Giornale Degli Orologi
Menu
Menu

Tag: F.P. Journe

  • L’estetica F.P.Journe tra casse, quadranti e libertà creativa

    L’estetica F.P.Journe tra casse, quadranti e libertà creativa

    Il bello dell’alta orologeria sta anche nel fatto che quasi tutte le manifatture hanno codici estetici che rendono i loro pezzi riconoscibili. Succede con i grandi marchi, appartengano o meno ai gruppi del lusso, ma soprattutto con i cosiddetti “orologiai indipendenti”, che della riconoscibilità hanno bisogno come dell’aria. E se parliamo di identità visiva e di indipendenza, il riferimento all’estetica F.P.Journe è immediato.

    Colui che è considerato da molti il più grande maestro orologiaio contemporaneo, in poco più di un quarto di secolo ha saputo realizzare creazioni caratterizzate da un linguaggio stilistico che le rende inequivocabilmente F.P.Journe. Questo grazie anche alla lungimiranza imprenditoriale che lo ha portato a creare Les Cadraniers de Genève e Les Boîtiers de Genève, le due aziende produttrici di quadranti e di casse che appartengono al Marchio al 100%.

    Utilità della funzione nell’estetica F.P.Journe

    Dietro a ciascun orologio F.P.Journe, sia dal lato tecnico sia da quello estetico, c’è sempre e solo François-Paul Journe. In azienda non esiste un team creativo. Il Maestro ha un’idea personale della meccanica, ma anche del quadrante e della cassa: da lui nasce l’estetica molto specifica degli orologi del Brand. E, nella sua visione, tutta la genesi dell’orologio parte dal quadrante, al cui disegno si deve adattare il calibro. Esattamente l’opposto di come lavora la maggior parte degli orologiai.

    L’archetipo che definisce l’estetica F.P.Journe relativamente ai quadranti risale a uno schizzo disegnato dallo stesso Journe su un tovagliolo di carta in un bistrot di Parigi alla fine degli anni ’90. È un’estetica alla quale la Manifattura è rimasta fedele e risponde a una esigenza di praticità. Ore e minuti sono posizionati a destra, dalla parte della corona, le altre indicazioni o le eventuali complicazioni sono a sinistra. In questo modo, l’informazione essenziale, l’ora, è sempre visibile anche quando il quadrante è in parte coperto dal polsino della camicia. E il movimento, all’interno della cassa, si sviluppa di conseguenza.

    Che cosa rende un orologio un F.P.Journe?

    Sempre restando sul quadrante e parlando di complicazioni e informazioni, i quadranti secondari e i contatori che le contengono, quando presenti, sono fissati al quadrante stesso tramite viti a vista. Il numero delle viti varia a seconda della referenza, ma il fatto di renderle visibili aumenta l’impressione di artigianalità e di attenzione all’orologio come macchina utile che accompagna da sempre la visione e il lavoro di François-Paul Journe.

    Ci sono poi le lancette a goccia, quelle delle ore e dei minuti o di funzioni accessorie come l’indicazione dell’autonomia residua. Disegnate dallo stesso Journe, hanno una linea pulita e distintiva che le rende non solo subito identificabili, ma anche perfettamente funzionali. La finitura a guilloché, che definisce fin dagli esordi la parte centrale dei sottoquadranti dedicati alle ore e ai minuti, è invece un richiamo diretto all’eredità di Abraham-Louis Breguet, uno dei geni ispiratori del lavoro di F.P. Journe. Senza dimenticare la corona di carica con il tipico decoro a cordoncino ritorto, che la percorre in tutta la circonferenza,

    Ancora, la grafica chiara, leggibile, inconfondibile dei numeri arabi, con un carattere tipografico unico e riconoscibile. A volte sono in oro, applicati, a volte sono stampati con uno speciale processo di tampografia, nell’utilizzo del quale Les Cadraniers de Genève è oggi uno degli specialisti assoluti a livello mondiale.

    Ciò che distingue e rende ben riconoscibili gli orologi di F.P. Journe è anche l’impiego esclusivo di materiali preziosi per il quadrante: oro rosa, oro bianco, a volte argento, molto raramente oro giallo. Stesso discorso per la cassa, perlopiù in oro rosa o in platino, metalli nobili talvolta affiancati da materiali insoliti, moderni e di difficile lavorazione, come il titanio o il tantalio. E, parlando di cassa a quadrante, il discorso non può che cadere su Les Cadraniers de Genève e Les Boîtiers de Genève.

    Cassa e quadrante “fatti in casa”: l’integrazione produttiva

    La nascita di Les Cadraniers de Genève risale al 2000. Quella che era la fabbrica dei quadranti fu creata grazie a una joint venture con Max Büsser, il patron di MB&F. In quegli anni Büsser lavorava per Harry Winston e, come François-Paul Journe, desiderava un’azienda indipendente attraverso la quale poter realizzare i propri quadranti.

    Come scrivevo prima, sia Les Cadraniers de Genève sia Les Boîtiers de Genève appartengono a F.P.Journe al 100%. La prima non lavora in esclusiva per la Manifattura: fornisce quadranti anche ad altri marchi di alta orologeria, come Vacheron Constantin o Chanel. Grazie al fatto che entrambe le aziende sono collegate in modo diretto alla Casa madre, in F.P.Journe è stata creata una unità produttiva integrata che lascia il Maestro libero di creare.

    Grazie a questa autonomia e capacità industriale, è stata sviluppata un’area prototipi che ha un ruolo chiave in F.P.Journe. Consente di tradurre immediatamente le idee del Maestro in prototipi funzionanti, in modo da avere il controllo sulla qualità di tutti i componenti. Oltre a un’idea precisa sulla applicabilità o meno di determinate soluzioni meccaniche o legate proprio all’habillage.

    Les Cadraniers de Genève

    Le due aziende condividono gli spazi di un edificio a Meyrin, nei sobborghi di Ginevra. Il progetto iniziò nel 2021, quando F.P.Journe acquisì una fabbrica abbandonata. L’edificio fu completamente smantellato e ricostruito secondo le specifiche di Journe, tra le quali l’aggiunta di un piano e un sistema di climatizzazione potenziato, capace di regolare temperatura e umidità. Grazie alla nuova sede, sarebbe stato possibile garantire il controllo della qualità nella produzione dei quadranti. L’inaugurazione è del 2023.

    Sebbene condividano lo stesso edificio, Les Cadraniers de Genève e Les Boîtiers de Genève operano in modo separato l’uno dall’altro per isolare i processi di produzione. In particolare, al fine di proteggere la delicata superficie dei quadranti in lavorazione dall’eccesso di particelle metalliche immesse nell’ambiente dall’attività di produzione delle casse.

    Les Cadraniers de Genève occupa i due piani superiori della struttura di Meyrin. Poiché per la personalissima visione di François-Paul Journe la produzione di un nuovo orologio inizia dal quadrante, il reparto di progettazione dell’azienda è composto da una sola persona: lo stesso Journe. Dopo che ha ideato un concetto, il progetto passa a Les Cadraniers de Genève, dove viene ricreato utilizzando programmi Cad. Les Cadraniers de Genève dispone di un reparto di ricerca e sviluppo dedicato esclusivamente alla produzione dei quadranti.

    Con le macchine Cnc si ritaglia la forma del quadrante e si praticano i fori che saranno utilizzati per le varie aperture. Vi sono poi una sezione appliqué, per creare gli elementi applicati, e un laboratorio décalque, dove viene eseguita la tampografia. Anche le varie tecniche di finitura del quadrante hanno laboratori dedicati all’interno di Les Cadraniers de Genève. Alcune sono più semplici, come la satinatura – eseguita a mano – e la sabbiatura, utilizzata per i quadranti della collezione LineSport. Altre sono più complesse, come la laccatura del Chronomètre Bleu.

    Les Boîtiers de Genève

    Les Boîtiers de Genève ha aperto ufficialmente i battenti nel 2012. A differenza di Les Cadraniers de Genève, Les Boîtiers de Genève non ha clienti esterni, si dedica esclusivamente alla produzione di casse e bracciali per F.P.Journe. Li realizza in platino, oro, titanio e tantalio. L’azienda ospita sette diversi laboratori dedicati alla realizzazione della cassa; la materia prima è modellata in una barra o in un lingotto tramite stampi, prima di essere fresata nella forma finale.

    La cassa F.P.Journe presenta in genere una struttura in tre parti, lunetta, corpo centrale e fondello. Il fondello è avvitato al corpo centrale, mentre la lunetta è saldata. I metalli utilizzati per la creazione della cassa pongono sfide diverse agli artigiani, poiché l’usura degli utensili dipende dal grado di durezza di ciascun metallo. L’oro è relativamente morbido e non presenta particolari difficoltà, a differenza di materiali come il platino, il titanio e il tantalio. La cassa è interamente lucidata a mano per rimuovere eventuali sbavature o segni lasciati dagli utensili.

    Un altro laboratorio è dedicato alla saldatura. Qui si utilizzano due metodi: il processo tradizionale prevede il riscaldamento dei componenti con una grande fiamma libera, l’approccio più tecnologico si avvale dei laser. Quest’ultima è la tecnica più comunemente utilizzata da F.P.Journe, per quasi il 90% della produzione, mentre il metodo tradizionale con fiamma libera si impiega solo per i modelli di cassa più complessi.

    Dopo la saldatura, la cassa torna al reparto di finitura per un’ulteriore fase di lucidatura a specchio. Il processo non interessa i modelli LineSport ed Élégante, che hanno finiture sabbiate o satinate. Les Boîtiers de Genève gestisce anche un laboratorio dedicato alla ceramica, dove vengono cotte e lavorate le lunette presenti su alcuni modelli LineSport.

    L’estetica F.P.Journe anche nel bracciale

    Il fondello è inciso con macchine Cnc e la fibbia con il laser, usando una speciale macchina, in modo da arrivare il più in là possibile con la tecnologia. Ma non si può avere l’altissima qualità di F.P.Journe senza l’intervento finale dell’uomo. A proposito della fibbia, è noto che la maggior parte degli orologi del Marchio ha il cinturino in pelle. I modelli LineSport sono invece sempre dotati di un bracciale in titanio o in oro, ed è anche possibile ordinare un bracciale in platino o in oro per i modelli dell’attuale collezione Classic.

    Ecco perché F.P. Journe produce all’interno di Les Boîtiers de Genève, ogni singolo componente del bracciale. Sono pochissimi i brand che lo fanno internamente, senza affidarsi a fornitori specializzati. In questo modo, Journe riesce a garantire un livello di controllo della qualità dei propri bracciali superiore a quello di qualsiasi altro marchio di dimensioni simili, nonché a quello di molti marchi di dimensioni ben maggiori. I bracciali e le fibbie di F.P.Journe sono tutti sottoposti a un processo ben definito, articolato in più fasi – fresatura, finitura e incisione -, messo a punto da François-Paul Journe stesso e dal team di Les Boîtiers de Genève.

    Il valore dell’indipendenza nell’estetica F.P.Journe

    In sostanza, quindi, il fatto che F.P. Journe possegga sia Les Cadraniers de Genève sia Les Boîtiers de Genève dà al marchio una posizione unica nel panorama orologiero internazionale. Il ruolo della Manifattura come fornitore di quadranti per l’intero settore è inoltre una testimonianza della posizione preminente che l’azienda occupa nell’ecosistema dell’orologeria svizzera. È una conseguenza diretta della gestione particolare della Manifattura e della verticalizzazione del Marchio, che oggi produce circa il 95% dei propri componenti in-house, lasciando all’esterno solo cinturini, vetri e spirali.

    Un’idea di indipendenza che François-Paul Journe ha sempre perseguito e che contraddistingue anche Les Cadraniers de Genève e Les Boîtiers de Genève. E che si traduce, come abbiamo visto, nell’estetica F.P.Journe: un linguaggio visivo preciso, elegante e ben riconoscibile. Del resto, il marchio F.P.Journe e il maestro François-Paul Journe sono indissolubili e interdipendenti: lungi dall’essere un limite, questo legame è un invito alla libertà di esplorare e di fare. E un tributo al genio.

  • Chronomètre Furtif: lo sportivo in nero di F.P.Journe

    Chronomètre Furtif: lo sportivo in nero di F.P.Journe

    Quando François-Paul Journe si muove, potete star certi che fa rumore. Non perché sia una persona goffa, naturalmente: il rumore lo fa con i suoi orologi. Come nel caso del Chronomètre Furtif da poco presentato. E la cosa può sembrare paradossale, perché un orologio che già dal nome sembra voler passare sotto silenzio, in realtà ha mosso un interesse “rumoroso” tra gli appassionati. Accade sempre così con le creazioni del Maestro, a maggior ragione se hanno origine da edizioni speciali o pezzi unici che, una volta usciti, diventano un sogno irrealizzabile.

    Non che il far entrare il Chronomètre Furtif in collezione corrente lo renda accessibile, ci mancherebbe. Ma rispetto all’orologio da cui deriva – il Chronomètre Furtif Bleu, pezzo unico con cassa e bracciale in tantalio realizzato per Only Watch 2024 -, il nuovo orologio diventa se non altro possibile. Con tutto ciò che questo aggettivo comporta se applicato a F.P.Journe…

    Furtivo e misterioso

    Come ricorderete, se avete buona memoria, la scelta di dare al Chronomètre Furtif questo nome nasce dal fatto che l’orologio è stato ideato per essere appunto furtivo, nascosto, in un certo senso misterioso, sotto diversi punti di vista. Intanto, ha un quadrante realizzato in modo tale che l’ora può essere letta solo se è guardato da molto vicino e diventa praticamente invisibile a chi non indossa l’orologio.

    È furtivo anche nel senso che ha due complicazioni – l’indicazione delle fasi lunari e la riserva di carica – poste sul movimento e visibili solo attraverso il fondello. Il quadrante, infatti, è quello di un orologio solo tempo ed è in smalto Grand Feu lucidato a specchio, un processo che ha richiesto un anno e mezzo di test per essere perfezionato e proposto a livelli di eccellenza.

    Il quadrante del Chronomètre Furtif

    Parto da qui, perché il quadrante è la parte più eccezionale dell’orologio, a mio avviso. Durante la mia visita alla manifattura di F.P.Journe lo scorso autunno, ne ho parlato con alcune persone che mi hanno confermato quanto il lavoro che ci sta dietro sia complessissimo. Arrivare a questo tipo di finitura – una lucidatura già presente sul Chronomètre Furtif Bleu – è stato un vero rompicapo.

    Il quadrante è realizzato da Les Cadraniers de Genève, il laboratorio dedicato di F.P. Journe. La superficie, rifinita in smalto Grand Feu antracite lucidato a specchio su una base di oro bianco, appare quasi spoglia se la non si osserva da vicino. Solo quando la luce batte con la giusta angolazione, abbinata a quella del polso, i numeri e la minuteria cominciano ad apparire.

    Oltre alla cottura a Grand Feu, l’altro processo impegnativo è quello della lucidatura dello smalto. Dopo diverse cotture ad alta temperatura, lo smalto Grand Feu tende a presentare una trama a buccia d’arancia, che gli deriva dai processi successivi di fusione e raffreddamento. La superficie deve essere così accuratamente levigata per ottenere una finitura uniforme e a specchio. Una lavorazione artigianale difficile e delicata che fa salire alle stelle la desiderabilità del Chronomètre Furtif.

    In confronto alla fase di lucidatura, la creazione della minuteria e degli indici è quasi una passeggiata. Ci pensa infatti il laser a inciderli, rimuovendo lo strato superiore di smalto in modo che si sveli la texture dell’oro sottostante. Il risultato è una serie di indici quasi invisibili se non colpiti dalla luce giusta. Le lancette di ore e minuti – le classiche di F.P.Journe, a forma di goccia allungata – sono opache e rodiate; quella dei secondi, sottile e lunga, è bianca, forse l’elemento meno furtivo del quadrante.

    Potere ai materiali

    Non meno eccezionale è il lavoro svolto sul bracciale e sulla cassa, che ha le stesse dimensioni di quella del Chronomètre Furtif Bleu: 42 mm di diametro e 9,5 mm di spessore. Carrure, lunetta e bracciale, rivestiti in nero, sono in carburo di tungsteno, un materiale composito durissimo: la cui durezza raggiunge un valore di circa 9 sulla scala Mohs, poco sotto a quello del diamante. La Manifattura ha sfruttato questa proprietà del materiale per creare una struttura praticamente inscalfibile.

    Ma la durezza del carburo di tungsteno ha anche la proprietà di far aderire il rivestimento nero in modo più omogeneo e permanente, che resiste perfino se deformato sotto pressione. Inoltre, il carburo di tungsteno si distingue anche per la densità, circa il doppio di quella dell’acciaio. Il risultato è un orologio ben presente al polso nonostante lo spessore contenuto.

    Così come ha dato una bella gatta da pelare a Les Cadraniers de Genève per il quadrante, François-Paul Journe ha fatto lo stesso con la cassa, affidata a Les Boîtiers de Genève, la manifattura di proprietà per la produzione delle casse. Inutile dire che anche in questo caso si è dovuto ricorrere alle più avanzate conoscenze nell’ambito delle scienze dei materiali e delle tecnologie di fabbricazione per poterla realizzare. È stata progettata da Journe in persona, il quale ha poi collaborato direttamente con Les Boîtiers de Genève per la messa a punto. Come penso sappiate, per ideare ogni orologio, il Maestro parte dal movimento: cassa e quadrante vengono di conseguenza.

    Il lavoro sul bracciale

    La lunetta e la carrure in carburo di tungsteno hanno una finitura sabbiata, mentre le parti in tantalio – fondello e anello della lunetta – sono interamente lucidate. Operazione complessa: gli artigiani de Les Boîtiers de Genève hanno impiegato anni per perfezionare la lucidatura del tantalio, fino a trovare le giuste paste lucidanti, i dischi migliori con cui usarle e la velocità corretta di rotazione delle macchine lucidatrici.

    Il carburo di tungsteno caratterizza anche il bracciale del Chronomètre Furtif, che è completamente integrato nella cassa, creando un flusso visivo e strutturale senza soluzione di continuità. Come per la cassa, ha caratteristiche di eccezionale durezza e stabilità e richiede una lavorazione avanzata con utensili diamantati, a causa dell’estrema densità.

    La differenza vera con la cassa sta nel fatto che, qui, i componenti sono numerosi e non si lavora su un unico grande blocco di materiale. Ciascuna maglia del bracciale è rifinita singolarmente e montata con precisione, per garantire il comfort dell’orologio senza sacrificare la coerenza con il design complessivo del Chronomètre Furtif. Assemblato anch’esso da Les Boîtiers de Genève, il bracciale coniuga precisione ingegneristica ed estetica sobria. La fibbia pieghevole è in titanio con la chiusura in tantalio lucidato.

    Calibro 1522, il cuore del Chronomètre Furtif

    Il Chronomètre Furtif è animato dal Calibro 1522, che ha una caratteristica notevole: è il primo movimento di F.P.Journe con i secondi centrali. Poiché François-Paul Journe in persona ha puntato molto sull’efficienza meccanica del movimento, ha fatto “lavorare” i secondi centrali direttamente, posizionando la quarta ruota del treno del tempo al centro del movimento, per non appensatirlo inutilmente. L’alternativa, scartata, sarebbe stata quella di impiegare un treno di ingranaggi ausiliari azionato dalla quarta ruota, posizionata però a ore 6.

    Il movimento mantiene i due bariletti paralleli presenti anche nel Calibro 1304 che muove il Chronomètre Souverain. Si tratta di una soluzione impiegata per ottenere una coppia più elevata e stabile, che migliora in maniera evidente le prestazioni cronometriche piuttosto che allungare la riserva di carica.

    Il treno degli ingranaggi è distribuito lungo una platina principale molto ampia, capace di accogliere le funzioni nascoste, furtive. Nello specifico, l’ho accennato all’inizio, si tratta delle indicazioni dell’autonomia residua e delle fasi lunari, collocate nella zona più esterna del calibro. Per aggiungerle, è stato necessario arrivare a sei ponti totali, con la terza e la quarta ruota lungo la ruota di scappamento sorrette da due ponti singoli. Il bilanciere a spirale libera è sostenuto da un ponte trasversale completo, in modo da garantirne la stabilità.

    Chronomètre Furtif: oltre le convenzioni

    Nel complesso, quindi, con il Chronomètre Furtif François-Paul Journe ha dato l’ennesima prova d’autore. E, soprattutto, ha confermato la capacità di evolvere sempre, di restare al passo con la modernità, pur conservando una missione quasi sacerdotale di custode dell’orologeria classica svizzera e francese. Perché abbiamo a che fare con un orologio sportivo che esce dalle convenzioni, con un pezzo che va al di là delle aspettative per diversi motivi: dall’impiego di materiali moderni e industrialmente avanzati, al quadrante in smalto Grand Feu lucidato a specchio.

    Una prova d’autore, scrivevo. Un autore che dà ogni giorno di più l’impressione di divertirsi a sfidare i luoghi comuni prima ancora che i limiti dell’orologeria. E poco importa se il Chronomètre Furtif costa 85mila franchi svizzeri e se, data la complessità della lavorazione, la produzione sarà limitata a non più di 100 esemplari. Ha fatto rumore, farà comunque mettere in lista d’attesa molti malati di bellezza.

  • Cronache dell’orologeria. News & previews – 08/07/2024

    Cronache dell’orologeria. News & previews – 08/07/2024

    Sono state settimane dense di eventi quelle appena trascorse. Per noi quindi è doverso aggiornarvi con le nostre Cronache dell’orologeria, assenti da un po’ dal palinsensto del Giornale degli Orologi. Protagonista, questa volta, lo sport, nelle sue tante discipline – come sempre del resto, quando arriva la bella stagione. Ma non solo: spazio anche alle notizie di corporate e alle curiosità varie, sempre presenti in queste pagine, tra convegni e mostre-mercato. Buona lettura!

    Lassù sulle montagne…

    Si è tenuta dal 27 al 30 giugno la 29a edizione de La Leggenda di Bassano – Trofeo Giannino Marzotto. Circa 400 chilometri sulle strade delle Dolomiti, da Rossano Veneto a San Martino di Castrozza e ritorno a Bassano del Grappa, in una gara di regolarità dedicata alle “barchette” d’epoca. Ancora una volta, a cronometrare le prestazioni dei 100 equipaggi partecipanti, c’era Eberhard & Co. Che ha premiato con due cronografi Champion V i vincitori Paglione e De Angelis, primi assoluti a bordo di una Bugatti T37 del 1927 (nella foto).

    Mondanità in Côte d’Azur

    Sempre lo stesso weekend, in Costa Azzurra, si è svolta anche la 15a edizione del Riva Trophy. Organizzato da Lia Riva in collaborazione con lo Yacht Club di Monaco, è uno degli eventi più attesi della stagione, per il côté mondano che da sempre circonda i celebri motoscafi simbolo della Dolce Vita. Una ventina gli yacht che hanno navigato da Monaco a St. Tropez: oltre agli Aquarama, il 56′ Rivale, l’88’ Folgore e il 90’Argo. Partner della manifestazione: F.P.Journe, che ha premiato i vincitori con due esemplari della collezione élégante.

    Cronache dell’orologeria… e del ciclismo – 1

    Si sa, Tissot è cronometrista ufficiale del Tour de France dal 2016. Di recente, però, ha approfittato dell’eccezionale partenza della Grande Boucle da Firenze, per inaugurare una nuova boutique in via dei Calzaiuoli, cuore dello shopping cittadino. Uno spazio di 60 metri quadri arredato con stile industriale, dove si incontrano memorabilia del ciclismo, una cassaforte ispirata al design del T-Touch, installazioni multimediali sui 170 anni (e passa) di storia della Casa di Le Locle, e qualcosa come quattro metri di ledwall… Da vedere.

    Cronache dell’orologeria… e del ciclismo – 2

    Siete appassionati di micro-brand? Andate tutti gli anni a Woi – Watches of Italy? Occhio che la prossima edizione del salone dedicato alla filiera dell’orologeria italiana non si terrà più a Tortona, ma a Novi Ligure (a una ventina di chilometri di distanza, sempre in provincia di Alessandria). Esattamente al Museo dei Campionissimi, di solito dedicato al ciclismo e alla bicicletta, ma eccezionalmente prestato agli orologi nelle giornate di sabato 5 e domenica 6 ottobre. Del resto, che siano grandi o piccole, sempre di ruote si parla, no?…😉

    Dai circuiti al grande schermo

    Un ex pilota torna in pista per risollevare le sorti della propria scuderia. Ecco, in sintesi, il soggetto di Formula 1, il nuovo film con Brad Pitt che uscirà a giugno del 2025 ma è già un blockbuster. Diretto da Joseph Kosinski, co-prodotto da Jerry Bruckheimer e da Lewis Hamilton, e girato in parte durante i gran premi, vede IWC nel ruolo di sponsor del team (fittizio) Atx GP. Così, mentre il logo della Casa di Sciaffura apparirà sulle monoposto e sulle divise del team, i suoi orologi saranno al polso di diversi personaggi. Stay tuned.

    Miglior azienda

    Sowind Group ha annunciato di aver vinto il premio Best Managed Companies 2024 di Deloitte. Un riconoscimento vissuto con orgoglio soprattutto dal Ceo, Patrick Pruniaux, alla guida di Girard-Perregaux e Ulysse Nardin dal 2017, che ha infatti espresso grande soddisfazione. E ne ha ben donde. Istituito a livello globale, con una copertura di oltre 40 Paesi, il premio è assegnato alle migliori aziende private che hanno dimostrato eccellenza nella gestione e nella crescita interna. Ed è la prima volta che tocca il settore svizzero del lusso.

    Macchine d’epoca

    Ieri, domenica 7 luglio, si è tenuto a Montecarotto (in provincia di Ancona) un incontro nell’ambito del progetto Città del Tempo delle Marche. Il progetto è volto alla creazione di un network tra i Comuni marchigiani per la valorizzazione e la tutela del patrimonio locale di orologeria antica. Tema della giornata è stata la geolocalizzazione degli esemplari storici. Alle relazioni del Sindaco e degli esperti, ha fatto seguito la visita all’antico orologio realizzato da Pietro Mei, sulla Torre davanti al Teatro Municipale. Gabriel Medina

    Avviso ai collezionisti

    Time Flies, orologio da tavolo realizzato da L’Epée 1839

    Lvmh ha acquisito L’Epée 1839. O meglio, ha acquisito la società Swiza, che ne è proprietaria. Nulla si sa circa i termini economici della transazione, ufficialmente inquadrata come “un’ulteriore prova della determinazione del Gruppo Lvmh nel preservare e sviluppare il savoir-faire storico, nonché nel garantire che venga trasmesso e coltivato nel tempo”. Vero. Così però la Divisione orologeria guidata da Frédéric Arnault si assicura un enorme potenziale creativo al servizio delle proprie marche, per la messa a punto di oggetti superesclusivi.

    N.B. Le nostre Cronache dell’orologeria non dormono mai… E spesso sono riaggiornate durante la settimana. Continuate a seguire il nostro appuntamento per non perdervi nessuna novità.

  • Répétition Souveraine. Considerazioni sul lavoro di F.P.Journe

    Répétition Souveraine. Considerazioni sul lavoro di F.P.Journe

    F.P.Journe Invenit et Fecit ha presentato di recente una nuova versione del Répétition Souveraine. Sempre con la cassa in acciaio, di 40 mm di diametro, e il movimento meccanico a carica manuale ultrapiatto, ma che si distingue dalla precedente per il quadrante in vetro zaffiro. Augusto Veroni ne commenta l’uscita e ne spiega il valore

    Io ve lo dico, come del resto ho già fatto altre volte. A parlar di François-Paul Journe non sono obiettivo. E con questo ho la coscienza pulita.
    Sono stato io a soprannominare “Brontolo” F-P. Lui lo sa e lo accetta perché conosce benissimo il mio amore e il mio rispetto per la “semplice” tecnica.

    Dico spesso che Journe rappresenta la vera continuazione di Abraham-Louis Breguet e lo confermo, sia pure con un distinguo. Mentre Breguet sapeva essere anche un bel furbacchione (abbiamo già parlato delle sue insistenze con Napoleone quando voleva essere nominato orologiaio della Marina), Journe invece non vede altro che la tecnica. La tecnica tradizionale, alla quale fondamentalmente ha portato i movimenti con ponti e platina in oro. E quindi antimagnetici. E a chi gli faceva notare il costo dell’operazione (sia i costi bruti che il peso complessivo) ha risposto con un movimento in alluminio ancor più costoso. Perché l’alluminio è meno facile da lavorare dell’oro. Tutto qui, senza perdersi in polemiche.

    Il Répétition Souveraine ieri e oggi

    Alle persone fortunate e ricche in grado di comprare un orologio di Journe interessa però capire altro. Il Répétition Souveraine Sapphire costa 260mila franchi svizzeri, tasse escluse. Si tratta di un buon investimento? Ci sono differenze sostanziali, fra questo ripetizione e il precedente con quadrante guilloché?

    Alla prima domanda la risposta è: “Sì, certo”. Nel tempo questo Répétition Souveraine si rivelerà per i grandi contenuti tecnici e sarà destinato a forti rialzi in asta. Ma a patto di ricordare che non siamo di fronte ad un orologio per zerbinotti “io ce l’ho e tu no”. Il suo valore esploderà quindi nel momento in cui i contenuti tecnici torneranno a prevalere. Anzi, aggiungo che questo valore salirà alle stelle se venduto in coppia, “prima e dopo la cura”. Perché in tal modo si potrà capire almeno in parte il percorso di creatività tecnica di Journe. Quindi, potendo s’intende, comprare entrambi i modelli non è affatto una cattiva idea. Da tenere da parte in cassetta di sicurezza, e via.

    Alla seconda domanda è più difficile rispondere. Ma no, non ci sono differenze che ti lasciano a bocca aperta, non ci sono rivelazioni, epifanie o cadute dal cavallo che ti portano in viaggio. No. Il movimento è lo stesso, quel Calibro 1408 ultrasottile sviluppato sulla base del Chronomètre Souveraine addizionato da un timbro piatto, già usato nel Sonnerie Souveraine, e un unico martello che batte ore e minuti. In cui c’è evidente la volontà di revisionare (non rivoluzionare) il proprio stesso lavoro e la tradizione, per creare un movimento più logico, più funzionale, più affidabile. Senza però rinnegare il (proprio) passato. Secondo me ciò rappresenta una conferma anche di onestà nei confronti di un certo tipo di compratore: non il fighetta, ma il vero esperto in grado di apprezzare la tecnica.

    Altre riflessioni

    Ciò detto, nella nuova versione del Répétition Souveraine Journe ha utilizzato un quadrante trasparente, che dona un senso di attenzione estetica in linea con i gusti più moderni. Sono disposto a scommettere che deve essersi trattato di un subdolo consiglio fatto scivolar lì da qualcuno del marketing. Per quel che lo conosco, Journe ha semplicemente fatto una scena che consentisse di ammirare la razionalizzazione tecnica del movimento eccezionale. Ma questa piccola astuzia prende due piccioni con una fava e rende il Répétition Souveraine ancor più interessante della versione precedente. Sotto ogni punto di vista.

    Ancora una volta, poi, ci troviamo di fronte al solito, spigoloso dilemma sul “fatto a mano”. No, non è interamente fatto a mano. E per fortuna (e grazie alla saggezza di Brontolo). Non voglio scatenare i tori ciechi da tastiera, ma qui siamo di fronte ad un’operazione in cui le singole componenti sono fatte con l’ausilio di macchine. E se qualcuno si chiede per quale ragione una volta si facessero a mano, la risposta è semplicemente: “Perché le macchine per fare basse quantità di componenti di precisione costavano troppo. Costava meno la semplice manodopera, una volta”.

    Opinioni personali

    E qui mi fermo, in questa brevissima recensione che come talvolta mi accade riguarda più l’orologiaio dell’orologio. Del resto l’ho sempre detto che sono più un appassionato di persone più che di orologi, un collezionista che non ha alcuna forma di idolatria nei confronti di oggetti, ma che si inchina di fronte alla personalità di chi li produce.

    E dal momento che sto invecchiando, ma non perdendo il gusto della provocazione, a domanda di qualcuno rispondo che no, non considero – non ostante tutto – Journe e il manipolo di grandi uomini come lui il massimo che c’è. Sì, lui e loro sono grandi. Ma al primo posto, inossidabile sul proprio gradino d’eccellenza, resta sempre Patek Philippe, che è il vero benchmark con cui tutti, ma proprio tutti devono confrontarsi. E ora scatenatevi pure: sono pronto a ribattere!

  • Chronographe Monopoussoir Rattrapante di F.P.Journe: fuga dall’ovvio

    Chronographe Monopoussoir Rattrapante di F.P.Journe: fuga dall’ovvio

    Una volta il matematico scozzese Eric Temple Bell disse: «”Ovvio” è la parola più pericolosa in matematica». Una frase in cui il termine “matematica” potrebbe essere sostituito da “orologeria”. Proprio per questo esistono personaggi come F.P. Journe e orologi come il suo Chronographe Monopoussoir Rattrapante della collezione LineSport: per metterci al riparo dall’ovvio e dalla banalità.

    Innanzitutto perché questo orologio racchiude in sé due caratteristiche che si ritrovano solo nell’Olimpo delle lancette: oltre ad essere cronografo, è appunto monopulsante e sdoppiante. In sostanza, con un unico pulsante si governano le funzioni crono e, grazie a una lancetta in più, si possono misurare gli intervalli di tempo. O, per dirla in modo diverso, due eventi che iniziano simultaneamente ma terminano in momenti differenti. Un’idea che viene da lontano…

    Da dove arriva il Chronographe Rattrapante?

    Dopo l’invenzione e lo sviluppo del cronografo nei primi decenni del XIX secolo da parte di Nicolas-Matthieu Rieussec e Louis Moinet, gli orologiai vollero trovare un modo per fermare la lancetta che indica gli intervalli di tempo, per una lettura più precisa e comoda. Nel 1827, Louis-Frédéric Perrelet introdusse un orologio con due lancette dei secondi. All’avvio partivano entrambe, ma una di esse poteva essere fermata a piacimento; poi, con una seconda pressione sullo stesso pulsante, quest’ultima raggiungeva la prima, che intanto aveva continuato la propria marcia. Del resto rattraper in francese significa proprio “raggiungere”.

    Intorno al 1831, l’austriaco Joseph-Thaddeus Winnerl (ebbene sì, stavolta niente svizzeri…) inventò un sistema rattrapante che fermava la lancetta dei secondi, la quale poteva poi recuperare il proprio tempo di arresto, purché non superiore ai 30 secondi. Questo primo sistema e il secondo che avrebbe inventato in seguito, dotato di due lancette dei secondi sovrapposte, erano basati sulla ruota dei secondi e non sul meccanismo del cronografo. Fu però solo intorno al 1880 che la funzione rattrapante apparve nella sua forma attuale.

    A proposito, preferiamo definirla “sdoppiante” non solo per evitare francesismi poco comprensibili; ma anche per sottolineare la capacità della lancetta centrale dei secondi crono di “sdoppiarsi” per prendere due misurazioni contemporaneamente. Misurazioni che oltretutto possono essere ripetute all’infinito.

    Ricco e sportivo (ma non è un calciatore…)

    Poteva dunque F.P. Journe sottrarsi alla sfida di realizzare un cronografo sportivo sdoppiante e vincerla? Naturalmente no, e ci ha messo tanto del suo sia sotto il profilo tecnico (ça va sans dire…), sia sotto quello dei materiali e delle finiture.

    Materiali che significano platino, oro rosso e titanio. Vale a dire il top, da una parte della preziosità, dall’altra della leggerezza. Finiture che significano accostamenti elegantissimi di cromie, a partire dai quadranti: argento di colore blu-malva per il modello platino, argento ricoperto di rutenio per il modello in oro, lega di alluminio di colore antracite per il modello in titanio.

    La cassa ha un diametro di 44 mm ed è più spessa di solo un millimetro rispetto a quella dell’automatico della collezione LineSport: il movimento ha un’altezza totale di soli 6,80 mm. Una prova della grande capacità di F.P. Journe di contenere le dimensioni dell’orologio anche di fronte a una complicazione come quella del cronografo, che notoriamente ha molta fame di spazio sia nella cassa, sia nel movimento.

    L’ossessione di F.P. Journe per la perfezione

    E a proposito di movimento, quando si parla di orologi del Maestro marsigliese, mi tolgo il cappello e contemplo in silenzio, come se entrassi in chiesa. Il Chronographe Monopoussoir Rattrapante è mosso dal calibro 1518, a carica manuale. Ideato da F.P. Journe, è come al solito interamente realizzato nella sua manifattura, dove ciascun orologiaio esperto esegue tutti i passaggi dell’assemblaggio, dall’inizio alla fine.

    Ricordate quando più sopra ho scritto che la complicazione cronografica è vorace di spazio? Mica solo di quello: anche di energia se ne pappa parecchia. Tant’è vero che – quando sono usati da chi li indossa (raramente, a dire il vero…) per fare ciò che ci si aspetta da loro: misurare gli intervalli di tempo – l’attivazione del cronografo a volte va a scapito della regolarità di marcia. Ebbene, questo orologio ha invece un’autonomia elevata: 80 ore complessive (se non si attiva la funzione crono). Comunque abbastanza per non incorrere in perturbazioni cronometriche.

    Devo aggiungere poi che è ispirato al Chronographe Monopoussoir Rattrapante Bleu, realizzato dallo stesso Journe per l’asta Only Watch del 2017. Come quello presenta infatti un cambio diretto del cronografo, con un pignone oscillante che evita l’antiestetico e inefficiente salto della lancetta all’avvio della misurazione.

    L’ossessione di F.P. Journe per i materiali

    Anche in questo caso i diversi materiali della cassa e del bracciale si abbinano a diversi materiali del calibro: in oro rosa (come sempre) per i modelli in platino o in oro rosso; in lega di alluminio per il modello in titanio grado 5.

    Le finiture e le decorazioni del movimento sono visibili attraverso un fondello trasparente in vetro zaffiro: Côtes circolaires sui ponti, perlage parziale sulla platina, testa delle viti lucida, anglage nelle scanalature, lancette lucidate e azzurrate, parti in acciaio con spigoli ad anglage, linee disegnate sulla superficie. Insomma, al di là dei termini in francese siamo di fronte allo stato dell’arte nelle finiture di alta gamma.

    Parlando di finiture, non posso non estendere il discorso ai quadranti e ai bracciali. Nelle versioni in platino e in oro, i quadranti hanno una finitura guilloché nella parte centrale mentre i contatori sono in argento; nella versione in titanio i contatori sono in vetro zaffiro. I numeri arabi sono applicati, in oro bianco, rosso o rivestiti di Super-LumiNova. La lunetta tachimetrica in ceramica intarsiata e il nuovo carattere tipografico delle cifre ricordano quelli del Chronographe Monopoussoir Rattrapante Bleu.

    La corona ha tre posizioni: 1 per la carica; 2 per la correzione della data – molto grande, riportata in una finestra di 5,20 x 2,80 mm -; 3 per l’impostazione dell’ora. Infine, uno sguardo al bracciale: le maglie attaccate alla cassa sono articolate per adattarsi alle diverse dimensioni del polso con una chiusura pieghevole regolabile. Nelle versioni in oro rosso e titanio è possibile trovare anche inserti in caucciù che proteggono il metallo da eventuali piccoli urti. Allo stesso modo, anche la corona a tre posizioni degli orologi in titanio e oro rosso è rivestita in caucciù, per migliorarne la manovrabilità e aumentarne la resistenza agli urti.

    Dimenticato qualcosa? Forse, perché quando si parla di F.P. Journe è difficile ridursi all’essenziale. Spero comunque sia abbastanza chiaro che con lui, l’ovvio in orologeria non esiste. Perché per F.P. Journe l’orologeria è arte e, come scrisse una volta il regista americano Edward Dmytry: «In arte, l’ovvio è un peccato».

  • Chronomètre à Résonance: François-Paul Journe e il sogno dell’eterna precisione

    Chronomètre à Résonance: François-Paul Journe e il sogno dell’eterna precisione

    Non ci riesco, proprio non ci riesco. Quando scrivo di François-Paul Journe non riesco ad essere obiettivo come vorrei. Se poi l’oggetto è il Chronomètre à Résonance mi trasformo in un bambino magicamente trasportato nella fabbrica d’orologi di Willy Wonka. Fiumi di dolce, fragrante, buonissimo cioccolato, orologisticamente parlando. L’ho già scritto e lo scriverò ancora, per avvisarvi. Ma presto, proprio parlando della storia dei cronometri a risonanza, vi spiegherò anche perché considero François-Paul Journe il più diretto discendente dei grandi orologiai dell’Ottocento. E perché considero il Chronomètre à Résonance uno degli orologi da polso più significativi del nostro secolo.

    François-Paul Journe con il suo Chronomètre à Résonance. Un orologio che strapperebbe una ola d’entusiasmo allo stesso Breguet e a tutti i suoi collaboratori, perché lo puoi portare al polso. A un prezzo che poi non è mica così tanto stratosferico, in relazione alla qualità, visto che parliamo di cifre intorno ai 110mila euro. È anche per questo che amo François-Paul Journe: ha un pedigree pressoché unico, con un background storico raro. E poi non è avido. Del resto, i suoi orologi non “fanno scena” e quindi non li vedi al polso di chi “fa scema”. Sono orologi per intenditori. Ricchi, certo, ma non scemi, appunto.

    E veniamo al Chronomètre à Résonance, che nel 2020 compie vent’anni. La prima considerazione da fare è che già nel 1983 Journe, nei prototipi, riprende l’architettura del movimento immaginata da Breguet per il suo cronometro a risonanza da tasca. Semplice: si divide in due parti il movimento come fosse attraversato da una immaginaria linea verticale. In alto il bariletto, tutte le componenti e in basso il bilanciere. Montaggio “a specchio”, destra e sinistra. Semplice, sì, ma solo in teoria. Dubbi e incertezze tengono il progetto nel cassetto molto a lungo. Tanto che il “polso” di Journe viene presentato solo nel 2000 e le consegne iniziano l’anno successivo.

    In questi vent’anni vengono introdotte serie diverse, ma sostanzialmente cambia poco, per quanto riguarda il movimento. A parte l’abbandono dell’ottone rodiato a favore dell’oro rosa per ponti e platina. Ancora oggi qualcuno ogni tanto chiede se la scelta dell’oro vuol dire che Journe ha voglia di “fare il figo” per aumentare i prezzi degli orologi. No. Journe, come tutti i grandi orologiai, cerca l’eternità, cerca di realizzare orologi che sfidino il tempo – nel senso dei secoli.

    Se osservate il movimento di un orologio, che so, di Breguet, tanto per tirare un nome a caso, vedrete che l’ottone (scelto per l’insensibilità ai campi magnetici) si è nel tempo deteriorato. Successivamente, con l’arrivo dei bagni galvanici, si è deciso di depositare (galvanicamente, appunto) un sottile strato di preziosissimo rodio sull’ottone; ma l’operazione deve essere eseguita alla perfezione, il che è ovviamente impossibile perché la perfezione non esiste. E quindi Journe ha scelto l’oro rosa perché quello giallo è banale e quello bianco non è del tutto stabile nel tempo, tanto è vero che di solito viene rodiato come l’ottone. Chiusa parentesi.

    L’architettura scelta da Breguet e condivisa da Journe è geniale anche da un punto di vista estetico. E però se parliamo di un “tasca” la corona al 12 va piuttosto bene: in un senso di rotazione carichi la molla del bariletto di destra, nell’altro quella di sinistra. In un “polso” la faccenda è un po’ fastidiosa perché la corona di carica ti finisce fra le anse e questo non è il massimo dell’ergonomia. Beh, direte voi, cambiasse posizione alla corona! Ma questo è praticamente impossibile, perché dovresti avere dei rimandi che interferirebbero con i componenti dell’orologio di destra (guardando il quadrante); il che implicherebbe modifiche forse possibili, che però creerebbero asimmetrie pericolose. Perché la simmetria, nel Chronomètre à Résonance, va considerata come uno dei componenti essenziali dell’orologio, come vedremo presto.

    E qui arriviamo alla prima grande differenza fra l’architettura del movimento di vent’anni fa e quella del nuovo calibro realizzato per il ventesimo anniversario: un bariletto unico al centro. Questo consente di non interferire sulla simmetria e al tempo stesso di portare la corona di carica al 2 senza nulla dover spostare per quanto riguarda gli ingranaggi. Si usa lo spazio lasciato libero. E chissà che nel futuro non si possa inventare qualcosa per il lato opposto, accanto al bariletto…

    Ma come trasmettere il moto ai due “orologi” affiancati? Con un ingranaggio differenziale piano: un pignone centrale riceve energia dal bariletto e ruota trasmettendo il moto a due ruote coassiali sovrapposte. Ciascuna delle ruote è munita di un ingranaggio centrale a dentatura verticale sull’asse e dentatura periferica orizzontale. Quest’ultima trasmette il moto ricevuto ai due sistemi d’ingranaggi secondari, destra e sinistra. La simmetria orizzontale è salva. Le due ruote dell’ingranaggio differenziale sono sullo stesso asse, ma su piani verticali diversi.

    La simmetria verticale viene immediatamente ripristinata dal fatto che su una di queste due ruote è fissato un pignone dentato un po’ più lungo rispetto al pignone dell’altra; (potrebbe esserci una lievissima differenza di peso, fra la ruota con pignone lungo e quella con pignone corto, ma posso scommettere che Journe ha fatto in modo di equilibrarle perfettamente). Così si torna al tutto simmetrico e tutto sullo stesso piano relativamente alle successive due ruote che compongono il treno secondario. Geniale.

    L’unico difetto sta in un consumo d’energia leggermente più elevato, ma come vedremo la cosa non ha grandi effetti negativi. E comunque l’autonomia complessiva è aumentata rispetto alla versione 2019 del calibro precedente. Che, non ostante i due bariletti, aveva un’autonomia complessiva di 40 ore: meno delle 42 attuali. Inoltre, per limitare i consumi Journe ha aumentato il numero dei rubini (maggiore scorrevolezza = minor consumo) da 40 a 62.

    Il moto arriva quindi ai due remontoir d’égalité, uno per lato. Di cosa diavolo sto parlando?
    Partiamo dicendo, in estrema sintesi, che si tratta di una sorta di scappamento a energia costante che ogni secondo accumula e poi cede energia per trasmetterla in maniera costante al treno primario, quello che arriva finalmente a ciascun bilanciere. Oppure immaginatelo come una specie di volano che – come negli orologi a ripetizione – serve comunque per compensare eventuali incostanze nella cessione d’energia proveniente dal bariletto e passata per un complesso sistema di ingranaggi semplici e differenziali. Il remontoir d’égalité, in un certo senso, è il sostituto del sistema a conoide e catena che veniva utilizzato una volta per rendere costante la quantità di energia trasmessa dalla molla. Cessione che in realtà non è costante perché dipende dall’energia residua della molla stessa, man mano che le spire della molla si aprono.

    Questo dispositivo (e la sua posizione) fa in modo che vengano non solo compensate le differenze d’energia via via cedute dalla molla, ma anche le eventuali (in realtà inevitabili) anomalie introdotte dal pignone differenziale e dal treno secondario. Aver piazzato i due remontoir d’égalité praticamente alla fine del percorso compiuto dall’energia è un’idea davvero eccellente. Dal momento che la simmetria, in questo tipo di complicazione, è fondamentale.

    Cosa intendo, però, per “simmetria”? Seguitemi ancora, pur se so bene che a molti di voi chiedo pazienza e che i tecnici mi considereranno, come al solito, sbrigativo. Perché io sono solo un giornalista divulgatore, sia ben chiaro. Non un tecnico.
    Simmetria non è solo un concetto estetico, in questo tipo di orologi. Non è semplicemente avere ogni rotella geometricamente collocata per far specchio all’equivalente rotella del “secondo orologio”. No, qui la simmetria deve anche essere relativa alle quantità di energia in gioco, alle resistenze, agli attriti. E questa simmetria deve essere il più possibile costante nel tempo. Perché?

    Perché il fenomeno della risonanza si innesca solo in determinate condizioni. La vicinanza dei due pendoli (che in questo caso sono i due bilancieri) e una differenza di oscillazione non eccessiva. Il sitar, strumento tipico della musica indiana, possiede un certo numero di corde che non vengono mai toccate dal suonatore, ma vibrano comunque per risonanza. Se la distanza fra le corde è eccessiva, la tendenza a risuonare è pressoché nulla. Se le due corde non sono accordate per ottenere la stessa nota, ancora una volta il fenomeno della risonanza non si innesca. È lo stesso fenomeno che interviene quando accordi la chitarra “ad orecchio”: ti rendi conto che la nota emessa da due corde è proprio la stessa quando suonano in maniera peculiare proprio perché entrano in risonanza.

    Negli orologi da tasca con movimento “a risonanza” l’effetto si innescava quando, oltre alla vicinanza dei bilancieri, fra i due orologi non c’era una differenza superiore ai 21 secondi al giorno, come notava Abraham-Louis Breguet. In quelli da polso la differenza cala drasticamente. Nel Chronomètre à Résonance di François-Paul Journe questa differenza deve essere contenuta in 5 secondi al giorno.

    In pratica vuol dire che ciascuno dei due “orologi” affiancati non deve far registrare scarti quotidiani superiori ai 5 secondi, altrimenti il fenomeno della risonanza fra i due bilancieri, per quanto possano esser vicini, non si innesca. Per questo si usa ogni astuzia conosciuta (compreso il remontoir d’égalité, per giunta collocato il più possibile vicino al bilanciere), per raggiungere prestazioni comunque eccezionali in un orologio eccezionalmente complesso per la qualità con cui dev’essere realizzato.

    Bene: siamo finalmente ai due bilancieri. Cosa bisogna ancora fare per consentire che entrino stabilmente in risonanza? Serve una regolazione fine e, appunto, stabile. Nel Chronomètre à Résonance Journe effettua una regolazione su ben sei posizioni diverse. Lunghezza della spirale: certo. Anticipo e ritardo tramite quattro piccole masse che modificano il momento d’inerzia: certo. Ma in più troviamo, su uno dei ponti del bilanciere, una cremagliera a 8 denti che consente di intervenire sulla posizione di uno dei due ponti per regolarne la posizione. E se il lavoro è ben fatto a questo punto siamo a cavallo.

    Va anche notato che la spirale utilizzata è la Anachron, versione più moderna (e più resistente ai campi magnetici) di quelle in lega Invar, prodotta dalla Nivarox, fabbrica del Gruppo Swatch. La particolarità della spirale Anachron è quella di subire solo transitoriamente gli influssi negativi dei campi magnetici anche di notevole intensità, come del resto avviene per la Parachom di Rolex. Trattandosi quindi di fenomeni negativi transitori, sono rapidamente compensati dalla risonanza. Dubito fortemente che Journe possa mai utilizzare (stabilmente: magari un esperimento può anche farlo) una spirale in silicio. Non perché la sua visione dell’orologeria sia “di retroguardia”; ma piuttosto perché delle spirali in silicio non si conosce ancora la durata e ciò cozzerebbe con il suo legittimo sogno d’eternità.

    Ebbene: qual è il risultato di tanta fatica, di tanta eccellenza?
    Precisione, straordinaria precisione nel tempo. Nei cronometri a risonanza le variazioni relative alla costanza di marcia (quasi) si dimezzano naturalmente. Se quindi dopo le regolazioni la differenza fra i due bilancieri consentisse di contenere lo scarto di ciascuno entro i 4 secondi al giorno, allora potremmo parlare di risultati intorno ai 2 secondi al giorno.

    Ma non basta: nel Chronomètre à Résonance di François-Paul Journe le eccezionali prestazioni dell’orologio non restano relegate alle solite “condizioni di laboratorio”. Eventuali urti, vibrazioni, variazioni di posizione e persino fenomeni di magnetismo non influenzano affatto la marcia dell’orologio perché l’innesco del fenomeno di risonanza sincronizza nuovamente – e con rapidità – i due bilancieri, che fra l’altro vibrano in opposizione – uno fa tac quando l’altro fa tic. A patto, ovviamente, che non si superino i fatidici 5 secondi al giorno di scarto fra i due bilancieri.

    Ditemi, allora: esagero se sostengo di amare il lavoro di François-Paul Journe e in particolare il Chronomètre à Résonance?

  • “F.P.Journe Invenit et Fecit”: la biografia dell’uomo, la storia della marca

    “F.P.Journe Invenit et Fecit”: la biografia dell’uomo, la storia della marca

    S’intitola semplicemente F.P.Journe Invenit et Fecit la prima biografia (autorizzata) del maître horloger. Proprio come il suo marchio, quasi ad alludere alla perfetta sovrapposizione fra l’uomo e la sua opera. Il volume, fresco di stampa, è stato scritto dall’amico di lunga data Jean-Pierre Grosz, produttore musicale prestato alla scrittura. Già manager di Marvin Gaye, Dee Dee Bridgwater e Ray Charles, in passato è stato autore del libro “Ray mon Ami”, in cui ha raccontato il legame quasi trentennale con il mito del soul. Ed è stata proprio la lettura di questo testo a convincere Journe di aver trovato il proprio biografo (come racconta lui stesso nell’introduzione).

    F.P.Journe Invenit et Fecit in effetti ripercorre l’intera esistenza dell’ex enfant prodige dell’orologeria. Dall’infanzia a Marsiglia agli studi tecnici, dal trasferimento a Parigi alla realizzazione del primo orologio, dall’affermarsi come creatore indipendente fino al successo di oggi. Attraverso l’istituzione del proprio marchio, l’apertura del laboratorio a Ginevra, le collaborazioni con le grandi maison (una per tutte, l’Opus One con Harry Winston). E, ancora, la manifattura, i premi e i molteplici riconoscimenti al suo lavoro…

    Dalle 360 pagine di ricordi emerge un ritratto privato, quasi intimo del maestro: non solo le esperienze personali (ci sono perfino le sue pagelle di scuola), ma anche i principi più profondi, i valori in cui crede. La passione per l’orologeria, la ricerca della precisione (della qualità, della perfezione), l’entusiasmo e i dubbi, il senso di ribellione e la voglia di rinnovamento. Non a caso il libro è dedicato alle persone che per lui hanno contato di più: lo zio Michel, suo primo mentore, con cui lavorò per sei anni nell’atelier parigino di restauro; e Jean-Claude Sabrier, un grande storico dell’orologeria, la cui biblioteca è oggi di proprietà dello stesso Journe.

    Autoprodotto, disponibile in francese o in inglese, il libro F.P.Journe Invenit et Fecit si può reperire fisicamente nelle nove boutique internazionali del Marchio, oppure online (su watchprint), a un prezzo di 210 euro. E merita davvero: dopo averlo letto, vi sembrerà di conoscere personalmente François-Paul. Lo vedrete come un vecchio amico, capirete meglio la sua idea dell’orologeria. E apprezzerete ancora di più i suoi orologi.

  • Sonnerie Souveraine, l’armonia di François-Paul Journe

    Sonnerie Souveraine, l’armonia di François-Paul Journe

    Per poter parlare del Sonnerie Souveraine, dobbiamo fare una breve introduzione sul suo creatore e sulla complicazione. Perché per comprendere gli orologi di François-Paul Journe è necessario inquadrare sia il personaggio sia la storia dell’orologeria

    François-Paul Journe ha una fama di grande rompiscatole. Si è meritato sul campo il soprannome di “Brontolo” (Grumpy) pur essendo un gigante dell’orologeria. Il suo caratteraccio, in realtà, deriva dalla semplice constatazione d’essere un tecnico prima di ogni altra cosa. A chi gli chiede di fare il simpatico, di sorridere a chi di tecnica capisce poco o nulla, lui risponde che per lui parlano gli orologi che progetta e produce. Tutto il resto “chissenefrega”.

    E l’atteggiamento si estende ai concorrenti, che divide semplicemente in poubelle (spazzatura) e belles montres (begli orologi), senza via di mezzo. Quest’attitudine a dividere con l’accetta il mondo dell’orologeria – si badi bene – non è caratteristica del solo François-Paul Journe. Tutti i grandi tecnici ci vanno giù pesante, spingendosi anche oltre (c’est de la merde!) nella valutazione di movimenti ricchi solo di pretese.

    Il nuovo Breguet

    EffePi Journe è consapevole di essere destinato alla storia dell’orologeria. La sua non è tanto presunzione, quanto banale constatazione tecnica che coinvolge alla pari una piccola schiera di orologiai più o meno conosciuti; un vero e proprio club che sa riconoscere e apprezzare, innanzitutto, l’eccellenza micromeccanica. François-Paul Journe, infine, è quanto di più vicino si possa immaginare alla persona (sto dicendo persona, non marca) di Abraham-Louis Breguet. Una combinazione unica di grande tecnica (intesa come evoluzione delle precedenti realizzazioni) e originalità estetica; ma che però non dimentica la funzionalità e quel concetto fondamentale per cui “grande” è solo l’orologio che sarà possibile riparare o restaurare anche fra qualche secolo.

    Fra gli orologi più rappresentativi dell’EffePi-pensiero c’è il Sonnerie Souveraine – Grande Sonnerie avec Répétition Minutes, che a fine anno uscirà di produzione. Trovo fantastico che Journe si preoccupi di avvisare i collezionisti che dal 31 dicembre 2018 il Sonnerie Souveraine non sarà più in catalogo, probabilmente sostituito da un nuovo modello che verrà presentato nel 2019. Il collezionista che volesse completare la coppia è quindi avvertito: il “vecchio” modello entra in qualche modo nella storia. Ma su questo concetto ci sarebbe da ridire: dalla sua prima presentazione, nel 2006, il Sonnerie Souveraine si è evoluto. E alcune differenze sono abbastanza chiare per gli appassionati con maggior bagaglio tecnico.

    Cos’è la Ripetizione Minuti?

    La Ripetizione Minuti è quella complicazione orologiera che nasce dalla necessità di conoscere l’ora anche di notte. Nei tempi andati non esistevano materiali luminescenti né interruttori, lampadine, corrente elettrica. Accendere una candela era operazione mica facile che portava inevitabilmente a svegliarsi. E non potevi poi ricorrere ai tranquillanti per riprendere sonno. Tenere accesa una candela tutta la notte era l’anticamera dell’incendio (si provò anche a farlo all’interno di orologi con il quadrante semitrasparente).

    Si cercò quindi di dotare alcune ruote di “indici” che erano (a richiesta: di solito tirando una cordicella) “letti” da sensori, a loro volta collegati ad un meccanismo acustico. Il quale batteva su campanelline tanti rintocchi quante erano le ore, i quarti d’ora e i minuti eccedenti i quarti.  Per intenderci: alle 4 meno 5 della notte (le 3 e 55) tiravi la cordicella e il complicatissimo (già allora) meccanismo della ripetizione minuti faceva suonare 3 rintocchi su una campanellina, 3 sulla seconda (o su entrambe le campanelline, nel caso fossero due) e 10 sulla campanellina rimanente.

    La Ripetizione minuti è “la” complicazione estrema. Richiede l’aggiunta di riferimenti, di un sistema preciso di sensori e infine di un dispositivo (sempre meccanico) che trasformi le informazioni dei sensori in una sequenza di segnali acustici. Sequenza, si badi bene, che deve essere costante nel tempo, che deve avere un ritmo univoco – mica suoni alla rinfusa. E ciò implica anche l’uso di un volano il cui scopo è appunto, di dare costanza al susseguirsi dei rintocchi.

    Per questo la Ripetizione Minuti è la complicazione orologiera più difficile (e quindi costosa), ma anche quella più avida d’energia e soprattutto la più delicata. Azionare il cursore o il pulsante che attiva la richiesta di conoscere acusticamente l’ora implica il rispetto di regole come quella di attendere che la sequenza sia ben conclusa, prima di attivare di nuovo la richiesta. Altrimenti i danni al delicato dispositivo possono essere distruttivi anche per il già provato portafoglio.

    La Ripetizione di Journe: il Sonnerie Souveraine

    Per questo, a suo tempo, François-Paul Journe mise al primo posto una precisa condizione, per il suo ripetizione minuti: “Deve poterlo usare senza rischi anche un bambino di otto anni”. Il risultato fu (ed è) un orologio esemplare perché tecnicamente ben radicato in una tradizione usata come base per innovare. Ben 11 i brevetti che partono da un complesso bariletto che alimenta il tutto, ma comprende un dispositivo che impedisce alla ripetizione (avida di energia) di suonare quando l’autonomia residua scende sotto le 24 ore.

    Nuovo anche il sistema per impedire la ricarica quando è in azione la ripetizione, che per altro suona su gong di nuova concezione. Il diverso bariletto richiede anche un diverso dispositivo per l’indicazione dell’autonomia residua e a proposito di indicazioni c’è anche un sistema basato su una ruota a colonne per indicare il tipo di suoneria pre-selezionata. Nuovo anche il sistema della ripetizione minuti – visibile dal fondello – con tre leve sagomate, coassiali, per ore, quarti e minuti (dal basso verso l’alto).

    In definitiva siamo di fronte a un orologio tecnico per collezionisti (ricchi, visti i prezzi) anch’essi tecnici. Journe non cerca mai effetti speciali o stravaganze estetiche: il 90 per cento delle sue scelte sono la logica conseguenza di un percorso tecnico che affonda le proprie radici in un passato millenario e che vive il presente della micromeccanica come fondamenta per il futuro dell’orologeria. In questo senso François-Paul Journe fa cultura, nel proprio specifico, prima ancora che commercio. E sempre in questo senso verificare con i propri occhi, per chi ama gli orologi importanti, è anch’essa una operazione culturale, indipendentemente dalla possibilità di un acquisto.

    Alcuni indirizzi utili: Espace F.P. Journe – Milano
    GMT Italia – Milano
    Abate & C. – Sanremo
    Hausmann & Co  – Roma