Giornale Degli Orologi
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Tag: Dietro le quinte

  • Dietro le quinte. Manifatture e bugie – parte 2

    Dietro le quinte. Manifatture e bugie – parte 2

    Nella prima parte di questo articolo (pubblicata qui) raccontavo di quanto sia difficile capire bene dove sia quella che alcuni di noi considerano la verità sulle manifatture. Ma se cerchiamo la verità vuol dire che sospettiamo delle bugie di qualcuno e se qualcuno racconta bugie deve necessariamente farlo perché mentire sulle manifatture comporta vantaggi. Quali?

    Lo dico subito: io non credo che i produttori dicano bugie sulle manifatture per guadagnare di più. Al contrario: ogni tanto le dicono per poter contenere i prezzi. Però sempre bugie sono e questo è sbagliato. Si può sempre dire la verità. Sempre. Anche sulle manifatture vere, quasi vere o false.

    Premessa sulla caccia alla bugia

    Però non riesco ad essere d’accordo con quanti passano la vita a cercare l’imbroglio di pochi, invece di godere della sostanziale onestà di tanti. È una malattia. Come quando sei geloso, e passi il tempo a cercare le prove di corna che non ci sono. La concorrenza, che in orologeria è particolarmente forte, crea una situazione sostanzialmente equilibrata, nella quale tutti controllano tutti gli altri. Un esempio. Domanda retorica di un lettore che chiede se un movimento Eta con modulo Dubois Dépraz in un Audemars Piguet Offshore sia migliore dello stesso in un Hamilton Lancaster. Per mia abitudine controllo sempre e questa volta l’ho fatto ancora più a lungo perché effettivamente ho trovato traccia di una cosa del genere in un blog solitamente ben informato. Ma l’errore scappa a tutti.

    Controllando (a lungo) ho trovato conferma di quanto mi aveva già detto François-Henry Bennahmias, Ceo di AP: Audemars Piguet non ha mai usato movimenti Eta (ma si trovano abbastanza facilmente falsi Offshore, in giro, proprio con movimenti Eta). Per la semplice ragione che era proprietaria di una consistente quota di Jaeger-LeCoultre, da cui ovviamente attingeva movimenti. Di manifattura. In seguito ha usato spesso movimenti della manifattura Frédéric Piguet oppure il proprio movimento automatico (di manifattura) cui veniva sovrapposto un modulo crono (anche di manifattura, in certi casi). Oggi Audemars Piguet ha finalmente un movimento cronografico proprio, totalmente di manifattura.

    L’Hamilton Lancaster – un vecchio e glorioso cronografo – risulta montasse un movimento Lemania 5100, anche se non è da escludere che in qualche serie ci fosse un Eta. Dubito però si trattasse di un Eta con modulo specializzato Dubois Dépraz. Perché si tratta di moduli molto pregiati, con qualità e costo che vanno dall’elevato all’elevatissimo – a seconda del modello e del grado di finitura. Eta più Dubois Dépraz è un’accoppiata piuttosto rara, ai limiti del suicidio economico. Costa molto più il modulo del movimento di base e di altri buoni movimenti cronografici disponibili con relativa facilità… Ed è un’accoppiata rara anche perché di solito implica la necessità di portare la base Eta ad un grado di finitura molto elevato.

    Il grado di finitura cambia totalmente le carte in tavola anche per movimenti apparentemente meno costosi, nelle versioni di base. Che possono essere “grezze”, sì, ma poi lavorate in casa. Come fa spesso Breitling, ad esempio, che infatti ottiene una qualità in grado di superare i test del Côntrole Officiel Suisse des Chronomètres.

    L’importanza della finitura

    Di manifattura o meno, la finitura in un movimento è fondamentale. Non semplicemente perché si tratta di una “decorazione”, quanto per motivi tecnici. Il taglio degli spigoli periferici di platina e ponti, lucidatura compresa, non nasce per motivi estetici, ma per dare la certezza che non restino sfridi metallici che possano finire tra gli ingranaggi e triturarli inesorabilmente. E così tutte le altre regole tipiche dell’alta orologeria adottate dalle manifatture. In gran parte riassunte in quelle da rispettare per ottenere il prestigioso Poinçon de Genève. È un attestato di affidabilità, in pratica. L’aspetto estetico è soltanto un sottoprodotto. È una considerazione importante, questa, perché aiuta a circoscrivere alcuni punti essenziali.

    Ad esempio: un movimento non di manifattura perfettamente rifinito è meglio (spesso) di un movimento di manifattura un po’ grezzo. Per intenderci: non è vero che un Eta 2824 sia sempre la stessa cosa, indipendentemente da chi lo usa. Oltre ai gradi di finitura già offerti dalla stessa Eta, ci sono poi personalizzazioni che talvolta si spingono fino alla sostituzione di elementi fondamentali. Pur costando magari meno di un movimento di manifattura, il prezzo può comunque moltiplicarsi di parecchie volte rispetto a quello di partenza. In questi casi la bugia dei produttori consiste nel ritenere (talvolta non del tutto a torto) che le modifiche apportate meritino il cambiamento del nome. Del resto molti movimenti si evolvono nel tempo e quando il produttore ritiene che i cambiamenti siano sostanziali, allora cambia anche il nome del calibro stesso.

    Il caso del Rolex Daytona

    Fine anni Ottanta, esce un nuovo cronografo Rolex. L’impressione è che sia destinato a fare la fine dei precedenti. Moderato, molto moderato successo. Nel senso che i numeri non raggiungono il limite in cui Rolex potrebbe creare un proprio movimento cronografico a prezzi Rolex. Vale la pena ricordare che Rolex è Rolex perché riesce a dare un rapporto qualità/prezzo pazzesco. All’epoca, nei cronografi precedenti Rolex si è molto fidata di Valjoux, ma ora vuole provare a volare un po’ più in alto. E si rivolge a Zenith. Ma dal momento che a quei tempi rimaneva qualche dubbio sulla lubrificazione a medio termine di un movimento a 36.000 alternanze/ora, Rolex cambia bilanciere (mettendoci il proprio, ad inerzia variabile), cambia lo scappamento, cambia gran parte del treno del tempo, del sistema di ricarica automatica per un totale di circa 200 modifiche.

    La domanda è: quel movimento è Zenith, Rolex, o cosa? La risposta è chiara, in questo caso. È Zenith perché altrimenti non potrebbe essere Rolex il movimento cronografico progettato e prodotto successivamente. Ma al tempo stesso non si può non riconoscere che fra un El Primero montato (a suo tempo) da Vacheron Constantin e quello modificato di Rolex, beh, la differenza è forte. Ne emerge una prima distinzione, fondamentale per andare avanti.

    Movimenti lisci, gasati o di manifattura?

    Dopo tante premesse cominciamo a procedere schematicamente.
    La marca Xyz produce orologi con movimenti presi da fornitori specifici.
    La prima differenza sta nella qualità generale del movimento. Il Calibro A possiede caratteristiche di base migliori del Calibro B.
    La seconda differenza sta nello specifico allestimento offerto dagli stessi produttori di calibri, con qualità e prezzi diversi.
    La terza differenza sta nelle eventuali personalizzazioni eseguite o richieste dalla marca dell’orologio. In questo caso possiamo comunque dividere le personalizzazioni in estetiche (ad esempio un rotore di carica personalizzato), tecnico/estetiche (il livello di finitura) o puramente tecniche, come la sostituzione del bilanciere. Il caso Rolex dimostra che questa personalizzazione può spingersi molto, molto avanti. Fin quasi al limite di poter dichiarare proprio un calibro adottato. Quasi, sia ben chiaro.

    Resta il fatto che se la marca Xyz monta un movimento di base a basso livello di finitura, il costo può essere molto contenuto. Se la marca Xyz monta un movimento di qualità, nell’allestimento migliore e per giunta profondamente modificato, beh, i prezzi salgono vertiginosamente senza che nessuno possa gridare allo scandalo. In certi casi il movimento modificato (perché la marca Xyz ci tiene a conservare un livello qualitativo molto elevato) può arrivare a costare quanto un movimento “di manifattura”. Qualche volta persino di più, per errore di calcolo o perché (come nel caso di Rolex) fra l’ideazione di un movimento proprio e la sua realizzazione possono passare diversi anni. E nel frattempo qualcosa devi pur vendere.

    Sì, mi dirai tu, mi hai detto dei movimenti lisci, di quelli gasati… E quelli di manifattura?
    Eccoci!

    Manifatture lisce, gasate o false?

    In teoria ci vuol poco. Dicesi “calibro di manifattura” quel movimento per orologi progettato, realizzato e usato “a casa propria” da una determinata marca. E però qui ricominciamo con eccezioni, distinzioni e variabili. Che cambiano totalmente le carte in tavola. Ad esempio: i movimenti meccanici di Swatch sono progettati, realizzati e usati “in casa”. Siete disposti a chiamarli “calibri di manifattura”? Perché a rigor di termini lo sono.

    Alcune manifatture progettano e realizzano da sé, certo, ma Patek Philippe e altri marchi di altissima orologeria usano piccole componenti prodotte da terzi. È sufficiente per dire che non sono “calibri di manifattura”? Dal 2005 Rolex utilizza il dispositivo ammortizzatore Paraflex, ma nel 3135 c’era un Kif. Patek si serve di Incabloc e qualche volta Kif, usato anche da Audemars Piguet, Vacheron Constantin, Chopard, Jaeger-LeCoultre e altri ancora. Omega usa un antiurto creato per lei da una fabbrica del gruppo Swatch, cui appartiene anche la stessa Omega. Sono o non sono movimenti di manifattura?

    E il bilanciere? Se non uso un mio bilanciere esclusivo (che per molti marchi è una vera e propria firma), ma me lo faccio produrre da uno specialista, posso definire “di manifattura” il mio movimento? E la platina? Se la voglio in titanio, ma vorrei non far lievitare troppo i prezzi comprando le macchine necessarie per la realizzazione di poche platine in titanio, posso ricorrere ad uno specialista. Ma sarà “di manifattura”, il mio movimento?

    Breitling fornisce a Tudor il proprio movimento cronografico di manifattura, e Tudor fornisce a Breitling il proprio solo tempo di manifattura. Sono “di manifattura” anche quando passano di mano dall’una all’altra marca?
    Senza calcolare che non tutti usano sempre e solo movimenti di manifattura propria o altrui. In questi casi cosa devono fare? Scrivere movimento “non di manifattura” quando non ne usano uno di manifattura?

    A te la parola. E poi alle manifatture

    Ecco. Mi sembra di aver iniziato a provocare a sufficienza per scatenare reazioni ancor più vivaci che ha avuto il precedente articolo. Io credo che ci sia un legame molto importante fra quel che una marca dice e quel che non dice, fra quanto omette e cosa omette. Un problema di comunicazione, lo ripeto. La Ferrari non deve elencarti che prende i freni da un fornitore, l’impianto elettrico da un altro e gli pneumatici da un altro ancora. Ma quella è un’automobile, mi dirai tu. Vero. E questo è un orologio ti rispondo.

    Ora la palla passa a te. Quali sono, secondo te, i parametri importanti, quelli che fanno la differenza? Quelli che le marche dovrebbero dichiarare per non essere considerate bugiarde? Quelli che per te fanno la differenza fra manifattura sì e manifattura no?
    Parliamone e poi vedremo di parlarne con i produttori. Aspetto le tue risposte per passare alla terza puntata. Con qualche sorpresa.

  • Dietro le quinte. I veleni dell’orologeria. E gli antidoti

    Dietro le quinte. I veleni dell’orologeria. E gli antidoti

    Accade con periodica frequenza. Gli svizzeri dell’orologeria vanno in ferie a luglio, come tutti gli svizzeri, e quando tornano scoprono di essere stati licenziati. O, nel migliore dei casi, ridimensionati. Anticamera del licenziamento perché se ti ridimensionano col cavolo che poi riesci a trovare un altro lavoro di pari livello. Sono i veleni dell’orologeria.

    Quest’estate tutti si aspettavano battaglia e una radicale pulizia estiva, mista a progetti più o meno sensati. È puntualmente accaduto. Veleni, appunto. E gli antidoti? Molti veleni, pochi antidoti. Che però implicano una necessaria riorganizzazione.

    Progetti sì, ma discutibili

    Partiamo dalle fiere di settore. Per un centinaio d’anni la città di riferimento, per orologeria e gioielleria, è stata Basilea. Perché? Per la sua particolare posizione geografica, al confine con Francia e Germania, ma raggiungibile senza troppe difficoltà anche dall’Italia, che fino ad una trentina d’anni fa era il secondo mercato mondiale per gli orologi svizzeri. L’Italia era così importante da far dire agli operatori, tutti, che «se un orologio ha successo in Italia, allora avrà successo in tutto il mondo».

    La storia è andata avanti così, quasi serenamente, fino a pochi anni fa, quando i mercati orientali hanno acquisito enorme importanza. Oggi la fiera di Basilea, Baselworld, è morta. Sono scappate persino Patek Philippe e Rolex, marche importanti non solo per la quantità d’orologi prodotti e il volume d’affari, ma anche per la loro influenza sulle decisioni dell’intero settore. Swatch Group (ne parlerò più avanti) aveva già abbandonato Basilea, pur avendo una posizione, al centro degli spazi espositivi, che più gratificante non si può. Ora gli organizzatori tornano all’attacco con l’idea di far rinascere a Basilea una grande fiera dell’orologeria e gioielleria. Perché? Sono scemi o cosa?

    Pazza idea…

    No, non sono affatto scemi. Il tentativo di far diventare Ginevra il fulcro dell’orologeria svizzera sta vacillando (veleni dell’orologeria) e ciò sembra lasciare spazio a chi, come Baselworld, progetta alternative provenienti da un passato glorioso. Ma il tentativo di ricreare la fiera di Basilea è discutibile, molto discutibile.

    Tutti, me compreso, hanno parlato a lungo dell’avidità degli organizzatori di Baselworld e dell’impossibilità pratica di pagare somme eccessive (cinque anni fa uno stand molto defilato arrivava a costare un milione di franchi svizzeri) per essere presenti in fiera. Il problema vero è che questa avidità si è scontrata con l’eccessiva quantità di operatori del settore, giornalisti compresi. Non ostante la costruzione di nuovi alberghi era impossibile trovare una stanza a prezzi umani nella città di Basilea. Io stesso faticavo molto a far capire al mio editore di allora che gli 800 euro a notte per una stanza che nel resto dell’anno non superava i 100 non erano un capriccio, ma una necessità di lavoro.

    Molti operatori finivano per dormire in Francia o Germania. Comunque a distanze difficili da digerire per chi la sera, dopo la chiusura dello stand, doveva farsi una sessantina di chilometri d’auto, spesso in fila, per essere di nuovo in fiera la mattina dopo, presto. Un tour de force cui gli organizzatori non hanno potuto trovare alcun rimedio anche per la pigrizia di un’amministrazione locale, incapace di mettere limiti all’avidità di gente che pure da Baselworld ricavava quattrini suonanti.

    Ginevra sì, Ginevra no…

    L’idea di spostare tutto a Ginevra (dove del resto già operava con successo il Salon International de la Haute Horlogerie) appariva quindi una soluzione impeccabile. A Ginevra c’è la possibilità di accogliere una quantità di visitatori più o meno tripla rispetto a Basilea, e mal che vada di alberghi ce ne sono tanti anche nelle dirette vicinanze. Ma sulla buona idea di Watches and Wonders si è abbattuto il maglio di impulsi concorrenziali, di invidie che, condite di pandemia, stanno incasinando la situazione. Veleni dell’orologeria.

    La stanno incasinando al punto che le fiere, a Ginevra, si stanno frammentando nella scelta dei tempi e in distinzioni che hanno il sapore dei cavilli legali. Col risultato che (a causa della pandemia ancora in atto) in molti preferiscono ormai la versione telematica. Che non è male, come soluzione d’emergenza, ma non è in grado di sostituire il contatto vero, il contatto diretto sia con gli operatori sia con gli orologi. Che è necessario, se non indispensabile. Ma chi se la sente, oggi, di infilarsi in un luogo chiuso e pieno di persone provenienti da ogni parte del mondo? Sì, i controlli… sì, le precauzioni… ma la prudenza consiglia comunque di starsene a casa.

    Meno veleni e più antidoti

    La situazione delle fiere (o meglio: dei progetti di fiera) è dunque incerta. Si conoscono bene le principali marche presenti a Ginevra, ma mancano ancora del tutto troppi nomi. I marchi che qualcuno considera secondari perché producono orologi non troppo costosi. Invece è una mancanza pericolosissima. Sembra che in Svizzera stiano dimenticando che i produttori inglesi e francesi sono scomparsi, a cavallo del ‘900, proprio perché producevano o sembravano produrre solo orologi costosi. In quella situazione si inserirono proprio gli svizzeri, con orologi dalla qualità elevata in relazione al prezzo. E sbaragliarono ogni altro produttore. Oggi potrebbe avvenire la stessa cosa.

    Chiunque scriva professionalmente di orologi, qualunque venditore d’orologi sa bene che il pubblico ama i sogni, certo, ma poi compra in maggioranza orologi più accessibili. Dando, ancor oggi, la preferenza agli orologi svizzeri. Ma – lo vediamo con i nostri stessi lettori – non puoi proporre solo oggetti che valgono cifre comprese fra l’attico in pieno centro e la villa a Portofino. Perché ciò, oltretutto, impedisce ai negozianti di poter cercare e offrire ai propri clienti una rosa di prodotti validi per tutte le tasche. Ma tutti, dal più al meno costoso, degni di fiducia.

    È un veleno pericoloso, insistere solo sull’alto di gamma. Il non saper fare fronte compatto è uno dei più pericolosi veleni dell’orologeria svizzera. Certo, ad informare ci sono le pubblicazioni specializzate, su internet o su carta, ma non è sufficiente. Perché, prima di ogni acquisto, anche per il negoziante è fondamentale poter toccare con mano, poter provare un orologio.

    Piccole buone idee contro i veleni dell’orologeria 1

    Del resto è pur vero che stiamo vivendo un periodo difficile per tutti, non solo per chi vuol fare le cose in grande. Mentre scrivevo è arrivata la notizia che anche Imagination Oneworld OneVision ha rimandato al 2022 la propria manifestazione. Una delle più sensate, che doveva tenersi in settembre a Neuchâtel. Un piccolo, prezioso scrigno per piccoli artigiani e piccole marche emergenti. Anche questo travolto, per ora, dalla pandemia.

    Sembra non esserci via d’uscita, oggi, nemmeno per le piccole buone idee. Del resto è anche logico: queste fiere riuniscono operatori da tutto il mondo e sono quindi un fertilissimo terreno per virus, batteri e quant’altro. Qualcuno ricorda che la Sars debuttò in Europa proprio durante la fiera di Basilea nei primi anni Duemila. E fu una (brutta) scoperta dirompente: i corridoi si svuotarono nel giro di un giorno o due perché tutti i cinesi vennero rispediti a casa e anche molti occidentali si spaventarono tanto di mollare il colpo. Oggi la situazione è di gran lunga peggiore.

    Piccole buone idee contro i veleni dell’orologeria 2

    Rimane, ad oggi 28 luglio 2021, l’appuntamento con i Geneva Watch Days (30 agosto/3 settembre), una manifestazione promossa dal Comune di Ginevra alla quale hanno aderito molte marche importanti e molti artigiani. Fra cui Bulgari, Breitling, De Bethune, Gerald Genta, Girard-Perregaux, Greubel Forsey, H. Moser & Cie., MB&F, Ulysse Nardin e tanti altri. Ma anche in questo caso le defezioni dei visitatori, professionisti e appassionati, si preannunciano così numerose che alla fine saranno ancora una volta le conferenze telematiche a fare la vera differenza. Conferenze telematiche alle quali seguiranno poi – com’è accaduto sino ad ora – incontri locali per consentire di vedere e toccare fisicamente gli orologi, nazione dopo nazione.

    Georges Kern, Ceo di Breitling e persona saggia, pensa che da questa situazione non usciremo prima del 2024, sia pure fra alti e bassi, con ondate successive di recrudescenza del virus e delle sue varianti. Veleni veri che nelle fiere internazionali sguazzano felici come un pesce nell’acqua. Gli organizzatori dei Geneva Watch Days giurano di aver preso tutte le precauzioni possibili per evitare il contagio. Io gli credo senza la benché minima esitazione. Ma non mi convince quel “possibili”. Dubito in chi ha detto agli organizzatori che un certo tipo di precauzioni siano sufficienti per evitare il contagio. Tutto qui. Del resto persino alle Olimpiadi in corso appare evidente che se gli assembramenti locali sono pericolosi, quelli internazionali sono di gran lunga peggiori.

    Orologeria, si cambia marcia

    I più prudenti (singoli marchi o gruppi che siano) si muovono quindi su due piani diversi. Da un lato cercano di sfruttare ogni spiraglio per usare metodi di presentazione e vendita ormai tradizionali e tradizionalmente efficaci. Dall’altro lato comprendono (alcuni in maniera ancora piuttosto confusa) che la pandemia sta accelerando processi già in atto e che quindi bisogna adeguarsi. Rapidamente.

    Si cercano nuove strade, nuove forme di comunicazione, nuove strategie. E tornano allora a circolare pesanti veleni dell’orologeria che bisognerà tenere a bada con antidoti efficaci. E proprio di questo ulteriore “dietro le quinte” torneremo presto a parlare. Molto presto. Perché la situazione è in continuo mutamento. Il gruppo Richemont, ad esempio, è in piena rivoluzione… (Continua)

  • Dietro le quinte: il contadino e il presidente

    Dietro le quinte: il contadino e il presidente

    Prima abbiamo avuto la crisi politica di Hong Kong, che ha influito molto negativamente sul mercato della zona definita Greater China – da sola assorbe circa metà della produzione svizzera di orologi. Il Coronavirus ha poi assestato un ulteriore colpo di cui davvero l’orologeria non aveva alcun bisogno. Fra gli effetti negativi del virus c’è stata la cancellazione di alcuni eventi importanti per la commercializzazione degli orologi, come Time To Move (organizzata da Swatch Group, la prima a capire cosa stesse davvero accadendo) seguita, la mattina del 27 febbraio, da Watches & Wonders Geneva.

    Baselworld (che non dimentichiamolo è anche un punto di riferimento per la gioielleria mondiale) sembrava volesse rimandare la decisione al 6 marzo, quando è intervenuto il Governo Svizzero a vietare qualunque manifestazione pubblica coinvolgesse più di mille persone. Si dice che la decisione sia stata presa per bloccare (una settimana prima) il Salone dell’Auto di Ginevra, che in questa situazione sarebbe stato poco saggio far svolgere. Comunque questo ha accelerato le decisioni di Baselworld che è l’unica ad aver fornito anche le date del prossimo anno: dal 28 gennaio al 2 febbraio 2021. Ora bisognerà capire quali saranno le date proposte da Watches & Wonders Geneva, bisognerà capire cosa faranno le marche del gruppo LVMH, ma ad oggi sembra che toccherà andare in giro per fiere d’orologeria col cotechino ancora sullo stomaco.

    Le conseguenze del Coronavirus vanno ad innestarsi in una complessa situazione pregressa, che in ultima analisi può essere riassunta così: troppa gente ha dimenticato che le prime esigenze di cui tener conto sono quelle dei produttori, dei venditori e dei compratori d’orologi. Tutto il resto può certo essere utile, ma mai indispensabile. Un contadino direbbe che se vuoi mungere latte buono e tanto alla vacca devi dar foraggio buono e tanto.

    Io, che di anni ne ho tanti e anche di esperienza, oltre alla saggezza contadina ho ricordato quella di un Presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy, che nel 1961, nel proprio discorso d’insediamento, disse: “Non chiedete cosa può fare il vostro Paese per voi. Chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese”. Unendo il contadino al presidente potrebbe venir fuori: “Smettiamola di chiederci quanto possiamo mungere la vacca dell’orologeria. E cominciamo a chiederci di quale cibo e quanto ha bisogno per dare buon latte”.

    Allora ho pensato che come primo atto possiamo, ad esempio, creare uno spazio gratuito nel quale i responsabili dei marchi d’orologeria “depositeranno”, con il nostro aiuto, le comunicazioni dirette pensate per giornalisti e negozianti, in modo – oltretutto – di offrire una totale trasparenza. All’inizio l’iniziativa sarà disponibile solo per le marche con cui collaboriamo, per contenere i costi, ma se altri siti ci seguiranno su questa strada potremmo complessivamente, tutti insieme, fornire un primo concreto aiuto. Troverete la nuove sezione “comunicazioni dirette” sotto la nostra testata. Nasce piccola, ma speriamo cresca presto, se si rivelerà utile.

    Perché sia ben chiaro: non stiamo facendo nulla di eroico né tantomeno nulla di rivoluzionario. Stiamo solo dando un segnale ai produttori d’orologi: comprendiamo i vostri problemi, ora che di fatto le fiere specializzate sono sospese almeno fino all’anno prossimo. E siamo qui, da oggi, accanto a voi, per aiutarvi a difendere l’intero settore. Noi del Giornale degli Orologi e, spero, tanti altri.

  • Il SIHH diventa Watches & Wonders. E gira il mondo

    Il SIHH diventa Watches & Wonders. E gira il mondo

    Negli scorsi anni c’è stata una vera e propria battaglia delle fiere specializzate, che ha avuto per protagonisti Baselworld e il SIHH, appunto. Fra manie di grandezza e autentici imbrogli, tutti – e i vecchi dirigenti di Baselworld in particolare – hanno perso il controllo della situazione. Quando una camera d’albergo passa dai 95/120 franchi svizzeri agli oltre 900 a notte, è chiaro che una o più persone se ne approfittano; (e non sto certo parlando di grandi alberghi: tutt’altro). Faccio notare che quando a Milano il costo degli alberghi lievita – ad esempio durante la Fashion Week – di tre o quattro volte, i giornali urlano allo scandalo.

    Sta di fatto che negli ultimi anni i costi della partecipazione a Baselworld sono talmente cresciuti che una enorme quantità di marchi sono scappati. E sono scappati nell’interesse dei compratori. Dal momento che tutte le spese convergono alla fine nel prezzo di vendita degli orologi, molti marchi si sono chiesti se potessero risparmiare proprio per tenere sotto controllo il prezzo degli orologi. Man mano che si andava avanti, la maggior parte degli operatori scoprivano che questa strada era tutt’altro che un ripiego, ma poteva far parte di un sistema.

    Contemporaneamente e sempre per far fronte al contenimento di costi (uno stand non troppo grande arrivava a costare, per una marca da poche decine di migliaia d’orologi, oltre un milione di franchi svizzeri), diventavano più competitive piccole manifestazioni fieristiche locali. Poco costose, ma efficaci almeno su specifici mercati. Proprio in questi giorni si svolge in Messico il Siar (Salón Internacional Alta Relojería), una fiera che sembra stia portando buoni risultati senza per questo costare troppo – oltre a raggiungere molti paesi del Sudamerica.

    In questo senso l’annuncio del cambio di nome del SIHH non va semplicemente letto come un gioco di marketing, ma come la creazione ufficiale di un vero e proprio circuito di manifestazioni fieristiche. Già lo scorso anno c’era stata Watches & Wonders a Miami, che aveva consentito agli operatori statunitensi un risparmio di tempo e danaro. E poi c’è la storica presenza di Watches & Wonders a Hong Kong (sia pure considerando le difficoltà attuali); cui probabilmente si aggiungerà qualcosa a Dubai (alcuni marchi già stanno muovendosi in questo senso) o da qualche altra parte in Cina. E così via.

    Chiamatela come volete: “globalizzazione localizzata”, chiamatela “tutti insieme, sì, ma nei mercati locali”, però qualcosa si sta muovendo. Perché alcuni operatori sanno finalmente dire di no, nell’interesse del compratore finale, a chi non è più capace di essere uno strumento utile per il mercato, anziché uno strumento per arricchire gli organizzatori. E già quest’anno, per quanto mi riguarda, farò un bel risparmio (di tempo, danaro e fatica) evitando di trasferirmi a Baselworld subito dopo il SIHH. O meglio: subito dopo Watches & Wonders Geneva. L’anno prossimo si vedrà.

  • Dietro le quinte: Baselworld, cosa diavolo succede?

    Dietro le quinte: Baselworld, cosa diavolo succede?

    Ho aspettato che la rabbia sbollisse un poco, prima di scrivere questo articolo. Perché a Baselworld, quest’anno, ho solo visto i resti di una fiera che frequento da più di trent’anni. E spiace – perché per certi versi ingiusto, come vedremo – dover annoverare fra i resti nomi più che illustri come Patek Philippe e Rolex. Che non si capisce bene cosa restino a fare.

    In realtà lo capisco bene: Rolex, Patek Philippe e uno zoccolo duro di marche non vogliono mollare perché sperano nel futuro. Sperano in un futuro che consenta all’orologeria svizzera di tornare unita (o quasi: sarebbe già una conquista) per mostrarsi su un palcoscenico internazionale. Oggi il frazionamento delle manifestazioni e la fuga degli espositori offre dell’orologeria svizzera un ritratto impietoso, che per altro non corrisponde affatto alla realtà di un settore capace di farsi concorrenza nel reciproco rispetto. Gli errori della vecchia gestione di Baselworld, sommati a quelli già messi in evidenza dai nuovi dirigenti, offrono invece una ingiusta caricatura dell’orologeria.

    C’era una volta

    Una volta, tanti anni fa, la “fiera di Basilea” era l’appuntamento fondamentale per l’intero settore. I produttori presentavano le novità e i negozianti venivano a vederle. Se fossero piaciuti le avrebbero ordinate, con consegne che di solito richiedevano parecchi mesi. A Basilea i produttori decidevano quali orologi mettere effettivamente in produzione e in quale quantità. Ho visto spesso orologi scomparire nel dimenticatoio perché i negozianti non li volevano e ho visto spesso diminuire i prezzi degli orologi di successo perché la forte richiesta consentiva di farlo, rendendoli ancor più competitivi e di successo. In una settimana circa, a Basilea, ogni produttore arrivava a fare, in ordini, fino al 90 per cento del fatturato annuale.

    C’era anche un forte indotto per la città di Basilea: come sempre accade alberghi e ristoranti aumentavano i prezzi, ma nulla che non accadesse anche altrove. E benché 29 anni fa le marche del gruppo Richemont (e altre, fra cui Audemars Piguet) avessero mollato Basilea per creare a Ginevra una propria manifestazione fieristica più esclusiva, la fiera di Basilea, che effettivamente aveva un carattere molto più popolare, non subì grandi conseguenze negative. In realtà proprio il carattere poco paludato di questa fiera (insieme a prezzi sopportabili e ben modulati in rapporto agli spazi) consentiva due cose essenziali: uno, offrire a tutti, anche alle piccole marche, vecchie e nuove, l’opportunità di presentarsi sul mercato; e due, consolidare l’immagine dell’orologeria come un settore essenzialmente svizzero, pur se tutti hanno sempre saputo che i numeri dei grandi produttori orientali erano e sono ben più consistenti.

    La svolta del 2003

    Molti ricordano che tutto è cambiato intorno al 2003, quando si verificò una forte epidemia di influenza aviaria. Allora le autorità decisero che tutti gli orientali venuti a Basilea per comprare erano sanissimi, mentre quelli venuti a vendere non solo erano molto, molto malati, ma dovevano tornare a casa immediatamente senza aver diritto ad alcun rimborso. La mansuetudine dimostrata dagli orientali sembrò far scattare qualcosa.

    La fiera di Basilea, anche nel (malinteso) tentativo di adeguarsi a Ginevra, con la ristrutturazione faraonica affidata a Herzog & de Mauron passò ad una sfrenata ricchezza: moltiplicazione dei prezzi da pagare per gli spazi, moltiplicazione (per dieci!) dei costi d’alloggio in albergo, stand milionari e tutto un crescendo wagneriano di spese e iniziative. I piccoli? O relegati in zone seminascoste della fiera, o costretti ad esporre all’esterno, in alberghi, negozi compiacenti (a caro prezzo) e persino banchetti da ambulante.

    Ora facciamo un gioco. Gira che ti rigira, dove pensate che il cetriolo dell’aumento dei costi andasse a finire? Sì, proprio nei prezzi degli orologi. Non erano aumenti poi pazzeschi (se la fiera ti costa 30 milioni di franchi e tu produci un milione di orologi si parla, tutto sommato, di trenta franchi), ma pur sempre aumenti.

    Baselworld: forze centrifughe e centripete

    Poi la crisi, poi il rallentamento dei mercati orientali, poi il digitale, poi le prime defezioni e la continua avidità di Baselworld, trasformatasi in una macchina dai costi esagerati, l’arroganza del “certi marchi è meglio perderli che trovarli”, l’intelligenza di chi ha pensato soluzioni alternative. Come l’idea di esportare “piccoli SIHH” in USA, Hong Kong e forse Dubai o quella, di Swatch Group, di prendere un palazzo d’uffici e fare una propria manifestazione commerciale, senza giornalisti. A questi ultimi verranno poi destinati incontri locali quando gli orologi saranno pronti per entrare in commercio. Sono soluzioni intelligenti ed efficaci, che però hanno un solo difetto: dividono ulteriormente l’orologeria svizzera, impediscono il ritorno ad un unico centro focale del settore.

    Non è un difetto secondario. Rolex e Patek Philippe restano non ostante tutto a Basilea proprio per fare da aggregante al settore. Nessuna delle due marche ha necessità di una vetrina commerciale (perché nessuna delle due riesce a produrre abbastanza orologi in relazione alle richieste del mercato) ed entrambe risparmierebbero cifre enormi standosene a Ginevra, nelle proprie sedi. Fino ad oggi hanno onorato il proprio ruolo di “fari” dell’orologeria svizzera. Ma per quanto tempo potranno ancora andare avanti a spendere (quasi) inutilmente decine di milioni di franchi svizzeri?

    Parliamone…

    Vorrei dire ai “signori di Baselworld”: cercate di capire a cosa serve, oggi, una manifestazione fieristica. Vendere? Incontrare gli amici? Incontrare la stampa? Ribadire la svizzerità degli orologi? Ascoltate quante più parti in causa potete, dai produttori ai negozianti, dai venditori ai giornalisti, e poi decidete.

    Vorrei anche dire ai “signori di Baselworld”: basta con certi prezzi. Comprendiamo tutti i vostri problemi di bilancio, ma non possiamo risolverli noi. E basta con il caro alberghi e il caro ristoranti. Da noi in Italia se un furbacchione fa pagare prezzi troppo cari intervengono i Carabinieri, la Finanza, la Polizia e magari anche la Forestale. Voi dite che non potete farci nulla? Peggio per voi. Sono disposto a pagare una camera anche tre volte il suo prezzo, ma se costa di più non se ne parla. Oggi il materiale stampa è sul cloud in tempo reale e pochi giorni dopo si svolgono manifestazioni locali che mi consentono di vedere e toccare gli orologi. A costo zero. Le migliaia di euro che mi costa la fiera non hanno più alcun riscontro pratico.

    E poi vorrei dire ai “signori di Baselworld”: sostenere che la fiera si deve digitalizzare è una banalità. Tutti hanno già digitalizzato da molto tempo. Diteci come vorreste farlo, nei dettagli. Oggi persino Google ha capito che non sempre conta la quantità dei contatti, ma la qualità. E non provate a inondarmi di materiale: vi considero come spam e buona notte ai suonatori. Cercate di capire come, quando e perché interagire con gli operatori. E con quali: l’orologeria è suddivisa in settori che hanno ciascuno esigenze diverse. L’unica esigenza comune si chiama Swiss Made.

    Cara Baselworld, diciamo le cose come stanno

    Continuo ancora. Sempre ai “signori di Baselworld” vorrei anche dire: l’anno prossimo la fiera si svolgerà a maggio, coordinata con quella di Ginevra – finisce una, inizia l’altra. Per alcune motivazioni circa la scarsa furbizia di questa operazione vi rimando a un altro articolo scritto prima di Baselworld.

    Qui vorrei solo aggiungere che anche gli operatori si sono resi conto della suddetta scarsa furbizia: se presentano a maggio i propri orologi, rischiano di non riuscire a consegnarli in tempo per le vendite estive né per quelle natalizie. Ma i rappresentanti della fiera giurano che non avevano scelta, vista la presenza di altre manifestazioni. Lasciare tutto com’era non vi è passato per la mente? È vero che chi viene da lontano risparmia un biglietto aereo di andata e ritorno, ma tutti gli altri? Sarebbe stato sufficiente offrire gli alberghi a non più di tre volte il prezzo solito per risolvere il problema economico. Ma anche questo non sembra accettabile.

    Concludo dicendo ai “signori di Baselworld”: smettetela di dire che i cambiamenti che pensate saranno effettivi fra tre o quattro anni, perché questo equivale a dire “abbiamo sbagliato, stiamo cercando di riparare, ma nel frattempo i prezzi di una fiera mal fatta continuate a pagarli voi”. No, grazie. C’è stata una conferenza stampa con tanto di streaming nella quale Michel Loris-Melikoff, Direttore generale della manifestazione fieristica, ha in sostanza annunciato una serie di provvedimenti di scarsissima consistenza e utilità, più la disponibilità a diminuire i prezzi di un 20/30 per cento.

    Serve ben altro. Baselworld va ripensata da zero per avere almeno un dimezzamento dei prezzi che le consenta di tornare ad essere il fulcro dell’orologeria svizzera. Bisogna consentire una presenza dignitosa, in fiera, a tutti: dai grandi ai piccoli marchi, dai potenti gruppi finanziari ai piccoli marchi indipendenti che cercano di trovare un proprio posto nel panorama del settore. Tutto il resto sono balle.

  • Dietro le quinte: SIHH, (quasi) tutto bene

    Dietro le quinte: SIHH, (quasi) tutto bene

    Un successo con moltissime luci e poche ombre: il SIHH (Salon International de la Haute Horlogerie) si è confermato come un appuntamento importante, ben organizzato e utile. Per quanto mi riguarda la cosa più importante è stata la conferma che gli organizzatori della manifestazione, capitanati da Fabienne Lupo, cercano tenacemente di risolvere i problemi che man mano si presentano. È una bella dimostrazione di rispetto per quanti frequentano la fiera, contrariamente a quanto è avvenuto sinora per Baselworld, quello che avrebbe dovuto essere l’appuntamento più importante. Per capire meglio separiamo subito i due tipi di problemi rimanenti. Distinguendo fra quelli che riguardano soli gli operatori e quelli che coinvolgono invece anche i compratori.

    SIHH: i problemi per gli operatori…

    Partiamo dai primi. Servirebbe un ulteriore potenziamento dei mezzi di trasporto che dagli alberghi portano alle fiere, spesso così pieni da dover lasciare a terra qualcuno. Il che nel freddo gennaio ginevrino non è certo un piacere. La situazione comunque è ampiamente migliorata rispetto a qualche anno fa. Si arriva in fiera e c’è una prima fila di controlli al metal detector, come quelli in aeroporto. Anche in questo caso si creano ingorghi notevoli, specialmente al mattino. Rispetto allo scorso anno i posti di controllo sono più o meno raddoppiati, ma file di un quarto d’ora sono all’ordine del giorno. Un quarto d’ora in piedi, dopo aver passato in piedi al freddo l’attesa dell’autobus e poi in piedi anche il tragitto, è già pesante e la fiera ancora non è iniziata. Anche perché bisogna superare una terza fila al guardaroba, per chi se ne serve.

    Sono aspetti sicuramente migliorabili, ma comunque vedere che di anno in anno gli organizzatori si danno da fare per risolverli è già positivo. Dopodiché ci sono ovviamente ingorghi ad ora di pranzo (benché quest’anno le chilometriche attese per un pasto siano drasticamente diminuite) perché dar da mangiare ad oltre ventimila persone è un bell’impiccio. E infine un problema che però riguarda i singoli espositori: le sessioni di presentazione, militarmente organizzate, in alcuni casi non prevedono la possibilità di sedersi o di sedersi con il sacrosanto conforto di uno schienale. In fiera (sulla moquette: quasi camminare sulla sabbia) si percorrono, misurati, fra gli undici e i dodici chilometri al giorno. Non consentire una seduta comoda è puro sadismo.

    …e quelli per i compratori

    Dopodiché i veri problemi. Quelli che riguardano il tipo di informazione che bisogna fornire al compratore finale. Alcuni si limitano a una foto, magari al proprio polso, e più o meno a quel che la cartella stampa contiene. E i giornalisti che cercano, studiano, vanno a ravanare toccando gli orologi, studiandone i dettagli, parlando con i tecnici. Ogni tipo d’informazione, se indipendente, corretta e ben verificata, deve essere considerata una benedizione. Ma è chiaro che i due tipi d’informazione hanno bisogno di tempi diversi per la raccolta dei dati e la loro elaborazione.

    Quest’anno ad ogni sessione (45 minuti) partecipavano fra i 20 e i 25 fra informatori e giornalisti italiani, con il risultato di una ressa intorno agli orologi per esaminarli o fotografarseli al polso. Non ho mai avuto (frequento il SIHH dalla prima edizione e ne ho saltata solo una perché malato) così poche informazioni come questa volta. Nei prossimi tempi saremo in grado di parlare come a noi piace solo di pochi orologi: non va bene. E nemmeno gli informatori erano poi molto soddisfatti, benché le cartelle stampa fossero disponibili telematicamente in tempo reale.

    Il problema è tale che sono il primo a chiedermi se nel futuro varrà la pena di tornare al SIHH o se non sarebbe meglio aspettare le presentazioni successive, che si susseguiranno in ciascuna nazione. Ma così, mi dirà qualcuno, ti perdi l’effetto sorpresa, l’anticipazione. Vero, ma in fin dei conti sono davvero pochissimi i lettori che davvero vogliono conoscere con mesi di anticipo quel che sarà nei negozi chissà quando. È una informazione – la data di entrata in commercio – che cerchiamo sempre di fornire perché una parte importante del nostro lavoro (e del nostro rapporto con i lettori) consiste nell’indicare quali dettagli andare a leggere di un orologio. In un negozio. Se abbiamo fornito informazioni corrette avremo reso un buon servizio: chi legge saprà di potersi fidare e vivremo tutti meglio. Ma se l’orologio non c’è, perché parlarne, a meno che la commercializzazione non sia prossima? Sono rari come mosche bianche i compratori che decidono di mettersi a risparmiare per l’eventuale acquisto di un orologio che non possono nemmeno toccare con mano. Questa storia delle anticipazioni è, nella maggioranza dei casi, una distorsione inutile della corretta informazione.

    La comunicazione

    Resta comunque il problema dei tempi per esaminare, in fiera, gli orologi. Francamente non riesco a pensare una soluzione perché mi rendo conto che gli operatori, tutti, fanno già sforzi immensi per soddisfare le esigenze di migliaia fra informatori e giornalisti di tutto il mondo. Dedicano tempo, persone e risorse economiche alla comunicazione, ma far di più è forse impossibile. Viene il dubbio che paradossalmente il SIHH (che quest’anno ha perso Van Cleef & Arpels, il prossimo perderà Audemars Piguet e Richard Mille) rischi di essere soffocato dal proprio successo. Dopotutto era nato come una sorta di salotto riservato dell’Alta Orologeria, con ingressi riservati a poche marche e pochi operatori.

    Oggi è una kermesse di proporzioni enormi anche per l’abitudine ormai consolidata di trovare – fuori dagli spazi della fiera, ma in giro per Ginevra – marchi di alta e bassa gamma che non vogliono perdere l’attenzione degli operatori invitati al SIHH. È un fenomeno parassitario che non accenna a diminuire e del quale bisogna comunque tener conto perché sta aumentando in maniera importante e talvolta anche interessante. Che fare, allora?

    Ho incontrato – in un raro, per entrambi, momento di pausa – Fabienne Lupo che mi ha brevemente ribadito la sua soluzione: manifestazioni fieristiche locali tali da coinvolgere sezioni grandi del mercato senza costringere a troppi viaggi troppo lunghi nello spazio e nel tempo. Il SIHH di Ginevra potrebbe restare come evento per gli operatori europei, cui si aggiungerebbe (era già stato fatto nel passato) una fiera ad Hong Kong, ad esempio, e quella già prevista negli Stati Uniti: gran parte delle marche del SIHH si trasferirà a Miami dal 15 al 17 febbraio per Watches & Wonders.

    Una strategia, questa, che aprirebbe nuove interessantissime prospettive per tutti, specialmente se sincronizzata con una nuova programmazione della produzione, concepita per non ingorgare troppo i sogni e le tasche dei compratori. Ma questo vorrebbe dire svuotare almeno in parte le altre fiere del settore in favore di un futuro che sembra essere sempre più imperniato sulle nuove tecnologie associate agli eventi locali. Interessante…

  • Dietro le quinte: chi vince e chi perde alla guerra delle fiere

    Dietro le quinte: chi vince e chi perde alla guerra delle fiere

    In orologeria, come in altri settori di mercato, quel che conta è chi produce, chi vende e chi compra. Tutto il resto è più o meno facoltativo, un insieme di optional che vale la pena di far propri se sono utili, altrimenti è meglio espellerli come calcoli renali. Parlo di intermediari di vario tipo, di operatori o iniziative parassitarie, parlo degli stessi giornalisti e parlo delle fiere. O siamo utili o meglio lasciar perdere. Il mondo sta cambiando rapidamente e se persino il ruolo dei negozianti viene ridimensionato da nuovi mezzi, figuriamoci il resto. Dobbiamo imparare ad adeguarci.

    Le necessità dei produttori e dei compratori restano sostanzialmente immutate, ma muta, eccome, il modo di far parte dell’orologeria in maniera utile, appunto. Le fiere, ad esempio. Arriva per prima la notizia che nel 2020 il SIHH (Salone internazionale dell’Alta Orologeria) si terrà a Ginevra dal 26 al 29 aprile, anziché in gennaio come è ormai tradizione. Il SIHH sarà seguito, senza soluzione di continuità, da Baselworld, a Basilea, dal 30 aprile al 5 maggio. Qualcuno la interpreta come un armistizio tra fiere in guerra. Sbagliato: non è un armistizio, ma una nuova, astuta battaglia.

    La guerra delle fiere è una guerra commerciale fra gli organizzatori svizzeri. Solo in seconda istanza è anche una disputa commerciale fra marche, una disputa molto meno accesa di quanto molti credono. Non è con le fiere che si fanno concorrenza: al contrario, le fiere sono state, fino a poco tempo fa, un terreno comune sul quale far crescere il desiderio per l’orologeria svizzera, tutta l’orologeria svizzera.

    Per i giornalisti, gli appassionati d’orologeria e i compratori la guerra delle fiere è quasi priva d’interesse. È la vostra guerra, non la nostra. È la vostra guerra perché non è affatto importante avere in fretta il materiale relativo ad orologi che non sono sul mercato e quindi non possono essere visti nei negozi. È la vostra guerra perché comunque per molti negozianti e giornalisti le strategie alternative dei produttori d’orologi si stanno rivelando pratiche ed efficaci, pur avendo bisogno di qualche messa a punto: manifestazioni locali che non costringono a lunghi viaggi, a lunghe assenze, a sopportare costi elevati e consentono un migliore rapporto con gli operatori, non più assediati da migliaia di blogger, influencer provenienti da tutto il mondo. Per i giornalisti, sia chiaro, le iniziative locali – a patto che non siano troppe e non rendano quindi difficile il lavoro – si stanno rivelando molto interessanti e più direttamente collegate con il mercato reale del settore. Per i negozianti, sono un doveroso riconoscimento alla necessità di ritagliare strategie più rispettose dei gusti espressi dai compratori locali.

    Cosa succederà nel 2020? Fino al 29 aprile, nulla di diverso dal solito, tranne le date (fine aprile invece di metà gennaio). Come sempre Ginevra si rivela una bella fatica che culmina nel dover preparare le valigie, il 28 sera, e portarle con sé al Palexpo la mattina del 29. La sera del 29, dopo una giornata di fiera (sempre più faticosa, dopo quattro giorni di appuntamenti militarmente organizzati), devo però spostarmi da Ginevra a Basilea, per poter dormire a Basilea ed essere in fiera la mattina dopo. Ovviamente non ci sono soltanto io: nel 2018 il SIHH ha dichiarato circa 20.000 presenze, complessivamente. Se solo la metà di queste persone volessero proseguire per Baselworld avremmo 10.000 persone che devono andare, quasi contemporaneamente, da Ginevra a Basilea. 10.000, si badi bene, è il minimo per poter parlare di un successo nell’operazione travaso dei visitatori da una fiera all’altra. Meno di 10.000 sarebbe un insuccesso per Baselworld e renderebbe pressoché inutile lo spostamento e il coordinamento delle fiere.

    Come si sposteranno queste diecimila persone? Nessuno lo ha ancora detto. Ci saranno treni speciali, pullman organizzati? Ciascuno pensa per sé? Nessuno lo ha ancora detto. In previsione di una lunga assenza da casa (dal 26 aprile al 5 maggio) e dopo quattro giorni piuttosto faticosi di SIHH devo portare con me più di una valigia, portare con me gli abiti sporchi dei giorni precedenti, andare a Basilea (ma arrivato a Basilea troverò taxi sufficienti?), arrivare in albergo se avrò trovato albergo in città (e gli altri come fanno? Devono essersi già spostati a Ginevra con l’auto, se vengono dall’Europa? Chi gestirà gli ingorghi di traffico che si scateneranno la sera del 29? E cosa mangio, finalmente arrivato in albergo? Perché si rischia di rendere molto difficile anche il room service, con un improvviso accesso di persone troppo stanche per andare fuori a cena) oppure organizzarmi in qualche modo se dormo fuori città. Tutto questo per andare a dormire ad un’ora ragionevole per poter essere in fiera la mattina dopo, per un’altra settimana di Baselworld.

    Io mi rendo conto che a Basilea voi state cercando di mettere in atto un piano disperato per salvare Baselworld, e questo ve lo riconosco. Ma il tentativo di sincronizzare le due fiere è già stato fatto in passato (non ve lo avevano detto?) e non ha funzionato perché nessuno ha saputo trovare risposte efficaci a tutte le domande appena fatte. Tutte, si basi bene, perché basta un problema irrisolto per scatenare il caos. E il fallimento della sincronizzazione avvenne in un periodo in cui non essere a Baselworld voleva dire essere tagliati fuori dai giochi. Oggi c’è il web, ci sono le manifestazioni locali, ci sono le boutique monomarca… Oggi la presenza in fiera non è più indispensabile. È ancora importante, certo, ma non più indispensabile.

    È vero, un problema è stato parzialmente risolto: chi viene da lontano non dovrà più affrontare due viaggi intercontinentali nel giro di un paio di mesi, ma solo due settimane (fra viaggi e fiere) lontani da casa più un incerto esodo da Ginevra a Basilea. È davvero meglio? Americani e orientali saranno in parte contenti, fin quando non scopriranno quanto il tutto si trasformi in una fatica pesantissima. Il peggioramento è netto per chi invece deve fare viaggi più brevi, diciamo per gli europei. L’esodo da Ginevra a Basilea è ovviamente solo un primo problema – urgente – da risolvere, ma ce ne sono molti altri, come ad esempio per i giornalisti lo spostamento di tutti i piani editoriali. Per i negozianti, poi… Un esempio: ma a maggio i nuovi modelli di orologi subacquei non dovrebbero già essere nei negozi? Almeno in quelli dell’emisfero nord? E come si fa se Baselworld chiude il 5 maggio? La prima impressione è che i negozianti e i giornalisti europei non siano una priorità.

    Dopodiché arriva la notizia (ci avrei scommesso, che arrivava prima delle feste…) del trasferimento a Zurigo di Swatch Group. Già quest’anno. Un fatto importante non solo perché allontana ulteriormente Swatch Group da Basilea, ma perché cancella totalmente quell’accordo di non belligeranza, sulle fiere orologiere, fra Cantoni svizzeri e singole città. Molti anni fa chiesi al sindaco di Ginevra perché non affiancasse (affiancasse, si badi bene) una manifestazione orologiera al SIHH nei padiglioni rimasti vuoti dell’ampia zona fieristica. Mi guardò sorridendo e mi chiese come me la cavavo con il tiro all’arco. Non capivo e al mio sguardo incerto lui mi spiegò che sarebbe stato necessario un nuovo Guglielmo Tell per restituire pace alla Confederazione Svizzera.

    Oggi, a quanto pare, nessuno ha più paura di questa guerra che arriva a coinvolgere due città del Cantone tedesco: Basilea e Zurigo. Una guerra molto aspra, dal momento che quest’anno l’iniziativa di Swatch Group correrà parallela a Baselworld, negli stessi giorni. E Swatch Group, non dimentichiamolo, non è soltanto il maggior gruppo svizzero del settore, ma anche quello che possiede, nel mondo, la più ampia rete commerciale. Complessivamente a Baselworld c’è ancora un fatturato molto alto, ma un numero sempre inferiore di negozianti: che in definitiva è quel che conta. Ma è vero che a Baselworld c’è anche molta gioielleria mondiale: un vantaggio, certo, che però non può certo essere sfruttato a sfavore dei tanti negozianti che sarebbero costretti a far la spola fra le due città.

    Cosa intendo fare quest’anno? SIHH e poi Baselworld, come sempre. Sia pure ricacciando indietro dubbi crescenti. Terrò comunque d’occhio Zurigo, cercando anche di capire se devo buttar via i soldi per due alberghi, che durante la fiera arrivano a costare 10 volte il normale (vedere internet per verificare). Ma l’anno prossimo avremo un “fierone” doppio dal 26 aprile al 5 maggio. Molto faticoso, dicevamo. Se Nick Hayek e lo Swatch Group rimanessero a Zurigo – e in marzo -, per me la migliore sequenza sarebbe Zurigo, Ginevra e poi ritorno a casa, aspettando di ricevere le cartelle stampa relative a quanto non già anticipato nei mesi precedenti. Quella delle anticipazioni è un’altra amenità che andrebbe profondamente ridimensionata, ma di questo parleremo magari in un’altra occasione.

    Nel 2020, a malincuore e dopo oltre trent’anni – se non ci saranno cambiamenti radicali e rassicurazioni serie sull’organizzazione logistica -, chiuderò con Basilea, con i suoi prezzi esagerati e con la sua mancanza di rispetto per gli operatori, tutti gli operatori. Se qualcuno ha bisogno del mio lavoro mi verrà a cercare, rendendomi forse la vita meno difficile. Credo che altrettanto, in tutta modestia, avverrà anche per molti negozianti europei, per parecchi dei quali, in quel periodo, ci sarebbe da curare la clientela turistica. Poi si vedrà. Sono però certo che nel giro di pochissimi anni i marchi di orologi avranno totalmente rimodulato il calendario della produzione, con una scansione più lenta, ma più solida delle novità, articolata in base alle possibilità offerte dai più moderni mezzi di comunicazione, e contenendo le spese, suddividendo i risparmi tra maggiori guadagni e minori prezzi per i compratori. Le manifestazioni fieristiche così come le abbiamo conosciute nel passato potrebbero in tal modo rimanere marginali.

  • Dietro le quinte: la localizzazione del mercato globale

    Dietro le quinte: la localizzazione del mercato globale

    Il forte calo delle importazioni d’orologi svizzeri in Italia dello scorso ottobre (-13,4%) è dovuto solo in parte alla situazione d’instabilità politico/economica in cui ci troviamo. Dipende anche da una diffidenza dei turisti e dal taglio drastico dei consumi da parte degli stessi italiani, che preferiscono tenere da parte quel che hanno in attesa di tempi migliori o comunque di una situazione più chiara, nella quale sia possibile programmare qualcosa.

    E poi c’è un forte riordino del nostro tessuto commerciale: agli occhi dei produttori svizzeri in Italia ci sono troppi concessionari rispetto agli acquisti e questo vuol dire che troppi orologi restano fermi nelle casseforti dei negozianti, immobilizzando un capitale enorme, specialmente per quanto riguarda l’alto di gamma. Molti di questi orologi verranno ceduti ad intermediari che li pagheranno una frazione del prezzo e poi li rivenderanno su un mercato, definito “parallelo” perché non passa per i negozianti ed è quindi privo delle garanzie offerte dai concessionari.

    Ma il mercato parallelo non fa bene a nessuno, a partire da quei compratori che spesso si trovano al polso orologi non nuovi e privi di garanzia se non quella internazionale. È un danno per tutti, anche perché una delle caratteristiche del mercato orologiero è sempre stata una trasparenza forse non assoluta, ma certamente superiore a quella di quasi tutti gli altri settori. Specialmente quando il compratore rispetta, negli acquisti, la catena commerciale ufficiale.

    In questa situazione, ulteriormente complicata dalle implicazioni per ora non sempre positive delle nuove tecnologie, i produttori decidono di diminuire il numero dei concessionari nel tentativo di riprogrammare la rete commerciale – per avere meno sprechi e meno “incertezze operative”. Nel senso che sul web operano persone degnissime, ma anche veri e propri malfattori – e chi prende la fregatura tende sempre a dar la colpa alla marca, non al singolo operatore.

    È una strategia possibile, quella della riduzione dei concessionari, e lo è anche in previsione di un futuro mercato telematico di onestà garantita, con acquisti sicuri perché effettuati sui siti dei marchi e dei concessionari rimasti. Entrambi hanno tutto da perdere a comportarsi male nei confronti del compratore; e se gli orologi rimasti in cassaforte non fossero troppi potrebbero anche essere rivenduti come una sorta di “usato sicuro” o “a chilometro zero”, con reciproca soddisfazione di chi vende e chi compra. Sempre attraverso canali di vendita garantiti.

    Questa trasformazione, però, deve necessariamente passare per un sistema intelligente dei tagli, un sistema che tenga conto dell’enorme potenziale della provincia italiana – come di quella europea in generale. Sarà importante dividere in almeno due parti la comunicazione: da un lato quella internazionale, che trasmette i valori di base della marca; e dall’altro la capacità di tradurre, di adattare la comunicazione alle caratteristiche locali.

    Le filiali nazionali delle marche dovranno avere il potere di parlare meglio ai propri compratori, rispondendo alle paure e alle incertezze dei mercati locali. Alle filiali nazionali, insomma, andrà ceduto parte del marketing, quella parte tesa a conquistare la fiducia dei compratori. Solo così sarà possibile ricostruire la reputazione dei marchi affiancando a quella internazionale una “fiducia locale” che nel futuro sarà indispensabile sia per le vendite in negozio sia per quelle telematiche.

    Alcuni dei grandi gruppi finanziari dovranno scendere dal loro “piedistallo internazionale”, per molti versi troppo generico, e parlare con i compratori più da vicino, con l’aiuto degli operatori locali. L’Occidente ha meno soldi da spendere, specialmente per prodotti non immediatamente necessari come gli orologi; e l’Occidente è fatto di diversità locali che vanno rispettate e comprese, una per una. Il futuro del commercio – e forse non solo di quello – dipende molto da questo tipo di rispetto “su misura”. ”’”><\/script>‘