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Tag: A. Lange & Söhne

  • 1815 Rattrapante: il brivido di A. Lange & Söhne

    1815 Rattrapante: il brivido di A. Lange & Söhne

    Quando ho avuto tra le mani il materiale stampa del nuovo 1815 Rattrapante di A. Lange & Söhne mi è tornata alla mente un’amica, ferratissima sulla moda ma del tutto digiuna d’orologeria. Costei, anni fa, mi confessò che associava la parola “rattrapante” alla sensazione di brivido.

    Curioso, perché nel vedere la nuova creazione del marchio sassone, credetemi, ho provato un brivido. Motivo per cui aspetto di poterlo tenere tra le mani per sentire se questo brivido si riproporrà ancora più forte. Come spesso accade toccando gli orologi di A. Lange & Söhne.

    Arrivo dunque al 1815 Rattrapante dopo questa premessa personale, di cui probabilmente non interesserà un fico secco a nessuno di voi ma che mi serve per mettere in chiaro una cosa: parlo dell’orologio avendolo visto solo in fotografia. Il mio racconto sarà dunque per forza di cose parziale, ma cercherò comunque di fare del mio meglio.

    A. Lange & Söhne e le complicazioni

    Credo che molti di voi sappiano che la storia moderna di A. Lange & Söhne è relativamente breve. Dopo un centinaio d’anni di vita, tra il 1845 e il 1945, il marchio rimase dormiente fino a quando Walter Lange, pronipote del fondatore Ferdinand Adolph Lange, il 7 dicembre 1990 (145 anni dopo la prima apparizione del marchio “A. Lange, Dresden”) fondò la Lange Uhren GmbH.

    I primi orologi furono presentati quattro anni dopo. E fu subito chiaro a tutti che la manifattura, la quale nel frattempo aveva riacquisito i diritti sul marchio A. Lange & Söhne, faceva sul serio. Solo pezzi di altissima artigianalità, con materiali preziosi e complicazioni sopraffine. Tra queste, il cronografo rattrapante, o sdoppiante, non poteva mancare.

    Il 1815 Rattrapante: alla fine arriva lui

    Sulla storia e sulle caratteristiche del cronografo rattrapante non torno: a questo link potete trovare qualche informazione di base. Preferisco ricordare rapidamente alcuni orologi di A. Lange & Söhne che possono vantare questa complicazione, senza far torto agli esclusi. Un excursus che mi dà l’occasione di segnalare come, curiosamente, il marchio sassone sia arrivato a realizzare il crono rattrapante “basico” dopo averne sperimentato due versioni ben più complesse.

    Il Double Split del 2004 è stato il primo cronografo meccanico al mondo con doppia funzione rattrapante. Presentava due lancette cronografiche e due lancette rattrapanti ed entrambe le coppie potevano essere fermate separatamente. Inoltre, le lancette rattrapanti ferme potevano ricongiungersi a quelle del cronografo ancora in funzione. Ciò consentiva misurazioni meccaniche, comparative e intermedie, di eventi della durata massima di 30 minuti.

    Il Triple Split del 2018 introduceva una nuova dimensione della misurazione del tempo. Era infatti il primo cronografo meccanico rattrapante al mondo che consentiva misurazioni comparative di più ore. Questo era possibile grazie al meccanismo a triplo rattrapante per secondi, minuti e ore. Poteva misurare e confrontare con precisione tempi singoli e additivi, un numero illimitato di tempi intermedi e di riferimento e due eventi avviati contemporaneamente, che duravano fino a dodici ore. Il tutto con la precisione di un sesto di secondo.

    Infine, del 2020 è il primo rattrapante “basico”, il 1815 Rattrapante Honeygold “Homage to F. A. Lange”, di cui la nuova referenza è la diretta discendente. Lanciato come parte della trilogia “Homage to F.A. Lange”, celebrativa del 175° anniversario dell’alta orologeria sassone, il 1815 Rattrapante era l’unico dei tre pezzi a essere un modello completamente nuovo: il primo cronografo rattrapante puro della manifattura, sorprendentemente snello per i suoi standard. Un’edizione, quella dell’anniversario con cassa in oro e quadrante nero, esaurita rapidamente.

    Edizione… un po’ meno limitata

    Il nuovo 1815 Rattrapante di A. Lange & Söhne ha invece la cassa in platino e il quadrante in argento massiccio. Una combinazione piacevole e per così dire familiare, spesso vista sui modelli meno complessi del marchio. La livrea argento e blu è infatti rara per i cronografi Lange, che tendono ad avere quadranti di colore scuro.

    Il 1815 Rattrapante è degno di nota anche perché l’originale in Honeygold era limitato a soli 100 esemplari, mentre per la nuova referenza ne sono previsti 200. Questo orologio, così come quello del 2020, meriterebbe secondo me un pubblico più ampio, perché attraente da più punti di vista.

    A partire dal fatto che è sottile e sobrio, a differenza della maggior parte dei complicati di Lange. Vanta comunque un movimento con la profondità visiva e le decorazioni impeccabili tipiche del marchio. Detto questo, comprendo alla perfezione A. Lange & Söhne quando dichiara che “data la sua complessità orologiera, questo capolavoro è limitato a un’edizione globale di 200 esemplari”.

    La disposizione verticale dei contatori è la medesima dell’edizione 2020, ma in più rivela le origini del movimento di base, l’L101.1 del 1815 Calendario Perpetuo Rattrapante. L’L101.2 del 1815 Rattrapante rimuove il meccanismo del calendario: in questo modo riduce ulteriormente lo spessore del movimento, preservando la meccanica visibile attraverso il fondello in vetro zaffiro.

    Il calibro del 1815 Rattrapante in puro stile A. Lange & Söhne

    Il calibro di manifattura Lange L101.2 a carica manuale è dotato di due lancette cronografiche centrali sovrapposte: quella del cronografo, in acciaio rodiato, e quella del rattrapante, in acciaio azzurrato. Entrambe si avviano insieme premendo il pulsante a ore 2. La lancetta del rattrapante può ora essere arrestata indipendentemente da quella del cronografo premendo il pulsante a ore 10 e quindi risincronizzata con essa.

    Una facilità di utilizzo che deriva da un calibro realizzato secondo gli standard elevatissimi del marchio, ma che manca di quell’approccio eccessivamente ingegnerizzato che è classico di A. Lange & Söhne. Per esempio, non utilizza un isolatore per la funzione rattrapante, che riduce la resistenza quando le misurazioni dei secondi sono separate. E si affida a una molla elicoidale cilindrica per il meccanismo di reset. Dettagli tecnici che vanno a vantaggio dello spessore del movimento: solo 7,4 mm.

    Sebbene l’L101.2 sia meccanicamente identico al movimento incassato nell’edizione celebrativa “Homage to F. A. Lange”, tuttavia è rifinito in modo diverso. Al posto della finitura satinata riservata alle edizioni limitate, i ponti sono decorati con le classiche strisce di Glashütte (Côtes de Glashütte le chiamano alcuni, per sfottere le Côtes de Genève degli svizzeri), che conferiscono loro l’estetica tipica di Lange.

    Altro punto di eccellenza nella lavorazione del calibro è la finitura manuale ad anglage dei bordi periferici e dei lati superiori dei componenti mobili del cronografo rattrapante, come le leve e le molle. Questo tipo di finitura, che prevede uno smusso a 45 gradi della parte lavorata, la rende più bella ma non è un vezzo estetico. Ha un fine pratico: evita la presenza di spigoli vivi che in caso di urti potrebbero rompersi, liberando nella cassa piccoli pezzi di metallo, letali per il funzionamento del calibro. Non è un lavoro per tutti: solo gli artigiani esperti riescono a lucidare a mano gli angoli.

    Come sempre, vi rimando alle didascalie per ulteriori dettagli sul calibro Lange L101.2 e sul 1815 Rattrapante. Il prezzo non è disponibile, ma dovrebbe essere in linea con quello dei complicati di A. Lange & Söhne (la versione in Honeygold costava 130mila euro).

    In chiusura, torno alla mia amica che associava il rattrapante al brivido. Sempre a lei, la parola tourbillon faceva venire in mente le giostrine su cui andava da piccola: chissà che non mi sia da spunto per aprire il prossimo pezzo su questa complicazione… Magari proprio di un Lange.

  • News & previews – 12/03/2022. Notizie varie e brevi di cronaca

    News & previews – 12/03/2022. Notizie varie e brevi di cronaca

    Partnership nuove e rinnovate, sportivi e musicisti nel ruolo di ambasciatori, mostre monografiche e iniziative benefiche. Da qualche settimana non vi raccontavamo le novità dal mondo delle lancette, ma rimediamo subito. Ed è opportuno che voi restiate aggiornati su quanto succede in orologeria, perché le ultime notizie tratteggiano un panorama quanto mai multiforme, per interessi e attività. Notizie varie ed eventuali, s’intende…

    L’altra Pechino 2022

    Chiude domani la 13a edizione dei Giochi Paraolimpici Invernali, che ha visto ancora una volta Omega nel ruolo di official timekeeper. Dopo le Olimpiadi di Pechino 2022, infatti, la Maison di Biel ha cronometrato anche i 78 eventi in calendario disputati nelle sei discipline sportive: sci alpino e di fondo, snowboard, biathlon, para hockey su ghiaccio e curling in sedia a rotelle. Garantendo che ogni risultato fosse registrato con impareggiabile precisione, ha così supportato gli atleti nel loro sogno. Come recita il motto dei Giochi: Flying High.

    Al polso di Gimbo

    Sempre in tema di Olimpiadi, Omega di recente ha siglato una partnership con Gianmarco Tamberi. L’atleta – medaglia d’oro per il salto in alto a Tokyo 2020, quindi orgoglio nazionale – d’ora in poi sarà seguito dal marchio svizzero negli eventi mondiali dell’atletica leggera. Però intanto Omega gli ha già messo al polso un bel Moonwatch Master Chronometer. Forse impressionato dalle prestazioni all’ultimo Nba Celebrities All Star Game, dove il campione olimpico ha effettuato un paio di memorabili schiacciate. Grande Gimbo!

    Rock Watch

    Brian May, l’immarcescibile chitarrista dei Queen, porta al polso un Seiko fin dagli anni ’70, quando ha acquistato un esemplare subacqueo durante il primo tour in Giappone della band. E il marchio nipponico lo ha ripagato nel 2020 con una special edition dedicata alla sua chitarra, la leggendaria Red Special. Che ora è seguita da un nuovo Seiko 5 Sport x Brian May, prodotto in 12.500 esemplari e ricco di dettagli evocativi dello strumento. Parte del ricavato della vendita andrà a finanziare il Mercury Phoenix Trust per la lotta all’Hiv.

    Meccaniche benefiche

    Foto courtesy charitybuzz.com

    Lo avevamo annunciato lo scorso autunno. Ora, il primo calibro made in Italy è una realtà: lo esporrà Locman al VO’Clock Privé. Ma il primo orologio a montarlo è un pezzo unico dedicato all’Andrea Bocelli Foundation: un Montecristo con la cassa da 42 mm, il movimento a carica manuale Oisa 1937 visibile dal fondello in vetro zaffiro e il quadrante personalizzato. Che è andato all’asta sul sito Charity Buzz lo scorso 10 marzo. Non si sa chi si sia aggiudicato l’esemplare, stimato 25mila dollari. È certo però che l’intera cifra finanzierà la ricostruzione post-sisma dell’Istituto superiore di San Ginesio, nelle Marche.

    Rarità in mostra

    A Londra, c’è ancora qualche giorno per visitare la mostra Made in Germany, a Tribute to the Early Lange 1 and Datograph. Allestita nello showroom di Phillips Perpetual (30 Berkeley Square, fino al 14 marzo), è dedicata appunto ai due storici modelli di A. Lange & Söhne. Riunisce infatti una ventina di rari esemplari creati fra il 1994 e il 2008, amati dai collezionisti (per alcuni quasi un’ossessione). Un percorso fisico sull’evoluzione dei caratteri e dei quadranti degli orologi a produzione limitata della Maison tedesca. Da vedere.

  • Amarcord. Omaggio a Günter Blümlein, (co)fondatore di A. Lange & Söhne

    Amarcord. Omaggio a Günter Blümlein, (co)fondatore di A. Lange & Söhne

    Io c’ero e l’ho conosciuto. E posso confermare che se Günter Blümlein non fosse morto a soli 58 anni la storia dell’orologeria moderna sarebbe diversa, totalmente diversa.

    Qualche anno fa ho scritto un articolo su Günter Blümlein e A. Lange & Söhne (un articolo che trovate qui). Sono andato a rileggerlo e mi sembra che ancor oggi abbia un buon valore storico per descrivere un intreccio industriale, una serie di astute operazioni che hanno portato Jaeger-LeCoultre, IWC e A. Lange &  Söhne a passare di mano. Al termine di questo percorso, nel 2000, l’acquisto da parte di quello che oggi è il gruppo Richemont.

    Günter Blümlein e l’orologeria tedesca

    Günter Blümlein aveva iniziato a lavorare in Junghans, che lasciò nel 1980 per andare a dirigere IWC e Jaeger-LeCoultre. Ma non aveva soltanto una lunga esperienza di orologeria: aveva acquisito anche notevoli capacità di strategia aziendale. Erano anni, del resto, in cui la Germania andava riprendendo forma con una serie di operazioni societarie spesso spregiudicate, ma di grande solidità e determinanti per il futuro di quella nazione. E non solo.

    I meriti di Günter Blümlein in orologeria sono spesso riassunti nella rinascita dell’orologeria tedesca. Dopo la caduta del Muro di Berlino Blümlein comprende che è possibile far rinascere una prestigiosa fabbrica di orologi tedesca, la Lange. Una fabbrica che era stata assorbita dallo Stato comunista e adibita alla produzione di orologi di bassa qualità.

    Non sarà facile, una volta creata la A. Lange & Söhne, riacquisire tutti i diritti sul passato della famiglia Lange e il relativo lavoro. Non sarà facile, per Blümlein, convincere negozianti, giornalisti e pubblico che l’orologeria tedesca avesse un grande passato – quanti orologi tedeschi, vedete nelle aste? Pochissimi – e un qualunque futuro. Eppure, nello scetticismo generale, l’operazione funzionerà, benissimo anche a livello internazionale. Come se la Germania avesse sempre prodotto orologi ferocemente contesi dagli appassionati.

    Un aneddoto personale

    Proprio all’inizio dell’avventura di A. Lange & Söhne, Renato Giussani ed io facemmo un viaggio a Dresda, chiamati da Günter Blümlein. Venne a prenderci personalmente all’aeroporto, insieme alla sua segretaria Annette, benché il volo fosse in enorme ritardo. Ci portò a cena e poi in albergo, il Kempinski, situato nella ricostruzione fedele del castello di Dresda. Ci raccontò con passione quel che aveva intenzione di fare sovrapponendo il possibile con il già fatto. Alla fine non ci muovemmo da Dresda, non riuscimmo a capire dove e come venivano fatti gli orologi. E questo, per due tipini incazzosetti come eravamo Renato ed io, non era bene.

    Al tempo stesso gli orologi erano lì. Erano belli, ben fatti, ricchi di argomenti tecnici di cui parlare, innovativi (il datario di grandi dimensioni in quel momento era semplicemente sbalorditivo). E venivano da una persona che sembrava in grado di vendere qualcosa a chiunque, ma senza mai eccessiva malizia. Il marketing di Günter Blümlein si spingeva molto oltre, ma sempre senza considerarti un po’ scemo. Era in grado di convincerti che per tutta la vita avevi sognato orologi tedeschi (il che non era vero); ma al tempo stesso gli orologi tedeschi che Blümlein ti mostrava erano fatti così bene che davvero cominciavi a desiderarli.

    Resta comunque il fatto che l’impostazione data da Günter Blümlein alla A. Lange & Söhne resta ancor oggi quella originale, fondamentalmente. Compresa la produzione rarefatta: Blümlein sapeva perfettamente che l’intera operazione era molto rischiosa (non è facile far concorrenza all’alta orologeria svizzera) e che solo con numeri piccolissimi si poteva creare la leggenda. Per quanto ne so ancor oggi i numeri sono al di sotto dei diecimila orologi l’anno e l’orologeria tedesca è diventata un fatto universalmente accettato. Ma il merito è tutto di Günter Blümlein.

    Ricordo che sulla via del ritorno discutemmo a lungo, con Renato, sul fatto che avevamo visto molto meno di quel che avremmo voluto. In quel momento – per quanto ci riguardava – non esisteva una fabbrica del marchio. Eppure gli orologi e Blümlein erano così convincenti che decidemmo di aver fiducia. Non fu un errore.

    Günter Blümlein e l’orologeria svizzera

    A. Lange & Söhne nasce nel 1990 e dieci anni dopo viene venduta, con le altre marche VDA, al gruppo Richemont. Una operazione geniale per le ragioni che trovate nel collegamento al precedente articolo, ma anche perché Blümlein dimostra quanto possa essere attraente l’alta orologeria per un gruppo finanziario. In quei dieci anni non conta solo l’espansione di Lange, che tutto sommato resta un’entità con numeri molto più piccoli del suo prestigio, ma l’ottimo lavoro fatto su IWC e soprattutto su Jaeger. Per questa ragione, quando si comincia a vociferare di una eventuale vendita delle tre marche, le cifre di cui si parla sono elevatissime.

    Ricordo che riuscii ad avere una lettera in cui si parlava di due miliardi di franchi svizzeri. Accennai in un articolo a questo fatto (abbassando la cifra, che quasi mi sembrava inverosimile), poi ripreso da altre testate. Blümlein smentì tutti tranne me e quasi ci rimasi male. Incontrandolo per caso in fiera gli chiesi perché. «Augusto, ti conosco abbastanza per sapere che se hai scritto certe cose è perché ne hai prove tangibili. E se io ti smentissi le useresti». Ovviamente aveva ragione e questo dimostra una volta di più la qualità di un uomo che davvero faceva la differenza.

    Tanto per capirci: la battuta che circolava dopo la vendita è che Richemont avesse pagato troppo per le tre marche, ma tutto sommato poco per Günter Blümlein. E infatti Blümlein entra subito nel comitato direttivo del gruppo, in perfetto accordo con Johann Rupert, con il quale ha condotto anni di trattative che spesso erano conversazioni amichevoli. Di lui Rupert ha detto: «Già la prima volta che l’ho incontrato ho avuto la certezza che fosse la risposta giusta per ogni necessità dell’orologeria».

    Blümlein si avvia quindi ad essere il punto di riferimento per l’intera sezione orologi di Richemont. Ma il primo ottobre 2001, venti anni fa, muore improvvisamente. Fosse rimasto vivo l’intera orologeria svizzera sarebbe in qualche modo cambiata e con ogni probabilità in meglio. Perché di uomini come lui, in grado di unire la profonda conoscenza – anche tecnica – del settore orologiero con la padronanza delle strategie industriali e di marketing, ce ne sono davvero pochi. Pochissimi.

  • Le cronache di PDV: al Concorso d’Eleganza Villa d’Este con A. Lange & Söhne

    Le cronache di PDV: al Concorso d’Eleganza Villa d’Este con A. Lange & Söhne

    Le cronache di PDV – Percorsi Di Viaggio XVIII

    Durante il fine settimana dei primi tre giorni di ottobre, si è svolto il Concorso d’Eleganza Villa d’Este. Straordinariamente tenutosi in autunno, dato che il tradizionale appuntamento primaverile è stata annullato per evitare i rischi, in quel periodo ancora molto alti, dell’emergenza sanitaria. Ed è stata la decima edizione che ha visto la manifattura tedesca d’orologeria d’alta gamma A. Lange & Söhne in qualità di sponsor (e in ottima compagnia: insieme a Bmw, Pommery e Sotheby’s, oltre allo stesso hotel “cinque stelle lusso” di Cernobbio).

    Il Concorso d’Eleganza Villa d’Este è giustamente considerato uno degli eventi più importanti e seguiti al mondo per quanto riguarda le auto storiche. E di valore, data la rarità, la magnificenza e il perfetto stato di conservazione delle vetture portate in concorso. Elegge al termine la vincitrice del premio Best of Show, assegnato alla Regina di questa ristretta cerchia d’aristocrazia automobilistica. La selezione della giuria è rigidissima e corrisponde a parametri d’eccellenza e di rappresentazione iconica della marca, oltre che di autenticità ed eccezionalità della produzione in sé stessa.

    Al fascino della manifestazione contribuisce poi il luogo. Affacciato su uno dei più romantici angoli del Lago di Como, è costituito da una nobile residenza del XVI secolo, di gusto rinascimentale e firmata dall’architetto Pellegrino Tibaldi, dagli anni 1920 reinterpretata in stile “Gran Hotel”. Con il tutto circondato da 10 ettari di magnifici giardini.

    Atmosfera e suggestioni

    Ed è in questo contesto che sono state parcheggiate, se così si può banalizzare, le circa 50 vetture da sogno selezionate e prodotte dal 1920 al 1970 (una sezione speciale è stata comunque dedicate alle super-car contemporanee). Il Concorso d’Eleganza Villa d’Este infatti prevede soltanto l’esposizione e non la prova su strada delle macchine iscritte.

    Tant’è che, durante l’evento, le auto in bella mostra sono continuamente lucidate dai proprietari o dai loro inservienti. A volte allestite con tanto di accessori come i bauli in cuoio realizzati appositamente per il bagagliaio di quel tipo di vetture. Con i cofani spalancati per rimanere sbalorditi dalla potenza della meccanica; e i finestrini abbassati – dove lo sguardo non sia libero di spaziare, come nel caso delle spider – per ammirare invece il pregio e la ricercatezza delle finiture. Le carrozzerie poi, con il loro design, enfatizzano il gusto più elegante della propria epoca e del Paese di provenienza (qui la Vecchia Europa la fa ancora da padrona).

    A beneficio dei concorrenti, che un po’ si conoscono tutti tra reciproche invidie e ammirazioni, così come di collezionisti, appassionati e addetti ai lavori. Purtroppo quest’anno niente pubblico, accesso solo su invito e rigidi controlli secondo le norme vigenti in fatto di igiene e sanità anti-pandemia. Un vero peccato, ma se vogliamo un male minore rispetto alla netta sospensione dell’evento lo scorso anno.   

    Una cornice di classe per auto esclusive

    Il Concorso d’Eleganza Villa d’Este è, di fatto, un meraviglioso incrocio tra Belle Époque e Dolce Vita, evocato dalle straordinarie auto in mostra e fatto riverberare dallo storico edificio. Con le sue squadre di camerieri in divisa, che servono a ciclo continuo da grandi vassoi cibi e bevande della cosiddetta cucina internazionale, quella tradizionalmente d’hotel, oggi forse un po’ dimenticata, ma qui apprezzatissima. E dalle molte coppie di concorrenti con abiti, calzature e accessori rigorosamente riferiti all’epoca della propria vettura; compresi eventuali figli e meccanici portati al seguito.

    Vincitore del “Best of Show” di questo (unico nel suo genere) Concorso d’Eleganza Villa d’Este 2021 è stato Brian Ross. Che è giunto a Villa d’Este dagli Stati Uniti con la sua Ferrari 250 GT TDF, un coupé firmato Pinin Farina del 1956. Vettura che, almeno a livello stilistico, si è dovuta misurare con altre creazioni del celebre carrozziere italiano, tutte peraltro con il Cavallino Rampante sul cofano. Come una 275 GTB/4 del 1967, una Superamerica del 1961 o una California del 1960.

    In concorso anche produzioni meno “moderne”, come una Hispano Suiza H6 del 1926, una Lancia Astura Torpedo del 1934, una Bentley MK VI del 1947… O, ancora, una Aston Martin DB5 del 1965: quella, per intenderci, del primo indimenticabile James Bond interpretato da Sean Connery.

    Il premio di A. Lange & Söhne al Concorso d’Eleganza Villa d’Este 2021

    La presenza di A. Lange & Söhne in una manifestazione del genere non è solo questione di comunicazione, data la prossimità con questo mondo d’eccellenza. Storia, tradizione, meccanica ed eleganza si fondono in oggetti differenti per dimensioni, ma simili per il loro significato emozionale e per il progetto industriale che li riguarda. Come, per intenderci, le automobili e gli orologi. Ha anche un valore pratico e d’immagine, visto che il Presidente di A. Lange & Söhne, Whilhelm Schmid, a sua volta ha premiato di persona il vincitore, omaggiandolo con un orologio.

    In palio quest’anno, anche nella bella occasione del decennale di collaborazione con il Concorso d’Eleganza Villa d’Este, c’era un pezzo unico. Un cronografo della collezione 1815 con cassa in oro bianco, quadrante in oro rosa, cuvette incisa a mano – che riporta il logo della manifestazione – e fondello a vista sul movimento. Il “motore” di questo modello è un calibro a carica manuale di manifattura, con scappamento a leva, 21.600 alternanze orarie, 60 ore di autonomia e spirale del bilanciere realizzata “in casa”.

    Un capolavoro orologiero di gusto estremamente classico che si trova perfettamente a proprio agio tra quelli dell’industria automobilistica. Ma che ha riscontro anche in una produzione “corrente”, formata da modelli in oro rosa con quadrante nero o in oro bianco con quadrante argentato.    

  • Saxonia Thin:  il cielo stellato di A. Lange & Söhne

    Saxonia Thin: il cielo stellato di A. Lange & Söhne

    “Starry, starry night / Paint your palette blue and grey / Look out on a summer’s day / With eyes that know the darkness in my soul”… Canticchiare il vecchio successo di Don McLean (1971) è stato spontaneo, quando ho letto l’ultimo comunicato di A. Lange & Söhne. Anche se in effetti quella canzone si intitolava Vincent, in omaggio al Van Gogh della Notte stellata, e Starry Sky invece è il titolo del testo dedicato al Saxonia Thin. Strano come la memoria scompagini i ricordi per ricreare sensazioni piacevoli.

    Sì, perché il Saxonia Thin cui mi riferisco è uno di quegli orologi che mi fanno perdere la testa. E poco importa se non è alla mia portata (costa 22.900 euro). Non serve possedere un oggetto per poterlo apprezzare. In questo caso, a colpirmi è l’ineffabile bellezza del cielo stellato riprodotta sul quadrante; e, per estensione, la marcia ininterrotta della meccanica che rimanda al moto delle costellazioni. Macrocosmo e microcosmo, come in alto così in basso…

    Uscito nel 2018, questo particolare modello di Saxonia Thin ha il quadrante in avventurina e un calibro extrapiatto (2,9 mm), ovviamente di manifattura, che regala alla cassa in oro bianco proporzioni ineccepibili (39 mm di diametro per 6,2 mm di spessore). Un insieme di caratteristiche che caricano di enfasi la purezza stilistica di una collezione elegante già di per sé. Mai come in questi casi amo il mio lavoro, perché mi permette di capire com’è fatto un orologio e di dare il giusto valore alla qualità della costruzione.

    Il quadrante, dicevo. È formato da un disco di argento massiccio rivestito da un sottile strato di avventurina. Non voglio soffermarmi oltre su questo tipo di vetro, inventato per caso (“alla ventura”) nella Murano del XVII secolo – ne abbiamo già parlato altrove in modo approfondito. Solo sottolineare come le inclusioni dei cristalli di rame e degli altri ossidi metallici donino alla pasta vitrea traslucida effetti scintillanti, che rievocano appunto il brillare notturno del firmamento. E quanto deve essere limitato lo spessore del “doppio” quadrante per poter essere alloggiato nella cassa ultrapiatta.

    E ultrapiatto, del resto, è anche il movimento, meccanico a carica manuale, il calibro L093.1. Come recita la scheda tecnica del Saxonia Thin, un movimento “realizzato con i massimi criteri di qualità Lange, decorato e montato a mano”. Segni particolari: 3 giorni di autonomia (grazie al bariletto estremamente piatto, ma con una molla “potente”); la platina a tre/quarti (tipica dell’orologeria sassone); il ponte del bilanciere inciso a mano (lo si vede dal fondello in vetro zaffiro); la spirale (realizzata in casa) con regolazione micrometrica (in cinque posizioni) a declino tramite vite laterale e molla a collo di cigno (anche questa tipica di Glashütte). Per ulteriori dettagli, vi rimando alle didascalie.

    Solo un’ultima cosa vorrei chiarire: perché pubblichiamo adesso il Saxonia Thin con quadrante in avventurina. Ovvio, oggi è il 10 agosto. Per tradizione il momento clou delle stelle cadenti, le lacrime di San Lorenzo, come vengono comunemente dette le Perseidi. E fa niente se ormai gli astronomi concordano nel posticipare di due o tre giorni l’attività massima dello sciame meteorico che sembra provenire dalla costellazione di Perseo. La notte di San Lorenzo è qui, con il suo spettacolo celeste accompagnato da miriadi di desideri. E il quadrante magico del Saxonia Thin di A. Lange & Söhne è lì a ricordarcela. 

  • Brigida Ceresola e l’attenzione ai dettagli di A. Lange & Söhne

    Brigida Ceresola e l’attenzione ai dettagli di A. Lange & Söhne

    Un quadrante in avventurina, pietra naturale leggermente glitterata che piace alle donne e anche agli uomini. Un quadrante blu. Qualche brillante. Piccoli dettagli testimoniano la crescente attenzione ai gusti femminili da parte di A. Lange & Söhne, un’azienda che ha fatto della ricerca maniacale dei dettagli il proprio marchio di fabbrica. Anche se è tradizionalmente legata a un pubblico maschile di nicchia, che cerca l’eccellenza negli orologi meccanici a carica manuale. Ne parliamo con Brigida Ceresola, Brand manager della Manifattura sassone per il Sud Europa.

    “E’ vero. Gli appassionati e conoscitori di A. Lange & Söhne sono principalmente uomini, per cui abbiamo una produzione rivolta principalmente a un pubblico maschile”, conferma.” Negli ultimi anni, però, stiamo realizzando anche orologi destinati alle donne. Sempre rigorosamente meccanici, ma definiti da una più attenta ricerca di nuovi materiali, nuovi colori, particolari incisioni nei quadranti e inserimenti di diamanti”. E non è certo un caso, perché l’attenzione al dettaglio è una prerogativa tipicamente femminile.

    “Noi donne guardiamo sempre i dettagli. E sappiamo raccontarli con grande creatività. Basta superare qualche resistenza iniziale da parte di chi non crede che tu, donna, possa conoscere un prodotto maschile. Sono sensazioni che durano attimi”, sottolinea. “Poi convince l’approccio femminile a un prodotto maschile, che offre un punto di vista diverso, non necessariamente migliore, ma sicuramente interessante. Gli uomini si stanno abituando. E noi donne stiamo avendo la possibilità di dimostrare che quando si lavora bene il genere non conta”.

    Ma lei stessa, in quanto responsabile di un’area vasta e strategica per l’azienda tedesca, rappresenta un’ulteriore conferma della rivoluzione che sta coinvolgendo l’alta orologeria. Del resto, Brigida Ceresola finora ha avuto le sue grandi chance in due ambienti maschili per antonomasia: gli orologi meccanici, appunto, e prima ancora i motori. E pensare che credeva, dopo gli studi linguistici, di diventare insegnante oppure hostess. Il caso, invece, l’ha spinta verso una carriera poco convenzionale per una donna.

    Modenese, agli inizi ha giocato in casa. “Sono entrata in Maserati nel 2000, nel momento di ristrutturazione (dopo la cassa integrazione) e di rilancio. Ho cominciato a organizzare eventi per poi diventare responsabile marketing“, racconta. “I motori, i cavalli, la potenza, la velocità, seppure in una vettura molto raffinata, sono più maschili di un orologio. Un oggetto piccolo che ti gusti apprezzando il ritmo di una lancetta o il colore di un quadrante. Fatto appunto di dettagli”.

    Anno 2010. Brigida Ceresola era in Repubblica Ceca, a seguire l’ultima gara di un campionato, quando arrivò la proposta di entrare in A. Lange & Söhne come responsabile marketing. “Ci ho pensato poco: ho cambiato azienda, settore, città, vita. Era il momento giusto per cambiare”, spiega. Ora invece è il momento dei festeggiamenti. In questo 2019, la Manifattura ha celebrato i suoi ultimi 25 anni: l’anniversario della rinascita, nuovo inizio dopo il crollo del Regime sovietico, e il compleanno dell’esemplare più famoso.

    “Era il 24 ottobre del 1994, quando vennero presentati per la prima volta la nuova manifattura A. Lange & Söhne e il Lange 1″, precisa Ceresola. “Con quel design così nuovo e quell’insolito quadrante decentrato, il Lange 1 ha scatenato critiche, ma ha ottenuto un indiscusso successo mondiale. Ed è diventato un’icona”. Un anniversario celebrato in Italia sia con la precedente apertura del primo monomarca – a Milano, con Pisa Orologeria; sia con l’installazione Zeitwerk Date, realizzata l’estate scorsa sempre in collaborazione con Pisa Orologeria.

    “Quest’anno, dopo 10 anni dal lancio di Zeitwerk, in Italia abbiamo festeggiato l’avvenimento con una singolare esposizione che abbiamo chiamato Un Gigante nel cuore di Milano. È stata un’iniziativa tutta italiana, una nostra idea, approvata e applaudita dai nostri colleghi tedeschi. Per la prima volta un orologio A. Lange & Söhne, alto più di 3 metri e perfettamente funzionante, è stato posizionato in esterno, in centro a Milano, a pochi passi dalla boutique Pisa Orologeria, per essere ammirato da milanesi e turisti”.

    Intanto, la collezione “25th Anniversary” celebra il genetliaco del Lange 1. “Il ricordo e la tradizione sono molto importanti per noi”, sottolinea ancora la manager. “Sono passati “solo” 25 anni, eppure in questi 25 anni abbiamo realizzato 63 nuovi calibri; pensato straordinarie complicazioni come lo Zeitwerk Ripetizioni Minuti, il Tourbograph Perpetual “Pour le Mérite”; e raggiunto una posizione di rilievo tra le maggiori marche di orologi nel mondo. Siamo davvero orgogliosi dei risultati raggiunti, ma desideriamo continuare a perfezionare la nostra arte orologiera verso nuovi, importanti traguardi. Il 25° anniversario è un buon punto d’inizio”.

    Anniversario convissuto con chi da 25 anni circa è al fianco di Lange. “È proprio dagli anni ‘90 che parte della storia di A. Lange & Söhne è condivisa con Pisa Orologeria, uno dei primi a credere nelle potenzialità del marchio e ad iniziare una proficua collaborazione. Per suggellare questo sodalizio abbiamo scelto di ampliare e rafforzare la nostra presenza sul territorio attraverso l’apertura della prima boutique italiana a Milano”. Uno spazio fisico che porta dal micro al macro la ricerca dei dettagli.

    “Nella realizzazione della boutique, il profondo legame della Manifattura sassone con la sua terra d’origine è ribadito dall’utilizzo di materiali naturali. Una parete rivestita di pietra; un legno dai toni caldi; tinte inedite associate al grigio, colore iconico del brand; mentre i profili di metallo dei mobili, smussati con un angolo di 45° e lucidati, ricordano le caratteristiche tipiche dei componenti di un orologio Lange. Inoltre, alle pareti ci sono numerose immagini e una libreria ricca di elementi storici, tra cui spicca un ricordo della caduta del muro di Berlino, per noi così importante. Una presenza così forte sul mercato sta ottenendo dei buoni successi di vendita e ci permette di offrire al nostro pubblico serie speciali riservate solo alle boutique”.

    Brigida Ceresola, 50 anni e non li dimostra, sogna “sei mesi sabbatici” per vedere i Paesi che non ha ancora visitato. Però… “Ho ancora tanto da fare. Oltre agli obiettivi di vendita, il mio obiettivo è far capire cosa vuol dire parlare di un orologio complicato di grande meccanica, con brevetti in tutto il mondo. Al di là che si diventi o meno cliente, per noi è importante far conoscere la storia singolare di uno dei pochi marchi non svizzeri, ma tedesco, che ha subito il bombardamento della manifattura, rasa al suolo durante la Seconda guerra mondiale, ed è stato poi riportato in vita e rilanciato in poco più di venti anni”.

    Sei mesi in giro no. Impossibile. Per ora la Brand manager sud-europea di A. Lange & Söhne si accontenta di qualche breve “fuga”. “Il mio ultimo viaggio importante”, conclude, “è stato San Francisco. Una città davvero unica, con le meravigliose nebbie che avvolgono il Golden Gate, i tram, le case vittoriane, Lombard street, la strada più tortuosa del mondo… La scorsa estate invece tantissimo mare, sole e spiagge in Sicilia e Sardegna: vacanze di tutto riposo per ricaricare le batterie”.

  • La nascita di A. Lange & Söhne, il 1815 Tourbillon e l’eredità di Blümlein

    La nascita di A. Lange & Söhne, il 1815 Tourbillon e l’eredità di Blümlein

    Alcune persone compresero subito che il crollo (o meglio: la demolizione) del Muro di Berlino (novembre 1989) poteva essere una grandissima opportunità. Fra loro spicca – almeno per chi ama gli orologi – Günter Blümlein. Blümlein è il CEO dell’ormai dimenticata LMH (Les Manufactures Horologères), azienda di orologi appartenente alla tedesca VDO. Per la cronaca, nel 1978 VDO compra, nel giro di un anno, prima IWC e poi il 55 per cento di Jaeger-LeCoultre (con Favre-Leuba come omaggio). Nel 1980 le due marche vengono affidate a Blümlein, che le rifinanzia ricomprando, del mancante, il 20 per cento da una banca locale e il 25 per cento che era nel portafoglio di Vacheron Constantin; dopodiché vende il 40 per cento di LMH ad Audemars Piguet. Un piccolo capolavoro in cui gli interessi economici si intrecciano armonicamente con quelli più strettamente orologieri, visto che Jaeger e AP hanno entrambe un know-how stellare e per giunta operano l’una a pochi chilometri di distanza dall’altra.

    Nel 1990, dopo la caduta del Muro di Berlino, appunto, Blümlein entra in contatto con Walter e Ferdinand Lange e insieme decidono di far rinascere la A. Lange & Söhne. Ora che le marche sono tre, la logica impone di creare una specifica società: la LMH, appunto. In quello stesso anno (1991), l’intera VDO (LMH compresa) viene comprata dal Gruppo siderurgico Mannesmann. Sempre per la cronaca, Mannesmann verrà comprata nel 1999 da Vodafone, che mette subito in vendita VDO. Si accende una battaglia accanita per acquisire le tre marche di LMH.

    Tra i contendenti sono particolarmente attivi il Vendôme Luxury Group (quello che poi diventerà Richemont) e la PPR che ha già Gucci in portafoglio. Poco convinto, a lato, Swatch Group, che sembra più che altro divertirsi a far lievitare i prezzi. In una pericolosa fase di rilanci sempre più astronomici Vendôme fa la mossa risolutrice: entrando dalla porta secondaria (si fa per dire), acquisisce la quota di Audemars Piguet (si parla di 280 milioni di franchi svizzeri: una cifra che favorirà investimenti fondamentali per il marchio), diventando quindi una presenza ingombrante per chiunque altro voglia acquistare il gruppo.

    La leggenda dice che a consigliare questa mossa sia stato lo stesso Günter Blümlein. Così fosse, sarebbe la dimostrazione che non soltanto era un ottimo tecnico e un ottimo imprenditore, ma anche uno stratega brillantissimo. Sta di fatto che il nodo si scoglie e Vendôme compra (luglio 2000) le tre marche per una cifra monstre compresa fra i 2,8 e i 3,8 miliardi di franchi svizzeri, anche se qualcuno ipotizza persino gli 8 miliardi. Al di là del valore delle tre marche c’è quello strategico: con questi acquisti Vendôme si installa al centro dell’Alta Orologeria e diventa il riferimento assoluto per l’intero settore orologiero.

    Johann Rupert considera Blümlein come una delle componenti migliori dell’affare: e sta per metterlo a capo della divisione orologi di Vendôme, quando un cancro bruciante si porta via (ottobre 2001) l’uomo che avrebbe certo lasciato un segno ancor più indelebile nella storia dell’orologeria. Ancora oggi mi succede spesso di chiedermi cosa sarebbe accaduto se Blümlein non fosse scomparso così prematuramente e all’apice di una fase tanto interessante per l’intero settore.

    Fra i grandi meriti di Blümlein non c’è solo quello di aver rilanciato l’orologeria tedesca, che ora vanta un considerevole numero di marchi. Insieme a Lange, Blümlein ha anche imposto uno standard tecnico unico, inizialmente specifico della sola A. Lange & Söhne e in seguito di gran parte degli epigoni. Per ponti e platine viene usata l’alpacca al posto dell’ottone rodiato. Rispetto all’ottone l’alpacca è più difficile da lavorare (meccanicamente vanta qualità migliori) ed è più pesante, ma in compenso non deve essere rodiata, si presta a decorazioni particolarmente interessanti e garantisce quella durata “eterna” che tutti i tecnici d’Alta Orologeria sognano. Per sottolineare questo sogno di eternità, gran parte delle pietre vengono incamiciate in oro e poi fissate a ponti e platine tramite viti. In questo modo si evita di dover – nel tempo – allargare il foro e sostituire la pietra con una più grande, quando la pietra stessa venisse usurata dall’attrito. Basta togliere due o tre viti e sostituire il rubino incamiciato con un altro uguale.

    In più Lange e Blümlein impongono ai movimenti un’architettura basata su un solo ponte molto ampio che tiene in sede – in pratica – l’intero movimento, organo regolatore a parte. È un’architettura che non a tutti i tecnici piace perché costringe a smontare completamente il calibro anche quando l’intervento potrebbe essere limitato; ma d’altro canto questa architettura rende molto più solido tutto l’insieme e per giunta ormai la tendenza è proprio quella di smontare, verificare e rimontare l’intero movimento ogni qual volta si renda necessario intervenire, anche per la semplice manutenzione. Forse appare meno scenografico, a guardarlo attraverso il fondello, ma la decorazione del ponte del bilanciere e lo spettacolo dei rubini incamiciati diventano un must ineludibile. E su questa architettura, ben diversa da quella tipica dell’orologeria svizzera, è infine possibile apporre con grande orgoglio la dicitura “Made in Saxonia”. Prima di A. Lange & Söhne solo l’italiana Locman aveva avuto il coraggio di dichiarare la propria provenienza “non svizzera”.

    Il Tourbillon 1815 con cassa in platino e quadrante in smalto è una rappresentazione coerente dei valori di A. Lange & Söhne. Ritroviamo tutti i dettagli tipici del perfezionismo che anima il marchio, compreso il diamante (ovviamente incamiciato e serrato da due viti azzurrate) di controperno e il ponte del tourbillon decorati: sono le due uniche concessioni all’estetica, dal momento che anche le viti azzurrate hanno una motivazione tecnica (verificare se il cacciavite è stato usato correttamente, senza lasciar segni).

    Qualcuno dirà: ma che palle il rigore estetico, la “freddezza” di Lange! Bah, a parte che la Germania è la patria del razionalismo estetico, resta pur sempre il fatto che non esibirsi in effetti speciali e capriole rumene di forme e colori è una scelta ben precisa alla quale si può o meno aderire; ma chiedere a Lange di impegnarsi in stravaganze ottiche sarebbe come chiedere al Presidente di fare il discorso di Natale travestito da rapper. Non si fa.

    In A. Lange & Söhne tutto, anche l’estetica, discende da scelte tecniche. La propensione ai movimenti a carica manuale? Lo sanno anche i sassi che la falsa certezza dell’automatismo di ricarica (non è mica il moto perpetuo) crea problemi di precisione. La pretesa di mettere persino in un tourbillon il dispositivo “secondi esatti” per una migliore rimessa all’ora? Risponde all’esigenza, forse pedante ma reale, di dominare davvero il complesso organismo ad ingranaggi, il movimento. Persino il quadrante in smalto, con il suo numero rosso al 12 e la sua geometria rigorosa, risponde come meglio non si potrebbe all’esigenza di una leggibilità impeccabile.

    Il 1815 Tourbillon con quadrante smaltato di A. Lange & Söhne è un orologio serio per collezionisti seri (edizione limitata a 100 esemplari, 203.000 euro), un orologio raro perché superare pur di poco il limite dell’abituale per entrare nell’eccezionale richiede una marcia in più che limita maledettamente le capacità produttive. Ma tant’è: questo è Lange, questo è il progetto originale di Lange, ancora valido, e questo sarà Lange per molto ancora, si spera. Il consiglio, come sempre, è di andare presso un concessionario e godersi i dettagli per capire quanta sostanza e quale c’è in un orologio Lange. Dopodiché saranno le proprie disponibilità e i propri gusti estetici a decidere, ma non mi si dica che manca la qualità: sarebbe un insulto all’intelligenza.

    Alcuni indirizzi utili: Rivenditori A. Lange & Sohne

  • A. Lange & Söhne di casa alla Gioielleria Cinzia Landi

    A. Lange & Söhne di casa alla Gioielleria Cinzia Landi

    Per un marchio orologiero dalla produzione limitata, un’attenta ed equilibrata distribuzione può rappresentare una delle chiavi del successo sul territorio. Perché se la manifattura, scrupolosamente attenta alla tradizione e alle lavorazioni manuali, più di tanto non assembla, se in virtù di questo la disponibilità numerica di orologi per Paese è costantemente contingentata, e se infine la clientela-tipo è composta principalmente da collezionisti e connoisseur (molti di questi, va detto, locali, come nel caso dell’Italia), allora lo sviluppo di una rete estremamente capillare rappresenterebbe un controsenso in grado di mandare al vento ogni buona strategia aziendale. Meglio pochi punti vendita, allora, ma buoni. E localizzati laddove servono.

    A tal proposito, per esempio, A. Lange & Söhne lo scorso 13 giugno ha aggiunto il diciottesimo presidio (un numero molto ridotto) sul suolo italiano grazie all’inizio della collaborazione con la Gioielleria Cinzia Landi, storica “porta” del lusso nel centro di Parma. Una scelta mirata, attenta, e per questo perfettamente coerente con i principi di una marca da sempre fedele alla politica dei piccoli passi. Sensata, come detto. Prima di tutto dal punto di vista geografico, perché va a riempire un vuoto importante nel cuore della Pianura Padana. Sopra, in un’ideale linea retta da occidente e oriente, i punti vendita di Torino, Milano, Bergamo, Verona, Padova, Venezia e Trieste. Sotto, quelli di Forte dei Marmi, Firenze, Milano Marittima. In mezzo, nulla. Almeno fino a pochi giorni fa.

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