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Tag: Libri di orologi

  • Iconic Hours: 100 anni di orologi al cinema e in tv

    Iconic Hours: 100 anni di orologi al cinema e in tv

    Sul grande schermo, ogni dettaglio contribuisce alla costruzione di un personaggio e del suo universo narrativo. Anche un orologio − spesso percepito come semplice accessorio − può rivelarsi un elemento decisivo, capace di suggerire stile, status sociale, epoca e perfino tratti psicologici. Da James Bond a Pulp Fiction, la settima arte ha trasformato alcuni esemplari in simboli culturali, rendendoli inseparabili dai protagonisti che li hanno indossati sul grande schermo. Con Iconic Hours, l’autore appassionato e collezionista John Galt, in collaborazione con Michele Rosa, firma il primo volume enciclopedico dedicato agli orologi nel cinema e nelle serie tv.

    Un progetto nato dalla passione e sviluppato attraverso quattro anni di ricerche, analisi delle pellicole, confronto con archivi, studio dei fotogrammi e dialogo con esperti e protagonisti del settore. Il risultato è un’opera che intreccia cultura cinematografica e orologeria, per offrire una nuova prospettiva sul ruolo degli oggetti di scena e sulla loro capacità di contribuire alla costruzione narrativa di un personaggio. Il Giornale degli Orologi ha intervistato John Galt per approfondire il lavoro sotteso al libro Iconic Hours (uscito il 6 giugno anche su Amazon), il concetto di “orologio iconico” e il rapporto tra cinema, identità visiva e misurazione del tempo.

    Il progetto e la ricerca

    Da dove nasce l’idea di Iconic Hours? Cosa l’ha spinta a indagare il ruolo dell’orologio nel cinema, un elemento spesso considerato secondario ma in realtà molto narrativo?
    «Non ho praticamente mai portato un orologio fino ai 35 anni, quando ho iniziato a indossare quello di mio nonno, fotografato anche nella prefazione del libro. È stato il primo vero contatto con questo mondo: mi colpirono la qualità delle lavorazioni, il quadrante, l’attenzione ai dettagli che oggi si ritrova sempre più raramente. Da lì è nato l’interesse per l’orologeria, ma anche la consapevolezza che un esemplare, per me, dovesse avere una storia e non essere una scelta casuale.

    Come appassionato anche di manifesti d’epoca, mi sono avvicinato agli orologi di James Bond e, successivamente, a quelli presenti nel cinema e nelle serie tv. L’interesse si è poi concentrato sui cosiddetti perfect match, cioè l’identificazione precisa dei modelli indossati dai personaggi. Oggi, a seconda dell’umore o dell’occasione, posso sentirmi un po’ Fox Mulder con un Casio anni ’90… Come pure il protagonista di Ronin con un Jardur Bezelmeter animato da un Valjoux 72, lo stesso movimento dei primi Rolex Daytona».

    Iconic Hours è il risultato di quattro anni di lavoro: quali sono stati gli aspetti più complessi della ricerca? E su quali fonti si è basato maggiormente tra visione diretta dei film, archivi e contatti con l’industria?
    «La passione si è trasformata prima in collezione e solo successivamente in libro. All’inizio mi sono concentrato sui film e sulle serie tv che avevano un significato personale o che avevo particolarmente apprezzato, verificando la presenza di orologi interessanti indossati dai protagonisti o dagli antagonisti. Con il tempo mi sono reso conto che una delle parti più affascinanti era riscoprire marchi sconosciuti, non più commercializzati o addirittura scomparsi.

    Ho quindi deciso di dare spazio anche a questi esemplari, perfettamente inseriti nella loro epoca e ancora oggi interessanti sia dal punto di vista estetico sia tecnico. Il web è stato uno strumento fondamentale, anche se alcuni modelli li ho identificati personalmente analizzando fotogrammi durante la visione dei film. La parte più impegnativa, però, è stata la ricerca del perfect match: tra marketplace vintage, alert automatici e strumenti come Google Lens, in alcuni casi ci sono voluti mesi − se non anni − per individuare e acquistare gli esemplari poi fotografati nel volume».

    L’impostazione di Iconic Hours

    Cosa intende esattamente per “iconico” in questo contesto?
    «Utilizzo il termine in modo molto selettivo. Non significa semplicemente famoso o riconoscibile. Un esemplare diventa iconico quando crea un legame indissolubile con il personaggio o con il film in cui compare, al punto che l’uno richiama immediatamente l’altro. Il Submariner 6538 di James Bond ne è un esempio perfetto. Ma anche l’Adventure Watch di Deadpool, eroe della Marvel interpretato al cinema da Ryan Reynolds, che riflette alla perfezione il tono ironico e irriverente del personaggio.

    Ognuno ha una risposta diversa. C’è chi cita il Rolex 6538 indossato da Sean Connery nei primi 007, considerandolo l’orologio cinematografico per eccellenza. Per me però non esiste un modello più importante di un altro. Il bello è proprio poter indossare, a seconda del momento, il pezzo legato a un determinato personaggio o immaginario. Come dicevo prima, magari una mattina mi viene voglia di mettere l’orologio di Fox Mulder di The X-Files perché mi sento più “investigatore”, oppure scelgo un diver particolare legato a un film con Jean Reno».

    Che impostazione ha dato al volume: enciclopedica, narrativa o ibrida? E quale criterio guida il lettore: cronologico, tematico o legato a film e personaggi?
    «Iconic Hours vuole essere soprattutto un viaggio. Non a caso, nell’indice iniziale compaiono sezioni come Gli incontri e Alcune delle scoperte. Gli incontri raccolgono nove interviste a persone conosciute durante questo percorso: esperti, collezionisti e professionisti con cui ho approfondito temi molto diversi, dalla riparazione degli Heuer Chronosplit dei primi anni ’70 alla storia di Panerai raccontata da chi l’ha vissuta direttamente in azienda. Le scoperte, invece, sono dedicate a marchi e modelli dimenticati o poco conosciuti che, a mio avviso, meritano di essere rivalutati.
    Per praticità il volume è organizzato seguendo la cronologia dei film e delle serie tv. Ma nelle ultime pagine sono presenti anche indici dedicati ai titoli cinematografici e ai modelli, così da permettere una consultazione più immediata e trasversale».

    Le sfide e gli esperti

    Nel tracciare una mappatura così dettagliata, quali difficoltà ha incontrato nell’identificazione degli orologi e nella verifica delle informazioni? E come ha gestito eventuali incongruenze tra le fonti?
    «Alcuni modelli restano ancora oggi un mistero e, proprio per questo, non sono stati inseriti nel libro. In altri casi, invece, molte informazioni diffuse online non sono corrette. Spesso identificazioni plausibili effettuate prima dell’uscita delle versioni in alta definizione dei film si sono sedimentate sul web fino a diventare “verità” condivise.
    Analizzando fotogrammi provenienti da Blu-ray, alcune attribuzioni risultano però difficilmente sostenibili. Mi è capitato persino di segnalare a case d’asta che le indicazioni fornite nei loro cataloghi non fossero corrette. Detto questo, ciò che conta davvero è la passione. Quando un orologio ha una storia interessante da raccontare, il confronto resta sempre stimolante».

    In Iconic Hours compaiono nove personalità del mondo dell’orologeria legate non solo al grande schermo (da Edward Coffrini Dell’Orto all’opera con James Bond & 007, a Mario Paci per Panerai): che ruolo hanno nel racconto e in che modo le loro testimonianze arricchiscono la ricerca?
    «I contributi presenti nel libro non sono semplici interviste decorative. Ho scelto persone con competenze, esperienze e storie molto specifiche. Anche dal punto di vista geografico rappresentano realtà differenti e coprono quasi tutto il mondo. La parte più bella è stata creare connessioni tra appassionati che vivono in Paesi diversi, ma condividono la stessa attenzione per questi temi. E dare spazio alle loro esperienze all’interno del libro».

    Dalla chiave narrativa alla caratterizzazione del personaggio

    Ci sono film in cui un orologio non è soltanto un accessorio ma una vera chiave narrativa? Qual è, secondo lei, l’esempio più emblematico?
    «Dal punto di vista narrativo, il caso cinematografico per eccellenza resta probabilmente l’orologio da tasca di Pulp Fiction. Tarantino costruisce un’intera sequenza attorno a quell’oggetto, attribuendogli una storia familiare, un peso morale e una dimensione quasi simbolica. In quel momento non è semplicemente un oggetto presente nel film: è il centro stesso della scena.
    Il monologo di Christopher Walken è una straordinaria lezione di scrittura tragicomica. Inoltre l’esemplare utilizzato è un Lancet “da trincea”, che risale davvero al periodo della Prima guerra mondiale ed è quindi dotato anche di una precisa rilevanza storica. Posso dire che il suo ticchettio, appoggiato sul comodino, ha ancora oggi un fascino particolare.

    Quando non si tratta di product placement, come vengono scelti gli orologi destinati ai personaggi? Quanto incidono fattori come epoca, stile e costruzione psicologica del ruolo?
    «Quando non interviene il product placement, i costume designer hanno maggiore libertà creativa e spesso dimostrano una competenza sorprendente nella scelta dei modelli. Soprattutto nelle produzioni americane esistono figure dedicate esclusivamente a questo aspetto: ogni dettaglio contribuisce alla credibilità del personaggio.

    La scelta parte innanzitutto dalla classe sociale e dalla professione: un detective operativo indosserà qualcosa di molto diverso rispetto a un banchiere svizzero. Ma conta anche la psicologia del personaggio: una figura ossessiva e precisa tenderà verso cronografi e complicazioni tecniche, mentre un personaggio più istintivo potrebbe portare qualcosa di essenziale e meccanicamente semplice.
    Anche un dettaglio apparentemente minimo può influire sulla percezione dello spettatore. Un modello cronologicamente sbagliato o esteticamente incoerente rischia di compromettere la credibilità del personaggio quasi a livello inconscio. Basti pensare al perfetto binomio Panerai/Stallone, oppure alle produzioni crime ambientate negli anni ’70 in cui compaiono autentici orologi Led e Lcd dell’epoca. Sono dettagli che fanno la differenza».

    Sviluppi ed estensioni di Iconic Hours

    Dopo questo primo volume, sta già pensando a un seguito o ad altri sviluppi del progetto?
    «C’è molto materiale che non è entrato nel libro, anche se al momento sono soddisfatto del risultato raggiunto. Stiamo però lavorando per rendere parte della ricerca accessibile gratuitamente online.
    Nel volume sono presenti fotografie completamente inedite, realizzate appositamente per il progetto, oltre a materiale coevo e identico a quello utilizzato nei film e nelle serie tv, così da contestualizzare meglio gli orologi all’interno delle rispettive produzioni.
    Nelle ultime settimane stiamo inoltre sviluppando il sito iconichours.com che raccoglierà tutti gli orologi identificati finora e includerà anche indicazioni di street price. L’idea è permettere agli appassionati di effettuare ricerche per film, attore, marchio o fascia di prezzo. Servirà ancora qualche mese di lavoro per completarlo, ma nel frattempo il libro con le immagini in alta risoluzione restano il cuore del progetto». 

  • “Rolex 1961-2025”: segreti e strategie nella guida di Marco Strazzi

    “Rolex 1961-2025”: segreti e strategie nella guida di Marco Strazzi

    A sette anni da Rolex 1905-1960, Marco Strazzi torna in libreria con il seguito ideale di quel primo volume. S’intitola Rolex 1961-2025 ed è un lavoro ampio, documentato, che attraversa oltre sessant’anni di evoluzione tecnica, industriale e strategica di Rolex, fino ai giorni nostri. Abbiamo intervistato l’autore per approfondire contenuti, scelte editoriali e prospettive future del Brand più iconico dell’orologeria contemporanea.

    Rolex 1961-2025 amplia un percorso già avviato. In cosa si differenziano i due volumi e cosa l’ha spinta a scrivere un seguito?
    Il primo libro raccontava la storia del Marchio dalle origini fino al 1960, anno della scomparsa del fondatore, Hans Wilsdorf. Questo secondo volume parte dal 1961 e arriva ai giorni nostri. È, a tutti gli effetti, il completamento naturale del progetto. Per anni molti lettori mi hanno chiesto perché non avessi ancora scritto il seguito. La verità è che il periodo più recente è stato anche il più difficile da affrontare: dagli anni 2000 in poi Rolex ha vissuto una fase di straordinario dinamismo. Il rischio di “invecchiare” il libro già in fase di stampa era concreto.

    Dal 2001 al 2025 conto 33 eventi fondamentali, contro gli 11 del periodo 1981-2000. Una crescita impressionante. Tuttavia, aggiornare il volume al 2025 significa chiudere simbolicamente il primo quarto del XXI secolo, pur sapendo che le novità non sono certo finite – né sul piano dei prodotti né su quello societario. Basti pensare alla progressiva fusione tra le entità di Ginevra e Bienne, completata dopo il 2004, che ha ridisegnato l’assetto del gruppo.

    La formula di Rolex 1961-2025 riprende quella del primo volume, pubblicato sette anni fa. Ce la può raccontare?
    La struttura è la stessa, perché si è rivelata efficace. Ogni capitolo si apre con un calendario degli eventi principali dell’anno o del periodo trattato, seguito dalla presentazione dei nuovi movimenti. C’è poi una galleria fotografica con schede dedicate agli orologi – in particolare alle novità – una selezione di campagne pubblicitarie commentate, una rassegna di brevetti e infine una raccolta di documenti d’epoca, tratti dalla stampa specializzata e generalista. Fa eccezione l’ultimo capitolo, dedicato al periodo 2001-2025: qui ho scelto una narrazione lineare, in cui tutti questi elementi si intrecciano in un racconto unico e continuo. Mi sembrava il modo più adatto per restituire la complessità e la velocità dell’ultimo quarto di secolo.

    Ci sono temi che ha voluto approfondire in modo particolare?
    Alcuni argomenti emergono quasi da soli. Ho dedicato, per esempio, spazio al rapporto tra Rolex e il quarzo: un tema spesso trascurato, anche perché gli Oysterquartz non hanno avuto un enorme successo commerciale, ma sono tecnicamente molto interessanti. Un altro capitolo importante è quello sul Daytona automatico, prima con movimento Zenith e poi con calibro di manifattura Rolex. In generale, il libro mette in luce come certi periodi apparentemente “immobili” – penso agli anni ’90 – siano stati in realtà fasi di consolidamento industriale. In quel decennio venne presentato solo lo Yacht-Master, ma l’azienda stava acquisendo fornitori strategici e rafforzando la propria struttura produttiva, preparando il terreno alla grande espansione degli anni 2000.

    Dal punto di vista storico, qual è l’evoluzione più significativa tra la Rolex degli anni ’60 e quella attuale?
    La parola chiave è continuità. Rolex ha sviluppato e perfezionato le intuizioni del suo fondatore, che fin dall’inizio credette nell’orologio da polso come strumento autonomo, preciso, impermeabile e dotato di carica automatica. Tre pilastri che ancora oggi definiscono l’identità del Marchio.

    Ciò che è cambiato maggiormente riguarda la distribuzione e la struttura societaria. Nel 2022 è stato lanciato il programma Certified Pre-Owned e nel 2023 Rolex ha acquisito la storica catena Bucherer, rafforzando ulteriormente il controllo sulla rete distributiva. Non tutti sanno che Rolex è nelle mani di una fondazione, inattaccabile dal punto di vista commerciale, con risorse economiche straordinarie e un importante patrimonio immobiliare, in particolare a Ginevra. Inoltre, la costruzione del nuovo polo produttivo nel Canton Friburgo, operativo dal 2029, porterà a 15.000 il numero complessivo di dipendenti in Svizzera. Numeri che non hanno paragoni nel settore.

    Rolex è sinonimo di lusso. Come è cambiata questa percezione nel tempo?
    L’immagine di Rolex è il frutto di una strategia di comunicazione lungimirante. Storica la collaborazione con l’agenzia americana J. Walter Thompson, che contribuì a costruire il mito del “Rolex per persone importanti”. Celebre la campagna con lo slogan: “Gli uomini che presiedono al destino del mondo portano orologi Rolex”. Un messaggio potente, che associava il marchio a leader, ufficiali, protagonisti della scena internazionale. Emblematico anche il caso di Dwight D. Eisenhower, fotografato con un Datejust in oro al polso. Negli anni il Marchio ha poi legato il proprio nome ai campioni dello sport e agli eventi più prestigiosi, dalla Formula 1 al tennis, consolidando l’idea che i vincenti scelgano Rolex. Sempre con un posizionamento chiaro: non artigianato romantico, ma eccellenza industriale, precisione, affidabilità e robustezza.

    Qual è stata la difficoltà maggiore nel raccontare una storia così complessa?
    Rolex comunica solo attraverso canali ufficiali e non risponde a richieste di approfondimento. Oggi pubblica anche volumi sui propri modelli iconici, il che rende il lavoro del ricercatore indipendente ancora più sfidante. Per questo è fondamentale disporre di un archivio storico solido, di fonti diversificate e di un patrimonio fotografico adeguato.

    Ci sono episodi che l’hanno sorpresa durante la ricerca?
    Sì. Penso alla vicenda di Mercedes Gleitze, prima donna britannica ad attraversare a nuoto la Manica nel 1927. Quando il suo record fu messo in discussione, tentò nuovamente l’impresa indossando un Rolex: nacque così una delle prime, straordinarie operazioni di comunicazione del Marchio. Un altro episodio significativo risale al 1977: in piena crisi dell’orologeria svizzera, travolta dal quarzo asiatico, Rolex acquistò il grattacielo della propria sede americana sulla Fifth Avenue di New York. Un segnale di forza e fiducia nel futuro.

    Che futuro immagina per Rolex?
    In un mondo segnato dall’incertezza, credo che il divario tra Rolex e il resto del mercato tenderà ad ampliarsi. Quando il contesto è instabile, il pubblico si orienta verso valori percepiti come solidi e sicuri. E Rolex, in quest’ottica, continua a rappresentare un punto di riferimento unico.

  • “300 orologi iconici”, l’ultimo volume di Mara Cappelletti

    “300 orologi iconici”, l’ultimo volume di Mara Cappelletti

    Storica dell’arte, giornalista, docente universitaria, curatrice di mostre, autrice di riferimento nel mondo della gioielleria… Mara Cappelletti torna in libreria con I Maestri del Tempo. 300 orologi iconici (24 Ore Cultura), un volume che sembra destinato a diventare un punto di riferimento per collezionisti e appassionati. Un’opera da non perdere – da tenere in considerazione anche come strenna per il prossimo Natale – adatta ai collezionisti, agli appassionati e ai curiosi dell’industria delle lancette. Cappelletti collabora da anni con alcune delle principali maison svizzere e ha firmato numerosi volumi dedicati all’arte della misura del tempo, molti dei quali tradotti anche all’estero. I lettori più affezionati de Il Giornale degli Orologi la conoscono anche per aver letto su queste pagine la recensione di pubblicazioni da lei curate, come Lo stile del tempo.

    300 orologi iconici in sintesi

    Ne I Maestri del Tempo. 300 orologi iconici Mara Cappelletti firma un’opera curata nei minimi dettagli, che celebra tre secoli di eccellenza orologiera attraverso una selezione di pezzi leggendari. «Non è solo una raccolta di modelli, ma un omaggio all’ingegno, alla tecnica e al design che attraversano i secoli», mi ha raccontato durante l’intervista realizzata in esclusiva. Perché noi del Giornale degli Orologi volevamo saperne di più su questo libro, che è un vero e proprio viaggio tra creazioni leggendarie e marche che hanno fatto la storia.

    Nelle 400 pagine riccamente illustrate, si incontrano infatti tantissimi esemplari celebri, sia capolavori del passato sia pezzi contemporanei. I Maestri del Tempo. 300 orologi iconici è una rassegna in cui ogni orologio diventa simbolo del perfetto equilibrio tra estetica, innovazione tecnica e maestria artigianale. Ogni capitolo è dedicato a una maison e ne ripercorre le origini, le evoluzioni tecnologiche, le influenze culturali e artistiche, soffermandosi sulle produzioni più affascinanti. In particolare sulle complicazioni: tourbillon, calendari perpetui, ripetizioni minuti, cronografi rattrappanti, fasi lunari.

    Come fa notare la presentazione del volume (67 euro), in un’epoca in cui l’orario è ovunque e sempre più digitale, 300 orologi iconici ci invita dunque a riscoprirlo nella sua forma più tangibile e poetica: l’orologio meccanico. Si attraversano così le storie, le visioni e i modelli più emblematici di dodici maison storiche: da Audemars Piguet a Patek Philippe, da Blancpain a Breguet, passando per Rolex, Omega, Jaeger-LeCoultre, Longines, Bulgari, Eberhard & Co., IWC Schaffhausen, fino a Vacheron Constantin.

    Quattro chiacchiere con l’autrice

    Come nasce l’idea di scrivere questo viaggio “tra meccanica, arte e design”, che si snoda fra le grandi case di orologeria e i loro esemplari più noti?
    «L’idea di questo viaggio nasce anni fa, attorno al 2012, quando avevo prodotto per 24 Ore Cultura la collana I Maestri del Tempo. Si trattava di una serie di monografie dedicate alle maison d’alta orologeria, pubblicate come allegato al Sole 24 Ore. Oggi, quasi tredici anni dopo la pubblicazione di quella collana, abbiamo pensato di riunire i marchi trattati singolarmente facendone una selezione. All’epoca ci eravamo occupati di venticinque maison, mentre oggi sono dodici, scelte fra le più importanti. Ci sembrava mancasse una pubblicazione del genere, cioè un’antologia con la storia delle varie case e con alcuni dei loro modelli più importanti».

    Da Patek Philippe a Eberhard & Co., con quali criteri avete operato la scelta delle dodici marche, tra le più prestigiose al mondo?
    «Nel libro si trovano alcuni nomi storici, da Patek Philippe a Vacheron Constantin a Rolex, che mai possono mancare. Sugli altri nomi presenti all’interno del volume, abbiamo fatta una scelta curatoriale, includendo comunque tutte le case principali».

    Durante la preparazione e la stesura del volume, c’è qualcosa che l’ha colpita in particolare?
    «È stato interessante soprattutto vedere come è cambiato l’approccio delle maison in questi ultimi anni. Analizzare come siano state razionalizzate per esempio la produzione e l’offerta di orologi… Ciascun marchio è andato a fare una ricerca molto approfondita sul proprio heritage. Quindi in tanti hanno messo a disposizione materiali d’archivio che dodici anni fa non erano neppure disponibili. E questo è un grande valore aggiunto a favore del lettore, in quanto a scrittura e narrazione. Ed è anche servito a rimaneggiare il lavoro che era stato fatto».

    Quali sono state le fonti documentarie per 300 orologi iconici? Oltre al sapere personale, che deve aver inciso molto, si è basata su una bibliografia o ha contattato direttamente le case, una per una?
    «Tutto insieme, senz’altro. Visto che ormai da diversi anni mi occupo di questo tema, nel tempo ho raccolto tantissimo materiale. Inoltre mi sono confrontata direttamente con le maison, e – come dicevo prima – in diverse situazioni ho avuto a disposizione documenti che finora non erano mai stati selezionati».

    Viviamo in un’epoca sempre più digitale, anche rispetto al tempo. Quale futuro per un oggetto datato, se non addirittura anacronistico come l’orologio meccanico?
    «Ci sono oggetti che mantengono il proprio fascino eterno, anche in tempi moderni, digitali, proprio perché rientrano in un ambito di altissimo artigianato che in molti casi diventa arte. Credo sia proprio questo il grande fascino degli orologi. Forse ancora più dei capi d’alta moda (altra forma di “artigianato d’arte”, ndr), perché l’orologeria ha una fruizione meno veloce. Chi acquista un esemplare simile sa che esso ha un valore che cresce nel tempo. Si tratta di solito di pezzi conservati con cura nel tempo, che passano di generazione in generazione, ancora di più se si ha la passione del collezionismo. E poi trasmettono il fascino della meccanica. Per esempio, ci sono modelli che riescono a dare informazioni di tipo astronomico: sembra quasi una magia».

    Può definire la sua personale idea di tempo, attraverso l’orologeria d’eccellenza?
    «Il tempo è un concetto già di per sé affascinante, in quanto si percepisce diversamente in momenti diversi. È qualcosa che ci accompagna costantemente, sta un po’ a noi come viverlo. Se penso a tutti questi esemplari che hanno fatto la storia dell’orologeria, penso proprio al tempo come a un continuum. Qualcosa che va avanti da secoli e che andrà ancora avanti in futuro».  

  • Coffee table book, storie di orologi come strenne natalizie

    Coffee table book, storie di orologi come strenne natalizie

    È una tradizione ormai classica, derivata dal successo ottenuto in tutto il mondo a partire dagli anni ’80. Canticchiare, magari solo mentalmente, Do they know it’s Christmas time in questo periodo di festa è ormai un rito, che ci accompagna anche durante la scelta dei regali da mettere sotto l’albero. Come in questo caso, alla scoperta delle novità di libri dedicati all’orologeria, da collezionare o da regalare. Non libri qualunque, ma grandi volumi patinati, destinati a una lettura “leggera”, belli da sfogliare perché ricchi di illustrazioni, con la copertina rigida, le pagine ad alta grammatura e le legature tese ancora scrocchianti. Coffee table book, li chiamano nei Paesi anglosassoni, per sottolineare che vanno esposti su un tavolino per intrattenere gli ospiti e diventare magari oggetto di conversazione. Ecco allora qualche coffee table book in tema di orologi, da intendere come suggerimenti per una perfetta strenna natalizia. Tutti reperibili nelle principali librerie internazionali, anche online, per far felici appassionati e collezionisti.

    Nel blu

    Sicuramente è il più celebre orologio subacqueo del mondo. Ora, a più di 70 anni di distanza dal lancio, per la prima volta Rolex ne autorizza ufficialmente il racconto. La storia completa è così narrata da una grande firma del giornalismo specializzato, nonché storico ed esperto di beni di lusso, e pubblicata da un’indiscussa autorità mondiale del design. Il bello è che accanto a una selezione originale delle immagini, questo coffee table book riporta anche la testimonianza di personaggi rinomati, dalla biologa marina Sylvia Earle al fotografo David Doubilet, fino l’acquanauta Dr Joe MacInnis. Oltretutto, pare proprio che sarà il primo di una lunga serie di libri dedicati agli altri esemplari della Casa della Corona…

    Nicholas Faulkes, Oyster Perpetual Submariner: The Watch That Unlocked the Deep, Wallpaper*, 252 pagine, 125 euro.

    Multimedia

    Il libro è un bestseller: tant’è che è arrivato alla terza edizione, riveduta, ampliata e aggiornata dall’autore – un noto giornalista specializzato tedesco. Ma ora ritorna in versione definitiva: in tiratura limitata, confezionato in un lussuoso cofanetto rosso e oro, e rilegato in similpelle, blu e oro. Esaustivi i testi, permettono di comprendere l’unicità del Marchio ginevrino e la misura in cui ha contribuito allo sviluppo tecnico dell’orologio da polso. Ma non finisce qui. Come il precedente, pubblicato lo scorso anno, il volume fisico è corredato di contenuti digitali aggiuntivi nuovi di zecca, cui solo i possessori hanno accesso esclusivo tramite l’app teNeues. Una vera chicca…

    Gisbert L. Brunner, The Watch Book Rolex, teNeues, 280 pagine, 450 euro.

    Spirito teutonico

    Dello stesso autore ed editore, un approfondimento sul Marchio made in Germany e sullo sviluppo dell’industria orologiera tedesca. Anche qui testi informativi e un ampio corredo di fotografie raccontano la storia del Brand, fondato nel 1882, con particolare riscontro sul ruolo pionieristico dei suoi cronometri negli sport motoristici. Merita un cenno l’orologio riprodotto in copertina: il cronografo “dimenticato” di Steve McQueen, da lui acquistato privatamente e tanto amato da indossarlo durante le riprese del film The War Lover (1962). Creato negli anni ’50 per le forze armate tedesche, di recente è stato rieditato dalla Casa in una versione fedele all’originale.

    Gisbert L. Brunner, The Watch Book Hanhart, teNeues, 224 pagine, 80 euro.

    Storie eccezionali

    Un affascinante viaggio nel tempo attraverso le immagini di orologi famosi. Come si legge nel sottotitolo, questo coffee table book riguarda 90 modelli rari da collezione, dal Rolex Daytona al Casio G-Shock, dall’inizio del Novecento fino ai nostri giorni. Di ciascun orologio, catalogato e accompagnato da un ritratto del fotografo Henry Leutwyler, racconta la storia. D’altra parte, come spiega l’autore: “Dietro un orologio ci sono spesso storie nascoste. Storie di chi lo ha realizzato e di chi lo ha indossato. Dall’orologiaio al subacqueo, dall’astronauta al collezionista, dal padre al figlio, persino dall’acquirente al ladro, un orologio non invecchia (…), guadagna solo in sostanza”.

    Clément Mazarian, Exceptional Watches, Octopus Publishing Group, 232 pagine, 62,50 euro.
  • Libri di orologi, una vetrina di novità per appassionati

    Libri di orologi, una vetrina di novità per appassionati

    Monografie, storie illustrate, guide specifiche e altro ancora. Negli ultimi mesi, in libreria, sono usciti numerose pubblicazioni, grandi e piccole, dedicate al mondo delle lancette. Ecco allora la nostra rassegna di libri di orologi, per quanti amano approfondire la propria passione. Perché i libri di orologi sono l’unico mezzo per saperne di più, per fare proprie le conoscenze altrui, in un modo così profondo che né i siti internet né i social media riescono a uguagliare. I libri di orologi sono una miniera di informazioni, non solo per i collezionisti. Volete mettere quante notizie, quante curiosità potete leggere nei libri di orologi che non riuscireste a trovare da nessun’altra parte? Sta a voi scoprirlo…

    Momenti di gloria

    Per ripercorrere la storia di Breitling, che quest’anno spegne appunto 140 candeline, è in arrivo (il 5 novembre) 40 Years in 140 Stories. Un libro che racconta lo stile e le regole non convenzionali seguite dal Marchio a partire dal debutto, nel 1884, nel piccolo atelier di Leon Breitling. Curato dalla stessa Maison svizzera, con il contributo fra gli altri di Gregory Breitling e Fred Mendelbaum, raccoglie 140 aneddoti, con tanto di documenti rari, foto private e focus su oltre 100 orologi, vintage e moderni. L’edizione inglese (per ora l’unica disponibile) è in pre-ordine anche nelle maggiori librerie online.

    AA.VV., 140 Years in 140 Stories, Rizzoli Interntional, 288 pagine, 95 dollari.

    100 anni di evoluzione

    Jack Forster, Citizen: The Essence of Time, Assouline, 240 pagine, 195 euro.

    Scritto da uno dei più noti e preparati giornalisti di orologeria, un bel volume (in inglese) illustrato e di grandi dimensioni. Citizen: The Essence of Time è un’approfondita monografia sull’azienda giapponese – autentico colosso a livello mondiale sia per i numeri di produzione sia per il seguito di fan -, che quest’anno ha festeggiato i 100 anni dal lancio del primo orologio (da tasca) con il proprio marchio. E ne ripercorre la storia fatta di progressi tecnici, dall’uso poionieristico del titanio allo sviluppo della tecnologia Eco-Drive alimentata dalla luce, fino alla ricerca della precisione assoluta con lo scarto di un secondo all’anno del Calibro 0100.

    Dal diapason al quarzo

    Fresco di stampa, Collezione elettrica è un’autentica chicca, imperdibile per gli appassionati del genere. In cui l’autore, collezionista e studioso Clément Mazarian, ripercorre la storia degli orologi elettrici, presentando una selezione fra i più importanti esemplari a tema, a partire dal diapason per arrivare al quarzo. Dal Lip R27 all’Hamilton 500, dall’originale Rolex Texano al leggendario Pulsar fino agli Swatch più emblematici, ogni modello è descritto, spiegato, commentato e fotografato. Di fatto, la prima opera di riferimento sugli orologi elettrici, elettronici e al quarzo, d’epoca.

    Clément Mazarian, Collezione elettrica, L’Ippocampo Edizioni, 240 pagine, 29,90 euro.

    Shopping intelligente

    Leonard Lowe, Orologi Lusso, pubblicazione indipendente, 183 pagine, 20 euro – 9,99 euro in formato Kindle.

    Una guida per chi si avvicina all’orologeria, quella “vera” – fatta di esemplari costosi, perfino costosissimi. Che certo possono anche essere investimenti redditizi, purché scelti con cognizione di causa e dopo attente riflessioni. Il libro Orologi di lusso – scritto da un un ingegnere, ricercatore, nerd appassionato, “collezionista di conoscenze” come ama definirsi – aiuta proprio a evitare decisioni errate che potrebbero costare molto denaro, e a capire come funziona il mercato dell’orolgeria alto di gamma. Per riconoscere quali modelli valgano davvero la spesa.

    Passione secondo polso

    L’interesse nei confronti dell’orologeria vintage o del cosiddetto “secondo polso” negli ultimi tempi è cresciuta a livello esponenziale. Si tratta però di una passione, e di una scelta di investimento, che va affrontata con attenzione, consapevolezza, sicurezza. È quindi più che mai di riferimento l’annuario Kairós Watches & Collectors: un libro-magazine ideato da Franz Botré, Direttore di Arbiter, e distribuito nelle migliori edicole dalla scorsa estate. Uno strumento utile che aiuta a sapere quanto vale il proprio orologio. Con tanto di report aggiornati e di analisi dei 2.024 orologi che hanno ottenuto le migliori performance nelle aste più importanti.

    Kairós Watches & Collectors 2024, Phoenix Editore, 192 pagine, 70 euro.

    Un anno di orologi

    Peter Braun, Wristwatch Annual 2024, Abbeville Press, 351 pagine, 42 euro.

    Ormai è una tradizione. La scorsa estate è uscito Wristwatch Annual 2024, il consueto annuario a cura del celebre giornalista specializzato Peter Braun. “Il catalogo del produttori, con i prezzi, i modelli e le specifiche”, come recita il sottotitolo, presenta informazioni complete su oltre 1.400 modelli di 130 marchi internazionali, dai pilastri svizzeri come Patek Philippe e Rolex ai brand indipendenti e anticonformisti che spuntano ovunque, in Europa e negli Stati Uniti. Organizzato in ordine alfabetico per marca, descrive in modo completo il movimento, le funzioni, l’habillage e le varianti di ogni orologio raffigurato.

    Anatomia di un complicato

    Realizzato in serie limitata negli anni ’90, un complicato semi-sconosciuto ai più. Di cui ora è possibile conoscere tutto, o quasi, grazie allo studio di Stefano Mercuri: Audemars Piguet Répétition Minutes avec Heures Sautantes Ref. 25723, di recente pubblicazione. Frutto di anni di minuziose ricerche, l’autore ha ritrovato, censito e catalogato il 30% degli orologi prodotti dalla Manifattura. E nella sua “Guida alla scoperta di un orologio dai grandi contenuti” (come recita il sottotitolo), evidenzia gli aspetti più nascosti di questa creazione, dai risvolti storici alle particolarità meccaniche. Inclusa un’analisi delle correlazioni tra numeri individuali e seriali di cassa.

    Stefano Mercuri, Audemars Piguet Répétition Minutes avec Heures Sautantes Ref. 25723, pubblicazione indipendente, 48 pagine, 15 euro.

  • “I 12 orologi che raccontano il mondo”, la storia della civiltà in un libro

    “I 12 orologi che raccontano il mondo”, la storia della civiltà in un libro

    Ci sono diversi modi per raccontare la storia del mondo. Uno passa dagli strumenti ingegnati per misurare il tempo. È il modo – avvincente – che tenta lo storico e ricercatore inglese David Rooney con il saggio I 12 orologi che raccontano il mondo (pubblicato da Garzanti). Avvincente perché ci ricorda quanto i metodi inventati per calcolare il trascorrere del giorno e della notte abbiano segnato la strada del progresso umano, a partire dall’origine della civiltà. E dimostra quali sono gli effetti reali che continuano ad avere sull’economia, sulla politica e sulle nostre vite.

    Come sappiamo, infatti, in ogni epoca l’uomo ha tentato di misurare, di scandire il tempo. E ha creato così strumenti specifici, che vanno dalle meridiane dell’antica Roma agli orologi ad acqua della Cina imperiale, dalle “rivoluzionarie” clessidre del Medioevo fino ai moderni smartwatch. Ma più che dall’aspetto tecnico e tecnologico, l’autore è affascinato dalle motivazioni che hanno spinto l’uomo a progettare metodi sempre più sofisticati e di precisione per misurare il tempo.

    I 12 orologi che raccontano il mondo non intende quindi essere un saggio sulla storia dell’orologeria dal punto di vista scientifico. E neppure un trattato di filosofia. Come infatti David Rooney sottolinea nell’introduzione, la sua vuole essere invece “una personale riflessione sulla storia del mondo” vista da una diversa angolazione. Cioè a partire dagli orologi: manufatti che, per un motivo o l’altro, assumono particolari significati, diventano simboli dell’evoluzione dei valori e dei costumi. E gettano luce su determinati aspetti delle nostre vite. Aspetti quali i metodi con cui siamo governati, le nostre convinzioni, il modo che abbiamo di raccontare storie.

    “La storia del tempo è la nostra storia. E la storia degli orologi è la storia della civiltà”, scrive appunto l’autore. Cresciuto fra gli orologi (i genitori avevano installato un’impresa familiare a South Shields, nel Nord-Est dell’Inghilterra), Rooney ha lavorato come responsabile della misurazione del tempo presso l’Osservatorio Reale di Greenwich; ed è membro del comitato del Clockmakers’ Museum di Londra, il più antico museo al mondo dedicato agli orologi.

    Non solo oggetti nati dall’evoluzione dell’ingegno dell’uomo. Per centinaia di anni gli strumenti del tempo sono stati usati dalle élite finanche per arricchirsi, conservare il potere, controllare i popoli. E a volte, anche grazie agli orologi, i popoli hanno contrattaccato. Ogni tipologia di esemplare insomma ha la propria storia, il proprio senso; e va inquadrato in un determinato periodo dell’evoluzione umana.

    Nel libro I 12 orologi che raccontano il mondo, la storia degli orologi viene usata come chiave di lettura “per esaminare lo scambio di conoscenze, il capitalismo, la costruzione degli imperi e i radicali mutamenti introdotti nelle nostre vite dall’industrializzazione”. Spiega infatti l’autore: “Prenderemo in considerazione la moralità – il giusto o sbagliato -, nonché l’identità – chi siamo -, il tutto mediato dagli orologi. E osserveremo con risolutezza vita, morte, guerra e pace. La gente usa gli orologi per uccidere, ma gli orologi potrebbero anche salvarci, se solo pensassimo al potere che detengono”.

    Per compiere questa odissea di 312 pagine – che, secondo il Times, avrebbe appassionato Charles Dickens -, Rooney ha suddiviso il volume in 12 capitoli, ciascuno dedicato ad altrettanti misuratori del tempo, al ruolo che hanno avuto e al loro significato. Per esempio, il primo capitolo de I 12 orologi che raccontano il mondo s’intitola “Ordine”. E ci riporta indietro nella Roma di 2000 anni fa e all’arrivo della prima meridiana, nel 263 a.C. ad opera di Manius Valerius Maximus come parte del bottino razziato dalla presa di Catania.

    Un oggetto all’apparenza modesto, che però ha cambiato per sempre la Storia dell’umanità. Quella meridiana, come del resto tutti gli orologi pubblici delle diverse epoche, siano issati su torri o campanili, “sono stati messi lì per imporci un ordine”… A questo proposito, è citato anche l’orologio della Torre di Sant’Andrea a Chioggia – quello studiato dalla nostra connazionale Marisa Addomine, per intenderci – da molti attribuito alla dinastia dei Dondi. Datato 1386 e tuttora funzionante.

    Proseguendo nella descrizione dell’opera, il terzo capitolo invece è dedicato alla “Virtù”. E parte dall’allegoria del Buon Governo (1338-1339) di Ambrogio Lorenzetti, che presenta una Temperanza con in mano una clessidra. E così via, attraverso curiosità come Gog & Magog, i giganti guardiani della City che battevano le ore sopra l’ingresso del negozio di orologeria di John Bennet, al 65 di Cheapside, nella Londra della seconda metà dell’Ottocento. Per passare agli orologi atomici in miniatura del tempo di “Guerra”. Fino ad arrivare al dodicesimo e ultimo capitolo, sul concetto di “Pace”, in cui si trovano i cronometri al plutonio.  

    Un viaggio lungo la storia dell’Uomo raccontato con l’evocazione narrativa di fatti e luoghi lontani. Supportato non da immagini a colori ma da una ricca bibliografia, che diventa occasione di approfondimento nel caso qualcosa in particolare ci colpisca. Un libro che permette di farsi un’idea della valenza civile ed evolutiva degli strumenti del tempo. Dopo averlo letto gli appassionati vedranno gli orologi con un’ottica diversa, ne siamo certi. Molto più completa.

  • “Air Time”, gli orologi per il volo in un libro. Raccontato dall’autore

    “Air Time”, gli orologi per il volo in un libro. Raccontato dall’autore

    Per gli appassionati di orologi d’aviatore, Air Time: Watches Inspired by Aviation, Aeronautics, and Pilots dell’americano Mark Bernardo è un libro (edito da Rizzoli International) da tenere in collezione. Prima di tutto perché è scritto da un esperto: l’autore è anche Senior editor della rivista newyorkese WatchTime. E poi perché è l’ultimo capitolo di una trilogia sugli orologi dei diversi elementi: terra, acqua e aria. Air Time segue infatti altre due importanti pubblicazioni: Sea Time: Watches Inspired by Sailing, Yachting and Diving, scritto da Mark Bernardo e Aaron Sigmond; e Drive Time: Watches Inspired by Automobiles, Motorcycles and Racing, di Aaron Sigmond. Il nuovo volume, Air Time, si presenta quindi come un bel volo di 240 pagine fra i modelli e i marchi – iconici o meno conosciuti – che hanno fatto la storia degli orologi da pilota e dintorni. Ne abbiamo parlato con lo stesso Mark Bernardo.

    Nel suo libro presenta oltre novanta esemplari rappresentativi del mondo dell’aviazione. Come li ha selezionati?
    «È stata necessaria molta ricerca. Anche perché ho dato spazio sia ad orologi di grandi marchi noti che a quelli degli indipendenti più piccoli. Alla fine, volevo il giusto equilibrio tra orologi da pilota tradizionali, cronografi e timer più complicati. E anche orologi fatti apposta per l’uso in ambienti aeronautici come, appunto, i viaggi nello spazio».

    Come è strutturata l’opera?
    «All’inizio si trova una breve storia dell’aviazione in cui approfondisco la sua evoluzione insieme alla scienza del cronometraggio. Successivamente, sette capitoli esplorano altrettante epoche distinte dell’aviazione. Tale esplorazione avviene attraverso la lente di marchi iconici o di orologi che rappresentano meglio il periodo preso in esame. Per esempio, Cartier per i pionieri del volo. IWC per le guerre mondiali. Breitling per l’età d’oro dei viaggi aerei degli anni ’50. Poi Omega per la corsa allo spazio degli anni ‘60, e così via. Il periodo di tempo coperto è sostanzialmente dal 1900 ai giorni nostri.

    La dozzina di orologi più iconici della categoria sono poi esplorati nelle pagine loro dedicate. Quindi, il libro presenta quasi 100 esemplari suddivisi nelle categorie “Piloti”, “Astronauti”, “Viaggiatori del mondo” e “Per la lounge First Class”, con foto a colori e passaggi descrittivi su ogni modello».

    Come si è documentato?
    «Ovviamente, in qualità di Senior editor della rivista WatchTime, ho apportato al progetto un patrimonio di mie conoscenze personali. Ma mi sono rivolto anche al lavoro di altri esperti di orologi e giornalisti. Poi ho attinto dai materiali storici e archivistici forniti dai diversi marchi di orologi. E infine ho consultato fonti storiche come quelle dello Smithsonian».

    Air Time è l’ultimo capitolo della trilogia di volumi iniziata con Drive Time e proseguita con Sea Time. Cosa l’ha spinta a scrivere un’opera così ponderosa?
    «L’idea originale per la trilogia è venuta, in realtà, ad Aaron Sigmond, che ha scritto Drive Time ed è stato il mio co-autore per Sea Time. Nel senso che mi ha coinvolto a scrivere assieme a lui Sea Time. Diciamo quindi che mi ha passato il testimone su Air Time quando ha riconosciuto il mio interesse per quel particolare genere di orologi.

    Penso che ogni libro sia unico a modo suo, ma insieme formano un quadro molto coerente e completo delle tre categorie più popolari di orologi sportivi di lusso. Drive Time è tutto Aaron, invece Air Time riflette tutto me stesso; infine Sea Time raccoglie entrambe le nostre competenze. Sono molto grato ad Aaron per l’opportunità che mi ha dato di “volare da solo” in questo ultimo libro della trilogia».

    Immagino che sarà un appassionato collezionista…
    «Più che un collezionista vero e proprio, sono un appassionato! Attualmente ho più di 20 orologi in collezione, di cui circa cinque da piloti o dotati di funzionalità per il viaggio, dual-time o world-time ».

    Quale aspetto degli orologi da aviatore l’affascina di più?
    «Gli orologi da pilota e gli orologi dedicati al viaggio sono affascinanti perché, come spero di chiarire nel libro, la storia che trasmettono è strettamente legata a quella del volo. Ed anche alla necessità di un cronometraggio accurato, nel caso in cui l’orologio sia utilizzato per missioni militari di volo in tempo di guerra. Ma anche nei viaggi d’affari e di piacere, quando si tratta di attraversare più fusi orari. E nelle missioni spaziali: come nel caso dell’Apollo 13, è entrato in servizio per salvare un equipaggio di astronauti in una situazione pericolosa».

    Quali sono gli esemplari che apprezza di più?
    «Naturalmente, gli orologi da pilota più iconici: Breitling Navitimer, IWC Big Pilot’s Watch, Rolex GMT-Master, Longines Angolo Orario. Tra i modelli e i marchi più recenti, ammiro ciò che Zenith ha fatto con la serie Pilot Type XX e il design intelligente delle edizioni limitate BR 01 Flight Instrument di Bell & Ross, come il Red Radar. E, anche se non è il marchio più famoso, ho sempre avuto un debole per il look militare anticonformista dei modelli Chronofighter di Graham, con quel pulsante cronografo a forma di grilletto».