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Tag: marche indipendenti

  • Against the Grain: 30 anni di orologeria indipendente in un libro

    Against the Grain: 30 anni di orologeria indipendente in un libro

    Lavorare controcorrente richiede abilità, pazienza e la disponibilità ad accettare il rischio dell’errore. Deriva da questa immagine il titolo Against the Grain: a Cultural History of Swiss Independent Watchmaking, il nuovo libro con cui Sergio Galanti racconta oltre trent’anni di orologeria indipendente svizzera.

    Giornalista, collezionista e Direttore della rivista WatchDossier (nonché collaboratore del Giornale degli Orologi), Galanti ripercorre la storia degli orologiai che hanno scelto di seguire una strada diversa rispetto a quella dei grandi gruppi industriali. Il risultato non è un’enciclopedia di marchi e modelli, ma una storia culturale e di grande interesse che intreccia industria, artigianato e visione creativa.

    Per raccontare questo universo, l’autore adotta anche una prospettiva originale. Prende in prestito dalla critica cinematografica il concetto di auteur e interpreta gli orologiai indipendenti come “autori” capaci di imprimere una firma riconoscibile alle proprie opere.

    Nella seguente intervista rilasciata in esclusiva, Sergio Galanti parla delle origini del progetto, delle sfide della ricerca e del significato di un movimento che continua a difendere il valore sia dell’artigianalità sia della visione individuale in un mercato dominato dai colossi industriali.

    La scintilla di Against the Grain: com’è nato il libro

    Sergio, da dove proviene l’idea di scrivere questo libro? Qual è stata la scintilla iniziale? Un orologiaio, un orologio o un evento particolare?
    «Against the Grain nasce dall’incontro tra due passioni che mi accompagnano da sempre: gli orologi meccanici e la scrittura. Per anni le ho coltivate separatamente, poi ho iniziato a unirle attraverso il giornalismo specializzato e, successivamente, con testi più lunghi pubblicati sulla mia rivista digitale WatchDossier.

    A un certo punto mi sono reso conto che mancava una lettura storica e culturale dell’orologeria indipendente svizzera. Se ne parla spesso dal punto di vista tecnico o collezionistico, molto meno come fenomeno culturale e industriale. La scintilla concreta è stata probabilmente un’intervista a Laurent Ferrier. Mi colpì il modo in cui l’orologiaio spiegava le ragioni dietro ogni scelta progettuale. Lì ho capito che certi esemplari non sono soltanto oggetti tecnici: sono idee trasformate in forma».

    In quale momento hai capito che le storie degli orologiai indipendenti meritavano un libro dedicato?
    «Quando ho capito che quelle storie non erano episodi isolati. Ogni intervista, visita in atelier o ricerca aggiungeva un tassello a una vicenda più ampia: la nascita di un modo diverso di intendere l’orologeria svizzera dopo la crisi del quarzo e in un’industria sempre più concentrata. Non era soltanto la storia di singoli maestri, ma quella di una sensibilità comune: il rifiuto della standardizzazione, la centralità del lavoro manuale e il rapporto quasi autoriale tra creatore e oggetto. A quel punto l’articolo non bastava più. Serviva una forma capace di tenere insieme biografie, industria, cultura materiale e valore simbolico degli orologi».

    Quattro anni tra gli atelier svizzeri: i segreti della ricerca

    Quanto tempo ha richiesto la ricerca per Against the Grain e come l’hai svolta?
    «La ricerca mi ha tenuto impegnato circa quattro anni, anche se non come progetto a tempo pieno. È stato un cantiere parallelo, alimentato dal lavoro giornalistico, dalle interviste per riviste specializzate — tra cui proprio Il Giornale degli Orologi — e dalle visite agli atelier. Vivere a Zurigo mi ha permesso di muovermi con continuità tra la Svizzera tedesca, Ginevra, il Giura, La Chaux-de-Fonds e Le Locle. Per me un atelier non è mai soltanto una fonte di informazioni: è il luogo in cui si comprende davvero il carattere di un progetto. A questo si è aggiunto il lavoro su archivi, cataloghi e documentazione tecnica. Against the Grain è nato da questo accumulo lento di esperienze e materiali».

    Il titolo Against the Grain è molto evocativo. Quale dei suoi significati consideri più importante per comprendere il libro?
    «Quello di andare contro la direzione dominante, ma non per semplice spirito di ribellione o romantico. L’espressione richiama il gesto di lavorare contro la venatura del legno: una scelta più difficile, in cui ogni errore diventa evidente. Mi interessava questa ambivalenza. Gli indipendenti hanno sfidato la concentrazione industriale, la standardizzazione e le logiche dei grandi gruppi non per opposizione ideologica, ma per cercare una forma diversa di autenticità. In questo senso, andare controcorrente non è ostinazione: è una scelta culturale».

    L’orologiaio come un regista: la struttura narrativa e i 33 marchi scelti

    Come hai strutturato il libro? Ogni capitolo è dedicato a un maestro orologiaio e ne ripercorre la carriera attraverso i modelli più rappresentativi?
    «Against the Grain non è costruito come una sequenza di biografie. Ho preferito una struttura narrativa e storica che segue l’evoluzione dell’orologeria indipendente svizzera dagli anni Novanta a oggi, inserendo i singoli protagonisti nel contesto economico, culturale e industriale in cui hanno operato. A questi capitoli si alternano sezioni dedicate a orologi emblematici. Non sono semplici schede tecniche, ma letture di oggetti che considero rappresentativi di un’epoca, di una visione o di una svolta.

    C’è poi un capitolo che prende in prestito l’auteur theory dalla critica cinematografica per leggere gli orologiai come autori, capaci di costruire un’opera coerente e riconoscibile. Mi interessava evitare sia l’enciclopedia sia l’agiografia. Le vite dei protagonisti ono importanti, ma contano soprattutto quando aiutano a capire perché certi orologi siano nati in quel momento e in quella forma».

    Quanti marchi hai preso in considerazione e come li hai scelti?
    «Alla fine ho incluso 33 marchi e orologiai indipendenti. Il criterio non era la notorietà né il gusto personale, ma la capacità di rappresentare un livello particolarmente elevato di innovazione, artigianalità e qualità progettuale. Per gli anni Novanta ho voluto includere alcuni dei pionieri del movimento, come Vincent Calabrese, Antoine Preziuso, Svend Andersen, Franck Muller e Richard Mille. Alcuni hanno poi assunto dimensioni molto diverse da quelle originarie, ma il loro ruolo è stato fondamentale nel dimostrare che un orologio poteva nascere da una visione personale prima ancora che da una strategia di marca».

    Il valore culturale del tempo e il futuro di un’edizione italiana

    Se dovessi riassumere in una frase la tesi principale del libro, quale sarebbe?
    «L’orologeria indipendente svizzera dimostra che, anche in un settore dominato dai grandi gruppi e dalle economie di scala, la visione individuale, il rischio creativo e il sapere artigianale possono ancora generare valore culturale oltre che economico. In fondo il libro racconta questo: non solo chi ha realizzato certi orologi, ma perché quegli orologi contano».

    Il testo è in inglese. Hai pensato di mettere in cantiere la traduzione italiana?
    «Sì, ci sto lavorando. Il libro è uscito alla fine di aprile e i primi riscontri sono stati incoraggianti, segno che l’interesse esiste anche oltre la cerchia dei collezionisti internazionali. Una versione italiana sarebbe un passaggio naturale. Molti dei miei lettori, interlocutori e delle riviste con cui collaboro appartengono proprio al mondo italiano dell’orologeria».

    Dopo aver trascorso anni a studiare chi ha scelto di andare “controcorrente”, quando hai scritto questo libro ti sei sentito a tua volta un autore controcorrente?
    «In parte sì, anche se diffido di chi si attribuisce troppo facilmente la postura dei propri soggetti. Loro hanno rischiato officine e patrimoni; io, al massimo, un manoscritto. Qualche scelta controcorrente però c’è stata. Ho evitato la forma rassicurante dell’enciclopedia o del catalogo illustrato per scrivere una storia da leggere. Ho inoltre applicato all’orologeria uno strumento critico preso in prestito dal cinema, l’auteur theory, per interpretare gli orologiai come autori. Anche la pubblicazione riflette questa filosofia: un’edizione numerata, distribuita direttamente, senza affidarsi ai canali tradizionali. Scrivere di chi sceglie la via più difficile significava, in qualche misura, provare a ripercorrerne una parte».

  • Retrovision ’47, Hautlence mette la radio al polso

    Retrovision ’47, Hautlence mette la radio al polso

    Io che sono diversamente giovane, quando ho visto il Retrovision ’47 di Hautlence ho pensato immediatamente a un’orecchiabile canzone della mia infanzia, Video Killed the Radio Stars, dei semisconosciuti The Buggles. Un motivetto il cui video, due anni dopo, diede il via alle trasmissioni di Mtv, il 1° agosto 1981, a mezzanotte e un minuto. E che mi torna in testa come il classico dei tormentoni estivi ora che mi accingo a scrivere del Retrovision ’47. Ossia di un oggetto che fatico a definire orologio, anche se nasce a tutti gli effetti per segnare l’ora.

    Il colpo di genio del Retrovision ’47

    Quali siano la storia e la filosofia costruttiva di Hautlence, l’ho accennato poco più di un anno fa in questo articolo, al quale vi rimando per rinfrescarvi la memoria. E, se leggete bene, c’è anche una coincidenza interessante. Là scrivevo del Linear Series 2 e di come mi avesse impressionato una volta visto a Watches and Wonders. Per il Retrovision ’47 è stata più o meno la stessa cosa, a dimostrazione di quanto l’appuntamento ginevrino valga il prezzo del biglietto, specialmente per ciò che mettono in mostra i marchi cosiddetti indipendenti.

    Fatta questa premessa, arrivo al Retrovision ’47 perché, per coloro che sono alla ricerca di novità e originalità, questo orologio è semplicemente una bomba. Ed è nato (come spesso accade per gli orologi di Hautlence e di H. Moser & Cie.) per far parlare. Creato come pezzo unico, ha un design dichiaratamente ispirato all’apparecchio radiofonico Model 5A5 della General Television & Radio Corp., realizzato negli anni ’40. Un esercizio di stile e di design per immaginare il tipo di orologio che Hautlence avrebbe potuto costruire se fosse stata fondata allora e non vent’anni fa.

    Ebbene, nonostante il Marchio non avesse previsto di metterlo in commercio, questo modello ha talmente colpito nel segno, è stato accolto con così tanto entusiasmo da convincere il management a moltiplicare per dieci il pezzo unico iniziale. Così il Retrovision ha dato vita a un’edizione limitata di 10 esemplari. Se pensiamo poi che un orologio più che su un polso si appoggia sul radio… ebbene, il cerchio si chiude.

    Una cassa non banale

    In sostanza, quindi, Hautlence ha preso quasi in toto il design rétro di quella radio, lo ha ridotto di scala e lo ha trasformato in un orologio meccanico di altissima qualità. Le differenze visive sono minime – nel Retrovision ’47 mancano le due manopole del ricevitore radio ed è comparsa una seconda maniglia a ore 6 – perché uno degli obiettivi di Hautlence è chiaro: preservare il più possibile l’identità estetica della radio, anziché richiamarla in modo vago con il design e la scelta dei colori.

    Il risultato è una cassa dalle linee rettangolari smussate, che misura 44,4 mm di larghezza e 39,2 mm da ansa a ansa, con uno spessore tutto sommato contenuto: 12,1 mm. Il Retrovision ‘47 è leggerissimo perché ha la cassa in titanio grado 5. Oltre alla forma particolare – ancora più notevole se si considera la difficoltà di lavorazione di questa lega -, la cassa ha un’altra peculiarità: è dipinta a mano. Nessun procedimento industriale sarebbe stato in grado di riprodurre l’aspetto marmorizzato verde e bianco del guscio in bachelite della radio Model 5A5.

    Il piccolo quadrante è in ottone placcato oro ed è decorato nella parte centrale con un motivo che ricorda il cosiddetto Nastro di Möbius, che Hautlence ha adottato come logo. È protetto da un vetro zaffiro con trattamento antiriflesso, ma il Marchio non specifica se applicato su un solo lato o su entrambi. La griglia dell’altoparlante a fianco del quadrante, la cornice di quest’ultimo e le due “maniglie” curve sui lati verticali della cassa – che fungono da anse – sono in titanio grado 23 lucido, un’altra brutta bestia da lavorare con questo tipo di finitura. 

    Il movimento di manifattura

    Il fatto che qualche riga sopra io abbia definito il Retrovision ’47 un orologio meccanico di altissima qualità è dovuto non solo alle finiture, ma anche e soprattutto al movimento. Che Hautlence ha reso visibile attraverso un fondello in cristallo zaffiro trasparente, anche se forse avrebbe potuto fare di meglio senza esagerare con le scritte.

    Considerando le dimensioni ridotte del fondello, l’averci messo “Model ED 20 Made to operate only on 21.600 A/h – Guaranteed Autonomy for 72 hours – Proudly produced in Switzerland” crea qualche difficoltà nella piena visione del calibro. Per quanto le scritte siano traslucide, un movimento di alta manifattura come il D20 automatico meriterebbe di essere messo maggiormente in luce e non mortificato come se fosse un qualunque movimento industriale.

    Lasciato spazio a questa considerazione del tutto personale, riservo qualche dettaglio tecnico in più sul movimento per le didascalie, accennando solo a quanto già si legge sul fondello: il calibro lavora a 3 Hz e ha circa 3 giorni di autonomia. E, a proposito di vedo-non-vedo, la griglia sul quadrante non ha solo una funzione estetica, ma anche quella di celare parzialmente alla vista la star del calibro D20: il tourbillon volante a un minuto. Che dà il meglio di sé al buio.

    Poiché la griglia lo nasconde parzialmente, Hautlence ha pensato a un tocco magico: lo ha circondato con un motivo a onde radio ricoperto di Super-LumiNova grigia su sfondo nero, che emette un bagliore verde al buio come gli indici sul quadrante. Un effetto suggestivo, che esalta l’ispirazione radio-vintage del Retrovision ’47 ed è del tutto privo di funzionalità pratica. Se si considera inoltre che anche gli indici sul quadrante hanno la stessa luminescenza verde, ma che le lancette non hanno alcun punto di Super-LumiNova, il risultato (voluto) è più una radio che un orologio.

    Retrovision ’47: per chi cerca altro

    Chiudo con qualche considerazione. Come credo molti di voi abbiano capito, personalmente ho un debole per i marchi indipendenti. Anche se spesso tendono a strafare, in termini di design più che di complicazioni, compromettendo quello che in orologeria è inderogabile: la leggibilità. È un peccato di gioventù, un’esuberanza tipica di brand poco più che adolescenti, che denota però voglia di osare e di rompere, se non gli schemi (un orologio servirà sempre a segnare le ore, altrimenti sarà un oggetto diverso), almeno qualche tradizione codificata.

    Ebbene, penso che nel caso del Retrovision ’47 Hautlence non abbia voluto rompere un bel niente se non le scatole ai tradizionalisti in servizio permanente effettivo. Lo ha fatto con un orologio visionario, giustamente inserito in quel segmento premium che il Marchio occupa stabilmente e a pieno diritto.

    Dopotutto, 60mila franchi svizzeri non sono una cifra per chiunque. Lo sono, probabilmente, per quanti cercano un pezzo insolito con un’accattivante estetica rétro. Un esemplare che vuole allontanarsi stilisticamente non solo dalla normalità del “già visto” in orologeria, ma anche dalle linee moderne e tecniche che caratterizzano il catalogo di Hautlence. Che dire: beati loro.

  • “Retrospective: 2000-2020”. Gli indipendenti all’asta da Phillips

    “Retrospective: 2000-2020”. Gli indipendenti all’asta da Phillips

    Vent’anni di noi raccontati all’asta. Due decenni di orologi e di eventi che han cambiato il mondo e il nostro modo di viverlo: dagli choc – le Torri Gemelle, la crisi dei subprime e la presenza, ancora non debellata, del Covid – alle rivoluzioni socio-economiche con un’industria 4.0 che già parla di Intelligenza artificiale. Due decadi di crisi e ispirazioni come raccontano nell’introduzione dell’asta organizzata dall’inglese Phillips, che si svolgerà a Ginevra 8 novembre 2020 e ha per titolo Retrospective: 2000-2020. Un concetto evocativo di questi forti cambiamenti illustrati anche dai 95 orologi in vendita. Tra questi, immancabili i pezzi firmati da blasonate maison come Patek Philippe, Audemars Piguet, A. Lange & Söhne e decine di altre.

    Retrospective: 2000-2020, una nuova prospettiva

    Ma questi vent’anni hanno trasformato anche l’orologeria, permanentemente in bilico tra calcolata perfezione tecnologica e passione collezionistica. «Per me in questo periodo il collezionismo è cambiato», scrive l’imprenditore di Hong Kong Tk Mak, grande appassionato di orologi, nell’introduzione all’asta Retrospective: 2000-2020. «È passato dall’essere una ricerca altamente intellettuale a qualcosa che comprende maggiormente gli aspetti emotivi e creativi dell’ingegno umano». L’attenzione si sposta quindi dall’oggetto all’autore, dal risultato alla mano dell’orologiaio. «L’artista, che lavora faticosamente nel suo studio o al banco di lavoro, racconta chiaramente dell’interazione tra l’umano e l’oggetto tangibile», prosegue.

    «È questa relazione ad essere molto più gratificante e divertente rispetto a guardare alla scala microscopica dell’oggetto stesso». afferma ancora. Non stupisce così che in Retrospective: 2000-2020 i pezzi dei colossi mondiali si trovino a competere con alcuni marchi indipendenti di alto livello. Come attori e attrici che sul tappeto rosso si contendono i flash dei fotografi. Ecco quindi i nomi di Philippe Dufour, Vianney Halter, Voutilainen, Romain Gaulthier, Ludovic Ballouard, e ancora Urwerk, F.P. Journe, MB&F, Laurent Ferrier, HYT… Che finalmente conquistano una meritata attenzione e finiscono sotto il martelletto.

    Focus su Urwerk…

    Come non soffermarsi su alcuni orologi che “esulano” dalla tradizione, che affascinano e incuriosiscono? Ne sono un esempio i pezzi a tiratura limitata pensati da Felix Baumgartner e Martin Frei, orologiaio il primo e designer il secondo, co-fondatori di Urwerk. Una coppia esemplare del nuovo modo di vivere l’orologeria, col cervello e col cuore. Capace di creare orologi che fondono tradizione e visione futuristica. Il nome del marchio, fondato nel 1997, deriva dalla sintesi fra Ur (città dell’antica Mesopotamia nel sud dell’attuale Iraq), e la parola tedesca “werk” (significa “lavoro”). E intrinsecamente porta con sé i concetti di creazione e di innovazione contaminati dalle emozioni.

    Lo dimostra la referenza Ur.111C,  in cui è perfettamente riconoscibile la firma della coppia. Basta leggere la descrizione per farsene un’idea precisa: «Un nuovo display del tempo lineare in cui ore e minuti sono indicati tramite coni rotanti. Sul lato sinistro sono indicate le ore, il palco centrale è riservato ai minuti: un cilindro con un indice giallo risale la traccia dei minuti e, raggiunto l’indicatore rosso dei 60 minuti, salta di nuovo a zero facendo girare il cilindro delle ore su quella successiva. Sulla parte superiore della cassa c’è l’indicazione dei secondi».

    …MB&F…

    Altra eccezione è il mondo “infantile-adolescenziale” di Maximilian Büsser and Friends (MB&F). Un mondo fatto di automobili, robot, personaggi e oggetti delle saghe tv, come quella di Star Wars, o cartoni animati anni Ottanta che si trasformano in macchine orologiere. Sogno, realtà, concretezza tecnica e visione fantastica si mescolano in un continuum per dar vita a creazioni fuori dai canoni della tradizione.

    Dalla collaborazione di MB&F con L’Épée 1839 nasce per esempio Octopod, un orologio da tavolo che ricorda un polpo dalle gambe articolate e dal corpo che contiene il cervello meccanico, ben visibile all’interno della testa dalla forma sferica in vetro. È un’edizione limitata in acciaio inossidabile, nichel e ottone placcato palladio, e ha un’autonomia di 8 giorni. In asta anche  esemplari più “tradizionali” (si fa per dire), come l’Horological Machine X, il cui design si rifà al mondo automobilistico degli anni ’50 e all’Alfa Disco Volante. Un oggetto prezioso prodotto in numero limitato di 80 pezzi divisi in quattro colori: rosso, blu, nero e verde.

    …F.P. Journe

    Figlie di un dio creativo anche le opere di François-Paul Journe, personalità irriverente capace di spezzare i canoni “sacri” dell’orologeria. Lo dice la sua storia di irrequieto giovane marsigliese poco rispettoso dell’autorità. Tanto che il suo primo contatto col mondo delle lancette si è concluso con l’espulsione dalla scuola di orologeria di Marsiglia e la raccomandazione di rinunciare al sogno di orologiaio. Il secondo tentativo fu a Parigi dove lo zio Michel lo portò per farlo iscrivere alla Scuola di orologeria Pierre Girard e per insegnargli l’arte del restauro. Da lì in poi è un crescendo contraddistinto dall’irrequietezza creativa e dalla perenne evoluzione (ad ogni innovazione ritira le collezioni precedenti).

    Una vita fatta anche di decisioni di “pancia”: come quando ha deciso che non avrebbe più fatto orologi da 38 mm, per poi produrre 38 set commemorativi di cinque orologi da 38 mm con cassa in acciaio. Ciascuno con una delle sue costruzioni distintive: Tourbillon Souverain, Chronomètre Résonance, Octa Automatique, Chronomètre Souverain e Octa Calendrier. E una di queste rarità è battuta in Retrospective: 2000-2020. È il numero di serie 31/38: si tratta di un calendario annuale con data retrograda, dalla cassa in acciaio e il movimento in oro rosa.

  • Watches of Italy: micro-brand in mostra

    Watches of Italy: micro-brand in mostra

    Un calibro manuale nato da un progetto sviluppato presso il Dipartimento di Ingegneria meccanica dell’Università degli Studi di Brescia: è una delle curiosità tecnologiche che potrete trovare (nello stand di Inceptum Duo A) al Watches of Italy. La prima mostra nazionale dedicata alla produzione orologiera italiana che si tiene a Tortona, sabato 26 e domenica 27 settembre. Una prima edizione che raduna marchi già consolidati, microbrand e start-up, artigiani, designer e progettisti.

    Sono circa 50 infatti le adesioni ricevute dal collettivo W.O.I. – Watches of Italy tra gli operatori italiani del settore dell’orologeria e dell’accessoristica legata al mondo degli orologi. Da chi realizza scatole a chi produce cinturini, bracciali o ricambi; da chi fornisce materiali a chi fa lavorazioni; dal mondo della progettazione al design e alla prototipazione. Trovate l’elenco completo qui.

    Oisa/Morezzi presenta ad esempio il suo primo calibro progettato e fabbricato totalmente in Italia, sancendo così il ritorno sul mercato di uno storico brand milanese. Marco Guarino rivela la passione scoperta con un nuovo socio (ora Marc & Darnó): le complicazioni astronomiche. Fasi lunari, calendari annuali e particolari calendari perpetui – progettati e realizzati con frese e torni manuali, quasi come faceva A.L. Breguet tra il ’700 e l’800. Tutto calcolato e realizzato nel suo laboratorio di Asti.

    Curiosando tra gli espositori nei locali del Museo delle Macchine Agricole “Orsi” potreste anche visionare un prototipo del nuovo calibro manuale Memphis Belle. Sviluppato su base Unitas, praticamente è una massiccia personalizzazione del 6497-2. Prodotto, in esclusiva per l’azienda genovese specializzata in orologi militari (che porta il nome dello storico bombardiere), da una piccola manifattura svizzera di Grenchen, esperta in microtirature.

    Del resto Watches of Italy è proprio l’occasione per conoscere realtà di nicchia che fanno del nostro Paese un’eccellenza per il mondo dell’orologeria. Come Progetto TetraWatch, nato dalla voglia di creare un esemplare diverso. Mettendosi in gioco, nonostante gli ostacoli e le avversità che la vita riserva ad ognuno di noi. Originale, e nettamente fuori dagli schemi, è anche il design degli orologi firmati da Luca Ubertini per Sconvolto.

    «Sognare non costa nulla, si dice. È vero. E ho il presentimento che continuerò a farlo, per poter crescere e migliorare ogni giorno, per donare a tutti qualcosa per la quale stupirsi e… sognare». Con queste parole – in un post su Facebook, il 14 aprile 2018 – il giovane designer Andrea Di Ciancia l’arrivo dei primi pezzi ufficiali Sole & Luna. Nel sole le ore, nella luna i minuti, su dischi girevoli. E per riprodurre la superficie della luna, la stampa 3D in titanio utilizzata generalmente nella realizzazione delle protesi biomediche. Questa start-up torinese è un ulteriore esempio delle innovazioni presentate al Watches of Italy, a Tortona.

    Alla costante ricerca di punti di incontro tra design artistico e meccanica applicata si trova il marchio Eric Bigagli Orologiaro a Firenze. Che con la Collezione 101 rappresenta l’incontro tra la manifattura artigianale e il più avanzato progresso tecnologico nel campo della meccanica di precisione. Ad esempio, in un esemplare esposto troviamo la cassa monoblocco in grado di sfidare le profondità fino a 300 metri sotto il livello del mare, ma che racchiude un quadrante incastonato di pietre dure.

    Il primo raduno nazionale di Watches of Italy, patrocinato dal Comune di Tortona, mette sotto i riflettori anche produttori indipendenti che hanno scalato il successo in pochi anni. Come i veneziani di OOO – Out of Order® Watches che, dal primo lancio nel 2013, hanno raggiunto già prestigiosi multimarca e grandi magazzini di oltre 30 Paesi del mondo. O come i tre giovani designer di Kustom, che – per creare orologi personalizzati sul gusto, sull’outfit e sull’umore di chi li indossa – hanno realizzato il sogno di rientrare in Italia dopo la comune esperienza a Dubai. Anima marcatamente italiana conferma Meccaniche Veloci, la manifattura (trasferitasi a Ginevra nel 2016, nata 10 anni prima a Milano) guidata da Cesare Cerrito che produce orologi d’alta gamma. Oggi arcinota in tutto il mondo per la cassa a forma di pistone.

    Lo scopo del gruppo WOI – Watches of Italy, costituitosi a ottobre 2019, è creare un network di imprenditori italiani votati all’universo degli orologi a 360 gradi. E metterli in contatto sinergico. A latere è stata organizzata anche una lotteria di beneficienza, W.O.I. 4 Charity, i cui premi consistono in orologi e accessori donati da alcuni espositori. Il ricavato andrà a finanziare l’associazione Amici del 4° Piano, attiva presso il Policlinico San Matteo di Pavia, che promuove attività ludico/ricreative a sostegno dei bambini del reparto di onco-ematologia pediatrica. E il Comitato Tortona per l’Ospedale Civile SS. Antonio e Margherita, che raccoglie fondi per far fronte all’emergenza Covid19 e per l’acquisto di attrezzature utili al nosocomio stesso.

    Una buona notizia è che la fiera di Tortona, slittata da aprile a settembre a causa della pandemia, dovrebbe essere solo un primo evento. Negli intenti del collettivo c’è infatti l’organizzazione di altri appuntamenti di condivisione e promozione. Ci aspettiamo dunque mostre, raduni, presentazioni e lanci di nuovi modelli, mercatini ed esposizioni. Un cartellone che potrà accontentare ogni identikit di appassionato, operatore o collezionista. Intanto, se siete in zona, godetevi questa prima mostra dell’orologeria italiana.

    Il salone Watches of Italy si svolge sabato 26 e domenica 27 dalle ore 10 alle 19 presso i locali del Museo delle Macchine Agricole “Orsi”, in Via Emilia 446 – 15057 Tortona (Al). Ingresso libero. Per consentire all’organizzazione di regolare i flussi di pubblico, nel rispetto delle norme sanitarie anti-Covid, sarà permessa l’entrata a non più di 200 persone per volta.