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J12·20, lo stile Chanel in versione street art

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Se c’è una cosa dell’orologeria Chanel che mi ha sempre colpito, è la capacità di reinventarsi. Di saper riutilizzare gli stessi “ingredienti” di base, di dosarli e miscelarli ogni volta in modo diverso, per ottenere un risultato del tutto nuovo. Lo si vede in particolare nell’ultimo J12·20 – un esemplare in edizione limitata (anzi, quattro edizioni limitate), già in vendita nelle boutique monomarca e presso selezionati rivenditori. Che è il J12 di sempre ma con un look inedito, giocato tutto sui simboli della maison.

Un passo indietro. Quest’anno il J12 è già uscito in altre due versioni: il J12 Paradoxe, con la cassa bianca e nera definita da un taglio netto; e il J12 X-Ray in vetro zaffiro, interamente trasparente (movimento e bracciale compresi). Perché questo 2020 segna il 20° anniversario dell’orologio creato da Jacques Helleu, ex Direttore artistico di Chanel Horlogerie, e ispirato al mondo delle automobili e delle barche. Il cui nome deriva proprio da una classe velica dell’America’s Cup dell’epoca.

Ma qui non ho intenzione di dilungarmi sulla storia del J12, né di ripercorrere le infinite variazioni sul tema in cui è stato declinato nelle due decadi scorse. Magari ne riparleremo in un altro momento. Ora è la volta del J12·20, terzo modello dell’anno (e siamo solo in giugno), dedicato appunto alle celebrazioni dell’emblematico esemplare. Un’autentica icona (mi ripeto: l’ho già scritto in tante occasioni) non solo di Chanel ma di tutta l’orologeria del Terzo Millennio. Perché è stato capace di fare della ceramica un materiale nobile, metafora di modernità e di tecnologia.

Come sempre realizzato in ceramica ad alta resistenza, il nuovo J12·20 però è diverso dai tanti, innumerevoli precedenti. Ha infatti la cassa e il quadrante decorati da segni e disegni “pop”. Doodle, verrebbe da chiamarli. Veri e propri pittogrammi, dai tratti semplici e un po’ naïf – a metà fra il tatuaggio e il fumetto – che ritraggono gli elementi costitutivi dell’universo di Mademoiselle Coco. E, in sintesi, l’essenza stessa dello stile Chanel. Una grafica che raffigura un mondo, il non plus ultra dello chic sintetizzato in un’estetica da street art.

In quei disegni, immediatamente riconoscibili a colpo d’occhio (almeno dalle Chanel addicted e dalle esperte di moda), si ritrovano quindi i motivi caratteristici, i capi più classici, gli oggetti cari a Gabrielle Chanel, talvolta espressione delle sue passioni e delle sue manie. Venti in tutto, per ovvie ragioni. Ecco allora la camelia, il fiore prediletto da Mademoiselle e da lei adottato fin dal 1923, oggi reinterpretato nei bijoux, nei gioielli e negli orologi.

Quindi i diamanti, le sue gemme preferite, che utilizzò in quantità anche nella prima collezione di alta gioielleria, Bijoux de Diamants appunto, datata 1932. E la stella, uno dei cinque temi di quella collezione: il cui pezzo più celebre è il preziosissimo collier a forma di cometa, alla base anche della recente (e omonima) linea di gioielli. Oppure la croce maltese, che rimanda alla storia del Mediterraneo (alla Repubblica marinara di Amalfi, ai Cavalieri di San Giovanni); altrimenti detta croce bizantina, richiama gli alti bracciali rigidi e le spille disegnate insieme a Fulco di Verdura, sempre negli anni ’30 del secolo scorso.

Ancora, l’orologio Première, prima escursione della maison nell’orologeria (1987), con la cassa ottagonale derivata dal perimetro di place Vendôme, a Parigi; uno dei “luoghi del cuore” di Gabrielle Chanel, che vi trascorse buona parte della propria vita. E le perle, compagne inseparabili – quasi un amuleto – per Mademoiselle, ma anche accessori indispensabili per la donna Chanel. “Con un pull nero e dieci fili di perle ha rivoluzionato la storia della moda”, diceva di lei Christian Dior.

Dai gioielli alla moda, tra le illustrazioni appaiono anche i pezzi simbolo del suo guardaroba. Come la giacca di tweed, quella dei celeberrimi tailleur, introdotta nel 1954 e rimasta una costante (seppur reinterpretata) in tutte le collezioni di prêt-à-porter e di Alta Moda della maison. Le scarpe bicolori, beige e nere, altra invenzione degli anni ’50, ideate per migliorare l’aspetto delle donne, perché fanno sembrare le gambe più lunghe e i piedi più piccoli. O ancora la 2.55, la borsa matelassé creata proprio nel febbraio del 1955 (da cui il nome), anch’essa declinata nel tempo in una miriade di varianti, colori e materiali. Ma sempre fornita di chiusura a battente con la fibbia girevole, diventata a sua volta sinonimo di una gestualità femminile  misurata e misteriosa.

A proposito di femminilità, le immagini comprendono anche diversi riferimenti allo charme e agli strumenti di seduzione consigliati alle signore da Mademoiselle Coco. Per esempio il fiocco, romantico dettaglio design, ieri come oggi ricorrente nella moda della maison. Il rossetto, requisito imprescindibile nel make-up (“Metti il rossetto e attacca”: sembra fosse un suo motto). Fino al profumo, il famosissimo Chanel N°5, lanciato nel 1921 e da allora rimasto inalterato come quintessenza olfattiva di un’art de vivre à la Chanel. Il 5, oltretutto, fa riferimento alla numerologia, in cui Mademoiselle credeva fermamente. Era molto superstiziosa e si circondava di portafortuna: fra i tanti, le spighe di grano, simbolo di operosità e di abbondanza, ricompensa al duro lavoro.

Del resto ci sono anche i suoi attrezzi del mestiere: forbici, ditale, ago e filo. Un set da cucito completato dai bottoni, oggetti funzionali che la grande couturière seppe trasformare in una vera e propria cifra stilistica. Dorati, a rilievo, decorati da foglie di acanto, tartarughe, trifogli, dalle sue iniziali o dalla testa del leone, sono l’espressione più sintetica dello stile Chanel. Proprio il Leone, il suo segno zodiacale nonché emblema di Venezia (città da lei amata), non poteva mancare tra i doodle del J12·20. Così come il viso della stessa Gabrielle Chanel, il suo ritratto immortalato con la paglietta. A ricordare che ormai la sua figura e la sua personalità sono entrate nel mito.

Noto però con piacere che tra i simboli del J12·20 manca il logo, la doppia C: troppo scontato, forse, e la maison rifugge dall’ovvio (lo ha dimostrato più volte). Ci sono invece, incastonati qua e là senza un ordine apparente, 12 (o 20) piccoli diamanti – probabile omaggio allo stesso J12 (e al suo compleanno). Gli stessi disegni del resto sono disseminati sulla cassa dell’orologio quasi in modo casuale, come se Arnaud Chastaingt – il Direttore del Watches Creation Studio di Chanel che li ha creati – li avesse tracciati a mano libera, di getto, senza pensare. Visto in quest’ottica, il J12·20 diventa in pratica una sorta di tela, di foglio bianco pronto a ricevere i segni grafici, i graffiti (in senso letterale) dell’artista.

E questa impressione è accentuata da due delle quattro referenze del J12·20, in cui i pattern sono localizzati in porzioni delimitate di lunetta e quadrante, rodiati sulla superficie laccata. Per saperne di più sull’intera collezione, vi rimando alle didascalie. Qui basti invece aggiungere che nelle altre due referenze, i disegni rivestono interamente “il volto” dell’orologio e sono realizzati in smalto champlevé. Diverse anche le tirature limitate: 2.020 esemplari per la prima versione, solo 5 l’altra.

In tutti i casi, comunque (lo ribadisco), il J12·20 è sempre sé stesso, immutato e identificabile: solo più giovane e più irriverente del solito. In linea con il proverbiale spirito ribelle di Coco Chanel: una donna capace di sfidare le convenzioni e ignorare i formalismi, di abbracciare le novità e anticipare le tendenze. In questo senso il J12·20 recupera i codici più classici della casa, li reinterpreta in chiave grafica, ne fa un mix modernissimo e un po’ sfrontato. Immanente, più che mai attuale, è un J12 aggiornato con i tempi. È il tempo secondo Chanel.