pubblicazione, coprirà gli ultimi decenni per arrivare ai nostri giorni. A titolo informativo, per ora esiste solo in edizione inglese oppure francese.

    Ritratto a tutto tondo

    Come recita il titolo, un libro incentrato sulla filosofia di Rolex. Redatto da Mara Cappelletti, professoressa associata del laboratorio Moda e Gioielli dell’Università di Milano, ben nota ai nostri lettori, include testimonianze dirette, interviste inedite, materiali d’archivio, pubblicità, aneddoti. Un libro che, come scrive l’autrice, «grazie al filosofo Beppe Vicenti ha parlato dell’archetipo del sovrano. Al professor Jan Schoormans ha tracciato il profilo psicologico del Rolex lover. All’esperto Osvaldo Patrizzi ha raccontato del potere del nome, ai responsabili delle principali case d’asta hanno parlato dei valori di questo importantissimo Brand…».

    Mara Cappelletti, Rolex Philosophy, White Star, 45 euro.

    A proposito di sogni

    Ariel Adams, Orologi. I modelli più rari ed esclusivi, White Star, 59,90 euro.

    Per i pochi che non lo conoscessero, Ariel Adams è un grande esperto di orologi, fondatore di un blog di successo. E con questo suo bel coffee table book – pubblicato la scorsa estate da Acc Art Book con ben più significativo titolo The World’s Most Expensive Watches e ora tradotto in italiano – presenta appunto gli orologi da polso di altissima gamma dell’ultimo decennio. Quelli per intenderci che partono da una soglia di prezzo di 200mila dollari per arrivare ai 5 milioni e più. Di ognuno fornisce una dettagliata descrizione estetica e tecnica: cose che noi comuni mortali possiamo solo immaginare…

    Storie di resistenza

    Ariel Adams, G-Shock, Rizzoli International, 85 dollari.

    Concludiamo la rassegna di queste strenne natalizie con un altro bel volume scritto sempre da Ariel Adams e realizzato per i 40 anni del G-Shock. Un racconto sull’evoluzione e l’impatto che l’esemplare di Casio ha avuto sulla cultura globale. Progettato dal giovane ingegnere Kikuo Ibe, in un’epoca in cui gli orologi erano percepiti come strumenti molto fragili, grazie alla notevole resistenza e all’innata tecnologia ha influenzato i costumi di un’intera generazione. E ha arricchito i polsi di atleti, artisti e uomini di cultura: dal surfista Kanoa Igarashi al rapper Kid Cudi, fino al designer Takashi Murakami.

  • La misura del tempo a Ravenna: gli autori raccontano…

    La misura del tempo a Ravenna: gli autori raccontano…

    Un misterioso orologio da torre. Due studiosi che vogliono svelarne le vicende. La scoperta di antichi contratti, la definitiva ricostruzione del suo aspetto. Sembra la trama di un romanzo, invece è il retroscena del libro La misura del tempo a Ravenna, raccontata attraverso la storia dei suoi antichi orologi da torre. Un saggio storico scritto a quattro mani da Mario Arnaldi e Marisa Addomine (sì, la “nostra” Marisa Addomine: la storica dell’orologeria, esperta di antichi esemplari – e non solo -, che collabora anche su questo sito). Un volume, dicevo, denso di informazioni, che (come s’intuisce dal titolo) riguarda appunto studi e ricerche sugli antichi orologi pubblici della città romagnola.

    Pubblicato di recente e in vendita anche su Amazon, La misura del tempo a Ravenna getta nuova luce su un pezzo di storia dell’orologeria italiana. Non mi stancherò mai di sottolineare quanta importanza rivesta la storia dell’orologeria italiana soprattutto ai primordi dell’orologeria meccanica. Eppure non è molto studiata – o almeno non lo è quanto meriterebbe. Per questo, noi del Giornale degli Orologi abbiamo deciso di presentare l’inedito contributo, il cui valore è tale da far progredire le conoscenze di storia locale.

    E non poteva essere altrimenti. Curiosi come siamo di tutti gli aspetti del mondo delle lancette, appena visto il titolo, abbiamo voluto saperne di più. Ci siamo quindi rivolti direttamente ai due autori, che ci hanno concesso questa intervista e hanno condiviso con noi i risultati delle loro ricerche. Ecco cosa ci hanno raccontato riguardo a fatti e persone attorno agli orologi pubblici ravennati.

    Come nasce La misura del tempo a Ravenna? A quali obiettivi risponde?
    Mario Arnaldi: Ventisei anni fa, stavo lavorando alla stesura del mio libro Il Conchincollo, l’antico orologio di Ravenna. Consultavo tutti i documenti e gli studi che erano stati pubblicati fino a quel momento, quando incappai in un articolo di Silvio Bernicoli, nel quale si parlava anche dell’orologio pubblico meccanico costruito nel Cinquecento da Anastasio Cellini. In una nota a piè di pagina era riportata parte del contratto originale fra il Cellini e la Comunità ravennate, in cui si leggeva chiaramente che il quadrante doveva avere un elemento chiamato “rete” che mostrasse alcune stelle così come si vede negli astrolabi.

    La cosa mi stupì, perché nell’unica immagine che ci è storicamente pervenuta di quell’orologio non c’è alcun elemento simile. Di conseguenza ho capito che l’immagine attribuita all’orologio cinquecentesco originale da tutti gli autori di storia locale – e dall’autore stesso del disegno, il conte architetto Camillo Morigia – era, in effetti, il risultato di tante modifiche avvenute nei due secoli precedenti. Mi ero ripromesso di tornare sul tema per chiarire meglio i fatti, ma sono passati gli anni. Del resto il mio interesse principale era, ed è ancora, la gnomonica medievale e non l’orologeria meccanica. Però con il tempo ho maturato più conoscenze: solo nel 2014 mi sono sentito pronto per affrontare con maggiore sicurezza il lavoro del libro.

    Comunque la finalità de La misura del tempo a Ravenna è sempre rimasta quella di contribuire alla costruzione del mosaico (è il caso di dirlo) di studi locali relativi alla storia della città. Il progetto si prefiggeva quindi il semplice godimento di un pubblico locale di appassionati e studiosi di storia ravennate. Eppure, fin dalle prime ricerche e a prescindere dall’interesse prettamente cittadino, ho capito che quell’orologio, nel suo essere astrolabico, assumeva un valore di studio che oltrepassava i confini della Romagna e dell’Italia stessa.

    Voi siete due specialisti, ma La misura del tempo a Ravenna è fruibile anche da un pubblico senza una profonda preparazione storica e meccanica?
    Marisa Addomine: Quando abbiamo iniziato a pensare a questo libro, abbiamo immediatamente concordato sul fatto che non dovesse essere troppo specialistico. Abbiamo quindi cercato di mediare tra la necessità di farci comprendere da un pubblico ampio – magari appassionato di storia, ma non necessariamente di orologeria meccanica – e quella di dare informazioni nuove, interessanti, accattivanti anche per coloro che non sono ferrati in materia. La misura del tempo a Ravenna, insomma, è un libro per tutti: specialisti e non.

    Quali sono le fonti documentarie, archivistiche e bibliografiche, su cui avete basato la ricerca?
    Mario Arnaldi: All’inizio mi sono appoggiato su fonti storiche e cronachistiche dei secoli XVI, XVII e XVIII, poi su studi più recenti dei secoli successivi. Nessuno degli autori consultati, però, era riuscito a descrivere l’orologio esattamente come si evince dal contratto originale. Nei loro testi si ha sempre l’impressione di trovarsi di fronte a un orologio astronomico, ma non astrolabico.

    Di conseguenza la mia ricerca si è spostata sulle fonti primarie manoscritte custodite nell’Archivio Storico Notarile di Ravenna, per quanto riguardava gli Atti notarili stipulati fra i costruttori degli orologi e i committenti. E nell’Archivio di Stato di Ravenna per la consultazione dei libri mastri delle corporazioni religiose soppresse, per tutto ciò che riguardava la storia degli orologi abbaziali cinquecenteschi della città. Per tutte le vicende storiche dell’orologio pubblico dopo la sua costruzione, l’archivio principale di ricerca è stato l’Archivio Storico Comunale di Ravenna, che è conservato nella Biblioteca Classense.

    Quanto è importante il materiale archivistico che avete scoperto? E che significato ha, nella storia degli orologi da torre italiani?
    Marisa Addomine: È di grande interesse, perché inedito e presentato per la prima volta al pubblico. In modo particolare, la complessa e intricata vicenda dell’orologio con il quadrante astrolabico, i contratti completi con gli accordi per la fornitura, non solo non danno adito a dubbi sulla caratteristica – straordinaria per l’Italia – di questo tipo di quadrante presente su un orologio pubblico… Ma dimostrano una volta di più quanto importante fosse l’acquisto di un orologio da torre per una comunità e come fosse strettamente regolato da precisi contratti, soprattutto se si trattava di una fornitura del tutto eccezionale.

    La misura del tempo a Ravenna verte principalmente sull’orologio pubblico/astrolabio meccanico di cui siete riusciti a ricostruire l’aspetto. Quale è stata la difficoltà maggiore che avete incontrato durante gli studi?
    Mario Arnaldi: La consultazione dei documenti storici non è stata difficoltosa: lunga sì, ma non difficoltosa. E questo grazie alla disponibilità di tutti gli addetti agli archivi storici che hanno interessato la ricerca. La difficoltà maggiore per noi è stata la corretta lettura delle fonti – sia che fossero scritte in latino sia che lo fossero in volgare. Perché la scrittura corsiva – di mani diverse, spesso veramente ostiche – richiedeva molta attenzione, al fine di decifrare correttamente le parole. Il linguaggio stesso, che era antico, ha comportato da parte nostra uno sforzo non indifferente per la comprensione corretta delle intenzioni di chi scriveva. Questa giusta interpretazione è stata fondamentale per la ricostruzione grafica della mostra (il quadrante, ndr) dell’orologio pubblico, oggetto principale del nostro libro.

    Come è possibile che un orologio astrolabico, le cui radici culturali sono germaniche, fosse realizzato in una città italianissima come Ravenna?
    Marisa Addomine: Su questo, a meno di future scoperte, il mistero è totale. La cosa certa è che qualcuno, forse l’orologiaio o un membro della committenza, abbia visto un orologio di impostazione germanica, magari a Praga o in una delle città anseatiche. Ne abbia disegnato l’aspetto esterno e compreso il movimento. E abbia voluto proporne uno analogo – per bellezza e importanza – alla propria città.

    Quali sono gli altri orologi oggetto della trattazione? Sono esemplari coevi o di epoche differenti?
    Mario Arnaldi: Fin da subito avevo stabilito di affrontare solo gli orologi meccanici costruiti entro il secolo XVI, dunque nel libro non sono stati presi in esame gli orologi successivi. Questa mia decisione si è rafforzata maggiormente strada facendo, perché la storia degli altri tre orologi abbaziali costruiti nel Cinquecento s’intreccia solidamente con quella dell’orologio pubblico.

    Il primo orologio a essere stato costruito fu quello dell’abbazia di Santa Maria in Porto, il cui cerchio delle ore (la fascia oraria) ancora esiste (dislocato); tra l’altro si è sempre creduto che fosse quello dell’orologio pubblico. Poi quello di San Vitale, che fece incontrare il Cellini con Antonio Burchiello di Imola e stabilire un rapporto di lavoro per l’orologio pubblico. Infine l’orologio dell’abbazia di Classe in città, che ebbe come manutentori gli stessi operatori addetti anche all’orologio pubblico.

    Quanto tempo ha richiesto l’intero lavoro – fra ricerca, analisi, rielaborazione delle informazioni e stesura?
    Mario Arnaldi: Abbiamo iniziato il lavoro nel 2014 e, fra momenti di ricerca intensa e pause di riflessione variabilmente lunghe, siamo giunti infine a finirlo nel 2023. Qualche mese fa.

    Come avete strutturato il libro? Quali criteri avete seguito per la scansione dei capitoli?
    Marisa Addomine: Principalmente abbiamo seguito un criterio cronologico. Abbiamo dato più risalto alla storia dell’orologio pubblico perché è argomento di maggior interesse, ma senza dimenticare gli altri tre orologi cinquecenteschi cui abbiamo riservato la terza parte del libro. Ogni documento consultato è stato citato nelle note a piè di pagina e i più importanti riportati per esteso in un apposito capitolo delle appendici.

    Anche se avete sicuramente scritto per lettori interessati ma senza grandi competenze di orologeria, qualche termine tecnico, prima o poi, ci sarà. Come avete pensato di risolvere il problema?
    Marisa Addomine: Alcune spiegazioni sono nel testo stesso, altre in nota. Poi abbiamo aggiunto un piccolo glossario, soprattutto per i termini che si ripetono più frequentemente nel testo.
    Forse il problema più grosso è stato quello di far capire il computo del tempo nei vari secoli, soprattutto in Italia. Per superarlo abbiamo cercato di spiegarlo al meglio ogni qualvolta che il sistema orario cambiava.

    Al di là dell’amicizia che vi lega, è la prima volta che lei e Marisa Addomine lavorate insieme o avete già collaborato in precedenza?
    Mario Arnaldi: Non avevo mai lavorato con Marisa prima d’ora, la nostra amicizia è nata con questo progetto. La necessità di affiancare al mio lavoro qualcuno che fosse esperto in orologeria meccanica deriva dal fatto che – come dicevo – la materia di mio interesse è la gnomonica medievale, cioè la scienza degli orologi solari. Quel poco che sapevo di orologeria meccanica, anche antica, non era sufficiente e così ho chiesto consigli fra amici. Tutti mi hanno fatto il nome di Marisa, l’ho presto contattata trovandola felice di lavorare a questo libro. La misura del tempo a Ravenna, così, è il risultato della proficua fusione dei nostri due rispettivi campi di studio.

    A chi consigliereste questo libro?
    Marisa Addomine: Agli appassionati dell’orologeria italiana: in particolar modo a coloro cui gli orologi da torre fanno battere il cuore. A tutti coloro che si interessano di storia ravennate, certo... Ma anche a chi ama gli orologi in generale ed è incuriosito dalla loro lunga e gloriosa storia.

  • Libri di orologi, pagine fresche di stampa

    Libri di orologi, pagine fresche di stampa

    Ed eccoci di nuovo con la nostra rubrica dedicata ai libri di orologi, alle novità tipografiche sul mondo delle lancette. Consigli per arricchire la vostra biblioteca di casa, perché la passione va coltivata anche con la lettura. E i nostri suggerimenti spaziano come sempre dai volumi illustrati ai manuali pratici fino ai saggi enciclopedici. Da assaporare in religiosa concentrazione o da sfogliare per il piacere degli occhi, i libri di orologi vanno bene sempre e comunque, servono per approfondire la propria cultura. A voi la scelta.

    Invenzioni meccaniche

    Hoepli non si smentisce mai. E prosegue la tradizione manualistica con questo nuovo volume, rivolto a quanti vogliono approfondire gli aspetti della progettazione orologiera. Scritto da un orologiaio restauratore che collabora anche con il Capac di Milano, nelle 326 pagine presenta le nozioni fondamentali di fisica applicata alla meccanica, spiegate in modo comprensibile. E affianca agli aspetti teorici un’estesa parte pratica, accompagnata da esplicativi disegni Cad dei componenti principali di un movimento – di un orologio o di un pendolo. Completa la trattazione un breve capitolo sui carillon. Da considerare anche i libri precedenti dell’autore: Apprendista orologiaio e Orologeria, pubblicati sempre con lo stesso editore.

    Davide Munaretto, Orologeria meccanica – Manuale di progettazione, Hoepli Editore, 37,90 euro.

    Due secoli di produzione

    Bovet 1822, The Journey of Time, edizione propria, 350 franchi svizzeri. Solo in inglese.

    È il catalogo di una mostra organizzata per festeggiare il 200° anniversario di Bovet, celebrati lo scorso anno. E ne ripercorre i due secoli di storia presentando una cinquantina di orologi in ordine cronologico, da quelli prodotti per l’Impero cinese e ottomano alle ultime novità. Con un’introduzione di Pascal Raffy, proprietario della Maison, le 240 pagine comprendono anche un ricco apparato iconografico, in cui accanto alle splendide foto degli esemplari (corredate di schede dettagliatissime), si trovano anche pubblicità storiche e progetti per il futuro. Una monografia lussuosa anche nella rilegatura, con la copertina in raso blu goffrata in foglia d’oro e i pesanti fogli patinati cuciti a mano.

    Successi da polso

    Nuova edizione aggiornata di un volume già esistente, racconta le storie dei modelli più celebri e delle relative case produttrici (come si evince dal sottotitolo: “Gli orologi di maggior successo realizzati da leggendarie manifatture”). Le 272 pagine – riccamente illustrate da 513 immagini a colori – offrono così uno spaccato sull’orologeria internazionale attraverso più di 290 esemplari da polso, prodotti da 23 marche non solo elvetiche. Nell’elenco ampliato, accanto ai “soliti” Patek Philippe e Rolex, s’incontrano per esempio i protagonisti della tradizione sassone: A. Lange & Söhne e Glashütte Original. Un libro che deriva dalla lunga esperienza dell’autore, che in passato ha scritto numerosi articoli e monografie a tema.

    Herbert James, Iconic Wristwatches, Schiffer Publishing, 75 euro. Solo in inglese.

    L’evoluzione dell’ingegno

    Rebecca Struthers, Hands of Time, Hodder & Stoughton, 22 sterline. Solo in inglese.

    La storia del mondo rivista attraverso la lente dell’orologeria, in un racconto che ripercorre i secoli e travalica i continenti, dai primi gnomoni alle misurazioni atomiche. Un piccolo saggio che è un autentico capolavoro. L’autrice, che di mestiere fa l’orologiaia ma è anche una storica votata alla divulgazione, smonta e riassembla il tempo, per mostrare come gli orologi hanno plasmato la vita umana, anche in senso politico ed economico. Scritto splendidamente, appena uscito ma già esaurito, è disponibile per fortuna in versione e-book o audiolibro. Da ascoltare, volendo, online in cinque episodi trasmessi dalla BBC. Vorremmo tanto leggerlo anche in italiano…

  • “Premier Story”: gli 80 anni della collezione di Breitling in un libro – 1

    “Premier Story”: gli 80 anni della collezione di Breitling in un libro – 1

    Non ci sono dubbi. Per molti appassionati gli anni ’40 rappresentano l’età d’oro dell’orologeria. In quel decennio, il pionieristico cronografo progettato nel 1884 da Léon Breitling come strumento da navigazione non solo raggiunse la perfezione tecnica ed estetica. Soprattutto diventò un oggetto di lusso e di glamour, grazie all’intuizione di Willy Breitling, figlio di Gaston e quindi nipote del fondatore della Casa. Proprio a lui si deve la nascita della collezione Premier, che quest’anno spegne 80 candeline. Un anniversario festeggiato anche con un libro fresco di stampa, intitolato proprio Premier Story. Breitling Premier, Duograph and Datora (edito da Watchprint).

    L’approccio immersivo di Premier Story

    Curato da Fred Mandelbaum, grande collezionista e storico ufficiale di Breitling, Premier Story ripercorre le vicende che hanno portato Willy Breitling a trasformare il cronografo in uno degli accessori di lusso più celebrati nel mondo, insieme ad altri famosi esemplari del Brand quali il Navitimer, il Superocean, il Top Time. Un viaggio lungo 80 anni, che coincide con il recente lancio del nuovo Premier B01 Chronograph 42 di cui parleremo presto.

    «Per questo libro ho avuto accesso esclusivo agli archivi aziendali di Breitling attraverso Gregory Breitling, figlio di Willy Breitling. E ho avuto il privilegio di accedere alla collezione di famiglia di orologi, documenti, fotografie e a una ricchezza di ricordi personali», ha dichiarato lo stesso Mandelbaum. L’opera include anche una prefazione di Gregory Breitling, oltre a quelle di Georges Kern, dal 2017 Ceo del Marchio, e dell’autore. Ma Premier Story non racconta solo il successo della visione di Willy Breitling con le collezioni Premier, Dougraph e Datora. Le pagine contengono anche codici QR “Look Inside” che permettono di osservare da vicino certi orologi e i loro calibri, così da fornire la descrizione dettagliata di come funzionano gli esemplari selezionati. Il volume si pone quindi dichiaramente come una vera e propria guida, rivolta ai collezionisti per “datare, autenticare e comprendere cosa c’è dentro” i propri Premier.

    Le origini del cronografo

    Il primo capitolo, “Roots: Breitling definisce la funzione e la forma del cronografo da polso, 1915-1943”, è dedicato alla genesi e alle origini dello strumento per la misurazione dei tempi brevi. E racconta le innovazioni introdotte dalle tre generazioni della famiglia Breitling, nella prima metà del secolo scorso. Léon Breitling infatti inventò il cronografo nella forma di orologio da tasca: brevettò il dispositivo con una precisione a 2/5 di secondo (e un’autonomia di 8 giorni), prodotto poi a livello industriale. Suo figlio Gaston introdusse la prima versione da polso fornita di pulsante indipendente a ore 2. Suo nipote, Willy, brevettò invece il secondo pulsante indipendente a ore 4, per il reset. E diede vita così al cronografo come lo concepiamo oggi. Fu sempre Willy Breitling ad adottare calibri Venus prima e Valjoux poi, sinonimo di modernità, che resero i suoi orologi tecnicamente all’avanguardia.

    Fin dalle prime pagine, poi, ci si rende conto dell’eccezionale apparato iconografico di Premier Story. Le centinaia di fotografie, realizzate in esclusiva, ritraggono anche esemplari rari provenienti da altre collezioni private, alcuni mai visti prima. In più il libro raccoglie anche una serie di testimonianze storiche che aiutano a calarci nello spirito del tempo. Ecco allora le inserzioni pubblicitarie dell’epoca, l’annuncio dell’inaugurazione della manifattura, il lancio dei primi modelli dedicati al cronometraggio sportivo, dalle corse dei cavalli alle gare ciclistiche fino alle moto competizioni. Interessante il passaggio che portò Willy Breitling a progettare i primi modelli da polso: nella sua visione, i giovani avevano bisogno dei cronografi per praticare ogni tipo di sport, dal nuoto al running, alle corse su ruote. E avevano diritto ad averli: si prodigò quindi per rendere accessibili a tutti questi utili strumenti.

    Un’evoluzione che continua

    Il secondo capitolo, “L’età d’oro dell’orologeria: Premier, Duograph e Datora, 1943-1949”, tratta quindi le novità introdotte da Willy Breitling. Che realizzò, non più per i militari ma per il pubblico civile, cronografi eleganti e dal design curato, con la cassa di diverse dimensioni anche in oro. Passò poi alle complicazioni, con la funzione sdoppiante evocata nel nome Duograph, e il calendario completo inserito nel Datora. Mise a punto anche un requisito imprescindibile come l’impermeabilità. Impossibile qui ripercorrere l’evoluzione dei tanti modelli che si sono susseguiti in pochi anni, ma merita almeno un cenno l’edizione del Giro d’Italia del 1950 e la sponsorizzazione dei campioni del ciclismo dell’epoca: Gino Bartali e Fausto Coppi.

    La trattazione continua poi con gli esemplari di epoca moderna. Nel terzo capitolo, “Intermezzo: The Navitimer Premier, 1998-1999”, Mendelbaum si concede una breve digressione sulla creatura di Theodor Schneider, figlio del nuovo proprietario della Marca, Ernest Schneider, che l’aveva acquistata nel 1979 dopo la scomparsa di Willy Breitling. E si arriva quindi ai nostri giorni, “all’era Kern”, con le pagine dedicate al “Breitling Revival”, ovvero alle nuove collezioni Premier, Duograph e Datora realizzate dal 2018 a oggi. Infine il volume si conclude con una sezione più tecnica: una rassegna dei calibri che si sono susseguiti nelle diverse collezioni dal ’43 a oggi, e una vera e propria guida per l’identificazione delle numerose referenze.

    Opera completa e definitiva sulla collezione di cronografi Breitling, Premier Story non solo illustra con immagini suggestive i pezzi vintage. Soprattutto è in grado di creare un senso di continuità fra il passato e il presente. E allude a un futuro ancora tutto da scrivere.

  • Watch Ads, lo spirito del tempo in cent’anni di pubblicità

    Watch Ads, lo spirito del tempo in cent’anni di pubblicità

    Watch Ads è l’opera enciclopedica con cui Marco Strazzi torna a soddisfare curiosità e voglia sapere di addetti ai lavori e semplici appassionati di orologi. Una rassegna che riunisce le più belle pubblicità di orologi nell’arco di cent’anni – dal 1900 al 2000 -, raccontate con oltre 1000 illustrazioni e apposite schede ricche di dettagli tecnici. In due volumi (il primo uscito pochi giorni fa, il secondo disponibile alla fine dell’estate), l’imponente lavoro è già stato pubblicato nel 2016/’17. Allora però era in vendita solo online, sul sito dell’autore come su Amazon, mentre questa seconda edizione sarà distribuita anche fisicamente nelle principali librerie.

    Belli da vedere, gli annunci pubblicitari sono anche un fedele specchio dei cambiamenti in atto nel costume, nella società, nell’economia. Così, chi sfoglia Watch Ads può avere un’idea di come si sono evoluti nel tempo il design e la tecnica dell’orologeria, ma anche il modo di comunicare e il senso estetico. Da tenere in libreria, da sfogliare per diletto e da custodire come fonte di consultazione, l’opera di Marco Strazzi non mancherà di sorprendere ancora una volta anche i più esperti conoscitori del mondo delle lancette. Ne ho parlato con l’autore in questa intervista che ho fatto per Il Giornale degli Orologi.

    Watch Ads illustra un secolo di comunicazione legata al mondo dell’industria orologiera. Qual è stata la genesi di quest’opera poderosa?
    L’idea per Watch Ads è nata dal mio archivio personale. Un archivio che ho arricchito nel corso degli anni e include documentazione sia cartacea che digitale, tra riviste, manuali, opuscoli. È da qui che ho preso il materiale utilizzato anche per gli altri libri che ho scritto in passato, dopo avere trascorso lungo tempo nella redazione del Journal Suisse. Quella testata ha infatti un archivio che praticamente copre tutto il secolo. Purtroppo, però, in alcuni giornali qualche archivista frettoloso aveva strappato le pagine delle pubblicità, in altri casi, invece, c’era quasi tutto.

    In quell’occasione comunque ho potuto fare centinaia di scansioni che poi sono servite per i primi libri. Non le ho usate tutte, ovviamente, perché erano troppe. Avevo a disposizione tutto questo materiale, unito al mio nutrito archivio cartaceo. Al che mi sono detto: perché non fare un libro sulla pubblicità legato al mondo degli orologi? Cioè sul mondo della comunicazione e lo stile con cui i fabbricanti di orologi e loro pubblicitari volevano avvicinare il pubblico.  

    E quindi?
    Ne è nata un’opera secondo me interessante al di là dell’aspetto iconografico. Perché permette a molti appassionati di scoprire in quale epoca, per esempio, sono stati costruiti certi orologi vintage. A volte, capita di vedere nei blog esemplari dichiarati degli anni ’30 quando invece sono chiaramente degli anni ’50. Una volta che un collezionista o un curioso vede queste pubblicità, si fa un’idea di quali sono gli stili tipici dei vari decenni. E poi le pubblicità spesso sono belle da vedere.

    Interessante anche analizzare il modo in cui vengono presentati gli orologi. Ci sono per esempio case che prediligono il testo: come Rolex, che per lungo tempo ha fatto pubblicità in cui lo scritto prevaleva nettamente sulle immagini. Al contrario Patek Philippe per decenni ha fatto pubblicità solo con l’immagine dell’orologio. Anche notare la differenza di approccio al mercato secondo me è interessante. Spero di avere realizzato un’opera che possa essere utile sotto diversi punti di vista. Ai collezionisti, agli storici, agli appassionati…

    Come ha organizzato il discorso?
    Watch Ads è in due volumi, rispettivamente di 352 e 336 pagine. Entrambi sono divisi per decenni, ciascuno dei quali è preceduto da una breve storia dell’orologeria legata al periodo. Al termine di ogni decennio ho inserito delle appendici con pagine tratte da brochure, cataloghi, certificati o manuali di istruzioni. Nel primo volume si trova anche una lista delle marche dei fabbricanti di orologi svizzeri aggiornata al 1958. Nel secondo volume invece, al posto di questa lista, c’è una panoramica di annunci pubblicitari di prodotti collaterali: quindi movimenti, lancette, quadranti, spirali, insomma tutti i vari componenti di un orologio. Le immagini che ho inserito sono circa un migliaio in tutto, per facilitare la ricerca. Al termine di ogni volume ho incluso anche un indice dei nomi. Ed entrambi hanno la copertina rigida.  

    Quali sono le fonti principali dalle quali ha attinto il materiale? Oltre al suo archivio, intendo…
    Le principali fonti sono gli archivi del Museo Internazionale dell’Orologeria di La Chaux-de-Fonds. Qui si trovano le raccolte delle riviste specializzate praticamente di tutto il secolo scorso. Riviste di cui custodisco alcune annate, ma non la totalità dei numeri. In totale credo di aver sfogliato intorno al mezzo milione di pagine. Non so quantificare con esattezza quanto tempo ci ho messo, perché la ricerca è in parte avvenuta parallelamente a quelle fatte per gli altri libri che ho scritto.

    Com’è cambiata la comunicazione degli orologi nel corso del tempo?
    È un viaggio parallelo a quello della produzione. Dobbiamo infatti pensare che, negli ultimi venti o trent’anni, l’orologio di alta gamma è sostanzialmente diventato quasi un gadget. La sua funzione originaria non è più interessante. Non abbiamo bisogno di un pezzo importante per sapere che ora è, e la cosa ha influenzato notevolmente la comunicazione. Se guardiamo gli ultimi venti o trent’anni, si punta molto sulla complicazione, sull’originalità, sull’immagine. Mentre chi comprava un orologio negli anni ’50 o ’60 chiedeva soprattutto che fosse preciso. Quindi l’aspetto dell’orologio come accessorio di lusso è tipico degli ultimi trent’anni.

    Proprio verso gli anni ’50 e soprattutto ’60, poi, ha cominciato a prevalere l’aspetto tecnico, dato che gli orologi diventavano sempre più complessi. Si trattava di promuovere anzitutto l’orologio automatico: che ha faticato molto per imporsi al pubblico perché la gente non si fidava, ha continuato a lungo a chiedersi come potesse funzionare un orologio se non lo si ricaricava tutti i giorni. Quindi l’automatico era spesso illustrato attraverso disegni del movimento, con spiegazioni che intendevano convincere il pubblico a fidarsi del dispositivo di ricarica.

    In questo stesso periodo inoltre ha influenzato molto la comunicazione l’evoluzione del mercato giovanile. Verso la metà degli anni ’60, un pubblicitario di Ginevra era stato ingaggiato per promuovere la vendita dei cronografi. Aveva organizzato la campagna pubblicitaria sul mercato dei giovani perché sosteneva che avevano un potere d’acquisto superiore a quello dei loro genitori alla stessa età. Negli anni ’80, poi, c’è stato un ritorno dell’orologio meccanico.

    E dal punto di vista grafico?
    Ciò che è cambiato soprattutto è lo stile iconografico. Le pubblicità degli anni ’30 sono riconoscibilissime, hanno un valore artistico che va oltre l’aspetto commerciale. Lo stesso vale per gli anni ’40, che forse sono stati ancora più ricchi in quanto le pubblicità erano realizzate da artisti autentici. Come si vede in Watch Ads, ci sono immagini che meriterebbero un posto nel soggiorno di una bella casa, proprio per la loro pura bellezza. Penso, per esempio, ad alcune reclame di Universal, di Patek Philippe, di Vacheron Costantin, ma anche di marche minori.

    Qual è stata difficoltà maggiore che ha incontrato nella preparazione dei due volumi?
    In origine queste immagini erano a colori. Ma spesso nelle riviste le pubblicità erano riprodotte in bianco e nero, perché ovviamente la stampa della pagina a colori costava di più. E il bianco e nero toglieva molto all’effetto dell’immagine. Ecco, spesso ho dovuto adeguarmi al materiale che avevo a disposizione, con molto rammarico. Perché le pubblicità a colori sono veramente molto, molto belle.

    C’è un periodo storico che l’ha appassionato maggiormente?
    Mi interessa molto il periodo fra gli anni ’30 e ’50, perché c’era una straordinaria creatività. Pensiamo ad esempio alle pubblicità di altri prodotti di consumo, come Campari, che venivano affidate a veri artisti, come De Pero e i Futuristi. Anche in orologeria, a volte si tratta di opere con una qualità artistica che va oltre l’aspetto commerciale. Di vere e proprie opere d’arte a sé stanti…

  • “Il laboratorio del tempo”. Il racconto di una famiglia di orologiai

    “Il laboratorio del tempo”. Il racconto di una famiglia di orologiai

    Molto più di un semplice saggio sugli orologi da torre, Il laboratorio del tempo (Il Mulino) è una lettura piacevole che getta uno sguardo sulla vita quotidiana del passato, per promuovere il patrimonio storico di Tovo San Giacomo, in provincia di Savona. Con questo obiettivo l’autore, Fabio Caffarena, ha intrapreso il racconto dei Bergallo, una famiglia di costruttori di esemplari per campanili che dalla Liguria si diffondono nel Nord Italia e arrivano fino in Patagonia. Una vicenda di storia locale, familiare e professionale che si intreccia agli eventi della Grande Storia, i cui fatti ne determinano l’evoluzione. Ne ho parlato proprio con Fabio Caffarena, Professore di Storia contemporanea nel Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Genova e autore di diverse pubblicazioni.

    Ci può raccontare la genesi de Il laboratorio del tempo? Come nasce e perché?
    «Il libro nasce nell’ambito del progetto Le macchine del tempo. Il Museo dell’Orologio da Torre (MOT) e l’Archivio Bergallo di Tovo San Giacomo, presentato nel 2020 dal Comune di Tovo San Giacomo e co-finanziato dalla Fondazione Compagnia di San Paolo di Torino.

    Tale progetto, che ha ottenuto il patrocinio del Centro Internazionale di Studi Italiani dell’Università di Genova (CISI), è partito alla fine del 2020. E prevede un nuovo allestimento del Museo dell’Orologio da Torre di Tovo San Giacomo – il primo in Italia, istituito nel 1996 -, oltre all’inventariazione e alla digitalizzazione dell’archivio della famiglia di orologiai Bergallo, acquisito dal Comune una decina di anni fa. Inoltre sono previste attività laboratoriali e didattiche ed è stata rafforzata la rete di contatti con gli altri “musei del tempo” a livello nazionale e internazionale.

    In questo contesto, l’idea del libro è nata per ricostruire la storia professionale e familiare dei Bergallo, attivi nella costruzione di orologi monumentali fra Otto e Novecento».

    L’impianto accademico dell’opera è impeccabile, eppure la narrazione scorre via veloce: la lettura agile, l’immediata comprensione rendono la fruizione accessibile a tutti. Ci conferma lo scopo divulgativo già nelle sue intenzioni?
    «Come dicevo, Il laboratorio del tempo ricostruisce le vicende di tre generazioni della famiglia Bergallo, attiva appunto in Liguria nella costruzione di orologi da torre dalla seconda metà dell’Ottocento agli anni Ottanta del Novecento. E si innesta organicamente nello spirito generale del progetto Le Macchine del tempo, finalizzato a una migliore fruizione dei contenuti del Museo dell’Orologio da Torre di Tovo San Giacomo e delle carte d’archivio. In breve, si tratta di un progetto di valorizzazione culturale e di restituzione pubblica di una storia professionale e familiare. Un progetto cui il libro intende contribuire attraverso una ricostruzione storica che punta certamente alla divulgazione, alla possibilità di arrivare a un pubblico di lettori ampio attraverso una narrazione agile. Ma si tratta anche di un lavoro condotto dal punto di vista metodologico utilizzando i “ferri del mestiere” dello storico accademico».  

    Quale obiettivo guida l’opera? E come è strutturata?
    «Bisogna innanzitutto dire che non sono uno specialista di orologeria e della sua storia. Quindi il mio intento non era quello di scrivere un libro dedicato agli orologi da torre costruiti dai Bergallo. Piuttosto, attraverso il caso-studio rappresentato dalla storia di un’officina di “artigiani del tempo” – di un “laboratorio” come la definivano gli stessi Bergallo -, l’obiettivo era entrare nella Grande Storia. A partire dall’invio nel 1934 di un orologio nella Patagonia argentina – lungo la rotta oceanica seguita tra Diciannovesimo e Ventesimo secolo da numerosi italiani – nelle pagine de Il laboratorio del tempo prende forma una storia locale, familiare e professionale che si intreccia ai grandi eventi separatori dell’età contemporanea, come migrazioni e guerre.

    Oltre a centinaia di macchine del tempo, collocate in prevalenza su torri civiche e campanili dell’Italia Nord-occidentale, i Bergallo hanno lasciato un cospicuo patrimonio archivistico costituito da documenti di lavoro e privati: registri contabili, carteggi con clienti e fornitori, agende di appunti e misure, ma anche libri di famiglia, epistolari, diari personali e memorie capaci di creare una fitta trama narrativa».

    Quanto tempo ha impiegato nella ricerca tra i fondi archivistici?
    «La ricerca in archivio è durata circa un anno, ma in realtà è partita molto tempo prima: nel 2012 ho avuto infatti l’opportunità, insieme al collega Carlo Stiaccini, di realizzare per la Soprintendenza Archivistica della Liguria un primo riordino di massima dell’archivio Bergallo, una volta acquisito dal Comune di Tovo San Giacomo, per procedere alla dichiarazione di interesse storico. Durante questo lavoro ci rendemmo subito conto dell’importanza della documentazione, non limitata a note tecniche di orologeria: l’archivio dell’attività di costruzione di orologi da torre e l’archivio privato della famiglia sono infatti inestricabilmente legati. Informazioni private e professionali convivono talvolta in una missiva e anche nei registri annotazioni personali riaffiorano da appunti di lavoro.

    La ricerca ha quindi potuto contare su un lavoro archivistico preliminare condotto anni fa e, durante la scrittura del libro, sul puntuale lavoro di inventariazione dell’archivio Bergallo condotto dall’archivista Simonetta Ottani. Oltre a ciò, negli anni ho avuto la possibilità di riordinare, sempre insieme al collega Stiaccini, alcuni archivi comunali del ponente savonese, tra cui nel 2003 quello di Tovo San Giacomo, e questo ha facilitato il reperimento di ulteriori fonti utili ad ampliare e contestualizzare la vicenda personale e professionale della famiglia Bergallo, anche grazie ad alcune visite come quella al Museo dell’Orologio da Torre “Roberto Trebino” di Uscio». 

    Quale è stata la difficoltà maggiore che ha incontrato, nella preparazione o nella stesura de Il laboratorio del tempo?
    «La difficoltà maggiore – da profano, ripeto – è stata quella di acquisire una seppur minima competenza tecnica relativa ai principi di funzionamento e alla costruzione degli orologi da torre, partendo dalle varie parti costitutive di un orologio, dai sistemi di ricarica…

    Come per ogni altra ricerca, la difficoltà, ma contemporaneamente la sfida, è stata quella di ricostruire un contesto intorno alla vicenda: nel caso specifico si è trattato di ambientare adeguatamente la storia dei Bergallo nel quadro di storia locale legata al piccolo paese di Bardino Nuovo – frazione del Comune di Tovo San Giacomo, fino al 1928 Comune autonomo -, dove aveva sede l’officina degli orologi. Un ambiente complesso, un mondo fondamentalmente contadino all’interno del quale non mancavano conflittualità tra famiglie e all’interno delle famiglie. E i Bergallo non facevano eccezione.

    Per quanto riguarda la stesura del lavoro non parlerei di difficoltà, ma ho dovuto compiere una scelta narrativa per raccontare i grandi eventi storici di cui i Bergallo furono protagonisti, e che in qualche caso subirono, partendo dalle vicende dell’officina di orologi. Basti pensare ai membri della famiglia emigrati in Sud America o all’impatto devastante che la Grande Guerra ebbe sull’attività, in quanto sia il titolare dell’officina Giovanni Battista Bergallo, sia i due giovani operai, furono mobilitati. E se Giovanni Battista tornò a casa, i suoi collaboratori morirono in guerra o per cause derivanti dal conflitto».

    A suo parere, in definitiva, quale è stato il ruolo dei Bergallo nella storia degli orologi da torre?
    «Il ruolo dei Bergallo nella storia degli orologi da torre è importante non tanto o non solo per la produzione, ispirata ai modelli francesi Morbier provenienti dalle officine francesi del Giura… Una produzione peraltro significativa, pensando che si trattava di un’officina condotta quasi esclusivamente a livello familiare. Ma per gli elementi di modernità che questa storia rivela. Nonostante si possano avanzare alcune ipotesi, riportate nel libro, è difficile capire come, perché e precisamente quando il fabbro e muratore Giovanni, il primo orologiaio Bergallo, nella seconda metà dell’Ottocento avesse cominciato a cimentarsi nella costruzione di orologi.

    Ma fu soprattutto il figlio Giovanni Battista, dotato di non comuni doti imprenditoriali e di intraprendenza, a sviluppare a inizio Novecento l’attività, ampliando la rete di relazioni commerciali e trasformando il lavoro da esclusivamente artigianale a semi-industriale, seppur nella piccola scala: i telai degli orologi erano infatti realizzati da importanti fonderie savonesi e poi le varie parti venivano assemblate in officina a Bardino Nuovo. L’attività rimase florida fino al secondo Dopoguerra, quando la diffusione degli orologi elettrici e poi elettronici si rivelò alla lunga esiziale per l’officina Bergallo, non in grado di adeguarsi alla nuova produzione. Nonostante ciò, Giovannino, ultimo esponente degli orologiai Bergallo, continuò a lavorare fino all’età di oltre ottant’anni. Ed ebbe il grande merito di intuire l’importanza della storia e della cultura del lavoro di cui le vicende della sua famiglia erano depositarie, non disperdendone la memoria».       

  • Storytelling: l’arte di narrare gli orologi. In libreria

    Storytelling: l’arte di narrare gli orologi. In libreria

    Aggiornamenti bibliografici. Ambiziosi coffee-table book o pratici tascabili, volumi illustrati da sfogliare ma anche da leggere: ecco una serie di monografie pubblicate negli ultimi mesi, nelle quali lo storytelling la fa da padrone. Narrazioni realizzate da grandi esperti, spesso anche grandi affabulatori, per coinvolgere noi appassionati di orologi. E con un apparato iconografico studiato nel dettaglio, perché il potere evocativo delle immagini a volte funziona più di tante parole. Libri da tenere in considerazione per arricchire gli scaffali della biblioteca di casa. Ma anche la propria cultura…

    Una guida al Museo

    Peter Freis, Patek Philippe Museum, teNeus Publishing, 50 euro.

    Nessuno meglio di Peter Friess, Conservatore del Museo Patek Philippe di Ginevra, avrebbe potuto realizzare un progetto editoriale altrettanto sontuoso, capace di offrire una prospettiva su 500 anni di storia dell’orologeria. Il cofanetto, in due volumi – solo in inglese: The Quest for the Perfect Watch e The Emergence for a Portable Timekeeper – illustra una selezione di esemplari (235 rarità) esposti in rue des Vieux Grenadiers, fra gli oltre 3mila riuniti in oltre 40 anni da Philippe Stern, Presidente onorario della Maison. Nelle pagine si ritrovano così i pezzi unici della collezione storica, con i primi orologi del XVI secolo, ma anche le pietre miliari della Manifattura sin dalla fondazione, nel 1839. Una guida per chi vuole visitare il Museo o un ricordo per chi lo ha già visto.

    Una storia lunga un secolo

    Nuova edizione, ampliata, di un volume uscito per i 100 anni dell’orologio, riaggiorna la storia di un mito con gli ultimi modelli. Perché il Tank, progettato da Louis Cartier nel 1917, non ha mai smesso di essere un’autentica icona dell’orologeria da polso. Oggi come ieri, nella versione originaria e nelle tante varianti: Tank Cintrée, Tank Chinoise, Tank Américaine, Tank Française… Qui il brillante storytelling di Franco Cologni – un’autorità nel settore del lusso, ex manager della Maison e di Richemont Group – esplora i più significativi modelli e loro caratteristiche tecniche, attraverso documenti d’archivio e immagini suggestive. E presenta anche alcune celebrità che nel tempo si sono lasciate sedurre da questo carismatico esemplare.

    Franco Cologni, The Cartier Tank Watch, Flammarion, 75 euro.

    Ritratto a tutto tondo

    Gisbert L. Brunner, The Watch Book: Oris, teNeus Pub., 80 euro.

    In anteprima, un libro che sarà presentato a Watches and Wonders alla fine di marzo. Nuova uscita della fortunata collana The Watch Book, non è solo la prima monografia su Oris, casa fondata nel 1904, ma allarga l’orizzonte sull’intera storia dell’industria orologiera svizzera, come indica il sottotitolo. Firmato dal celebre autore / giornalista / collezionista tedesco Gisbert L. Brunner, investiga anche i 280 calibri prodotti nel tempo all’interno della manifattura di Hölstein. E punta l’attenzione sulla filosofia del marchio indipendente, dalla politica dei prezzi fino ai principi di sostenibilità affermati ai nostri giorni. Solo in inglese, il volume è ora in pre-vendita nelle principali librerie on-line.

    Immagini preziose

    Un’artistica pubblicazione, splendidamente illustrata. Che ripercorre la storia dell’alta gioielleria della Maison, dalla prima collezione presentata da Mademoiselle Coco nel 1932 alle ultime creazioni firmate dal Direttore del Fine Jewelry Creation Studio di Chanel. Basato su una vasta ricerca tesa a esplorare ispirazioni e soggetti di alcuni fra gli esemplari più preziosi – con testi di Agnès Muckensturm e Julie Levoyer, e la direzione artistica di Olivier Andreotti -, lo storytelling riunisce materiale d’archivio e immagini mozzafiato, firmate dal gotha della fotografia: Karl Lagerfeld, Mario Testino, Patrick Demarchelier, François Kollar, Roger Schall, George Hoyningen-Huene, Horst P. Horst, André Kertész, Sarah Moon, Koto Bolofo, Karim Sadli, Dominique Issermann e tanti altri.

    A.A.V.V., Chanel Haute Joaillerie, Thames and Hudson, 150 euro.

    Jumbo, my love

    AA.VV., Royal Oak 39. The Book, collana progetti speciali Rizzoli (Mondadori Electa), 190 euro.

    Erede degli antichi in-folio nel formato, un altro libro d’arte interamente dedicato, come si desume dal titolo, al Royal Oak 39 mm, il celeberrimo “Jumbo“. Di cui presenta oltre 100 esemplari, provenienti da prestigiose collezioni e fotografati nel dettaglio proprio per la realizzazione di questa monografia. Il progetto, condotto da quattro appassionati del Royal Oak – Andrea Poretti, Andrea Mattioli, Corrado Mattarelli e Michele Ciocco con il coordinamento del giornalista Paolo Gobbi – include anche contributi e interviste con alcuni noti personaggi del settore, esperti e collezionisti: da François Henry Bennahmias (il Ceo di Audemars Piguet) a John Goldberger, da Wei Koh ad Aurel Bacs, tanto per citarne alcuni. Solo in inglese.

    Chicche da impallinati

    Molteplici copertine, un formato compatto, solo 37 pagine. Non uno storytelling ma una ricca galleria di immagini superdettagliate, ad alta definizione. Una piccola monografia che farà la felicità di appassionati e collezionisti perché ritrae gli esemplari più amati della Casa della Corona. “Un modo perfetto per aiutare il rilassamento, ridurre lo stress e soddisfare la tua passione”, recita la presentazione on line. Una curiosità scovata su Amazon, edita con sottotitoli diversi e diversi nomi dell’autore (sempre legati al mondo delle quattro ruote), e uscita come pubblicazione indipendente. Ma che vale la pena di possedere – o di regalare agli amici più “impallinati” -, visto anche il prezzo al pubblico…

    Rolex Watch Photography Book, venduto e spedito da Amazon, 10,10 euro.
  • Lo stile del tempo. Pagine di storia raccontate dall’autrice

    Lo stile del tempo. Pagine di storia raccontate dall’autrice

    Lo stile del tempo, il cui sottotitolo definisce La storia degli orologi da polso dal 1900 a oggi (Edizioni WhiteStar), è l’ultima preziosa pubblicazione di Mara Cappelletti. L’autrice e giornalista, milanese d’origine, è una firma autorevole del mondo dell’orologeria e dell’ampio settore del lusso, a livello internazionale. Dopo la laurea allo Iulm di Milano – e numerose esperienze in ambito editoriale, anche come analista di mercato ed esperta di storia e cultura del gioiello -, in curriculum vanta un diploma presso il Sotheby’s Institute of Art di Londra. Che ha conseguito a coronamento della sua passione per l’arte e per la storia del costume.

    Fra le pubblicazioni da lei curate spiccano Investing in Wristwatches: Rolex, scritto a quattro mani con Osvaldo Patrizi (libro del quale Il Giornale degli Orologi si è già occupato, vedi qui); e la collana illustrata dei “maestri del tempo”, con le monografie dedicate a Patek Philippe, Bulgari, Omega, Rolex, Longines, Swatch. Oggi Mara Cappelletti è titolare di un laboratorio presso l’Università degli Studi della città meneghina, dove insegna Storia del gioiello. È, inoltre, Presidente dell’associazione culturale Stile e Storia, che si occupa della valorizzazione storico-culturale dell’ornamento.

    Partendo dall’idea che misurare il tempo non è solo una necessità, ma anche una questione di gusto, Lo stile del tempo mostra l’evoluzione dell’arte orologiera nel corso di un periodo temporale che abbraccia tutto il Ventesimo secolo. Offre così un lungo, affascinante viaggio nella storia e, attraverso la selezione di 60 esemplari rappresentativi, conduce anche alla scoperta di curiosità: dall’esemplare che indossava Charles Lindbergh nella traversata dell’Atlantico a quello dell’alpinista ed esploratore Edmund Hilllary in cima all’Everest. Da collezionare, da sfogliare, perfetto anche come regalo per gli appassionati del mondo delle lancette, Lo stile del tempo presenta 272 pagine ricche di dettagli, informazioni tecniche e immagini fotografiche. Ne ho parlato con l’autrice, in questa intervista che segue. 

    Cosa l’ha spinta a realizzare un’opera come Lo stile del tempo?
    «La mia idea era di dare una prospettiva storica sull’evoluzione dell’orologio da polso. Quindi del suo passaggio come accessorio dalla tasca al polso, a partire dai primi anni del ‘900. Questo è stato il punto di partenza. Dopo di che mi è sembrato bello raccontarne l’evoluzione, attraverso oggetti iconici e il modo in cui questi si legavano a momenti storici – dalle guerre alle imprese come il primo sbarco dell’uomo sulla Luna – o a personaggi del tempo».    

    La narrazione segue un preciso ordine cronologico?
    «Ho suddiviso l’opera in decenni. Parto dunque dai primi anni del ‘900, quindi il periodo della Belle Époque. Ogni capitolo ha una parte introduttiva, dove è raccontato il momento storico e dell’arte pertinente al periodo. Il concetto è lo stile, inteso come un insieme di tendenze. Per cui lo stile è quello della moda che, in qualche modo, influenza quello dell’accessorio.

    Ma è anche lo stile architettonico e artistico: pensiamo, per esempio, alle forme Déco o alla geometria che in certi momenti definisce certi oggetti… Piuttosto che la Bauhaus, che va a ripulire tutta una serie di esagerazioni del periodo precedente e definisce in maniera molto precisa l’unione di forma e funzione in un oggetto come l’orologio. Segue poi anche lo stile legato a momenti storici e sociali. Durante la due Guerre, ad esempio, nascono orologi con funzioni ben precise. Tornando alla suddivisione dei capitoli del volume, parto con i primi del ‘900, quindi continuo trattando gli anni Dieci, Venti, Trenta, Quaranta e così via, fino ad arrivare al 2000. Oltre alla parte introduttiva relativa a ogni decennio, ci sono le schede degli oggetti selezionati, circa 60».

    Come ha scelto gli orologi presenti?
    «In base all’interesse e all’importanza che rappresentano all’interno di ogni decennio trattato. Per cui, ad esempio, il Santos di Cartier è uno degli oggetti più importanti d’inizio 900. Facendo ricerche ho poi trovato particolarmente interessante l’orologio di Francesco Baracca, esempio di come alcuni esemplari venissero trattati semplicemente per essere indossati al polso». 

    Come si è documentata e quali sono state le fonti da cui ha preso le informazioni?
    «Ho fatto tanta ricerca, ovviamente. Ma questo è il mio lavoro, una passione prima di tutto, da sempre. In realtà la storia di questi orologi l’avevo già studiata e ricercata per la collana sui maestri del tempo pubblicata qualche anno fa per il Sole 24 Ore. Ho lavorato tanto con gli archivi delle case orologiere. L’approccio del libro è storico e ci sono degli oggetti che ho ripreso nelle schede perché particolarmente rilevanti, in quanto magari sono stati i primi a proporre un certo tipo di soluzione tecnica, meccanica, estetica».

    Quale è stata la difficoltà maggiore che ha incontrato?
    «Coordinare il contenuto. Ci vuole rigore. Il materiale è, infatti, così ampio, ricco e appassionante che diventa difficile scegliere cosa sacrificare e cosa lasciare».

    Lo stile del tempo ha una vocazione internazionale. In quante lingue è stato tradotto il libro?
    «In inglese, francese, tedesco, spagnolo».

    “Il tempo è un grande mistero”, scrive nelle prime righe. Ma alla fine cos’è il tempo per Mara Cappelletti?
    «Un tiranno, con cui lotto tutti i giorni!».

  • “Navitimer story”, la saga del cronografo Breitling

    “Navitimer story”, la saga del cronografo Breitling

    Come indica il titolo, il libro Navitimer story. L’epopea del cronografo Breitling celebra i 70 anni del famosissimo esemplare. Lo firmano sotto l’acronimo G.R.A.M. due nomi noti nel panorama bibliografico orologiero: Anthony Marquié, ingegnere aeronautico francese, e Grégoire Rossier, biologo elvetico specialista in bioinformatica. Entrambi appassionati all’industria delle lancette e già autori di numerosi volumi a tema – da Moonwatch Only a Flightmaster Only, fino a A Moon Watch Story, tutti dedicati a Omega -, anche questa volta pubblicano con watchprint.com, l’editore svizzero specializzato in orologeria.

    Uno strumento per i piloti

    Come molti sanno, il cronografo prende nome dalla fusione dei termini Navigation e Timer, che stanno a indicare le sue principali funzioni. Fin dagli anni Trenta del Novecento, infatti, Breitling instaura un profondo rapporto con il mondo dell’aviazione per volere di Willy Breitling, nipote di quel Léon che nel 1884 aveva fondato l’azienda a Saint-Imier. E dal 1952, in collaborazione con la più grande associazione aeronautica dell’epoca – la Aircraft Owners and Pilot Association – avvia lo sviluppo di un modello speciale, sulla base delle esperienze maturate con il Chronomat.

    In effetti, insieme alla misura dei tempi brevi, il Navitimer offre le funzionalità del regolo calcolatore circolare. Uno strumento utile durante la navigazione aerea, perché capace di compiere specifiche operazioni: come la conversione di chilometri in miglia, il calcolo della velocità media o delle distanze, il consumo di carburante… e così via. Ideale per i piloti in volo, tant’è che all’inizio l’orologio è disponibile esclusivamente per i membri dell’Aopa. Solo a partire dal 1955 è poi commercializzato al grande pubblico ed entra così a far parte delle collezioni di appassionati e celebrità, nonché degli astronauti della Nasa. E diventa quindi uno degli esemplari più rappresentativi non solo della Marca, ma dell’intera orologeria svizzera.

    Navitimer story

    Del resto, le 255 pagine e 280 illustrazioni di Navitimer story offrono una formidabile galleria delle personalità che cedettero al fascino dell’orologio. Campioni di Formula 1 quali Jim Clark, Graham Hill o Jo Siffert, tutti del team Lotus. Ma anche leggende della musica come Miles Davis, oppure star del cinema: da Tony Curtis ad Alain Delon fino a Yves Montand. Passando, naturalmente, per Sean Connery, nel ruolo del più stiloso di tutti i personaggi del grande schermo: James Bond. A proposito del quale scopriamo che Willy Breitling, nel 1965, lavorò a fianco del team di produzione del film Thunderball in quella che fu a tutti gli effetti un’azione ante litteram di product placement. Come ci aveva raccontato a suo tempo Giampiero Negretti.

    Ancora, le pagine del volumetto ci ricordano pure che il cantautore francese Serge Gainsbourg chiese a Breitling di fornirgli un bracciale “stile rally” per personalizzare il suo Navitimer Referenza 81600, che – si dice – fosse realizzato in platino. Ma Navitimer story racconta tanti altri episodi di passione e di stile, che varrebbe la pena di conoscere. A patto che sappiate un po’ le lingue, visto che il libro è disponibile solo in inglese, in francese o in tedesco. Ma la prosa facile e lo stile diretto rendono comunque la lettura piacevole. Trovate un estratto nella gallery qui sopra: dategli un’occhiata…

  • “The Millennium Watch Book: Divers Watches”. Una guida illustrata

    “The Millennium Watch Book: Divers Watches”. Una guida illustrata

    Ecco una pubblicazione che non può mancare nelle librerie dei collezionisti. Più che da scaffale, però, The Millennium Watch Book: Divers Watches è da tavolino. Un “coffee table book” – come dicono gli inglesi – dal formato poderoso (XXL con copertina rigida), prestigioso, bello da esporre e da tenere sempre ben in vista nel salotto di casa. Si tratta del terzo capitolo della serie Millennium realizzato dal giornalista svizzero Brice Lechevalier di GMT Publishing, dopo il successo delle due prime opere della collana: The Millennium Watch Book e Tourbillon Watches. La nuova monografia è interamente dedicata a un’importante categoria di orologi: i subacquei. Riunisce infatti una selezione di 50 celebri esemplari meccanici da immersione, nati nel Terzo millennio.

    I divers del Millennio

    Le 200 pagine e le oltre 500 illustrazioni del libro conducono il lettore alla scoperta dei molteplici argomenti legati all’immersione. Dagli aspetti tecnici degli orologi subacquei all’esplosione di questi esemplari sul mercato vintage, fino all’usato certificato. Un capitolo a parte è dedicato all’iconico Submariner e include una prospettiva su ciò che è ancora possibile sviluppare nei prossimi 10 anni in questo ricco segmento dell’industria orologiera. Una sezione è inoltre dedicata ai Fifty Fathoms di Blancpain e ai Submersible di Panerai, esemplari che hanno definito e ridefinito il concetto di diver’s watch.

    Interessante da sfogliare, e ancor più da leggere, The Millennium Watch Book: Divers Watches illustra il passaggio dell’orologio da strumento scientifico a oggetto da collezione, irrinunciabile per gli appassionati. Per lungo tempo i modelli subacquei hanno rappresentato un accessorio essenziale al polso di professionisti dediti all’esplorazione delle profondità marine. Ma nel XXI secolo sono diventati l’oggetto del desiderio di collezionisti e di persone che non praticano necessariamente immersioni.

    Comitato di esperti

    Come le precedenti edizioni, questa nuova pubblicazione è un’opera collettiva scritta in collaborazione con esperti internazionali del settore. Firmano The Millennium Watch Book: Divers Watches l’editore svizzero Xavier Markl e altri autorevoli autori: tra i quali Jason Heaton (The New York Times, Gear Patrol, Revolution, Hodinkee), Justin Mastine-Frost (SHARP Magazine, Esquire, High Snobiety, Robb Report) e Ken Kessler (The Wall Street Journal, Revolution, Telegraph Luxury).

    Realizzato in versione inglese o francese, il volume sarà in commercio da novembre ma è fin d’ora disponibile in pre-vendita. E per gli interessati la prenotazione è vantaggiosa: chi effettua il preordine con largo anticipo sul sito ufficiale avrà infatti diritto a una tariffa agevolata. Siamo ancora in piena estate, ma per chi pensa già ai regali di Natale quest’opera è perfetta.

  • “Orologi da polso 1960-2000”: la storia (recente) in un libro

    “Orologi da polso 1960-2000”: la storia (recente) in un libro

    S’intitola Orologi da polso 1960-2000 il nuovo libro dell’editore, storico e collezionista di orologi Marco Strazzi. Un viaggio di sicuro fascino e interesse attraverso i decenni che hanno portato alla totale maturità dell’accessorio più collezionato dal genere maschile. L’opera arriva infatti un anno dopo la pubblicazione di Orologi da Polso 1900-1959 (sempre pubblicato da Pressision), di cui Il Giornale degli Orologi si è occupato qui. Rappresenta dunque la seconda parte della storia enciclopedica che Strazzi dedica a questo mondo.

    Orologi da polso 1960-2000 replica la formula del volume predecedente, presentando – per ciascuno dei decenni e degli anni esaminati – l’evoluzione tecnica, estetica, economica, industriale e commerciale del settore. Include inoltre schede e foto dei modelli più rappresentativi, e dedica un piccolo spazio anche agli eventi più importanti nei campi della politica, della società, dello sport e dello spettacolo. Le 432 pagine dell’opera portano il totale dei due volumi a 864 carte. Identiche nella foliazione, le due parti sono simili anche nella ricchezza dei contenuti. Orologi da Polso 1960-2000 presenta infatti 300 orologi e 1300 immagini. Queste ultime comprendono, oltre agli accessori, annunci pubblicitari ed estratti di cataloghi, manuali d’istruzioni, brevetti originali. Ne abbiamo parlato con l’autore.

    Iniziamo dalla fine: e gli anni dal 2001 al 2021? Dimenticati?
    Certo che no! Ho scelto di parlarne in un’appendice in fondo al volume, presentando le linee generali dell’evoluzione. Allo stesso tempo, mi sembrava troppo presto per proporre la selezione dei modelli più significativi che caratterizza le sezioni precedenti. Manca la prospettiva storica. Magari tra dieci anni…

    Come riassumere Orologi da Polso 1960-2000 in poche parole?
    Il quarantennio trattato dal volume ha visto cambiamenti epocali, dal boom degli anni ’60 alla rivoluzione del quarzo e dal declino alla rinascita dell’orologio meccanico. Mentre nei sessant’anni descritti dal volume precedente l’evoluzione è stata graduale e, in un certo senso, controllata, dal 1960 in poi il ritmo del progresso è stato frenetico e, negli anni ’70, caotico, avvincente.

    In che senso?
    Nessun momento storico mi ha stupito e affascinato quanto quello dal 1970 al 1980. È infatti caratterizzato dalla creatività di tecnici che – di fronte alle potenzialità fin lì inesplorate dell’elettronica – si sono sfidati in una gara senza esclusione di colpi (di genio) alla ricerca di soluzioni innovative e, ovviamente, redditizie in termini commerciali. L’accesso a fonti di prima mano, in particolare le riviste di settore dell’epoca, mi ha permesso di mettere un po’ d’ordine nel caos di un periodo unico nella storia della misura del tempo. Unico e negativo per la Svizzera, che ha perso la leadership del settore proprio a causa del quarzo.

    Poi però l’orologio meccanico svizzero è tornato protagonista…
    Ci sono voluti dieci anni. Nel frattempo, sono sparite decine di Case e si è azzerato il settore degli orologi meccanici economici. Molti non lo sanno, ma a metà degli anni ’70 i cosiddetti Roskopf rappresentavano la metà delle esportazioni svizzere. Solo il colosso americano Timex produceva e vendeva di più.

    Fino a quando sono arrivati i giapponesi…
    … e Hong Kong, con milioni di digitali a basso costo. Quelli che arrivavano nelle case anche dentro i fustini del detersivo. E poi i multifunzione con calcolatrice, agenda, suoneria, cronografo… Prodotti di successo e istruttivi.

    Istruttivi?
    Già. Si disse che con la loro precisione e praticità rappresentavano la fine dell’orologio tradizionale. Come sappiamo non è andata così. Per questo li definirei istruttivi. Insegnano qualcosa anche sul presente. Lo smartwatch non confinerà nei musei l’orologio meccanico per la semplice ragione che i due oggetti – come i multifunzione orientali e i complicati svizzeri d’alta gamma negli anni ’80 – hanno poco o nulla in comune. Convivranno pacificamente. E non è detto che sia necessario scegliere: i polsi da vestire sono due…

    Parliamo delle fonti utilizzate per la sua ricerca. Ha citato le riviste specializzate d’epoca…
    Sono state fondamentali, anche se nella bibliografia alla fine del libro passano quasi inosservate. Il fatto è che, mentre è abbastanza facile compilare una lista di duecento libri, non è possibile elencare gli articoli contenuti in 40 anni del Journal Suisse d’Horlogerie: ci vorrebbe un volume solo per questo, visto che si tratta di circa 40mila pagine… Lo stesso vale per le altre riviste che ho potuto consultare grazie alla cortesia di biblioteche e privati. Infine, ho una biblioteca abbastanza fornita anch’io.

    Si sa che lo storico deve essere obiettivo. Però qualche predilezione Marco Strazzi l’avrà. Un orologio preferito…
    Diciamo che il modello scelto per la foto di copertina celebra allo stesso tempo i 50 anni del Royal Oak e i miei gusti personali. Ma meriterebbe la copertina in ogni caso per ciò che rappresenta in termini di storia, tecnica e design.

    Orologi da polso 1960-2000 è già disponibile presso le librerie e i principali shop online. Per saperne di più, visita il sito di Marco Strazzi: 10e10.ch.

  • Drive Time: l’edizione deluxe di un libro per collezionisti doc

    Drive Time: l’edizione deluxe di un libro per collezionisti doc

    Orologi e motori. Due mondi che da sempre interagiscono, e la cui storia è esaustivamente raccontata da Aaron Sigmond nel libro Drive Time Deluxe Edition: Watches Inspired by Automobiles, Motorcycles, and Racing (Rizzoli). Si tratta dell’edizione deluxe, appunto, dell’opera pubblicata nel 2016 dall’autore e collezionista americano, e diventata poi parte della trilogia di successo: la Rizzoli Timepiece Trilogy. Un’opera poderosa, che include anche i volumi Sea Time: Watches Inspired by Sailing, Yachting, and Diving (2019), ed Air Time: Watches Inspired by Aviation, Aeronautics, and Pilots (2021). Nelle 304 pagine della nuova pubblicazione, sfilano fra gli altri l’IWC Schaffhausen del sette volte campione del mondo Lewis Hamilton, l’icona senza tempo Steve McQueen, l’attore e pilota d’auto Patrick Dempsey e l’anchorman Jay Leno. Per Il Giornale degli Orologi ne ho parlato con l’autore Aaron Sigmond.

    La genesi di un’opera è spesso avvincente quanto i contenuti dell’opera stessa. Come è nata la trilogia di cui fa, appunto, parte anche l’edizione deluxe Drive Time: Watches Inspired by Automobiles, Motorcycles, and Racing?
    ≪La storia di quella che è diventata nota come la Rizzoli Timepiece Trilogy è particolarmente lunga. Ed è oggetto di un saggio piuttosto consistente all’interno di Drive Time Deluxe Edition. In breve… Per oltre un decennio ho lavorato come redattore lifestyle del magazine Autoweek, per cui ho curato, tra le altre cose, una rubrica dedicata agli orologi da polso ispirati al mondo delle automobili e alle corse. La rubrica si chiamava Watchmakers & Carmakers e trattava soprattutto di cronografi. Insomma, dopo circa otto anni di questi articoli, approfondimenti e guide, tra cui anche un pezzo scritto sullo stesso tema per la rivista Revolution, ho preso in considerazione la possibilità di fare un’antologia…≫.

    Ed ecco, così, arrivare Drive Time 
    ≪Il risultato di questo sforzo è stata la prima edizione di Drive Time, nel 2016, seguita in brevissimo tempo da Drive Time Expanded Edition, all’inizio del 2018: entrambi i libri sono andati esauriti nel giro di pochi mesi. E ora sono da collezione, in vendita a molto più del loro prezzo originale≫.

    La storia continua…
    ≪Dopo l’uscita di Drive Time Expanded Edition (DT2, come lo chiamavamo internamente), stavo bevendo un cocktail a un evento con Nick Sullivan, allora direttore della moda, ora direttore creativo, di Esquire. È stato Nick a suggerire che questa fosse in realtà una trilogia, o che DT2 avrebbe almeno dovuto avere un sequel di orologi subacquei, Sea Time. Sono tornato da Rizzoli New York (che ha supportato meravigliosamente tutti e cinque i libri) e sulla base del successo di DT1 e DT2 sono stati accettati Sea Time e la possibilità di Air Time sulla base delle vendite future. Il resto, come si suol dire, è storia≫.

    Quella per il collezionismo è una passione che coltiva da sempre?
    ≪Se si leggono i saggi in apertura di Drive Time (tutt’e tre le edizioni) e Sea Time, così come la postfazione in Air Time, la mia passione personale per gli orologi e il collezionismo è abbastanza evidente. Detto questo, quando ho iniziato a lavorare su DT1, nel 2014, non c’era un modo per sapere – o immaginare davvero – il successo che avrebbero ottenuto i libri e che questo sarebbe stato un viaggio lungo otto anni. In tutti i libri della Rizzoli Timepiece Trilogy, hanno collaborato anche autori di altre opere su Girard-Perregaux, Bulova e Accutron. È stata un’esperienza straordinaria in tutto e per tutto≫.

    Di quale periodo storico si occupa Drive Time?
    ≪Il libro abbraccia un periodo di tempo che va dal 1903 al 2022, 120 anni di orologi (da tasca e da polso) ispirati al mondo delle corse e delle automobili. Ho dato spazio anche agli orologi ispirati alle motociclette, ma questo è il capitolo più sottile del libro. L’opera offre una panoramica completa della produzione legata al mondo delle automobili e degli sport motoristici. 

    Come ha detto Henry Ford: le corse sono iniziate 5 minuti dopo la costruzione della seconda automobile. E qualcosa doveva pur cronometrare tutte quelle gare. Naturalmente, gli orologi della metà del secolo – anni ’50 e ’60 – sono l’argomento centrale. Nel libro, lo definisco The Chronograph Era, e ovviamente include anche cronografi a doppio pulsante: dal Breitling Navitimer, passando all’Omega Speedmaster, Heuer Carrera, Monaco e Autavia e, naturalmente, il Rolex Daytona. Quindi il libro si concentra sul periodo che va dagli anni ’50 fino ai giorni nostri. Inutile dire che questa edizione è molto completa≫.

    Com’è strutturata la versione deluxe dell’opera?
    ≪Questa terza edizione è stata completamente aggiornata, rieditata/riscritta e riprogettata. Volevo assicurarmi che fosse informativa, divertente e visivamente accattivante. E a questo ha contribuito anche la nuovissima postfazione di Patrick Dempsey, attore, pilota e ambasciatore TAG Heuer. E le inedite immagini dei fotografi di automobili Michael Alan Ross e Ted Gushue, oltre a un capitolo del caporedattore di Hodinkee Jack Forster≫.

    Perché ha coinvolto invece Jay Leno?
    ≪Perché no? Jay è un collezionista di automobili e di orologi famoso a livello mondiale. È anche un bravo ragazzo. Abbiamo scritto entrambi per Autoweek nello stesso periodo, è stato naturale coinvolgerlo. È stato fantastico lavorare con lui. Sono molto riconoscente≫.

    Da collezionista di orologi, quale è stato il suo primo esemplare?
    ≪Un Omega Seamaster, regalatomi da mio padre quando avevo 15 anni. Due anni dopo mi ha regalato un nuovo Cartier Santos. Purtroppo, oggi non li possiedo più…≫.

  • MB&F: the First Fifteen Years. Il primo catalogo ragionato nell’orologeria

    MB&F: the First Fifteen Years. Il primo catalogo ragionato nell’orologeria

    Ecco una pubblicazione capace di sorprendere chiunque ami gli orologi, soprattutto quelli prodotti dai marchi indipendenti e di nicchia. S’intitola MB&F: the First Fifteen Years, ma non è una semplice monografia. Per la verità, la poderosa opera – 312 pagine, scritte e illustrate con maniacale precisione e dettagli da certosino – se estesa con il medesimo format anche a manifatture e case più grandi, renderebbe la vita un po’ più facile al mondo del collezionismo. Vediamo perché.

    Il libro infatti è concepito come un “catalogo ragionato“. Per chi non lo sapesse, un catalogo ragionato è una descrizione analitica dell’opera omnia di un artista (in senso lato); cioè l’elenco di ogni singolo lavoro, completo di spiegazioni e commenti, comunemente usato in letteratura e nell’universo artistico. Con MB&F: the First Fifteen Years un catalogo ragionato appare per la prima volta in orologeria. A pieno diritto. Perché le creazioni del marchio ginevrino sono autentiche opere d’arte futuristiche e “ferocemente non convenzionali” – come si legge sul sito ufficiale.

    Fondato nel 2005, MB&F (l’acronimo sta per Maximilian Büsser & Friends) è un laboratorio concettuale d’arte e microingegneria, dedicato alla progettazione e realizzazione di esemplari scaturiti da speciali collaborazioni con maestri orologiai, designer visionari, esperti di micromeccanica, e il contributo di aziende e artigiani specializzati. Da sempre improntato alla massima trasparenza nel mettere in rilievo le persone (quasi un collettivo di amici) che stanno dietro la produzione delle diverse collezioni, il brand con questo libro svela anche le informazioni relative a ciascuno dei 3000 orologi realizzati nei primi 15 anni di vita.

    Come appunto anticipato nel titolo, MB&F: the First Fifteen Years racconta pezzo per pezzo l’intero catalogo dal 2005 al 2020. Scritto (in inglese) dalla giornalista Suzanne Wong e dal super-esperto William Massena, il coffetable blook è pubblicato dalle Editions de La Martinière e distribuito da Abrams. Nelle 30 pagine introduttive ripercorre la genesi del marchio creato da Max Büsser. Quindi documenta ogni singola “macchina orologiera”, inclusi prototipi e pezzi unici di cui sinora non s’era mai parlato. Comprende numeri di riferimento, specifiche tecniche, anni di produzione nonché la quantità esatta di ognuna delle 160 referenze prodotte. E descrive in dettaglio i 18 calibri sviluppati dal brand e dai suoi amici, sia per le Horological Machines che per le Legacy Machines. Il tutto illustrato da oltre 400 fotografie a colori.

    Avvertenze. La tiratura di MB&F: the First Fifteen Years è di sole 2.000 copie, di cui le prime 1.500 riservate al marchio stesso e ai suoi partner. Per questi (pochi) fortunati, il volume sarà presentato in uno speciale cofanetto (realizzato con la stessa schiuma ad alta denIl sità utilizzata per i packaging degli orologi); e sarà disponibile la prossima estate a 190 euro circa. Le restanti 500 copie, prive di custodia esterna, saranno invece vendute al pubblico in ottobre a 150 euro. Chi fosse interessato, comunque, farebbe bene a prenotarlo subito: le prevendite sono già aperte sull’e-shop MB&F della MAD Gallery.

  • “Orologi da polso 1900-1959”: la Storia in una guida (illustrata)

    “Orologi da polso 1900-1959”: la Storia in una guida (illustrata)

    È affascinante poter misurare le trasformazioni sociali e del costume attraverso oggetti la cui funzione ha assunto di epoca in epoca una diversa valenza. In questo senso, il libro Orologi da polso 1900-1959, dalle origini alla maturità è una guida interessante per ricostruire la storia dell’orologio nel periodo cruciale di passaggio dal taschino al polso. Con tutte le premesse, le implicazioni le conseguenza del caso. Da “bracciale con orologio” poco affidabile in quanto a precisione, quasi una bizzarria per un uomo, è poi diventato un accessorio indispensabile nella vita di tutti i giorni.

    Quindi un oggetto da collezione per gli appassionati di micro-meccanica, uno status symbol da ostentare in società, perfino un gadget per gli amanti della moda. E oggi? Lo strumento per la misura del tempo è tornato per così dire in tasca: nel senso che le ultime generazioni sono più portate a controllare l’ora sul proprio smartphone o su uno dei tanti dispositivi che portano con sé. Così il tradizionale orologio da polso meccanico ha assunto altri significati, più personali: indice di potere economico, segno di stile, sinonimo di cultura…

    Ne parliamo con l’autore

    Ma facciamo un passo indietro. E torniamo al libro Orologi da polso 1900-1959, dalle origini alla maturità: scritto e curato dall’editore, storico e collezionista Marco Strazzi, ci offre una testimonianza preziosa sull’evoluzione nel tempo di questo oggetto fortemente significativo. (Edito da Pressision Watch Books, il volume si trova in vendita anche nelle librerie online, come Amazon).

    «Come specificato nel sottotitolo, il libro abbraccia un periodo storico che va dalle origini al trionfo tecnologico dell’orologio da polso. Un periodo importante, perché è in questi decenni che è diventato uno strumento indispensabile per chiunque. Che fosse di lusso o economico, tutti dovevano portarlo a polso. Sennò non sapevano l’ora, semplicemente», dichiara Marco Strazzi, che abbiamo raggiunto via Skype.

    «All’inizio del XX secolo in pochi si fidavano dell’orologio da polso. Le donne hanno contribuito maggiormente alla sua diffusione, anche perché per loro indossare un bracciale non era un problema. Per gli uomini invece poteva sembrare una stramberia, una forma di effeminatezza: lo si guardava con molta diffidenza. Durante la Prima Guerra Mondiale, comunque, i soldati in battaglia lo indossavano spesso, perché era più pratico. Ma non era ancora tanto affidabile dal punto di vista meccanico», racconta l’autore.

    «Non c’erano infatti ancora gli strumenti che garantivano la fabbricazione di movimenti precisi In più polvere, urti, umidità contribuivano a far fermare l’orologio, che dal canto suo era di cattiva qualità. Negli anni ’20 poi ha cominciato a migliorare anche dal punto di vista tecnologico, fino ad affermarsi definitivamente». Solo negli anni ’30 infatti le vendite degli esemplari da polso hanno superato quelle dei modelli da tasca.

    I primi protagonisti

    Riassumendo, gli orologi da polso all’inizio erano orologio da tasca cui venivano saldate le anse per attaccare il il cinturino e poterli indossare. Quindi erano orologi da tasca modificati. Poi tutto è cambiato. «Cartier ha creato i primi orologi che non erano dei “figli poveri” degli orologi da tasca. Ha introdotto modelli in cui non si vede la parentela con l’orologio da tasca. Però era un fenomeno limitato, in pochi potevano infatti permettersi di avere un Cartier. La produzione era ridotta, si parla di poche centinaia di esemplari», prosegue Strazzi.

    «Ma non direi che esista un “modello zero” in particolare che ha contribuito alla diffusione dell’orologio da polso. È stato piuttosto l’insieme delle tecnologie che sono migliorate, fino a garantire la precisione di un orologio da tasca». Qualche nome in particolare fra i modelli storici? «Il Rolex Oyster è stato fondamentale per l’impermeabilità, la resistenza all’umidità e alla polvere. Il marchio ha poi fatto il primo movimento automatico affidabile, chiamato Perpetual. Ma è difficile attribuire a un solo modello il cambiamento di mentalità generalizzato che è avvenuto».

    La struttura del libro

    Il volume Orologi da polso 1900-1959, dalle origini alla maturità è dunque una cronistoria strutturata in cinque parti. La prima è dedicata al ventennio 1900-1919, le altre a un decennio ciascuna fino al 1959. Il tutto, preceduto da un breve antefatto sulla misura del tempo fino al XIX secolo. «Ogni sezione del libro si apre con un’introduzione sulle tendenze della tecnica e del design, e sui modelli più significativi. I capitoli sui singoli anni si articolano in tre parti: una panoramica dell’attualità con fatti di cronaca extra-orologiera (ad esempio lo scoppio della Grande Guerra); una con gli eventi del settore orologiero (fondazione di manifatture, acquisizioni e così via); infine una sezione di prodotti (“Le novità”)», spiega ancora.

    «I “piatti forti” di quest’ultima sono le schede con i dettagli tecnici e le annotazioni storiche, accompagnate dalle immagini degli orologi, dei movimenti e, in molti casi, dalle riproduzioni di annunci pubblicitari, certificati, cataloghi, opuscoli e brevetti. In molti casi l’anno non corrisponde esattamente al momento in cui l’orologio è stato messo in commercio. Però ogni orologio è collocato nel proprio periodo di competenza. Quando invece è possibile fissare una data di nascita precisa – con il Cartier Tank, il Rolex Oyster o l’Omega Seamaster ad esempio – allora ciascun modello è posizionato proprio nell’anno in cui è effettivamente entrato in commercio».

    Perché leggere Orologi da polso 1900-1959, dalle origini alla maturità

    Ricapitolando, l’opera è strutturata in tre sezioni: notizie extra-orologeria; notizie del settore, di natura economica/industriale; infine le novità corredate di schede. Nelle quali sono descritte tutte le caratteristiche dell’orologio trattato: tecniche, estetiche, meccaniche… per un totale di circa 400 esemplari e ben 1.300 immagini. «Questo lavoro è il frutto di una ricerca approfondita cominciata vent’anni fa. Le fonti sono solo cartacee. Per fortuna ho un buon archivio… E inoltre ho avuto accesso agli archivi di riviste, soprattutto svizzere. In questo modo il lettore ha qualcosa di alternativo a quello che trova su internet. Questa è la peculiarità della ricerca che ho fatto. E che spero possa servire come strumento di conoscenza per esperti e neofiti».

    Orologi da polso 1900-1959, dalle origini alla maturità va a colmare un vuoto esistente nel mondo della letteratura orologiera. «In circolazione ci sono tanti testi, soprattutto in inglese e francese. In italiano non mi risulta che ci sia qualcosa di simile al mio. Ma anche in lingua, non ho trovato pubblicazioni che abbiano una finalità soprattutto informativa. Mi auguro che in questo possa essere utile anche a chi conosce già il settore ma magari non sa tutto». Qual è il suo periodo storico preferito? «Sono molto legato al periodo che va dagli anni ’30 ai ’50. Tutto quello che si poteva fare, a livello estetico, è stato fatto in questo periodo». Come non essere d’accordo?

  • “The Independent Spirit”, omaggio ai maestri artigiani dell’AHCI

    “The Independent Spirit”, omaggio ai maestri artigiani dell’AHCI

    Gli orologi raccontati da chi li fa, mettendoci idee e mani. I maestri orologiai che firmano le loro creazioni con il proprio nome sono i protagonisti del libro The Independent Spirit. Time makers since 1985 di Olivier Muller (edito da Watchprint, con testi solo in inglese). Pubblicazione che celebra il 35° anniversario dell’Accademia orologiera dei creatori indipendenti. Più di un terzo di secolo di totale indipendenza, creatività, mostre e condivisione di una forma specializzata di “artigianato d’arte”.

    La premessa

    «L’idea dell’Accademia mi balenò quando un agente mi offrì un compenso in cambio del silenzio sull’origine di un mio progetto che aveva appena comprato», racconta Vincent Calabrese, co-fondatore della più antica organizzazione al mondo dedicata alla protezione dell’orologeria artigianale e indipendente. Fondata nel 1983 da un gruppo di quattro o cinque orologiai riunitisi a casa di Vincent Calabrese con l’obiettivo di dare valore a un mestiere che fino a quel momento era rimasto nell’ombra.

    «Prima di allora, era consuetudine che note fabbriche ordinassero complicazioni ad artigiani il cui nome restava, per contratto, sconosciuto. Un’abitudine bizzarra e ingiusta, ma ben radicata. Di conseguenza, gli artigiani non avevano alcun prestigio. Ed era la conseguenza, non la causa, di quell’abitudine. Ecco perché il primo passo per restituire il giusto valore al mestiere degli orologiai è farli conoscere». Questo il passaggio iniziale della premessa del libro The Indipendent Spirit. Time makers since 1985. Che è stato pubblicato proprio per far conoscere gli orologiai indipendenti e le loro creazioni più significative.

    I maîtres horlogers e le loro opere

    Per esempio quelle di Ludovic Ballouard, che presentano le ore saltanti in modo del tutto insolito. Dall’Upside Down, che le visualizza capovolte grazie all’esclusivo dispositivo planetario composto da 12 croci di Malta; all’Half Time, che le riporta “scomposte” su due dischi, ma pronte a ricomporsi magicamente a ritmo dei minuti retrogradi. Per ricordare che l’unico tempo che conta è il presente. Ma anche le creazioni pop di Konstantin Chaykin: come il Lunokhod Watch, che esibisce la luna più realistica dell’orologeria; e il Joker Watch, un faccione con occhi rotanti, sorriso diabolico e lingua di fuori, la cui espressione cambia con il tempo e le fasi lunari. Un “gioco” per l’orologiaio russo che creò un unicum nel suo Paese: il Moscow Computus Clock, con un movimento formato da 2506 componenti, che forniscono 26 funzioni.

    O ancora le visioni futuristiche di Felix Baumgartner, che insieme a Martin Frei ha poi dato vita al marchio Urwerk. Ed è proprio Baumgartner a dimostrarlo: i membri dell’Accademia non sono tutti svizzeri. La nazionalità non è una preclusione per l’adesione. E neppure il savoir-faire. C’è solo una condizione: l’indipendenza. Gli impiegati delle grandi aziende che nel tempo libero creano orologi per conto loro sono gentilmente messi alla porta. Lo chiarisce la premessa del libro pubblicato per il compleanno dell’Accademia, che in realtà è decorso l’anno scorso. L’istituzione infatti è stata ufficializzata nel 1985, con una prima esposizione al Musée d’Horlogerie a Le Locle. Oggi l’Accademia conta una trentina di membri, sedici ex soci e sette candidati all’ammissione. E a ciascuno il libro dedica uno spazio, più o meno lungo: sei pagine ciascuno gli attuali membri, una singola pagina gli altri.

    Olivier Muller racconta anche la storia di chi ha cambiato vita. Come lo svizzero Philippe Dufour, agli inizi impiegato in una ditta locale, poi in giro tra Londra, Francoforte e le Isole Vergini, per realizzare il sogno di fare esperienze internazionali; poi di nuovo in Svizzera, questa volta impegnato nelle più famose manifatture del mondo. Finché non decide di lavorare per conto suo, come riparatore di preziosi esemplari antichi. È allora che inventa il suo capolavoro: la Grande and Petite Sonnerie Minute Repeater. Come orologio da tasca prima (in 5 esemplari), e poi da polso, con cui vince la Medaglia d’oro per l’innovazione alla fiera di Basilea nel 1992.

    AHCI – The Independent Spirit. Fra genio e sapere

    Tante le innovazioni, le peculiarità, le passioni e le manie degli orologiai indipendenti. Scorrendo le pagine del libro scopriamo ad esempio che François-Paul Journe è stato il primo a produrre un movimento in oro rosa 18k. O che uno dei maggiori esperti dell’arte della lacca è il giapponese Tatsuo Kitamura, che ha attualizzato la tradizione nipponica elevandola con moderna sensibilità.
    Opere d’arte e di ingegno, curiosità e approfondimenti. Da The Independent Spirit. Time makers since 1985 emerge una galleria di ritratti in cui si incontrano genio e creatività, sapere tecnico e maestria. Un’insolita idea regalo per gli intenditori di fine artigianato o i collezionisti esperti interessati alla strada meno battuta.

  • “The Art of Breguet” by George Daniels. L’attesa riedizione

    “The Art of Breguet” by George Daniels. L’attesa riedizione

    Torna una pietra miliare tra i libri sull’arte orologiera: The Art of Breguet. Uno di quei volumi che non può mancare sulla scrivania e nelle librerie di collezionisti, esperti e appassionati. Inesauribile fonte di ispirazione per gli orologiai di oggi, è la storia illustrata più completa esistente sull’operato di Abraham-Louis Breguet (1747/1823). Un personaggio che non ha certo bisogno di presentazioni. Considerato “il Leonardo da Vinci dell’orologeria”, con le sue invenzioni tanto geniali quanto originali (una fra tante: il tourbillon), è davvero il padre dell’orologeria moderna. Colui che ha cambiato radicalmente il concetto stesso di orologeria, trasformandola in una forma d’arte.

    A rendere questo libro ancora più prezioso è, poi, il suo autore: l’inglese George Daniels (1926/2011). Egli stesso un maestro orologiaio tra i più grandi del Ventesimo secolo. Noto, fra gli addetti ai lavori, soprattutto per la paternità dello scappamento Co-assiale, sviluppato poi da Omega e parte integrante dei migliori movimenti del marchio. Come studioso e ricercatore si è distinto per il vasto sapere sull’orologeria del XVIII e del XIX secolo. E da grande esperto dell’opera di Abraham-Louis Breguet, in particolare, nel 1975 ha pubblicato appunto The Art of Breguet. Un grande classico dal successo globale, diffuso anche in Italia e più volte rieditato.

    Diventato poi un testo raro, difficile da trovare anche sul mercato del collezionismo, il volume è stato ora ristampato in un’attesissima edizione. Che include una prefazione dello storico Emmanuel Breguet, diretto discendente di Abraham-Louis, nonché Vicepresidente della Maison fondata a Parigi nel 1775 (e di proprietà di Swatch Group dal 1999). Il libro è disponibile in tutto il mondo, solo in lingua inglese, nelle maggiori librerie tradizionali. Ma può essere anche acquistato online, sul sito dell’editore Bloomsbury Publishing, oltre che nei consueti e-shop come Amazon.

    Come si evince dal titolo, le oltre 400 pagine descrivono in dettaglio la complessità dell’arte di Breguet. La lettura è accompagnata da più di 900 illustrazioni in bianco e nero, di cui 109 disegni che mostrano gli studi e i progressi tecnici effettuati dal grande maître horologer. La storia dello sviluppo della vasta produzione è illustrata in una sezione separata, organizzata in ordine cronologico. Ogni esemplare è accompagnato da una descrizione delle caratteristiche esterne, di quelle tecniche del movimento, del periodo di fabbricazione e, ove possibile, della data di vendita.

    La prima parte del prezioso volume è suddivisa nei capitoli “Abraham-Louis Breguet”, “The House of Breguet” e “Workshop Practice” che introducono nel mondo della maison orologiera. La seconda parte, invece, è dedicata alla produzione vera e propria, approfondita nei capitoli “Versatility and Evolution of Style”, “Colour Plates”, “Principal Types and Styles” e  “Series Production”. Ancora più interessante il capitolo “Mechanical Techniques” riservato agli aspetti tecnici, che chiude l’opera ed è seguito da un nutrito “Glossario”.

    Ciò che colpisce, ancora ai nostri giorni, è l’analisi lucida realizzata da George Daniels in queste pagine. Una trattazione mirata alla comprensione sia del pensiero orologiero di Abraham-Louis Breguet, sia degli aspetti tecnici del suo lavoro. E che quindi soppianta l’aura mistica e misteriosa della sua figura con una connotazione più chiara e concreta. Anche a distanza di tanto tempo dalla prima edizione, senza dubbio, The Art of Breguet è ancora un libro da non perdere.

  • “Reverso”: storia e storie di un orologio di culto. Tutte da sfogliare

    “Reverso”: storia e storie di un orologio di culto. Tutte da sfogliare

    Il 2021 è un anno di particolare importanza per Jaeger-LeCoultre. La Grande Maison celebra infatti i novant’anni dalla creazione del Reverso, uno degli orologi da polso più celebri al mondo. Quale occasione migliore, dunque, per festeggiarlo con un libro da collezione? Intitolato proprio “Reverso”, ed edito da Assouline, è stato realizzato da Jaeger-LeCoultre in collaborazione con lo storico, giornalista, scrittore ed esperto orologiero Nicholas Foulkes. Opera di pregio, l’elegante volume ripercorre la storia e l’evoluzione dell’iconico orologio lungo nove decenni; e al tempo stesso regala un suggestivo ritratto della società e dei cambiamenti culturali che hanno fatto da sfondo al suo successo.

    Le origini Art Déco

    Il tutto dispiegato attraverso 200 pagine, impreziosite da 150 illustrazioni, tra fotografie originali e rare immagini d’archivio. Nove anche i capitoli che lo compongono, nei quali si mettono a fuoco diversi aspetti del Reverso. Dal contesto delle origini alle creazioni della Manifattura nella Vallée de Joux, dalle testimonianze di chi lo possiede ai processi di produzione, fino al continuo reinventarsi nell’estetica come nella meccanica, il libro ritrae l’orologio a tutto tondo. E, al di là dell’intento celebrativo, aiuta a comprendere la perenne modernità del Reverso, l’atemporalità del suo stile.

    Leggenda vuole che degli ufficiali inglesi di stanza in India, giocando a polo, rompessero inevitabilmente il vetro dei propri orologi. Per ovviare al problema, l’ingegnere parigino di Jaeger, René Alfred Chaute, progettò l’inedito sistema a cassa ribaltabile, che sarà di lì a poco brevettato. Nacque così il Reverso (dal latino: mi giro, mi rovescio), nel 1931, all’apice del periodo Art Déco. E quel gesto – del tutto nuovo – di far ruotare la cassa dell’orologio catturò lo spirito dei tempi e divenne simbolo dello stile modernista.

    Il capitolo iniziale, “Art Deco Origins”, come suggerisce il titolo stesso offre un’immersione nel contesto storico, culturale e artistico in cui il Reverso fu ideato. A partire dall’Esposizione internazionale di arti decorative, industriali e moderne, organizzata a Parigi nel 1925. Che influì a tal punto sul gusto e sul costume dell’epoca da dare origine alla definizione Art Déco, sebbene il fenomeno nasca ben prima di quella data. In queste pagine, splendide foto in bianco e nero illustrano le sofisticate architetture, l’urbanistica e la moda del tempo.

    Il Reverso e l’Arte

    Colpiscono, in particolare, due capitoli in cui risalta l’idea di Arte da sempre connessa al Reverso. Il primo, “High Watchmaking”, mette in evidenza le invenzioni meccaniche associate all’orologio, soprattutto dal 1991 in poi. Negli oltre cinquanta calibri di forma, realizzati specificamente negli anni per i tanti modelli, Jaeger-LeCoultre ha infatti sviluppato le complicazioni più diverse. Tutte quelle tradizionali dell’alta orologeria (come il tourbillon o la ripetizione minuti) e altre messe a punto in esclusiva (un esempio per tutti: il Gyrotourbillon), anche mostrate su entrambi i lati della cassa reversibile.

    Invece il secondo, “Métiers Rares”, documenta le tecniche di decorazione che fanno parte del patrimonio della Grande Maison e sono sempre state applicate al Reverso. Il fondello in metallo, nato appunto come soluzione puramente funzionale, fin dall’inizio ha rappresentato una sorta di “tela d’artista”, su cui maestri incisori e smaltatori hanno trasferito la propria creatività. Spesso su richiesta dei proprietari che lo hanno personalizzato in ogni modo: con stemmi di famiglia, monogrammi, dediche, miniature di opere famose… E non solo nei primi 60 anni di vita, finché l’orologio è stato un “solo tempo”, ma anche ai giorni nostri.

    Incuriosisce infine il capitolo “Personal Stories”, che riporta aneddoti e testimonianze dei possessori del Reverso. Collezionisti e non, accanto a personalità del mondo dello sport, della cultura e dello stile che hanno scelto di portarlo al polso. Uno su tutti, Giovanni Soldini: il celebre velista racconta l’avventura capitatagli nel 1999 durante l’Around Alone. Quando vinse la regata attorno al mondo, dopo avere soccorso Isabelle Autissier, alla deriva nell’Oceano Pacifico. E il suo Reverso è lì, a ricordarglielo.    

  • Gino Macaluso, una vita per la meccanica d’eccezione. In un libro

    Gino Macaluso, una vita per la meccanica d’eccezione. In un libro

    Diciamolo subito: questo tipo di libri è spesso un po’ noioso. Biografie in cui le azioni del biografato non possono essere collocate nella storia perché il ricordo è ancora fresco. Si parla di quanto bello e buono fosse il defunto, e si cerca di entrare in dettagli che, tutto sommato, interessano solo ai parenti e agli amici stretti.
    Mac, il libro su Luigi “Gino” Macaluso è diverso. Molto. Edito da Rizzoli (252 pagine, 75 euro), a cura della Fondazione Gino Macaluso per l’auto storica, più che sulla persona spinge l’acceleratore sul percorso compiuto da Macaluso e sulla logica di questo percorso. Che si può sintetizzare in un sentiero che esplora la meccanica d’eccezione con il gusto per il bello, derivato da una laurea in architettura. Potrebbe apparire fin banale se non si comprendesse che questo sentiero è stato in gran parte tracciato dallo stesso Macaluso.

    Gino e il rally

    Gino inizia giovanissimo come navigatore in uno sport che proprio negli anni del suo impegno stava radicalmente mutando. Il rally diventava uno sport motoristico ricco di seguito popolare perché univa il consueto (autovetture apparentemente uguali a quelle di tutti i giorni) con l’eccezionale, ossia la trasformazione di queste auto in bolidi in grado di sfrecciare su qualunque terreno. Il pilota, come sempre, appare protagonista. Eppure chi va a scavare scopre che il navigatore alla sua destra diventa l’occhio sul futuro del pilota, quello che avverte di quel che l’equipaggio troverà fra breve, brevissimo tempo.

    Per fare il navigatore devi essere preciso, meticoloso, attento, devi sapere cosa dire e quando dirlo. Forse Gino era così, forse lo è diventato: non importa. Sta di fatto che Macaluso, nel suo tutto sommato breve percorso nell’ambiente dei rally, comincia presto ad assumere incarichi più importanti che lo portano allo sviluppo di auto pensate in maniera specifica per i rally. E già comincia ad unire la passione per le vetture a quella per la vocazione tecnica ed estetica dell’architetto.

    Gino e l’orologeria

    Lasciato l’ambiente dei rally Gino Macaluso passa all’orologeria. Prima lavorando per un grande, storico distributore d’orologi, poi aprendo una propria azienda, la Tradema. Distribuisce Breitling, Blancpain, Hamilton e Girard-Perregaux. Per il mercato italiano dell’orologeria sono anni d’oro non solo in termini di vendite, ma anche per il contributo di disegnatori italiani. Tra i quali si colloca, appunto, Gino Macaluso, il cui apporto al successo di Breitling in Italia è stato determinante.

    Poi, nel 1992, il passo decisivo. Macaluso acquista uno dei più antichi marchi d’orologeria svizzera: Girard-Perregaux. Ma non sono rose e fiori: affronta inizialmente forme di protezionismo piuttosto severe e le supera gradualmente. Come pure una certa diffidenza che solo dopo molti anni e molti risultati si trasformerà in ammirazione.

    Non è una vita facile. Paga prezzi anche elevati, ma non molla mai, non deroga dalla strada ben delineata nella sua mente: la vocazione dell’architetto a unire tecnica ed estetica. L’amore per la meccanica d’eccezione che sfocerà, infine, in una collezione di orologi dedicati alla Ferrari. I primi orologi d’alto lignaggio dedicati a una marca d’automobili. Orologi di qualità tale da far comprendere come la strada migliore per unire automobilismo e orologeria debba essere quella che prevede pari dignità per entrambi i marchi.

    Mac – la Fondazione Gino Macaluso per l’auto storica

    Ecco, a ben vedere questo libro, per altro corredato da un notevolissimo impianto fotografico, possiede il valore di un manuale pratico ad uso delle nuove generazioni. Un manuale per comprendere come il talento vada supportato da studio e pazienza, da meticolosa volontà e dal coraggio di andare avanti quando tutto sembra remare conto. Tutte cose già dette mille volte, se vogliamo, che però in questo libro su Gino Macaluso emergono finalmente senza intenti agiografici, senza esagerazioni. Semmai – posso dirlo perché l’ho conosciuto – con la discrezione, con il pudore di chi lo sente ancora vivo e saprebbe bene quanto Gino non gradirebbe sentirsi trasformato in un santino. Un bel libro davvero. E utile.

    Vorrei far notare infine che la Fondazione a lui intitolata non gestisce solo una pur ricca collezione d’automobili; ma un vero e proprio percorso storico, concepito non tanto per stupire con la bellezza di certe vetture, quanto per comprendere l’evoluzione dell’automobilismo italiano. Ancora una volta percorsi logici, ben espressi nello spirito di Gino Macaluso.

  • “Hublot XL”. 40 anni di storia celebrati da un volume di grande formato

    “Hublot XL”. 40 anni di storia celebrati da un volume di grande formato

    Nel 2020 Hublot ha compiuto 40 anni. Un traguardo celebrato con una mostra e un libro di grande formato, riccamente illustrato, che ripercorre le tappe dell’avvincente storia del Marchio, dall’inizio ai giorni nostri. Un volume molto particolare, d’arte e da collezione, con tanto di custodia cartonata e un’apertura sulla copertina che incastona una “H” stilizzata, iniziale di Hublot. Nome che ne è anche semplicemente il titolo: Hublot XL.

    Il vocabolo in francese significa “oblò” ed è stato felicemente scelto fin dagli esordi per caratterizzare quell’orologio – a lungo rimasto l’unico in catalogo – che nel 1980 ha decretato e accompagnato la nascita del Marchio. Tant’è vero che è proprio il modello originario ad aprire il primo dei quattro capitoli di Hublot XL. Realizzato con la grafica di Hélène Bouillaguet e i testi di Michel Jeanneot, il libro è disponibile (su ordinazione, contattando direttamente Hublot) in inglese, francese o cinese.

    L’idea che lo distingue è quella di classificare Hublot secondo gli esemplari più importanti, le persone che ne hanno fatto (e fanno) la storia, il concetto di “arte della fusione” e il mondo che gravita attorno al marchio. Il cui primo orologio è un “grande classico”. Che, al momento del lancio sul mercato, ha fatto scalpore per la cassa in oro agganciata a un cinturino in caucciù. Del resto l’inedito accostamento di materiali è stata la scommessa su cui si è basata la nascita stessa di Hublot. Una scommessa vinta, dato il favore che all’epoca incontrò presso il pubblico degli appassionati di bella orologeria da polso. E che ha connotato tutto il percorso della Marca, la cui parola d’ordine è “innovazione”.

    Una parola parte del sottotitolo di Hublot XL, che recita appunto “retrospettiva su 40 anni d’innovazione”. E che si dimostra tale nella cinquantina di pagine del primo capitolo dedicato ai prodotti, tra cui spiccano le collezioni Classic Original, Classic Fusion, King Power e Big Bang. Un’altra ventina di pagine sono poi dedicate alle persone care a Hublot: innanzitutto il fondatore, l’italiano Carlo Crocco; poi Jean-Claude Biver che ne ha raccolto l’eredità; e Riccardo Guadalupe, che ne è attualmente Ceo. Ma anche i tanti testimonial d’eccezione, come Pelé e Lapo Elkan.

    C’è poi il capitolo destinato a illustrare quel concetto di “arte della fusione” che ha generato e plasmato la storia di Hublot. Una quarantina di pagine che immergono il lettore in un’entusiasmante carrellata di materiali e colori. Dalla ceramica al cristallo zaffiro, passando per speciali leghe dell’oro e ancora una volta il caucciù. E con tanto d’approfondimento sui macchinari e le tecniche che li rendono possibili. Fa parte di questo capitolo anche una sezione dedicata alle meccaniche e alle complicazioni, in una sorta di trasferimento del concetto di “fusione” dall’estetica alla tecnica e alle sue sfaccettate funzionalità.

    Le ultime pagine (e siamo arrivati a 224) di Hublot XL sono dedicate all’universo della Marca: la manifattura di Nyon con tutti i suoi compartimenti; le molte boutique in tutti i continenti, gli chef, le star e gli artisti. E con il mondo dello sport rappresentato ai massimi livelli, non solo dal golf e dal basket, ma anche dall’automobilismo e dal calcio. E se il capitolo consacrato alla Scuderia Ferrari fa parte ormai della storia, quello dedicato alla Champions League è di piena attualità.

  • “Chanel Instant Eternel”: la storia del J12 in un racconto per immagini

    “Chanel Instant Eternel”: la storia del J12 in un racconto per immagini

    S’intitola Chanel Instant Eternel il nuovo libro fotografico dedicato ai 20 anni del J12. Una ricorrenza celebrata lo scorso anno, di cui Il Giornale degli Orologi si è più volte occupato e sulla quale non intendo soffermarmi di nuovo; né voglio qui ripercorrere la storia dell’orologio o spiegare cosa rappresenti. Non mi sembra il caso. Preferisco invece concentrarmi sulla monografia, arrivata intonsa nelle mie mani, con la carta ancora crepitante, rigida nelle legature tese e fragrante di inchiostro. Un piacere tutto da sfogliare.

    Da oggi nelle librerie online (ma in vendita anche in quelle fisiche), Chanel Instant Eternel è un bel volume di grande formato, curatissimo nella grafica e nella stampa, uscito per i tipi di Thames & Hudson. Ricco di immagini rigorosamente in bianco e nero, è composto da oltre 150 pagine quasi tutte illustrate, eccetto quelle dell’introduzione (poche: 4 e mezza), firmata Nicholas Faulkes. Testo che vale la pena di leggere, perché il giornalista inglese – collaboratore di testate prestigiose, autore di decine di libri, un’autorità in fatto di costume e di lusso – tratteggia (lui sì, con penna brillante) le vicende e i retroscena del J12.

    Faulkes racconta infatti la genesi dell’orologio attraverso la figura del suo creatore, Jacques Helleu. Un uomo con “il cervello di un ingegnere, l’anima di un artista e il gusto di un dio (…), dotato di una volontà di ferro e di un carattere inflessibile”. Altrove poi traccia un ritratto di Mademoiselle Coco, di cui riesce a cogliere, in poche righe e con particolare sensibilità, l’impronta essenziale nella storia della moda del XX secolo. Fino a giungere ad Arnaud Chastaingt e al restyling da lui compiuto nel 2019, in grado di proiettare il J12 nel futuro dei prossimi 20 anni.

    Per il resto, il libro Chanel Instant Eternel è una splendida carrellata di fotografie realizzate dai grandi dell’obiettivo, di ieri e di oggi. Una galleria di immagini incisive, di estrema qualità, perlopiù riprodotte a piena pagina (perfino in doppia pagina) con qualche efficace collage. Alcune famosissime, come il ritratto di Gabrielle Chanel con le perle scattato da Man Ray nel 1935; altre note solo al pubblico più modaiolo degli addetti ai lavori, perché estratte da fashion magazine internazionali o direttamente dagli archivi della Maison.

    Ecco allora il J12 negli still life ambientati di Guido Mocafico o nelle suggestive macro di Kanji Ishii. Gli “indossati” al polso delle muse Chanel: Vanessa Paradis ritratta da Peter Lindbergh, Ali MacGraw da Pamela Hanson; Claudia Schiffer per Vogue Russia o Kristen Stewart per Harper’s Bazaar UK. E poi gli scatti delle campagne, come quelle di Patrick Demarchelier e (ovviamente) dello stesso Karl Lagerfeld. Ma le foto di Chanel Instant Eternel sono davvero tante, impossibile citarle tutte… Quello che mi ha colpito, comunque, è l’effetto artistico del loro insieme, privo di un ordine cronologico ma dettato dal gusto e dalla logica. Una successione di immagini che scorrono veloci come frame in un video di carta.

  • “Orologi da Polso” esce in edizione aggiornata. Raccontata qui dall’autore

    “Orologi da Polso” esce in edizione aggiornata. Raccontata qui dall’autore

    In occasione dell’uscita del libro Orologi da Polso di Paolo De Vecchi e Alberto Uglietti, pubblichiamo con piacere la recensione del volume scritta in esclusiva per noi dall’autore. Che passa così dalle Cronache di PDV ad altri Percorsi di Viaggio, virtuali – o meglio cartacei. Meno impegnativi sul piano fisico ma altrettanto coinvolgenti a livello emotivo

    Su invito del direttore, mi ritrovo – e ben volentieri – a scrivere su Il Giornale degli Orologi dopo quasi un anno d’assenza. Fortunatamente non per problemi personali, ma semplicemente per l’oggettiva mancanza d’argomenti. Almeno dal mio “punto di vista” sul mondo delle lancette, a suo tempo concordato con Augusto e Daniela: le cosiddette Cronache di PDV. Si trattava infatti di raccontare la presenza agli eventi, il loro svolgersi e il senso, come appunto nell’ultimo mio articolo, un invito al viaggio con i nuovi Travel Time di Patek Philippe.

    Era l’inizio di questo dannato 2020 e il fatto è che trasferte ed eventi – causa pandemia – da allora non hanno più avuto seguito. In questi dodici mesi di cose ne sono successe tante; molte hanno anche riguardato il nostro lavoro di scrittura, che ha avuto alti e bassi, cambiamenti e innovazioni, aperture e chiusure d’orizzonti. Personalmente, ho avuto in primavera la buona sorte di ricevere – insieme all’amico e collega Alberto Uglietti – la richiesta da parte di De Agostini di rieditare un volume che avevamo scritto a quattro mani molti anni fa.

    Un libro illustrato sull’industria del tempo, efficacemente distribuito da uno degli storici editori italiani e più volte ristampato, di cui si chiedeva appunto per l’inverno una sostanziosa revisione. Ed è quello che abbiamo fatto. Il che, per quanto mi riguarda in quest’anno disgraziato, ha tenuto viva la passione e l’interesse per il lavoro d’approfondimento e divulgazione degli aspetti storici ed estetici dell’orologeria. Quelli che mi hanno sempre interessato e che proprio in un libro possono trovare la loro migliore espressione.  

    Il volume in questione s’intitola Orologi da Polso. Tutti gli esemplari che fanno la storia. Giunto nelle librerie proprio in questi giorni, è una bella occasione per ritornare con una recensione a scrivere per Il Giornale degli Orologi. Con i miei Percorsi di Viaggio che da oggi riprendono su altre rotte. Non più tra gli eventi internazionali, ma tra le pagine – per materiali o virtuali che siano – della ricca biblioteca dell’orologeria.     

    Pubblicato per la prima volta nel 2005 e più volte – questa del 2020 è la quinta – ristampato, Orologi da Polso è un’opera che racconta la nascita e lo sviluppo delle macchine del tempo; ma si focalizza proprio sugli esemplari da polso. Il libro è stato integrato con una cinquantina di nuove pagine. Queste aggiunte hanno permesso non solo di aggiornarlo con le più recenti produzioni di molte storiche maison svizzere (da Rolex a Patek Philippe, passando per Cartier, Audemars Piguet, Tag Heuer e Swatch), tedesche o americane; ma anche di raccontare marchi d’ultima generazione (Nomos Glashütte) o protagonisti di un felice nuovo corso, com’è il caso dei giapponesi (Citizen, G-Shock e Seiko).

    L’introduzione illustra la centralità dell’oggetto-orologio nella vita quotidiana, con particolare riferimento all’impatto sociale generato da tale strumento sulla moderna civiltà occidentale. Seguendo un percorso che ha consentito – epoca dopo epoca e grazie a una sempre più avanzata industrializzazione – di trasferire la misurazione del tempo dai campanili e dalle torri fin dentro le abitazioni. E poi, appunto, al polso.

    La parte centrale di Orologi da Polso è invece dedicata ai principali marchi d’orologeria. Quelli che hanno contribuito a generare una forte e ormai radicata passione in un sempre più vasto pubblico d’appassionati e collezionisti. Una storia raccontata attraverso le dinamiche aziendali di una sessantina di maison di dichiarata fama, la maggior parte delle quali ancora oggi attive. Che confermano quindi la vitalità del settore.

    Gli orologi illustrati nel volume testimoniano i continui progressi tecnologici e di design messi a segno nel tempo. Dall’epoca pionieristica dei primi del ’900 fino alla completa maturità degli anni ’50 e ’60; passando per l’avvento del quarzo dei ’70 e ’80, fino al forte ritorno della passione meccanica avvenuta al giro di boa dell’anno 2000. Il glossario e la bibliografia delle pagine finali consentono poi di compiere questo lungo viaggio nel mondo degli strumenti del tempo equipaggiati con le nozioni di base dell’orologeria.

    Fa piacere infine aggiungere che la stampa è avvenuta in Italia. Non solo per motivi logistici legati al perdurare della pandemia, con la conseguente esclusione d’interlocutori asiatici o est-europei. Ma anche e soprattutto per una scelta di qualità.

     

  • “Vintage Rolex”: la più grande collezione al mondo raccontata in un libro

    “Vintage Rolex”: la più grande collezione al mondo raccontata in un libro

    Un Oyster Perpetual Day-Date con quadrante Stella giallo si staglia su uno sfondo nero: è l’immagine di copertina del volume Vintage Rolex. The largest collection in the world. Che raccoglie più di 1.800 immagini di Rolex lanciati tra il 1910 e il 1990, tutti passati per il negozio londinese The Vintage Watch Company. Perché il libro, scritto da David Silver, è un omaggio ai primi 25 anni della boutique che l’autore gestisce assieme al padre, John Silver. Un punto di riferimento per i collezionisti di orologi di tutto il mondo.

    The Vintage Watch Company, fondata nel 1995 e oggi a Burlington Arcade, nel West End, possiede la più grande collezione di Rolex d’epoca: oltre 2000 pezzi. Quasi tutti rappresentati nelle 384 pagine del nuovo tomo enciclopedico. Dagli esemplari da tasca ai primi modelli da polso, eleganti nella loro semplicità ma rivoluzionari nel loro impatto. Dai primissimi Submariner agli iconici Daytona, fino alle collezioni Crown tempestate di pietre preziose.

    «Vintage Rolex è un’ode, una lettera d’amore e un inno alla tradizione di famiglia. E allo stesso tempo una celebrazione della longevità del marchio Rolex», l’ha definito il New York Journal of Books. Che la casa svizzera della Corona sia la più leggendaria e collezionata al mondo si sa. Basti pensare al Daytona appartenuto a Paul Newman, battuto all’asta da Phillips a New York nell’ottobre 2017 per 17,8 milioni di dollari.

    Restando al cinema, come non ricordare che il Rolex Submariner 6538 aiutò Sean Connery a diventare James Bond? Nel 1962, al debutto cinematografico del primo capitolo della saga scritta da Ian Fleming (originariamente intitolata Dr. No, diventata in Italia Licenza di uccidere), l’agente 007 indossa in tante scene quel celeberrimo subacqueo. Oltretutto molto versatile: resistente in combattimento e a proprio agio sott’acqua, adatto a una passeggiata sulla spiaggia con Ursula Andress come con i gemelli di uno smoking. Da allora il Submariner 6538 è il Rolex più ricercato dai collezionisti. Mentre Sean Connery è rimasto, per quasi tutti, il più amato James Bond di sempre.

    Con tempismo perfetto, Vintage Rolex è uscito nelle librerie americane il 25 agosto 2020, giorno in cui Sean Connery compiva 90 anni. E c’è un’altra coincidenza: David Silver aveva impostato la data dell’Oyster Perpetual Day-Date in copertina sul 25, per celebrare il 25° anniversario del negozio The Vintage Watch Company. E regolato il giorno della settimana sul martedì. «Avevo programmato di fare un post su Instagram con una foto del libro il giorno successivo a quello in cui l’ho ricevuto. Poi ho realizzato che quel giorno era martedì, il 25 agosto», ha raccontato Silver.

    «Questo libro non è per i collezionisti di Rolex», ha spiegato ancora Silver, che ha specificato di voler dedicare il volume a tutti gli appassionati. «I miei clienti non sono gli acquirenti da un milione di sterline». Certo, a giudicare dai modelli che sono passati per il negozio negli ultimi 25 anni, si tratta quantomeno di persone benestanti. Oltre al Daytona “Paul Newman”, ci sono ad esempio il GMT-Masters “Pepsi” e l’Oyster Day-Date in platino con bracciale “Octopus” tempestati di diamanti. O ancora un pezzo del 1973 decorato con lo stemma del Sultano dell’Oman. E un Oyster Day-Date del 1980 con quadrante dégradé laccato blu e indici di diamanti.

    A pagina 258, poi, c’è una scatola con 15 esemplari rari: un ordine effettuato da un singolo acquirente in un colpo solo. «L’abbiamo fatto diverse volte per i clienti», afferma Silver. «Abbiamo creato scatole da 10 a 20 pezzi con tutti i colori del quadrante Stella o tutti gli esemplari del quadrante in pietra. Alcuni anni fa, il mercato russo era particolarmente interessato a queste operazioni. Presentare a qualcuno un’intera collezione, istantaneamente, in una volta sola, è davvero notevole», commenta il negoziante. E rivela che il suo maggiore cliente possiede oltre 100 Rolex.

    Il libro Vintage Rolex. The largest collection in the world, pubblicato da Pavilion e distribuito da Rizzoli International, sarà nelle librerie europee a partire da domani, giovedì 12 novembre, al costo di 60 euro. In dicembre (in Gran Bretagna e negli States) uscirà anche un’edizione di lusso: un regalo perfetto per i veri appassionati.

  • “L’entreprise Jaquet-Droz”:  una business history per la cultura dell’orologeria

    “L’entreprise Jaquet-Droz”: una business history per la cultura dell’orologeria

    Forse qualcuno ricorda “Automates & Merveilles”. Una mostra spettacolare: suddivisa in tre sezioni, era andata in scena nel 2012 in altrettanti musei svizzeri (a Neuchâtel, La Chaux-de-Fonds e Le Locle), e aveva esposto le creazioni più incredibili realizzate nella “bottega” di Jaquet-Droz, nel XVIII secolo. Alla base di questa serie di esposizioni c’era un progetto scientifico molto ampio, compiuto da tre ricercatori dell’Istituto di storia dell’arte e museologia dell’Università di Neuchâtel: Rossella Baldi, Sandrine Girardier ed Heloisa Munoz. Quel progetto ora è servito come base per un altro, recente saggio: “L’entreprise Jaquet-Droz. Entre merveilles de spectacle, mécaniques luxueuses et machines utiles (1758-1811)”, scritto dalla stessa Girardier e pubblicato dalle Éditions Alphil – Presses Universitaires Suisses.

    Un libro molto interessante, che fa luce su tre importanti figure nella storia dell’orologeria svizzera: Pierre Jaquet-Droz (1721/1790), fondatore della maison che oggi fa capo a Swatch Group, suo figlio Henry-Louis (1752/1791) e il loro socio, Jean-Frédéric Leschaut (1746/1824). Si tratta di uno studio critico sull’attività di Jaquet-Droz, raccontata attraverso il sapere tecnico dei tre orologiai/imprenditori, la loro produzione e le loro strategie commerciali. Un’analisi rigorosa, resa possibile dal raffronto di fonti diverse, le più disparate: atti notarili, documenti societari, testimonianze letterarie, giornali e riviste d’epoca, oltre naturalmente agli archivi della stessa impresa.

    Ma “L’entreprise Jaquet-Droz” non è una semplice indagine sulla vita e le opere dei due Jaquet-Droz, padre e figlio, e di Leschaut, loro amico e collaboratore di una vita. Va ben oltre. Guarda l’attività dell’impresa da punti di vista differenti: la pone al centro di interessi economici, sociali, tecnici, culturali, e soprattutto in un’ottica internazionale. La depura dalla visione agiografica tipica della letteratura del passato (peraltro ricca e abbondante), per restituirle una complessità storica più vicina alla realtà. Supera il “mito Jaquet-Droz”, basato perlopiù sulla costruzione dei celebri androidi, per concentrarsi sulla pratica imprenditoriale attuata nel concreto. A proposito degli automi, riesce a collocarli nella giusta prospettiva: quella di ambasciatori del virtuosismo meccanico di Jaquet-Droz. A tutto vantaggio dell’immagine, della reputazione e del prestigio dell’azienda. 

    Come scrive la stessa autrice, “L’entreprise Jaquet-Droz” analizza “i processi di fabbricazione, intimamente legati alla gestione della manodopera, le tappe e le strategie di commercializzazione dei prodotti meccanici di lusso” nella seconda metà del XVIII secolo e nei primi decenni del successivo. Vuole comprendere come si svolgeva il sistema produttivo, diviso fra la Svizzera e l’Inghilterra (sedi e atelier si trovavano a La Chaux-de-Fonds, Londra e Ginevra); e il contesto di fabbricazione: gli operai e il loro savoir-faire, le sinergie nell’organizzazione del lavoro. In poche parole, spiega come funzionava la maison, sia al proprio interno che verso l’esterno.

    La narrazione infatti dà ampio spazio anche agli sbocchi commerciali, alla rete di vendita sviluppata sui principali mercati: dalla Spagna alla Cina, dagli stati tedeschi a Costantinopoli, senza dimenticare i mercati trasversali che potevano essere raggiunti in modo indiretto. “L’entreprise Jaquet-Droz”, in pratica, è una business history trattata lungo cinque assi di ricerca: la storiografia; gli automi; la produzione orologiera; la commercializzazione internazionale; le declinazioni meccaniche a beneficio della società. Ma l’approccio monografico riesce a dare un contributo notevole alla storia economica e sociale dell’intera orologeria svizzera.

    Se ancora non vi ho convinto ad affrontare le 600 e rotte pagine del volume di Sandrine Girardier, posso aggiungere che il testo si legge facilmente: non è poi così difficile e non è affatto noioso. L’unico ostacolo può essere solo la lingua (è scritto in francese e non esiste traduzione). Oltretutto “L’entreprise Jaquet-Droz” ha anche un prezzo più che accessibile, e la versione digitale costa ancora meno. Se proprio volete risparmiare, poi, potete scaricare il pdf direttamente dal sito dell’editore: è gratis. Quando si dice divulgazione…

  • “Time to Race”, storie di uomini, di auto e di orologi

    “Time to Race”, storie di uomini, di auto e di orologi

    Uomini alla sfida del tempo. It’s Time to Race, è tempo di gareggiare. Una competizione a due: il pilota con il fluire dei millesimi dei secondi, il maestro orologiaio col tentativo di imbrigliare il suo scorrere all’interno di molle e ingranaggi dalle dimensioni microscopiche, dai materiali preziosi e dall’altissima precisione. È sempre lui l’avversario da battere. Cronos, con la sua danza cadenzata e inesorabile dal ritmo monotono. 

    Sempre uguale a se stesso eppure così lineare nel suo evolvere che scandisce un passato e un futuro. E noi sempre sul filo leggero del presente. Nella vita come in pista. Giro dopo giro è un gioco di traiettorie, di scie, di minime regolazioni per sfidare il cronometro. Di prestazioni senza compromessi sul confine dei millesimi di secondo. Consapevoli che indietro non si torna.

    Ma cosa hanno in comune due mondi tanto diversi, quello delle gare, perennemente spinto innanzi dal tentativo di battere il tempo, e quello dell’orologeria, impegnato nell’incredibile battaglia di avere la meglio sul suo fluire, di imbrigliarlo, forse di sopravvivergli? Un turbinio di elementi in cui passione e tecnica si mescolano, cuore e cervello si alternano nella costruzione dell’atto perfetto.

    E di questo “sudore”, di queste vittorie e sconfitte, trasudano vive la pagine di “Time to Race” scritto dal collezionista e studioso di orologi John Goldberger e dal giornalista di corse automobilistiche Cesare Maria Mannucci. Quasi 100 anni di competizioni automobilistiche, di uomini e campioni, di circuiti mitici, di grandi sorpassi, di stile e di tecnica orologiera.

    Le storie dei piloti si legano nelle 496 pagine del volume indissolubilmente a quelle degli orologi, pezzi rari spesso “recuperati” con il passaparola in collezioni private. Esemplari unici per corridori unici raccontati in 1500 foto. Una sorta di un viaggio – on the road e sulle ali del tempo – dei “gioielli” più iconici indossati da Mike Hawthorn, Stirling Moss e Carroll Shelby. Gli orologi personali di Enzo Ferrari e Alfred Neubauer, di Alex Zanardi e Ayrton Senna. Le prefazioni sono di Piero Ferrari e TK Mak.

    Certamento un libro “di peso”, oltre 3,5 chilogrammi il suo, in tiratura limitata: solo 1500 copie. In vendita, al prezzo di 170 euro, sul sito dell’autore, John Goldberger Watches.

  • Omega Speedmaster, la Luna sullo scaffale

    Omega Speedmaster, la Luna sullo scaffale

    L’Omega Speedmaster è un’indiscussa icona orologiera. Lo è sempre stata e lo sarebbe diventata, probabilmente, di diritto, per meriti acquisiti. Senza nessun “aiutino” insomma. Perché ha storia da vendere: oltre 60 anni di servizio effettivo, un’identità pressoché immutata e un buon numero di referenze divenute nel frattempo introvabili. L’aver preso parte alle prime missioni spaziali, l’essere stato il primo orologio ad andare sulla Luna, gli ha però stravolto l’esistenza. Così c’è lo Speedmaster, insomma, e poi c’è il Moonwatch.

    Stesso modello, due storie da raccontare. Ed altrettante chiavi di lettura. Una manna per i suoi seguaci, che hanno puntualmente trovato una valvola di sfogo della propria devozione, se non addirittura idolatria, non solo nel collezionismo dei pezzi fisici e meccanici marchiati Omega, ma anche in quello della sua relativa bibliografia. Perché negli anni, attorno allo Speedmaster, sono fiorite talmente tante di quelle pubblicazioni qualificate, che da sole sarebbero sufficienti a giustificare l’istituzione di una biblioteca monotematica.

    E figuriamoci se il 2019, anno che celebra il 50° dell’allunaggio – e che di conseguenza si appresta a riaccendere prepotentemente i riflettori sul modello – poteva restarne esente. Così è proprio di questi giorni l’annuncio di un nuovo capitolo scritto dell’eterna saga dell’orologio riconosciuto dall’ente spaziale americano come “flight qualified by Nasa for all manned space mission”. Titolo di copertina: “A Moon Watch Story“. Un volume acquistabile sulla libreria online watchprint.com specializzata nelle pubblicazioni a tema.

    Sottotitolo, o payoff, “The extraordinary destiny of the Omega Speedmaster”, quasi a sottolineare il ruolo cruciale avuto per il modello in questione proprio dalla Luna. Un bel tomo nel formato da 22 x 22 centimetri che, attraverso 224 pagine e 276 illustrazioni (al momento disponibile solamente in inglese o in francese al prezzo di 49 euro), traccia la storia dello Speedmaster dal 1957 ad oggi. Con un esaustivo focus, e non poteva essere altrimenti, su quei trascorsi spaziali che dalla metà degli Anni 60 lo hanno consacrato definitivamente nel mito.

  • “Un uomo & il suo orologio”, storie di esemplari famosi. E non

    “Un uomo & il suo orologio”, storie di esemplari famosi. E non

    Arriva oggi nelle librerie “Un uomo & il suo orologio”, la traduzione del libro “A Man & His Watch” uscito in inglese un paio d’anni fa. L’autore è Matt Hranek – fotografo, globetrotter, collaboratore della rivista “Traveller”, fondatore del sito “The William Brown Project”… Epicureo più che semplice gourmet, appassionato di “bella meccanica” in senso lato e di orologeria in particolare. Ok, ma cos’ha di interessante questo suo volume?

    Può aiutare il sottotitolo: “Orologi iconici e storie degli uomini che li hanno indossati”. Ma ancora di più leggere la prefazione: in cui l’autore racconta dell’orologio di suo padre e del valore affettivo che ha tuttora per lui. Perché, spiega, certi orologi “non servono solo a segnare l’ora, ma hanno un significato più profondo. (…) Segnano le occasioni speciali, raccontano al mondo chi siete e, se siete fortunati, possono legarvi alle persone per voi più importanti”.

    Ecco allora, nelle 216 pagine riccamente illustrate, le storie più o meno divertenti – ma sempre confidenziali, quasi intime – di 76 orologi e relativi proprietari (o viceversa, viste le strette connessioni). In cui si ritrovano celebrità di ieri e di oggi, uomini ricchi e famosi, ma anche persone qualsiasi, collezionisti, amici e colleghi di Hranek stesso. Che descrivono pezzi della propria vita, rievocano aneddoti, compiono riflessioni, svelano ricordi personali ed emozioni. Niente di scontato, comunque. Ne emerge invece un collage di esistenze, una galleria di varia umanità che rende unico “Un uomo & il suo orologio”.

    Si ritrovano per esempio esemplari celeberrimi come il Rolex Daytona di Paul Newman, il Cartier di Santos-Dumont e quello di Alain Delon. Oppure l’Heuer Monaco di Steve McQueen e l’Autavia di Jo Siffert, il Longines Angolo Orario di Lindbergh… Ma anche pezzi meno noti, come il Corum di Elvis Presley, il Patek Philippe di Andy Warhol, l’Omega di Kennedy e il Tiffany & Co. di Roosevelt. E ancora gli Swatch, i Timex, i Seiko, e i tanti altri esemplari “comuni” di perfetti sconosciuti, individui reali con le proprie idee, esperienze, passioni. “Un orologio è pur sempre un orologio, è la storia che c’è dietro a renderlo eccezionale”, scrive ancora Hranek.

    Un’ultima considerazione. Il libro “Un uomo & il suo orologio” vede finalmente la stampa in italiano grazie a L’ippocampo di Milano. Una casa editrice indipendente – ma partner di grandi editori come Phaidon e Gestalten -, specializzata in titoli di qualità e in libri illustrati di arte, design, fotografia, lifestyle. Cui va riconosciuto un doppio merito: permettere la lettura al pubblico italiano con un’ottima traduzione (a cura di Paolo Bassotti) e con un prezzo di copertina accessibile ai più (29,90 euro).

  • “F.P.Journe Invenit et Fecit”: la biografia dell’uomo, la storia della marca

    “F.P.Journe Invenit et Fecit”: la biografia dell’uomo, la storia della marca

    S’intitola semplicemente F.P.Journe Invenit et Fecit la prima biografia (autorizzata) del maître horloger. Proprio come il suo marchio, quasi ad alludere alla perfetta sovrapposizione fra l’uomo e la sua opera. Il volume, fresco di stampa, è stato scritto dall’amico di lunga data Jean-Pierre Grosz, produttore musicale prestato alla scrittura. Già manager di Marvin Gaye, Dee Dee Bridgwater e Ray Charles, in passato è stato autore del libro “Ray mon Ami”, in cui ha raccontato il legame quasi trentennale con il mito del soul. Ed è stata proprio la lettura di questo testo a convincere Journe di aver trovato il proprio biografo (come racconta lui stesso nell’introduzione).

    F.P.Journe Invenit et Fecit in effetti ripercorre l’intera esistenza dell’ex enfant prodige dell’orologeria. Dall’infanzia a Marsiglia agli studi tecnici, dal trasferimento a Parigi alla realizzazione del primo orologio, dall’affermarsi come creatore indipendente fino al successo di oggi. Attraverso l’istituzione del proprio marchio, l’apertura del laboratorio a Ginevra, le collaborazioni con le grandi maison (una per tutte, l’Opus One con Harry Winston). E, ancora, la manifattura, i premi e i molteplici riconoscimenti al suo lavoro…

    Dalle 360 pagine di ricordi emerge un ritratto privato, quasi intimo del maestro: non solo le esperienze personali (ci sono perfino le sue pagelle di scuola), ma anche i principi più profondi, i valori in cui crede. La passione per l’orologeria, la ricerca della precisione (della qualità, della perfezione), l’entusiasmo e i dubbi, il senso di ribellione e la voglia di rinnovamento. Non a caso il libro è dedicato alle persone che per lui hanno contato di più: lo zio Michel, suo primo mentore, con cui lavorò per sei anni nell’atelier parigino di restauro; e Jean-Claude Sabrier, un grande storico dell’orologeria, la cui biblioteca è oggi di proprietà dello stesso Journe.

    Autoprodotto, disponibile in francese o in inglese, il libro F.P.Journe Invenit et Fecit si può reperire fisicamente nelle nove boutique internazionali del Marchio, oppure online (su watchprint), a un prezzo di 210 euro. E merita davvero: dopo averlo letto, vi sembrerà di conoscere personalmente François-Paul. Lo vedrete come un vecchio amico, capirete meglio la sua idea dell’orologeria. E apprezzerete ancora di più i suoi orologi.

  • Monografie sotto l’Albero, letture per collezionisti

    Monografie sotto l’Albero, letture per collezionisti

    Due monografie su Omega e Audemars Piguet, uscite nei mesi scorsi, sono perfette strenne natalizie. Per tutti gli appassionati di orologeria ma soprattutto per chi ama gli esemplari di queste manifatture

    “Audemars Piguet 20th Century Complicates Wristwatch” tratta appunto degli orologi complicati prodotti dalla maison nel corso del secolo scorso. Un lavoro inedito, costato quattro anni di ricerche da parte dei tecnici, dei restauratori, degli storici e degli archivisti del Dipartimento del Patrimonio. Che hanno studiato i singoli esemplari anche attraverso i registri e le carte conservati nella raccolta privata a Le Brassus. Ogni capitolo del libro è dedicato a un tipo di complicazione, a partire dalla prima ripetizione minuti venduta nel 1892, per concludersi con la rinascita della grande tradizione meccanica dopo la crisi del quarzo.

    Una storia lunga un secolo, riccamente documentata da fotografie, schede tecniche, dati di produzione, disegni e immagini d’epoca. Si scopre così che dalla fondazione al 1970 la manifattura ha realizzato solo 550 esemplari complicati: 35 ripetizioni, 188 calendari (fra cui 12 perpetui), 307 cronografi e 20 “doppie complicazioni” (calendario più cronografo). La cui produzione è caratteristica di determinati periodi: le ripetizioni per esempio sono tutte precedenti agli anni Trenta, i cronografi concentrati fra i Trenta e i Quaranta.

    Un’attenta lettura permette non solo di farsi un’idea generale sul passato produttivo della casa, ma anche di conoscere in modo approfondito alcuni pezzi notevoli. Come il cronografo N° 42875, venduto a St. Moritz nel 1937 per 190 franchi e riacquistato a un’asta da Christie’s New York nel 2015. Interessante per la cassa in Staybright (una lega di acciaio in grado di ridurre  

  • “Des montres et des hommes”: la Storia in un romanzo grafico

    “Des montres et des hommes”: la Storia in un romanzo grafico

    “Des montres et des hommes” è un libro che tratta di orologi famosi appartenuti a uomini famosi. Un argomento insolito esposto in una forma ancora più insolita: quella del “romanzo grafico”, a metà tra il racconto fatto di parole e le illustrazioni tipiche dei fumetti. Scritto da Geoffroy Ader e disegnato dall’artista Neis, il volumetto è pubblicato solo in francese da AW Editions (20 euro). Ma merita attenzione.

    Geoffroy Ader è un esperto di orologeria, che per tutta la vita ha lavorato con varie case d’asta (Antiquorum, Sotheby’s e ora Artcurial): per mestiere si è quindi imbattuto in numerosi esemplari storici che non solo hanno raggiunto ottime quotazioni ma soprattutto hanno fatto notizia. Da qui l’idea del libro, sviluppato poi a quattro mani con l’illustratrice parigina: puntare i riflettori su alcuni importanti orologi battuti all’asta, un tempo di proprietà di personaggi iconici del XX secolo.

    Politici, statisti, attori, esploratori, tutti appassionati di orologi: John Fitzgerald Kennedy, Charles de Gaulle, Winston Churchill, Konrad Adenauer, Albert Einstein, il Mahatma Gandhi, e ancora Edmund Hillary, Lawrence d’Arabia (Thomas Edward Lawrence), Elvis Presley e Paul Newman. Grandi personaggi del Novecento la cui celebrità ha di riflesso portato fama anche ai propri orologi – con un’unica eccezione: Henry Graves, reso famoso dalle complicazioni del suo Patek da tasca (e non il contrario).

    Ecco quindi JFK (1917/1963), 35° Presidente degli Stati Uniti d’America, evocato attraverso l’Omega Extrapiatto, donatogli dall’amico Grant Stockdale quando era ancora senatore, e lo Speedmaster delle missioni Apollo, apice del programma spaziale da lui voluto. Solo un esempio, ma abbastanza per capire il bello di questo libro: ripercorrere alcuni capitoli di storia dell’orologeria e inserirli nel contesto più ampio della grande Storia, attraverso le vicende personali dei suoi protagonisti. ”’”><\/script>’

  • Rolex, Fabienne Reybaud e l’editoria d’arte di Assouline

    Rolex, Fabienne Reybaud e l’editoria d’arte di Assouline

    Fabienne Reybaud è una giornalista francese, lavora per “Le Figaro” dal 1993 ed è specializzata in orologi e gioielli. Autrice di diversi libri sul mondo del lusso, ha appena dato alle stampe “Rolex: The Impossible Collection”: un volume di gran pregio dedicato al marchio di orologi più amato, odiato, venduto e collezionato di sempre. Un tomo di 20 libbre (più di 9 chili), 194 pagine e 200 illustrazioni, che ripercorre la storia della Casa della corona, ne evidenzia la filosofia – il pallino per la precisione – e ne riunisce idealmente gli esemplari più innovativi e famosi.

    Se si sfogliano le pagine, si incontra una galleria di pezzi memorabili, compresi quelli da record (in un modo o nell’altro). Dal primo orologio impermeabile della storia al primo automatico, dal primo subacqueo fino a 10 atmosfere al primo antimagnetico fino a 1000 gauss. E ancora, l’Explorer di Sir Edmund Hillary che affrontò l’Everest, il Deepsea che si addentrò nella Fossa delle Marianne, il Paul Newman battuto all’asta per più di 17 milioni di dollari, l’irripetibile Daytona The Unicorn di John Goldberg…

    Presentata lo scorso settembre sul sito di Assouline – anche se le prime copie saranno in consegna solo domani -, la monografia di Fabienne Reybaud sembra avere le carte in regola per piacere a tutti gli appassionati di Rolex. Se non fosse per il prezzo: 845 dollari. Esorbitante sì, ma giustificato dalla cura con cui è stata confezionata. Fa parte infatti della Ultimate Collection, con cui l’editore parigino – noto per l’elevato livello dei libri in catalogo, soprattutto per i cosiddetti coffee table book – rende omaggio all’antica arte della legatoria. Ogni titolo di questa collana cioè è stampato in modo artigianale, su carta di estrema qualità, quindi rilegato a mano. Ed è realizzato con una produzione necessariamente limitata. Per veri bibliofili. ”’”><\/script>‘

  • Bulova: 143 anni di storia. Fra un primato e l’altro

    Bulova: 143 anni di storia. Fra un primato e l’altro

    Qualcosa di più di una semplice storia aziendale: “Bulova – A History of Firsts”, edito da Assouline, traccia piuttosto il ritratto di una nazione. Insieme alle novità create dal marchio in prima mondiale, racconta infatti l’evoluzione della società americana negli ultimi 140 e passa anni.

    Scritto da Aaron Sigmond con il contributo di altri scrittori/giornalisti – tra cui Jack Forster, Kate Betts, Matt Hranek, e perfino del musicista/produttore Nile Rodgers -, il volume ripercorre le diverse innovazioni non solo tecniche ma anche culturali introdotte dall’azienda. E ne ritrae gli scenari, a partire dalla Gilded Age (come diceva Mark Twain), quando il giovane immigrato boemo Joseph Bulova aprì una piccola gioielleria a New York, in Maiden Lane, nel 1875, per arrivare ai nostri giorni, dopo l’acquisizione da parte del Gruppo Citizen avvenuta nel 2007. Deriva proprio dall’imprinting del fondatore lo slancio di Bulova verso il rinnovamento, la volontà di spingersi sempre oltre, nei campi più disparati: dal marketing all’aviazione, dalle esplorazioni spaziali all’affermarsi del femminismo.

    Il marchio per esempio è stato un pioniere nella pubblicità. Ha realizzato la prima campagna radiofonica, nel 1926, un segnale orario trasmesso da centinaia di emittenti che veniva ripetuto ogni ora (e suonava così: “At the tone it’s 8 pm, Bulova Watch Time”, cioè “al beep sono le otto in punto, Bulova Watch Time”). E, nel 1941, ha mandato in onda il primo spot televisivo: un video di 20 secondi, in bianco e nero, con la semplice immagine di un quadrante posto sulla mappa degli Stati Uniti, e una voce maschile che declamava “America Runs on Bulova Time (“l’America corre sul tempo di Bulova”).

    Ma nelle 176 pagine del libro, attraverso centinaia di illustrazioni, si incontrano anche esemplari celebri, che hanno segnato la storia dell’orologeria intesa come ricerca della precisione: dall’Accutron, del 1960, il primo esemplare elettronico con movimento al diapason, fino al Precisionist, del 2010, con movimento al quarzo ad altissima frequenza (262.144 Hz, 8 volte lo standard del settore, con un errore di + o – 10 secondi l’anno, contro i consueti 15 secondi al mese circa dei quarzi tradizionali).

    Un capitolo del libro, in particolare, cattura l’attenzione in questo periodo: quello dedicato al “Devil Diver”. Un orologio subacqueo (o meglio, una serie di orologi subacquei, in catalogo per un paio di decenni), costruito negli anni Sessanta e chiamato dapprima Snorkel, Deep Sea, Surfboard, e poi Oceanographer negli anni Settanta: il cui soprannome rimandava al numero impresso sul quadrante, 666, con tutte le implicazioni bibliche del caso – il simbolo della Bestia, il marchio di Satana, l’Anticristo di apocalittica memoria. In effetti si trattava di un riferimento all’impermeabilità, dato che l’orologio, sviluppato per le forze armate americane, poteva resistere alla pressione di 666 piedi (circa 203 metri, pressappoco 20 atmosfere). Sta di fatto che l’Oceanographer “Devil Diver” oggi è tornato alla ribalta: perché Bulova l’ha messo di nuovo in produzione, all’interno della collezione Archive, in una versione filologicamente corretta, con un “infernale” quadrante arancione e la lunetta bicolore. In edizione limitata (ovviamente) di 666 esemplari.

  • Longines Legendary Watches, pagine di storia

    Longines Legendary Watches, pagine di storia

    È fresco di stampa “Longines Legendary Watches”. Un libro dagli intenti ambiziosi: essere la guida più completa e dettagliata sulla produzione della Maison, dalle origini ai nostri giorni. Scritto e realizzato da John Goldberger (già autore di altre apprezzate monografie sul mondo delle lancette), con l’introduzione storica di Giampiero Negretti (giornalista decano dell’orologeria) e la prefazione di Walter von Känel (Presidente di Longines), è un volume di grande formato, composto da 600 pagine e 1500 illustrazioni. In cui sono analizzati 270 orologi, rintracciati da Goldberger in tutto il mondo con una lunga ricerca, il coinvolgimento di altri collezionisti e la collaborazione della stessa Casa (in particolare, del Longines Brand Heritage Department). Ogni esemplare è fotografato a piena pagina e raccontato nelle sue caratteristiche essenziali – anno di produzione e numero di referenza compresi – attraverso 6 immagini, con le relative descrizioni, focalizzate sui dettagli: la cassa, il quadrante e il movimento.

    Si ritrovano così i pezzi più rari, i più famosi e i più complessi dal punto di vista tecnico, prodotti dalla Manifattura di Saint-Imier nei suoi 186 anni di storia: i primi modelli da tasca e i più attuali da polso, quelli destinati agli usi militari o alle esplorazioni, i subacquei professionali e i cronografi di bordo, senza dimenticare ovviamente i celeberrimi Lindbergh e Weems. Disponibile solo in inglese, è un’opera imperdibile per tutti gli appassionati del marchio. E non solo. (Prezzo: 330 euro).