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Tag: Olimpiadi

  • Parigi 2024, Omega fa il tris di orologi

    Parigi 2024, Omega fa il tris di orologi

    Non si può dire che Omega, in qualità di cronometrista ufficiale delle Olimpiadi di Parigi 2024, non si sia mossa per tempo nella creazione di orologi dedicati alla ricorrenza. A un anno esatto dall’inaugurazione dei Giochi, il 26 luglio 2023, aveva presentato a Parigi il Seamaster Diver 300M Parigi 2024, in concomitanza con l’avvio del countdown olimpico.

    Poi, a metà aprile, a 100 giorni dalla cerimonia di apertura, è stata la volta dello Speedmaster Chronoscope nei colori della competizione. Infine, eccoci sotto data con il terzo orologio olimpico, il Bronze Gold Edizione Parigi 2024. Una sorpresa, una scelta che predilige l’eleganza alla sportività. Proprio per questo motivo parto da lui, non solo perché è la novità.

    Bronze Gold Edizione Parigi 2024: la novità

    Con il Bronze Gold Edizione Parigi 2024 Omega compie un’operazione interessante. Riesce a condensare in un orologio dall’estetica classica buona parte dei richiami alla sportività e alla tradizione olimpica che caratterizzano il Marchio. Parto dai materiali. La cassa è una bella misura da 39 mm di diametro per 11,7 mm di spessore, creata in Bronze Gold, da cui il nome della referenza. 

    Come i più attenti di voi sapranno, si tratta di una lega proprietaria di Omega, al pari del Sedna Gold, del Moonshine Gold e del Canopus Gold. La troviamo anche in una referenza dello Speedmaster Chronoscope e in un Seamaster 300.

    Il vantaggio di avere una fonderia propria, sta anche in questa capacità che ha il Brand di creare leghe uniche. Il fatto che il Bronze Gold sia costituito da oro (37,5%), palladio e argento può interessare o meno. Ciò che mi attira di più è la tonalità particolarmente calda di questo materiale, che ben ricordo perché ho potuto provare sia il Chronoscope, sia il Seamaster 300.

    Quindi Bronze Gold, ossia due metalli delle medaglie olimpiche. E l’argento? Voilà, eccolo nel quadrante, realizzato interamente con questo metallo, come ricorda la dicitura Ag925 al centro. L’estetica molto classica è un’alternanza di lavorazioni a Clous de Paris e a satinatura circolare. La prima si trova nella parte centrale del quadrante stesso e in quella dei piccoli secondi a ore 6; la seconda è invece nell’anello dei piccoli secondi e nel doppio giro esterno della minuteria. Molto bello il logo Omega, che nel Bronze Gold Edizione Parigi 2024 è scritto con i caratteri che aveva negli anni ’30.

    Con un occhio alla tradizione

    Perché è lì che si trova l’altro richiamo alla tradizione olimpica del Brand. Se il suo impegno come cronometrista dei Cinque cerchi risale ai Giochi di Los Angeles 1932, di pochi anni posteriore è l’orologio al quale si ispira, nell’estetica, il Bronze Gold Edizione Parigi 2024: la cosiddetta referenza CK 859 del 1939. Un pezzo cui Omega aveva già reso omaggio alcuni anni fa con un’edizione numerata in acciaio, anch’essa con quadrante in argento ma liscio, lancette e indici azzurrati.

    Il tocco di classe di quell’edizione numerata era il fondello in vetro zaffiro, che consentiva la visione del calibro Omega 8926 a carica manuale. Lo stesso calibro incassato nell’edizione per Parigi 2024, il cui fondello è però chiuso per consentire di ospitare il logo dei Giochi. Un peccato, perché le finiture del calibro 8926 sono superlative, per essere un movimento industriale; merito soprattutto delle Côtes de Genève radiali sui ponti. Oltre all’estetica c’è anche tanta tecnica, poiché parliamo di un calibro Co-Axial certificato Master Chronometer dal METAS, con tutto ciò che questo significa. 

    Speedmaster Chronoscope Parigi 2024: medaglia d’oro (Moonshine)

    Nel rimandarvi alle didascalie per ulteriori dettagli sull’orologio, passo agli altri due esemplari che Omega ha creato per le Olimpiadi di quest’anno. Parto dal più recente, lo Speedmaster Chronoscope Parigi 2024. Un orologio che ha le medesime caratteristiche della collezione lanciata nel 2021 e di cui ho scritto in questo articolo, al quale potete fare riferimento per rinfrescarvi la memoria sui dettagli generali della linea. Che viene estesa con gli orologi olimpici introducendo nuovi materiali e nuovi colori.

    Sono infatti due gli Speedmaster Chronoscope Parigi 2024, uno con cassa in acciaio e uno con cassa in oro Moonshine, usato per la prima volta in collezione. Per entrambi le stesse misure: 43 mm per 13 mm e una distanza da ansa ad ansa di 48,6 mm. Oltre al materiale della cassa, li distingue anche quello della lunetta: nella referenza in acciaio è in alluminio anodizzato, in quella in oro è in ceramica nera.

    Il quadrante è identico nelle due referenze: opalino bianco-argentato con la configurazione del Chronoscope a due contatori, che sono scuri a contrasto. Hanno una finitura concentrica che riprende quella del disco della minuteria, i cui indici in numeri arabi sono in oro Moonshine. Tonalità dell’oro che si trova sui numeri e sulle scale dei due contatori, sulle lancette del cronografo e su quelle di ore e minuti.

    Il calibro e il bracciale

    Come nel caso del Bronze Gold Edizione Parigi 2024, anche in questi orologi il fondello è chiuso. E, come sopra, è un peccato. Il calibro Omega Co-Axial Master Chronometer 9908 presente nella cassa della referenza in acciaio, così come il 9909 alloggiato in quella in oro, hanno anch’essi una finitura eccellente. Si tratta dello stesso movimento a carica manuale impiegato nello Speedmaster ’57 (là ha in più la data), con la platina a 3/4 lavorata a Côtes de Genève radiali che originano dal bilanciere, posizionato in basso a destra. Il cronografo ha la ruota a colonne con innesto verticale e il doppio bariletto, per un’autonomia di 60 ore. 

    Lo Speedmaster Chronoscope per Parigi 2024 può essere scelto con il bracciale metallico associato alla cassa, dotato di fibbia pieghevole con microregolazione, oppure con un cinturino in pelle con fibbia ad ardiglione. Il cinturino è traforato e sportivo nella versione in acciaio, liscio ed elegante in quella in oro.

    Seamaster Diver 300M Parigi 2024: scintillante

    L’orologio meno recente lanciato da Omega per Parigi 2024 è il Seamaster Diver 300M, che compie oggi un anno. Ha in sé i tratti che lo caratterizzano fin dagli esordi della collezione, ragion per cui ha scelto di distinguersi per un dettaglio ben visibile: la lunetta in oro Moonshine, lega che per la prima volta il Brand impiega in questa gamma. Ha la scala di immersione in rilievo positivo, con i numeri ulteriormente messi in risalto dalla finitura lucida che contrasta con quella grené della lunetta. Una lavorazione che personalmente trovo molto elegante e che Omega ha riservato, all’interno della collezione, ad alcune referenze particolari.

    Mi vengono in mente quelle dei primi anni 2000 dedicate all’America’s Cup o alcune create in occasione del rilancio della collezione, nel 2018. Tra di esse il modello di punta in titanio, tantalio e oro Sedna, con questa lega che arricchiva la corona, la valvola di decompressione, alcuni elementi del bracciale e la lunetta. Tra gli orologi olimpici, ricordo il Seamaster Diver 300M dedicato ai Giochi invernali di Pechino 2022, con lunetta in rilievo in titanio come quella del Nekton Edition.

    È tutt’oro quel che luccica

    Il quadrante in ceramica bianca ha il motivo a onde che troviamo sulle referenze moderne del Seamaster Diver 300M; ha una finitura opaca sulla quale spiccano le creste lucide delle onde. Nel quadrante vi sono sottili riferimenti alle Olimpiadi di Parigi 2024; il carattere tipografico dei numeri del datario è il medesimo di quello dei Giochi e il logo dell’evento è presente sulla lancetta dei secondi, a due terzi circa della lunghezza. Un escamotage che dà alla lancetta un sapore “lollipop” leggero e sportivo.

    A proposito di lancette, quelle del Seamaster Diver 300M Parigi 2024 hanno un trattamento Pvd in oro Moonshine e gli indici delle ore, applicati, sono realizzati nello stesso materiale. Il richiamo alla lunetta è evidente, così come quello al metallo della medaglia destinata agli atleti migliori. Una medaglia che chi indossa l’orologio può portare idealmente al polso: sul fondello è applicato un medaglione in oro Moonshine ablato al laser con inciso il logo olimpico.

    Insomma, anche quest’anno Omega ha messo in campo tutta la propria potenza di fuoco per fare delle Olimpiadi la vetrina perfetta attraverso cui mostrare di cosa è capace. Lo ha fatto non solo con l’enorme dispiegamento di uomini e mezzi portati a Parigi, ma anche e soprattutto con la forza che le deriva dall’essere il terzo marchio di orologi svizzeri per fatturato stimato. Perché, gira che ti rigira, quello è il suo business e quello sa fare terribilmente bene: tre esemplari per un unico evento, non sono bruscolini. Tre, come i gradini del podio olimpico, che il Marchio occupa ormai a pieno titolo.

  • Parigi 2024: Alain Zobrist racconta il cronometraggio di Omega

    Parigi 2024: Alain Zobrist racconta il cronometraggio di Omega

    Il compianto e storico direttore de La Gazzetta dello Sport, Candido Cannavò, scrisse una volta che “l’Olimpiade è una parentesi tra le contraddizioni dello sport”. Tra poco meno di un mese cominceranno i Giochi di Parigi 2024, un momento di sfida non solo per gli atleti, ma anche per chi deve misurarne le prestazioni. Parliamo di Omega, o meglio, di Swiss Timing, la società di Swatch Group che ha sede nella località svizzera di Corgémont e tiene il tempo dei Cinque Cerchi.

    Fondata nel 1972, affonda le radici a più di un secolo fa, alle prime attività di cronometraggio sportivo dei “marchi gemelli” Omega e Longines, i cui team timing si fusero in Swiss Timing nel 1988. L’ho visitata poco tempo fa e ho avuto occasione di parlare con Alain Zobrist, che è Ceo della società ed Head of Olympic Timing per Omega. Il quale mi ha raccontato complessità, emozioni e curiosità dietro all’importante compito di cronometrista olimpico, con vista su Parigi 2024.

    Il Giornale degli Orologi: Quando cominciò il rapporto tra Omega e i Giochi olimpici?
    Alain Zobrist: La storia è cominciata circa 90 anni fa, nel 1932: quando Omega è stata selezionata come cronometrista ufficiale dei Giochi olimpici di Los Angeles. Inviò un solo orologiaio dalla Svizzera, con 30 cronografi. Fu selezionata perché i suoi 30 cronografi erano certificati con la precisione al decimo di secondo, la più grande innovazione dell’epoca.

    GdO: Com’era il cronometraggio prima del 1932?
    AZ: Ciascun giudice aveva il proprio cronografo, non c’era uniformità. E le differenze nella qualità della rilevazione erano troppe.

    GdO: Che squadra porterete a Parigi 2024?
    AZ: Avremo 550 cronometristi e 350 tonnellate di attrezzatura. Abbiamo cominciato a prepararci tre anni fa con una squadra fissa a Parigi. La collaborazione è a tutti i livelli, anche con gli architetti che hanno progettato le strutture, in modo da avere lo spazio per le nostre attrezzature, le connessioni eccetera. Circa 10 giorni prima della cerimonia di apertura prepareremo tutto, ce ne vorranno un paio per allestire e per gli ultimi test: l’obiettivo è essere pronti due giorni prima della cerimonia.

    GdO: Quando comincia la preparazione di un’olimpiade?
    AZ: Circa 3 anni prima dell’evento. Il team per Los Angeles 2028 andrà in California tra circa un anno, ma abbiamo già un gruppo di lavoro per Milano-Cortina 2026.

    GdO: C’è un limite alla misurazione della precisione?
    AZ: Penso che l’innovazione non abbia limiti nel nostro campo. I limiti sono altrove. Posso arrivare a cronometrare al milionesimo di secondo, ma il punto sta nell’adattare il cronometraggio alle esigenze di ciascuno sport: è lo sport che impone il limite. Per esempio, nel nuoto avrebbe senso misurare al millesimo di secondo? A mio avviso no, perché in questo sport già un centesimo di secondo equivale al tocco di un’unghia. La precisione nella misurazione del tempo teoricamente non ha limiti, ma oggi quello che interessa di più è forse monitorare ciò che accade durante la prestazione, più che il risultato finale, ed è possibile grazie all‘intelligenza artificiale.

    GdO: Quali discipline, secondo lei, hanno avuto i maggiori benefici dal vostro lavoro?
    AZ: Non ne sceglierei una in particolare. Cerchiamo di sviluppare la nostra tecnologia in modo olistico, non solo per alcune discipline: diciamo che tutti ne hanno beneficiato in misura diversa. Anche alcuni al di fuori delle Olimpiadi, come nei motori: non tutti sanno che in GT2 abbiamo introdotto un sistema per la gestione del track limit attraverso l’intelligenza artificiale, prima che esso fosse adottato in Formula 1.

    GdO: Per l’intelligenza artificiale, Parigi 2024 sarà un bel banco di prova. Come contribuisce al vostro lavoro?
    AZ: In due modi. Da una parte misurando i dati, dall’altra analizzandoli. Sono due protocolli distinti che lavorano in sinergia. Abbiamo iniziato nel 2017 a usare i primi modelli di intelligenza artificiale, applicandoli per la prima volta ai Giochi invernali del 2018. Serve tempo per sviluppare e provare questo tipo di soluzioni e non dimentichiamo che abbiamo perso due anni a causa del Covid.

    GdO: A Parigi 2024 sarà più difficile cronometrare o elaborare i dati?
    AZ: Cronometrare. Per avere i dati corretti devi avere un cronometraggio perfetto. Ho detto tutto. 

    GdO: Quanto è importante per voi avere alle spalle un grande gruppo come Swatch?
    AZ: Fondamentale. Lavoriamo per coprire oltre 500 eventi sportivi all’anno, abbiamo soluzioni adatte a oltre un centinaio di sport. Del resto è una vocazione del gruppo, che ha molti altri marchi impegnati nel cronometraggio sportivo di diverse discipline. Il contratto del Comitato Olimpico è con Swatch Group: questo è un investimento che il gruppo fa con l’intero movimento olimpico.

    GdO: C’è un episodio che è stato per lei la maggior fonte di soddisfazione da quanto fa questo lavoro?
    AZ: Le due Olimpiadi durante il Covid, Tokyo 2020 e Pechino 2022, perché in 8 mesi abbiamo dovuto gestire due eventi mostruosi come questi. È stato molto sfidante per tutto il nostro team, oltretutto in un ambiente particolare. Essere stati capaci di farlo, con la qualità con cui lo abbiamo fatto, con alcune innovazioni, è stato un grande risultato per l’azienda. 

    GdO: Quando sviluppate una nuova tecnologia lo fate in collaborazione con gli atleti?
    AZ: Sì. Di solito andiamo dove si allenano o gareggiano, parliamo con gli allenatori e lo staff per capire come possiamo esserci utili a vicenda. Devono avere la massima fiducia nella nostra tecnologia, per questo li coinvolgiamo sempre nell’intero processo. Normalmente cominciano a provare i nostri sistemi un paio di anni prima dei Giochi, in modo che possano farci avere per tempo le loro impressioni e suggerirci eventuali miglioramenti.

    GdO: Quali sono le competenze che deve mettere nel suo lavoro come Ceo?
    AZ: Io ho una formazione economica e di marketing, non sono un ingegnere. Penso non ci siano differenze tra guidare Swiss Timing e guidare un’altra azienda. Devi sapere apprezzare le persone, capire come farle crescere come professionisti e umanamente, coinvolgere gli elementi migliori e farli lavorare al meglio come squadra. Il lavoro di squadra per me è il centro di tutto.

  • Omega e le Olimpiadi, fra Tokyo e fantascienza

    Omega e le Olimpiadi, fra Tokyo e fantascienza

    Oggi iniziano i Giochi olimpici di Tokyo 2020. Terminiamo il discorso su Omega e le Olimpiadi, facendo il punto sui modernissimi sistemi di cronometraggio messi in campo dal Cronometrista ufficiale

    E alla fine le Olimpiadi di Tokyo sono iniziate, non ostante la pandemia. Non è solo una questione di conservare qualche sponsor per contenere i danni economici. I primi a volere i Giochi olimpici sono proprio gli atleti, quelli che per quattro anni (anzi, cinque in questo caso) hanno lavorato, sofferto e sudato per arrivare alle Olimpiadi nella miglior forma possibile. È per loro, il danno maggiore derivante da un eventuale annullamento.

    Per molti è l’appuntamento fondamentale, il vero inizio o la fine di una carriera per cui hanno impegnato sé stessi oltre ogni ragionevolezza di chi non ne condivide le motivazioni. Che in certi casi sono economiche, è vero – e infatti più di un atleta professionista ha rinunciato proprio per non mettere a rischio i contratti con gli sponsor. Ma, nell’economia totale degli sport ammessi ai Giochi olimpici, la maggior parte degli atleti cerca ancora l’appuntamento con la Storia, cerca la soddisfazione personale o persino il riscatto da una vita difficile. Cerca i valori puri dello sport, in definitiva.

    Omega e le Olimpiadi: vera rivoluzione?

    Qualcuno ha pensato che parlare di “rivoluzione” Omega relativamente ai Giochi olimpici fosse un’esagerazione, un tentativo di compiacere Omega e il suo impegno sportivo. A me, sinceramente sembra il contrario. Vedete, la rivoluzione non sta tanto nei sistemi di cronometraggio sempre più precisi. Quello è “normale” progresso tecnologico. La rivoluzione vera è aver superato il “semplice” concetto di stabilire un corretto ordine di premiazione (come richiesto per primi dagli organizzatori, sommersi dalle critiche del pubblico e degli atleti) per mettersi al servizio degli atleti. Che è una cosa molto complessa.

    Vuol dire che gli atleti possono seguire e rivivere ognuna delle proprie prestazioni anche per migliorarsi. Possono confrontare la propria prestazione con quella degli altri atleti per capire le differenze, per capire i sia pur minimi errori. Nell’equitazione, ad esempio (ancora “lei”, con un rimando alla Storia), si possono confrontare direttamente i percorsi delle gare ad ostacoli, cercando poi di ottimizzarli. E così via.

    Sono certo che in un futuro non troppo lontano si arriverà a creare veri e propri avatar degli atleti con programmi di confronto diretto. E persino con la possibilità di evidenziare gli errori commessi. Del resto già oggi la maggior parte dei programmi di training (in palestra come in attrezzi dedicati, anche da polso) sono tutti figli o nipoti della rivoluzione Omega nel cronometraggio sportivo.

    Il cronometraggio Omega: la strumentazione

    Oggi, la linea di arrivo è filmata da una macchina sistemata in alto per una visione ottimale, che trasmette alla cabina di regia immagini digitali al ritmo di 2000 fotogrammi al secondo. E che quindi consente di misurare la posizione d’ogni atleta al duemillesimo di secondo. In realtà c’è anche uno strumento (la versione moderna dei contasecondi) in grado di spingersi oltre, fino al milionesimo di secondo. Prendete un secondo, dividetelo in un milione di parti…

    L’apparecchiatura per misurare le gare di velocità è composta essenzialmente da una serie di centraline elettroniche per la gestione dei dati; le centraline sono alimentate a batteria, per evitare errori introdotti dalla corrente alternata o, peggio ancora, vuoti dovuti a temporanee mancanze di corrente. Un vero e proprio groviglio composto da decine di chilometri di cavi doppi (la prudenza non è mai troppa) unisce le centraline; collegate a loro volta ad una serie di terminali e, infine, al computer sistemato in una cabina di regia per i cronometristi. Che dei cronometristi d’una volta hanno ormai solo il nome.

    Il cronometraggio Omega: la partenza…

    Il primo dei terminali è proprio la pistola rossa dello starter, costituita da flash e da un generatore di suono. Quando lo starter preme il grilletto, il dispositivo produce un suono, emette un flash luminoso ed invia l’impulso di avvio ai contasecondi elettronici. Il suono viene trasmesso agli altoparlanti sistemati su ciascun blocco di partenza. L’altoparlante su ogni blocco di partenza serve a far sì che il suono della pistola giunga contemporaneamente a ciascun atleta: nelle gare con linea di partenza sfalsata, come i 400 metri, questo accorgimento può rivelarsi determinante.

    Gli stessi blocchi di partenza sono in realtà un terminale tecnologicamente avanzato. Negli appoggi per i piedi è incorporato un sensore di spinta (certi atleti arrivano a sviluppare una spinta di 160 chilogrammi), utile anche per rilevare le false partenze; un anticipo superiore al decimo di secondo (tempo medio di reazione allo sparo) fa suonare un allarme nelle cuffie dello starter, il quale provvede immediatamente a sparare il secondo colpo che annulla la partenza.

    …la gara e l’arrivo

    Se la partenza è regolare, il tempo intermedio è rilevato da una cellula fotoelettrica – posta, nelle gare brevi, a metà percorso, mentre per le gare sulla distanza le cellule sono sistemate ogni 100 metri. All’arrivo il tempo compare immediatamente su un tabellone elettronico, ma è una rilevazione “falsa”, sempre leggermente superiore al tempo reale della gara. Per esigenze televisive, infatti, si comunica immediatamente il tempo rilevato da due cellule fotoelettriche poste pochi centimetri dopo la linea d’arrivo; una all’altezza delle braccia, l’altra del petto degli atleti: ma solo il petto ha valore agli effetti del cronometraggio.

    In realtà, alla fine della gara i tecnici in cabina di regia esaminano febbrilmente, fotogramma per fotogramma, il filmato realizzato nei 4 millimetri prima del traguardo. È questo, esatto al duemillesimo di secondo, il tempo ufficiale della gara. Comunicato – sempre sullo stesso tabellone ma con approssimazione al millesimo – meno di un minuto dopo il termine della gara.

    Incidentalmente, le cellule fotoelettriche sono sistemate pochi centimetri dopo il traguardo proprio perché in tal modo il tempo sarà sempre più lungo della misurazione ufficiale; quindi l’eventuale record non dovrà mai essere seguito dalla delusione di una smentita. Il cronometraggio di Omega è sempre solidale con gli atleti, che possono in qualunque momento entrare in contatto con i cronometristi, fare domande, verificare, partecipare ai controlli.

    Collegato alle apparecchiature di cronometraggio c’è anche un anemometro per misurare la velocità del vento a favore, comunicata 10 secondi dopo la fine della gara. Se la velocità del vento supera i 2 metri al secondo, l’eventuale record mondiale non può essere omologato. E se la precisione al duemillesimo di secondo non dovesse essere sufficiente per individuare il vincitore?

    In questo caso il computer (ovviamente munito di un gruppo di continuità per evitare le conseguenze di un blackout) può rapidamente elaborare i fotogrammi, con un programma di grafica, per consentirne la massima decifrabilità. L’apparecchio visualizza un’immagine larga 1 pixel e alta 2.000, con una velocità di scansione di 2.000 fotogrammi al secondo, appunto. La lunghezza dell’immagine, invece, è determinata dal distanziamento degli atleti. Ma anche in questo Omega si sta spingendo oltre, verso risoluzioni apparentemente impossibili.

    Avatar in gara

    Una curiosità finale: il cuore di tutto il sistema continua ad essere un particolare orologio al quarzo, introdotto alle Olimpiadi di Londra del 2012, munito di circuito termocompensatore per evitare gli effetti negativi dovuti alle variazioni di temperatura. Rileva, come dicevo, il milionesimo di secondo. Ma è utile solo nelle gare in cui il tempo è l’unico parametro che conta, o quasi.

    In molti sport, dall’equitazione alla ginnastica artistica, dal climbing al volley, il tempo è solo uno fra i tanti parametri da tenere in considerazione. E allora si comincia a percorrere una nuova strada in più, resa possibile da apparecchiature elettroniche inedite. Grazie a sensori di ogni tipo (giroscopi elettronici, sensori di accelerazione, leggerissimi trasponder fissati al corpo degli atleti, tutti collegati con sistemi wi-fi a prova di hacker) si possono raccogliere diverse informazioni biometriche. Utili non solo per soddisfare la curiosità del pubblico, ma soprattutto per gli stessi atleti, che non sempre possono disporre di attrezzatura tanto perfezionate.

    Queste informazioni, talvolta ottenute anche con l’ausilio di laser a bassa potenza, consentono di creare un’immagine degli atleti e dei loro movimenti. Veri e propri avatar che ricostruiscono con estrema precisione i movimenti e i percorsi degli atleti. Spettacolo nello spettacolo, ma soprattutto un sistema completo per consentire a ciascun atleta di esaminare, analizzare ed eventualmente correggere il proprio comportamento in gara. Essere dalla parte degli atleti, appunto. È questa la vera rivoluzione di Omega, giunta alla propria ventinovesima Olimpiade. Pronta (quasi) per la trentesima.

  • Il cronometraggio. Le Olimpiadi di Omega: storia, curiosità e laser

    Il cronometraggio. Le Olimpiadi di Omega: storia, curiosità e laser

    Alla fine le Olimpiadi di Tokyo 2020 si faranno nel 2021. Senza pubblico, senza qualche atleta che teme i contagi, ma si faranno. Il segnale lo ha dato alla fine della primavera proprio Omega, storico partner e sponsor dei Giochi olimpici. Come? Spedendo dalla Svizzera circa 400 tonnellate di attrezzature, 85 tabelloni per fornire al pubblico i risultati (più 350 specifici per i diversi sport), 200 chilometri di cavi, 530 tecnici del cronometraggio che gestiranno, fra l’altro, 900 volontari. Più diavolerie tecnologiche come sciabolate di raggi laser invisibili e intelligenze artificiali ben controllate dai tecnici di Omega.

    Roba tosta, insomma. Ma ne parliamo un altro giorno. Perché il cronometraggio sportivo è forse la punta di diamante dell’orologeria, un sistema di misurazione straordinariamente complesso al servizio di… No, anche di questo parleremo più avanti, in una delle tre puntate in cui divideremo questo percorso.
    Abbiate pazienza. Voglio cominciare con un po’ di storia che sarà utile per comprendere meglio i veri significati del cronometraggio sportivo. E per condire il tutto con gocce di gossip storico da spargere sull’altrettanto storica tradizione dell’arbitro/giudice cattivo e cornuto. Che non nasce mica ieri. Ha radici più profonde…

    Il giudice/arbitro è un cornuto

    Dissolvenza e apertura su una scena idilliaca, con musica baldanzosa. Il sorriso del trionfo, l’esultanza della vittoria tanto attesa, la telecamera inchiodata sul primo piano di chi ha prevalso su tutti. In sovraimpressione il tempo del vincitore. Dietro tanta gioia e poche, apparentemente scarne cifre, una storia iniziata nel 1821, quando il primo cronografo misurò la durata delle corse dei cavalli allo Champ de Mars di Parigi.

    Il cronografo, ossia l’orologio in grado di misurare con la miglior precisione un intervallo di tempo, nasce da esigenze molteplici, assai diverse fra loro: la necessità di misurare la durata di un esperimento scientifico, ad esempio, ma anche quella di valutare i tempi delle prime produzioni industriali; e soprattutto la durata delle gare sportive, che avevano un ruolo sempre più rilevante nell’immaginario collettivo. Il campione sportivo deve essere certificato nella sua lotta contro il tempo, nel suo tentativo di battere sé stesso e gli avversari.

    I primi cronografi (il suffisso graphein nasce dal fatto che i tempi venivano effettivamente scritti su un foglio o un quadrante di carta intercambiabile) non erano eccezionalmente precisi né le circostanze lo richiedevano. A determinare il vincitore era il giudice di gara che, coadiuvato da un certo numero di assistenti, si basava semplicemente su quel che vedeva. E proprio l’imprecisione dell’occhio umano sarà all’origine di un decisivo passo avanti per la precisione del cronometraggio. Ma all’inizio il punto era non farsi imbrogliare sulle scommesse alle corse dei cavalli. Un giudice (cattivo e cornuto come un diavolo, più che per l’intervento di una moglie di discutibile onestà) decideva tutto e non era poi così difficile corromperlo per aggiustare a proprio vantaggio una corsa. Ma com’era la faccenda, era affrontata un po’ alla lontana.

    Verso la fine dell’Ottocento l’opinione pubblica mondiale si appassionava ad una polemica sempre più vivace: i pittori non sapevano ritrarre la realtà, ingannati dai propri occhi. Ad esempio, non erano in grado di riprodurre come si conviene l’andatura dei cavalli, secondo molti “esperti”. Grandi pittori come il parigino Édouard Manet (1832/1883) produssero una notevole quantità di quadri “alle corse dei cavalli” perché si vendevano molto, molto bene. Ciascun pittore aveva il proprio punto di vista e Manet era particolarmente astuto nel ritrarre una sorta d’istantanea di una corsa in pieno svolgimento. Non va dimenticato che le corse dei cavalli, all’epoca, erano lo sport più apprezzato, e non solo dall’aristocrazia. C’erano tifosi tosti come quelli del calcio oggi e non erano rare le risse proprio sulle discrepanze d’opinioni relativamente alle decisioni dei giudici cattivi, cornuti e venduti.

    Ma i cavalli volano o non volano?

    Così nel 1872 l’uomo d’affari (nonché governatore della California) Leland Stanford pensa bene di chiedere al fotografo inglese Eadweard Muybridge di confermare la propria ipotesi: un cavallo, durante il galoppo, solleva contemporaneamente le quattro zampe almeno per un istante. Vola. Muybridge accetta l’incarico, sia pur distratto da un episodio tragico: nel 1874 scopre (a proposito di corna) che la moglie ha un amante. E lo uccide. Al processo (in quel periodo Muybridge viveva nella zona di San Francisco) viene assolto per “omicidio giustificato” (l’equivalente del nostro “delitto d’onore: tutto il mondo è paese…) e riprende quindi le ricerche sul movimento dei cavalli.

    Nel 1878, Muybridge decide di piazzare 24 macchine fotografiche lungo un’ideale linea parallela al percorso che un cavallo dovrà compiere. Ogni fotocamera è azionata da un filo di lana che viene spezzato dal cavallo nel suo moto. La sequenza di fotografie così ottenute dimostra che effettivamente per un istante il cavallo rimane sospeso sul terreno; ma non quando le zampe sono in completa estensione, come alcuni ritenevano, bensì nel momento in cui le zampe si raccolgono contro il corpo.

    La cosa cambiò il destino delle arti figurative, ma anche del cronometraggio. Perché qualcuno ebbe la buona idea di applicare il “metodo Muybridge” (una macchina fotografica sulla linea d’arrivo, azionata dalla rottura del filo da parte del primo classificato) anche sui campi sportivi, sin dai campionati americani d’atletica del 1891. Nasce così il moderno cronometraggio, per certi versi basato ancor oggi sul medesimo principio. L’invenzione più conosciuta, nel cronometraggio olimpico, è o non è il fotofinish, introdotto da Omega alle Olimpiadi di Los Angeles, nel 1932?

    Cronometraggio, sì. Ma come e perché?

    A questo punto appare evidente che la determinazione del vincitore si deve basare su due elementi distinti: da un lato la durata dell’impresa sportiva; dall’altro l’individuazione precisa di chi ha tagliato il traguardo per primo. Il concetto è semplice, ma metterlo in pratica è ben altra cosa…

    Per quanto riguarda la durata fino a (relativamente) poco tempo fa si credeva che tutto dipendesse da un buon cronografo; o, meglio ancora, da quei contasecondi professionali che erano lo strumento indispensabile di ogni professionista del cronometraggio. Lo starter dà il via, o spara un colpo (si dice che l’abitudine del colpo di pistola sia nata per un concorrente un po’ debole d’udito che non aveva sentito il via, complice il tifo degli spettatori). Il cronometrista aziona il contasecondi e lo arresta alla fine della gara. Tutto qui.

    Sbagliato. Fra il colpo dello starter e il momento in cui il cronometrista preme il pulsante c’è un intervallo rilevante: almeno un quarto di secondo per un professionista allenato. Ma non tutti i cronometristi hanno lo stesso ritardo e nemmeno il singolo cronometrista è implacabilmente regolare. E poi c’è la percezione, spesso a distanza, di chi vede tagliare il traguardo, ma reagisce con un ulteriore ritardo, che si somma al primo e che non è mai, mai costante. Per ovviare a questo problema si provvede a moltiplicare cronometristi, giudici e cronografi, che Omega trasforma in vere e proprie batterie di strumenti gestiti in maniera “automatica”.

    L’ultima parola però spetta al giudice. Ma il giudice, anche se buono e non cornuto, può comunque sbagliare. E quando un atleta si è preparato quattro anni per l’Olimpiade, quando ha sudato, sofferto e si è allenato per quel momento e si vede vanificare tutto per l’errore, sia pure in buona fede, di un giudice o di un cronometrista, sapendo che la prossima occasione non sarà domani, ma fra altri quattro anni… Beh, per usare un eufemismo, si arrabbia, si arrabbia molto.

    E a ben vedere anche la foto al passaggio del traguardo (quella del filo di lana collegato alla macchina fotografica) non è che sia infallibile. Poniamo che il primo classificato sia nascosto fra altri due concorrenti più lenti di lui, ma magari apparentemente in anticipo per un errore di prospettiva. Anche lui si arrabbia, si arrabbia molto. Si incazza davvero. E allora? E allora c’è Omega che trova la soluzione. Ne riparliamo presto. (Continua…)