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Tag: secondo polso

  • Ninety Geneva, Dean Harding e l’usato certificato di Richard Mille

    Ninety Geneva, Dean Harding e l’usato certificato di Richard Mille

    Nel 2020 c’è stata l’apertura, a Londra, della boutique Ninety, affiliata a Richard Mille e primo rivenditore ufficiale del secondo polso del superbrand svizzero. Allora, il nostro Augusto Veroni aveva scritto un pezzo illuminante sul secondo polso che vi invito a leggere qui. Perché sono passati quasi quattro anni, ma le analisi e i principi illustrati da Augusto nell’articolo rimangono tuttora validissimi.

    Il secondo polso e la strategia di Ninety

    Quello che invece è cambiato è l’andamento del mercato del secondo polso, la cui bolla si è un po’ sgonfiata lo scorso anno dopo un post-Covid ruggente e un 2022 da record. A metà 2023 il Bloomberg Subdial Watch Index segnava un calo dell’8% dei prezzi nei precedenti 24 mesi e del 19% in un anno. Questo nonostante Deloitte, sempre lo scorso luglio, prevedesse una crescita del business del secondo polso per gli orologi svizzeri dai circa 20 miliardi di euro del 2023 a 35 miliardi entro il 2030.

    In tutto questo, rispetto al 2020 c’è stato un altro fenomeno interessante: i grandi marchi hanno cominciato a gestire internamente il secondo polso dei propri modelli. Non solo per provare a tenere sotto controllo il cosiddetto mercato grigio, ma anche per offrire diverse e migliori garanzie agli acquirenti. Tra i marchi che lo fanno, Richard Mille con Ninety è stato un precursore e ci ha visto lungo. Così lungo che ha da poco aperto un’altra boutique per il secondo polso, questa volta a Ginevra, adiacente alla propria boutique monomarca in cui vende le novità.

    Ninety Geneva: la parola a Dean Harding

    Una mossa importante, della quale ho voluto capire di più. Grazie al gentile invito del team Pr internazionale di Richard Mille, ho potuto visitare Ninety Geneva di persona e fare due chiacchiere con Dean Harding, Direttore generale di Ninety. Per avere un quadro preciso della strategia del Brand sul secondo polso, che cosa c’è di meglio se non andare a cercare informazioni direttamente alla fonte?

    Il Giornale degli Orologi: Da Londra a Ginevra, l’idea che Richard Mille ha avuto con Ninety – gestire in prima persona il proprio secondo polso – non cambia?
    Dean Harding: L’idea di base nasce dal fatto che ci sono clienti che entrano nelle boutique Richard Mille nel mondo e comprano orologi nuovi, ma allo stesso tempo ce ne sono tanti che amano vendere e comprare, perché il trading orologiero è molto divertente. È chiaro che fare queste operazioni con un superbrand come Richard Mille è piuttosto particolare. È molto diverso farlo con un 35-02 rispetto a un Rolex Submariner. L’idea era dunque quella di creare una realtà che desse a questi clienti la possibilità di vendere e comprare, se lo volevano fare.

    GdO: Come funziona da parte vostra il processo di acquisto?
    DH: Abbiamo regole stringenti perché operiamo a stretto contatto con le boutique Richard Mille. Se qualcuno entra lì chiedendo di vendere il proprio orologio e le verifiche sul pezzo sono positive, la persona ci viene presentata dalla boutique. L’orologiaio effettua un controllo dell’orologio prima di mandarcelo, dopodiché, una volta elaborata la valutazione, la sottoponiamo al cliente. Noi paghiamo direttamente la boutique e non il cliente, con il quale è la boutique stessa a rapportarsi, a seconda se egli vuole acquistare un altro orologio oppure no. 

    GdO: I clienti Richard Mille hanno imparato a conoscervi?
    DH: In questo momento i nostri clienti affezionati sanno bene chi siamo e sono contenti di rivolgersi a noi per permutare o anche solo per vendere. A volte lo fanno semplicemente perché vogliono rinfrescare la propria collezione. Abbiamo clienti che vengono da noi con pezzi storici, con le prime referenze dei primi anni 2000. Penso ai Felipe Massa di cui sono stati prodotti pochissimi pezzi e sono tra gli orologi più ricercati.

    GdO: Non rischiate di intaccare il business del nuovo?
    DH: Se i clienti del Brand sanno chi siamo, non tutti gli altri sono però a conoscenza del lavoro di Ninety. Spesso siamo noi a raccontare ai clienti frustrati dal fatto di non trovare ciò che cercano nelle boutique Richard Mille che gestiamo l’usato e che possono in alternativa rivolgersi a noi. Siamo comunque molto attenti a non sovrapporci con il business delle boutique e siamo selettivi nell’acquisire e proporre gli orologi. Lo facciamo specialmente con i pezzi discontinuati o con le edizioni limitate, che non si possono comprare in boutique perché non sono più in vendita.

    GdO: Acquistate anche pezzi in collezione corrente?
    DH: Di tanto in tanto sì. Sono orologi che rientrano dopo poco essere stati venduti, per i motivi più diversi e personali, ma non è il nostro focus. Siamo lo stesso gruppo, è chiaro, ma non entriamo in competizione con le boutique, non ha senso. 

    GdO: Non tutte le culture vedono però di buon occhio il secondo polso…
    DH: Abbiamo a Londra una forte base clienti del Qatar e nella loro cultura il concetto del secondo polso è sconosciuto, vanno sempre e solo sul nuovo. Per questo facciamo anche molta educazione su questo tipo di clientela, proveniente da un’area geografica nella quale siamo molto forti. Lo stesso layout commerciale di Ninety a Londra è diverso e ben distinto dalla boutique Richard Mille, a differenza di Ginevra dove sono affiancate. Con la clientela degli Emirati è invece diverso, perché per esempio a Dubai esistono già molti negozi di usato.

    GdO: Che tipo di lavoro fate sugli orologi che acquistate?
    DH: Nelle boutique abbiamo alcuni degli orologiai meglio formati e possiamo fare controlli e un servizio completo in-house con rigorosi test. Nel caso non si possano effettuare interventi su determinate parti, ci obbligano a sostituirle. Ogni orologio è fornito in condizioni praticamente pari al nuovo, con due anni di garanzia internazionale che è un plus notevole. Molto spesso, infatti, i nostri clienti non sono locali e se ci sono problemi possono andare nelle boutique Richard Mille a loro più vicine. È molto diverso da quanto offrono altri operatori del secondo polso. Lo vediamo anche a Londra, dove in Mount Street vicino alla nostra boutique ci sono molti negozi di orologi usati con pezzi in vetrina in condizioni pessime. Comprare direttamente da noi è un grande plus.

  • Deloitte fa il check-up all’orologeria svizzera

    Deloitte fa il check-up all’orologeria svizzera

    Noi che ci occupiamo di orologeria per professione, non solo per passione, attendiamo sempre con curiosità l’uscita del Deloitte Swiss Watch Industry Study. Si tratta del rapporto che la società di consulenza globale realizza annualmente per fotografare lo stato di salute del settore delle lancette elvetiche, non solo sul fronte dell’export ma nell’interezza delle dinamiche che lo interessano.

    Tra i numeri, i dati e le tendenze contenuti nel rapporto, quest’anno il Deloitte Swiss Watch Industry Study 2023 rivela anche una parola che fa capolino per la prima volta e che merita di essere tenuta sott’occhio relativamente ai trend dei prossimi anni. Una parola, ma soprattutto un nome: India. Vedremo più sotto perché è così importante.

    Insieme allo studio annuale redatto da Morgan Stanley e LuxeConsult, il rapporto di Deloitte è lo strumento più chiaro e attendibile per avere un’idea della direzione presa dall’industria orologiera svizzera. Anche perché è costruito con una metodologia rigorosa e imparziale, pensata per renderlo il più autorevole possibile, sganciandolo dall’influenza dei brand.

    La metodologia impiegata da Deloitte

    Quella del 2023 è la decima edizione dello studio. È stata redatta analizzando i risultati di un sondaggio online, condotto tra agosto e settembre di quest’anno su 75 dirigenti senior del settore, e alcune interviste fatte a esperti. 

    Oltre ad ascoltare la voce dei professionisti, per l’analisi di Deloitte è fondamentale avere il polso della situazione del mercato. Nello stesso periodo, sondaggi e interviste ai manager sono stati affiancati da un ulteriore sondaggio online, effettuato su 6.045 consumatori nei principali mercati di esportazione per gli orologi svizzeri e nei mercati interni. Si tratta di Cina, Francia, Germania, Hong Kong, Italia, Giappone, Singapore, Svizzera, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito e Stati Uniti. E, per la prima volta, India.

    Export: bene, ma non benissimo

    Prima di entrare nel discorso Deloitte, vale la pena dare un’occhiata ai dati di export dell’orologeria svizzera relativi al mese di settembre, diffusi dalla Fédération de l’industrie horlogère suisse (FH). O, almeno, alle risultanze più significative. Che non sono solo il +3,8% anno su anno, il +8,6% dei primi tre mesi del 2023 o i 2,3 miliardi di franchi a valore.

    Ciò che interessa a noi italiani è che, a settembre, l’export verso il nostro Paese è cresciuto più che in qualunque altro mercato mondiale. Il risultato parla di un +24,5% a valore, passato dai 75,4 milioni di franchi di settembre 2022 ai 93,9 di quest’anno. Un dato percentuale ancora migliore rispetto a quello di Hong Kong (+24%), mercato tornato a correre dopo anni di fiacca dovuti alle turbolenze causate dall’instabilità politica innescata dalle tensioni con la Cina.

    India, ultima frontiera

    Detto questo, eccomi a Deloitte. E, per non farvi perdere ulteriore tempo e pazienza, arrivo subito all’India, cui ho accennato sopra. Ebbene, il report indica il Subcontinente come il prossimo, importante mercato in crescita per l’industria dell’orologeria elvetica. Attualmente è al 22° posto. Nei primi otto mesi del 2023, l’export verso il Paese ha registrato un +18,5% a valore rispetto allo stesso periodo del 2022, a 133,7 milioni di franchi. Meno significativo il +60% rispetto allo stesso periodo del 2021, quando i dati erano praticamente irrilevanti.

    I motivi di questo boom sono diversi, ma interessanti. Uno su tutti: gli indiani adorano gli orologi. Di valore o meno, spesso vistosi, ma li adorano. Il sondaggio di Deloitte ha infatti rilevato che ben il 94% degli indiani intervistati ama indossare un orologio. il 27% di essi ne porta uno meccanico o al quarzo, il 25% uno smartwatch, ben il 42% entrambi i tipi.

    Anche il secondo polso tira in India. Ben il 31% degli intervistati ha affermato che comprerà molto probabilmente un orologio usato entro un anno, il 24% lo farà probabilmente. I motivi di questo acquisto? Il 49% perché è meno caro di un orologio nuovo e ben il 41% perché si tratta di una scelta sostenibile. Attenzione a questo fattore, è importante e lo ritroverete più avanti.

    Poiché il campione è significativo e gli indiani non sono propriamente pochi, tutti questi dati insieme hanno fatto drizzare le antenne alla società di consulenza. Ai puri dati numerici si aggiungono anche alcuni fattori sociali: la base di consumatori è in ulteriore aumento, con un crescente potere di spesa e una sempre maggiore educazione al bello e al lusso.

    Otto mesi in crescita

    Non solo India, però. Durante i primi otto mesi del 2023 la traiettoria di crescita dell’export è continuata anche nei primi 10 mercati. Gli Stati Uniti sono rimasti dominanti, con quasi 2,7 miliardi di franchi di orologi esportati, quasi il 10% in più rispetto ai livelli del 2022. La Cina ha visto una crescita simile, +9,3%, ma le esportazioni sono ancora in calo del 7,5% rispetto ai livelli del 2021. 

    Le esportazioni verso Hong Kong sono state forti, in crescita di oltre il 26% rispetto ai primi otto mesi dello scorso anno, ma neanche lontanamente vicine ai livelli pre-Covid. Lo Stato ha infatti subito uno dei più gravi blocchi pandemici, continuato nel 2022. Da gennaio ad agosto 2023, Hong Kong ha ricevuto oltre 20,5 milioni visitatori rispetto ai soli 183.662 dello stesso periodo del 2022: di questi, 16,5 milioni, provenivano dalla Cina continentale.

    L’analisi Deloitte: acquisto fisico o digitale?

    Un’altra tendenza interessante individuata da Deloitte è relativa all’esperienza d’acquisto. Dopo la lezione della pandemia che ha portato il digitale nelle presentazioni delle novità e, soprattutto, ha spinto le vendite online, oggi c’è una gran voglia di tornare all’acquisto e al contatto fisici. Più della metà dei consumatori intervistati nella ricerca (54%) comprerebbe il proprio orologio in un punto vendita fisico – negozio, travel retail, outlet o asta – mentre il 44% lo acquisterebbe online.

    Gli acquisti in negozio sono i preferiti dai consumatori in Giappone (68%), Hong Kong (63%) e Francia (61%), mentre i mercati online godono di buona salute in India (47%) e Germania (38%) – grazie anche alla piattaforma tedesca Chrono24 – e negli Emirati Arabi Uniti (33%). 

    Naturalmente, nella scelta del luogo in cui acquistare conta anche il prezzo dell’orologio. Mentre la maggior parte dei marchi e dei rivenditori intervistati (62%) concorda sul fatto che le vendite offline continueranno a superare quelle online nei prossimi cinque anni, esistono differenze a seconda del segmento di prezzo.

    Se per gli orologi con un costo superiore ai 15mila franchi il 73% degli intervistati ritiene che le vendite fisiche manterranno la loro supremazia, per i livelli di prezzo medio o medio-bassi i consumatori sono più disposti a considerare che l’online potrebbe superare a breve l’offline.

    Inoltre, dal lato dell’industria, Deloitte rileva che la maggior parte dei marchi investe nella crescita del proprio spazio commerciale, sia flagship store sia punti vendita multi-marca. E ritiene ancora cruciali le fiere in presenza: 9 dirigenti su 10, tra gli intervistati, le considerano fondamentali per connettersi con potenziali clienti e ampliare la propria base di consumatori.

    Sostenere la sostenibilità

    Un altro aspetto del Deloitte Swiss Watch Industry Study 2023 che trovo interessante sottolineare è quello della sostenibilità. Quando questa parola ha cominciato a diventare di moda anche nel mondo dell’orologeria, confesso di aver avuto più di qualche perplessità. Il suo impiego da parte di diversi marchi mi è spesso sembrato, all’inizio, solo una strategia di green washing.

    Con il passare degli anni, però, le buone pratiche legate alla sostenibilità e all’economia circolare sono state largamente e positivamente attuate da molti brand. Un po’ perché, credo, hanno sviluppato una reale coscienza ecologica; un po’, e soprattutto, perché i consumatori hanno progressivamente dato una importanza sempre maggiore a questa tematica, facendo sentire il loro peso come stakeholder. E influenzando le strategie aziendali. Il rapporto Deloitte lo conferma.

    Secondo Karine Szegedi, Responsabile del settore presso Deloitte, «il sondaggio rivela uno spostamento cruciale. La sostenibilità è passata da una domanda guidata dal consumatore a una missione guidata dall’industria. Oltre i due terzi dei partecipanti indicano che la sostenibilità fa parte della loro strategia aziendale, e stanno investendo in settori come la circolarità o le strutture di governance».

    E il consumatore premia questi investimenti. Il 34% degli intervistati sceglierebbe un orologio prodotto da un marchio focalizzato sulla sostenibilità, solo il 25% preferirebbe quello di un brand che si concentra sulla propria immagine. Sempre dando molta importanza ai materiali utilizzati nella produzione, che devono essere sostenibili, certificati, etici.

    Prudenza per il futuro

    Nonostante questo, però, tra i manager delle lancette svizzere prevale una certa prudenza per il futuro. A una domanda sulla prospettiva per i prossimi 12 mesi, la maggioranza di essi ha considerato l’outlook ottimista sia per l’economia svizzera (60%) sia per i suoi principali mercati di esportazione (59%). Tuttavia, rispetto alle previsioni economiche, l’industria è meno fiduciosa riguardo alle sue prospettive rispetto a un anno fa.

    Solo la metà dei manager ha riportato un sentimento positivo (erano il 57% nel 2022), mentre il 25% ha espresso negatività. I motivi principali di questa visione rimangono l’incertezza geopolitica (84%), l’inflazione e il costo della vita (entrambe al 69%). Inoltre, per il 2024 i dirigenti sono preoccupati per la carenza di personale qualificato, dovuta sia a un massiccio pensionamento delle figure più senior, sia alla scarsità di nuove leve che scelgono la professione orologiera.

    Il valore del rapporto di Deloitte

    In sostanza, dall’analisi di Deloitte emerge come l’industria orologiera svizzera celebri il proprio passato mentre prova a modellare il proprio futuro. Essa continua a evolversi, trasformandosi gradualmente e preservando le basi che l’hanno fatta prosperare per generazioni, a dispetto di crisi del quarzo e pandemie.

    Nel mondo, gli orologi svizzeri continuano a essere simboli di artigianalità, precisione e qualità. Lo sono pur all’interno di un’evoluzione dei mercati, delle tendenze d’acquisto e degli stili di consumo influenzate dall’evolvere dei tempi. Rapporti come questi aiutano a capire tutto ciò e a comprendere quale mondo si nasconde dietro l’ideazione, la nascita e la realizzazione di un orologio. Un mondo non banale, complesso, che va letto con gli strumenti più adatti per conoscerlo in maniera non superficiale.

  • The Collectibles: a Le Sentier, per le rarità di J-LC. Le cronache di PDV

    The Collectibles: a Le Sentier, per le rarità di J-LC. Le cronache di PDV

    Percorsi di Viaggio #XXIV
    Con Paolo De Vecchi nella Manifattura di Jaeger-LeCoultre, in quel di Le Sentier, tra le montagne del Giura svizzero. Per conoscere in prima persona – unico giornalista italiano, insieme a un blogger – The Collectibles, il nuovo programma della Grande Maison dedicato ai collezionisti

    Durante quest’ultima settimana di gennaio, Jaeger-LeCoultre ha invitato la stampa internazionale, organizzata in diversi piccoli gruppi, nella propria sede di Le Sentier. Per presentare dal vivo un’iniziativa inedita, molto sorprendente e altrettanto interessante. Battezzata The Collectibles, consiste essenzialmente nella presa in carico della Maison dei temi legati al vintage, oggi più d’attualità che mai. Grosso modo come era già successo alla fine degli anni ’80, quando aveva dato il proprio fondamentale contributo a quel “rinascimento” dell’orologeria meccanica che solo i più anziani tra gli appassionati e gli addetti ai lavori possono ricordare. Una tendenza percorsa anche da altre importanti realtà di settore (per onore di cronaca, tra le altre, possiamo menzionare l’ottimo lavoro sul “secondo polso” messo in campo da Rolex e Richard Mille). Ma affrontata da Jaeger-LeCoultre in una particolarissima declinazione.

    Un progetto speciale

    Per entrare con esatta cognizione di causa al centro della questione, ce la siamo fatta brevemente raccontare da Catherine Rénier, Ceo della Grande Maison. «Come tutte le buone idee, il progetto The Collectibles è nato da una discussione tra i responsabili dei vari settori dell’azienda. Abbiamo valutato il crescente interesse del tema vintage a fronte della ricchezza del nostro archivio, in termini sia quantitativi che qualitativi», ha spiegato durante la visita in Manifattura, dove si è resa gentilmente disponibile a conversare sul tema con chi qui scrive.

    «A ciò si aggiunge la rilevanza storica nel mondo dell’orologeria d’alta gamma di Jaeger-LeCoultre. E la disponibilità di un atelier di restauro interno, già quotidianamente impegnato per le esigenze degli appassionati e dei collezionisti di tutto il mondo. Ci siamo resi conto che intervenendo in prima persona e con un atteggiamento propositivo, avevamo la possibilità di portare un valore aggiunto a questo nuovo mercato, dato che restaurare i nostri orologi d’epoca fa già parte dell’impegno che abbiamo con il settore. E così abbiamo lanciato il progetto The Collectibles».

    Un progetto che consiste essenzialmente in una selezione dei modelli Jaeger-LeCoultre più rappresentativi realizzati tra il 1925 e il 1974, nel loro restauro conservativo e nella possibilità dell’acquisto on line nella sezione loro dedicata sul sito ufficiale. Il tutto accompagnato da una pubblicazione intitolata appunto The Collectibles, con introduzione di Catherine Rénier e Franco Cologni. Un bel volume che raccoglie i 17 modelli scelti per avviare il progetto, corredati da un ricco apparato di foto, testi, schede tecniche e i molti documenti storici al riguardo. Di cui abbiamo avuto conferma durante i due giorni trascorsi a Le Sentier, nei quali i giornalisti invitati hanno avuto modo di vedere l’intera collezione del progetto, dal vero e con tanto di spiegazioni.

    The Collectibles: un’ardua scelta

    Con quale criterio sia avvenuta la difficile scelta, meglio – ancora una volta – sentirlo dire dalla Ceo. «All’inizio abbiamo avuto una certa problematicità nel decidere gli orologi da prendere in una così accurata considerazione», ha raccontato, volutamente e appassionatamente coinvolta in prima persona in questa nuova esperienza della Maison. «Poi abbiamo trovato una felice di chiave d’accesso portando in primo piano la storia di Jaeger-LeCoultre per fare scelte conseguenti. Ovvero modelli rappresentativi del preciso e ben individuabile contesto storico e sociale in cui ciascuno era nato».

    Partendo dal Duoplan e la possibilità di dare voce alla grazia dell’orologeria femminile. Per passare al Reverso e al suo rapporto con lo sport e il design. Fino al Futurematic, con la sua apertura sul grande capitolo dell’innovazione… Questi i tre modelli che a tutti gli effetti costituiscono gli assi principali su cui è stato sviluppato il progetto The Collectibles, anche per la parte editoriale. (A proposito, il libro andrà in prima battuta agli acquirenti degli orologi in questione, ma le altre copie rappresentano un formidabile strumento di comunicazione e d’immagine per la Maison).

    Poi ci sono gli altri quattordici esemplari. Che rispondono al nome di Triple Calendar, Powermatic, Memovox, Quartermaster, Geophysic, Memovox Deep Sea, Memovox Automatic, Geomatic, Memovox Polaris, Master Mariner Barracuda, Shark Deep Sea, Memovox Polaris II, Memovox GT e Memovox Dropsnow. Bisogna infine precisare che al momento non sono ancora disponibili per la vendita cinque modelli – Memovox Snowdrop,  Futurematic, Powermatic, Memovox Deep Sea e Quartermaster -, per i quali ricerca e restauro si sono dimostrati passaggi particolarmente complessi.

    Due parole sull’ospitalità

    Due parole infine sulla cornice della magnifica ospitalità che Jaeger-LeCoultre ha riservato ai propri ospiti (prevista in futuro anche per clienti e collezionisti). l’Hȏtel des Horlogeres di Le Brassus (a un quarto d’ora di macchina dalla manifattura di Le Sentier), si è ancora una volta dimostrato confortevole per la sua modernità, ma allo stesso tempo per materiali e struttura perfettamente inserito nel tradizionale contesto della Vallée de Joux, storica culla dell’industria del tempo elvetica. Che in questo periodo dell’anno era praticamente sepolta dalla neve – eccezion fatta, ovviamente, per le strade (ça va sans dire, siamo in Svizzera…).

    Un paesaggio che lasciava ben immaginare come in passato i lunghi inverni e il forzato isolamento della zona abbiano favorito il nascere dei lavori legati al legno e alla metallurgia, di cui l’orologeria è la parte più nota ed eccellente, ma che comprende anche altri generi d’artigianato. Mentre pranzi e cene (a base soprattutto di pesce accompagnato da vini francesi) sono stati serviti all’interno degli spazi di Jaeger-LeCoultre. Grazie a uno staff d’ottimo livello e con un’originale soluzione, che ha reso ancora più empatica questa bella e inedita esperienza nella Manifattura di Le Sentier.

  • Gli orologi di seconda mano nel report 2022 di Deloitte

    Gli orologi di seconda mano nel report 2022 di Deloitte

    Il segmento degli orologi di seconda mano è in continua crescita. E, in prospettiva, è destinato ad aumentare ancora – fino a raggiungere quasi la metà del mercato complessivo entro la fine di questo decennio. Così afferma Deloitte, la quotata azienda svizzera di consulenza e revisione, che nei giorni scorsi ha pubblicato l’ottavo report annuale sull’industria elvetica delle lancette. Vediamo un po’ di cosa si tratta.

    L’analisi di Deloitte

    Secondo questo studio, redatto dopo aver intervistato manager del settore e consumatori, il mercato degli orologi di seconda mano nei prossimi anni aumenterà del 75%. Con le vendite annuali, attestate ora attorno ai 20 miliardi di franchi svizzeri, che schizzeranno a 35 miliardi di franchi svizzeri entro il 2030. Ovvero 36 miliardi di euro, tanto per capirci. Ad alimentare la tendenza saranno gli acquirenti più giovani, attratti da un lato dai prezzi più convenienti rispetto al nuovo, dall’altro dalla possibilità di fare investimenti.

    Il loro interesse verso gli orologi “di lusso” usati sarebbe cresciuto durante la pandemia, quando i lockdown impedivano viaggi e cene al ristorante, e li costringevano a un risparmio forzato. Abituati all’ecommerce e con liquidità in tasca, le generazioni più giovani si sarebbero così avvicinate al settore. La maggiore richiesta avrebbe portato i prezzi del cosiddetto “secondo polso” a livelli record – in particolare per marche come Rolex, Patek Philippe e Audemars Piguet. In quella che – aggiungiamo noi – è stata definita come una “bolla” nei forum di orologeria. A partire da aprile, però – sostiene ancora Deloitte – il calo dei valori delle criptovalute e dei mercati azionari avrebbe invece portato i prezzi a scendere. Cosa che comunque non indica affatto una contrazione del mercato.

    Deloitte quindi fornisce delle statistiche molto precise sulla composizione del pubblico di acquirenti degli orologi di seconda mano. E ha ricavato questi numeri da un sondaggio online che ha preso in considerazione 5.579 persone, fra residenti in Svizzera e nei primi 10 Paesi internazionali cui si rivolgono le esportazioni elvetiche. È emerso così che ad amare il genere sono soprattutto i Millennials e la Generazione Z. In particolare, il 48% dei nati fra gli anni ’80 e i ’90 hanno dichiarato l’intenzione di comprare almeno un esemplare usato nel prossimo anno. Seguono poi il 31% dei giovani nati dal ‘97 al 2012, contro il 26% della Generazione X (dal 1965 a 1980) e il 12% dei Baby Boomer (dal Dopoguerra al ‘64).

    Altre considerazioni sugli orologi di seconda mano

    A far da motore allo shopping del secondo polso – oltre alla familiarità con l’online, ai prezzi e alla voglia d’investimento – ci sarebbero anche particolari aspirazioni. Come il desiderio di mettere le mani su modelli di culto non più in produzione. Oppure l’impossibilità di trovare alcune novità lanciate di recente, molto ambite ma soggette a lunghe liste d’attesa per la produzione limitata. E perfino l’attenzione alla sostenibilità. Sta di fatto che chiunque frequenti il mondo digitale ha visto gonfiare a dismisura i prezzi di certi esemplari d’epoca, fino a raggiungere cifre fuori di testa.

    Senza nulla togliere al fascino del vintage, viene spontaneo chiederci quanta consapevolezza ci sia di aver a che fare talvolta con movimenti superati, molto meno affidabili di quelli attuali. È un po’ come chi acquista un’auto d’epoca e si ritrova a guidare senza servosterzo e con ammortizzatori inesistenti.

    Ma è chiaro che tutto si spiega con una parola-chiave: speculazione. Sarebbe interessante sapere quanti degli acquirenti dell’usato sono animati da vera passione e quanti invece dalla sola idea di facili guadagni. Quanti valutano realmente un orologio per quello che vale – considerati tutti i fattori che ne compongono l’effettivo valore, dal nome all’estetica fino alla meccanica –, come fanno i “veri” collezionisti che amano davvero l’oggetto in sé… E quanti invece si spacciano per appassionati ma sono spinti esclusivamente dalla voglia di comprare solo per rivendere. Con poche idee e pure confuse sul concetto di “investimento”.

    Dove reperire l’usato sicuro

    Passiamo oltre. Il report di Deloitte annuncia anche un’accelerazione delle tendenze in atto nell’orologeria svizzera e sul mercato globale degli esemplari alto di gamma. Prevede una crescita del numero di pezzi venduti online rispetto a quelli dei negozi fisici, nonché uno spostamento dei marchi verso prodotti più costosi. Tendenzialmente possiamo essere d’accordo, anche se pensiamo che – almeno in Italia – la crescita non sarà così rapida e sarà difficile abbandonare in tempi brevi l’abitudine all’acquisto nei punti vendita. È vero però che sono proliferati i rivenditori di usato garantito (sia reali sia virtuali). Basti pensare a quanti negozianti, con una storica reputazione alle spalle, negli ultimi anni hanno inaugurato propri spazi dedicati al secondo polso.

    A quanto dice lo studio di Deloitte, poi, le stesse Maison produttrici approverebbero lo sviluppo del mercato dell’usato. Il 70% dei dirigenti intervistati pensa infatti che l’incremento delle vendite di orologi di seconda mano abbia effetti positivi sulla reputazione dell’azienda stessa. E sappiamo tutti quanto la reputazione sia importante, in orologeria e non solo. Sempre secondo il report, la crescita sarà alimentata proprio dagli stessi marchi, che creeranno piattaforme per permettere di reperire i propri pezzi in sicurezza. Ma non ci vuole la sfera di cristallo, questo processo in realtà è già iniziato.  

    Soprattutto fra gli artigiani indipendenti, non sono pochi quelli che hanno aperto propri canali di vendita, in cui assicurano “l’usato certificato”. Per esempio F.P.Journe, MB&F, H. Moser & Cie, De Bethune (che sul sito ufficiale hanno la sezione Pre-Owned), o Richard Mille (che a Londra ha perfino una boutique dedicata). Ma anche i grandi gruppi si stanno già muovendo in questo senso (è risaputo). Risale al 2018 l’acquisto da parte del Gruppo Richemont di Watchfinder.com, sito web britannico fondato nel 2002 e diventato il più grande rivenditore di orologi di seconda mano nel Regno Unito. Mentre altre celebri piattaforme specializzate come Chrono24, Watchbox, Subdial e Hodinkee – spiega sempre Deloitte – continueranno ad espandersi. Come dice Karine Szegedi, responsabile consumer, moda e lusso dell’agenzia svizzera, “il potenziale di crescita del mercato dell’usato è gigantesco”. Noi ne parliamo già da un paio d’anni, continueremo a tener d’occhio la situazione.

  • Secondo polso: consigli per l’acquisto. Di buon senso

    Secondo polso: consigli per l’acquisto. Di buon senso

    D’epoca, vintage, secondo polso o, più prosaicamente, usato: questi i nomi più diffusi per individuare un fiorente mercato relativo agli orologi. Ma se non siete del ramo come potete comperare sicuri di non prendere una mezza fregatura o una fregatura totale?

    Due sono le risposte: affidarsi a un venditore onesto e sempre “reperibile” in caso di problemi; comperare ciò che piace e pensarci due volte prima di farsi rapire dalla possibilità di un buon investimento. A meno che, in questo caso, non vi facciate assistere da un vero esperto, tenendo ben presente che quello che oggi è richiestissimo domani potrebbe non esserlo più.

    Il venditore sincero è indispensabile. Perché, solo per fare un esempio, se un quadrante è stato ristampato difficilmente ve ne accorgerete: bisogna che ve lo dicano (il valore dell’oggetto in questo caso diminuisce). Molto meglio, nel caso di un orologio anzianotto, preferire un modello dal quadrante un po’ sbiadito, o comunque “vissuto”, a un modello dal quadrante sospetto perché perfetto come se fosse appena uscito dalla fabbrica.

    Sempre il quadrante, invece, deve essere proprio perfetto se si tratta di un esemplare recente (alcuni orologi di secondo polso e di grande richiesta sono stati prodotti anche due/tre anni prima). Quanto ai quadranti in smalto o ceramica di molti pezzi antichi da tasca, è bene sapere che – se presentano crepe o scrostature – non vi è in genere possibilità di ripararli.

    E la stessa attenzione vale per il movimento: che ne sapete voi se il calibro è stato revisionato professionalmente, oppure rabberciato alla bell’e meglio? Se presenta parti non originali o ha qualche magagna destinata a rivelarsi a breve? Sappiate che vi sono dei falsi così ben fatti da ingannare anche gli esperti più esperti. 

    Come tutti ormai sanno la scatola e la garanzia di un secondo polso sono sempre necessarie. Però in mancanza di esse è valido anche un certificato rilasciato dalla Casa produttrice (lo si può richiedere; oppure accompagna una riparazione effettuata in precedenza dalla Casa stessa tramite un rivenditore autorizzato).

    Insomma, sono diverse le problematiche che deve affrontare chi acquista un orologio di secondo polso. Ecco perché il venditore deve essere onesto. E soprattutto deve rilasciarvi anche una sorta di sua garanzia. E magari – i più onesti lo fanno – anche assumersi l’impegno a riprendersi l’oggetto proponendovi un cambio (o restituendovi il denaro speso, ma ovviamente ci perderete qualcosa), qualora l’orologio non fosse conforme a quanto dichiarato.

    Dunque, originalità, prima di tutto, e rarità in seconda battuta sono i due principi chiave per l’acquisto di un secondo polso. Mentre un altro elemento importante come le condizioni d’uso potrete verificarlo di persona; e scoprire, magari con l’aiuto di una lente, graffi o ammaccature sulla cassa, sulla lunetta o sul fondello. Inutile dire che ogni imperfezione influisce sul prezzo.

    Anche il bracciale di un secondo polso merita molta attenzione: deve essere sì morbido ma non troppo; deve dare, toccandolo con mano, un’idea di compattezza e non presentare maglie allentate. La quotazione, per esempio, dei Patek Philippe Nautilus e di alcuni modelli Rolex e Audemars Piguet dipende proprio dallo stato del bracciale.

    Nel caso, invece, di un cinturino di pelle, il massimo sarebbe avere quello che equipaggiava in origine l’orologio. Ma comunque va sempre controllata la fibbia: se appartiene a un modello in oro deve essere anch’essa in oro e riportare, in genere, l’emblema della marca. Si dà infatti il caso che molte fibbie, durante gli interventi effettuati nel tempo sull’orologio, siano finite, come si suol dire, in cavalleria (l’oro costa). E sostituite con modelli semplicemente placcati o non originali.

    Quanto ai prezzi del vostro agognato secondo polso, il consiglio appartiene sempre alla sfera del buonsenso. Bisogna controllare le quotazioni delle aste: oltre a quelle internazionali, infatti, ormai sono numerose anche nel nostro Paese le vendite all’incanto. Basta solo sfogliare i giornali.

  • Orologi usati, una nuova frontiera

    Orologi usati, una nuova frontiera

    Qualcuno li definisce “vintage”, altri “secondo polso”, all’estero “pre-owned”. Comunque li chiami sono orologi usati. Il che non è un marchio d’infamia, sia chiaro. Il problema è che, storicamente, l’idea che si potesse far commercio di orologi usati ha sempre fatto venire l’orticaria ai dirigenti delle aziende d’orologeria. Nella convinzione che ogni orologio usato fosse un orologio in meno venduto. Non che avessero tutti i torti, a ben vedere, ma non puoi fermare uno tsunami con secchiello e paletta.

    La Svizzera dell’orologeria ha prodotto, fino agli anni Sessanta, orologi che sembravano programmati per vivere poco, come certi cellulari. Non sto parlando dei grandi marchi, è ovvio, che però a quei tempi valevano, numericamente, una trascurabile frangia di mercato. Poi è arrivata l’affidabilità e con essa la durata degli orologi. Per comprendere meglio, fino agli anni Sessanta era normale che un orologio avesse problemi due o tre volte l’anno, con conseguente intervento tecnico.

    Erano contenti i tecnici, erano contenti i produttori (per ogni orologio estinto se ne comprava un altro senza traumi), non esisteva (quasi) il mercato degli orologi usati; e per giunta solo di rado un orologio sopravviveva quel tanto che rendesse necessario un costoso (ieri come oggi) intervento di manutenzione. Una pacchia. Ma poi arriva, appunto, il mito dell’affidabilità estesa non solo a quei dieci/quindici marchi d’eccellenza, ma anche agli orologi meno costosi. E non uso la parola economici perché è un’altra di quelle parole che fa venire l’orticaria ai produttori.

    La vita di un orologio “diversamente costoso” oggi non è inferiore ai dieci anni, salvo azioni traumatiche. A quei tempi non superava i due/tre anni e la cosa era normale perché non è che altri aggeggi meccanici durassero di più. Oggi, quindi, si cambia orologio più per capriccio che per necessità: è il marketing, bellezza. Però “avanzano” un bel po’ di orologi usati: belli, ancora funzionali e che fan pure figo senza costare un occhio della testa. Cosa ne fai? Lasci la tua reputazione in mano a commercianti di (ingiustamente o meno) dubbia reputazione? Naaah.

    Per decenni il mercato degli orologi usati è rimasto nelle mani di commercianti “specializzati”. Alcuni veri e propri birbaccioni, molti altri seriamente appassionati. A quello degli orologi usati, poi, si è aggiunto anche il mercato degli “introvabili”  (ogni volta che un negozio d’orologi chiude arrivano stormi di avvoltoi che ripuliscono tutto, tanto per dirne una). E quello di orologi di dubbia provenienza. Qualche falso vero, qualche orologio messo su alla Frankenstein con pezzi di orologi simili ormai defunti e qualche orologio rubato. E i commercianti di orologi usati hanno finito per farsi – spesso a torto – la nomea di torbidi imbroglioni.

    Il problema è che se (tanto per non far nomi) compro da un torbido imbroglione un Rolex usato, ciò danneggia innanzitutto l’immagine di Rolex. Ora tenete conto del fatto che nella classifica mondiale dei marchi con la miglior reputazione (la fa il Reputation Institute, ente statunitense con una filiale anche in Italia) Rolex era prima nel 2019, ma quest’anno si è vista superare da Lego Group e dalla Walt Disney Company. (Top ten della buona reputazione mondiale 2020: Lego, Walt Disney Company, Rolex, Ferrari, Microsoft, Levi’s, Netflix, Adidas, Bosch, Intel). E la cosa le rode.

    E rode a Omega, Patek, Audemars, rode a chiunque abbia una reputazione da difendere. Perché se io entro in un negozio per comprare un RolexOmegaPatekAudemars non entro per comprare un orologio usato qualunque. Entro per comprare la mia marca preferita e voglio comprarla con orgoglio, voglio comprarla a testa alta. È mio diritto.

    E allora ecco finalmente la svolta. Per ora timida. Hanno cominciato con entusiasmo piccoli marchi indipendenti come De Bethune, F.P. Journe, H. Moser & Cie, MB&F. È notizia recente che Richard Mille ha rilanciato la posta aprendo a Londra, pochi giorni fa, una boutique affiliata in Mayfair, Ninety. Nella quale si potranno comprare – a testa alta – non solo gli orologi usati di Richard Mille (c’è anche uno specifico laboratorio tecnico), ma anche gioielli e altri oggetti preziosi. Da notare che si trova al 90 Mount Street, a due passi da Hyde Park: quando si potrà viaggiare di nuovo, potrete poi celebrare l’acquisto con una bottiglia di vino dell’enoteca Majestic Mayfair, al 49 di South Audley Street, a pochi passi dalla boutique.

    Un esempio, quello dei marchi “artigianali”, che già alcuni negozi italiani stanno cominciando a seguire con sempre maggiore professionalità. Come Il Giornale degli Orologi aveva ipotizzato all’inizio dell’anno, quello degli orologi usati (o come diavolo volete chiamarli) sta diventando un ottimo affare per tutti. Per i compratori, che avranno ulteriori certezze di un corretto acquisto, e per tutta la catena commerciale legata all’orologeria, che oltretutto avrà maggiori entrate. Il che, di questi tempi, non guasta certo.

    La maggior parte dei concessionari che si aprono all’usato vende orologi revisionati e (mi permetto un consiglio) potrebbe persino consegnarvi il risultato di una verifica al cronocomparatore. Sia chiaro: il test al cronocomparatore vuol solo dire che in quel momento l’orologio forniva, in condizioni di laboratorio, determinate prestazioni. Non lo considererei un attestato di precisione (quei test sono ben altra cosa) ma una sorta di certificato di buona salute. Se poi uscite dal negozio, l’orologio vi cade e si rompe o la marcia viene alterata, allora… Ma è una cosa che vale per qualunque orologio, nuovo o usato che sia.

    E anche un test di impermeabilità non ci starebbe male per gli orologi subacquei, visto che l’impermeabilità dovrebbe essere verificata ogni anno. È un test non invasivo perché viene effettuato “a secco”, creando in ambiente ermetico una depressione minuziosamente misurata. Se sfugge aria dalla cassa e la depressione impostata diminuisce, allora l’orologio non è impermeabile. Incidentalmente ricordate che chi dimentica la corona aperta (o la lascia aperta apposta per vedere a cosa servono le doppie guarnizioni: c’è anche questo), quando poi si ritrova l’orologio allagato e torna da chi glielo ha venduto… E giura che lui mai, mai e poi mai ha dimenticato aperta la corona, beh, sappiate che il negoziante fa il test a secco e scopre subito se siete bugiardi birbaccioni. Una gran brutta figura.

    Usato, ma a testa alta, insomma. Usato non come un ripiego umiliante, ma come scelta, se lo comprate da un concessionario. Verificate i siti dei negozianti (già molti presentano una scelta piuttosto ricca: in quello di Bedetti, a Roma, ce ne sono una quarantina) e se pure non doveste trovarne sul web, ricordate che comunque quasi tutti i concessionari hanno anche orologi usati che valgono una visita. È solo l’inizio, ma vedrete che in men che non si dica il mercato dell’usato acquisterà una nuova maturità. Sarà un bene per tutti, tranne che per i birbaccioni.