Giornale Degli Orologi
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  • “Éclat de verre”: l’arte dello smalto esposta al Mih

    “Éclat de verre”: l’arte dello smalto esposta al Mih

    Ancora oggi, decorare un orologio con lo smalto è una sorta di alchimia in parte avvolta dal mistero. Ma è arrivato il momento di alzare il velo su questi processi segreti. Come? Basta fare un viaggetto in Svizzera. Destinazione, naturalmente, La Chaux-de-Fonds, patria indiscussa dell’alta orologeria. In occasione del 150° anniversario dell’École d’arts appliqués della cittadina, che cade in concomitanza con l’Anno internazionale del vetro proclamato dalle Nazioni Unite, il Musée international d’horlogerie ha infatti allestito la mostra Éclat de verre, la maîtrise de l’émail (in italiano: Lo splendore del vetro, la maestria dello smalto).

    Éclat de verre

    Fino al 6 novembre, il Museo internazionale d’orologeria espone 150 capolavori in smalto, tra gli oggetti più belli mai creati finora, alcuni celeberrimi, altri mai esposti prima. Provenienti in parte dai propri fondi, in parte attinti alla collezione della Scuola d’arte applicata, in parte prestati per l’occasione da enti pubblici e da raccolte private. Dal Musée d’art et d’histoire di Ginevra al Musée d’horlogerie di Le Locle (Château des Monts); dalla Collection Cartier alla Collection Sandoz fino al Museo Patek Philippe; e ancora, esemplari prodotti “in casa” dalle manifatture che ancora coltivano l’antica arte della smaltatura (Cartier, Patek Philippe, Chopard, Hermès, Jaeger-LeCoultre); creati da artigiani indipendenti specializzati (Anita Porchet, Debora Martinez) o da giovani studenti apprendisti (Campus Richemont).

    In continuità con la mostra intitolata Trasmissioni. Fotografare l’Intangibile, che il Mih aveva dedicato alla perizia dell’orologeria meccanica, Éclat de verre mette in luce l’arte della smaltatura. E ne esamina tutte le tecniche applicate alla decorazione – non solo degli orologi, ma anche dei cosiddetti objects de vertu. Pezzi unici di un’artigianato d’arte, ieri come oggi appannaggio di un’élite colta e benestante. La mostra evidenzia quanto l’apparente semplicità della composizione – vetro e ossidi metallici – faccia da base alla straordinaria abilità degli smaltatori, che ne padroneggiano il savoir-faire. Un processo lungo e complicato che si dispiega attraverso la preparazione, l’applicazione e la cottura in forno. Ma non trova riscontri in un percorso di apprendistato consolidato.

    Le sezioni

    La mostra Éclat de verre si articola in quattro sezioni ed è fornita da didascalie in tre lingue (francese, inglese e tedesco). Inoltre è corredata da un agile catalogo, scritto dalla storica dell’arte Estelle Niklès van Osselt e pubblicato dalle Éditions Livreo-Alphil. Circa cento pagine illustrate dedicate alle opere del Mih e della Scuola di arte applicata, con la riproduzione di una cinquantina di oggetti e documenti.

    Prestigio umile

    L’ossimoro permette di spiegare la dicotomia tra l’unicità degli esemplari impreziositi da gemme, incisioni e decorazioni a smalto, e le figure umili degli artigiani che lavoravano all’ombra di ricchi committenti o di grandi maestri orologiai. La scenografia di questa prima sezione della mostra sottolinea questo contrasto attraverso l’esposizione di capolavori d’epoca, con decorazioni in smalto di altissimo livello e in ottimo stato di conservazione.

    Passaggio al forno

    Per esplorare l’arte della smaltatura, la seconda sezione di Éclat de verre propone un viaggio nel processo creativo. Si tratta di un vero e proprio percorso didattico che spiega le molteplici fasi di lavorazione e i rischi di fallimento via via incontrati dal maestro smaltatore. Dal materiale grezzo alla frantumazione dei cristalli, dall’applicazione (digitale) dei colori fino ai numerosi passaggi al forno, i visitatori possono ripercorrere l’intero processo produttivo (e perfino cimentarsi con la preparazione in un mortaio d’agata).

    Tecniche di smaltatura

    Smalto champlevé o cloisonné. Smalto traslucido su guilloché, smalto paillonné o pittura in miniatura. La terza sezione della mostra aiuta il pubblico a destreggiarsi tra le varie tecniche di smaltatura applicate all’orologeria e agli oggetti decorativi. Consente di impararne terminologia e caratteristiche, con l’obiettivo non solo di riconoscere le diverse tipologie di smalto, ma anche di apprezzarne la realizzazione.

    Scuola e trasmissione del savoir-faire

    L’ultima sezione di Éclat de verre prende origine dalla storia della Scuola di arti applicate, fondata da maestri incisori che faticavano a trovare operai qualificati. Ed esplora le strategie impiegate dagli artigiani per preservare un certo grado di segretezza nella creazione dello smalto, assicurandosi al contempo una continuità formativa. In esposizione si trova quindi una selezione di lavori prodotti dagli studenti nelle diverse epoche. Mentre la regista ed etnologa Sélima Chibout presenta quattro ritratti di smaltatori indipendenti filmati nei loro ambienti di lavoro.

    Ma non è finita. Dal 14 maggio un ricco programma accompagnerà i visitatori alla scoperta della mostra, con visite guidate, incontri, workshop. Trovate tutte le informazioni online, sul sito internet del Mih.

  • Prix Gaïa, ecco i vincitori dell’edizione 2020

    Prix Gaïa, ecco i vincitori dell’edizione 2020

    La stampa lo chiama “il Nobel dell’orologeria”. Perché il Prix Gaïa è attribuito alle principali personalità che si sono distinte nel settore, e hanno contribuito al bene comune, proprio come fa l’onorificenza dell’Accademia svedese, a Stoccolma. La differenza è che il riconoscimento – creato nel 1993 dal Musée International de l’Horlogerie di La Chaux-de-Fonds – riguarda tre ambiti nel mondo delle lancette: artigianato/creazione, storia/ricerca e spirito d’impresa. Ma, come prestigio, quasi siamo lì.

    Anche se la premiazione avverrà il 17 settembre prossimo, come sempre nella sede del Museo, i vincitori dell’edizione 2020 del Prix Gaïa sono già stati annunciati. Si tratta del maestro orologiaio Antoine Preziuso, dell’astronomo Denis Savoie e dei fondatori di Urwerk, Felix Baumgartner e Martin Frei. Forse non tutti ugualmente noti al grande pubblico, almeno in Italia, e proprio per questo meritevoli di attenzione.

    Antoine Preziuso, maître horologer di origini italiane, è stato designato “per l’approccio sistemico della meccanica orologiera attraverso le proprie creazioni eccezionali; la perseveranza nello sviluppo della propria marca e l’impegno nella trasmissione della propria passione”. E basta pensare al suo recente Trillon Tourbillon de Tourbillons per condividere le motivazioni ufficiali (qui citate testualmente).

    Denis Savoie, storico della scienza e gnonomista francese, è stato scelto invece “per l’eccezionale carriera di teorico, costruttore e storico di quadranti solari, che unisce grande rigore scientifico a capacità di divulgazione fuori dal comune”. Autore di numerose pubblicazioni, pluripremiato a livello internazionale, in Francia ha costruito fra l’altro quadranti solari di dimensioni macro. Il più grande è quello della diga di Castillon sur Verdun (13mila metri quadri), in Alta Provenza.

    Ancora, Martin Frei e Felix Baumgartner saranno premiati “per il ruolo precursore giocato dalla loro impresa nella definizione di un’orologeria del 21° secolo, audace ma rigorosa e umile; frutto di un dialogo continuo e di un’incrollabile lealtà fra il designer l’orologiaio”. In effetti il loro brand, Urwerk, da anni sta dando prova di eccezionale originalità, con orologi che riflettono una visione futuristica della meccanica tradizionale.

    In più, quest’anno è stata istituita la borsa di studio Horizon Gaïa, con il concorso della Fondation Watch Academy, per finanziare particolari progetti di ricerca. L’ha vinta Zoé Snijders, studentessa del master in conservazione e restauro di strumenti tecnici, scientifici e orologieri alla Haute Ecole Arc de Neuchâtel. Che sta studiando il complesso meccanismo dell’orologio astronomico di Delvart, entrato a far parte delle raccolte del Mih nel 2015.

    I protagonisti del Prix Gaïa 2020 si aggiungono così a un lungo elenco di personaggi che hanno fatto la storia dell’orologeria contemporanea. “I migliori fra i migliori”, li definisce il Mih. Che attraverso la puntuale organizzazione del premio, ogni anno in occasione dell’equinozio d’autunno, si conferma ancora una volta come qualcosa di più di una semplice istituzione museale. Un vero e proprio centro di diffusione della cultura orologiera.  

    I candidati, suggeriti da terze parti, passano al vaglio di una giuria che è  più simile in realtà a un comitato scientifico. Via via rinnovata nel corso degli anni, è composta da dieci esperti di diversa formazione: tecnici, artigiani, economisti, giornalisti, storici (tutti specializzati ovviamente in orologeria). La scelta dei “laureati” avviene in modo indipendente, senza possibilità di manipolazioni e forzature dall’esterno, in piena libertà. Ne è garante lo stesso Presidente della giuria, M. Régis Huguenin, Conservatore del Mih.

    Infine, un’ultima nota organizzativa: per assistere alla consegna dei premi, quest’anno, è necessaria la prenotazione. La cerimonia sarà come sempre pubblica e gratuita, ma nel rispetto delle misure sanitarie contingenti. E i posti disponibili sono molto limitati.

  • “Il meccanico delle stelle”, un romanzo su Jost Bürgi

    “Il meccanico delle stelle”, un romanzo su Jost Bürgi

    Jost Bürgi è stato un geniale orologiaio, anche se oggi è quasi sconosciuto al grande pubblico. Io stessa, lo ammetto, lo avevo sottovalutato. Sì, ricordavo che Giuseppe Brusa lo cita più volte in quello che considero un testo sacro del mio lavoro – “L’arte dell’orologeria in Europa”, un volume dotto e difficile ma fondamentale per chiunque si interessi all’argomento. Gli dedica perfino una pagina intera, ne descrive le invenzioni, ma la cosa non mi aveva particolarmente colpito. Ora invece Jost Bürgi mi sembra un vecchio amico, di cui conosco la vita (almeno in parte), le opere, l’ambiente. Merito del libro che ho letto in queste vacanze di Natale: “Il meccanico delle stelle” di Gianfranco D’Anna, un romanzo storico uscito qualche mese fa (Edizioni Dedalo, Bari). 

    Nato in Svizzera – a Lichtensteig, nel cantone di San Gallo -, Jost Bürgi (1552/1632) era di umili origini, ma aveva una predisposizione naturale per il calcolo e per la meccanica. Non era un uomo di lettere e non conosceva il latino, ma divenne un matematico, un astronomo, un ingegnere, oltre che un orologiaio, riconosciuto a livello internazionale. E contribuì con efficacia al progresso delle diverse discipline che lo interessavano. Dalle tavole per il calcolo logaritmico alla produzione di numerosi strumenti scientifici, fino al catalogo sulla posizione dei corpi celesti, i suoi studi sono davvero impressionanti.

    In orologeria, per esempio, realizzò esemplari sperimentali destinati appunto all’osservazione astronomica – e che quindi dovevano essere il più possibile precisi. Per questo mise a punto uno scappamento che ancora oggi porta il suo nome, “a vibrazioni incrociate” lo definisce il Brusa; (anche noto come cross-beat dagli inglesi, o libramentum duplice secondo la definizione latina). In pratica si trattava di un bilanciere composto da due barrette imperniate al centro e dotate di masse terminali, che oscillavano in senso opposto e ingaggiavano una ruota di scappamento (pare) a 360 denti.

    Per questo sviluppò meccanismi a forza costante (remontoirs d’égalité), basati in un primo tempo su un peso motore “automatico”, poi su un vero e proprio dispositivo a molla. E raggiunse ottimi risultati cronometrici. I suoi esemplari non solo furono i primi a indicare il secondo, necessario proprio per compiere misurazioni astronomiche accurate; ma ebbero anche una straordinaria costanza di marcia, almeno per quei tempi. All’epoca gli errori si aggiravano attorno al quarto d’ora al giorno, Bürgi riuscì invece a limitarli a frazioni di un minuto.

    Potremmo dire che la sua figura incarna l’ideale dello “scienziato” del Rinascimento, epoca in cui la scienza agli esordi cercava di affrancarsi dalla visione teologica del mondo e dalla mentalità ancora intrisa di superstizione. Si stava allora affermando la teoria copernicana, ma il Concilio di Trento era finito da poco e il potere dell’Inquisizione era al culmine. Bastava contraddire il biblico “Fermati o sole” per rischiare l’accusa di eresia, finire sul rogo o essere torturati fino alla morte. Perfino nei Paesi riformati.

    “Il meccanico delle stelle” infatti si svolge a Kassel, dove Jost Bürgi era orologiaio di corte all’osservatorio del langravio (qualcosa di simile a “conte”) Guglielmo IV il Saggio. La narrazione ci fa scoprire la sua multiforme attività, che lo vede impegnato fra le misurazioni delle stelle e la compilazione della tavola di progressione; fra la creazione di globi astronomici o planetari e l’ideazione della lancetta dei secondi. Spiega perfino la differenza tra sistema tolemaico e sistema copernicano, sempre con un linguaggio semplice e comprensibile a tutti, ma allo stesso tempo con un ritmo serrato e uno stile coinvolgente. Le pagine scorrono veloci e il libro si legge tutto d’un fiato.

    Ma ciò che stupisce ne “Il meccanico delle stelle” non è tanto la storia di Jost Bürgi, quanto l’ineccepibile ricostruzione del periodo storico. Ottenuta da un lato attraverso il confronto del protagonista con personaggi realmente esistiti (solo un paio sono inventati, perché funzionali alla trama); come gli astronomi Tycho Brahe e Christoph Rothmann, il matematico Paul Wittich, o il figlio adottivo (nonché cognato) dello stesso Bürgi, Benjamin Bramer, anche lui scienziato eclettico. E dall’altro tramite l’ambientazione a dir poco verosimile, in cui la vita quotidiana è descritta alla perfezione con estremo realismo e puntuali dettagli. Quindi ho chiesto all’autore come ci è riuscito: come ha fatto, come si è documentato, quanto tempo ha investito in ricerca.

    «Ho cominciato a lavorare sul soggetto nel 2014», mi ha raccontato Gianfranco D’Anna. «È stato un lavoro lungo, effettivamente, fatto di scrittura ma soprattutto di lettura. Io sono un fisico di formazione, non uno specialista di orologi antichi. Piuttosto sono uno specialista delle “idee fisiche” ed è come tale che ho abbordato il “problema Bürgi”. Perché per me è stato fin dall’inizio importante capire come un autodidatta possa aver creato e pensato cose talmente all’avanguardia per la sua epoca».

    Quindi, come si è preparato? «Su Bürgi mi sono stati molto utili libri specialistici, articoli su “La voce di Hora” (pubblicato dall’Associazione italiana cultori di orologeria antica, ndr) e su “Chronométrophilia” dell’Association suisse pour l’histoire de la mesure du temps». Ma non basta. «Per “l’epoca”, le dirò per esempio che ho passato un mese a Venezia (presso palazzo Trevisan come visiting autore), cercando soprattutto ricettari di cucina del Seicento, in modo da avere un’idea di cosa si mangiasse (la ricetta del panpepato, la cena di Tycho)».

    E continua: «Posseggo ormai una raccolta (digitale) di disegni di vestiti dell’epoca, documentazione necessaria per descrivere il marchese o l’abito da sposa. Ho cercato informazioni sull’araldica di Guglielmo IV; ho discusso con un musicologo (Victor Ravizza) per scovare la musica del matrimonio; e via dicendo… Inoltre ho visitato musei e atelier di orologi in Svizzera (quello di La Chaux-de-Fonds è incredibile…); ho letto testi storici su Guglielmo IV e Kassel e sui principali protagonisti del romanzo. Senza contare le visite ai musei con i pezzi di Bürgi». Sì, perché gli esemplari del “nostro” – autentici o solo attribuiti – sono disseminati nelle raccolte museali di mezza Europa.

    «Ho raccolto una documentazione enorme», conclude, «il materiale mi occupa mezzo hard disk. E come se avessi visitato biblioteche in diversi paesi e consultato fondi ovunque. Probabilmente un lavoro così non avrei potuto farlo prima di internet». Benedetto internet e l’entusiasmo del dottor D’Anna, allora. Ma al di là del chiaro (e riuscitissimo) intento divulgativo, quello che resta dopo la lettura de “Il meccanico delle stelle” è la curiosità, la voglia di saperne di più su Jost Bürgi e sui suoi lavori. Fra i tanti pregi del libro, un altro plus. E non è poco.

  • Un secolo di pubblicità in mostra al Mih

    Un secolo di pubblicità in mostra al Mih

    2.500 documenti pubblicitari, 230 locandine originali: queste le cifre della mostra “L’ora per tutti, un orologio per ciascuno – Un secolo di pubblicità orologiera” aperta fino al 13 ottobre al Musée International d’Horlogerie di La Chaux-de-Fonds. «L’esposizione è il risultato di un lavoro di ricerca e di valorizzazione delle collezioni iconografiche del Museo», racconta Régis Huguenin, Curatore e Direttore del Mih. «E sottolinea la necessità di rinnovare la storiografia in ambito orologiero attraverso la domanda più che attraverso l’offerta: dallo studio dei consumatori piuttosto che dei fabbricanti».

    Sviluppata all’interno della partnership con l’Istituto di Storia dell’Università di Neuchâtel, è completata da un catalogo (pubblicato dalle Editions Alphil) ricco di approfondimenti da parte di diversi autori. Che analizzano i tanti aspetti del fenomeno a 360°, con prospettive grafiche, economiche, tecniche, sociali e culturali. Ne emerge uno specchio quanto più reale dell’ultimo secolo, attraverso la mutazione dei gusti, dei personaggi ed eroi di riferimento, dei linguaggi testuali e iconografici.

    La pubblicità come portavoce di un sentore collettivo, insomma. Perché slogan e cartelloni non si esauriscono con il mero fine commerciale: a insegnarcelo è stata anche una delle serie tv più celebri degli ultimi dieci anni, “Mad Men”. Che ha puntato i riflettori sull’importanza della figura dei creativi come megafoni del respiro di un’intera epoca, al di là dell’azienda che intendevano promuovere. In questo caso, un secolo di pubblicità in orologeria riflette tutto il conformismo e l’originalità, i cambiamenti e le tradizioni di una società in evoluzione.

    «In un mercato orologiero sempre più concorrenziale», continua Monsieur Huguenin, «negli anni le case orologiere si sono completamente affidate alla pubblicità per fissare al meglio i propri valori. E veicolarli al cliente finale, applicando codici culturali che si sono evoluti col tempo», conclude. Non sorprende quindi che tra le locandine spuntino anche veri e propri “manifesti” culturali (in tutti i sensi). Per esempio le affiches dedicate alla lotta di genere, come quella di Bulova del 1974. O i messaggi più concettuali, come l’idea della fugacità del tempo rappresentata da Moeris nel 1948 per mezzo di un vaso di fiori appassiti.

    Tra i tanti i nomi illustrati da questa mostra al Mih, spuntano anche Eberhard & Co, Zenith, Omega. Ma ciò che emerge soprattutto, attraverso le pubblicità, è il racconto non solo della storia del singolo brand, ma anche quella dell’orologio. Segnata da due grandi rivoluzioni: il passaggio dal taschino al polso e l’avvento del quarzo. Che ne hanno cambiato del tutto l’essenza, e lo hanno trasformato da strumento per la misura del tempo a vero e proprio accessorio di stile.