Giornale Degli Orologi
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Tag: Audemars Piguet Royal Oak

  • Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams: la lezione di Audemars Piguet

    Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams: la lezione di Audemars Piguet

    Quando ho visto in anteprima il nuovo Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams di Audemars Piguet, ho ripensato a ciò che la Ceo del marchio, Ilaria Resta, mi ha detto in una recente intervista-chiacchierata che abbiamo avuto: «La distinzione tra orologi da uomo o da donna è un linguaggio che non risponde alle esigenze dei clienti né all’attualità». Perché la sua idea di «cambiare la narrativa» delle collezioni femminili trova in questo orologio, a mio avviso, una delle espressioni più compiute.

    Ceramica, madreperla, diametro contenuto, colori soft. Tutto sembra remare nella direzione del polso del gentil sesso. Eppure, se penso a ciò che oggi è il mercato, prima ancora che alle parole di Ilaria Resta, sono pronto a scommettere che vedremo il Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams al polso di molti maschietti. Non è solo una questione di moda, di estetica o di “gender fluidity”, come direbbero i paladini della cultura woke. È una questione di contenuti.

    I materiali del Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams

    E vediamoli allora questi contenuti. Tenendo per assodato il fatto che l’orologio discende in maniera esplicita, per estetica e proporzioni, dal primo cronografo Royal Oak – la ref. 25860 -, lanciato nel 1997 in occasione del 25° anniversario della collezione. Quella referenza ospitava l’allora nuovo Calibro 2385, uno dei movimenti cronografici automatici più sottili mai realizzati, nato dalla collaborazione tra Audemars Piguet e il produttore di calibri Frédéric Piguet.

    Comincio dai materiali, cui ho accennato qualche riga più sopra. La ceramica, innanzitutto. Non è un materiale nuovo per Audemars Piguet, ma la lavorazione che ne ha fatto con questa referenza è di gran pregio. Intanto, il bianco candido caratterizza la cassa, il bracciale, la lunetta e la corona. A fare la differenza non è tanto il colore della ceramica – peraltro amato da Serena Williams – quanto la sua lavorazione. La superficie del Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams è infatti in gran parte satinata e la finitura lucida è riservata ad alcune delle parti più complesse da lavorare, come i fianchi della lunetta, gli smussi della cassa, i pulsanti del cronografo, gli spigoli e le parti interne delle maglie del bracciale.

    Lavorare così la ceramica non è una banalità: servono macchinari adeguati e precisi e, soprattutto, serve la capacità di usarli in maniera impeccabile. Il risultato è una continuità estetica, quasi morbida, tra bracciale, carrure e lunetta, enfatizzata anche da una fibbia pieghevole a farfalla che contiene il profilo dell’orologio e lo accomoda sereno al polso. Grazie anche – quasi dimenticavo – ai 38 mm di diametro della cassa.

    Quadrante elegante e minimale

    Oltre alla ceramica, c’è la madreperla del quadrante, in questo caso rosa. Un colore che ormai non definisce più un genere nella vita quotidiana, figuriamoci in orologeria. L’accostamento con il bianco è stato pensato per dare al Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams un aspetto omogeneo, delicato ma non statico. La natura stessa della madreperla e la lavorazione del quadrante realizzato con questo materiale naturale lo rendono infatti cangiante, vivo, come nelle intenzioni di Serena Williams al momento di abbinare il proprio nome al cronografo.

    La collaborazione tra la campionessa americana di tennis e il Marchio svizzero è infatti di lunga data e nasce dalla passione di Serena Williams per gli orologi. Qualche anno fa, il suo ex allenatore Patrick Mouratoglou mi raccontò che, in occasione di importanti vittorie, lei stessa lo invitava, se lo voleva, a comprarsi uno o più orologi al posto dei bonus in denaro che gli sarebbero spettati.

    Naturalmente, l’uso della madreperla ha implicato la sparizione del classico motivo Grande Tapisserie che caratterizza il quadrante del Royal Oak Selfwinding Chronograph. Anche il disegno dei contatori si discosta da quello del cronografo 38 mm come abbiamo imparato a conoscerlo nella versione che ha debuttato nel 2019. Lascio alle didascalie la descrizione più dettagliata; mi limito a sottolineare che la scelta di Audemars Piguet è stata quella di pulire al massimo il quadrante, per allinearne l’estetica al principio di minimalismo che ispira l’intero cronografo.

    Il Calibro 6401 di Audemars Piguet

    Nella cassa del Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams lavora il Calibro 6401, automatico. Sebbene al momento del lancio la cassa da 38 mm fosse stata ben accolta e lodata per la fedeltà al classico Royal Oak, furono espressi alcuni commenti riguardo al movimento “datato”. Dal 1997, Audemars Piguet si era affidata a un cronografo automatico con ruota a colonne FP 1185 di produzione esterna, dotato di innesto verticale, un profilo sottile di 5,5 mm, una frequenza di 3 Hz e un’autonomia di carica di 40 ore. Modificato e rinominato Calibro AP 2385, l’opinione generale era che il movimento fosse antiquato, avesse una riserva di carica modesta e non rispecchiasse il posizionamento di alta gamma e la tradizione del Royal Oak.

    Ebbene, come è solita fare, la Manifattura ha ascoltato il mercato. E lo scorso febbraio, al lancio di due nuovi 38 mm in acciaio e oro rosa, ha abbinato quello del nuovo Calibro 6401. È un cronografo integrato con ruota a colonne e sistema a innesto verticale brevettato da Audemars Piguet per ridurre il numero di componenti ed eliminare i giochi superflui. Descritto come un cronografo robusto, affidabile e reattivo, richiede una pressione minore per azionare i pulsanti, cosa che, credetemi, per i nerd dell’orologeria è molto importante. Oltre che essere d’aiuto nel prevenire l’usura della parti meccaniche.

    Con una frequenza attuale di 28.800 alternanze/ora, lo spessore del calibro è aumentato di poco rispetto al predecessore, passando da 5,5 mm a 5,7 mm. Tuttavia, il miglioramento più significativo è rappresentato dalla maggiore autonomia, cresciuta da 40 a 55 ore.

    Che cosa impariamo dal Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams

    Al di là delle valutazioni fatte dalla tennista in sede di presentazione dell’orologio – «la ceramica bianca trasmette una sensazione di robustezza e resistenza, mentre il quadrante in madreperla rosa conferisce calore e morbidezza. Ogni dettaglio è stato studiato con cura» -, ciò che a mio parere è rilevante nel Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams è l’idea di base, quella da cui sono partito citando le parole di Ilaria Resta. Quella di creare un orologio che non faccia, per così dire, selezione all’ingresso.

    Colori, materiali, finiture, movimento non hanno tanto la funzione di definire un obiettivo di mercato o una precisa tipologia di appassionato, quanto quella di ribadire lo status dell’orologio e la direzione che la Manifattura continua a seguire: qualità meccanica e formale ai massimi livelli e un’identità definita e riconoscibile. Tutto questo, nell’ondivaga situazione attuale dell’orologeria, aiuta Audemars Piguet a tenere la barra dritta e a dare una lezione di coerenza a tutta l’industria delle lancette. Non è una banalità.

  • Audemars Piguet x Kaws, fra street art e alta orologeria

    Audemars Piguet x Kaws, fra street art e alta orologeria

    Audemars Piguet ha un profondo legame con il mondo dell’arte – in senso lato. Ricorrente presenza alla Biennale di Venezia come ad Art Basel (anche a Miami), ha sempre dato supporto a installazioni, progetti, sperimentazioni, visive come sonore. Andatevi a rileggere i numerosi precedenti raccontati in questo Giornale e ne avrete conferma. Non stupisce quindi la collaborazione con Kaws, un artista emblematico della cultura contemporanea. Così come non stupisce che dalla liaison sia scaturito un orologio: lo stesso era accaduto di recente con Matthew Williams o con Travis Scott. Stupisce, piuttosto, il risultato: un inedito complicato, l’Audemars Piguet x Kaws Royal Oak Concept Tourbillon “Companion”. Un nome che lascia intuire solo vagamente di cosa si tratta. E che rivela più di altri esemplari quanto i collegamenti extra-settore possano far bene all’alta orologeria in termini di ricerca e innovazione nella micro-meccanica.

    Pop art orologiera

    Ne parlavo l’altro giorno con Davide Passoni, che mi faceva notare come questo esemplare possa essere considerato una sorta di retaggio dell’era Bennahmias. Ed è vero: nei suoi quasi 30 anni di carriera all’interno della Maison di Le Brassus, 11 dei quali come Ceo, François-Henry ha dato un’impronta visionaria e anticonformista alla produzione. E in particolare al Royal Oak, trasformato da serio status symbol a oggetto di pop art, o di street art: esclusivo, costosissimo eppure divertente, perfino irriverente. Mi riferisco, ovvio, alle versioni con i personaggi della Marvel, con i quali il nuovo Audemars Piguet x Kaws sembra direttamente imparentato.

    Tant’è. La collezione è la stessa: quella celeberrima del ROC (Royal Oak Concept). Che insieme al temine Tourbillon è sinonimo di avanguardia tecnica, e allude alla ricerca, alla sfida, alla modernità. Anche l’impostazione grafica sembra la stessa: lì c’erano Spider-Man e Black Panther a sprigionare tutta la loro energia al centro del quadrante, la loro potenza, il loro dinamismo. Qui c’è un altrettanto espressivo Companion, che non è un super-eroe ma un simbolo della società di oggi. Affacciato verso l’esterno, sembra quasi una figura un po’ claustrofobica, con la testa e le mani appiccicate al vetro come se non solo guardasse fuori, ma volesse uscire, evadere dallo spazio ristretto della cassa.

    Ma, c’è un ma: l’Audemars Piguet x Kaws alza l’asticella della meccanica. Companion non è un semplice soggetto decorativo: coinvolge l’intero movimento, ne stravolge l’affissione. Costringe i progettisti del reparto Ricerca e Sviluppo, o meglio il team di APRP – leggi quel geniaccio di Giulio Papi e compagni -, a sviluppare un calibro del tutto nuovo, come vedremo poi.

    Chi è Kaws

    Prima però devo dire qualcosa su Kaws, arcinoto da chi bazzica il fashion world e l’universo artistico, ma magari poco conosciuto dal grande pubblico. Nato a Jersey City, classe 1974, Kaws (al secolo Brian Donnelly) è un protagonista della scena artistica newyorkese con una forte influenza internazionale, anche grazie alle implicazioni commerciali delle sue opere. Dopo il diploma alla School of Visual Art di Manhattan, va a lavorare come illustratore alla Jumbo Pictures, che fa capo alla Disney. Ma alle tavole preferisce i graffiti di strada, quindi lascia lo studio di animazione. Da quell’esperienza però prende probabilmente origine Companion, uno dei suoi personaggi più emblematici (l’altro è Bff, una specie di Muppet a pelo lungo). Che ha il corpo di Topolino ma la testa a forma di teschio, con tanto di tibie incrociate, due Ics al posto degli occhi e altrettante sulle mani guantate.

    Apparso per la prima volta come giocattolo di una marca giapponese nel 1999, da allora Companion è presente in tutte le opere di Kaws, di volta in volta rielaborato e reinventato. A un certo punto diventa anche un gonfiabile gigante, installato in cima a edifici e grattacieli, fino a raggiungere quasi i 40 metri della scultura Holiday, in cui appare sdraiato nel porto di Victoria Harbour, a Hong Kong. Intanto Kaws inizia a collaborare con le grandi firme della moda – Supreme, Nike, Bape, Uniqlo, perfino Dior… Ed entra a piè pari nell’universo della musica: firma la copertina di un album di Kanye West, le scenografie dei live dei Gorillaz, lavora con Pharrel Williams, ridisegna il Moonman (il premio degli Mtv Video Music Awards).

    Non sono un critico d’arte e non vi sto ad annoiare sul messaggio che viene attribuito alla sua arte. Aggiungo solo che oggi è considerato uno dei maggiori artisti contemporanei, una celebrità a livello globale, con un seguito di 4,4 milioni di followers sui social e una quotazione notevole sul mercato dell’arte. Tanto per capirci, nel 2019, un suo dipinto è venduto per 14 milioni di euro…

    L’Audemars Piguet x Kaws Royal Oak Concept Tourbillon “Companion”

    E arrivo finalmente all’orologio. L’Audemars Piguet x Kaws Royal Oak Concept Tourbillon “Companion” è una vera e propria opera d’arte da indossare da polso. Interamente realizzato in titanio, vede Companion, appunto, al centro della scena, quasi fosse schiacciato contro il vetro. La sua presenza è talmente totalizzante da relegare le informazioni orarie alla periferia del display. Ore e minuti sono riportati infatti da due indici che ruotano lungo una cremagliera, ben visibile dall’esterno, un po’ come quelle che si trovano associate a un tourbillon centrale. Tourbillon, fra l’altro, presente anche qui, ma posto nella consueta posizione a ore 6, sul petto di Companion, a rappresentare il cuore pulsante (sebbene meccanico) dell’icona pop.

    Ad animare l’orologio c’è, come scrivevo sopra, un movimento realizzato ad hoc: il calibro AP2979. A carica manuale, ha un’autonomia di 3 giorni, una frequenza di 3 Hz e, se lo si guarda dal lato fondello, parecchi richiami all’arte di Kaws. I ponti in titanio nero dalla decorazione tondeggiante, per esempio, così come la ruota a cricchetto del bariletto a forma di Ics, racchiusa in un altro ponte simile alla testa di Companion. Ics che ritornano, oltretutto, sulla testa delle viti di serraggio della lunetta. Per riprodurre gli speciali componenti del movimento così come della silhouette sul quadrante, tra l’altro, i tecnici della Manifattura di Le Brassus hanno dovuto sviluppare sia programmi specifici sia nuovi utensili delle macchine Cnc preposte a realizzarli.

    Conclusioni

    Concludo con qualche informazione in più, ma vi rimando alle didascalie per ulteriori dettagli. La cassa è grande e massiccia, ma estremamente leggera grazie al titanio sabbiato, e risulta quindi ben portabile a dispetto dello spessore notevole. Il cinturino in pelle effetto tessuto è intercambiabile con un altro, simile nella composizione ma diverso nella tonalità, leggermente più scura. Giusto per non perdere l’effetto della monocromia grigia che è parte fondamentale del nuovo Royal Oak Concept Tourbillon e della visione dell’artista di Brooklin.

    Poi, la tiratura limitata: del nuovo Audemars Piguet x Kaws verranno prodotti 250 esemplari, a sottolineare l’esclusività del pezzo. Che, c’è da scommetterci, sarà ambitissimo dalle generazioni più giovani e detestati dai tradizionalisti più intransigenti. Sul sito ufficiale trovate anche un video a tema, che farà la gioia dei fan dell’artista. Infine il prezzo, di 200mila franchi svizzeri, tasse escluse (a conti fatti, circa 260mila euro). Ma l’orologio è già stato avvistato su un noto sito di secondo polso a più di 420mila euro. C’era da aspettarselo: la speculazione è ormai una piaga connessa al collezionismo…

  • Gli anniversari dell’orologeria, un 2022 da festeggiare 

    Gli anniversari dell’orologeria, un 2022 da festeggiare 

    Nel 2022 l’orologeria festeggia parecchi anniversari. Per una serie di fortuite coincidenze che si sono create nell’ultimo secolo, l’anno in corso è costellato di ricorrenze, “compleanni” di diversi esemplari famosi. Orologi che hanno fatto la storia, capaci di attraversare indenni il trascorrere del tempo, di superare il susseguirsi delle mode e i cambiamenti del gusto. In grado di sedurre intere generazioni, una dopo l’altra, grazie a piccoli ritocchi estetici e ben più importanti rinnovamenti meccanici.

    I loro anniversari nei prossimi mesi saranno celebrati dalle rispettive case produttrici con una certa enfasi. Qualcuno ha già iniziato a fare festa con edizioni speciali, qualcun altro ha già annunciato celebrazioni in pompa magna, altri ancora (forse) saranno più discreti… Ma gli anniversari del 2022 non passeranno certo sotto silenzio – scommettiamo? Vediamoli, intanto, in ordine di anzianità.

    I 90 anni del Calatrava

    Il simbolo dell’eleganza di Patek Philippe nasce nel 1932, ispirato ai principi minimalisti del Bauhaus: “La forma di un oggetto è dettata dalla sua funzione”. La cassa quindi riflette esattamente la costruzione rotonda del movimento, il quadrante essenziale punta tutto sulla leggibilità e riporta le indicazioni con chiarezza. Il primo modello è la rinomata Referenza 96, con calibro a carica manuale, che diventa l’archetipo del “classico” orologio da polso.

    Il Calatrava nel tempo si evolve nei dettagli (lunetta liscia, guilloché o con diamanti, piccoli secondi o secondi al centro, qualche tecnicismo come l’automatismo di carica o il datario), ma non perde mai nulla della propria leggendaria purezza stilistica. L’ultimo modello, lanciato l’anno scorso, è il Calatrava “Clous de Paris” Referenza 6119: in oro bianco o rosa, di dimensioni contemporanee, è animato da un nuovo movimento di manifattura a carica manuale, il calibro 30-255 PS, con autonomia di 65 ore e spirale Spiromax.

    I 70 anni del Navitimer

    Lanciato da Breitling nel 1952, prende nome dai termini “navigation” e “timer”. Perché fin dal prototipo è equipaggiato con uno strumento specifico per supportare i piloti durante la navigazione aerea: il regolo calcolatore. Un dispositivo meccanico posto fra la lunetta, il réhaut e il perimetro del quadrante, che permette di compiere una serie di operazioni utili in volo. Dalle più semplici (moltiplicazioni, divisioni, calcolo delle percentuali) alle vere e proprie funzioni aeronautiche (conversioni km/miglia, calcolo della velocità al suolo, della distanza coperta eccetera).

    In realtà gli anniversari del Navitimer quest’anno sono due. Nel 1962, al modello originale Breitling aggiunge una versione speciale con l’indicazione delle 24 ore per l’astronauta della Nasa Scott Carpenter, quinto americano (nonché primo a mangiare cibo solido) nello spazio e secondo a orbitare attorno alla terra nella missione Mercury Atlas 7. Rimasto sempre in catalogo, il Navitimer nel tempo ha conosciuto innumerevoli versioni; parecchie solo negli ultimi anni, da quando Georges Kern ha preso le redini della marca. A proposito, già si sa che per il 70° anniversario il Ceo di Breitling farà le cose in grande. E ha previsto una serie di lanci: il primo alla fine di marzo. Vi terremo aggiornati…

    I 65 anni dell’Omega Speedmaster

    La storia dello Speedmaster è troppo nota per essere riassunta in poche righe: chi volesse ripercorrerne le vicende, sul nostro Giornale degli Orologi può trovare diversi articoli a tema (per esempio qui e qui). In questa occasione ricordo solo che il modello originario, lanciato nel 1957, era la celeberrima Referenza Ck 2915, creata per i piloti professionisti della auto da corsa. Interamente in acciaio, montava l’altrettanto famoso calibro 321 a carica manuale, e riportava sul quadrante le lancette Broad Arrow e sulla lunetta la scala tachimetrica.

    Omega ha già cominciato a festeggiare il genetliaco dell’amato Moonwatch all’inizio dell’anno con un nuovo Speedmaster 321: un’edizione speciale forgiata in Canopus Gold, l’esclusiva lega in oro bianco della Casa. Ma anche di questo ci siamo già occupati altrove. Staremo a vedere nei prossimi mesi se la Maison di Biel concederà ai fan del cronografo altre occasioni per rendergli omaggio. Nel caso, ne riparleremo.

    I 60 anni dell’Autavia

    Ai giorni nostri, quando parliamo dell’Autavia, ci riferiamo al cronografo da polso lanciato da Heuer nel 1962. In realtà l’orologio – il cui nome deriva dall’unione delle parole “automobile” e “aviazione” – era nato nel 1933 come strumento di bordo per gli aerei e le vetture da corsa, e tale era rimasto fino al 1957, quando uscì di produzione. Nel ’62, appunto, rinacque per volontà di Jack Heuer, che lo trasformò in un esemplare dedicato sempre al mondo delle gare automobilistiche e indossato soprattutto (ma non solo) dai piloti di rally. Nel 1985 andò di nuovo fuori catalogo.

    Torna poi in anni recenti, presentato nel 2019 a Baselworld, in sette modelli dall’estetica coerente con il passato. E quest’anno, a gennaio scorso, è stato riproposto da TAG Heuer che non perde occasione per celebrare i propri anniversari. Due le versioni: cronografo flyback (in due modelli: un panda stile vintage e l’altro d’impostazione più militare) con calibro sviluppato in-house e certificato Cosc; e un secondo fuso orario, anch’esso con movimento certificato Cosc. Perché TAG Heuer

    I 50 anni del Royal Oak

    Negli anniversari 2022 non può mancare l’icona di Audemars Piguet. Creato dalla matita da Gérald Genta, lanciato a Basilea nel 1972, è stato il primo orologio sportivo di lusso in acciaio. Ma agli esordi non riceve affatto un’accoglienza positiva: troppo grande, troppo costoso, troppo lontano dai canoni dell’epoca (oggi diremmo “troppo avanti”). Ci crede però Carlo De Marchi, l’agente italiano, che ne distribuisce 400 nel nostro Paese (la produzione iniziale era di 1000 esemplari); e ci crede Gianni Agnelli, che lo indossa nel ’74 e ne decreta il successo. Il resto è storia.

    A distanza di mezzo secolo, la manifattura di Le Brassus celebra il Royal Oak con un’intera collezione, lanciata lo scorso gennaio. Che lo vede declinato in versione solo tempo e cronografo, in diversi formati (34, 37, 38 e 41 mm) – più il Jumbo (un ultrapiatto da 39 mm, il mio favorito) – e diversi materiali (acciaio, oro nelle differenti tonalità, platino). Ritoccato da un leggero restyling che ne migliora l’ergonomia, mantiene i segni distintivi di sempre, come la lunetta ottagonale fissata con viti dalla testa esagonale, il quadrante Tapisserie e il bracciale integrato.

    Dal punto di vista meccanico, tutti gli esemplari della collezione anniversario sono dotati della massa oscillante “50 years”; ma c’è anche un nuovo calibro automatico con 60 ore di autonomia, introdotto nelle referenze da 37 mm. Il discorso è vasto: per saperne di più (in questo caso come per tutti gli altri illustrati in questa pagina), vi rimando al sito ufficiale. Dove potrete trovare anche un approfondimento dedicato, le AP Chronicles, risultato di anni di ricerca del team AP Heritage. Un progetto dal respiro enciclopedico, che per ora copre i primi 10 anni di storia. Tutto da leggere.