Giornale Degli Orologi
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Tag: Mademoiselle Coco

  • La camelia: la terza “C” di Chanel

    La camelia: la terza “C” di Chanel

    Da non crederci: Coco Chanel non ha mai rilasciato interviste o vere menzioni riguardo al suo amore per questa candida cultivar giapponese. Solo una volta, quando una giornalista le chiese cosa mangiasse al mattino, rispose: «Una camelia». Frase di sicuro non preparata, uscita da una fantasia costruita sui libri, i segreti e lo spirito del tempo. Con un certo pensare snob o intellettuale, magari ispirato da libri o artisti, è stata la prima a dare importanza a materiali e simboli (es: tweed, perle, leoni, stelle, eccetera…), prima considerati popolari. Come Marcel Proust dava un significato a tutto.

    E per lei questa acidofila divenne il simbolo di raffinatezza, coesione e ambiguità. Leggenda narra che Mademoiselle Coco fu impressionata da un’interpretazione di Sarah Bernhardt in La signora delle camelie. Più che per le doti del personaggio Marie Duplessis (una cortigiana che appuntava ogni sera al vestito una camelia bianca o rossa), Mademoiselle, da astuta e razionale che era, volle questo fiore come portafortuna. Ne analizzò le qualità estetiche e la elesse a suo passepartout. Grazie ai petali così precisi e grafici, la trasformò in una spilla, cugina perfetta dei suoi cappelli. E, come per certi copricapi, per realizzare le camelie occorrono ancora oggi tessuto, vapore e utensili di precisione.

    Gabrielle amava le camelie sulle donne perché erano senza profumo (così ognuna poteva indossare il suo) e illuminavano gli abiti in chiffon che realizzava per loro. Era il 1923 quando ne posò una sui fianchi: e da allora quel fiore, come la Camellia Sasanqua, fiorisce anche d’inverno in ogni categoria Chanel. Nel make-up si posa su rossetti o polveri compatte e aleggia perfino nei profumi, con il nitore dei petali e l’idea dell’essenza evocati dalla gardenia. Nella moda Coco, Karl Lagerfeld e oggi Virginie Viard propongono questi boccioli in mille varianti grazie ai laboratori Lemarié, che li realizzano in esclusiva. Il culmine lo raggiunse Karl, quando realizzò nel 2005 un abito da sposa con più di 2.000 camelie; poi l’anno scorso Virginie Viard, in un giacchino di batuffoli di camelia. Per l’ultima collezione di Haute Couture, sempre Virginie ha chiesto al regista Anton Corbijn di disegnarne una sull’invito.

    La gioielleria prima (era il 2001) e l’orologeria poi non hanno resistito a fregiarsi di questo fiore stondato nelle loro collezioni. Se il “debutto” fu nel 2005, da allora non si contano le versioni con variazioni fra le più diverse: con quadrante ricamato da Lesage (il Mademoiselle Privé brodé par Lesage), con tourbillon su cassa trasparente (Première Squelette Camélia) o a vista (il Première Tourbillon Volant). E ancora con i petali incastonati sulla cassa (montre Camélia), con madreperla sul quadrante (Mademoiselle Privé Marqueterie), e sulla manchette in tweed in cui la camelia nasconde minuti e ore (Mademoiselle Privé Bouton).

    Oggi il più costoso invece è il Camélia Baroque, un esemplare dell’ultima collezione di alta gioielleria dedicata a Venezia. Ci vogliono 650mila euro per averlo. Ma il prezzo è giustificato dall’importante caratura oltre che dalle lavorazioni orafe. Patrice Leguéreau, Direttore dello Studio de Création Joaillerie Chanel, l’ha immaginato guardando le cornici di vetro degli specchi veneziani nell’appartamento di Mademoiselle in rue Cambon. Un orologio che rappresenta il dono ideale di un moderno Casanova o l’espressione massima di una donna indipendente che però non rinuncia al proprio carattere complesso e romantico. Un fiore che brilla di notte e che è, allo stesso tempo, un investimento per il futuro.

    Una scelta che si bilancia perfettamente con il Première Extrait de Camélia: modello ben più essenziale, in cui il lato frivolo del fiore è tutto nel charm mobile legato alla corona. Solo mille pezzi al mondo. Che sia, o no, tempestato dai diamanti, porta ancora più lo sguardo alle tipiche forme ottagonali Art Déco. Dopo il successo di Mademoiselle (anche lei diventata un charm grazie ad Arnaud Chastaingt sul modello J12 Mademoiselle Acte II), ora a smuovere la geometria perfetta del Première è un ciondolo.

    Avete paura di rovinare con questo pendente sempre in movimento la cassa con segni o striature? Chi l’ha provato garantisce che la gravità faccia in modo che il fiore resti più a contatto della pelle di quanto si pensi. E ogni volta che si muoverà penserete a chi ve lo ha regalato – visto che, nel linguaggio dei fiori, i sentimenti collegati alla camelia sono amore, stima e ammirazione. Doti già raccontate dal medico e botanico Carlo Linneo, che nel 1735 l’aveva dedicata al religioso Joseph Kamel. Questo fiore infatti non perde i petali e ricorda chi sa affrontare bene le difficoltà. Altra particolarità: se i petali si staccano, di norma, lo fanno accompagnati dal calice, dopo che il fiore è appassito. Ecco perché in Cina la camelia rappresenta l’unione perfetta e la devozione tra due innamorati.

  • Code Coco: variazioni sul tema, chez Chanel

    Code Coco: variazioni sul tema, chez Chanel

    Si chiamano Code Coco Oversize, Code Coco Leather e Code Coco So Black. Sono tre edizioni limitate che vanno ad arricchire la collezione Code Coco, lanciata nel 2017, in occasione dei 30 anni dell’orologeria Chanel. E seguono un altro esemplare uscito la scorsa primavera, il Code Coco Pixel. Insieme stanno a dimostrare non solo la fantasia dei progettisti della casa – Arnaud Chastaingt e il suo team –, ma anche la versatilità della collezione stessa. Capace di cambiare aspetto, di assumere stili diversi e intanto di acquisire nuovi significati: di far riferimento ai ricordi personali di Mademoiselle, o ai valori storici e alle tendenze fashion di Chanel.

    Un pezzo di storia del costume

    Del resto il Code Coco nasce proprio come orologio ispirato – o forse dovrei dire dedicato – alla 2.55. E qui concedetemi una divagazione, necessaria perché la 2.55 non è una semplice borsa: è “la” borsa di Chanel. Creata proprio nel febbraio del 1955 (ecco spiegato il nome), è dotata di tracolla perché la grande couturière, ormai 72enne, si dichiarava «stanca di dover tenere le borse in mano e di perderle». È rettangolare, essenziale, di pelle morbida matelassé (cioè trapuntata, a losanghe). Un decoro derivato dalle giacche dei fantini di Chantilly o dei garzoni di scuderia, che la giovane Gabrielle aveva visto quando frequentava il beau monde, parigino e non; sempre rimasto nella sua immaginazione, diventa poi un emblema della moda Chanel.

    A dispetto dello stile lineare, però, la 2.55 richiede l’impegno di sei persone, dieci ore di lavoro e centottanta passaggi di fabbricazione. E proprio come accessorio prezioso, metafora di una femminilità indipendente, diventa un riconosciuto status symbol. Ieri come oggi è la borsa preferita di attrici e celebrities, da Liz Taylor a Brigitte Bardot fino a Renée Zellweger, tanto per citarne alcune; e soprattutto è l’oggetto del desiderio della maggior parte delle donne. All’inizio è in pelle nera, ma Karl Lagerfeld la trasforma in un caleidoscopio di colori, dimensioni e materiali diversi. Ed è proprio Lagerfeld a sostituire la classica fibbia sul battente con un’altra fatta con il logo della doppia C intrecciata.

    Il Code Coco nasce da un dettaglio

    Ma quella clip tradizionale, a forma di T, fa scattare qualcosa nella mente di Arnaud Chastaingt. Diviene il nucleo di un esemplare dall’architettura inedita. Il Code Coco è costruito proprio attorno al fermaglio a barretta che ruota su se stesso; e che, applicato sulla cassa, è allo stesso tempo un elemento decorativo del quadrante e un ingegnoso sistema di chiusura. Il Code Coco infatti non si allaccia al polso con una comune fibbia (tipo ad ardiglione o déployante). Integrato a un’estremità del bracciale, ha invece un grande occhiello che, una volta avvolto l’orologio al polso, si incastra perfettamente attorno alla lunetta. Questa caratteristica rende il Code Coco non solo originalissimo nel design, ma anche estremamente pratico da indossare.

    Oltre al fermaglio della chiusura, però, il Code Coco presenta altri dettagli che qualsiasi fashionista sa riconoscere al primo sguardo. Il bracciale, per esempio, ha lo stesso motivo trapuntato della 2.55, riprodotto in orizzontale nel metallo. A me oltretutto ricorda altri due orologi storici di Chanel: il Matelassé e il Chocolat; realizzati tra gli anni ’90 e i primi 2000, da tempo non sono più in produzione, ma si possono ricondurre allo stesso gusto per gli esemplari di forma, dal bracciale fasciante e, appunto, matelassé. Infine c’è quel solitario incastonato al centro della parte superiore del quadrante, chiaro riferimento alla passione per i diamanti di Mademoiselle Gabrielle. Che non a caso intitolò proprio Bijoux de Diamants la sua prima collezione di gioielleria, datata 1932.

    Un Code Coco extralarge 

    Ma il gioco dei rimandi continua – anzi si amplia – nei tre nuovi esemplari. Il Code Coco Oversize è una manchette che veste letteralmente il polso. In assoluto più grande di qualsiasi precedente in collezione, riprende lo stile macro di certi accessori Chanel, nel recente passato come in quello più remoto. Penso ad alcune borse dell’ultimo decennio, da quella del 2013 che sembra un hula-hoop a un’altra del 2015 simile a un’enorme perla. Ma anche ai bracciali “barocchi” disegnati per lei da Fulco di Verdura, sempre negli anni ’30 – “alla schiava”, li definivano allora –, che Gabrielle sovrapponeva per amplificarne l’effetto. (Ne indossava due insieme, a coprire quasi interamente l’avambraccio: li si vede anche in numerosi, celebri ritratti di Cecil Beaton).

    La 2.55 al polso

    Mentre il Code Coco Leather è ancora più celebrativo della 2.55. Come la borsa è fatto di pelle: per la prima volta sostituisce al bracciale un cinturino matelassé, con l’identico pattern a diamante riprodotto in miniatura (anche se disposto in senso orizzontale). Oltretutto l’effetto trapuntato, pur in dimensioni ridotte, dona maggiore solidità e resistenza al cinturino stesso. E come la borsa l’orologio è foderato di pelle bordeaux. Un colore funzionale, scelto da Mademoiselle Coco per rendere più evidenti gli oggetti contenuti all’interno della borsa, e facilitarne così la ricerca; (insieme alla struttura, suddivisa in due scomparti e cinque tasche). E voluto da Monsieur Arnaud per fedeltà storica all’originale. 

    The little black watch

    Quindi il Code Coco So Black, un orologio interamente nero, come indica il nome, anche se con sfumature e riflessi diversi. Beh, qui l’attinenza è fin troppo facile: il nero era il colore prediletto da Gabrielle Chanel (insieme al bianco). Ma il ricordo delle uniformi dell’orfanatrofio di Aubergine, dove aveva trascorso l’infanzia, nelle sue mani assume una valenza rivoluzionaria. Prima di lei nessuno aveva osato vestire le donne di nero, fino ad allora colore riservato ai domestici o al lutto. Ma la sua petite robe noire, disegnata nel 1926, è destinata a cambiare irreversibilmente l’eleganza femminile. (Ancora oggi, quale donna non ha almeno un tubino nero nell’armadio?).

    Un’ultima informazione pratica: i tre nuovi Code Coco sono già in vendita. Per i dettagli tecnici e i prezzi vi rimando alle didascalie qui sopra. Qui voglio però ricordare che si tratta di tre serie limitate, quindi la disponibilità è decisamente contenuta. Anche perché ridotti sono i numeri delle tirature: ciascuno è riprodotto in 255 esemplari. Quanti, se no?

  • Coco watch: Mademoiselle ritratta negli orologi Chanel

    Coco watch: Mademoiselle ritratta negli orologi Chanel

    Coco watch: gli orologi di Mademoiselle. O, se preferite, Mademoiselle e gli orologi. Ma una premessa è d’obbligo. Gabrielle Chanel non amava gli esemplari femminili del suo tempo: troppo piccoli e leziosi, li chiamava “microbi”. Preferiva invece quelli da uomo, più coerenti con l’idea di vestire le donne con abiti e accessori presi in prestito dal guardaroba maschile. E anche nel Dopoguerra – ormai âgé – continuò a prediligere i grandi modelli Swiss made, che indossava insieme ai bracciali bianchi e che spesso regalava agli amici. Non per niente era andata a vivere in Svizzera.

    Ma al di là del rapporto personale con il mondo delle lancette, Mademoiselle non avrebbe certo immaginato che un giorno lei stessa sarebbe diventata il soggetto di diversi esemplari. La sua figura, la sua immagine è infatti protagonista di alcuni nuovi modelli di Chanel Horlogerie, che per amor di sintesi definisco appunto Coco watch. Chiaro, nessuno può sapere quale sarebbe stata la sua reazione se li avesse visti. Magari li avrebbe liquidati con una battuta feroce. Ma io voglio credere che le sarebbero piaciuti.

    Tutto è cominciato nel 2017, quando è uscita la prima serie del Mademoiselle J12. Un orologio (anzi due: uno bianco e uno nero, secondo i codici cromatici della collezione) ironico eppure serissimo, che faceva riferimento alla storia dell’orologeria. Chiaramente ispirato allo storico Mickey Mouse di Ingersoll, invece del personaggio di Disney riportava al centro del quadrante la silhouette di Mademoiselle Coco. In divisa d’ordinanza – tailleur bouclé, décolleté bicolori e paglietta –, indicava ore e minuti con le braccia, proprio come Topolino del 1933.

    In edizione limitata, quel Mademoiselle J12 andò subito esaurito. Ma oggi la stessa effigie rivive nel Coco Clock, un prezioso orologio da tavolo disegnato (come il predecessore) dallo Studio Creativo Chanel. Ovvero da Arnaud Chastaingt e il suo team, che si devono essere divertiti come matti a realizzarlo. Sul quadrante in ossidiana si staglia la figurina di Mademoiselle, completamente tempestata di diamanti e con tre mini-perle (vere) ai polsi e all’orecchio. Ad animarla, un calibro a carica manuale, squelette, di manifattura.

    Non paghi della pendulette, i tecnici di Chanel si sono fatti prendere la mano e hanno creato un’intera collezione di Coco Watch. La stessa immagine, in versione 3D, appare infatti nel Sautoir Coco, in cui Mademoiselle diventa un ciondolo appeso a una collana in oro bianco con perline di onice e diamanti. In pratica si tratta di una bambolina in oro, interamente incastonata di diamanti “a neve”, ornata di profili di smalto e di quattro perle Akoya. In questo caso però la paglietta si solleva per rivelare il quadrante di un piccolo orologio, che mostra l’orario solo a chi indossa la collana. Il massimo della discrezione.

    Ma non è finita qui. Ulteriormente rimpicciolita nelle dimensioni, la figuretta di Gabrielle Chanel ritorna anche nel nuovo Mademoiselle J12 Acte II. Seguito ideale dell’esemplare di tre anni fa, trasporta l’immagine dal quadrante alla corona, cui è sospesa a mo’ di charm. Anche in questo caso forgiata in oro bianco, la micro Coco (misura circa un centimetro e mezzo d’altezza) è letteralmente vestita di diamanti, dalla testa ai piedi. Sì, perché lo spirito dei Coco watch sarà anche ludico, ma la collezione di Coco watch è destinata solo a poche, fortunatissime signore. 

    E non si può concludere il novero dei Coco watch senza citare almeno il Mademoiselle Privé Bouton Camée: in cui il profilo del viso è inciso come un cammeo, a bassorilievo, nella pietra dura. Vero, lì il ritratto è più realistico, l’intento più serio. Ma il fatto che Gabrielle Chanel ritorni in tanti orologi ci fa capire quanto la sua immagine sia ormai un simbolo, presente nella memoria collettiva. Potrei dire un’icona del nostro tempo, se volessi usare un termine trito e ritrito (di cui sinceramente non se ne può più). Preferisco invece definirla così: un personaggio della mitologia contemporanea.

  • Mademoiselle Privé Bouton, il tempo couture di Chanel

    Mademoiselle Privé Bouton, il tempo couture di Chanel

    I bottoni fanno parte del “patrimonio spirituale” di Chanel. Segni di stile di Mademoiselle Coco, appartengono a quell’eredità trasmessa prima a Karl Lagerfeld e ora a Virginie Viard. E raccolta anche da Arnaud Chastaingt, Direttore del Watch Creation Studio di Chanel, che li ha posti al centro dei nuovi Mademoiselle Privé Bouton. Sette esemplari-gioiello dalla forma insolita: «Ho sognato un bottone come un orologio. Ho sognato di scucire la manica da una giacca e di lasciare solo il polsino, con il bottone e l’asola», ha spiegato Monsieur Chastaingt. Secondo cui si tratta di «creazioni audaci nel mondo delle lancette, ma una mossa ovvia per Chanel». A riprova di quanto l’orologeria e la moda della Maison siano strettamente legate.

    Per secoli simbolo di ricchezza, i bottoni in passato erano appannaggio dei reali e dei nobili. Cesellati nell’oro o intagliati nelle pietre preziose, erano usati come decorazione, applicati soprattutto (ma non solo) alle maniche delle camicie e dei farsetti. Si dice che Francesco I di Francia ne avesse fatti cucire 13.600 su un abito di velluto nero… Fu però solo con l’invenzione delle asole, nel Cinquecento, che se ne sfruttò l’utilità: realizzati via via in materiali più poveri, a poco a poco divennero a tutti gli effetti elementi funzionali nell’abbigliamento. A recuperarne la valenza ornamentale ci pensò secoli dopo Coco Chanel, che li trasformò di nuovo in dettagli gioiello.

    Rigorosamente rotondi e dorati, i bottoni di Chanel apparvero fin dai primi tailleur di tweed, nel 1954. Probabilmente derivavano da quelli delle uniformi degli ufficiali incontrati per le strade di Vichy, dove la piccola Gabrielle abitava con la nonna, o di Moulins, dove diciottenne faceva la commessa. Sta di fatto che in ogni collezione di Mademoiselle degli anni Cinquanta si trovavano da sei a dieci modelli diversi di bottoni. Tutti color oro, talmente splendenti che talvolta, sui set fotografici o durante le sfilate, si dovevano annerire per limitarne la luminosità (per interventi rapidi si ricorreva perfino al mascara).

    Sui bottoni Mademoiselle trasferiva il proprio immaginario: sbalzati al centro, li faceva decorare con i suoi portafortuna e li trasformava in magici amuleti. Autentici bijoux che raffiguravano teste di tartaruga o di leone, fiori, trifogli e foglie di acanto, fino alle sue iniziali intrecciate. E proprio da questi temi, sintetica espressione dell’universo estetico di Gabrielle Chanel, ha preso spunto Arnaud Chastaingt per comporre i Mademoiselle Privé Bouton. Una collezione di montre-à-secret costruiti come polsini dell’emblematica giacca, chiusi da strategici bottoni gioiello.

    “Bottoni” a forma di perla, di camelia, di testa di leone, di croce bizantina, in oro e diamanti… C’è perfino il ritratto di Mademoiselle, inciso in un cammeo, a sottolineare gli aspetti scaramantici della sua personalità. È il «mondo mistico di simboli» di Coco Chanel, come lo definisce Arnaud Chastaingt. Ma in realtà non si tratta di semplici bottoni: basta sollevarli per scoprire il piccolo quadrante interamente tempestato di brillanti. «Prima lo stile, poi il tempo – se ne avete voglia, oppure no!», ha commentato Monsieur Chastaingt al riguardo. «Solo Chanel conosce il segreto di questo tempo couture».

    Omaggio al mestiere della grande couturière, in effetti, i Mademoiselle Privé Bouton sembrano proprio dei polsini staccati da una tipica little black jacket di Chanel. Cinque modelli su sette sono fatti con un alto bracciale di tweed, nero con trame d’oro: lo stesso tweed già utilizzato anche per i cinturini del Boy·Friend. E lo stesso tweed dei celebri tailleur, simile a quelli realizzati a mano sui telai di legno negli atelier di Lesage. Foderati in morbida pelle di vitello e profilati da un bordino d’oro, sempre in pelle, si possono stendere come strisce di tessuto, per cogliere l’esatta corrispondenza dell’orologio-bottone da un lato e della chiusura ad asola all’estremità opposta. Struttura che ricorda un altro esemplare di Chanel Horlogerie: il Code Coco. Ma, per saperne di più, vi rimando alle didascalie.

    Gli ultimi due Mademoiselle Privé Bouton sono invece veri e propri pezzi di alta gioielleria, realizzati con sottili lamine d’oro. Uno annerito da un trattamento di superficie, l’altro completamente incastonato di diamanti “a neve”, riprendono il motivo della perla e della croce bizantina. Troverete informazioni tecniche più dettagliate, di nuovo, nella gallery posta in alto in questa pagina. Qui basti aggiungere che i Mademoiselle Privé Bouton sono tutti realizzati in edizione limitata (con diverse tirature, fino al pezzo unico). E sono animati da un piccolo movimento al quarzo (ovviamente di produzione svizzera). La scelta tecnica più opportuna, viste le dimensioni ridotte della cassa: 25 mm di diametro.

  • J12·20, lo stile Chanel in versione street art

    J12·20, lo stile Chanel in versione street art

    Se c’è una cosa dell’orologeria Chanel che mi ha sempre colpito, è la capacità di reinventarsi. Di saper riutilizzare gli stessi “ingredienti” di base, di dosarli e miscelarli ogni volta in modo diverso, per ottenere un risultato del tutto nuovo. Lo si vede in particolare nell’ultimo J12·20 – un esemplare in edizione limitata (anzi, quattro edizioni limitate), già in vendita nelle boutique monomarca e presso selezionati rivenditori. Che è il J12 di sempre ma con un look inedito, giocato tutto sui simboli della maison.

    Un passo indietro. Quest’anno il J12 è già uscito in altre due versioni: il J12 Paradoxe, con la cassa bianca e nera definita da un taglio netto; e il J12 X-Ray in vetro zaffiro, interamente trasparente (movimento e bracciale compresi). Perché questo 2020 segna il 20° anniversario dell’orologio creato da Jacques Helleu, ex Direttore artistico di Chanel Horlogerie, e ispirato al mondo delle automobili e delle barche. Il cui nome deriva proprio da una classe velica dell’America’s Cup dell’epoca.

    Ma qui non ho intenzione di dilungarmi sulla storia del J12, né di ripercorrere le infinite variazioni sul tema in cui è stato declinato nelle due decadi scorse. Magari ne riparleremo in un altro momento. Ora è la volta del J12·20, terzo modello dell’anno (e siamo solo in giugno), dedicato appunto alle celebrazioni dell’emblematico esemplare. Un’autentica icona (mi ripeto: l’ho già scritto in tante occasioni) non solo di Chanel ma di tutta l’orologeria del Terzo Millennio. Perché è stato capace di fare della ceramica un materiale nobile, metafora di modernità e di tecnologia.

    Come sempre realizzato in ceramica ad alta resistenza, il nuovo J12·20 però è diverso dai tanti, innumerevoli precedenti. Ha infatti la cassa e il quadrante decorati da segni e disegni “pop”. Doodle, verrebbe da chiamarli. Veri e propri pittogrammi, dai tratti semplici e un po’ naïf – a metà fra il tatuaggio e il fumetto – che ritraggono gli elementi costitutivi dell’universo di Mademoiselle Coco. E, in sintesi, l’essenza stessa dello stile Chanel. Una grafica che raffigura un mondo, il non plus ultra dello chic sintetizzato in un’estetica da street art.

    In quei disegni, immediatamente riconoscibili a colpo d’occhio (almeno dalle Chanel addicted e dalle esperte di moda), si ritrovano quindi i motivi caratteristici, i capi più classici, gli oggetti cari a Gabrielle Chanel, talvolta espressione delle sue passioni e delle sue manie. Venti in tutto, per ovvie ragioni. Ecco allora la camelia, il fiore prediletto da Mademoiselle e da lei adottato fin dal 1923, oggi reinterpretato nei bijoux, nei gioielli e negli orologi.

    Quindi i diamanti, le sue gemme preferite, che utilizzò in quantità anche nella prima collezione di alta gioielleria, Bijoux de Diamants appunto, datata 1932. E la stella, uno dei cinque temi di quella collezione: il cui pezzo più celebre è il preziosissimo collier a forma di cometa, alla base anche della recente (e omonima) linea di gioielli. Oppure la croce maltese, che rimanda alla storia del Mediterraneo (alla Repubblica marinara di Amalfi, ai Cavalieri di San Giovanni); altrimenti detta croce bizantina, richiama gli alti bracciali rigidi e le spille disegnate insieme a Fulco di Verdura, sempre negli anni ’30 del secolo scorso.

    Ancora, l’orologio Première, prima escursione della maison nell’orologeria (1987), con la cassa ottagonale derivata dal perimetro di place Vendôme, a Parigi; uno dei “luoghi del cuore” di Gabrielle Chanel, che vi trascorse buona parte della propria vita. E le perle, compagne inseparabili – quasi un amuleto – per Mademoiselle, ma anche accessori indispensabili per la donna Chanel. “Con un pull nero e dieci fili di perle ha rivoluzionato la storia della moda”, diceva di lei Christian Dior.

    Dai gioielli alla moda, tra le illustrazioni appaiono anche i pezzi simbolo del suo guardaroba. Come la giacca di tweed, quella dei celeberrimi tailleur, introdotta nel 1954 e rimasta una costante (seppur reinterpretata) in tutte le collezioni di prêt-à-porter e di Alta Moda della maison. Le scarpe bicolori, beige e nere, altra invenzione degli anni ’50, ideate per migliorare l’aspetto delle donne, perché fanno sembrare le gambe più lunghe e i piedi più piccoli. O ancora la 2.55, la borsa matelassé creata proprio nel febbraio del 1955 (da cui il nome), anch’essa declinata nel tempo in una miriade di varianti, colori e materiali. Ma sempre fornita di chiusura a battente con la fibbia girevole, diventata a sua volta sinonimo di una gestualità femminile  misurata e misteriosa.

    A proposito di femminilità, le immagini comprendono anche diversi riferimenti allo charme e agli strumenti di seduzione consigliati alle signore da Mademoiselle Coco. Per esempio il fiocco, romantico dettaglio design, ieri come oggi ricorrente nella moda della maison. Il rossetto, requisito imprescindibile nel make-up (“Metti il rossetto e attacca”: sembra fosse un suo motto). Fino al profumo, il famosissimo Chanel N°5, lanciato nel 1921 e da allora rimasto inalterato come quintessenza olfattiva di un’art de vivre à la Chanel. Il 5, oltretutto, fa riferimento alla numerologia, in cui Mademoiselle credeva fermamente. Era molto superstiziosa e si circondava di portafortuna: fra i tanti, le spighe di grano, simbolo di operosità e di abbondanza, ricompensa al duro lavoro.

    Del resto ci sono anche i suoi attrezzi del mestiere: forbici, ditale, ago e filo. Un set da cucito completato dai bottoni, oggetti funzionali che la grande couturière seppe trasformare in una vera e propria cifra stilistica. Dorati, a rilievo, decorati da foglie di acanto, tartarughe, trifogli, dalle sue iniziali o dalla testa del leone, sono l’espressione più sintetica dello stile Chanel. Proprio il Leone, il suo segno zodiacale nonché emblema di Venezia (città da lei amata), non poteva mancare tra i doodle del J12·20. Così come il viso della stessa Gabrielle Chanel, il suo ritratto immortalato con la paglietta. A ricordare che ormai la sua figura e la sua personalità sono entrate nel mito.

    Noto però con piacere che tra i simboli del J12·20 manca il logo, la doppia C: troppo scontato, forse, e la maison rifugge dall’ovvio (lo ha dimostrato più volte). Ci sono invece, incastonati qua e là senza un ordine apparente, 12 (o 20) piccoli diamanti – probabile omaggio allo stesso J12 (e al suo compleanno). Gli stessi disegni del resto sono disseminati sulla cassa dell’orologio quasi in modo casuale, come se Arnaud Chastaingt – il Direttore del Watches Creation Studio di Chanel che li ha creati – li avesse tracciati a mano libera, di getto, senza pensare. Visto in quest’ottica, il J12·20 diventa in pratica una sorta di tela, di foglio bianco pronto a ricevere i segni grafici, i graffiti (in senso letterale) dell’artista.

    E questa impressione è accentuata da due delle quattro referenze del J12·20, in cui i pattern sono localizzati in porzioni delimitate di lunetta e quadrante, rodiati sulla superficie laccata. Per saperne di più sull’intera collezione, vi rimando alle didascalie. Qui basti invece aggiungere che nelle altre due referenze, i disegni rivestono interamente “il volto” dell’orologio e sono realizzati in smalto champlevé. Diverse anche le tirature limitate: 2.020 esemplari per la prima versione, solo 5 l’altra.

    In tutti i casi, comunque (lo ribadisco), il J12·20 è sempre sé stesso, immutato e identificabile: solo più giovane e più irriverente del solito. In linea con il proverbiale spirito ribelle di Coco Chanel: una donna capace di sfidare le convenzioni e ignorare i formalismi, di abbracciare le novità e anticipare le tendenze. In questo senso il J12·20 recupera i codici più classici della casa, li reinterpreta in chiave grafica, ne fa un mix modernissimo e un po’ sfrontato. Immanente, più che mai attuale, è un J12 aggiornato con i tempi. È il tempo secondo Chanel.

  • Il tweed di Chanel, da Mademoiselle al polso

    Il tweed di Chanel, da Mademoiselle al polso

    Coco Chanel amava il tweed. Era il suo tessuto preferito fin da quando frequentava il Duca di Westminster, al secolo Hugh Richard Arthur Grosvenor (1879/1953) – Bendor, per gli amici. Alto, biondo, aristocratico anche nei modi, “l’uomo più ricco d’Inghilterra” – come sottolineavano immancabilmente le cronache mondane dell’epoca – si vestiva spesso di tweed. Soprattutto quando si trovava a Eaton Hall, il castello di campagna che apparteneva da generazioni alla sua famiglia. Sì, perché quel tessuto di lana originario della Scozia allora rappresentava l’eleganza rilassata dei gentiluomini più chic, la sartorialità maschile in puro stile British. Solo qualche nobildonna in vena di eccentricità osava indossarlo, in rare occasioni.

    Mademoiselle invece si spinge oltre. Se ne serve qualche volta già nel 1924, ma lo adotta definitivamente nel ’27. E non solo lo “femminilizza”, come fa con il jersey, i pantaloni e altri elementi del guardaroba maschile; lo rende così “suo” da farlo diventare, dagli anni Cinquanta in poi, l’essenza stessa dei suoi celebri tailleur. Tinto di rosa, di azzurro, di beige – che vanno ad affiancare i colori della tradizione –, il tweed entra a far parte della memoria collettiva come cifra stilistica della Maison. Una specie di marchio di fabbrica.

    Anche se ormai viene utilizzato praticamente da tutti gli stilisti, ancora oggi lo si vede sfilare sulle passerelle di Chanel a ogni stagione. E ogni volta acquista nuova vita, nella forma e nella composizione: si arricchisce di filati di seta, cotone, lurex… Sperimenta perfino fettucce di plastica, di jeans, catene, piume, zip, paillettes – in particolare quando è intessuto a mano, sui telai di legno di Lesage, per le più preziose creazioni di Alta Moda.

    E ai nostri giorni ritorna anche nel mondo delle lancette. Del resto, l’orologeria Chanel vive da sempre sul filo della continuità con la moda (e il lusso) della Casa. È parte integrante dello stesso universo, parla lo stesso linguaggio, esprime gli stessi concetti. È capace di trasferire al polso i segni grafici, i motivi tipici, i simboli della doppia C. Li adatta allo spazio ristretto di cassa & quadrante, e li reinterpreta – o meglio li reinventa – in modo sempre nuovo.

    Così, il tweed entra a far parte dell’orologeria Chanel dalla porta principale. Nella collezione Boy·Friend, che rielabora l’iconica cassa del Première con una nitida impronta mascolina. Perché è un esemplare concepito e sviluppato secondo i canoni dell’orologeria di tradizione, tipicamente al maschile. Bene, il Boy·Friend Tweed appare per la prima volta nel 2016, fin dall’inizio con qualcosa di sorprendente. Non con un semplice cinturino in tweed, come tutti si aspetterebbero, ma con un bracciale che riproduce la struttura della stoffa. Con i rilievi stampati o incisi sulla superficie del metallo, almeno in apparenza.

    Invece, basta guardare il retro del bracciale per rendersi conto che la tipica nervatura diagonale è stata realizzata con una particolare lavorazione simile alla maglia milanese. Mica facile da fare. Il fitto intreccio di elementi, incastrati l’uno nell’altro con estrema precisione, ricrea “sul dorso” rilievi sempre diversi, proprio come quelli del tessuto. E proprio come il tessuto, il nastro metallico è flessibile e flessuoso, quasi non fosse veramente fatto di acciaio ma di qualche altro materiale più morbido.

    Le signore se ne innamorano subito. Con la cassa taglia S o M, e la lunetta liscia o tempestata di diamanti, il Boy·Friend Tweed è perfetto con i look androgini. Piace a tal punto che l’anno successivo torna nell’esclusivo oro beige, la calda tonalità della Casa. E in versione Black, cioè con il bracciale annerito da un trattamento Pdv. Tutte le referenze sono animate da pratici movimenti al quarzo Swiss made, eccetto il modello nero più grande, che ospita un movimento meccanico a carica automatica. Ma lo si riconosce, oltre che per le dimensioni, anche per il contatore dei piccoli secondi al 6. Per evitare il sovraccarico estetico, tutte hanno un quadrante essenziale, a contrasto con la ricchezza materica del bracciale. Privo di numeri o indici, è impreziosito solo da un’impercettibile decorazione guilloché (a cerchi concentrici). Perlomeno finora.

    All’ultimo Baselworld, infatti, sono uscite nuove varianti con il motivo tweed trasportato sul quadrante. All’apice c’è il Boy·Friend Tweed Art, che lo ripropone in tre vivacissime texture nei toni del rosso, del blu e del fucsia. Non roba da poco: il “mosaico” di cromie è realizzato con la tecnica dello smalto Grand Feu dall’artista-artigiana francese Anita Porchet. Ovvero con lunghe ed elaborate fasi di lavorazione, a partire dalla piastra in oro del quadrante opportunamente preparata con uno specifico “fondo”; e poi dipinta a mano, colore per colore, segmento dopo segmento, con ripetuti passaggi al forno ad alte temperature (830° C). E i relativi pericoli – strani viraggi cromatici, inattesi rigonfiamenti tipo soufflé, crepe indesiderate eccetera – si ripresentano ogni volta. Per questo gli orologi sono prodotti in piccole serie rigorosamente limitate.

    Per un pubblico più vasto, invece, esiste il Boy·Friend Neo Tweed, in cui “l’effetto tessuto” del quadrante è reso con diversi strati di sticker e decalcomanie, che danno volume all’insieme. Giocato tutto in tonalità severe, dal bianco al nero attraverso varie sfumature di grigio, ha un risultato molto realistico. Che ricorda davvero certi outfit di sfilata, come quelli usciti per il prossimo autunno-inverno. Infine, la ciliegina sulla torta. Il Boy·Friend Cinturino Tweed – con il cinturino in tessuto, appunto, foderato in pelle. L’esemplare più ovvio e prevedibile finalmente è arrivato. Altre marche lo avrebbero fatto uscire per primo in collezione, anche perché più facile da realizzate. Chanel no, non fa mai nulla di scontato. E ha atteso anni. Ma il risultato è così ben fatto, così ben riuscito da sembrare la cosa più naturale del mondo. Valeva la pena aspettare.