Giornale Degli Orologi
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Autore: Francesca Manfredi

  • TFP, Time for Planet: il marchio (italiano) di orologi sostenibili

    TFP, Time for Planet: il marchio (italiano) di orologi sostenibili

    Sentiamo sempre più spesso parlare di sostenibilità, in vari settori e sotto varie forme. Ma come si è evoluta l’orologeria in questo senso? Sostenibilità può essere un orologio rispettoso dell’ambiente, un packaging meno ingombrante e quindi meno inquinante, fino ad arrivare a livelli più alti che fanno cerchio intorno a questi concetti. Ecco, ci sono aziende che abbracciano solo alcuni di questi ambiti appena citati, e poi c’è TFP che mira di raggiungere una sostenibilità d’insieme.

    TFP, Time for Planet, si definisce un “atelier del lusso accessibile e sostenibile” che produce orologi dal design italiano con movimento meccanico svizzero. Fondata di recente da Maurizio Mattucci, è una delle prime aziende italiane ad essersi costituita come “società benefit”. Le società benefit, meglio conosciute come BCorp, sono aziende la cui forma societaria prevede nello statuto la possibilità di destinare parte degli utili ad attività “altre” che non riguardino solo il profitto.

    Dichiararsi società benefit prevede che l’azienda abbia una dirittura morale tale da raggiungere gli obiettivi economici prefissati perseguendo allo stesso modo obiettivi sociali ed ecologici. Per esempio per ogni orologio venduto pianta uno o più alberi per contrastare l’anidride carbonica e supporta progetti per dotare di acqua potabile villaggi africani che ne sono privi. Del resto la sostenibilità è il driver principale di TFP, il cui scopo è quello di contribuire alla trasformazione del settore verso un cammino green. Ne abbiamo parlato con il Ceo, Maurizio Mattucci.

    Qual è il principio alla base della sua idea e qual è il servizio che può offrire al settore orologiero? «I brand tendono a parlare di sostenibilità applicandola per lo più a iniziative pro-bono e non al prodotto stesso. Si parla al massimo di plastica riciclata ma, ad oggi, pochi hanno un approccio completo verso la sostenibilità». E i pochi che lo fanno sono di solito marchi alto di gamma rivolti a un pubblico d’élite. «La forza di TFP è proprio questa. Offriamo al mercato e al settore un prodotto con le caratteristiche tipiche del lusso ma con un design originale e sostenibile ad un prezzo accessibile».

    Ma qual è la genesi di TFP? Mattucci racconta di avere alle spalle una lunga esperienza nel mondo del lusso. «Per 12 anni ho lavorato in un’azienda di Firenze che fornisce accessori e bijoux a Chanel, Vuitton ed Hermès. Sono stato Ceo di Visconti Firenze, in cui il progettista di orologi era Antonio Ambuchi, che oggi è il capo designer di TPF». Antonio Ambuchi è una figura nota tra gli addetti ai lavori dell’orologeria italiana: il padre realizzava casse anche per Panerai (a Firenze), mentre Antonio ha collaborato tra l’altro con Locman, Anonimo e Dino Zei, U-Boat o Kendall.

    «Panerai prima e, nel suo piccolo, Anonimo poi hanno tracciato una virata importante nello stile orologiero: hanno introdotto esemplari di grande visibilità, con cassa più grande e robusta, da portare tutti i giorni, sport compreso». Anche gli orologi TFP hanno un’estetica di forte impatto. Basta guardare la collezione Windrose: d’impronta virile e dalla vocazione sportiva subito evidente. Ma la sostenibilità?

    «Noi soci di TFP siamo tutti appassionati di orologi e di sostenibilità», dichiara ancora Mattucci. «Nella nostra età matura, anche guardando alle nuove generazioni, abbiamo pensato di dare un seppur modesto contributo per un mondo “eco-sostenibile”. Con il nostro prodotto di nicchia e lavorando in un’ottica sostenibile».

    Gli orologi TFP sono infatti concepiti per garantire il minor impatto ambientale possibile, in molte fasi della realizzazione. Ogni esemplare infatti è costruito utilizzando materiali riciclabili/riciclati o comunque rispettosi dell’ambiente. E un tocco di esclusività è dato dal fatto che le collezioni sono in edizione limitata di massimo 888 pezzi. Vediamo nel dettaglio, appunto, la collezione Windrose.

    Come ci spiega Mattucci, la cassa è prodotta in microfusione high-tech con materiali come l’acciaio o il bronzo che hanno un’elevata percentuale di riutilizzo. E la tecnica della microfusione (uno sviluppo della tradizionale “cera persa” in chiave tecnologica) riduce al massimo lo spreco di metallo rispetto alle consuete lavorazioni con tornio a controllo numerico. Il quadrante è colorato attraverso processi naturali o con vernici senza solventi, a basso impatto ambientale. I cinturini, il cui sistema produttivo contribuisce in maniera importante all’inquinamento, sono realizzati con pelle italiana a concia vegetale.

    Nota importante è la scelta del movimento. Per un brand sostenibile è fondamentale la scelta di un calibro meccanico, che non preveda quindi l’utilizzo di batteria. TFP monta movimenti a carica automatica dell’azienda svizzera Landeron, prodotti nella zona di Basilea. Mentre per il packaging, racconta ancora Mattucci, «la scatola dei TFP è “eretica” per la tradizione orologiera: è in cartone riciclato (Lucca è la capitale della carta in Europa) e rivestita di una carta realizzata con residui di agrumi. Infine, per quanto riguarda la distribuzione, ci avvaliamo principalmente del canale digitale».

    Quanto tempo ha impiegato a sviluppare l’idea e a mettere sul mercato gli orologi? «Ci siamo costituiti a novembre 2019 e in un solo anno abbiamo realizzato il primo lotto di produzione sul mercato. E vediamo già i primi riscontri positivi. Si tratta di un tempo breve e di un gran risultato, del quale andiamo fieri. E che ci spinge ad andare avanti con entusiasmo e voglia di migliorarci sempre».

  • Fridays for Future: Oceana, nuovo partner di Blancpain

    Fridays for Future: Oceana, nuovo partner di Blancpain

    A latere delle attività legate al prodotto, il viaggio più profondo di Blancpain in tema di esplorazione degli oceani è iniziato nel 2012. Insieme a The Economist infatti, è diventato partner fondatore del World Ocean Summit.
    Aumentare la visibilità del problema legato all’inquinamento degli oceani e la partecipazione al tema da parte di un pubblico più ampio era l’obiettivo. Recentemente Blancpain ha annunciato un’operazione ancora più di impatto: una partnership triennale con Oceana.

    Oceana è la più grande organizzazione internazionale al mondo dedicata alla conservazione e alla biodiversità degli oceani. In pochi sanno quanto queste immense masse d’acqua siano rilevanti per la sopravvivenza della specie umana sulla Terra. Nel 2010 gli oceani hanno creato 30 milioni di posti di lavoro. Prima della pandemia da Covid-19, il valore dell’economia da questi generata, previsto per il 2030, si attestava intorno ai 3 miliardi di dollari.

    Guardando al lato “umano” del ruolo dell’oceano, è importante sottolineare che sette respiri su dieci li dobbiamo proprio all’oceano, che genera tra il 50 e l’80 per cento dell’ossigeno che respiriamo. In aggiunta, assorbe un terzo dell’anidride carbonica prodotta. Eppure – sembrerà strano, ma è vero – ad oggi è stato esplorato solo il 5 per cento dei fondali marini. Con questi dati alla mano, si capisce quindi chiaramente quanto gli oceani siano di fondamentale importanza per tutti gli esseri viventi. Al pari delle foreste, che però hanno da sempre più visibilità.

    La partnership con Blancpain, esclusiva per il settore orologiero, darà il via a una fattiva collaborazione nelle prossime campagne organizzate da Oceana, tese a ripristinare l’abbondanza oceanica. Cui parteciperà anche il Blancpain Ocean Commitment, da sempre deputato all’esplorazione e alla conservazione degli oceani. «Blancpain è entusiasta di questa partnership con Oceana, che ha dimostrato un rimarchevole impegno nella protezione e nel recupero degli oceani», ha affermato Marc Hayek, Presidente & Ceo di Blancpain, a proposito dell’operazione. «Sono davvero convinto che la protezione del mondo sottomarino si possa realizzare solo attraverso un pubblico informato».

    Il piano triennale con Oceana, tra le tante iniziative in programma, prevede una spedizione all’Arrecife Alacranes (più noto come Scorpion Reef), una delle più grandi barriere coralline nel Golfo del Messico meridionale. Dichiarata Riserva delle biosfere dall’Unesco e Parco nazionale protetto dal governo messicano, ospita oltre 500 specie di pesci e 34 di coralli. Recenti studi hanno dimostrato che proprio grazie a questa vasta biodiversità, l’area protetta ha più chance di sopravvivere agli effetti del cambiamento climatico. Sono comunque necessarie ulteriori azioni per salvaguardarla.

    Non è infatti solo il cambiamento climatico a minacciare le aree marine protette: anche la pesca distruttiva può esserne causa. La spedizione organizzata da Oceana e Blancpain servirà proprio a documentare la vita del delicato ecosistema della barriera corallina e a convincere il governo messicano a disporre ulteriori piani di protezione. La spedizione si servirà dell’ausilio di video e foto. Mezzi scientifici all’avanguardia, come l’analisi del Dna e la tecnica del fotomosaico tridimensionale, serviranno a produrre una documentazione utile.

    «Ringraziamo Blancpain per il supporto», ha commentato Andrew Sharpless, Ceo di Oceana. «Il sostegno di Blancpain aiuterà le squadre delle nostre campagne a realizzare la gestione dei nostri mari su basi scientifiche – combattendo la pesca eccessiva, l’inquinamento da plastica e la distruzione della biodiversità. Che si aggiungerà alle centinaia di vittorie della nostra policy e alle quasi 4 milioni di miglia quadrate di oceano protette». Chiude con un monito: «Insieme possiamo salvare gli oceani e nutrire il mondo».

    L’annuncio della partnership è stato fatto lo scorso ottobre, durante l’annuale cena di gala che si tiene a New York per raccogliere fondi a favore di Oceana. E che quest’anno si è svolta per la prima volta in edizione virtuale, ma con la consueta parata di personaggi. Tra gli ospiti, Bill Clinton, Jane Fonda, il sindaco Bloomberg, Leonardo Di Caprio, Diane Lane, Nile Rodgers e tanti altri. Per l’occasione Blancpain ha donato un Fifty Fathoms Ocean Commitment III, messo in vendita in un’asta privata. La serata ha fruttato oltre 1,2 milioni di dollari, che sono stati interamente devoluti alla conservazione degli oceani.

     

  • Jean-Marc Pontroué  racconta la sostenibilità di Panerai

    Jean-Marc Pontroué racconta la sostenibilità di Panerai

    Periodi estivi, periodi di grandi discussioni su temi appunto “caldi”. Quali il cambiamento climatico, la salvaguardia degli oceani, la responsabilità verso il riciclo e il risparmio energetico. Argomenti importanti di cui sentiamo spesso parlare e sui quale ci siamo confrontati con Jean-Marc Pontroué, Ceo di Panerai.  «Credo che abbiamo tutti la responsabilità di fare qualcosa per il nostro pianeta. Chi più di Panerai – legato indissolubilmente al mare e agli abissi – può impegnarsi profondamente nella tutela dell’ambiente e degli oceani?».

    In effetti Panerai da tempo ha cominciato a compiere azioni concrete. «Abbiamo iniziato a costruire un percorso verso la sostenibilità e la responsabilità sociale d’impresa, partendo dalle certificazioni necessarie per migliorare la qualità e il design caratteristici del marchio; nonché le garanzie legate alla provenienza delle materie prime e al loro impatto sull’ambiente», commenta Pontrué. E subito il pensiero corre all’adesione al Responsible Jewellery Council. «Ma il progetto più ambizioso in termini di eco-sostenibilità e di eco-compatibilità è stato il nuovo sito produttivo», spiega il Ceo.

    «A dieci anni dall’inaugurazione della manifattura di Neuchâtel (aperta nel 2004, ndr), Panerai ha inaugurato il nuovo stabilimento dove sono state trasferite tutte le attività di sviluppo, produzione e assemblaggio dei movimenti e degli orologi. Il nuovo edificio ha un impatto ambientale zero per quanto riguarda la produzione di anidride carbonica, grazie all’integrazione di alcune tecnologie finalizzate al recupero e al riciclo delle risorse, ai dispositivi per la riduzione delle emissioni, all’energia elettrica da fonti completamente rinnovabili. Abbiamo anche promosso politiche di mobilità eco-sostenibile dei dipendenti».

    In natura ogni scarto prodotto non è un rifiuto, ma rappresenta un elemento nutritivo per il ciclo successivo. Un moto circolare in cui nulla viene scartato. Su questo concetto di “economia circolare” si basa per esempio la gestione del sistema idrico della manifattura Panerai. Che recupera l’acqua piovana, la raccoglie in una cisterna di 50mila litri, per poi riutilizzarla nei servizi e nell’irrigazione degli alberi, un centinaio, piantati nell’area circostante.

    Invece l’acqua calda scartata dai macchinari è impiegata per produrre l’energia necessaria all’impianto di riscaldamento degli ambienti. Il sistema di condizionamento sfrutta il calore del sottosuolo per garantire agli spazi interni una temperatura costante e controllata. Ed è di nuovo di energia idroelettrica, 100 per cento verde certificata, che si serve la manifattura per ogni sua attività. E l’elenco potrebbe continuare…

    Intreccio perfetto tra design, tecnologia e rispetto per l’ambiente, la sede di Neuchâtel è oggi un esempio da seguire. Ma non c’è solo la costruzione: il viaggio nella sostenibilità di Panerai tocca molti altri ambiti. Dalla selezione dei fornitori all’utilizzo di carta con certificazione Fsc, fino al passaggio dai cataloghi stampati a quelli digitali, sono tante le piccole attenzioni quotidiane messe in atto dalla marca.

    Ma quando e come è nata la necessità per Panerai di integrare temi di sostenibilità nelle proprie collezioni? «Due anni fa abbiamo iniziato a pensare a come sviluppare i nostri nuovi prodotti per integrare un approccio più attento all’ambiente», racconta Jean-Marc Pontroué. «L’eco-sostenibilità è uno dei nostri temi di prodotto prioritari e principali per i prossimi anni. Questo è il motivo per cui stiamo esplorando l’idea di produrre un orologio riciclato al 100 per cento che sarà una grande innovazione nel settore».

    E la marca sta già attuando i primi passi in questo senso, come si vede negli esemplari creati per un’importante collaborazione. Panerai infatti è partner di Pangaea, la spedizione dell’esploratore sudafricano Mike Horn (cui è legato fin dal 2005), tesa a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla situazione di degrado ambientale. Lo yacht di Horn, ovviamente costruito utilizzando materiali riciclati, ha quindi navigato intorno al globo con a bordo giovani esploratori, per creare una nuova generazione di ambasciatori capaci di diffondere il rispetto per l’ambiente tra i propri coetanei. 

    Proprio per celebrare questa impresa, Panerai lo scorso anno ha sviluppato il Submersible Mike Horn Edition. Un orologio subacqueo professionale, impermeabile fino a 30 atmosfere, con una speciale cassa di 47 mm di diametro in EcoTitanium™. Un materiale ottenuto dal titanio riciclato, «una prima assoluta nel mondo dell’orologeria», afferma Pontrué. Mentre il cinturino è realizzato con materiali ricavati dal Pet e la confezione è anch’essa environmental friendly.

    «Quest’anno abbiamo presentato un’edizione limitata, di soli 5 esemplari, del Submersible Tourbillon Mike Horn EcoPangaea™», continua il Ceo. «L’orologio presenta una cassa eccezionale realizzata con metallo riciclato, proveniente dall’albero motore della barca Pangaea di Mike Horn». E conclude: «In futuro ci piacerebbe riutilizzare i materiali per creare il primo movimento interamente riciclato. Occorrerà tempo, ma in Panerai amiamo le sfide».

  • Friday for Future: il GRI report di IWC. Un impegno dimostrato

    Friday for Future: il GRI report di IWC. Un impegno dimostrato

    GRI: un “nuovo” modo di relazionare la sostenibilità. Perché nuovo?
    Fino a qualche anno fa i bilanci aziendali erano accompagnati solo dalla nota integrativa. Un documento che in maniera più discorsiva raccontava quello che in numeri era redatto nel bilancio d’esercizio.

    Con il crescere dell’importanza della sostenibilità, però, si è sentita la necessità di istituzionalizzare un documento che in maniera “standard” raccontasse gli obiettivi raggiunti in materia. Nasce così nel 1997 il GRI, Global Report Initiative. Una società no profit fondata da due enti: l’organizzazione governativa statunitense CERES (Coalition for Environmentally Responsible Economies ) e il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (United Nations Environment Programme – UNEP).

    Ma cos’è in concreto il GRI? E qual è il suo obiettivo? In pratica, il GRI report è una relazione sulla sostenibilità. L’obiettivo è quello di aiutare le persone a comprendere, misurare e comunicare l’impatto di un’attività sulla dimensione della sostenibilità (economica, ambientale e sociale). Ecco quindi il GRI report: un documento prodotto dalle aziende per raccontare al pubblico le loro azioni e risultati in materia di sostenibilità.

    A questo proposito, riparliamo oggi con piacere di IWC. Pioniere in tema di sostenibilità (di cui abbiamo già scritto), da poco ha presentato la sua seconda relazione dopo quella del 2018. “Approccio trasparente e collaborativo nei confronti della sostenibilità”: queste le parole che troviamo all’inizio del suo report. E legandoci a questo concetto, fondante in ambito di sostenibilità, vediamo insieme quali erano gli obiettivi fissati nel 2017 e quali risultati è riuscita a raggiungere.

    1. Obiettivi ambientali: riduzione del 10 per cento delle emissioni di gas serra e del 30 per cento del peso e del volume medio degli imballaggi.
    2. Obiettivi sociali: sono stati raggiunti gli obiettivi di parità di genere nella formazione. Sono raddoppiate le ore annuali di volontariato aziendale e ridotte del 10 per cento le assenze grazie alla promozione della salute e del benessere.
    3. IWC è stato il primo marchio di orologeria a soddisfare gli standard del Responsible Jewellery Council (RJC) aggiornato nel 2019. Questo ha permesso di ottenere la ricertificazione del Codice di procedura dell’RJC.

    IWC ha fatto da apripista nel settore dell’orologeria. Oltre a quello che più comunemente il pubblico considera pratiche di sostenibilità, ovvero prodotti più rispettosi dell’ambiente, IWC affronta anche i temi “sociali” della sostenibilità.

    L’azienda infatti investe nella comunità locale come datore di lavoro attraverso un piano di attività che migliorano la qualità della vita dei  propri collaboratori. Il 90 per cento dei dipendenti ha dichiarato di essere orgoglioso di far parte della famiglia IWC. Inoltre, ma non meno importante, IWC è stato il primo marchio in orologeria a ricevere la certificazione “Great Place to Work™” in Svizzera.

    Christoph Grainger-Herr, Ceo di IWC Schaffhausen, ha dichiarato: «Il nostro impegno per la trasparenza ci ha avvicinato ai nostri clienti, ai fornitori, alle comunità e ai colleghi in un modo del tutto inaspettato». Come a voler sottolineare quanto la sostenibilità non sia solo un impegno morale verso un futuro migliore, ma anche un’occasione di business. Perché i consumatori non sono stupidi e premiano chi – oltre a produrre un prodotto eccelso – fa di più e meglio per il domani di tutti.

    Aggiunge il Ceo: «È stato un viaggio davvero emozionante e sono orgoglioso dello slancio dimostrato finora da IWC. Agire in modo sostenibile è un infinito sforzo collettivo, continuo e collaborativo, e siamo i primi a riconoscere che si può fare di più. Continueremo ad assumerci la responsabilità di un impatto positivo, guidati dallo stesso spirito pionieristico del nostro fondatore nel 1868».

    Ecco allora a cosa serve il GRI report: a raccontare con chiarezza l’impegno e gli investimenti delle aziende come IWC. Che fanno del proprio meglio per un mondo più accogliente, sano e nuovamente prospero.

  • L’Econyl e i cinturini Breitling raccontati da Giulio Bonazzi

    L’Econyl e i cinturini Breitling raccontati da Giulio Bonazzi

    Mi piace associare il concetto di “rifiuto” alla storia di Cenerentola. Un colpo di bacchetta magica e i suoi “stracci” si trasformano in un meraviglioso abito da sera, per un gran gala. Non esattamente con la stessa facilità ma con molta passione e maestria, Aquafil, azienda italiana di Arco (Tn), compie un prodigio simile. Aquafil, il cui nome in origine è stato coniato per la produzione di impermeabili, lancia nel 2011 Econyl. Di cosa si tratta? Un filo di nylon rigenerato attraverso il riciclo di reti da pesca abbandonate, moquette, interni di automobili eccetera.

    Ma come si realizza Econyl®? I rifiuti di nylon sono recuperati dalle discariche e dai mari, trattati e puliti, così da estrarre quanto più nylon possibile. Eseguito questo trattamento iniziale, il nylon riciclato è depolimerizzato con un metodo chimico-meccanico che restituisce caprolattame (il polimero del nylon), senza però utilizzare fonti fossili, quindi inquinanti. Il caprolattame viene ri-polimerizzato per produrre un filo di nylon nuovo, riciclabile all’infinito.

    ll nylon Econyl è impiegato maggiormente per la pavimentazione tessile (tappeti, moquette), ma negli ultimi anni si è guadagnato una fama molto più glam. Diverse sono infatti le aziende del mondo della moda e degli accessori che l’hanno richiesto e portato alla ribalta. Ha suscitato interesse anche nell’industria del tempo: in particolare Breitling, della cui sensibilità ambientale abbiamo già parlato qui.

    Proprio per approfondire questo legame, abbiamo intervistato Giulio Bonazzi, Presidente e Ad di Aquafil. Oltre che un esperto di riciclo, un appassionato di orologi. Alla mia prima domanda, “Come è nata la partnership con Breitling?», scopro con piacevole stupore che tutto ha origine dalla collaborazione della casa di Grenchen con Kelly Slater, campione di surf statunitense molto attento ai temi legati alla conservazione dei mari.

    Soprattutto Kelly Slater è fondatore di Outerknown, marchio di abbigliamento sportivo per l’attività in acqua ma anche per la costal life. Kelly scopre Econyl nel 2013 e si reca personalmente presso lo stabilimento dell’azienda per verificarne la reale sostenibilità. Appurata la bontà del filato, fa di Econyl® il proprio flagship product. È facile capire come questa scelta abbia dato una visibilità mondiale ad Econyl. Perché, come mi riferisce Bonazzi, «Kelly Slater negli Usa è un’icona sportiva paragonabile in Italia a Valentino Rossi».

    Da lì il passo verso i grandi marchi è stato breve. Quando Outerknown – che all’epoca era all’interno del Gruppo Kering – ha avviato la partnership con Breitling ha, in maniera spontanea, coinvolto l’Econyl. Che è stato inserito appunto nelle linee di orologi Breitling dedicate al diving. «Alla base della collaborazione c’è l’amore per il mare, che tutti noi condividiamo», aggiunge Bonazzi con orgoglio.

    Quindi nella collaborazione con Breitling, Econyl ha avuto un ruolo chiave a livello produttivo… «Il filato Econyl costituisce la materia prima dei cinturini sostenibili di Breitling. Noi forniamo il filo a Breitling che, attraverso un suo fornitore specializzato in cinturini, dà vita al design creato dall’ufficio stile in collaborazione con Outerknown».

    Parliamo di orologeria e sostenibilità. Come lo vede questo accostamento?
    «Credo sia necessario fare un distinguo tra beni di consumo e beni durevoli. Gli smartwatch (beni di consumo) sono estremamente inquinanti e dovrebbero essere contingentati proprio per ridurre il loro impatto. Diverso è il discorso relativo all’orologeria svizzera, in cui l’oggetto è in sé un investimento economico che richiede una certa cura. Qui si può intervenire certamente con studi di R&D per migliorare l’impatto ambientale delle produzioni».

    25 milioni di euro di investimenti, più di cinque anni di ricerca e un paio per lo sviluppo commerciale. Questi i numeri che disegnano il lancio di Econyl, che oggi però rappresenta il 30 per cento dei ricavi del gruppo Aquafil (549 milioni nel 2019). Altri dati interessanti: ogni 10.000 tonnellate di Econyl si risparmiano circa 70.000 barili di petrolio greggio e si evita l’equivalente di oltre 57.000 tonnellate di emissioni di CO2.

    «Chi produce innovazione impari a comunicare e chi continua a produrre nel solito modo ritorni a studiare», conclude Giulio Bonazzi. Un monito che ci insegna che la ricerca e l’innovazione sono la base per la crescita strategica di un’azienda nel lungo termine, perché il tempo investito non vada mai sprecato.

  • World Oceans Day, continua l’impegno di Blancpain

    World Oceans Day, continua l’impegno di Blancpain

    Ricorre oggi il “World Oceans Day”, giornata celebrativa degli oceani istituita nel 1992 al Vertice della Terra di Rio de Janeiro dall’assemblea delle Nazioni Unite. L’obiettivo è chiaro: celebrare gli oceani e la nostra personale connessione con loro, nonché sensibilizzare l’opinione pubblica sul ruolo che essi svolgono nelle nostre vite.

    Per l’edizione 2020 è stato scelto un tema molto attuale: l’innovazione per un oceano sostenibile. Innovazione intesa come punto di scambio di idee, prodotti e metodi volti a ridurre l’impatto che la vita dell’uomo ha sulle acque. L’argomento del 2020 è particolarmente rilevante poiché fa da apripista per il tema delle scienze oceaniche al decennio delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile. Periodo che va dal 2021 al 2030, in cui una cooperazione internazionale di scienziati lavorerà per connettere le scienza dell’oceano con le esigenze della società.

    La cornice è quella dell’Agenda 2030, il grande “programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità” sottoscritto nel 2015 da 193 Paesi membri dell’ONU. Che si è posto 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile, in inglese SDG (Sustainable development goal), di carattere universale, fondati sull’integrazione fra le tre dimensioni di sviluppo sostenibile: ambientale, sociale ed economica. Gli Obiettivi, estremamente vari, vanno dalla sconfitta della fame e della povertà allo sviluppo di energie pulite; dal consumo responsabile alla lotta contro i cambiamenti climatici, fino alle collaborazioni globali.

    In questo contesto si muove anche Blancpain, che ha fatto dell’esplorazione e della conservazione degli oceani un proprio mantra. È quindi facile capire come sia diventato partner fondatore del World Ocean Summit (insieme a The Economist). Il viaggio è iniziato nel 2012 con l’obiettivo di aumentare la visibilità e la partecipazione al tema da parte di un pubblico più ampio. Ma l’iniziativa ha avuto ulteriore slancio con la Ocean Innovation Challenge, istituita nel 2015.

    Un appello per start-up, Ong, aziende profit e non profit, organizzazioni intergovernative e del mondo accademico per raggiungere l’Obiettivo di sviluppo sostenibile 14. Intitolato “Life Below Water” (La vita sott’acqua), mira a conservare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile.

    Per l’edizione 2020 – in linea con l’epoca storica che stiamo vivendo – il World Ocean Summit sarà virtuale ma non meno importante. Un webinar live event dove verrà svelata al mondo l’anteprima del film The Protectors. Una serie attuale, di ispirazione scientifica ma con un’anima “storyteller”, che riflette la passione di coloro che sono in prima linea nella biologia marina. Nel film verrà mostrata la parte più profonda dell’oceano nel tentativo di comprendere gli effetti derivanti dagli interventi umani sulle specie marine, come le estrazioni in acque profonde e l’inquinamento acustico. In ultimo un approfondimento per capire come gli ecosistemi oceanici possano contribuire a combattere gli impatti dei cambiamenti climatici.

    Nella serie sono coinvolti cinque esperti in tema di conservazione oceanica, cui viene chiesto: “Se potessi investire un miliardo di dollari in un’innovazione per gli oceani, quale sarebbe e perché?”. Peter Thomson, inviato speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per l’oceano presenterà il film. Assieme a lui parteciperanno Alexandra Cousteau, consulente senior di Oceana (una grande organizzazione americana per la conservazione degli oceani); e Maria Damanaki, ambasciatrice globale degli oceani presso The Nature Conservancy (altra organizzazione ambientale di beneficienza). Racconteranno al mondo quali sono stati i fattori che li hanno portati ad essere “protettori di successo degli oceani”. Quali sono le sfide che hanno dovuto affrontare e come gli investimenti nella protezione degli oceani hanno un forte e diretto impatto sulla vita.

    E sarà online anche il World Oceans Day Photo Competition, un concorso fotografico che premia gli scatti migliori dedicati alla vita sottomarina. Anche in questo caso c’è lo zampino di Blancpain, non solo nella sponsorizzazione ma anche nella paternità del progetto. Per il World Oceans Day del 2013, Blancpain aveva infatti organizzato a New York, presso il quartier generale delle Nazioni Unite, una mostra fotografica, intitolata proprio “Oceans”. Quella serie di immagini di esplorazioni marine sono poi confluite nel volume fotografico “Fifty Fathoms”, creato in onore del celebre orologio subacqueo di Blancpain. Che – detto per inciso – in occasione del World Oceans Day 2020 si veste di un inedito bracciale in titanio.

    Ma il successo dell’iniziativa fu tale che le Nazioni Unite decisero di trasformarla in un contest aperto a tutti. Da allora il World Ocean Days Photo Competition vede Blancpain nel ruolo di partner ufficiale. Suddiviso per sezioni, illustra la vita sotto (e sopra) la superficie delle acque, le interazioni con l’uomo, e documenta le condizioni di vita degli oceani con immagini a volte crude ma sempre estremamente suggestive. Proprio oggi, alle 18.40, sarà annunciato il vincitore. 

  • Cinturini ecofriendly. In tanti materiali, sostenibilmente fashion

    Cinturini ecofriendly. In tanti materiali, sostenibilmente fashion

    Foglie di banana, foglie di ananas e bucce d’arancia. Uva, funghi, sughero, bambù… Sembra di leggere gli ingredienti di un intruglio magico, invece sono alcuni dei materiali riciclati oggi disponibili per la produzione di cinturini ecofriendly. Accanto ad altri ormai noti, diventati quasi una consuetudine: come la pelle rigenerata o il nylon derivato dalla plastica riciclata – proveniente cioè da bottiglie in Pet, reti da pesca e altri rifiuti raccolti negli oceani.

    Va detto che negli ultimi anni l’orologeria ha conosciuto un certo fervore nella ricerca di materiali sostenibili. Un trend in grande ascesa, sia per motivi di marketing – soprattutto se ci si rivolge a un target giovane o comunque sensibile a certi temi -, sia per la volontà di aderire a un’economia circolare. L’obiettivo? Produrre orologi “etici”, rispettosi del Pianeta nella realizzazione come nello smaltimento.

    In questo senso, le grandi maison hanno raccolto la sfida per il futuro e si concentrano su progetti che comportano un impatto ambientale il più possibile limitato. Lavorano a leghe speciali per l’impiego di acciaio riciclato nella produzione della cassa e degli altri componenti. Studiano processi di fusione per il riciclo del vetro, mirati a ottenere la stessa garanzia di qualità di quello “vergine”. Ancora, cercano di sviluppare smalti meno inquinanti o galvaniche più “gentili” con l’ambiente.

    In questo contesto i cinturini rappresentano la componente dell’orologio su cui è più “semplice” intervenire con efficacia. Basta adottare cinturini ecofriendly e la questione è risolta. Sul mercato del resto si possono reperire sempre più materiali innovativi, realizzati da società specializzate in biotecnologie e dintorni. Ad esempio il Piñatex, una fibra a base di foglie di ananas fatto dall’azienda inglese Ananas Ananam. Oppure il Bananatex, (come dice il nome) fabbricato con le foglie di banano dal brand svizzero-taiwanese Qwstion. 

    E ancora il “pellame” vegano: come il Nuo, composto di legno brevettato in Germania; il Mylo, basato sul micelio dei funghi e creato dall’azienda californiana Bolt Thread; oppure quello a base di vinacce prodotto dall’italianissima Vegea (la sede è a Milano). Senza dimenticare il sughero, ricavato rigorosamente a mano dalla Ecosugheri nei boschi della Sardegna, per restare nel nostro Paese.

    E l’elenco potrebbe continuare, tanti sono i nuovi materiali impiegati con successo nella moda, nell’automotive o nel design d’interni. Anche se non tutti hanno già fatto il loro ingresso nell’industria delle lancette, probabilmente è solo questione di tempo. Perché la domanda di cinturini ecofriendly è in forte crescita. E proviene in primis dai grandi gruppi. Ma è altrettanto diffusa anche presso le marche più piccole, dai brand indipendenti fino alle start-up, spesso capaci di imprimere una svolta al settore.

    A cominciare da Awake, marchio francese in perfetto equilibrio fra innovazione e coscienza ambientale. Non a caso un suo orologio era al polso di Emmanuel Macron al G7 di Biarritz, lo scorso agosto, come simbolo di valori da condividere. Le collezioni di Awake infatti sono un tripudio di materiali sostenibili e tecnologie di fabbricazione responsabile: acciaio riciclato, plastica o nylon ottenuti da reti da pesca oppure fatti con la cellulosa. Packaging compreso: rigorosamente in cartone riciclato, certificato FSC.

    Ma non si tratta solo di casse e cinturini ecofriendly. Il team di Awake ha organizzato un programma a 360°, che parte dal recupero dei vecchi orologi di proprietà del pubblico (chi aderisce all’iniziativa riceve perfino una busta pre-affrancata per la spedizione). Riuniti nel centro di raccolta di Clichy, gli esemplari dismessi sono smontati uno ad uno e i loro componenti riciclati in relazione al materiale. Per ogni esemplare inviato, si riceve un buono di 50 euro sull’acquisto del prossimo orologio Awake. 

    Si spinge oltre Votch, innovativa start-up che utilizza cinturini “vegani”. La fondatrice, Laura, è una ragazza inglese particolarmente sensibile al benessere degli animali e decisa quindi a non utilizzarne le pelli. Per questo è alla continua ricerca di materiali alternativi, riciclati e cruelty free: mix di gomme termoplastiche e cotone, microfibre, Piñatex, pellami finti e così via. Con grande attenzione all’uso di additivi chimici, plastificanti e polimeri potenzialmente dannosi per la salute. 

    Ma il discorso sui cinturini ecofriendly riguarda anche (e ovviamente) i marchi di proprietà dei grandi gruppi, come quelli citati qui sotto. Con le opportune distinzioni: c’è chi ha un approccio globale al problema; chi sponsorizza associazioni ambientaliste; chi segue l’onda delle campagne a favore degli oceani; chi, ancora, ha festeggiato l’Earth Day…  Per saperne di più sui singoli casi, è opportuno visitare il sito ufficiale dei singoli produttori.

    Un’ultima considerazione. Nell’ottica degli orologi “green” valgono di più i cinturini ecofriendly e l’uso di materiali sostenibili, rispetto ai movimenti a energia solare. Documentatevi. 

     

    AWAKE La Bleue Nato Marine Cassa (38 mm) in materiale realizzato con il riciclo di reti da pesca, impermeabile fino a 5 atm. Movimento al quarzo, a energia solare. Cinturino Nato in Pet riciclato. 175 euro

    BAUME WATCHES Baume X ZAG Limited Edition II Orologio regolatore con cassa (42 mm) in alluminio anodizzato, legno e carbonio (gli stessi degli sci). Movimento automatico di fabbricazione giapponese. Il packaging comprende due cinturini intercambiabili, realizzati in Pet riclicato o in cotone certificato, foderati in sughero. Edizione limitata di 100 esemplari. 1.200 euro

    FOSSIL Solar Cassa (36 o 42 mm) in materiale bioplastico ricavato dall’olio di ricino; impermeabile fino a 5 atm. Movimento al quarzo, a energia solare. Il packaging comprende cinque cinturini in Pet riciclato di vari colori (realizzati con circa 16 bottiglie di plastica). Edizione limitata di 1764 esemplari, in vendita da metà maggio. 136 euro

    MAM Plano 682 Cassa (39 mm) in bambù certificato Fsc. Movimento al quarzo. Cinturino in pelle riciclata a concia vegetale (priva di cromo). Prodotto dall’azienda italiana Lowell. 129 euro

     

     

    NAUTICA WATCHES Nautica Loves the Ocean N-83 Cassa (40 mm) in acciaio, impermeabile fino a 5 atm. Movimento al quarzo. Lancette luminescenti, cinturino in tessuto riciclato. Prodotto da Timex Group, è realizzato in 6 versioni. 119 euro

    OUI & ME Petite Bichette Cassa (32 mm) in acciaio Pvd oro rosa. Movimento al quarzo. Cinturino Nato in tessuto fabbricato con plastica riciclata. Prodotto da Morellato Group, è realizzato in 4 versioni. 89 euro

    SECTOR NO LIMITS Save the Ocean Cassa (43 mm) in plastica ricialata, impermeabile fino a 10 atm. Movimento al quarzo con datario. Lancette e indici luminescenti, cinturino Nato in Pet. Appartiene alla collezione svelata ad ottobre durante la prima del film “Lo scoglio del Leone”. In vendita da maggio. 129 euro

    SMILE SOLAR Acetate Cassa (40 mm) in resina Abs riciclata, impermeabile fino a 10 atm. Movimento al quarzo a energia solare. Cinturino in pelle Pet, riciclato. Esiste in 5 versioni ed è prodotto da Citizen Group. 49 euro

    VOTCH Piñatex Collection Cassa (38 mm) in metallo spazzolato e annerito. Movimento al quarzo. Cinturino in Piñatex, a base di fibre di foglie di ananas provenienti da piantagioni bio. 135 sterline.

  • Fridays for Future: Oris, il change maker delle acque

    Fridays for Future: Oris, il change maker delle acque


    Change maker. Termine di derivazione inglese coniato da Bill Drayton – fondatore di Ashoka (associazione no profit) – per individuare gli “imprenditori sociali” e i “decisori del cambiamento” nel mondo. L’imprenditoria sociale crea valore sociale. Come? Attraverso strategie di business volte a creare una società più giusta grazie alla vendita di beni e servizi: da qui change maker.

    Di primo acchito questo può sembrare un punto di vista utopistico, naïf, ma in realtà non lo è. Il mero profitto come obiettivo primario di un’azienda è oggi di gran lunga superato poiché sappiamo che i consumatori non sono più inesperti. Lo sviluppo tecnologico ha contribuito all’informazione massiva e ha dato voce anche a nicchie minori, fiamma lenta del cambiamento. Le difficoltà politico-economiche e la sfiducia nelle istituzioni hanno portato i consumatori a cercare un po’ di verità e senso di appartenenza nelle aziende. Ed è proprio qui che nasce il tema dell’imprenditoria sociale. Di cui fa parte sicuramente Oris, azienda leader nell’orologeria subacquea.

    Oris sostiene attraverso la vendita di limited editions progetti specifici legati alla difesa delle acque terrestri. Nel 2018 vi parlavamo della spedizione sull’Isola della Passione, sperduto atollo della Polinesia francese, tesoro di inestimabile valore in tema di biodiversità. Ora vediamo quante e diverse sono le “missioni” sponsorizzate da Oris. Sempre più necessarie. Secondo il rapporto congiunto dell’Organizzazione mondiale della sanità e dell’Unicef, lo scorso anno 785 milioni di persone non avevano acqua pulita vicino casa. Un dato scioccante che mette in risalto ancor di più il ruolo e il valore dell’acqua nelle nostre vite.

    Esiste un lago in Siberia dal nome Bajkal che da solo costituisce il 20 per cento delle riserve globali d’acqua dolce, ed è costantemente minacciato dall’inquinamento dell’uomo. Oris sostiene il progetto Point No.1 del centro storico di ricerca che monitora da 75 anni lo stato di salute del lago. Un programma creato dal ricercatore prof. Mikhail Kozhov nel febbraio 1945, con l’obiettivo di osservare l’ecosistema del lago per prevenire possibili minacce, prelevando campioni di fitoplancton e zooplancton. E oggi sostenuto dalla Lake Baikal Foundation.

    Proprio grazie al lavoro di sensibilizzazione delle coscienze operato dalla fondazione, si apre uno spiraglio di speranza per la riserva d’acqua più grande al mondo. Per supportare il progetto Point No.1 e la Lake Baikal Foundation, Oris ha lanciato una limited edition del famoso orologio subacqueo Aquis, realizzata in 1.999 pezzi. In ricordo dell’anno in cui la Russia approvò la legge Bajkal che prevedeva misure stringenti di protezione del lago.

    Di rilievo è poi la partnership con il nuotatore estremo Ernst Bromeis. Fervente sostenitore dell’importanza delle acque, Ernst ha attraversato a nuoto diversi laghi, tra cui il lago Bajkal, per preparare il suo progetto “The Blue Miracle”. Immortalato durante la sua missione dal fotografo Maurice Haas, Ernst condivide con Oris l’obiettivo di una campagna globale di sensibilizzazione sullo stato delle acque del globo. Oris al suo fianco si è voluta sedere in prima fila supportando la spedizione con un endorsment dell’Oris Aquis Date Relief.

    Rilevanti anche le collaborazioni con altre associazioni ambientaliste. Fra le tante, ricordiamo Whale and Dolphin Conservation, attiva nella salvaguardia delle balenottere azzurre e dei delfini. La Pacific Garbage Screening, che sviluppa nuove tecnologie in grado di “ripulire” le acque, come l’enorme piattaforma galleggiante capace di filtrare plastiche e microplastiche sfruttando le correnti oceaniche. E la Reef Restoration Foundation, impegnata per ripristinare la grande barriera corallina. Progetti simili fino a qualche tempo fa erano utopistici, ora sono autori del cambiamento. Change maker, appunto.

  • Fridays for Future: l’impegno di Breguet nella Race for Water Odyssey

    Fridays for Future: l’impegno di Breguet nella Race for Water Odyssey

    Il tema delle plastiche generate dai rifiuti è ormai da anni un hot topic di cui si discute nei centri di ricerca, nelle aule politiche ma anche (e aggiungerei “fortunatamente”) nella vita privata. È così che Marco Simeoni,  imprenditore svizzero, ha creato nel 2010 la Race for Water Foundation, a supporto della conservazione degli oceani e contro l’inquinamento da plastica. La fondazione, nel 2015, ha lanciato una prima spedizione scientifica e ambientale, la Race for Water Odyssey, per effettuare una valutazione globale delle reali condizioni delle acque oceaniche.

    Esperienza ripetuta una seconda volta nel 2017 con una nuova odissea, sponsorizzata da Breguet, che si concluderà il prossimo anno. Questo sito ne ha già parlato in un’altra occasione, quindi evitiamo di ripeterci. Dirò solo, per chi non lo ricorda, che in missione c’è un enorme trimarano alimentato solo con energie pulite e rinnovabili: sole, vento e idrogeno. Un’eco-nave con emissioni di carbonio pari a zero, e un equipaggio affiatato di attivisti fermamente convinti di ciò che fanno. E che intendono “sensibilizzare, identificare, promuovere e diffondere soluzioni locali per trasformare i rifiuti di plastica in energia”.

    Un’impresa davvero maestosa, questa nuova Race for Water Odyssey. Non una semplice spedizione di analisi in un singolo posto, ma un viaggio attorno al mondo lungo 5 anni per scrivere “la mappa delle plastiche negli oceani”. La prima conclusione, cui si è giunti già nel 2015, è che non esistono solo “isole di plastica” ma anche “zuppe di microplastica”. Alla luce di questa scoperta, Race for Water si adopera per impedire l’inquinamento delle acque, sviluppando modelli sociali e di business che diano valore ai rifiuti di plastica e quindi ne incoraggiano la raccolta. Come? Attraverso il programma “Learn – Share – Act”. Ovvero, imparare, condividere, agire…

    Learn: riunire la comunità scientifica per comprendere l’impatto dell’inquinamento da plastica contribuendo così al progresso delle conoscenze scientifiche sull’inquinamento dell’acqua.
    Share: coinvolgere i decision-makers, sensibilizzare l’opinione pubblica ed educare le giovani generazioni.
    Act: agire attraverso attività concrete che apportino in fretta benessere agli oceani e alla comunità.
    Ma vediamo alcune attività di questo programma. In primo piano le giovani generazioni. Un pacchetto educativo proposto a scuole ed enti locali per insegnare ai ragazzi che salvaguardare l’acqua è senza dubbio il modo di garantire la sostenibilità del nostro pianeta.

    Il connubio fra attività di ricerca e workshop con operatori locali ha fatto sì che si arrivasse allo sviluppo di Biogreen®, realizzato in partnership con il gruppo francese Etia. Cioè un processo innovativo e brevettato per la conversione termochimica (pirolisi) continua di biomassa e altri rifiuti come la plastica. In pratica una tecnologia che estrae l’alto potere calorifico da questi materiali e li trasforma in gas di sintesi, quindi in elettricità. Queste unità installate in container possono essere schierate vicino ad aree abitate, consentendo di acquisire autonomia nella gestione dei propri rifiuti e nella produzione di energia. Una soluzione realistica che, se dispiegata su larga scala, può fermare la maggior parte della contaminazione degli oceani dai rifiuti di plastica.

    Sempre per sensibilizzare opinione pubblica e amministratori, la Race for Water Odyssey presenzierà alle Olimpiadi di Tokyo nel 2020 e all’Esposizione universale di Dubai nel 2021. Eventi di portata mondiale dove tutte le culture si fondono con lo scopo nobile della condivisione. Non solo. Poco più di tre mesi fa ha lanciato una nuova serie di documentari “Toxic Bomb” sul proprio canale You Tube. Video immediati in cui si mostra quello che l’uomo sta facendo al nostro pianeta. In ultima, in occasione del decimo anniversario della fondazione, è stato lanciato il libro “L’odyssée du Plastique” edito da La Maison Favre. Una ricca raccolta di immagini che descrive la crociata della Race for Water Odyssey contro l’inquinamento della plastica.

    Nel momento in cui scriviamo la Race for Water Odyssey è ferma in porto a Okinoerabu Island. Sta navigando da 304 giorni, ha fatto 22 stopover e ha percorso 26.190 miglia. Alla prossima scoperta!

  • Fridays for Future: riciclo e sostenibilità nelle partnership di Breitling

    Fridays for Future: riciclo e sostenibilità nelle partnership di Breitling

    Il riciclo oggi è di moda. Fino a qualche tempo fa, il solo pensiero di impiegare un materiale già utilizzato faceva inorridire qualsiasi marketing manager. «Chissà da dove arriva, chi l’ha usato, non possiamo garantirne la qualità…», bla bla. Queste le argomentazioni che circolavano negli uffici prodotto di fronte all’idea di considerare un materiale riciclato.

    Ebbene, oggi la tendenza sul riciclo è totalmente upside down. Se non ricicli sei out. Se non includi nel marketing plan del prossimo decennio un piano strutturato per diventare sostenibile, sarai out. Questi sono i tempi. Le aziende hanno 10 anni per mettere in opera il loro viaggio verso la sostenibilità ambientale. Sì, secondo le stime di diversi analisti (vedi Francesca Romana Rinaldi) il 2030 è l’anno che segnerà il turning point.

    Entro quella data le aziende dovranno mettere in atto il loro “Sustainable journey” basandosi sul proprio Dna, perché – ricordiamolo – non esiste un’unica ricetta per essere sostenibili. Il punto di partenza è sempre l’azienda, la sua storia e i suoi punti cardine. Su quelli bisogna costruire un piano che sia economicamente sostenibile.

    Ed eccoci con un marchio orologiero che ha trovato la chiave corretta per avviare il proprio viaggio nel mondo della sostenibilità, Breitling. Noto in tutto il mondo per gli esemplari da aviatore, tra i tanti cult vanta anche il subacqueo Superocean, presentato in origine nel 1957. E proprio l’oceano e il mondo del diving oggi sono per Breitling punti fondamentali su cui lavorare. Per dare dimostrazione di quanto un orologio non sia solo uno strumento di misura del tempo, ma un veicolo attraverso cui creare un “mondo migliore”.

    Nasce così nel 2018 la collaborazione con Ocean Conservancy, un’organizzazione non governativa in prima fila nella lotta globale contro l’inquinamento degli oceani e nella battaglia per le spiagge pulite. Che in più di 30 anni di lavoro ha contribuito a formare una coscienza pubblica: dal 1986, ha coinvolto oltre 12 milioni di volontari nella raccolta di quasi 230 milioni di sterline di rifiuti.

    In queste azioni concrete, annunciate dal vulcanico Georges Kern, Breitling svolge un ruolo attivo. Partecipa ad alcune attività organizzate da Ocean Conservancy e concorre a proteggere il delicato ecosistema oceanico anche attraverso l’utilizzo di materiali di riciclo provenienti proprio dall’oceano. Per intenderci, nel 2019 ha presentato un’edizione limitata del Superocean Heritage per commemorare la partnership essenziale con Ocean Conservancy. Il lancio, che si è tenuto a Bali, faceva parte di una massiccia iniziativa di pulizia delle spiagge.

    In quell’occasione, un centinaio di ospiti Breitling si sono uniti a centinaia di volontari per rimuovere una quantità impressionante di rifiuti e plastica dalle spiagge. A supportare la campagna di pulizia c’erano i membri della Surfers Squad di Breitling: Kelly Slater, dagli Stati Uniti, e due australiane, Sally Fitzgibbons e Stephanie Gilmore; insieme hanno partecipato alla loro prima missione condivisa come squadra.

    Sempre lo scorso anno, Breitling ha anche messo in vendita un cronografo della collezione Superocean Heritage in edizione speciale, con il cinturino in materiale di riciclo realizzato da Outerknown. Cioè l’azienda produttrice di abbigliamento sostenibile co-fondata da Kelly Slater, leggenda del surf nonché membro della Surfer Squad di Breitling, appunto. E l’operazione si è evoluta di recente.

    Breitling continua infatti la collaborazione con Outerknown, e la sancisce con il nuovo Superocean Automatic Outerknown 44 con cinturino Nato eco-sostenibile. È realizzato infatti in filo Econyl®, un materiale creato dal nylon di scarto come le reti da pesca recuperate negli oceani di tutto il mondo. A produrre questo avveniristico filato è Aquafil, un’azienda italiana con sede ad Arco (in provincia di Trento), frutto di una geniale intuizione di Giulio Bonazzi, attuale Presidente e Ceo.

    Ma siamo solo all’inizio del percorso per la sostenibilità di Breitling, che continuerà sulla strada dell’impegno e del riciclo. Ne siamo certi. A fianco di Ocean Conservancy, Outerknown e chissà quali altri prossimi partner; per far sì che le generazioni future abbiano la possibilità di godere di oceani sani, fonte di vita sulla Terra, e di spiagge pulite. E a dimostrazione che, facendo leva sul proprio Dna, si possono creare storie di successo e dare un contributo per la salvezza del pianeta. Perché non abbiamo un “Planet B”, e Breitling ne è consapevole.

  • L’impatto sociale di Chopard, fra solidarietà e ambiente

    L’impatto sociale di Chopard, fra solidarietà e ambiente

    Impatto sociale: questo è l’argomento che trattiamo nella prima puntata di “Fridays for Future” del 2020. Se guardiamo al suono e alla grafica del numero dell’anno che ci accingiamo a vivere, viene da pensare che sarà un bell’anno. Rotondo, morbido, fluido nel suo scandire. Ci auguriamo che sia un anno di cambiamenti, di belle novità e soprattutto di attivismo.

    Cosa si intende per impatto sociale? Si tratta di tutte quelle azioni che concretamente apportano benessere a una o più comunità in uno specifico luogo. Immagino vi stiate ora domandando se siate finiti per errore su un sito di economia o se invece stiate per approfondire un tema legato all’orologeria. Bene, un’azienda molto virtuosa di cui abbiamo già parlato ha coniugato lancette e impatto sociale in modo molto articolato. Eccoci quindi a parlare del secondo capitolo del “Viaggio verso il lusso sostenibile” di Chopard.

    Abbiamo visto in precedenza quanto Chopard possegga la sostenibilità nel proprio patrimonio genetico. “Solo” a livello produttivo pone in essere alcune attività che poche aziende possono vantare a oggi. Per esempio è membro dal 2010 del Responsible Jewellery Council (RJC), utilizza esclusivamente “oro etico” e impiega diamanti conformi al Kimberly Process.

    Ci domandiamo allora: la sostenibilità ha un mero confine legato alla produzione? Chiaramente no. E Chopard lo sa bene, considerato il numero di attività a elevato impatto sociale poste in essere. Oggi nello specifico ne vedremo tre: la Mille Miglia GREEN, la collaborazione con la Fondazione Andrea Bocelli e quella con l’associazione Eagle Wings – Protecting the Alps.

    Partner dal 1988 della Mille Miglia – storica corsa di auto d’epoca -, dal 2019 Chopard ha deciso di sostenere la Mille Miglia GREEN ponendo grande enfasi sul tema delle corse responsabili. Perché? È risaputo che i consumatori del lusso hanno accesso a canali privilegiati, oltre a essere pionieri nell’abbracciare i nuovi trend. Le aziende quindi si adoperano per soddisfare i nuovi bisogni dei propri clienti con l’obiettivo di non tradire le loro aspettative; ma, soprattutto, anche con quello di essere loro stesse veicolo per il cambiamento.

    Non solo leisure, però. L’azienda ha sempre considerato l’altruismo e la generosità dei valori fondamentali; e ha quindi allineato il valore dei beni di lusso al benessere delle persone e del pianeta, attraverso il sostegno a svariate organizzazioni senza scopo di lucro. Ecco quindi la partnership tra Chopard e la Fondazione Andrea Bocelli (ABF). Nata lo scorso anno e confermata anche per questo, ha già avuto un primo, concreto impatto sociale nella ricostruzione della scuola primaria e dell’infanzia E. De Amicis di Muccia (in provincia di Macerata), distrutta dal terremoto del 2016.

    In particolare l’azienda ha contribuito alla realizzazione dell’aula di “Arte, Scienze e Sostenibilità” dove avranno luogo i laboratori per i bambini. Oltre all’aiuto concreto per la comunità colpita, uno degli obiettivi è quello di sensibilizzare i ragazzi sull’argomento, vitale per il loro futuro.

    E meritano un cenno anche le altre iniziative filantropiche, sia che appartengano al passato sia ancora in corso: dalla partnership con la fondazione José Carreras Leukemia a quella con Education Above All di  S.M. Mozah bint Nasser, moglie dello sceicco del Qatar; e ancora dal sostegno all’associazione The Naked Heart di Natalia Vodianova a quello verso All hands and hearts – Smart Response di Petra Nemcova. E l’elenco potrebbe continuare.

    Ma Chopard non si limita alla solidarietà verso le ong impegnate nel sociale: rivolge anche grande attenzione all’ambiente. Come Main partner della Eagle Wings Foundation si preoccupa da un lato della salvaguardia delle Alpi, con lo studio dell’impatto dei cambiamenti climatici sul loro delicato eco-sistema; dall’altro della conservazione dell’aquila di mare coda bianca, particolare specie di rapace soggetto a un vero e proprio sterminio da parte dell’uomo negli ultimi secoli. La Eagle Wings è stata fortemente voluta in prima persona dal Co-presidente Karl-Friedrich Scheufele, spinto dalla passione per la montagna.

    Azioni apparentemente slegate da orologi e gioielli, in realtà molto intrecciate. Perché un brand per durare nel tempo deve avere radici solide. E Chopard, dotato di una visione assolutamente positiva del mondo, perpetua il proprio patrimonio di tradizioni e savoir-faire in modo sostenibile. Consapevole che il lusso contemporaneo non può essere che etico e responsabile. Anche attraverso progetti ad alto impatto sociale.

  • Fridays for Future: il viaggio verso il lusso sostenibile di Chopard

    Fridays for Future: il viaggio verso il lusso sostenibile di Chopard

    La responsabilità è un valore fondante. La responsabilità, se posta come principio imprescindibile a qualsiasi tipo di contrattazione, risolverebbe molti problemi che ci riguardano da vicino. La responsabilità diventa ancora più importante se legata all’ambiente. Per anni abbiamo prodotto, consumato e poi buttato oggetti in maniera quasi compulsiva, spinti dal modello consumistico senza pensare al “behind the scene”. Senza chiederci quale fosse l’impatto di questo nostro comportamento sulla terra. La tendenza, finalmente, sta per invertirsi. Le nuove generazioni chiedono alle aziende trasparenza, rispetto per l’ambiente ed esperienze.

    C’è una maison nel lusso che della responsabilità aziendale ha fatto un vero e proprio asset strategico: oggi parliamo di Chopard. Nel 2013 Chopard ha avviato il proprio “Viaggio verso il lusso sostenibile” – promosso in partnership con l’organizzazione Eco-Age di Livia Firth. Si tratta di un percorso guidato da un ambizioso impegno, il cui obiettivo primario è quello di proteggere e preservare la Terra da cui vengono estratte le materie prime. Chopard quindi è un’azienda responsabile che tratta la sostenibilità aziendale non come un’opportunità di marketing ma come un vero credo. Fondato su quattro pilastri portanti: approvvigionamento responsabile delle materie prime; gestione ambientale; investimento nel personale; impegno e consapevolezza.

    Chopard si prefigge la massima trasparenza possibile sulle origini delle materie prime e dal 2010 è membro del Responsible Jewellery Council (RJC). Di cosa si tratta? Il Responsible Jewellery Council è un ente normativo internazionale il cui compito è quello di garantire l’attuazione di pratiche commerciali responsabili. Ha sviluppato una piattaforma di standard comuni per la filiera produttiva nella gioielleria, nonché un meccanismo affidabile di verifica dell’attuazione di pratiche commerciali responsabili attraverso valutazioni eseguite da terzi. Nel 2012 Chopard ne ha ottenuto la  certificazione.

    In termini pratici tutto ciò si traduce in primis nell’impiego esclusivamente di “oro etico“. Diretta estensione del “Viaggio verso il lusso sostenibile”, dal luglio 2018 l’oro etico utilizzato da Chopard proviene responsabilmente da uno di due percorsi tracciabili: 1. Oro nuovo estratto artigianalmente da miniere su piccola scala aderenti alla Swiss Better Gold Association (SBGA), secondo gli schemi Fairmined e Fairtrade. Lo standard Fairmined richiede di dimostrare che durante il processo di estrazione vengano rispettati i requisiti previsti per le condizioni di lavoro, i criteri di sviluppo sociale e la tutela dell’ambiente.

    2. Oro conforme alla Chain of Custody dell’RJC. Lo standard Chain of Custody (CoC) dell’RJC è un’iniziativa che mira a supportare richieste di materiali di gioielleria di provenienza responsabile. Inoltre la completa tracciabilità della filiera di fornitura dell’oro di Chopard è assicurata attraverso il modello operativo basato su un sistema a circuito chiuso. In questo modo, è possibile riciclare fino al 70 per cento dei frammenti di oro pre-consumo o “scarto di produzione”.

    Oltre all’utilizzo dell’oro Fairmined, Chopard pone estrema attenzione alla fonte di provenienza dei diamanti. La maison sostiene e segue i principi di trasparenza stabiliti dallo schema di certificazione Kimberley Process e dal World Diamond Council System of Warranties. Inoltre, ha promosso un’iniziativa di autoregolamentazione ai propri fornitori. A tutti loro chiede di non acquistare o vendere “diamanti insanguinati” né diamanti provenienti da fonti sospette o sconosciute, o da paesi e regioni che non aderiscono al Kimberley Process.

    Sempre nell’ottica del “Viaggio verso il lusso sostenibile”, Chopard nel 2016 ha compiuto un ulteriore passo facendosi promotore di un’altra nuova iniziativa pionieristica. Ha infatti sviluppato una partnership esclusiva con Gemfields, il principale produttore mondiale di pietre preziose colorate, proprio per utilizzare gemme provenienti da fonti responsabili. Da cui è scaturita la capsule collection di alta gioielleria Green Carpet, creata con smeraldi “garantiti”. Ma ne è anche prova il fatto che in occasione della crisi dei Rohingya in Myanmar, Chopard abbia immediatamente interrotto l’acquisto di rubini e altre pietre preziose dall’ex Birmania.

    Si inscrive sempre nell’ottica del “Viaggio verso il lusso sostenibile” e di approvvigionamento controllato delle materie prime anche la creazione del nuovo Lucent Steel A223. Ovvero un tipo di acciaio esclusivo, frutto di quattro anni di sviluppo, realizzato al 70 per cento da acciaio riciclato e al restante 30 da acciaio “tracciato” in quanto proveniente da una filiera rispettosa dell’ambiente. Fuso più volte seguendo un iter produttivo complesso, risulta particolarmente luminoso, bio-compatibile e dalla straordinaria durezza (attestata a 223 Vickers, da cui il nome). Per ora la maison lo utilizza nella collezione di orologi Alpine Eagle, ma non si esclude l’estensione in futuro su una produzione più vasta.

    Ed è almeno da segnalare infine la collaborazione di Chopard con varie organizzazioni, tese proprio ad aiutare i propri fornitori nell’impiego di pratiche responsabili. Oltre alle già citate Eco-Age, partner nel progetto “Viaggio verso un lusso sostenibile”, e a Gemsfield, è da ricordare l’Alliance for Responsible Mining (Arm), una Ong indipendente che sostiene a livello mondiale l’equità e il benessere delle comunità che svolgono attività mineraria artigianale su piccola scala (Asm). L’Asm rappresenta l’80 per cento della forza lavoro delle miniere e produce quasi il 20 per cento dell’oro mondiale. E merita un cenno pure Lucara Diamond Corp., una compagnia di estrazione di origini canadesi che opera nelle miniere del Botswana e con cui sono stati messi punto standard di best practice internazionali nell’estrazione dei diamanti.

    Ma l’impegno di Chopard non si limita a tutto questo. La maison promuove altre azioni e iniziative in ambiti diversi, proprio a testimonianza del fatto che la responsabilità è un dovere, non solo un’opportunità. Ne riparleremo.

  • Fridays for Future:  Blancpain Ocean Commitment

    Fridays for Future: Blancpain Ocean Commitment

    L’Italia è sotto la morsa del maltempo, da nord a sud intere zone vengono flagellate da bombe d’acqua. A Venezia l’acqua alta ha raggiunto livelli che non si vedevano dal 1966, danneggiando opere di inestimabile valore. In Sicilia intere spiagge e stabilimenti balneari sono stati distrutti da violente mareggiate, portando alla luce ciò che, ahimè, giace nei nostri mari. E cioè intere distese di plastica. Scolapasta, bottiglie e giocattoli si distinguono ad occhio nudo. Ma, seppur ci impressionino molto, non sono questi oggetti a dover fare paura, quanto le micro-plastiche che ormai “popolano” mari e oceani distruggendo la flora e la fauna subacquee.

    Esiste un marchio di alta orologeria che della tutela degli oceani e delle specie marine ha fatto un must: parliamo di Blancpain. Siamo nel 1953, anno di nascita del leggendario Fifty Fathoms: il primo orologio subacqueo moderno, che segnerà un punto di svolta nella storia e nel design dei modelli diver.  Dal lancio di quel primo esemplare, il passo verso l’innamoramento per il mondo marino è breve. Blancpain instaura da subito relazioni profonde con esploratori subacquei, scienziati di spicco e fotografi.  

    E la vocazione ambientalista si fa ancora più decisa dopo l’ingresso della maison nella galassia Swatch Group, quando le redini passano nelle mani di Marc Hayek. Giovane, sportivo, Marc pratica dive è appassionato soprattutto di immersioni subacquee. Il suo obiettivo è sostenere iniziative volte alla conservazione degli oceani e all’informazione dell’opinione pubblica. Un impegno che prende il nome di Blancpain Ocean Commitment. E si realizza concretamente in diverse iniziative, che ad oggi vantano numeri importanti: 11 aree marine protette e 19 spedizioni scientifiche, oltre a svariati eventi a sostegno del progetto. Per esempio le spedizioni a fianco della National Geographic Society e la partnership con il World Ocean Summit.

    Blancpain è fermamente convinto che la consapevolezza del pubblico sia vitale per raggiungere gli obiettivi di conservazione e protezione degli oceani del mondo. E, partendo da questo presupposto, sostiene artisti/scienziati visionari che hanno fatto della fotografia subacquea la loro missione. Laurent Ballesta è uno scienziato marino, illustre fotografo subacqueo e pioniere nell’uso di nuove attrezzature da immersione. Il supporto del Blancpain Ocean Commitment gli ha permesso di capitalizzare i propri talenti attraverso il progetto Gombessa, concepito per far progredire la comprensione da parte del pubblico di ecosistemi sottomarini fino ad allora inaccessibili e vagamente studiati. Il progetto ha già dato origine a cinque grandi spedizioni, l’ultima nel nostro mar Mediterraneo lo scorso giugno.

    Ma Blancpain non si impegna solo sul territorio (o meglio, in acqua): sostiene anche importanti attività di sensibilizzazione delle coscienze. Come ad esempio la sponsorizzazione del Concorso fotografico annuale per l’Ocean World Day, a cura della fotografa Ellen Cuylaerts, che si tiene ogni anno a New York presso le Nazioni Unite; e mira a sottolineare l’importanza ecologica ed economica degli oceani sani, insieme alla necessità di proteggere il fragile ecosistema della vita sottomarina.

    In ultimo, ma non meno importante, la sponsorizzazione di The Dive Tec!, evento annuale che chiama a raduno esperti subacquei, esploratori e appassionati per scoprire e approfondire le ultime innovazioni nel settore. E non va dimenticato il pubblico, verso cui Blancpain pone la massima attenzione, e per il quale ha organizzato la mostra Blancpain Ocean Commitment. In cui racconta attraverso immagini, video e illustrazioni il proprio impegno nello sviluppo degli orologi subacquei, nonché il proprio coinvolgimento a lungo termine a favore di progetti di conservazione dell’oceano. 

     

  • Fridays for Future: IWC, un’azienda eco-friendly

    Fridays for Future: IWC, un’azienda eco-friendly

    Milano, piazza della Repubblica, giovedì, caffè. Siamo alla vigilia dello sciopero generale di un 27 settembre insolito, molto caldo. Ci interroghiamo sui cambiamenti climatici e su quanto poco basterebbe in realtà per fare la differenza. Da lì iniziamo a divagare sulla relatività del tempo, su quanto tempo sia stato sprecato e su quanto l’orologeria sia realmente attenta al tema della sostenibilità. Nasce così questa rubrica “Fridays for Future”. E a poche settimane dall’esordio, mi ritrovo con meraviglia a dover selezionare gli argomenti di cui parlare, poiché le case orologiere sono molto attive in questo senso.

    Sostenibiltà nel Dna

    Oggi quindi mi concentro su IWC Schaffausen, che da 150 anni produce responsabilmente orologi dagli elevati standard qualitativi. Cito letteralmente il “Sustainability Report”, pubblicato dall’azienda nel 2018, che ne evidenzia la sensibilità “eco” fin dalle origini: “Ci impegniamo a creare valore a lungo termine sia per il nostro business che per la società, preservando al contempo il nostro patrimonio di qualità, artigianalità e innovazione. Guardando indietro ai nostri valori fondanti e aspettando un futuro resiliente, miriamo a essere orientati alla crescita rimanendo responsabili socialmente ed ecologicamente”.

    Del resto, l’esistenza stessa di questo documento la dice lunga sull’impegno reale dell’azienda. Da un lato perché realizzare un report sulla sostenibilità (che oltretutto mi sembra sia stato il primo emesso da un marchio svizzero di orologi) significa offrire massima trasparenza al riguardo; dall’altro perché ha fissato obiettivi concreti da raggiungere entro il 2020, aderenti a quanto indicato dall’ONU in tema di sviluppo sostenibile. Per esempio, la riduzione del 30% del volume e del peso del packaging, e delle emissioni di gas del 10%.

    In più IWC ha affidato a Franziska Gsell, Chief marketing officer, un ruolo di responsabilità nella gestione della causa. E, a quanto pare, la signora ci sa fare. Tant’è che la Manifattura, negli ultimi anni, ha ricevuto non solo consensi generali ma anche molteplici riconoscimenti.

    Tra l’altro, nel 2017 ha ottenuto il Positive Luxury Award, premio destinato alle aziende che attuano realmente un cambiamento positivo nel mondo, attribuito da una giuria di esperti internazionali. E, in questo 2019, la “medaglia d’oro” dell’International CSR Excellence Award (la sigla sta per Corporate social responsibility, Responsabilità sociale aziendale), che viene destinato ai programmi, servizi e progetti delle organizzazioni più attive a livello globale.

    Del resto la filosofia, o meglio la policy aziendale in tema di responsabilità sociale è rivolta in quattro aree di interesse: Approvvigionamento, Ambiente, IWC come datore di lavoro e Investimenti comunitari. Vediamole assieme:

    Approvvigionamento

    A tutti i fornitori viene chiesto di soddisfare gli standard del Marchio anche per quanto riguarda il loro impatto ambientale e sociale. I fornitori di metalli (oro, platino eccetera) e di diamanti devono essere in possesso della certificazione del Codice di procedura del Responsible Jewellery Council. Per i pochi che non lo sapessero, l’RJC è un’organizzazione no-profit fondata nel 2005 con la seguente missione: “Promuovere, nel contesto della lavorazione dei gioielli in oro e diamanti, pratiche responsabili da un punto di vista etico, sociale ed ambientale, che rispettino i diritti umani, dall’estrazione alla vendita”.

    Ambiente

    Gli uffici centrali, la raffineria dove viene lavorato l’oro e il nuovo centro di produzione sono alimentati da energie rinnovabili. Emblematica è la struttura del centro di produzione, equipaggiata da tende da sole con sensori, pannelli solari sui tetti e un sistema di recupero del calore derivante dai processi produttivi che permette di ottimizzare la gestione dell’energia. Inoltre, l’obiettivo di ridurre i rifiuti viene perseguito con l’introduzione di confezioni per orologi più piccole e di alta qualità, realizzate con il 90% di plastica in meno rispetto alle precedenti.

    Senza dimenticare che IWC ha firmato il protocollo “New Plastics Economy Global Commitment” della Ellen MacArthur Foundation, mirato a ripensare la plastica non come rifiuto ma come materia prima rinnovabile. La Fondazione, creata dalla velista americana nel 2010, è una delle maggiori al mondo in tema di economia circolare; e conduce questo progetto in collaborazione con il Programma Ambientale delle Nazioni Unite.

    IWC come datore di lavoro

    Lo stabilimento produttivo di Schaffhausen è stato progettato come ambiente di lavoro ideale, per esempio con postazioni ergonomiche, luce naturale utilizzata il più possibile, cibi locali freschi e di stagione alla mensa. Non solo. IWC incoraggia i propri dipendenti a essere parte integrante di questo cambiamento, anche con una formazione continua. Per loro è stata predisposta una fermata dell’autobus proprio in prossimità dell’edificio, per promuovere l’utilizzo di mezzi pubblici così da ridurre le emissioni inquinanti. E sono state installate stazioni di ricarica gratuite per i veicoli elettrici.

    Investimenti comunitari

    Devo almeno ricordare infine le attività a favore dell’ambiente e del sociale. I dipendenti dell’azienda hanno la possibilità di praticare il volontariato presso partner organizzativi come Laureus Sport for Good Foundation, un’organizzazione che unisce sport di eccellenza e impegno sociale di alto livello (di cui parleremo in modo approfondito in un’altra occasione); e l’Antoine de St. Exupéry Youth Foundation, che si occupa di infanzia disagiata.

    A livello locale, la Casa di Sciaffusa partecipa all’impegno del Forest Stewardship Council per migliorare le condizioni delle foreste circostanti. Mentre a livello internazionale sostiene la Cousteau Society, ormai un’istituzione nella tutela degli oceani. Fondata nel 1973 dal celebre esploratore e oceanografo Jacques Cousteau, è dedicata alla protezione della vita marina e all’osservazione degli ecosistemi di tutto il mondo.
    A favore dei propri partner, IWC interviene in modo concreto: realizza ad hoc edizioni speciali, la cui vendita – attraverso i consueti canali di distribuzione o per mezzo delle case d’asta – contribuisce a finanziarne i programmi.
    Alla settimana prossima.

  • “Lo scoglio del leone” e l’impegno di Sector nella sostenibilità

    “Lo scoglio del leone” e l’impegno di Sector nella sostenibilità

    “I valori dell’ambiente e della natura intesi come valori della convivenza”. Così Massimo Carraro, Presidente di Sector No Limits, riassume i motivi della sponsorizzazione del film “Lo scoglio del leone“, diretto da Rosario Scandura. Una produzione indipendente, presentata fuori concorso alla Festa del Cinema di Roma, e ieri sera protagonista di un talk-show a Casa Alice.

    L’evento, organizzato dal magazine digitale “The Hot Corn” in partnership con Sector No Limits, è stato un momento di riflessione sul modo in cui il cinema racconta le problematiche ambientali. Tra gli ospiti, da citare almeno Neri Marcoré e Donatella Finocchiaro, oltre ovviamente al regista e agli attori del film. Che tratta proprio di tutela dell’ambiente e per questo ha ricevuto il premio Hot Corn Green.

    “Lo scoglio del leone” infatti affronta il tema della pesca clandestina, dell’abusivismo edilizio, dei danni causati all’eco-sistema dai comportamenti errati dell’uomo. E narra, attraverso gli occhi di Saro, un ragazzo siciliano, il senso di “attaccamento” alla propria terra e l’impegno per difenderla. Ma cosa unisce un’azienda che produce orologi a un’operazione così toccante e vicina ai temi della sostenibilità ambientale?

    Come spiega Massimo Carraro, si tratta della “volontà di fare sistema” e di lavorare con serietà per ridurre l’impatto ambientale. A cominciare proprio dalla sponsorizzazione del film: “In verità è qualcosa di più”, precisa subito. “L’idea nasce ancora prima che il film venisse girato. Perché il regista è un caro amico, originario di Acireale e con una forte passione interiore”, nei confronti dell’Isola e dell’ambiente.

    “Mi ha affascinato”, racconta, “come nel film si intreccino meravigliosamente i temi della natura, del mare, la bellezza della Sicilia, con i valori umani. Per esempio il rapporto fra nonno e nipote. Perché i valori dell’ambiente e della natura sono i valori della convivenza”, spiega appunto. “E poi c’è stata un’interessante coincidenza di tempi con il nostro progetto Save the Ocean“, lanciato in anteprima proprio ieri sera alla Festa del Cinema di Roma. “Sul mercato a partire dalla primavera 2020, è basato sull’utilizzo di plastica riciclata proveniente dagli oceani”.

    Save the Ocean infatti è la nuova collezione di orologi Sector – 6 referenze in totale, 3 da uomo e 3 da donna -, realizzati interamente con plastica riciclata. “Con questo progetto acquistiamo plastica raccolta dai mari da alcune associazioni – e quindi di fatto ne finanziamo l’attività”, afferma ancora Carraro; “e poi utilizziamo appunto la plastica riciclata per i nostri orologi”. In particolare per la cassa e la fibbia, mentre il cinturino Nato è realizzato in Pet. Per farla breve, un esemplare totalmente ecosostenibile.

    “C’è un’altra cosa che mi sta particolarmente a cuore”, continua Carraro. “Oggi in molti parlano di sostenibilità ma pochi fanno davvero qualcosa di concreto. Però io sono convinto che il consumatore, il pubblico, sia intelligente e non si faccia fregare da nessuno: sa distinguere tra un prodotto genuino e uno tarocco”. Cioè tra un prodotto che rispetta davvero l’ambiente e un altro che invece millanta solo di farlo.

    Del resto, Sector è un marchio sportivo, da sempre legato al mare, all’outdoor, alla natura. E la collezione Save the Ocean esprime perfettamente i valori della marca. Ma il sostegno al film “Lo scoglio del leone” rivela un vero e proprio “credo” dell’azienda, un’etica reale che merita di essere sottolineata. “Oggigiorno parlare unicamente di profitto come obiettivo aziendale è una visione un po’ superata”, conclude Carraro. “La responsabilità delle aziende leader (come Sector No Limits, ndr) è quella di essere leader anche nel processo di trasformazione verso la sostenibilità”. Come non essere d’accordo?

  • Fridays for Future: la Fondazione Audemars Piguet

    Fridays for Future: la Fondazione Audemars Piguet

    La sostenibilità per alcune aziende (serie) è un progetto importante, non una semplice voce del budget di marketing. Audemars Piguet ci crede da tempo. Tant’è che nel 1992 (ormai 27 anni fa, quando il tema non era ancora “di moda”) ha istituito una propria fondazione, volta a preservare le foreste di tutto il mondo. Come? Attraverso progetti tailor made studiati in base alle specifiche necessità del luogo, con l’obiettivo di proteggere l’ambiente e sensibilizzare le giovani generazioni.

    Creata da Jacques-Louis Audemars per i 20 anni del Royal Oak, la Fondazione Audemas Piguet oggi è diretta personalmente dalla figlia, Jasmine Audemars, Presidente del Consiglio di amministrazione di Audemars Piguet. Fin dall’inizio è sempre stata un ente indipendente, senza scopo di lucro (né, sia chiaro, intenti di promozione del Brand); ed è finanziata direttamente con parte dei proventi della vendita di ciascun orologio prodotto dalla Manifattura.

    La sede si trova a Le Brassus, nella Vallée de Joux, ma l’impegno dimostrato nel tempo l’ha portata a conquistarsi grande credibilità oltre la Svizzera. Collabora quindi con numerose associazioni, per poter agire in modo concreto sul territorio a livello locale; consapevole però che i problemi attuali trascendono i confini nazionali e rendono necessaria un’azione globale. Gode per esempio dell’appoggio dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), un’organizzazione che include quasi 1.000 membri governativi e non. In pratica, una grande rete che si preoccupa di armonizzare tutela dell’ambiente con crescita economica e progresso sociale.

    In più, la Fondazione Audemars Piguet condiziona (e supervisiona) la politica ambientale della Maison e ne promuove lo sviluppo sostenibile. Tra l’altro è riuscita a far costruire la Manufacture des Forges, inaugurata a Le Brassus nel 2009, con criteri ecologici; quindi usando materiali d’avanguardia (anche riciclati) e cercando di ridurre al massimo l’impatto ambientale. Lo stabilimento di produzione è stato così il primo edificio industriale svizzero a ricevere il marchio Minergie-Eco®, che definisce la qualità degli standard costruttivi più attuali.

    Ma entriamo nel vivo delle sue attività. Finora la Fondazione Audemars Piguet ha sovvenzionato 125 progetti in 52 Paesi nel mondo. Davvero molti, uno più interessante dell’altro. Qui ne abbiamo selezionati alcuni tra i più attuali.

    Brasile: agricoltura familiare
    Nel Cerrado, vasta savana che ha subito un vero e proprio scempio a causa dell’industria mineraria, degli incendi dolosi e della monocoltura, la Fondazione Audemars Piguet sta finanziando la creazione di vivai per nuclei familiari. Organizza anche un ciclo di formazione per giovani agricoltori, con l’obiettivo di aiutare le famiglie a ricreare la biodiversità dei loro territori e sfuggire alla povertà.

    Namibia: alberi per gli orfani
    In una regione in cui la desertificazione sta avanzando, il primo asse del progetto è stato creare macchie isolate di vegetazione per il rimboschimento del suolo. Duemila alberi sono stati donati a cinquecento orfani. Quasi duecento volontari, formati da circa quaranta responsabili del progetto, hanno seguito questi bambini e hanno condotto diversi laboratori: cura degli alberi, naturalmente, ma anche informazione circa Aids, salute e nutrizione.

    Perù: il Selva Viva naviga per gli Indios
    Finanziato dalla Fondazione Audemars Piguet, il Selva Viva naviga lungo il Rio delle Amazzoni, in Perù, al servizio degli Indios che vivono lungo le sue sponde. La Ong francese Arutam ne ha affidato la costruzione ai disoccupati di Iquitos, che l’hanno realizzata ricorrendo a tecniche tradizionali. Il battello svolge missioni scientifiche di censimento delle piante utilizzate per la medicina tradizionale; permette lo scambio di merci e cultura fra i villaggi degli Indios e, per diversi mesi all’anno, accoglie viaggi di turismo solidale che servono a finanziarne l’attività.

    Operazioni molto diverse tra loro ma legate da un forte senso civico. Perché oggi fare impresa significa anche costruire e preservare “lo spazio” dove domani ci saranno nuove opportunità. La sostenibilità è anche questo. E la Fondazione Audemars Piguet lo sa.

  • Fridays for Future: per un’orologeria sostenibile

    Fridays for Future: per un’orologeria sostenibile

    Mentre Greta Thunberg gridava a gran voce a New York “How Dare You!”, ragazzi italiani e non la sostenevano da tutto il mondo manifestando ai Fridays for Future. Di cosa si tratta? Scioperi globali per l’emergenza climatica, che uniscono migliaia di giovani per sensibilizzare i governi a compiere azioni concrete, volte a risolvere l’emergenza climatica.

    Provocatori e irriverenti gli slogan: “Ci avete rotto i polmoni!”,“Abbiamo l’acqua alla gola” e “Siamo il futuro ma senza un futuro”. Call to action forti, soprattutto se sostenute da coloro che un futuro dovrebbero averlo garantito dagli adulti – mentre oggi, invece, la situazione è al contrario. Fridays for Future indubbiamente rimanda al concetto di tempo: e proprio da qui siamo partiti ad analizzare quale fosse l’impegno del settore orologiero in tema di sostenibilità.

    Come tutte le industrie, anche l’orologeria inquina, questo è un dato di fatto. Gli elevati standard qualitativi garantiti dalle case e imposti dall’immagine dei brand richiedono un grande dispendio di energia e materie prime. L’acciaio perlopiù è sempre vergine. Il vetro deve garantire la resistenza alla pressione dell’acqua, perciò non si può utilizzare il vetro riciclato perché potrebbe avere micro-lesioni tali da non garantirne la resistenza. I pellami dei cinturini provengono da allevamenti e subiscono lavorazioni ad alto impatto ambientale. I packaging devono rispecchiare l’immagine lussuosa del brand che rappresentano… E così via.

    Quindi, come si sta organizzando questo settore per essere più “green” e “sostenibile”? Le iniziative sono diverse e strutturate: la cosa più immediata e di facile implementazione è l’utilizzo di materie prime riciclate e certificate per la produzione dei packaging; e qui molte aziende – dalle più grandi alle più piccole – si sono attivate in maniera importante. C’è poi chi ha istituito proprie fondazioni o iniziative private che operano in maniera specifica per sostenere cause legate ad un territorio o ad un tema.

    Chi sigla partnership con associazioni ambientaliste impegnate in un determinato ambito, come la tutela dell’eco-sistema marino. E ancora chi ristruttura i propri stabilimenti affinché le emissioni di CO2 siano ridotte al minimo o l’energia provenga solo da fonti rinnovabili. Nelle prossime settimane entreremo nel vivo di questi argomenti, illustrandoli con esempi concreti di imprese responsabili o comunque sensibili al problema.

    In un caso limite c’è perfino chi ha fatto della sostenibilità il punto cardine della propria strategia. Stiamo parlando di Baume, brand costola del marchio Baume et Mercier, che crea orologi esplicitamente concepiti nel rispetto dell’ambiente, per un futuro migliore. Baume infatti ha dato vita ad un nuovo modello di business che intende ridurre al minimo la produzione di scarti, rifiuti e sostanze inquinanti.

    Come? Basando tutto sull’approccio “made-to-order” e strutturando una pipeline produttiva agile e virtuosa. Non solo. Per l’approvvigionamento delle materie prime accede a fonti alternative, ad esempio la plastica degli oceani. Come recita il brand sul proprio sito: gli orologi Baume dimostrano l’impegno verso un design responsabile, confermando che è davvero possibile utilizzare scarti per re-inventare e produrre orologi belli, durevoli e di qualità, rispettando la nostra società e il pianeta.

    Iniziative di puro marketing o no, le aziende dell’orologeria si stanno muovendo, sintomo del fatto che il problema esiste e il mercato anche. Ora si tratta di capire quanto il consumatore dell’orologeria di lusso sia pronto ad accogliere prodotti di questo tipo. Noi ci crediamo.