Giornale Degli Orologi
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Tag: Orologeria italiana

  • WOI 6: breve guida al Salone dell’orologeria indipendente

    WOI 6: breve guida al Salone dell’orologeria indipendente

    In quanto media partner di WOI 6, ci sembra opportuno fare il punto della situazione. E raccontarvi per sommi capi cos’è Watches of Italy, come nasce e cos’è diventato, come partecipare al prossimo appuntamento, cosa ci sarà da vedere…

    La finalità è chiara: fare squadra. Ed è sempre stata la stessa fin dagli esordi, in quel di Tortona (Al), nel lontano ottobre 2019. Quando Watches of Italy si è costituito come libero collettivo su iniziativa di Fabrizio Dellachà, ingegnere appassionato di micromeccanica, con l’intento di favorire la filiera dell’orologeria italiana.

    Il che significa – oggi come ieri – creare una rete di sinergie fra aziende, imprenditori e artigiani che lavorano in tutti i segmenti dell’industria del tempo nel nostro Paese. Non solo brand (grandi e piccoli) di orologi, ma anche designer, produttori di movimenti o di componenti (dall’habillage ai pezzi di ricambo), prototipisti, decoratori specializzati, fornitori di macchinari, utensili, packaging…

    Oggi Watches of Italy riunisce una settantina di imprese indipendenti italiane. Ma di recente si è aperto anche a società provenienti dall’estero, per diventare un punto di riferimento internazionale. Fondamentale rimane il ruolo di organizzatore di momenti di promozione per le imprese aderenti, così da offrire visibilità e creare contatti. Occasioni per farsi conoscere sia dal grande pubblico sia da altri operatori del settore.

    I punti di forza

    In quest’ottica va vista la mostra-mercato che si tiene ogni anno in autunno: in origine è stata a Tortona, poi si è spostata a Novi Ligure, in un crescendo di pubblico e di società presenti. A Novi, per intenderci, la kermesse 2024 ha visto un’affluenza di 5mila persone, e una cinquantina di espositori circa. Mentre a maggio 2025 ha conosciuto uno spin-off estivo a Jesolo. Segno che la formula piace, e funziona.

    Del resto, non potrebbe essere altrimenti: sono poche le situazioni in cui appassionati e collezionisti possono acquistare fisicamente e senza intermediari i loro esemplari preferiti. In più nelle manifestazioni di Watches of Italy si possono incontrare di persona i titolari (che spesso sono anche i fondatori) dei brand, e instaurare con loro un rapporto personale. E allo stesso tempo conoscere marchi del tutto nuovi, che si affacciano per la prima volta sul mercato. Non è cosa da poco.

    WOI 6 in sintesi

    Riguardo alla prossima edizione, la sesta, c’è da dire che approda per la prima volta a Milano. Per questo WOI 6 sembra promettere agli organizzatori – lo stesso Dellachà e Silvia Bonfanti, “anima” del Salone – un vero e proprio salto di qualità. A cominciare dallo spazio dove avrà luogo: il Superstudio Più, in via Tortona 27. Una location prestigiosa, arcinota nel mondo del design e della moda: da sempre sede di eventi del Fuorisalone, sfilate e presentazioni durante la Fashion Week, mostre di fotografia, party e convegni di rilievo…

    Qui, sabato 8 e domenica 9 novembre, si daranno dunque appuntamento gli espositori di WOI 6, non solo italiani ma anche francesi e svizzeri. In un numero non ancora definito: per ora sono una quarantina, ma le adesioni sembrano destinate ad aumentare, visto che le iscrizioni sono ancora aperte. Se si scorre l’elenco provvisorio dei partecipanti, comunque, già si incontrano tanti microbrand, qualche start-up ma anche nomi storici, maestri orologiai dalla solida esperienza, laboratori del cuoio, retailer di secondo polso, distributori di attrezzature e molto altro.

    Oltre alla mostra-mercato, però, a WOI 6 ci sarà anche un momento di cultura. Sabato 8 alle 11.30, si terrà infatti una conferenza intitolata La Storia dell’orologeria italiana e i suoi protagonisti. Il fenomeno Panerai. Principali relatori: il professor Ugo Pancani, volto noto nella divulgazione orologiera che presenterà il proprio libro fresco di stampa; e l’ingegner Mario Paci, esperto di Panerai pre-Vendôme.

    Senza dimenticare la solidarietà. Merita almeno un cenno la consueta partnership con Gli Amici del Sorriso (ex Amici del 4° piano), un’organizzazione di volontariato che si (pre)occupa delle attività ludico-ricreative dei bimbi ricoverati al Policlinico San Matteo di Pavia, nei reparti di oncoematologia e chirurgia pediatrica. Per sostenere le iniziative dell’associazione, una raccolta fondi durante la fiera permetterà di donare il proprio contributo spontaneo.

    Informazioni utili

    Infine, qualche nozione pratica sulla modalità di partecipazione. Il secondo weekend di novembre, appunto, WOI 6 sarà aperta al pubblico dalle 10 alle 19, con orario continuato e ingresso libero. Per accedere, però, è obbligatoria la registrazione presso Eventbrite (trovate il link sempre sul sito ufficiale di Watches of Italy). Non ci sono scuse per non partecipare: il Superstudio è estremamente facile da raggiungere, sia in auto sia con i mezzi pubblici. Trovate tutte le informazioni sul sito ufficiale. Cosa aspettate? Andate subito a iscrivervi.

    Aggiornamento

    Oggi, 1° novembre, sempre sul sito ufficiale di WOI 6 è stato pubblicato l’elenco definitivo degli espositori: circa 50 i marchi presenti… Un bel numero: che si traduce in un’ampia scelta, soprattutto per chi vuole fare acquisti.

  • Oisa 29-60 Automatico: il 2° capitolo dell’orologeria Made in Italy

    Oisa 29-60 Automatico: il 2° capitolo dell’orologeria Made in Italy

    La rivoluzione Locman – Oisa 1937 è compiuta. Ci sono ora tutte le carte sul tavolo per una nuova era dell’orologeria italiana, al cento per cento Made in Italy. Oggi (alle ore 16) a VicenzaOro/VO’ Clock Privé, nell’area “Esperienze”, l’annuncio di Una vittoria italiana (questo il titolo dell’incontro): il primo movimento automatico di manifattura tricolore, l’Oisa 29-60 Automatico. Una novità assoluta, di cui vi raccontiamo il contesto in questa doppia intervista esclusiva.

    A poco più di due anni e mezzo dal lancio sul mercato del primo (o meglio: il primo dopo quasi 50 anni) movimento meccanico di manifattura italiana, a carica manuale, è questo il secondo, decisivo, passo previsto nella sfida lanciata da due imprenditori visionari. Parliamo, naturalmente, di Marco Mantovani, fondatore e Presidente di Locman, e Benedetto Perrotta, socio e Amministratore unico di Oisa 1937. Una coppia vincente che oggi ha preso la scena con due notizie bomba: l’arrivo del movimento Oisa 29-60 Automatico, come dicevo, e l’uscita di Locman dal capitale di Oisa 1937.

    Chi – crediamo in pochi – abbia perso i capitoli precedenti di questa storia, può ricostruirla su questo sito, a cominciare dall’articolo scritto da Augusto Veroni nel 2021 e quello successivo del nostro Direttore. Basti qui dire che Oisa 1937 è un’azienda storica (fondata appunto nel 1937, da Domenico Morezzi) che arrivò a produrre fino a 10 mila calibri al mese. Un unicum italiano, piegato dalla crisi del quarzo, che la portò a chiudere nel 1978.

    Quarant’anni dopo, Carlo Boggio Ferraris (nipote del fondatore) ha fatto ripartire la produzione in uno stabilimento attiguo alla Officine Meccaniche Futura di Benedetto Perrotta, specializzata in lavorazioni meccaniche di precisione. È in quei capannoni di Albuzzano, a una decina di chilometri dal centro di Pavia, che viene lanciata la sfida di far ripartire la grande tradizione dell’orologeria italiana. Con Marco Mantovani che affianca, consiglia, sprona, condivide entusiasmi con Benedetto Perrotta e tutta la squadra. Fino al lancio sul mercato di Montecristo Oisa 1937, la prima collezione di orologi che monta il calibro Oisa 29-50 Cinque Ponti. 

    È arrivato il momento per un primo bilancio…
    Perrotta: «Quando ho scoperto che in Italia non c’era nessuno che producesse movimenti meccanici per orologi sono rimasto molto sorpreso. Io non nasco esperto di orologeria, il mio mondo è la meccanica di precisione. Grazie alle competenze di una grande squadra, a cominciare dal direttore tecnico Fausto Berizzi, siamo riusciti a ottenere un risultato eccellente, in termini di prestazioni, design e finitura, così come di reclutamento e formazione delle maestranze. In verità, pensavo che il movimento sarebbe stato accolto con maggiore entusiasmo, soprattutto dalle ditte italiane che non avevano prima a disposizione un calibro Made in Italy. Allo stato attuale, la produzione supera le richieste».

    All’annuncio dell’industrializzazione del processo produttivo avevate posto l’obiettivo di 10 mila pezzi all’anno entro il 2025…
    Perrotta: «Ci siamo fermati prima: sarebbe al momento inutile raggiungere quei numeri. Oggi abbiamo una capacità produttiva di 2mila movimenti all’anno, e ne vendiamo 1.200». (Un plauso alla sincerità e alla trasparenza, ndr).

    Primo cliente: Locman… 
    Mantovani: «Dopo il lancio di Montecristo Oisa 1937, abbiamo montato il calibro anche in edizioni limitate, create per conto terzi. Come l’Amerigo Vespucci Island ref. 613 realizzato per il 93° compleanno della nave scuola della Marina Militare e poi rimasto come regalo diplomatico. E come la collezione per i 70 anni di Editalia realizzata da Tellus in collaborazione la Zecca dello Stato, con una Lira del 1946 in oro incastonata sul quadrante. Locman, per conto suo, ha poi dedicato al Cinque Ponti anche la collezione Decimo Canto, di cui in questi giorni presentiamo nuovi modelli, ancora più preziosi».

    Oltre Locman, sono arrivate richieste da altre marche?
    Perrotta: «Tre aziende, di cui non posso fare nomi, hanno iniziato a montare il nostro modello, personalizzato». 
    Mantovani: «Oisa 1937 non è gelosa: ogni azienda può personalizzare il movimento, e dargli il suo nome. Io credo che chiunque acquisti il calibro debba sentirsi onorato di poter scrivere, davvero, “Made in Italy” sul suo orologio. Questa non vuole essere una sfida alla Svizzera. È una sfida con noi stessi, che vogliamo fare le cose per bene, a un rapporto qualità/prezzo difficile da ottenere al di là delle Alpi. Mi auguro che le aziende italiane colgano le opportunità della rivoluzione appena avvenuta».

    L’arrivo dell’automatico è la ciliegina sulla torta…
    Perrotta: «Solo i veri appassionati scelgono la carica manuale. Il 90 per cento delle persone preferisce l’automatico. Il suo arrivo sul mercato, previsto per il 2025, quintuplicherà le nostre potenzialità».

    Uno degli obiettivi del calibro automatico è, per Oisa 1937, conquistare gli acquirenti più giovani?
    Perrotta: «Sicuramente. Sta all’orologiaio riuscire a trovare un modello che conquisti i giovani. Loro non comprano un orologio per leggere l’ora, bisogna farli sognare».
    Mantovani: Gli smartwatch hanno conquistato molti mercati, non l’Italia. Molti giovani hanno iniziato a guardare, studiare e apprezzare gli orologi dei nonni. Ho incontrato tanti ragazzi che guardano gli esemplari meccanici con lo stesso entusiasmo che colse me quando visitai per la prima volta la fiera di Basilea. Quello stupore e quella passione sono i motivi per cui l’orologeria continua e continuerà a prosperare».

    Locman ha previsto una o più collezioni dedicate al nuovo calibro automatico italiano?
    Mantovani: «Partiremo da un Montecristo. D’altra parte era automatico il primo orologio di quella collezione. Poi si vedrà. Oisa 1937 ha realizzato un calibro automatico che rispecchia gli stessi criteri di qualità del manuale e ne amplifica le potenzialità. Ora è arrivato il momento che che si presenti sul mercato come società pienamente indipendente, quale è di fatto sempre stata. Perciò Locman esce dal capitale e diventa un cliente».

    Dunque, vi separate?
    Mantovani: «Come previsto, abbiamo accompagnato Oisa nella parte più faticosa del percorso, controlli tecnici e supervisioni compresi. Ora il rodaggio è finito. La macchina produttiva è molto ben lubrificata. Il nostro compito esaurito. Restiamo però affezionati clienti. Abbiamo già fatto, per primi, gli ordini per il calibro Oisa 29-60 Automatico. Mi auguro che altri marchi italiani colgano quest’opportunità».

    Cosa vi mancherà del partner Locman?
    Perrotta: «L’esperienza di Marco, innanzitutto. Ma resteremo sempre in contatto».
    Mantovani: «Benedetto è molto umile. Oisa 1937 ha raggiunto livelli di eccellenza, con grossissimi investimenti in macchinari di altissima tecnologia e nella formazione del personale. Comunque, i nostri rapporti non cambiano con l’annuncio di oggi. Una giornata importantissima, perché, al di là del nuovo assetto societario, presentiamo il primo automatico della storia dell’orologeria italiana. Ed è giusto che questo lancio venga fatto alla fiera di Vicenza, che tanto ha investito sulla valorizzazione della filiera».

    Dopo l’automatico, aspettiamo le complicazioni…
    Perrotta: «Gran Data praticamente pronto, e condiviso con Locman. Su Fasi Lunari, Piccoli Secondi o altre complicazioni lavoreremo quando arriveranno richieste dal mercato. Nel frattempo, stiamo attrezzando un laboratorio di finiture a mano».

    E Locman presenta nuove collezioni a VicenzaOro?
    Mantovani: «Come sempre, settembre è per noi un mese ricco di novità. Tra le altre, una nuova referenza della collezione Montecristo, da sempre nostro core business, altre in collaborazione con Sandro Fratini e con Ducati. E poi, come anticipato, la versione super-preziosa del Decimo Canto, con quadrante full pavé».

  • Il calibro 29-50 Cinque Ponti. Il made in Italy torna in orologeria

    Il calibro 29-50 Cinque Ponti. Il made in Italy torna in orologeria

    «Ne siamo orgogliosi. E ci teniamo molto a far parte con Locman del progetto Oisa», mi raccontava Marco Mantovani durante un’intervista uscita poi sul Rapporto Orologi del Sole 24 Ore del 23 novembre scorso. «Ma l’obiettivo è quello di mettere questo movimento made in Italy di alta gamma al servizio di tutto il settore». Beh, sarebbe fantastico, pensavo fra me e me. Per farlo però bisogna industrializzarlo: avere le risorse tecniche ed economiche per produrlo su ampia scala e fare in modo che sia competitivo almeno con i movimenti svizzeri. Solo così il calibro 29-50 Cinque Ponti potrà essere una risorsa per l’intera orologeria.

    Erano i primi di novembre. Pochi giorni dopo, quasi in risposta alle mie perplessità, un comunicato stampa di Locman annunciava l’inizio di una nuova fase per il progetto Oisa. La creazione di un polo industriale dedicato proprio alla produzione del calibro 29-50 Cinque Ponti con annessi sviluppi. Per essere più precisi, la sede di Oisa 1937, ad Albuzzano (in provincia di Pavia), ampliata di 500 metri quadri. Uno spazio allestito appositamente per raggiungere un obiettivo ambizioso: produrre 10mila unità all’anno entro il 2025. Tempi stretti di chi ha le idee chiare e un programma ben definito.

    Gli esordi

    Rewind. Credo sia opportuno fare un breve riassunto delle puntate precedenti, per quanti non capiscano a cosa mi riferisco. Un anno fa, una cordata di imprenditori presenta un nuovo movimento meccanico, ideato e realizzato in Italia, con l’intento dichiarato di rilanciare l’orologeria made in Italy. Il gruppo è composto da Marco Mantovani di Locman, Carlo Boggio Ferraris di Oisa 1937 e Benedetto Perrotta di Officina Meccanica Futura. Partner finanziari, Andrea Morante e Daniela Berizzi Roux. Direttore tecnico Fausto Berizzi. Per saperne di più su di loro vi rimando a quanto scritto in quell’occasione da Augusto Veroni.

    Il movimento in questione è il calibro 29-50 Cinque Ponti, basato su un progetto anni ’60 del nonno di Ferraris, Domenico Morezzi, maître horloger e fondatore nel 1937 a Milano di Oisa (Orologeria Italiana Società Azionaria). Quel calibro originario ultrapiatto è stato quindi opportunamente riprogettato nella meccanica, riaggiornato nei materiali e rivisitato nell’estetica. E oggi è un bel movimento a carica manuale di 13 linee, che misura appunto 29,50 mm di diametro per 3,5 mm di spessore, montato su 19 rubini e con 60 ore di autonomia.

    Il calibro 29-50 Cinque Ponti va a equipaggiare in primis il Locman Montecristo e l’Oisa Extra in edizione limitata, poi piccole serie millesimate per collezionisti. Come quella per i 70 anni di Editalia realizzata da Tellus in collaborazione la Zecca dello Stato, con Una Lira del 1946 in oro incastonata sul quadrante. Del resto fin dall’inizio la produzione programmata per questo 2022, secondo quanto dichiarato dalla stessa Oisa, si aggirava attorno ai mille movimenti. Poi, a partire dal 2023, era previsto uno sviluppo graduale per arrivare a numeri decisamente più importanti. Che sono proprio quelli dichiarati di recente.

    Il calibro 29-50 sulla via dell’industrializzazione

    Con l’acquisizione di quei 500 metri quadri all’interno della manifattura ad Albuzzano – sede dell’Officina Meccanica Futura di Benedetto Perrotta, socio e Amministratore unico di Oisa 1937 -, i progetti a breve scadenza sembrano possibili. Lo spazio è sufficiente per ospitare nuove macchine a controllo numerico e manodopera specializzata così da aumentare la produzione. E poter avere a disposizione del mercato quantità sufficienti del calibro 29-50 Cinque Ponti e delle sue elaborazioni meccaniche. Da parte sua, del resto, il movimento è nato per la personalizzazione, sia nei materiali sia nelle finiture. Platina e ponti possono essere realizzati in ottone, ma anche in oro, titanio o alpacca; possono essere decorati con incisioni, rilievi, smalti di vario tipo o colorati con trattamenti Pvd.

    Non solo. Il calibro 29-50 è stato concepito come movimento di base da declinare in quattro versioni: a Cinque Ponti, oppure a Ponte Unico, con Doppio Bariletto e Riserva di Carica, e ovviamente a Carica Automatica. «L’obiettivo a lungo termine è di arrivare a produrre una gam­ma di movimenti meccanici che non solo siano simbolo del made in Italy e della sua tradizione orologiera, ma che garanti­scano anche un alto livello di qualità, precisione e affidabilità», conferma Mantovani. E le sue parole trovano un’eco nei commenti di Fausto Berizzi: «L’obiettivo era quello di arrivare a un movimento perfetto che integra diversi punti fondamentali. Come il bilanciere senza racchetta, le viti antiallentamento e l’Incablock dimensionata appositamente per il bilanciere. Tutti elementi che offrono la garanzia di un movimento performante, bello e affidabile».

    Risorge l’orologeria italiana?

    «Con Oisa 1937 vogliamo ripercorrere la strada del maestro Morezzi. Un genio italiano, che è riuscito a creare straordinari calibri», aggiunge Mantovani. «Calibri che oggi vogliamo mettere a disposizione di tutti i brand interessati a movimenti meccanici di alta gamma. Oltre a Locman, altre importanti aziende italiane ed internazionali stanno acquistando i movimenti Oisa per dare qualità e prestigio ai propri orologi. Questo è il vero obiettivo del progetto ed è per noi motivo di grande soddisfazione». Del resto, come raccontava nel suo articolo Veroni, il sogno di un movimento meccanico italiano gli appartiene da tanti anni. Ed è ormai diventato una realtà. L’importante ora è poterlo industrializzare, così da ricollocare il nostro prodotto di qualità, simbolo del made in Italy, almeno a livello europeo. Sarebbe davvero l’avvio della tanto agognata rinascita dell’orologeria italiana.

    Non a caso, il Ceo di Locman per tutto l’anno si è fatto promotore di una serie di dibattiti – nelle fiere di settore, da VicenzaOro al Woi, e in altre occasioni – proprio sul tema della storia dell’orologeria italiana. «Che ha radici molto antiche. Alcune tra le prime testimonianze documentali le offre Dante Alighieri nel Paradiso, in cui paragona i ruotismi degli orologi meccanici all’armonia dei movimenti delle anime beate. Per non parlare di orologiai famosi come Brunelleschi o Leonardo e del contributo straordinario di Galileo, inventore dell’isocronismo del pendolo», conclude Mantovani. «Dunque la ben nota passione degli italiani per l’orologeria analogica è un valore culturale e ancestrale che ha sempre animato imprenditori e collezionisti. Quest’arte sublime si è evoluta in un’imponente filiera produttiva molto spesso al servizio delle marche svizzere. Crediamo sia venuto il momento di sottolineare il valore dell’Italia anche in questo settore».

  • Dietro le quinte. Orologeria italiana: il Rinascimento?

    Dietro le quinte. Orologeria italiana: il Rinascimento?

    Confesso che non me lo aspettavo. Ho proprio sbagliato. Mi sembrava fossimo stati addirittura temerari, a parlare di orologeria italiana, e invece…

    Alessandro: “Finalmente torna in vita il calibro di Morezzi!”

    Marco: “Una buona notizia. Ci vorranno anche certificazioni atte a confermare il Made in Italy del calibro. Quindi la relativa documentazione della filiera produttiva e degli input esterni”.

    Diego: “Verrà implementato su un orologio totalmente nuovo o rimpiazzerà il movimento di una delle serie già esistenti?”

    Nunzio: “Possiamo farlo e bene! Non tradite però la locuzione Made in Italy, se volete il rispetto degli appassionati. Ricordate di mantenere fede al proposito e in bocca al lupo”.

    E così via. L’articolo su OISA e l’orologeria italiana ha scatenato una bella quantità di commenti sui social. Certo, c’è anche chi chiede la prova che non si tratti di una “cinesata” – la forniremo, certo –, ma complessivamente l’impressione è che stia tornando ad alzare la testa l’orgoglio per quel che noi italiani sappiamo fare. L’idea di una orologeria italiana parallela a quella di altre nazioni, Svizzera compresa, viene finalmente vissuta bene. Forse smentendo quel “nemo propheta in patria” pronunciato da Gesù in Nazareth per stigmatizzare la fredda accoglienza dei suoi conterranei, che di solito porta una sfiga di cui possiamo fare a meno.

    Cito il Dizionario Treccani, come al solito: “Parole tratte dalla frase nemo propheta acceptus est in patria sua, nessun profeta è gradito in patria, riferita dai Vangeli (Luca 4, 24; cfr. anche Matteo 13, 57, Marco 6, 4, Giovanni 4, 44). Di solito è usata per significare che difficilmente si possono vedere riconosciuti i proprî meriti, o comunque i meriti di una persona, nel proprio paese (dove si è per lo più conosciuti come uomini comuni, e con le debolezze di questi); o per lamentare il fatto che spesso le invidie e l’incomprensione dei proprî conterranei costringono gli uomini di valore a cercare il successo lontano dal proprio paese”.

    Ma partiamo con un minimo di storia – recente – per capire come e perché l’idea di una orologeria italiana cominci a piacere anche agli stessi italiani.

    I precursori

    La Svizzera e l’Italia

    Che il concetto di orologeria italiana abbia un senso lo dice anche la storia recente. Oltre a quella antica, di cui parleremo in futuro. L’Italia, del resto, ha avuto un ruolo fondamentale e sotto forme diverse. Quando non si poteva parlare di orologeria italiana (anche perché in Svizzera c’erano leggi protezionistiche comprensibilmente ferree), esistevano comunque marche svizzere, ma con dentro tanta Italia.

    Cito un po’ di esempi. Eberhard & Co., tanto per cominciare, ma anche tutto il lavoro delle generazioni Binda, con Wyler Vetta, certo, ma anche Hip Hop, Breil. Anche Hublot è collegato, tramite Carlo Crocco, che ha inventato marchio e orologio, alla famiglia Binda. Cui si devono, per un certo periodo, anche non pochi modelli Longines. Ma poi ci sono Paul Picot e ovviamente Locman, il primo marchio ad esibire discretamente il Tricolore sul quadrante. E poi sono arrivati Dolce&Gabbana, che per fare i propri orologi molto, ma molto italiani, hanno comprato una fabbrica di movimenti a Ginevra, ma guardano con simpatia ed interesse alla rinascita di OISA. E altri piccoli produttori che stiamo tenendo sott’occhio, alcuni dei quali stanno già cominciando a proporre moduli specializzati da aggiungere a movimenti di base – di produzione svizzera.

    È una bella situazione magmatica in cui il vulcano dell’orologeria italiana si prepara a dar vita a qualcosa che potrebbe avere conseguenze interessanti. Ero ieri sera alla Biblioteca Ambrosiana, a Milano, alla quale Dolce&Gabbana ha donato una riproduzione di un orologio da torre ispirato dai disegni di Leonardo da Vinci. L’interesse era palpabile e il commento più sussurrato era: “Non sapevo che l’orologeria italiana avesse avuto un ruolo storico”. E quando si muove un colosso come Dolce&Gabbana – con rispetto per la nostra tradizione, con riferimenti chiari e forti alla nostra cultura, con strumenti e persone italiane -, le possibilità diventano davvero interessanti.

    Cosa potrebbe accadere all’orologeria italiana?

    Beh, come orologeria dichiaratamente italiana c’è già il grande lavoro che Locman sta portando avanti da decenni. Sembrava una follia dire “quest’orologio è fatto in Italia”, eppure ha funzionato. Locman è una realtà italiana non soltanto per una questione di design, ma anche per la capacità di far sventolare – insieme al Tricolore – la bandiera dell’innovazione tecnologica. E oggi partecipa attivamente alla rinascita dell’OISA, appunto. Che – ripeto – non sarà una cinesata e – certo – sarà nostra cura controllare e riferire. Anche se qualcosa già sappiamo, ma bisognerà attendere ancora qualche mese.

    Per ora, comunque, si sa che la filiera del Made in Italy sarà rispettata, ad eccezione di parti provenienti dalla Svizzera. Non perché sia impossibile farle in Italia, ma perché sarebbe ancora impossibile produrre un organo regolatore o un sistema antiurto a prezzi ragionevoli. Da quel che ho visto il nuovo OISA monta un ottimo, davvero ottimo bilanciere Atokalpa con sistema antiurto Kif. Roba da leccarsi i baffi, insomma.

    Vedremo cosa si riuscirà a fare con i prezzi. Il movimento non sarà comunque economico, questo è certo, ma sono disposto a scommettere che i prezzi saranno concorrenziali perché avremo tutti gli occhi addosso. Tutti i critici pronti a fustigarci per ogni dettaglio meno convincente. Dovremo fare meglio e di più. L’Italia sta attraversando un ottimo periodo, nella considerazione da parte del pubblico internazionale, ma ho l’impressione che dover ammettere “però se son bravi, questi italiani” faccia venire l’orticaria a chiunque covi sotto la cenere l’immagine dell’Italia tutta pizza, mafia e mandolini.

    La realtà è diversa. Siamo qui, noi dell’orologeria italiana, e ci siamo per restarci. Per costruire. Per rialzare la testa con intelligenza e capacità. Anche per questo vorrei concludere un serio invito a smetterla di guardare con diffidenza ai “modaioli” – come sprezzantemente qualcuno definisce i marchi di moda – che producono orologi. Dolce&Gabbana producono orologi veri. Con movimenti veri. Magari possono non piacervi quelli più complessi, quelli più decorati. Ma devono comunque essere guardati con il massimo rispetto, perché Dolce&Gabbana (ma attenti: anche Giorgio Armani sta scaldando i motori…) hanno oggi una funzione essenziale come ambasciatori della cultura italiana nel mondo. Pensateci su. E andate a dare un’occhiata, ad esempio, ai DG7. E se non trovate qualcosa che vi piace, allora avete un problema di banali preconcetti. L’orologeria italiana, il Rinascimento dell’orologeria italiana passa anche per l’eliminazione dei nostri stessi preconcetti, non solo quelli degli altri.