Giornale Degli Orologi
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Tag: Watch Update

  • Lionel a Marca racconta il Breguet Marine Hora Mundi

    Lionel a Marca racconta il Breguet Marine Hora Mundi

    «Possiamo dire che questo orologio rappresenta davvero ciò che vogliamo proporre: complicazioni di alto livello alla portata degli amanti dell’alta orologeria». L’orologio in questione è uno dei pezzi più sorprendenti presentati finora nel 2022, il Breguet Marine Hora Mundi. A definirlo in modo efficace è colui che ne ha seguito da vicino la genesi: il Ceo del marchio Lionel a Marca.

    Alla guida di Breguet dall’agosto dello scorso anno, Lionel a Marca è attivo per la Maison già dal 2019, dopo essere entrato in Swatch Group nel 1992. È un manager di lungo corso, con il vantaggio competitivo di avere una formazione tecnica.

    In una recente intervista a Monochrome, raccontava così di sé: «Ho una formazione da orologiaio e mi sono diplomato alla scuola di orologeria di Porrentruy. Da lì sono andato a lavorare da Mercier SA a Les Breuleux, dove assemblavamo tutti i tipi di movimenti, e poi da Frédéric Piguet a Le Noirmont. Ho anche lavorato a stretto contatto con ETA, in particolare sullo sviluppo dell’Omega Central Tourbillon, rifinendo e assemblando questo superbo movimento, e poi su diversi progetti di complicazioni». Chi meglio di lui può parlarci del Marine Hora Mundi?

    Ci può raccontare il nuovo orologio da un punto di vista strettamente tecnico?
    «Il Marine Hora Mundi incorpora una funzione di memoria GMT con doppio fuso orario istantaneo. Il sistema di memoria a cambio istantaneo è stata la nostra vera sfida in questo pezzo. Un’impresa tecnica resa possibile attraverso l’utilizzo del pulsante e della corona. Infatti, dopo aver definito la prima città, l’ora e la data, è sufficiente che chi indossa l’orologio imposti solo la seconda città. Il meccanismo dell’orologio calcola quindi l’ora e la data utilizzando un sistema intelligente di camme, martelli e un differenziale integrato. Il calibro di questo nuovo orologio è il 77F1, il suo pregio sta proprio nei moduli aggiuntivi brevettati: complessi da sviluppare, ma facili da usare per chi possiede l’orologio».

    Tre anni di sviluppo, quattro brevetti e un doppio fuso orario a cambio istantaneo che è semplicemente straordinario: nell’Hora Mundi c’è davvero tutto il savoir-faire di Breguet?
    «Abraham-Louis Breguet, fondatore di Breguet, è stato un eccezionale tecnico, inventore e designer che ha contribuito con un gran numero di invenzioni allo sviluppo dell’orologeria. Innovazioni ancora rilevanti 200 anni dopo la loro creazione. Il nostro obiettivo è perpetuarne l’eredità mentre costruiamo l’orologeria di domani. Per questo motivo, e dall’acquisizione del marchio da parte di Swatch Group nel 1999, abbiamo investito molto nel reparto Ricerca & Sviluppo e continuiamo ad innovare: penso ad esempio al Pivot Magnétique o all’Alta Frequenza».

    E per quanto riguarda l’estetica, che cosa ha guidato la realizzazione dell’orologio?
    «Il nostro obiettivo nel nuovo Hora Mundi era quello di creare un effetto 3D, una profondità sul quadrante. Al di là del realismo, volevamo anche essere in grado di offrire una grande leggibilità. Per farlo, abbiamo quindi giocato sulla sovrapposizione di piani diversi. Il primo, in oro, è composto da onde lavorate a mano a guilloché mentre esibisce un quadrante con lavorazione soleil, il cui effetto dà la sensazione del movimento delle onde stesse. Quindi, un’ulteriore platina in zaffiro compone i meridiani. I continenti sono stati lavorati con un trattamento satinato orizzontale e le coste sono sottolineate leggermente con un bordo turchese metallizzato. Infine, il réhaut esterno racchiude tutti i vari elementi presentati sul quadrante. Un risultato le cui dimensioni e superfici sono perfettamente eseguite, grazie a vari trattamenti che hanno richiesto diverse settimane di lavoro. È questo sapiente mix di prospettive e dettagli che rende l’orologio così speciale».

    Perché avete scelto di far entrare l’Hora Mundi all’interno della collezione Marine?
    «Per noi, l’integrazione di un doppio fuso orario con la memoria istantanea aveva davvero senso all’interno della collezione Marine, che rappresenta il mondo del viaggio e dell’esplorazione. A riprova di ciò, Abraham-Louis Breguet è stato il primo orologiaio a introdurre l’equazione del tempo che scorre sul quadrante di un orologio. Questa complicazione, che permette di orientarsi rispetto al sole, indica l’ora civile e l’ora reale mediante due lancette. Abraham-Louis Breguet condusse ricerche approfondite sull’orientamento in mare. Fu membro del Bureau des Longitudes e fu nominato orologiaio della Marine Royale da re Luigi XVIII».

    Crede che il suo background da tecnico orologiaio le faccia avvicinare in modo diverso il processo di sviluppo e creazione dei nuovi prodotti? Penso all’Hora Mundi, ma non solo. 
    «Questo “doppio cappello”, per così dire, mi permette di avere una visione globale sia in termini di sviluppo di nuovi prodotti sia delle difficoltà che si possono incontrare nella loro commercializzazione. Dall’inizio della mia carriera ho infatti percorso tutte le fasi del prodotto, dal design del movimento all’organizzazione della produzione, gestendo non solo la coerenza delle collezioni, ma anche i team. Un altro aspetto molto stimolante per me è aver potuto lavorare a fianco di Marc A. Hayek per 20 anni. La sua conoscenza dei prodotti, della tecnica e la sua visione rafforzano giorno dopo giorno le mie conoscenze, per le quali gli sono grato. Oggi, il mio obiettivo è utilizzare tutto questo know-how per perpetuare l’eredità di Abraham-Louis Breguet nell’insieme del suo lavoro».

  • Dietro le quinte. Statistiche:  numeri, polli e orologi

    Dietro le quinte. Statistiche: numeri, polli e orologi

    Un consiglio: per capire meglio il senso delle statistiche andate a cercare un sonetto di Trilussa, Il pollo. Parla di quando, secondo le statistiche, c’era un pollo su ogni tavola italiana. Statisticamente. Ma in realtà…

    Che l’orologeria non stia passandosela bene lo dicono i numeri delle esportazioni. La Svizzera, sebbene la tendenza della discesa sembri rallentate in ottobre, ha esportato solo tre quarti del fatturato relativo allo stesso periodo (gennaio/ottobre) del 2019. Che pure non era stato gran che per via della crisi di Hong Kong.
    La Federazione Svizzera dell’Orologeria, che fornisce i dati delle statistiche, prevede che la tendenza negativa potrebbe stabilizzarsi per fine anno. Sempre che, ovviamente, il Covid non voglia ripartire per la terza ondata nel prossimo mese. Sì, è improbabile, ma i dirigenti svizzeri non vedono comunque nessuna forma di ripresa per un bel pezzo ancora.

    L’idea è che la situazione potrebbe migliorare se vi saranno effetti positivi stabili dalle vaccinazioni e dalle altre misure sanitarie messe in atto per migliorare gli effetti della pandemia. Già, ma migliorare come? Chiusa (o messa a covare sotto la cenere) la pandemia tutto tornerà come prima? Non se ne parla nemmeno e questo impone di analizzare alcune caratteristiche specifiche dell’orologeria. Specificità che pochi analizzatori economici hanno considerato, finendo per fare una sorta di minestrone dei settori del lusso. Sempre che si possa trovare una definizione univoca della parola “lusso”.

    La produzione interrotta

    Tanto per cominciare pochi sembrano ricordare che le fabbriche svizzere d’orologeria sono state chiuse, quest’anno, per periodi che vanno da uno a tre mesi. Il che vuol ovviamente dire una diminuzione di orologi prodotti. I numeri variano in base al prezzo e ai metodi di lavoro, più o meno industriali. Ascoltando gli operatori («Ma la prego, questo non lo scriva»), la diminuzione varia fra un -5 e un -20 per cento del fatturato. Ovviamente questa cifra non va direttamente sottratta al calo generale delle esportazioni (secondo le statistiche -25,8 per cento nel periodo gennaio/ottobre 2020 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno); ma certamente mitiga le perdite, comunque variabili da un produttore all’altro.

    Bene, mi dirai tu, allora l’orologeria è ancora un mercato interessante. Sì, ti rispondo, ma con giudizio. Perché di variabili ce ne sono ancora, e anche di considerazioni da fare. Tanto per cominciare: come la mettiamo con gli orologi rari, quelli che tutti vogliono e sono disposti a comprare anche a cifre doppie o triple rispetto al listino? E non parlo solo di Rolex.

    Gli introvabili oggetti del desiderio

    I problemi sono destinati a peggiorare, paradossalmente, con l’eventuale ripresa delle vendite. Perché nessuna fabbrica con dirigenti sani di mente si sogna di aprire nuovi stabilimenti (che comunque richiederebbero tempo e investimenti rischiosi) solo per soddisfare le richieste di una parte di pubblico che viene considerata capricciosa e volubile. Pronta ad abbandonare il proprio oggetto di desiderio appena ne arriva un altro più desiderabile ancora. Per non parlare della quantità di speculatori pronti a rastrellare i mercati per poi rivendere le rarità a prezzi fuori da ogni logica.

    Queste richieste non soltanto sono destinate a rimanere inevase, ma è probabile che alla ripresa del mercato si allargheranno ad altri modelli e marche. Intendo dire che potrebbero trasformarsi in oggetti del desiderio anche orologi meno costosi, ma comunque “iconici” per il blasone e/o la capacità, da parte dei marchi, di rendere più appetibili i propri orologi. Già ora se ne vedono i primi segnali su Breitling e TAG Heuer.

    Il rimedio? Beh, un rimedio vero non c’è. Ma si può certamente migliorare il controllo sulla rete di distribuzione con “trucchi” che comunque offrono maggiori garanzie ai compratori. Penso ad esempio al proliferare di sistemi d’identificazione dei singoli orologi. Sulla falsariga, per intenderci, di quanto fatto recentemente da Hublot: trovate l’articolo qui. I vantaggi sono molti: rendere meno vendibili gli orologi rubati, garantire l’usato e – perché no? – tracciare il percorso degli orologi. Un percorso spesso oscuro specialmente in Paesi dai mercati meno “maturi”, meno puliti.

    Il calo delle esportazioni nelle statistiche

    Un secondo aspetto da valutare con attenzione nelle statistiche è il vistoso calo delle esportazioni d’orologi fino ai 500 franchi svizzeri al netto delle tasse. Gli orologi che qualcuno definisce “economici”, quelli che arrivano nei negozi a prezzi fino ai mille euro. In valore, il calo oscilla fra il 15 e il 20 per cento nel solo ottobre, a fronte di un calo complessivo del 7,1 per cento. Tengono molto meglio quelli con cassa in acciaio di prezzo compreso (sempre al confine, prima delle tasse locali) tra i 500 e i 3.000 franchi svizzeri, con un calo contenuto in poco più del 4 per cento, sia in valore che nel numero degli esemplari esportati.

    Leggermente superiore alla media del 7,1 per cento il calo degli orologi più preziosi, a proposito dei quali, però, la Federazione Svizzera dell’Orologeria fornisce dati da prendere un po’ con le pinze, come metallo bollente. In molti riferiscono risultati altalenanti, limitandosi a commentare che: (a) tirano abbastanza gli esemplari da collezione, destinati ad avere incrementi di valore nel tempo – e questo fa il paio con i risultati interessanti delle aste specializzate; (b) anche i ricchi non ridono, specialmente nei mercati occidentali e – parzialmente – in quelli mediorientali. Magari non piangono, ma devono comunque fare economie di qualche tipo rispetto alle loro abitudini.

    La battaglia nei primi segmenti di mercato

    L’impressione è che gran parte del mondo (occidentale) si trovi costretto a scendere di qualche gradino rispetto alle posizioni economiche conquistate precedentemente. Né si capisce bene se si potrà mai risalire. Bene, mi dirai tu, ma a me cosa me ne frega? Te ne frega, ti rispondo, te ne frega…
    Tanto per cominciare assisteremo ad una battaglia su due fronti per quanto riguarda l’orologeria meno costosa. Il primo fronte è quello della naturale concorrenza fra marchi: orologi sempre migliori a parità di prezzo. Migliorerà il rapporto qualità/prezzo e già questo è interessante per chi vuol comprare orologi di qualità senza rovinarsi.

    Il secondo fronte è quello della concorrenza con i dispositivi connessi da polso. L’industria orientale sforna modelli sempre più completi a prezzi sempre migliori. Aggressive politiche di marketing arrivano a regalare un connesso se compri un altro dispositivo (per i più vecchi: il connesso viene dato in bundle, ad esempio, con un cellulare di alta gamma), e comunque i prezzi calano vistosamente pochi mesi dopo la presentazione dei nuovi modelli. Sì, mi dirai, ma cosa gliene frega ai “vecchi” degli orologi connessi? Sono roba per raga. Sbagliato. I vecchi sono il mercato del futuro.

    I connessi del futuro

    Puoi scommetterci le mutande che aumenteranno esponenzialmente i connessi capaci di farti esami clinici mediamente attendibili, trasmessi periodicamente al medico di base, che chiederà approfondimenti ogni volta che qualcosa scavalla in modo esagerato i dati precedenti. Noi vecchi ci teniamo a vivere a lungo e abbiamo un potere d’acquisto interessante. La Svizzera sta già cominciando a valutare il da farsi. Che non è certo buttarsi nella concorrenza diretta agli orientali: sarebbe un vero e proprio suicidio, come ben sanno i vecchi – appunto – che ricordano le sberle prese dalla Svizzera ai tempi del quarzo. La grande crisi che degli anni Sessanta e Settanta rischiò di far scomparire la Svizzera degli orologi.

    I primi assaggi di connessi poco costosi Swiss Made (ossia non basati su moduli elettronici orientali) arrivano da marchi del Gruppo Swatch. Come Tissot, che ha recentemente diffuso un ottimo orologio multifunzione con alcune caratteristiche dei connessi. Mettici un po’ di sensori specifici e un software ben congegnato e lo trasformi in un “medicale” di buona efficienza che farà la felicità degli ipocondriaci, ma aiuterà anche i servizi sanitari nazionali. Guardo anche alla stessa Swatch, che potrebbe parzialmente condividere gli ingenti investimenti di Tissot per creare modelli specifici (a parte i pagamenti elettronici: orologi già in commercio) destinati ad alcune patologie specifiche. La cosa, insomma, promette bene.

    Il calo delle vendite nelle statistiche

    E gli argomenti da discutere sarebbero ancora tanti, ma che palle! E comunque ne parleremo in specifiche interviste con gli operatori.
    Qui vorrei però ricordare alcune considerazioni fatte nel primo Watch Update, più o meno concomitante con i devastanti effetti della prima ondata della pandemia. Secondo le statistiche il calo delle vendite, nei Paesi occidentali, è stato micidiale. Nel periodo gennaio/ottobre 2020, i cali oscillano dal -24,5 per cento della Germania per arrivare al -39 per cento della Francia. L’Italia è al -36,1 per cento. Anche in questo caso il dato delle statistiche deve essere correttamente interpretato, dopo un incrocio con altre realtà.

    Il crollo si riferisce in gran parte al fatto che turisti stranieri non ce n’è. Specialmente orientali. Tutti i negozi che avevano puntato soprattutto sui clienti stranieri (per alcuni volevano dire il 70 per cento e oltre del fatturato) sono in grave affanno. Talvolta gravissimo. Arrivano invece segnalazioni positive dalla mai sufficientemente benedetta provincia italiana. Sia al nord che (soprattutto) al sud in certi casi assistiamo addirittura ad un aumento del fatturato. Sembra una follia, ma il cliente locale che prima prendeva l’aereo per motivi di lavoro e magari andava a comprare nelle grandi città ora ritrova il proprio negoziante di riferimento. Quello vicino casa, quello che scopri tuo alleato, se non amico.

    Benedetto mercato locale

    Non sono grandi incrementi, certo, ma indicano una strada da seguire. Sia per i compratori (anche di questo abbiamo parlato: trovate qui l’articolo) che per i distributori. In pratica, bisogna reinventare il rapporto con i negozianti di orologi (e non solo quelli) tornando ai riferimenti del passato, reinterpretati in chiave contemporanea. Conservare i rapporti umani del passato facendoli passare anche per le moderne tecnologie, come già i più intraprendenti stanno facendo. Ma sarà impossibile se i produttori e i distributori non capiranno che il lavoro di tutti, noi giornalisti compresi, deve prima avere una solida base locale. E solo dopo guardare alla giusta percentuale di clienti occasionali come i turisti.

    Perché è la clientela locale, ancora una volta, a darti una base di certezze che si rivelano indispensabili ad ogni periodica crisi. Sarà una bella sfida, ma l’orologeria, quella vera, è già abituata a trattenere quanto più a lungo possibile i “vecchi” per insegnare ai giovani puledri scalpitanti che la storia dell’orologeria è un fiume. Un fiume che viene da molto lontano nei secoli passati e che speriamo vada molto lontano nei secoli futuri.

  • Le maison indipendenti: la quintessenza dell’orologeria svizzera

    Le maison indipendenti: la quintessenza dell’orologeria svizzera

    Sono le vere eredi dell’orologeria di tradizione (elvetica), iniziata nella Ginevra del Seicento come sistema organizzato di un’industria allora agli esordi. Si tratta di quelle maison indipendenti che non fanno parte di grandi gruppi ma appartengono a singoli enti, società, nuclei familiari o imprenditori – in qualche caso perfino diretti discendenti del fondatore. E proprio la “conduzione familiare” (o comunque la gestione in piena autonomia) è uno dei loro punti di forza, una marcia in più; perché in genere permette loro di essere agili, veloci, più reattive alle esigenze del mercato.

    Anche se, in effetti, tra le maison indipendenti non c’è molta uniformità, ed è difficile quindi catalogarle sotto etichette comuni. Possono avere alle spalle una storia secolare o di qualche decennio appena; dimensioni più o meno grandi in termini di fatturato e di dipendenti; numeri di produzione estremamente vari, dalle poche decine di migliaia fino al milione (o quasi) di orologi l’anno. E ciascuna, naturalmente, possiede canoni stilistici propri che rispondono a una precisa identità, di solito costruita nel tempo.

    Alcune sono vere e proprie manifatture che realizzano “in casa” i movimenti, o almeno gran parte dei componenti (il concetto di manifattura è importante e merita un approfondimento: ne riparleremo presto); altre si limitano a produrre l’habillage (casse e bracciali) e possiedono soprattutto fabbriche di assemblaggio. Di conseguenza, ognuna aderisce a segmenti di mercato ben definiti e si muove all’interno di una determinata fascia di prezzo.

    Ma tutte hanno in comune un certo modo di pensare – e di lavorare. Mirato a offrire al pubblico un prodotto di buona qualità (in relazione appunto alla propria fascia di mercato), coerente con il proprio buon nome e nel rispetto del cliente finale. Una filosofia che deriva probabilmente da quell’etica calvinista tipica dell’intera orologeria svizzera. La stessa cui rispondono anche le marche di proprietà dei grandi gruppi, certo, ma ancora più sentita dalle maison indipendenti. Perché in questo caso sono i singoli proprietari a metterci la faccia. In prima persona.

    Qui di seguito trovate dunque una selezione di orologi realizzati dalle principali maison indipendenti. Non tutte, ovviamente, per mere ragioni di spazio (e ci scusiamo fin d’ora con quelle assenti). Abbiamo escluso a priori i brand dalla natura più artigianale e ci siamo focalizzati soprattutto sulle grandi marche. Di ognuna pubblichiamo un esemplare emblematico, scelto fra le novità del momento o fra i best-seller più famosi. È vero, tutti insieme coprono una grande varietà di funzioni e di generi. Ma non è un caso. In fondo è proprio la varietà delle maison indipendenti la vera ricchezza dell’orologeria svizzera.

    AUDEMARS PIGUET Royal Oak Offshore Cronografo automatico Cassa (44 mm) in ceramica, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro 3126/3840 (modulo Dubois-Depraz), con 50 ore di autonomia, cronografo con secondi continui e datario. Quadrante “Méga Tapisserie”, indici applicati e lancette in oro rosa luminescenti, lunetta avvitata in ceramica, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in caucciù. Esclusiva boutique. 38.200 euro

    BELL & ROSS BR 05 Black Steel & Gold Cassa (40 mm) in acciaio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, con datario.  Quadrante soleil, indici applicati e lancette in oro rosa luminescenti, lunetta in oro rosa, vetro zaffiro anche sul fondello, bracciale in acciaio e oro rosa.  9.900 euro

    CHANEL HORLOGERIE Monsieur de Chanel Cassa (40 mm) in oro beige. Movimento meccanico a carica manuale, calibro 1 di manifattura, con indicazione saltante delle ore, retrograda dei minuti (su un arco di 240 gradi) e piccoli secondi. Quadrante opalino, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. 36mila euro

    CHOPARD L.U.C Full Strike Cassa (42,5 mm) in oro bianco Fairmined. Movimento meccanico a carica manuale, calibro L.U.C 08-01L di manifattura, con ripetizione minuti, indicazione dell’autonomia di 60 ore e piccoli secondi. Quadrante argenté, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. Edizione limitata di 20 esemplari. 242mila euro

    EBERHARD & CO. Scafograf 300 “Edizione MCMLIX” Cassa (43 mm) in acciaio, impermeabile fino a 30 atm e con valvola di decompressione. Movimento meccanico a carica automatica, con datario. Quadrante opaco, indici e lancette luminescenti, ghiera girevole unidirezionale con disco in ceramica, vetro zaffiro su quadrante, fondello inciso, cinturino in caucciù. 2.320 euro

    FRANCK MULLER Vanguard Racing Skeleton Cassa (44 mm x 53,7 mm) in carbonio con inserti in Ergal (lega di alluminio e zinco) rosso. Movimento meccanico scheletrato a carica automatica, calibro 2800-DT di manifattura, con datario. Quadrante traforato con vetro fumé al centro, indici applicati, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in gomma e Alcantara. Il design si ispira ai motori delle auto da corsa. Edizione limitata di 75 esemplari.

    HERMES Slim d’Hermès GMT
    Cassa (39,5 mm) in oro rosa. Movimento meccanico ultrapiatto a carica automatica, calibro H1950 di manifattura (con modulo GMT sviluppato da Agenhor), con micro-rotore decentrato, secondo fuso orario e doppia funzione giorno/notte. Quadrante azuré e soleil, contatore argenté, numeri à decalque, vetro zaffiro anche su fondello, cinturino in pelle di alligatore opaca. 16mila euro

    ORIS Carysfort Reef Limited Edition Cassa (43,50 mm) in acciaio, impermeabile fino a 30 atm. Movimento meccanico a carica automatica, con due fusi orari e datario. Quadrante satinato soleil, indici e lancette luminescenti, ghiera girevole unidirezionale con disco in ceramica, vetro zaffiro, fondello inciso, cinturino in caucciù. Edizione limitata di 2mila esemplari a sostegno della Coral Restoration Foundation per la salvaguardia della Carysfort Reef, la barriera corallina della Florida. 2.500 euro

    PARMIGIANI FLEURIER Tonda GT Cassa (42 mm) in oro rosa, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro PF044 di manifattura, con piccoli secondi e datario a doppia finestrella. Quadrante guilloché, indici applicati e lancette scheletrate in oro rosa, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in caucciù. Edizione limitata di 150 esemplari, 24.900 euro

    PATEK PHILIPPE Ref. PP5270J Cronografo con calendario perpetuo Cassa (41 mm) in oro giallo. Movimento meccanico a carica manuale, calibro CH 29-535 PS Q di manifattura, con 65 ore di autonomia, cronografo con secondi continui, calendario perpetuo con fasi di luna e funzione giorno/notte. Quadrante con scala tachimetrica, indici applicati e lancette in oro, vetro zaffiro anche sul fondello (oppure chiuso intercambiabile), cinturino in pelle di alligatore. Orologio certificato dal sigillo Patek Philippe. 155.850 euro

    ROLEX GMT- MASTER II
    Cassa (40 mm) in acciaio Oystersteel, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro 3285 di manifattura, con 70 ore di autonomia, doppio fuso orario, datario e certificato ufficiale di cronometro (Cosc). Quadrante laccato, indici e lancette in oro bianco luminescenti Chromalight, ghiera girevole bidirezionale con disco in Cerachrom, vetro zaffiro, bracciale Jubilé in acciaio Oystersteel. Orologio certificato Cronometro Superlativo. 9.250 euro

    TUDOR Black Bay Fifty-Eight Navy Blue Cassa (39 mm) in acciaio, impermeabile fino a 20 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro MT 5402 di manifattura, con spirale in silicio, autonomia di 70 ore e certificato ufficiale di cronometro (Cosc). Quadrante opaco, indici e lancette luminescenti, ghiera girevole unidirezionale con disco in alluminio anodizzato, vetro zaffiro, bracciale in acciaio. 3.500 euro

  • Davide Traxler, la dieta di Parmigiani Fleurier e l’ottimismo verso il futuro

    Davide Traxler, la dieta di Parmigiani Fleurier e l’ottimismo verso il futuro

    Dal 2018 Davide Traxler guida la Parmigiani Fleurier. Una fabbrica che ha segnato la rinascita di una cittadina (Fleurier, appunto, nella Val-de-Travers) che, non ostante grandi trascorsi, era stata un po’ abbandonata dall’orologeria. Ma lì s’insedia Michel Parmigiani (origini orgogliosamente italiane: lo trovi spesso in Italia, con la famiglia), che inizia la propria carriera come restauratore degli orologi e dei giocattoli meccanici della famiglia Sandoz; la leggenda racconta che sia stato il primo a saper restituire vita ad una Pendule Sympatique di Abraham-Louis Breguet…

    Oggi Parmigiani Fleurier fa capo a una Fondazione che ha compreso come sulla genialità di Michel Parmigiani si potesse costruire non soltanto una marca d’orologi, ma anche un piccolo polo industriale. Che, oltre a Parmigiani Fleurier, comprende la Vaucher (platine e movimenti d’altissima qualità), la Atokalpa (bilancieri ed organi regolatori) e altre aziende (compresa quella per la realizzazione delle casse). Senza dimenticare ovviamente il restauro, con un laboratorio gestito da un budget specifico e che produce anche orologi d’eccezione. È un metodo di lavoro che ha letteralmente rivoluzionato quel microsegmento dell’orologeria definito “artigianale”; e lo ha trasformato in un vero e proprio gruppo industriale con economie di scala che consentono a Parmigiani Fleurier e ad altre marche di competere economicamente con marchi ben più grandi e potenti.

    Non ostante questa impostazione intelligente, però, la crisi politica di Hong Kong ha dimostrato che la continua crescita dell’orologeria svizzera non era esattamente solida. La produzione non può dipendere per il 50 per cento da un solo mercato (quello definito Greater China), specialmente quando le ridotte dimensioni del settore lo rendono molto instabile.

    E qui interviene Davide Traxler. Facendo riferimento alla storia commerciale dell’orologeria (se lavori su tanti mercati di piccole dimensioni le oscillazioni di un paio di loro non possono essere così dannose), Traxler guida Parmigiani Fleurier in una cura dimagrante. Un piano triennale per diventare più snelli e agili, per migliorare la salute della marca. Poi alla crisi non risolta di Greater China si aggiunge il Covid.

    Davide Traxler: È vero, il nostro processo di riorganizzazione aziendale era partito prima, per cui arriviamo a questa crisi con un’azienda più snella e con una particolare attenzione ai costi. Abbiamo avuto anche il lancio del calendario perpetuo islamico, a dicembre: una novità unica mirata a un mercato specifico, che ci ha assicurato e continua ad assicuraci un relativo buon andamento con un prodotto comunque molto prezioso, con un alto contenuto di orologeria.

    Questa combinazione di agilità e di orologi complicati rari continua a creare lavoro per la fabbrica e fatturato per l’azienda. E arriviamo così ad un passaggio successivo, il lancio della collezione GT. Per noi era molto importante e speravamo di poter lavorare in ben altre condizioni, lo ammetto. In ogni caso la risposta dei mercati è per ora è eccellente, per cui speriamo che malgrado la situazione estremamente difficile si possa effettivamente distribuire.

    Con te Parmigiani Fleurier aveva cominciato a fare due cose fondamentali: alleggerire la struttura e alleggerire il catalogo. Quel che oggi tutti devono fare in una situazione di emergenza. Previsione o fortuna?

    Davide Traxler: Allora, noi prevedevamo un anno difficile. In particolare io prevedevo comunque un abbassamento importante delle borse, di quella americana in particolare; e poi la situazione a Hong Kong era già tesa e non prossima alla soluzione, per cui prevedere un anno difficile mi sembrava ovvio. Non potevo certo immaginare l’entità di questo disastro, sull’onda della pandemia. Ma siamo arrivati ad oggi più snelli e già molto prudenti. Credo quindi che possiamo guardare al futuro con un cauto ottimismo. Eravamo a metà strada di un piano triennale che ora va ovviamente rivisto, allungandolo di 18 mesi. Però crediamo che in quattro anni e mezzo anziché in tre il progetto lo si porti a termine.

    Vogliamo parlare di fiere dell’orologeria?

    Davide Traxler: Trovo innanzi tutto che una fiera unica (o se vuoi due fiere vicine e parallele) nello stesso momento e nella stessa città sia un segnale straordinario, un’ottima notizia; (a poca distanza da Watches & Wonders, in contemporanea, si svolgerà un’altra fiera cui hanno già aderito Patek Philippe, Rolex, Chopard, Breitling e altri marchi fondamentali, ndr). Ci siamo arrivati forse attraverso un percorso sbagliato, la progressiva agonia di Baselworld, ma alla fine la soluzione sembra comunque arrivata. Io credo che la “istituzione fiera” sia stata e resti molto interessante per tutto il settore, perché permette a tutti di capire in pochi giorni quel che succede, di vedere in quale direzione si muove il settore, consente di prendere decisioni importanti.

    Per un dettagliante viaggiare, prendere appuntamenti con marche diverse 10, 15 volte durante l’anno è molto complicato. E altrettanto vale per le marche di orologi. Una fiera ha ancora un grande valore aggiunto, specialmente per un settore di preziosi in cui persino la temporanea esportazione di orologi da mostrare ai negozianti ha un costo notevole. Sì, credo che il concetto di fiera, per il nostro settore, abbia ancora un senso, e spero davvero che questa fiera unificata possa essere un percorso di medio periodo per l’orologeria.

    Tu stai parlando dell’anno prossimo a Ginevra. Il capolavoro anche diplomatico di Fabienne Lupo…

    Davide Traxler: Ancora c’è da lavorare, per cui aspettiamo ad applaudire. Però quel che si è già ottenuto è davvero molto importante.

    Anche perché non puoi far vedere soltanto i grandi gruppi o le grandi marche. Lo sdoppiamento dell’ormai tradizionale Watches and Wonders serve ad avere una visione più completa dell’orologeria svizzera. Quel che una fiera degna di tale nome deve saper offrire agli operatori, ma anche al pubblico.

    Davide Traxler: Certo. E Ginevra dispone di strutture d’ospitalità pressoché infinite. Oltre che di un aeroporto eccezionalmente ben collegato con il mondo. Possibilità ce ne sono per tutti. Ovviamente ci vorrà un po’ di tempo per trovare completezza e stabilità, ma il fatto che tutto il settore sia riunito per 7/8 giorni a Ginevra credo offra a tutti un enorme potenziale.

    Natale. Come andrà questo Natale?

    Davide Traxler: Sai, per noi Natale – e per la Cina il Capodanno cinese – potrebbero rivelarsi di grande interesse. Pandemia permettendo: è chiaro. Non credo ci saranno fuochi d’artificio commerciali, ma tutti abbiamo un magazzino sufficiente per essere pronti ad ogni evenienza, dopo tanta chiusura. Qualche segnale d’ottimismo c’è. E anche per questo molte aziende, anche quelle che avevano detto di voler rimandare al prossimo anno il lancio di novità, alla fine stanno un po’ facendo marcia indietro e presenteranno qualche novità proprio per le vendite natalizie. Una strategia prudente che, per molti versi, dovrebbe essere anche un buon aiuto per i negozianti e quindi per il pubblico dei compratori.

    Il fatto di essere voi stessi fornitori molto importanti per una serie di marche indipendenti rende più semplice o più complessa l’attuale situazione?

    Davide Traxler: Beh, in realtà le nostre strutture servono anche marchi piuttosto grandi. Siamo fornitori di un po’ di tutto “l’alto” di settore. È quindi ovvio che anche in questo senso il calo sia importante. Ma nel mio piano triennale era già prevista una “cura dimagrante” in questo senso, perché il problema del ridimensionamento secondo me era già prima del Covid una questione generale. Tutte le marche hanno dovuto cambiare programmi, ma fortunatamente la Svizzera, la Confederazione sta sostenendo il nostro settore, che giustamente viene considerato rilevante. Grazie anche a questo penso che le nostre aziende possano superare questa tormenta senza danni troppo elevati.

    Concludiamo parlando di prodotto. Vedo qui tre orologi molto coerenti (della nuova collezione GT, ndr), molto ben legati fra loro, che però non costringono i negozianti ad impegni economici pericolosi. Non ostante il contenuto tecnico continui ad essere elevato, come pure la qualità generale – che è quella di sempre, tipica di Parmigiani Fleurier – mi sembra che le scelte vengano incontro alle esigenze attuali. È questa la strada di Parmigiani Fleurier per il futuro?

    Davide Traxler: Oggi Parmigiani Fleurier è rappresentata da 50 referenze attive, 50 modelli. In due anni siamo scesi da un totale di 350 a 50; 50 referenze attive vogliono dire, come tu sai, meno quadranti, meno bracciali e così via. Ma vuol dire anche una collezione ridotta, semplice, spiegabile, comprensibile. Una collezione che consente al negoziante di avere argomenti chiari da trasmettere al compratore finale. Il quale potrà, meglio di prima, identificare la marca, ma con prodotti che ovviamente devono essere quelli giusti, che lasciano un minor margine d’errore. Le prime reazioni sono buone. Siamo molto contenti di questa collezione e aspettiamo il responso del mercato con molta fiducia.

    Possiamo parlare quindi di un ritorno alla priorità del prodotto rispetto ai fatturati?

    Davide Traxler: Per noi sì, certo. Ma sono convinto che il prodotto buono, il prodotto che piace non sia affatto in conflitto con il fatturato. Anzi.  

  • Marco Mantovani: Locman, dall’Elba si può

    Marco Mantovani: Locman, dall’Elba si può

    Ho conosciuto Marco Mantovani negli anni in cui lavorava a Milano. Aveva lasciato l’Isola d’Elba perché Milano era la città giusta per inseguire il successo. Poi Marco attraversa vicissitudini personali e decide di tornare all’Elba, dove fonda Locman. Capirete bene che l’idea sembra un po’ fuori di zucca. Non solo produrre orologi italiani dichiarandone l’origine (fu allora che cominciò a mettere sia il tricolore che il “made in Italy” sul quadrante – cosa che nessuno aveva mai fatto), ma “giocare” con i colori e con i materiali in maniera totalmente fuori dalle abitudini. Locman è Marina di Campo, Isola d’Elba, Locman è la fabbrica in fondo al porto e la piazzetta accanto, con gli uffici e la boutique Locman.

    Eppure Locman si sparge nel mondo. Gli Stati Uniti (dove riscuote enorme successo l’orologio in oro con la lunetta in radica dell’Isola) e poi man mano altri mercati; raggiunti partendo per Milano con il mono motore giallo, un piccolo aereo che rivelava agli elbani se Marco era sull’isola o no. Nel 1997 arriva un socio, Giuseppe Pea, seguito più di recente (nel 2014/15) da un altro, Andrea Morante, a dare ulteriore sviluppo e solidità alla Locman. Che oggi vuol dire una decina di boutique esclusive e circa un migliaio di concessionari nel mondo.

    Da quel 1986, quando Locman è stata fondata, sono passati 34 anni e le tradizionali sette camicie che però sono sudore buono se torni sempre alla tua isola, a tua moglie, ai tuoi figli e persino ai tuoi cani. Ho una vecchia foto con Marco, all’Elba, circa 25 anni fa, ma ovviamente non ve la faccio vedere come non vi farò vedere la foto – ingenerosa – scattata nello stesso posto due anni fa. Marco è la prova che si può fare buona orologeria anche lontano, molto lontano dall’impero svizzero delle lancette.

    Brutta storia, il Covid, per una marca italiana indipendente…

    Marco Mantovani: Brutta storia sì. Per la malattia e per le sue conseguenze economiche. Noi abbiamo anticipato ai nostri dipendenti i soldi della cassa integrazione perché il nostro gruppo è formato da persone preziose, che non vogliamo perdere né mettere in condizioni economicamente disastrose.

    Non tutti si sono comportati così.

    Marco Mantovani: Lo so, ma ovviamente dipende dall’impostazione che hai dato all’azienda e dalle dimensioni dell’azienda stessa. Tu sai benissimo, come me, che l’orologeria di un certo tipo è una nicchia, nel mondo. Se non si espande non è per stupidità da parte dei dirigenti, ma per una lunga serie di ragioni totalmente diverse e condivisibili. Alcuni gruppi finanziari pensavano però che l’orologeria si potesse espandere molto di più. Molto di più.

    In parte la cosa aveva un senso, ad esempio facendo forti investimenti per industrializzare alcune fasi di lavorazione e quindi aumentare la produzione. Ma se poi tutto ciò cozzava con la possibilità di superare il collo di bottiglia di alcune fasi che erano e restano manuali, allora la cosa era diversa. E poi c’erano problemi oggettivi di mercato. Un segmento del lusso, relativamente piccolo come l’orologeria, non può dipendere troppo da un solo Paese, sia pure importante come la Cina. Tutte queste cose, messe a fronte della crisi del Covid, hanno totalmente cambiato le carte in tavola.

    Riscoprendo il futuro che nasce dal passato. Oggi anche molti gruppi appaiono scettici sul “lusso di massa” e parlano di ritorno al prodotto, per fare fatturati più stabili.

    Marco Mantovani: Secondo me questa deve essere la prima “legge” dell’orologeria, indipendentemente dal prezzo finale. E sono d’accordissimo con chi (meglio tardi che mai) ha riscoperto che – con grande rispetto per gli utili, per i fatturati –, il vero protagonista dell’orologeria deve continuare ad essere il prodotto e la sua qualità. Il rispetto per il compratore, in definitiva.

    Ma capisco che una società quotata, soprattutto, è fortemente condizionata dai conti e dal mercato. E magari fa fatica a guardare al medio termine perché conta molto la quotazione di domani, non dopodomani. Invece molto di quello che è accaduto nel nostro settore, dove le professionalità di un certo tipo sembravano passate in secondo piano, ha causato problemi forti proprio nel medio e nel lungo periodo. So che molti marchi stanno di nuovo cercando i “vecchi” professionisti, quelli nati a pane e orologi.

    È vero. È una marcia indietro che trovo positiva e che coinvolge anche dirigenti “insospettabili” delle multinazionali. Per non parlare poi della riscoperta del negoziante e dell’ultimo metro costituito dal suo bancone di vendita.

    Marco Mantovani: Sì, è vero. Credo che ritrovare e rivalorizzare la professionalità del negoziante sia fondamentale. Molte aziende hanno pensato di accorciare la via e vendere addirittura solo online, ma non credo possa funzionare perché il valore umano del contatto diretto è ancora fondamentale. La poesia di andare a comprare un orologio in negozio…

    Ovviamente non ho nulla contro le vendite telematiche, ma per quanto ne so costituiscono una parte veramente minima del tutto, anche nei segmenti di prezzo più accessibili. Ci vorrà tempo e comunque ho forti dubbi che la relazione diretta con il negoziante possa essere scavalcata. Piuttosto, è importante avere cura del prodotto e saper comunicare come nasce. Questo i grossi gruppi lo hanno un po’ dimenticato nell’euforia di un periodo in cui il mercato sembrava saper solo crescere. Ora forse è meglio tornare ai valori concreti.

    Da Patrick Pruniaux di Kering ai dirigenti di LVMH Italia, passando per altri manager che abbiamo intervistato, tutti sembrano concordare sul ritorno alla priorità del prodotto e dell’armonico rapporto con i negozianti. E in effetti non si parla delle vendite come di una soluzione a breve termine. È andata un po’ meglio, sembra, quando le vendite fanno capo a negozianti che il cliente già conosce e stima.

    Marco Mantovani: Certo, io credo che il web sia un’ottima cosa che crescerà e continuerà a crescere se fatta in modo professionale. Questo non toglie spazio al negoziante perché c’è spazio per tutti quelli che lavorano bene, con professionalità e conoscenza del mercato. Tuto sommato, pur con i difetti e i limiti di una piccola azienda, credo che in certi casi non essere strutturati come i grossi gruppi ci renda più agili, più concentrati sul prodotto. Il fatto che dietro a un brand ci sia una famiglia – forse più concentrata rispetto a quello che succede in una grande azienda quando cambiano i manager – può costituire un vantaggio non secondario sia per la qualità sia per la coerenza di quel che produci.

    Ho l’impressione che in questo momento persino il concetto stesso di “orologeria italiana” venga finalmente considerato come una caratteristica positiva.

    Marco Mantovani: Lo spero, lo spero davvero. Credo che noi produttori di orologi italiani dovremmo fare squadra per rendere il made in Italy un valore positivo a livello internazionale. La Svizzera ha speso moltissimo, in questo  senso, e ha funzionato. Dovremmo investire di più per la diffusione del buon nome dell’orologeria italiana. Anni fa proprio tu mi avevi regalato il libro di Morpurgo sulla storia dell’orologeria in Italia. Abbiamo una tradizione, noi italiani, e ancora oggi un’ottima professionalità. Persone come me e come te, cresciute a pane e orologi, non cambiano mestiere fondamentalmente solo per autentica passione. Quello dell’orologeria è un mondo bellissimo.

    Una delle ragioni per cui continuo ad amare l’orologeria è la sua capacità di rispettare regole che, al 90 per cento sono a favore del compratore finale. Anche se il compratore finale di solito non lo sa.

    Marco Mantovani: È così. C’è una certa moralità che a mio avviso contrasta vistosamente con l’attuale tendenza a risparmiare nella convinzione che il compratore non si accorga che gli stai rifilando una mela bacata. Alcuni settori, come l’orologeria ma anche la gioielleria, continuano invece a essere imperniate sulla qualità del proprio prodotto. Penso che alla fine, come ieri, questo si rivelerà vincente anche domani. Per questo sono ottimista, per questo noi di Locman stiamo investendo, proprio in questo momento, per consolidare il nostro buon nome. Non è facile, ovviamente, ma bisogna sempre ricordare che il futuro comincia oggi.

  • Rolex Yacht-Master e il “tesoro segreto”. Fra spirito sportivo ed eleganza

    Rolex Yacht-Master e il “tesoro segreto”. Fra spirito sportivo ed eleganza

    Diploma alle superiori, promosso, mio padre mi accompagna a scegliere il classico “orologio da diploma”. Ne vedo tanti e poi arriva lui, il bastardo. Nome: Turn-O-Graph (era il primo). Cognome: Rolex. Piace a me, piace a mio padre, chiediamo quanto e rimaniamo a bocca aperta per il prezzo, superiore a quello degli altri Rolex. Ci viene risposto che la lunetta – girevole – è realizzata in oro bianco. Mio padre mi guarda e “non se ne parla nemmeno”. Io non cedo, lui non cede e niente orologio da diploma. Da allora il mio amore impossibile per il Turn-O-Graph di Rolex rimarrà irrisolto perché quei sadici dei progettisti Rolex riusciranno sempre a tenerlo qualche palmo oltre le mie possibilità. Ben in vista, che ti sembra quasi di poterlo ghermire, ma in realtà senza mai riuscire ad averlo al polso.

    Il Turn-O-Graph è uno degli orologi meno considerati, al punto che nello stesso sito Rolex la sua presenza è totalmente ignorata nella parte storica. Non è nemmeno ben certo se sia nato nel 1953 o nel 1955. A me, comunque, le considerazioni didascaliche poco interessano: le lascio ai bravissimi storici della marca. Quel che è certo è che dal Turn-O-Graph discendono praticamente tutti gli orologi tecnici di Rolex, e in particolare lo Yacht-Master. Anche per via della lunetta girevole bidirezionale: una caratteristica ormai unica ed esclusiva di questo modello. Qualcuno dice che sia il Rolex più emblematico. Tornando però al sadismo dei progettisti, a parte le versioni tutto oro, anche lo Yacht-Master con cassa d’acciaio (40 o 37 millimetri) ha la lunetta in platino. E quindi un prezzo (rispettivamente 11.450 e 10.750 euro) fuori portata, almeno per me.

    Anche per questo ho avuto un tuffo al cuore – Baselworld 2019 – quando Rolex ha presentato la versione da 42 millimetri dello Yacht-Master. Peccato sia bastato saggiarne il peso per rendersi conto che cassa e lunetta sono d’oro bianco; e il prezzo (27.650 euro) sale, sale come l’ascensore di un moderno grattacielo. È evidente come lo studio grafico abbia saputo creare un design ben bilanciato: alla luminosità dell’oro bianco fanno da contraltare il nero del quadrante, dell’inserto di ceramica (opaca) e del cinturino in materiali sintetici. Ben studiato anche l’alternarsi di superfici opache e lucide. È chiaro che l’intento è quello di realizzare un orologio impeccabile sotto il profilo sportivo, certo, ma pensato per un uso tutt’altro che esasperato, almeno per quanto riguarda le immersioni.

    La lunetta girevole, in particolare, impressiona per l’equilibrata resistenza alla rotazione: né troppo né poco, viene da dire. Si riscopre piacevolmente la possibilità di usare la lunetta non per calcolare i tempi di decompressione (è una lunetta bidirezionale, meglio ripeterlo), ma come timer immediato, sia pure non preciso al secondo, per regate amatoriali. Per un timer professionale, più preciso, c’è il Rolex Yacht-Master II con il dispositivo temporizzatore (ci vuole un po’ per padroneggiarlo, ma poi si va come lippe), congegnato proprio per calcolare con accuratezza impeccabile fra quanto sarà possibile attraversare la linea di partenza.

    Il principio su cui è stato realizzato lo Yacht-Master è insomma chiaro. Non è in alcun modo un orologio pensato per chi si immerge con le bombole in immersioni che richiedano il calcolo dei tempi di decompressione e l’obbligatoria lunetta girevole unidirezionale. Ma va benissimo per qualunque altra immersione meno esasperata, perché l’impermeabilità a 10 atmosfere e soprattutto il sistema di guarnizioni sono quelli tipici dei “professionali” Rolex. La lunetta girevole bidirezionale, invece, ne facilita l’uso in barca, soprattutto per regate fra armatori gentleman, ma anche in un’eccezionale quantità di altre occasioni. Non a caso le prime versioni del Turn-O-Graph erano molto amate anche dai piloti aeronautici militari proprio per l’impiego di una lunetta “libera”, facilmente impostabile a seconda delle esigenze del momento. La versatilità dello Yacht-Master, insomma, è una delle sue qualità maggiori, unita ad una eleganza calibrata anche per le serate allo yacht club.

    Per lo Yacht-Master 42 millimetri la Rolex ha scelto il cinturino Oysterflex. A prima vista sembra uno dei tanti cinturini in caucciù, silicone o altri materiali sintetica. In realtà di tratta di qualcosa molto, ma molto più complesso. Due lamine in lega di titanio e nichel (una per ognuna delle parti che s’innestano nella cassa) sono state ricoperte per fusione da un elastomero a lunga durata ed alta resistenza (tagli e graffi); si è ottenuto in tal modo un cinturino molto difficile da deformare, pur se al tempo stesso facilmente adattabile alla conformazione del proprio polso. La parte interna del cinturino è percorsa, ai lati esterni, da due sottili “palpebre” che eliminano o riducono (a seconda di quanto stringete l’orologio al polso) il poco confortevole “effetto appiccicaticcio” tipico dei cinturini sintetici. Acqua e sudore sono decisamente meno fastidiosi, il che offre una superiore esperienza positiva nell’uso pratico.

    Nel tempo (rapido) il fortunato possessore dello Yacht-Master avrà al polso un cinturino personalizzato come forse nessun altro, sia intervenendo sulle molte regolazioni possibili, sia per effetto naturale. È una caratteristica che s’impara ad apprezzare nel giro di poco tempo. Oltretutto, si badi bene, il cinturino Oysterflex è disponibile in misure calcolate per casse di diametro dai 37 ai 42 millimetri. Del resto lo troviamo (o possiamo montare) anche in altri Rolex professionali, compresi i cronografi e gli orologi subacquei estremi.

    Altrettanto vale, quanto a piacere d’uso, per la chiusura pieghevole Glidelock che completa lo Yacht-Master 42. Si tratta di una chiusura probabilmente destinata a diventare standard almeno per tutta la serie degli orologi professionali, indipendentemente dai materiali usati. Nel caso dello Yacht-Master 42 è realizzata in oro bianco, come la cassa; ma su altri modelli è disponibile anche in acciaio, acciaio/oro e – appunto – oro. È un dispositivo tanto complesso e articolato quanto facile da usare. In estrema sintesi, bisogna aprire il fermaglio e tirare verso di sé, leggermente, la piccola maglia terminale del bracciale; dopodiché è facilissimo farla scorrere nei due sensi con un’escursione totale di circa un centimetro e mezzo a passi di 2,5 millimetri. Infine si spinge indietro l’ultima maglia e il gioco è fatto.

    Del sistema di allungamento esiste anche un’altra versione con lo stesso nome, usata generalmente negli orologi ancor più tecnici e anch’essa brevettata. In questo secondo caso una cremagliera mobile consente di variare il diametro del bracciale di circa 2 centimetri a passi di 2 millimetri. Ovviamente si tratta di esclusive Rolex tese a migliorare il feeling quando le escursioni termiche fanno variare il diametro del nostro polso.

    Un consiglio: durante l’estate (e non solo) l’accumulo di polvere, sudore e salmastro tende a insinuarsi dappertutto, per cui sarebbe bene lavare periodicamente l’orologio con un detersivo liquido diluito in acqua dolce a temperatura ambiente. Nel caso di dispositivi complessi come questo tipo di chiusure si otterrà un risultato migliore usando uno spazzolino da denti. Il tutto – mi raccomando! – con la corona chiusa, come sempre dev’essere. La corona va svitata solo quando bisogna sincronizzare l’ora, per poi richiuderla immediatamente. Ma senza serrarla allo spasimo: si rischia di torcere le guarnizioni e di ottenere un disastroso effetto colabrodo.

    In entrambe le versioni di diametro maggiore (40 o 42 mm) lo Yacht-Master è equipaggiato dal Calibro 3235, il movimento più recente della manifattura industriale Rolex. Rispetto al precedente 3135 le differenze sono moltissime. Di fatto, pur se l’architettura non sembra mutare radicalmente, si tratta di due movimenti che hanno relativamente poco in comune. Si pensava che Rolex avrebbe introdotto in questo nuovo calibro la spirale in silicio, sotto forma di una nuova versione della spirale Syloxi già utilizzata da anni in alcuni calibri di diametro ridotto, usati per orologi “da donna”. Ma ciò non è avvenuto. Perché? Ne parleremo nel seguito (prossimo) di questo articolo, già abbastanza lungo per non volervi ulteriormente annoiare con troppe considerazioni tecniche…

  • Fabienne Lupo, la donna che indossa il potere come un abito di Alta Moda

    Fabienne Lupo, la donna che indossa il potere come un abito di Alta Moda

    Conosco – e apprezzo molto, moltissimo – Fabienne Lupo da una ventina d’anni. Da quando è entrata nella Fondation de la Haute Horlogerie per dirigere il SIHH, la manifestazione fieristica ginevrina nata come secessione dalla fiera di Basilea. Ma proprio Fabienne Lupo trasforma il SIHH nel proprio contrario: una manifestazione inclusiva che, nel tempo, raccoglie un sempre maggior numero di marche. Diplomatica, paziente, negli anni diventa un elemento fondamentale dell’orologeria Svizzera, riscendo a sfuggire alla nomea di “figlia di Richemont”, il gruppo cui fanno capo sia la Fondazione che il Salone dell’Alta Orologeria.

    Se dovessi paragonare Fabienne Lupo ad un componente dell’orologio sarebbe la ruota di scappamento. Che trasforma un inutile avanti e indré sul perno in moto continuo, fondamentale per ogni orologio meccanico. Ma preferisco vederla come una donna che indossa il proprio immenso potere come un esclusivo abito d’Alta Moda. Il potere, conquistato man mano negli anni, non esibito come un esercizio brutale, ma come una vocazione al servizio di un progetto ampio e unificante. Una pax orologiera oggi indispensabile, ma sulla quale aveva già cominciato a lavorare da anni con pazienza e diplomazia, dicevo.

    E che si concretizzerà l’anno prossimo in una seconda manifestazione a Ginevra della quale per ora si conoscono solo alcuni partecipanti: Patek Philippe, Rolex, Chopard, Chanel. Nulla si sa del nome, nulla si sa dell’organizzazione, ma è certo che sarà almeno parzialmente aperta al pubblico e che si è già formata una bella fila di marchi desiderosi di partecipare. Fermo restando che in queste circostanze – anche per un rugginoso residuo di misoginia – i dissidenti non mancano (ne vorrei parlare nell’articolo che concluderà questo “supplemento” Watch Update). Ma finiranno per cedere, perché unificare anziché dividere è fondamentale per un settore tutto sommato piccolo come quello dell’orologeria svizzera.

    Vorrei iniziare con la domanda che più mi sta a cuore: la nuova manifestazione è riservata ai grandi nomi o si estenderà, magari nel tempo, fino ad offrire una panoramica completa dell’orologeria svizzera?

    Fabienne Lupo: Quello che abbiamo passato questa primavera è stato uno tsunami e nessuno poteva immaginarlo, ma comunque è successo e inevitabilmente rallenta ogni progetto. Da vent’anni lavoro per una visione totale dell’orologeria, e Franco Cologni da ancora più anni di me. Ora cominciavamo ad avvicinarci all’obiettivo… Comunque io preferisco muovermi lentamente. È sempre stato il mio modo di lavorare, passo per passo. Non dobbiamo accelerare troppo, perché se vuoi accontentare tutti alla fine non accontenti nessuno. Ora questa prima edizione del nuovo salone, con i nostri nuovi partner, con queste grandi marche che raggiungono Ginevra… Bisogna capire esattamente quello che vogliamo fare insieme.

    Il Salon International de la Haute Horlogerie ha sempre voluto essere un salone dell’eccellenza, dell’Alta Orologeria ed è quindi logico non volerne fare un doppione. Ma al tempo stesso vogliamo capitalizzare il lavoro che siamo riusciti a fare negli ultimi trent’anni. Abbiamo costruito un patrimonio di credibilità ed è per questo che ora grandi marche vengono a Ginevra. È quindi importante continuare ad agire insieme, tutti compatti verso lo stesso obiettivo: fare qualcosa di bello insieme e radunare tutta l’Alta Orologeria, l’orologeria d’eccellenza. Per il resto potrebbe volerci del tempo. Dubito che riusciremo a compattare tutta l’orologeria già nel 2021, perché il 2021 è troppo vicino per poter fare bene le cose, per poter creare una solida base per costruire un futuro altrettanto solido. È questo il futuro che vogliamo.

    Ma questo non rischia di favorire altre iniziative?

    Fabienne Lupo: Noi non abbiamo intenzione di ignorare nessuno, ma – ripeto – abbiamo bisogno di tempo. Io credo che per l’anno prossimo dobbiamo considerarci come “fidanzati” che devono innanzitutto iniziare a conoscersi. Poi, se le cose vanno bene, vedremo quale saranno le strategie di apertura ad altri segmenti di mercato. Perché puoi stare tranquillo che già ci stiamo pensando: un’apertura nei confronti di una visione totale del mercato è nelle nostre prospettive. Ma prima dobbiamo consolidarci con le marche ginevrine. Perché Ginevra è il luogo dov’è nata l’Alta Orologeria.

    Dopodiché è vero: è importante che operatori e visitatori, che gli stessi appassionati possano avere una visione totale dell’orologeria. Ma nel frattempo dobbiamo imparare a impostare un incontro diverso. Oggi credo che la strada maestra non sia più quella tradizionale di Basilea. Fare un grande minestrone di orologeria, gioielleria, perle, diamanti oggi non è possibile senza scontentare molti protagonisti, come dicevo prima. A Basilea si ritrovavamo tutti insieme, nello stesso momento e nello stesso luogo, pur avendo pubblici diversi. Questo rendeva quasi impossibile scegliere chi vedere e incontrare chi veramente volevi.

    Dobbiamo comportarci in maniera diversa: prendendo tempo per parlarci, sperimentare idee e migliorare costantemente. Dobbiamo continuare a discuterne e parlarne con i nuovi partner della Fondazione. L’obiettivo – lo ripeto – non è solo quello di impostare un futuro qualunque, ma un futuro solido, un futuro con un’ampia e solida prospettiva.

    È interessante anche il vostro sito, che costituirà un appuntamento costante per tutto l’anno.

    Fabienne Lupo: Certo, sarà l’elemento di unione anche per altre iniziative. Speriamo ad esempio, di poter tornare a portare Watches & Wonders nel mondo. In passato lo abbiamo fatto negli USA e in Cina, e non abbiamo certo abbandonato l’idea. Così, visto che il Covid ci ha confinati tutti in casa, abbiamo pensato di lanciare una piattaforma digitale per consentire alle nostre marche di presentare le novità. Abbiamo dovuto farlo un po’ in fretta e quindi c’è ancora molto da migliorare, ma oggi Watches & Wonders ha anche un proprio ecosistema digitale che non vive solo in funzione della manifestazione di Ginevra, ma è attivo tutto l’anno e in tutto il mondo.

    E Swatch Group?

    Fabienne Lupo: Io ho sempre avuto un rispetto totale per la famiglia Hayek e per la sua capacità di costruire un “impero” straordinario e solido, con bellissime marche.

    Del resto, Swatch Group vale un terzo dell’intero fatturato orologiero svizzero.

    Fabienne Lupo: Poter lavorare con loro sarebbe un sogno… Sarei felicissima se un giorno fosse possibile trovare punti di convergenza, perché chiaramente senza di loro non è lo stesso. Ripeto: il mio primo obiettivo è di trovare un terreno comune per poter mostrare al mondo cos’è l’orologeria svizzera. E in questo senso Ginevra è una città straordinariamente funzionale allo scopo. Certo, l’orologeria non è solo Ginevra, ma Bienne, la Chaux-de-Fonds, Le Locle, Neuchâtel… C’è grande orologeria dappertutto, in Svizzera, ma resto dell’idea che il luogo emblematico debba essere Ginevra. Conviene a tutti.

    Anche perché Ginevra è la città più facile da raggiungere, da dovunque. Alberghi ne ha tanti…

    Fabienne Lupo: Sì, è la città più ricca di servizi e questo rende più facile far bene questo tipo di manifestazioni. E poi è la città svizzera più conosciuta nel mondo. Ha un aeroporto che funziona molto bene, tutte le organizzazioni internazionali… Dunque Ginevra ha come una sorta di neutralità, è un luogo dove le cose si possono unire in uno sforzo comune.

    E offre anche nuove possibilità come quella di dire: “Venite a Ginevra per questa grande manifestazione di Alta Orologeria, ma poi venite anche a visitare le nostre manifatture, dovunque si trovino”. Alla gente − dagli operatori agli appassionati − piace visitare posti un po’ segreti. La Svizzera non è poi così grande e si viaggia bene. Intendo dire che credo sia possibile, nel tempo, avere un momento in cui tutta l’orologeria si riunisce a Ginevra, si fa bella per il mondo. E da Ginevra poi andare a visitare tutto quel che normalmente è nascosto e inaccessibile, ma che è importante vedere per capire bene.

    È la trasparenza dell’orologeria, la ragione per cui dopo tanti anni di lavoro in questo settore continuo ad amarla. Ripeto spesso che non sono tanto un appassionato di orologi quanto di orologeria e delle persone che vi lavorano. Perché è l’orologeria che fa gli orologi, non il contrario.

    E c’è un altro settore del lusso che sta cambiando, in questo momento. Parlo della moda. Comincia ad esserci, almeno in Italia, un accenno di “solidarietà di settore” che una volta era il perno dell’orologeria. Poi si era passati a forme di concorrenza molto forti, come nella moda. Ti tieni informata su quel che sta facendo la moda per trovare ritmi meno convulsi?

    Fabienne Lupo: Sì, molto, sia per interesse personale sia perché, appunto, ci si era spinti un po’ troppo oltre. Una sorta di intasamento dovuto all’eccesso di collezioni e prodotti. Il risultato era un appiattimento generale su quel che sembrava avere più successo, con l’aggravante della fast fashion che copiava la couture rendendo difficile distinguere la qualità creativa e di esecuzione dei prodotti. Penso che quel che stanno facendo marchi come Armani o Saint Laurent sia positivo: cioè fare meno sfilate, non lasciarsi guidare dal marketing, ma dalla creatività.

    Il marketing viene dopo, quando la creatività ha fatto il suo lavoro nei tempi che le sono propri. Ossia quando la collezione è pronta, quando le tendenze sono decise dallo stilista. Dopo, solo dopo può entrare in azione il marketing. Fino a oggi nella maggioranza di casi è avvenuto esattamente il contrario. Volevano tutti solo vendere, vendere, vendere: facevano sei, otto, dieci sfilate o collezioni all’anno, ma non è possibile imporre alla creatività di fare dieci collezioni l’anno. E questo, moltiplicato per il numero delle marche, era diventato eccessivo anche per il pubblico. Credo che oggi si cominci a tornare entro limiti molto più ragionevoli.

    Beh, fatte le debite proporzioni è un po’ quel che è accaduto nell’orologeria. Un eccesso di novità e di produzione per far fatturato.

    Fabienne Lupo: Sì, è vero, però l’orologeria è in una situazione un po’ diversa. Sono d’accordo che ci siano state molte collezioni, ma senza gli eccessi di altri settori. L’orologeria non ha avuto gli stessi ritmi frenetici che spingono per fare fare fare, creare creare creare. Secondo me l’orologeria non si è spinta troppo oltre in questa modalità di funzionamento perché comunque servono anni per immaginare, sviluppare e creare orologi.

    Di recente sono stata intervistata da una giornalista americana di moda che mi ha detto: “È interessante quello che fate: la moda dovrebbe ispirarsi a quello che fate voi in orologeria”. Lei quindi la vede in maniera diametralmente opposta. E io sono abbastanza d’accordo. Ad esempio, non abbiamo potuto fare il Watches & Wonders a Ginevra in aprile, ma lo abbiamo fatto online. E la moda, recentemente, ha fatto la stessa cosa: la fashion week che avrebbe dovuto svolgersi nelle scorse settimane si è spostata sul digitale.

    Ritmi più umani, che tornano a mettere la creatività e i suoi ritmi naturali in primo piano.

    Fabienne Lupo: Sì, è sbagliato correre, correre sempre senza sapere dove andare. Credo sia molto pericoloso, per il lusso, perché così perde la caratteristica dell’esclusività, della rarità e se vuoi anche il senso della cultura. Ma anche dell’iconicità: quando fai una collezione dopo l’altra, senza sosta, non hai più il tempo per creare nuovi modelli iconici.

  • Kering, il nuovo corso dell’orologeria nel gruppo del lusso

    Kering, il nuovo corso dell’orologeria nel gruppo del lusso

    Il gruppo Kering, guidato dal 2005 da François-Henri Pinault (figlio di François Pinault, che lo fondò nel 1963), è particolarmente attivo nel settore della moda e del lusso. Quotato in Borsa (Euronext Parigi), lo scorso anno ha avuto un fatturato di 15,9 miliardi di euro. Oltre a Gucci, il primo marchio fashion a possedere una propria fabbrica di orologi, nel portafoglio di Kering compaiono Ulysse Nardin, acquisita nel 2014; e Girard-Perregaux, entrata nell’orbita Kering nel 2008 tramite un accordo con Luigi Macaluso (1948-2010), proprietario della marca e fra gli italiani più influenti dell’orologeria svizzera.

    In entrambi i casi siamo di fronte a manifatture di grande peso specifico, che però negli scorsi anni hanno sofferto di qualche problema d’identità. La gestione di Patrick Pruniaux (Presidente e Ceo delle due manifatture) ha portato un dinamismo nuovo nell’alta orologeria di Kering. E un ritorno alla filosofia del “prima il prodotto e poi i fatturati” che stava premiando entrambi i marchi prima della crisi dovuta alla pandemia. Ma Pruniaux (vedi la nostra recente intervista) fa buon viso a cattivo gioco. E si prepara alla ripresa, appunto, con prodotti che sembrano preludere a un nuovo percorso.

    GIRARD-PERREGAUX Laureato Absolute Passion Cassa (44 mm) in titanio Pvd nero, impermeabile fino a 30 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro GP03300-1058 di manifattura, con cronografo, piccoli secondi e datario. Quadrante opaco, contatori guilloché, lancette e indici luminescenti, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in caucciù effetto tessuto. Edizione limitata di 50 esemplari. 13.500 franchi svizzeri

    GIRARD-PERREGAUX 1966 Orion Cassa (40 mm) in acciaio. Movimento meccanico a carica automatica, calibro GP 03300 di manifattura, con secondi centrali e datario. Quadrante in avventurina, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. 8.900 euro

    GUCCI G-Timeless Cassa (40 mm) in acciaio, impermeabile fino a 5 atm. Movimento meccanico a carica automatica, con piccoli secondi. Quadrante con finitura guilloché, indici applicati nelle forme dei simboli del marchio (ape, stella, testa di felino), bracciale in acciaio. 1.600 euro

    Gucci Grip Cassa (38 mm) e bracciale in acciaio Pvd grigio con logo inciso. Movimento al quarzo Swiss made con dischi rotanti per le indicazioni delle ore, dei minuti e della data. 1.500 euro

    ULYSSE NARDIN Diver X Cape Horn Cassa (44 mm) in titanio Dlc nero, impermeabile fino a 30 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro UN-118 di manifattura, con scappamento in silicio & DIAMonSIL, indicazione dell’autonomia di 60 ore, piccoli secondi e datario. Quadrante opaco, indici applicati e lancette luminescenti, lunetta in carbonio, vetro zaffiro, cinturino in tessuto con chiusura in velcro. Edizione limitata di 300 esemplari dedicati alla Vandée Globe, il cui percorso è inciso sul fondello. 9.900 euro

    ULYSSE NARDIN Diver Chronograph 44 mm Hammerhead Shark Limited Edition Cassa (44 mm) in titanio, impermeabile fino a 30 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro UN-150 di manifattura, cronografo con secondi continui e datario. Quadrante grené, indici applicati e lancette luminescenti, vetro zaffiro, fondello inciso, cinturino in gomma con elementi in titanio. Edizione limitata di 300 esemplari dedicata a Ocearch per la salvaguardia degli squali. 11.900 euro

  • Silvia Damiani, lezioni di stile

    Silvia Damiani, lezioni di stile

    L’oro rosa incontra i diamanti brown e gli zaffiri nei colori dell’arcobaleno. Un’esplosione di colori pastello ispirata all’alba di un nuovo inizio. Tanto giallo, con la pietra eliodoro, dalle parole greche “elios” (sole) e “doron” (regalo). Un regalo del sole all’umanità, che trasmette quella carica di energia positiva di cui tutti sentiamo il bisogno. Prendendo ispirazione dalla natura e nascondendo le lancette, come a voler stoppare il tempo in un fermo immagine di momenti piacevoli.

    Piccolo capolavoro di alta gioielleria, il secret watch della collezione Margherita di Damiani sembra il pezzo giusto al momento giusto. Un inno alla natura, per seguirla in una nuova alba. «Le nostre collezioni sono spesso ispirate alla natura. Margherita, nella sua raffinatezza, si caratterizza per un senso di freschezza e di semplicità, che sono giusti in questi tempi strani che stiamo vivendo», dice Silvia Damiani, Vicepresidente del gruppo di famiglia. Che, oltre alla marca di alta gioielleria, comprende Salvini, Bliss, Calderoni, Rocca e la vetreria artistica Venini (di cui lei è Presidente).

    In questi tempi «strani», la maison Damiani ha scelto di presentare su Instagram, durante la Digital Fashion Week di Milano, le nuove creazioni di alta gioielleria che reinterpretano il design Margherita. «Una collezione nata nel 2017 riprendendo un disegno fatto da nonno Enrico, allora garzone di bottega, che omaggiava l’eleganza della prima regina d’Italia. Quando abbiamo riguardato quelle bozze», racconta, «ci siamo accorti di quanto quel disegno semplice, pulito e lineare, conservasse una freschezza e una bellezza senza tempo. La collezione Margherita è stata amata da subito in diversi mercati – dall’Italia all’Asia e alle Americhe – anche perché si può indossare mescolando pezzi in oro giallo, bianco e rosa, a seconda della situazione. Per me il massimo dell’eleganza sarebbe abbinare il secret watch agli orecchini».

    Gemmologa e maestra di eleganza, Silvia Damiani lavora in azienda dal 1985. E ne condivide la guida con i fratelli Guido e Giorgio, che con lei rappresentano la terza generazione. Una vita tra i gioielli, a scegliere le gemme più belle, immaginando che aspetto avranno negli accostamenti ideati per le nuove collezioni. «Ricordo ancora il primo gioiello: un cavallino rampante: spilla in platino, diamanti e smeraldi taglio baguette. Non un regalo. Ero una bambina», racconta.

    «Passavo il tempo in ufficio da mamma e papà indossando quel pezzo unico finché non fu venduto. Mi sono rimaste soltanto le foto. Pensandoci, per l’oroscopo cinese sono del segno del Cavallo, un animale in cui mi riconosco: è buono e gentile, ha una gran nobiltà d’animo. Ma può imbizzarrirsi, e allora è meglio stargli alla larga; ama la libertà, non bisogna legarlo troppo. Dal segno della Vergine ho invece preso la precisione, la cura per i dettagli, l’esigenza di armonia».

    Donna manager, “figlia di”, anche lei ha dovuto superare qualche scoglio. «In pochi casi mi sono sentita in difficoltà in quanto donna», spiega. «Agli inizi della carriera, a poco più di 20 anni, dirigevo un’équipe tutta femminile che si occupava dell’acquisto delle perle. Nel 1987 andammo in Giappone, un Paese non abituato ad avere interlocutori donne. Ho vinto il pregiudizio facendo bene il mio lavoro, guadagnandomi il loro rispetto, conoscendo la loro cultura e integrandomi nel loro modo di pensare. Il Giappone è rimasto uno dei miei Paesi preferiti».

    Per papà Damiano tanta riconoscenza. «Essere “figlia di” mi ha aiutata molto: nella gioielleria la tradizione è un plus. Essere gioielliere di terza generazione significa avere alle spalle i migliori insegnanti possibili. Papà mi ha sempre trattata alla pari dei miei fratelli, non mi sono mai sentita sminuita in quanto donna. Anzi, in azienda il mio punto di vista è sempre stato considerato importante. Papà mi ha insegnato a essere sempre me stessa. Diceva che ho molto cuore e rischio di essere più ferita; ma le persone buone mi apprezzeranno ancora di più. Il suo insegnamento più grande, per me e per i miei fratelli, è essere quello che siamo», sottolinea.

    Il primo orologio le fu regalato in prima elementare. «Andando a scuola cominciavo ad avere il senso del tempo. Ero una brava studentessa, ma nell’intervallo tra una lezione e un’altra mi perdevo a giocare un po’ troppo. Quell’orologetto servì a ricordami di rientrare in aula», sorride.
    Tradizionalmente, una donna elegante non indossava orologi. «Io dico che la vera eleganza è quella che uno si sente dentro», commenta Silvia Damiani. 

    «L’orologio è sempre molto elegante in una situazione lavorativa diurna», chiarisce. «È invece vero che, secondo il galateo, in occasione di serate speciali non si dovrebbe indossare, perché in quel momento il tempo si ferma. Diventa un lusso poter non guardare l’orologio; una forma di rispetto verso gli ospiti dedicargli tanto tempo da non misurarlo neanche. L’orologio gioiello è il giusto compromesso. Un accessorio elegantissimo che completa l’outfit. Con una doppia funzione: ti permette di essere in orario e di portare un oggetto bello sempre con te».

    Tanti i consigli di stile offerti da Silvia Damiani nel suo libro Gioielli. Istruzioni per l’uso (Guide pratiche Mondadori). Chiediamo a lei come e quando indossare un orologio gioiello. «Viene di solito acquistato da chi possiede già molti orologi e molti gioielli. Non deve essere necessariamente super-costoso. Noi ne abbiamo tanti, in diverse collezioni. Ad esempio il Belle Époque, in ceramica, con diamanti e pietre bicolore, può essere anche diurno. Dipende da quello che si indossa. Ancor più facile da abbinare il modello Ego, in maglia milanese con piccole gocce di diamanti, disponibile in oro giallo, bianco o rosa. L’orologio abbinato al colore dei gioielli arricchisce di eleganza chi lo porta».

    Quindi suggerisce: «L’orologio più prezioso è ancor più bello se abbinato con due o tre oggetti della stessa collezione. Non mi piace la parure completa di quattro pezzi. Ma l’orologio coordinato all’anello oppure agli orecchini – una sofisticatezza che si nota magari mentre si parla – mi piace molto». Bocciato l’orologio gioiello come regalo di fidanzamento. «Sono per il tradizionale anello. L’orologio gioiello può essere un regalo di compleanno, da parte di chi conosce bene i gusti della festeggiata. Oppure un acquisto fatto direttamente dalla donna, per se stessa».

    Perché l’emancipazione femminile, con la crescita del potere d’acquisto femminile, ha portato anche a un’avanzata di donne che comprano orologi e gioielli, scegliendo per se stesse, senza aspettare un regalo maschile. «La donna ha sempre scelto i propri gioielli, solo che doveva farsi capire e non era sempre così semplice. L’emancipazione», conferma la signora, «ha permesso alla donna di poter comprare quello che desidera e sente giusto per sé. Ma conserviamo una parte romantica. È bello poter comprare, ma ci piace sempre ricevere in regalo un gioiello, soprattutto per un’occasione importante». 

    Il mix di tradizione e innovazione è la ricetta vincente di casa Damiani. «È innegabile che stiamo vivendo un momento di incertezza. Ma per chi ne ha la possibilità, c’è la voglia di coccolarsi con qualcosa che duri. Il Covid non ci ha portato via la voglia di qualità e di bellezza intramontabile. Noi vediamo il futuro roseo», confessa Silvia Damiani, «perché proponiamo il giusto equilibrio tra qualcosa di classico e di innovativo, che può piacere per tanto tempo. Non caso le nostre collezioni vengono arricchite di anno in anno: un oggetto nuovo non sostituisce il vecchio, ma integra quello che hai già, dando un senso di continuità tra le cose belle che ti stanno a cuore».

    Silvia Damiani negli anni ha selezionato personalmente, come ambasciatori del brand, grandi celebrità come Isabella Rossellini, Brad Pitt, Chiara Mastroianni, Gwyneth Paltrow e Jennifer Aniston; Sharon Stone, Madalina Ghenea, l’attrice coreana Cho Yeo-Jong. E Sophia Loren, che è anche stata la fonte di ispirazione di una collezione che porta il suo nome. E forse ha dato  alla maison le soddisfazioni più grandi. Silvia Damiani ha tatuato nella mente due momenti. «In una serata», racconta, «Sophia indossò un orologio Ego con cinturino rosso e full pavé di diamanti e rubini, perfetto sull’abito rosso Valentino. Mi disse: “Non posso togliermelo più. Lo compro”».

    «Per me un personaggio pubblico che decide di indossare un gioiello Damiani sul red carpet, in cui interpreta la versione più glamorous di se stesso, è una soddisfazione», commenta. «Se poi decide di tenere per sé quel gioiello significa che ho fatto bene il mio mestiere, perché ho scelto l’abbinamento perfetto, interpretando il suo gusto». Un’altra conferma arrivò da re Giorgio. «Per la serata inaugurale dopo la ristrutturazione della Scala, nel 2014», ricorda ancora Silvia Damiani, «Sophia si presentò al braccio di Armani con un suo abito e come unico gioiello un nostro pezzo unico, la collana Vulcania, grande e vistosa. Lui le disse: “Sophia sei meravigliosa, hai una corona al collo”. Ricevere un complimento così da Giorgio Armani non è da poco». Indimenticabile.

  • Carlo Giordanetti (parte II). Swatch, allenare la creatività

    Carlo Giordanetti (parte II). Swatch, allenare la creatività

    Proseguiamo (e terminiamo) la nostra lunga chiacchierata con Carlo Giordanetti. Sul filo dei ricordi, per capire cos’è Swatch, cos’è stato e cosa sarà…

    Parliamo di creatività. Ricordo grandi story board di Swatch in cui raccoglievate colori, suggestioni, richiami…

    Per fare 3 orologi che si chiamavano Dolcevita ci abbiamo messo tre mesi di lavoro. Ne venivano fuori 3 da 50 complessivamente buoni. Quando abbiamo aperto lo Swatch Lab di via Cerva, a Milano, nell’88, avevamo due persone che chiamammo “i topini”, perché erano tutti vestiti di nero, ma anche perché loro entravano al mattino, andavano in camera oscura e ci restavano tutto il giorno e tutto il giorno sviluppavano colori. Non c’erano i pantoni, allora. Passavano il tempo a mischiare colori fin quando non trovavano il lilla che i designer avevano chiesto, proprio quello. Un lento lavoro a mano realizzato con pellicole colorate particolari.

    Il Lab produceva a mano 15 esemplari di ogni orologio da mandare in produzione. Per ogni collezione, centinaia di “mock up”, con cui poi passavamo la dogana a Chiasso sudando freddo. Partivamo con casse piene di questi 15 manufatti al tempo stesso preziosissimi e super segreti, e andavamo alla Eta a fare le riunioni. C’eravamo noi del Lab e i product manager, circondati dal signor quadranti, il signor cinturini, il signor fibbie, il signor lancette… Spesso arrivavano 2 o 3 persone per ogni componente, tanto per renderci la vita più complicata, e loro col lentino, ad analizzare i file per la stampa… Tutto a mano, si faceva!

    Quelle pellicole si chiamavano Color Key, le ricordo. Fogli trasparenti e colorati che venivano sovrapposti per poi essere usati come fossero  pellicole fotografiche. Una roba lunga, oggi impensabile…

    Già. E non finiva qui, perché poi dovevamo valutare i primi prototipi di ogni singola componente. Capisci bene che se un quadrante o un cinturino erano lontani dal nostro bell’orologio fatto a mano, dal nostro campione, allora saltavano tutti gli equilibri faticosamente creati. E quindi via con un prototipo dietro l’altro…

    Ma tutte queste cose – style board, campioni, prototipi – le avete buttate via o stanno da qualche parte?

    No, c’è tutto, c’è tutto! Quando nel 2013 abbiamo deciso di chiudere lo Swatch Lab di Milano e di portare tutto in Svizzera, per fortuna c’era e c’è ancora “la Claudia”, che è stata in Swatch quasi tanti anni quanto me, attentissima e bravissima, che aveva tenuto tutto! Quindi abbiamo casse e casse e casse con ancora gli esecutivi fatti a mano, i mock up fatti a mano…

    Vogliamo dircelo? Un patrimonio culturale…

    Sono d’accordo: è proprio una questione culturale. Con un marchio come questo, a quei tempi come oggi si faceva una collezione nuova dopo l’altra, ma il concetto di carry over non c’era. Per esempio, quando è nato il Jellyfish, era nato per star lì 6 mesi, ma se ne vendevano talmente tanti che a un certo punto qualcuno ha detto: “Facciamo che nella prossima fall/winter ci teniamo il Jellyfish”. E lì c’è stata una grande discussione, perché chi non aveva la vision diceva: “Teniamolo”; ma i due che avevano la vision completa hanno detto: “No, togliamolo”. Erano il signor Hayek e Franco Bosisio.

    Del resto, è una delle ragioni per cui improvvisamente a un certo punto Swatch non ha più dato numeri di vendita. Swatch non era cifre, era un modo di pensare.

    Sì. Noi abbiamo fornito i numeri nel ’92 quando abbiamo raggiunto i 100 milioni di pezzi, con l’evento “Swatch the People” di Zermatt. E un’altra volta – non ricordo l’anno – in cui c’è una foto di Mr. Hayek col 333 milionesimo Swatch… Si chiamava Frischer Fisch (pesce fresco!).

    Sì forse era un evento a Lucerna…

    Poi basta. Due anni mezzo fa, per i 35 anni di Swatch, mi sono messo lì a calcolare quanti modelli abbiamo prodotto, ed è venuto fuori che abbiamo prodotto un modello nuovo e diverso ogni giorno virgola 38 da quando siamo nati. È una cosa fantastica, perché non siamo mica stati lì a dire: “Ma quanti modelli facciamo…”. Anzi il problema è contenerci.

    Sì, perché la fantasia è come un muscolo, se lo eserciti…

    …Più ne fai, più ne faresti! Assolutamente sì, e poi la grande arma di Swatch è stata la capacità di portare sempre talenti nuovi. Quando abbiamo cominciato a creare qui a Milano, non c’era un team interno, c’erano designer coordinati da Jean Robert, tutti free lance. Quando abbiamo preso in mano la creatività di prodotto è stata la visione di Mr. Hayek che ha detto: “È chiaro che qui la componente creativa vale tanto quanto vale la batteria, o il chip del quarzo”, nel senso che senza non vai da nessuna parte. Allora ha verticalizzato e internalizzato tutto. Anche quello è un capitale esclusivo di Swatch. Il signor Hayek è riuscito a dare alla creatività un valore aziendale, cosa che negli anni ’80 non era così scontata.

    Assolutamente sì. E proprio questo capitale ha consentito a Swatch di superare senza danni persino una piccola serie di flop, come il telefono…

    Sì, ogni tanto la passione per l’innovazione a qualsiasi costo ti porta ad anticipare i tempi. E allora diciamo che potresti considerare alcune cose come dei flop, ma…

    Mi spiego: io li considero flop perché non erano abbastanza in linea con la “cultura Swatch”. E i compratori se ne sono resi conto.

    Sì, certo, capisco. Per esempio fu creata la Swatch Telecom, una divisione ben strutturata con la quale abbiamo cercato di applicare a noi stessi quel che abbiamo sempre negato agli altri quando ci chiedevano di fare le biciclette Swatch, i monopattini Swatch, e poi scarpe, cravatte… Non so se abbiamo ancora il materiale, ma se ci fosse sarebbe bello vedere quanti ci hanno proposto di fare quello che oggi chiameremmo “merchandising”.

    Lo so bene: alcuni venivano a chiedere persino a me di intercedere. Oggi posso confessare che non ve ne ho mai nemmeno parlato perché sapevo bene come la pensavate.

    E però noi abbiamo fatto con i prodotti delle divisioni sussidiarie, non prettamente Swatch orologi, lo stesso errore: abbiamo applicato alla superficie il linguaggio Swatch, ma non sempre c’era la sostanza. E infatti qual è l’unico prodotto che ha funzionato come un vero prodotto Swatch? Il Twin Phone, perché era un gioco, perché non si capiva come si facesse a tirare su la base del telefono, ascoltare e parlare dalla base e poi all’epoca avevamo tutti solo telefoni grigi. Lì c’era innovazione ma anche emozione, divertimento, provocazione. Quando, su quella falsariga, abbiamo fatto i primi cordless piuttosto che la segreteria telefonica o il cellulare, non c’erano tutte le caratteristiche per stare dentro la famiglia Swatch.

    E sì, perché al centro doveva sempre esserci la “cultura Swatch”. Pop raffinato, ma immediatamente percepibile come un percorso esclusivamente Swatch.

    Certo, e però la grande intuizione di questi progetti – e ce ne sono tanti, non so, oggi lo Swatch Big Bold ma anche il primo Access o il mitico Chrono a 100 franchi – è stata quella di costituire una grande palestra per quella ginnastica mentale di cui tu parlavi prima. Un progetto nuovo prende il team e lo fa riflettere più o meno, non è imporante; intanto ha svolto la sua funzione, che è quella di shakerare anche un po’ il mercato. Ricordo quando Nick Hayek e Nicholas Negroponte si sono inventati Internet Time, nel ’97/’98. Ad un certo punto son dovuto andare in Giappone con il signor Negroponte a fare la conferenza stampa di presentazione e mentre ero in volo pensavo: “Non è che ho capito bene cosa devo dire, non è che ho capito tutto di questa storia delle mille unità”.

    Ma era comunque un esercizio, una spinta a muoverci, esplorare nuovi linguaggi, perché serve una bella testa per arrivare a quella roba lì, anche perché erano veramente gli inizi, i primi passi di internet. Nick Hayek diceva: “Un ragazzo che sta a Mosca, uno che sta a New York e uno che sta a Marrakech non hanno bisogno di sapere l’ora di queste città, è il loro tempo di casa. Ma se comunicano su internet, devono avere un tempo in comune, svincolato dall’ora locale”. È stato un esercizio straordinario, inventarsi il meridiano di Bienne, poi con la passione che Nick ha per tutto quel che è comunicazione si parte di lì e arriva Lara Croft: cose che ti lasciano a bocca aperta!

    Mi ha stupito molto il fatto che fin dall’inizio anche sul versante tecnico Swatch fosse un’esplosione di creatività. Passi per le origini, che derivano da una follia al quarzo che si chiamava Delirium Tremens, ma persino i materiali erano straordinari.

    Ti ho mai raccontato di quando ho tentato di dare fuoco a uno Swatch? Ero pronto per scrivere un articolo, avevo già anche il titolo: “Un cerchio di fuoco al polso!”. Vado sul terrazzino di casa, prendo uno Swatch, tiro fuori l’accendino e gli do fuoco. Ma lui non prende fuoco, o meglio, la cassa un po’ sì, ma scopro che è plastica autoestinguente e come allontano la fiamma si spegne. Pensavo che il cinturino almeno si sciogliesse, ma invece no. E così ho scoperto che Swatch Group ha anche una propria fabbrica di polimeri nata proprio per rifornire Swatch di plastiche nobili. La tecnica al servizio del rispetto per il pubblico, e in una cosa apparentemente secondaria, perché nessuno si sarebbe scandalizzato se la plastica avesse preso fuoco come la pira di Giovanna d’Arco.

    E sempre per parlare di rispetto per il pubblico, questa storia che entri in uno Swatch store e ti trattano da principe, come se tu fossi entrato da Breitling?

    Ti racconto una cosa attualissima. In questi tre mesi di gente chiusa in casa, abbiamo tutti fatto lo stesso esercizio, soprattutto nelle prime settimane. E cioè abbiamo messo in ordine le librerie, poi gli album delle foto, e quindi tirato fuori e riorganizzato tutta casa. E sono saltate fuori quantità inenarrabili di vecchi Swatch dimenticati, ovviamente con la pila esaurita. Quando gli Swatch Store hanno riaperto – in tutti i mercati del mondo nello stesso modo, tranne che in Cina, perché ovviamente lì il marchio è arrivato dopo -, le prime migliaia di actions richieste dal pubblico riguardavano proprio la sostituzione della batteria. Nella prima settimana solo in Svizzera hanno cambiato 8.000 pile!

    Ma le cambiate gratis anche in Svizzera?

    Beh, certo, è il nostro commitment globale, il marchio è un marchio onesto!

    Sì, ma non è solo onestà: parlerei di “lusso pop”. Una volta Nick Hayek mi faceva notare che Swatch ha un decimo dei punti vendita di Ray-Ban, che pure è certo un marchio “di lusso”. La distribuzione di Swatch è quindi effettivamente molto selettiva. Lusso, appunto. Lusso pop che viene prima ancora dei risultati commerciali.

    Sì, anche perché è la prova che appunto il lusso vero non ha nulla a che vedere con i soldi. Il vero lusso è una forma di pensiero, ma non perché una cosa cara non possa essere lusso o non meriti di costare tanto, certo…

    Non è il prezzo a fare il lusso. È il contenuto in emozione. È una lezione che mi è stata utilissima.

    Il prezzo è una conseguenza di altre cose, ma non giustifica di per sé a parlare di lusso, da un punto di vista culturale. Per questo Swatch non deroga mai dalla sua essenza… Tant’è vero che quando c’è stata – era l’84 o l’85 – la famosa pagina intera sul “Wall Street Journal” con il claim “It’s Time To Change Your Rolex”, il concetto era: “Non è perché hai un Rolex che sei intelligente, è che devi capire che cos’hai al polso, devi capire la storia che c’è dietro il tuo orologio”. E poi l’altra cosa che secondo me ha funzionato in maniera straordinaria – ma questo lo immagini, conoscendomi bene – è stata l’idea di lasciare il prodotto vergine nelle mani di nomi straordinari, che fossero artisti o altro.

    Come dicevi prima, Swatch ha saputo fare un passo indietro, offrirsi alla creatività. Quando abbiamo lavorato con Sam Francis il risultato era sì lo Swatch Sam Francis, ma soprattutto era “un Sam Francis”. La gente, cioè, si poteva finalmente comprare un Sam Francis, un Keith Haring, adesso un Tilson, piuttosto che un Davenport o un Damien Hirst… in tiratura limitata ma a un prezzo assolutamente democratico. È stata una cosa fantastica, che ci ha dato una “patente di nobiltà”, di altissimo livello, alla quale teniamo molto. Noi vogliamo che chi compra uno Swatch lo faccia con orgoglio, indipendentemente dal prezzo.

    Prima o poi dobbiamo riprenderlo, questo discorso, perché bisogna capire quanto la creatività possa essere una forma di divertimento. Ma anche quanto certi tipi di divertimento possano essere “nobili”, appunto.

    E quanto si sono divertiti a creare il proprio Swatch anche personaggi insospettabili. Perché la grande cosa che devo dire, e mi dà il solito brividino, è quando tu andavi da Vivienne Westwood, che era comunque una rivoluzionaria punk, questa si divertiva. E ci sta. Ma quando siamo andati da Renzo Piano, lui ha detto: “Io neanche morto faccio uno Swatch, sono un architetto, non sono mica un designer”. Poi dopo tre settimane ha mandato uno del proprio staff, l’architetto Giorgio Bianchi – poi siamo diventati amicissimi io e Giorgio –, il quale ci ha informati che Piano avrebbe fatto lo Swatch se noi fossimo riusciti a fare per lui una cosa che non era mai stata fatta prima.

    Una sfida. Io ho risposto: “Boh, non lo so, dipende, non posso compromettermi”. E lui mi ha detto che Piano voleva colorare gli elementi del movimento, perché Piano è appassionato della trasparenza, ma lo Swatch è colore, quindi la trasparenza col metallo non gli piaceva. Sono andato in Svizzera con quell’idea e i tecnici mi hanno guardato e mi hanno detto: “Sì, vabbè, ciao, dì a Piano che non si può fare, perché il colore migra, perché poi sul metallo non prende…”. Eppure poi, testardo uno, testardi gli altri, alla fine ci siamo arrivati, e questo perché Piano si è divertito, si è divertito a sfidarci, a colorare con i pennarelli. Per intenderci, quando siamo andati da lui in studio a Parigi per la presentazione, prima ha detto: “Posso darvi solo 20 minuti” e poi invece non ci mandava più via.

    Attento però, tu la fai molto semplice con quel “si è divertito…”. Swatch è la sfida di Raymond Queneau in “Esercizi di Stile”, cioè in quanti modi puoi dire la stessa stronzata e come farla diventare una fantastica forma d’arte. Swatch è Queneau, Swatch ha fatto dire delle cose, ha messo il colore al polso di gente insospettabile… Anni fa avevo l’abitudine di valutare i politici anche a seconda dello Swatch che indossavano. Se avessero scelto il colore avrei potuto prenderli in considerazione, altrimenti no perché non avevano coraggio. Swatch ha avuto un ruolo importante anche nella storia della comunicazione.

    In effetti, uno dei complimenti migliori che puoi fare a Swatch è proprio che è Queneau, che è un oggetto assolutamente dadaista, o anche assolutamente pop. Swatch, se vuoi, è un oggetto kitsch che attraversa tante categorie apparentemente incompatibili, perché ha la grande libertà di dipendere dal proprio modo di pensare, senza limitazioni commerciali. Senza dover piacere per non morire. Come quando a Mr. Hayek dicevano: “Ma questa idea, questa campagna, non è coerente con quella dell’anno scorso”; e lui rispondeva: “Ma l’unica coerenza che abbiamo noi è l’incoerenza”!

    Una cosa che mi piace molto: tu continui a parlare del signor Hayek e parlando del signor Hayek ti riferisci spesso al padre quanto al figlio…

    Sì, beh, anche se c’è un periodo in cui Nick non c’era ancora. Ma la continuità è senza dubbio impressionante…

    Ti va di concludere parlando dei 10 anni del Swatch Art Peace Hotel a Shanghai?

    Certo! Un altro progetto fantastico, perché tanti marchi ormai lavorano con gli artisti, gli fanno fare prodotti o campagne, recentemente Moncler con la campagna stupenda commissionata all’artista cinese. Altri hanno fatto cose un po’ meno belle, ma comunque ormai l’artista “fa chic”. Ma credo che nessuno come Swatch abbia spesso e fin dall’inizio interamente affidato il prodotto ad uno, a tanti artisti. Credo nessuno abbia una vera storia di pioniere, una continuità in questo senso.

    Qualcosa aveva fatto Sottsass, ma non nasceva come artista, era più un designer…

    È vero, ma quando Sottsass aveva fatto il Tissot, Swatch esisteva già. Mi viene in mente anche la vodka Absolut, che ha fatto fare la bottiglia ad alcuni artisti, ma noi anche lì c’eravamo già. E non è tanto che eravamo più bravi, è che abbiamo veramente inventato un linguaggio attraverso la continuità. La nostra non era una cosa episodica. E così quando a un certo punto c’è stata questa sfida – anche se eravamo già in cima – di arrivare ancora un po’ più in là sul mercato cinese, dove allora la parola chiave era “bling”, tutto quel che luccica, certo ci siamo posti il problema di come fare un prodotto che corrispondesse a quel gusto.

    Poi invece i cinesi, che vanno molto più veloci degli europei in tante cose, quella curva lì l’hanno esaurita, e l’intuizione – di nuovo di Nick Hayek – è stata, visto che noi siamo plastica, di cercare di trovare un modo per passare oltre quel materiale, un modo per far sì che non fosse più l’argomento. L’argomento deve essere il contenuto emozionale di Swatch, il suo valore aggiunto, e l’unica variabile che abbiamo che ci porta là è l’arte. Lo Swatch Art Peace Hotel è stato una sfida, nel senso che si tratta di un luogo in cui dare del tempo agli artisti per fare quel che vogliono. Il punto, parafrasando il detto “time is what you make of it” è: “Swatch ti offre il tempo per fare arte come vuoi”.

    Lo Swatch Art Peace Hotel è stato anche il primo esperimento sistematico di riconoscimento dell’arte orientale.

    Sì certo, assolutamente…

    Nessuno prima lo aveva fatto. Il resto del mondo rideva degli artisti orientali.

    Tutti si chiedevano: ma perché fate questa cosa proprio in Cina? Lo Swatch Art Peace Hotel non è mai stato pensato per gli artisti cinesi, per gli artisti orientali, attenzione. Mai, altrimenti non sarebbe Swatch. Se metti un passaporto come criterio d’entrata non sei più Swatch. Tant’è vero che la prima generazione di artisti che sono stati lì era internazionale: sembra la barzelletta del “c’era un inglese, uno svizzero, un italiano e un cinese”… E così siamo andati avanti. L’eccezione è questo momento così particolare in cui, per mantenerlo vivo, abbiamo ovviamente lanciato più artisti cinesi perché per loro è più facile andarci. Ma la mission era proprio quella di creare un luogo in un posto pazzesco – all’angolo di Nanjing Road col Bund, in un edifico storico – da offrire agli artisti di tutto il mondo, per farci dentro quel che vogliono.

    L’altro progetto che era in gara con lo Swatch Art Peace Hotel era la realizzazione del più grande negozio al mondo con una galleria d’arte sul tetto. Ma noi abbiamo ragionato in contropiede, abbiamo preso il mondo di sorpresa. È questo il punto forte di Swatch.

    Oggi cosa dovrebbe fare un giovane artista per tentare di farsi valere da quel punto di vista, per diventare un artista Swatch? Dall’entrare nello Swatch Art Peace Hotel al disegnare qualcosa?

    Importante: nel regolamento dello Swatch Art Peace Hotel c’è scritto che gli artisti non devono mai essere condizionati a far qualcosa per i marchi del gruppo, loro sono lì per se stessi. Dopodiché il mio mestiere è anche, qualche volta, quello di trovare, di sentire, scoprire un linguaggio o un talento in sintonia con Swatch. E ne ho trovati, e continuano ad essercene, ma non è mai quello il criterio di scelta. Anche perché quella volta o due in cui abbiamo detto: “Questo qui forse non è all’altezza, però per Swatch è carino…”, è stato un disastro perché non funziona così.

    Secondo me la risposta è intanto essere sé stessi. Non puoi capire quante proposte di creativi riceviamo che vogliono rifare i vermicelli di Keith Haring, oppure che siccome abbiamo avuto un orologio che si chiama Mazzolino allora fanno i fiori. Ecco, non funziona mai così.

    Quasi sempre si parte dal fatto che uno di noi del team si innamora di una cifra estetica, di un linguaggio personale. Mi è accaduto, per esempio, 3 o 4 anni fa, di leggere un articolo su “Elle” che parla di due signori argentini, marito e marito, che ricamano, fanno degli arazzi 9 metri per 9. Delle cose pazzesche. E allora ho detto: “Cavolo, questo è divertente”, e nasce così la collaborazione. Quelli, per dire, non si sarebbero mai sognati di disegnare uno Swatch, ma lo hanno prima creato, poi ci hanno detto: “Ok, solo se lo Swatch è ricamato: a noi una cosa stampata non interessa”. Quindi noi abbiamo poi dovuto trovare chi lo ricamasse e ovviamente l’abbiamo trovato.

    Quando abbiamo presentato il loro orologio a Parigi, in una galleria, in un ambiente molto carino, è venuta un’artista che era stata allo Swatch Art Peace Hotel. È andata da loro, ha raccontato cosa fosse il progetto di Shanghai. A quel punto loro hanno fatto la domanda di ammissione. Un percorso totalmente inverso al solito. E dovrebbe sempre essere così, perché alla fine i progetti Swatch che hanno successo non nascono mai a tavolino. Nascono da un’energia diversa, non definibile in una logica razionalmente aziendale.

    Sono i figli naturali della cultura Swatch, non sono programmati…

    …Esatto. E quando qualcuno mi dice: “Ah, ma oggi dobbiamo capire cosa fare nel 2022”… Dobbiamo capire: sì, è vero, dobbiamo preoccuparci di sapere per chi disegneremo l’orologio del 2022. Ma forse invece no.

  • H. Moser & Cie: l’arte della sottrazione. Anche luminosa

    H. Moser & Cie: l’arte della sottrazione. Anche luminosa

    Se qualcuno mi costringesse a dare una definizione degli orologi prodotti da H. Moser & Cie parlerei di “arte concettuale”, ma con un certo ritegno. Potrei anche scomodare il minimalismo Bauhaus, ma trovo vi siano altri riferimenti più congeniali. L’arte della sottrazione tipica di Eric Clapton, ad esempio. Quella sì che mi sembra più vicina a Moser. Nel primo assolo di “Old Love” la chitarra di Clapton tiene a lungo, molto a lungo una sola nota, tirata fino a farla diventare un grido di dolore. Una sola nota esprime un sentimento forte e complesso. Allo stesso modo gli orologi di H. Moser & Cie procedono per sottrazione. Una sottrazione solo apparente perché un Moser “complicato” resta sempre tale. Ma tutto quel che fa scena, tutto quel che deve stupire come un’opera barocca, beh, tutto quello viene nascosto – solitamente sul fondello.

    Il mio primo approccio con H. Moser & Cie non è stato dei migliori, lo confesso. La colpa? Aver messo in primo piano i miei gusti personali, come fanno stupidamente molti, troppi appassionati d’orologeria. “A me non piace e quindi non va bene”, come se il mondo fosse imperniato su di noi. In particolare non mi piaceva – e ancora non mi piace, sebbene sia frutto di una lavorazione pregiata – il quadrante detto fumé, il cui colore sfuma (appunto) in nero nella parte periferica. H. Moser & Cie è stato il primo marchio a farne una cifra stilistica e ha avuto ragione, a giudicare dalla quantità di marchi che ha “ispirato” e che poi ne hanno seguito le orme. Io ho avuto torto a considerarlo un elemento di giudizio. E ammettere di avere torto non fa male, credetemi.

    Ben diverso è il minimalismo quasi zen tipico di H. Moser & Cie, diventato anch’esso una cifra stilistica e spinto fino ad eliminare, sulla maggior parte degli orologi, persino il proprio nome, il proprio logo. Attenti però a non confondere la purezza con la freddezza: faranno pure rima, ma qui la faccenda è ben diversa. Tanto è vero che i designer di Moser giocano astutamente con la possibilità di usare il minimalismo come un’arma per mettere in mostra altri elementi, come il materiale stesso del quadrante. Mi viene in mente uno splendido orologio in cui le “stelle” del quadrante in avventurina vengono usate come tappeto puro per le fasi di luna: la logica dell’estetica. Altrettanto vale, ora, per l’incredibile Vantablack®, il materiale più scuro mai creato. Il cui uso ha sì una cifra estetica, ma all’interno di un discorso logico, coerente, consequenziale.

    Parliamo del Vantablack®. È un rivestimento di nanotubi di carbonio posti verticalmente. Il marchio appartiene alla Surrey NanoSystems che ne consente o ne nega l’uso. Il Vantablack (Vertically Aligned NanoTube Arrays, “schiere di nanotubi allineati verticalmente”) nasce come rivestimento per le parti interne dei telescopi ed altri apparecchi ottici nei quali è meglio eliminare il pur minimo riflesso interno. Il Vantablack riesce infatti ad assorbire (in determinate condizioni, trasformandolo in calore) il 99,965% delle radiazioni dello spettro visibile di luce. Viene ottenuto mediante un processo di deposizione fisica da vapore a 400°, concettualmente simile a quel Pvd che l’orologeria usa ampiamente per colorare la cassa degli orologi.

    In tempi recenti il Vantablack è stato anche trasformato in vernice spray, con risultati nuovi, come una Bmw esternamente ricoperta di Vantablack. E quindi è stato al centro di un caso mediatico costruito attorno a Anish Kapoor, l’artista anglo-indiano che ne ha comprato i diritti per l’utilizzo in esclusiva (in ambito artistico). La notizia riguardava il suo Cloud Gate: un’opera enorme installata nel Millenium Park di Chicago, tutta in acciaio lucidissimo (soprannominata “il fagiolo” per via della forma), la cui superfice curva e riflettente deforma la realtà intorno a sé. Bene: si diceva che Anish Kapoor aveva verniciato il suo Cloud Gate di Vantablack, realizzando un vero e proprio buco nero nel centro di Chicago. Poi però si è scoperto che si trattava di una bufala, un pesce d’aprile inventato da una rivista d’arte un po’ burlona. 

    Il primo tentativo di usare il Vantablack per il quadrante di un orologio l’ha fatto Panerai qualche anno fa, ma voler conservare logo e indici ha comportato problemi di non facile soluzione. Nel caso di H. Moser & Cie la cosa è stata molto più coerente con il materiale: tre modelli disponibili online. Alla base c’è il Venturer Vantablack® Black Hands con cassa in oro bianco (39 mm di diametro) e movimento meccanico a carica manuale. Segue il Venturer Vantablack® Black Hands XL con cassa in acciaio (43 mm di diametro) e lo stesso movimento di manifattura, meccanico a carica manuale. E infine l’Endeavour Tourbillon Vantablack® Black Hands, cassa in acciaio con rivestimento Dlc nero (42 mm di diametro) e movimento meccanico a carica automatica con tourbillon volante.

    Tutti e tre impressionanti. Il tourbillon perché sbuca magicamente da un buco nero, da una dimensione siderale che sembra quasi un gioco di prestigio sensoriale. Gli altri due per quelle lancette nere che (non lasciatevi ingannare dalla staticità delle foto) spiccano in maniera incredibile sul nero assoluto del quadrante. Benché nere, infatti, le lancette riflettono molta più luce di quanto non faccia il Vantablack®. L’effetto, anche qui, è totalmente nuovo e molto difficile da descrivere. Per dare almeno un’idea, provate ad immaginare lancette bianche su uno sfondo grigio: la leggibilità è sorprendentemente buona.

    Da quanto mi sono fermato sull’effetto buco nero sembrerebbe trattarsi di un orologio che sfrutta un gioco di prestigio visivo, un trucco o poco più.A parte il fatto che con il Vantablack® spray si aprono possibilità notevoli per avere un quadrante “nero ma nero davvero”, in realtà – come sempre accade con Moser – in primo piano c’è comunque una tecnica da spettacolo. Perché H. Moser & Cie, rispetto ad altre marche rare, ha un vantaggio in più. Come abbiamo già detto, Moser condivide la sede con la controllata Precision Engineering Ag, produttrice di organi regolatori e singole componenti.

    Ovviamente la produzione non è destinata solo alla rarefatta produzione di Moser, ma va ad altre marche consentendo a tutti di tenere sotto controllo sia la qualità che i costi di produzione. È l’economia di scala, bellezza, e funziona maledettamente bene se c’è un buon cervello a gestirla. E che ci sia un buon cervello lo prova il fatto che la Precision Engineering Ag è in grado di produrre veri e propri moduli, in teoria inseribili in qualunque movimento sia disegnato per accoglierli. Moduli composti sia da un organo regolatore “semplice”, sia dotato di doppia spirale con curva Straubmann (un vero e proprio marchio di fabbrica ben riconoscibile), per realizzazioni del massimo pregio.

    Nel caso dei tre modelli presi in esame, due montano un movimento meccanico a carica manuale, il calibro Hmc 327. Che, confesso, mi intriga molto per via della sua “lenta” frequenza di funzionamento: 18.000 alternanze/ora. Una vera rarità. È vero che solitamente ad un bilanciere più veloce corrisponde maggior precisione, ma ormai la tecnologia ha fatto passi avanti sufficienti per consentire ai produttori di scegliere la “velocità”  senza, di fatto, alcuna controindicazione. Torneremo sull’argomento. Per il calibro HMC 804 del tourbillon, invece, le scelte sono totalmente diverse: ricarica automatica (la massa oscillante ricarica in entrambe le direzioni di moto) e frequenza di 21.600 alternanze/ora. In entrambi i casi l’autonomia complessiva è di circa tre giorni, più che sufficienti a trascorrere un fine settimana di pigrizia senza che la marcia dell’orologio abbia a risentirne.

    Vogliamo parlare dei prezzi? Stiamo parlando di una marca a produzione molto limitata e per giunta – nel caso del tourbillon – di un’edizione limitata a 50 esemplari. Servono 22.900 euro per l’XL in acciaio, 23.800 per quella con cassa in oro bianco e 65.800 per il tourbillon. Tutt’e tre le varianti possono essere acquistate anche sul sito di H. Moser & Cie che, ancora una volta, si conferma come marchio stravagante: di solito l’alta orologeria rifugge dal web come il diavolo dall’acqua santa. I prezzi – a ben vedere – sono vivacemente concorrenziali nella propria categoria di appartenenza.

    E lo sarebbero persino senza il quadrante Vantablack® che, credetemi, è uno degli spettacoli più affascinanti che si possano immaginare. Vi auguro sinceramente di poterne vedere uno “dal vivo”. Ne vale la pena, credetemi. E non mi fate sentire storie sul genere, “ma tanto sembra uno degli all black tanto in voga”. Sarebbe un’affermazione banale, che confermerebbe quanto sia superficiale emettere una qualunque forma di giudizio basandosi solo su una foto. Sia pure quelle pubblicate da noi. Ed è per questo che non mi stancherò mai di ripetere che la cosa migliore è sempre leggere quel che scriviamo, ma poi andare a verificare con i propri occhi.

  • Premier Majestic Art Déco, il flashback di Harry Winston

    Premier Majestic Art Déco, il flashback di Harry Winston

    All’inizio del secolo scorso un ragazzino di 12 anni, figlio di immigrati ucraini, riconobbe tra la bigiotteria esposta in un banco dei pegni di periferia uno smeraldo autentico di oltre due carati. Lo acquistò per 25 cent e lo rivendette due giorni dopo, nella piccola gioielleria del padre, per 800 dollari. Il padre si rallegrò non tanto per l’affare concluso dal figlio, quanto per aver scoperto che la gemma più rara l’aveva in casa. Oltre ad affidargli piccole commissioni, infatti, cominciò a dargli sempre più spazio e responsabilità, tanto che, alla soglia dei trent’anni, il giovane Harry fu in grado di avviare un business a suo nome. Lo stesso nome che ancora oggi fa sognare le clienti con orologi come il Premier Majestic Art Déco, ispirato al gusto, allora “modernissimo”, degli anni Venti e Trenta.

    Harry Winston aveva un incredibile fiuto per le pietre preziose e una vera passione per i diamanti, che lo portò a possedere alcune delle gemme più famose al mondo. Il più noto è il leggendario Hope, un diamante blu di oltre 45 carati che si diceva portasse sfortuna, donato nel 1958 alla Smithsonian Institution. Mr. Winston lo spedì al museo di Washington D.C. per posta, in una scatola di cartone: affrancato con 2 dollari e 44 cent, e coperto da un’assicurazione di 151 dollari. Perché, disse, in chi altri avrebbe potuto riporre la propria fiducia, se non nel servizio postale americano? 

    Continuando a frequentare le aste, Harry Winston ogni tanto vi scopriva veri e propri tesori ceduti al banco dei pegni da grandi famiglie della upper class rovinate dal crollo di Wall Street del ’29, e su questi acquisti costruì la propria fortuna. Il segreto del gioielliere non fu soltanto nella capacità di riconoscere le pietre preziose, ma nel saperle valorizzare con un design contemporaneo, che incontrava i gusti dei nuovi ricchi e delle star di Hollywood. I gioielli francesi dell’Ottocento perdevano, con la rilettura di Mr. Winston, la patina old fashioned delle vetrine di place Vendôme. E sposavano le correnti artistiche del nuovo secolo, battezzato dall’Art Déco con il suo geometrismo astratto.

    Il Premier Majestic Art Déco ricorda appunto il momento magico in cui a New York sorgevano grattacieli sempre più alti e stazioni monumentali; mentre i porti battezzavano transatlantici titanici e tutta l’oggettistica, anche quotidiana, aveva decorazioni non figurative. Tra le forme Déco più tipiche c’erano i pattern a raggiera, come nel Chrysler Building; e poi le scale modulari, i rettangoli, i triangoli, i coni, i contrasti ottici di colori, tra i quali primeggiavano il bianco, il nero, il rosso e il verde. Anche la figura umana veniva vista come una sovrapposizione di solidi regolari: non a caso in quegli stessi anni esplodeva il cubismo. Quando nel 1932 Harry Winston aprì la boutique sulla Fifth Avenue, questa non poteva che avere uno stile dinamico e geometrico.

    Lo stesso che si ripropone oggi con il Premier Majestic Art Déco. Che mostra la cassa in oro bianco di 36 mm con il quadrante finemente decorato e incastonato di gemme, tutte giocate sul contrasto cromatico tra bianco e nero. Il decoro a raggiera con slancio verticale richiama il Chrysler Building. Mentre il cinema dei telefoni bianchi si riflette nei piccoli cabochon di madreperla alternati ai diamanti che decorano la superficie, illuminandola come un camerino d’artista. Sullo sfondo intarsiato, a ore 12, spicca una grande giada nera taglio smeraldo, la forma preferita da Mr. Winston per tutte le gemme e per i diamanti in particolare.

    Il movimento, meccanico a carica automatica con il rotore squelette, è perfettamente rifinito: lo si può ammirare attraverso il fondello di vetro zaffiro. Si tratta del calibro HW2008, realizzato in esclusiva, e dotato di spirale in silicio antimagnetica e di un’autonomia di tre giorni. Coerente con lo schema cromatico black & white, l’orologio è fornito di un cinturino in alligatore nero perlato, che si allaccia al polso con una fibbia ad ardiglione in oro bianco arricchita da diamanti.

  • Roberto Beccari e Vittorio Colalillo. Tavolo per tre, scrivania per due

    Roberto Beccari e Vittorio Colalillo. Tavolo per tre, scrivania per due

    Immaginate una giornata di sole, immaginate tre persone che pranzano all’aperto in un noto ristorante romano vicino Piazza Oberdan, a Milano. Immaginate tre persone che chiacchierano e ridono serenamente, come amici di vecchia data. Uno dei tre è Roberto Beccari, General Manager di Tag Heuer Italia dal 1998 e Ad di Lvmh Watch & Jewelry Italia dal 2003. Beccari ha deciso che è arrivato il momento di “andare in pensione” cominciando con un giro di tre mesi in barca a vela. Vittorio Colalillo prende il suo posto come General Manager di Tag Heuer Italia e Ad di Lvmh Watch & Jewelry Italia. Ossia le stesse cariche di Roberto Beccari. Un bel segno di continuità, come vedremo. E dopo pranzo si parla del futuro, di cosa fare per l’orologeria, per gli orologi e per Tag Heuer.

    Comincerei con un dubbio: ma chi ha dato la fregatura a chi?

    Roberto Beccari: In che senso, fregatura?

    Beh, tu parti in barca a vela e lui resta qui con in mano una patata bollente che fa paura!…

    Roberto Beccari replica vivacemente, ridendo: Ma quale patata bollente, è una grande opportunità! Io sono orgogliosissimo di aver passato il testimone a una persona con cui ho vissuto sfide importanti. E per Vittorio occuparsi di un mercato che diventerà sempre più interessante, più giovane, con nuove generazioni che portano una ventata di nuove tendenze è una grande fortuna. E poi mantenere in Italia la guida della filiale è importante, è una soddisfazione. Perché non era un fatto così scontato.

    Mi sembra la conferma dei discorsi che ultimamente ho sentito fare anche da molti dirigenti svizzeri: dare maggiore fiducia alle filiali locali.

    Roberto Beccari: Certo! Perché il nostro obiettivo non è cambiare le strategie internazionali, ma semmai sostenerle facendo in modo che i codici di comunicazione e il loro adattamento locale “traducano”, per così dire, i veri valori delle marche. Altrimenti il pubblico delle singole nazioni rischia di non comprendere bene. Sono convinto che anche in questo Vittorio sarà ancor più bravo di me.

    Vittorio Colalillo: Mah, su questo potrei avere qualche dubbio!…

    Non facciamo i modesti. Anche perché, comunque sia, è un momento in cui c’è da rifare tanto.

    Vittorio Colalillo: Certo, c’è da fare tanto, partendo però da una buona posizione: abbiamo costruito un edificio solido, in questi anni. Più che da rifare secondo me c’è da continuare: continuare lungo la strada che è stata tracciata con grande chiarezza. Come dice Roberto, noi più che altro dobbiamo dare nuova verve al mercato in generale, prima ancora che alla marca.

    Per Tag Heuer la possibilità di proseguire lungo una strada che avevamo già disegnato insieme, e con tutto il team, rende da un lato più emozionante il futuro, ma al tempo stesso più rassicurante. Avere la certezza di poter seguire, per Tag Heuer, una strada già ben tracciata e conosciuta è più facile che non dover creare qualcosa di completamente diverso, magari imposto da fuori. Qualcosa che rischia di rompere equilibri consolidati o magari mal si adatta alle peculiarità del nostro mercato. Confesso di essere anche orgoglioso di aver la possibilità di ripartire da quello che, insieme, abbiamo costruito e consolidato in questi anni.

    Roberto accennava al fatto d’essere contento – e ha perfettamente ragione – che “il pallino” sia rimasto in Italia. Ma serviranno investimenti specifici. È disponibile Lvmh a investire per far tornare le marche quel che erano prima della crisi Covid? Perché oggi bisogna reinvestire, appunto, sia per consolidare la passione per l’orologeria in generale, sia per Tag Heuer in particolare…

    Roberto Beccari: Sì, ne sono certo. Ci sono anche evidenti segnali importanti anche a livello internazionale, non ultimo il fatto che lo stesso Frédéric Arnault sia entrato in azienda come nostro Ceo. Credo sia un segno tangibile del fatto che Lvmh come gruppo abbia intenzioni “vivaci”. Bernard Arnault non avrebbe certo dato quella posizione al figlio per poi fargli mancare il proprio sostegno.

    Vittorio Colalillo: Sì, credo proprio di sì. Sono certo che l’obiettivo sia quello di spingere nuovamente sugli investimenti. Ed è evidente anche in quel che è già stato fatto nei primissimi mesi dell’anno a partire dal Connected. Proseguendo, dopo la pausa, con una nutrita serie di novità nella collezione Carrera. È evidente che stiamo cambiando passo, che vogliamo accelerare dopo la pausa forzata.

    Roberto Beccari: Vorrei aggiungere una cosa che mi sembra non secondaria, e che mi sembra sia stata ben compresa dalla Direzione Internazionale. Quel che abbiamo vissuto negli ultimi quattro mesi è equiparabile all’uscita della safety car in un Gran Premio di Formula 1. Questo vuol dire che nel nostro settore, come in altri, ogni marca conserva sì la propria posizione in classifica, ma con distanze che agli occhi dei compratori finali si sono quasi azzerate. Siamo tutti riuniti in uno spazio ristretto. Tutti gli accidenti di percorso precedenti a questo stop non contano più, sono annullati. Ora, con tutti gli scongiuri del caso, si riparte, e se non è oggi sarà domani.

    Sapersi rinnovare – dagli investimenti alle proposte, dal rapporto con i negozianti a quello con i compratori –, sapersi rinnovare costituisce un’opportunità unica e straordinaria. Il mercato, le marche, ne devono prendere coscienza. Devono farlo per poter rafforzare la dignità del settore ad ogni livello di prezzo, per poter restituire fascino al settore. C’è una parte del lavoro che dobbiamo fare tutti insieme, indipendentemente dall’ovvia concorrenza.

    Quando la corsa riparte il pubblico vuole innanzitutto che si tratti di una corsa spettacolare, dopodiché ognuno tifa per chi vuole. Spero che ripartiremo tutti con buona velocità, in modo da recuperare il terreno perduto. Lo spero per i nostri marchi, ovviamente, ma anche per gli altri. Perché la differenza di fondo è tornare a essere un fenomeno di mercato, anche se con l’orologeria svizzera si parla di una nicchia. Perché è il mercato che crea attrazione, non il contrario. E nemmeno la singola marca, per quanto forte sia.

    Ora però te la faccio io, una domanda. Ma quest’aria di rinnovamento la vivi con i nostri colleghi di altre marche oppure no? Anche altri fanno questo tipo di discorsi?

    Più di quanti avrei creduto, sì.

    Roberto Beccari: Beh, bene. Questa è una bella cosa.

    Non parlo di tutti, devo dirlo, ma è un discorso che fanno in tanti. E mi stupisce che condividano questo punto di vista molte persone che riferiscono a gruppi finanziari. Certo, per qualcuno sembra più un discorso di circostanza: il Covid mi ha fatto male, tanto male, ma non mi ha spezzato. Per altri è invece una chiaro prendere atto della situazione e del da farsi, pur senza la chiarezza dell’esempio sulla Formula Uno – mi piace molto l’immagine che hai evocato. In tanti, però, si rendono conto che molto sta cambiando, che c’è un’occasione preziosa per ripensare molte cose, non ultima l’eccessiva esposizione in Cina che era arrivata ad assorbire un terzo delle esportazioni. Penso che gradualmente le marche torneranno a distribuire gli orologi in maniera più omogenea: è sempre stata la prima risorsa nei precedenti periodi di crisi.

    E credo sarebbe una risorsa di enorme valore se le marche si riappropriassero anche del mercato degli orologi usati. È un po’ quel che accaduto nel passato con le riparazioni: andare da un artigiano non ufficiale ti faceva risparmiare, certo, ma il risultato era troppo spesso deludente e la colpa finiva comunque per ricadere sul marchio in questione. Ora riparare un orologio costa di più, ma il risultato è garantito direttamente dal marchio, che non ha alcun interesse a far brutta figura. La stessa cosa avviene con il mercato dell’usato: ci sono certamente operatori onesti, ma la garanzia che può darti il produttore – anche contro le speculazioni – è un’altra cosa.

    Negli ultimi tempi Il Giornale degli Orologi sta usando molto la parola reputazione. Ne abbiamo parlato recentemente anche con Patrick Pruniaux, di Kering. Per prima cosa bisogna ricostruire una reputazione dell’intera orologeria, proiettata nel futuro. E poi, quasi in parallelo, viene la reputazione della marca: il compratore vuol sapere cosa ragionevolmente aspettarsi da ogni singolo produttore, senza dover temere brutte sorprese. È sulla parola reputazione che si deve lavorare nel futuro. Altrimenti che lusso è? Ma bisogna saper operare sui singoli paesi.

    Roberto Beccari: Sì, paese per paese: si deve agire localmente. Dobbiamo comunque trasmettere i valori basandoci sulle strategie internazionali, ma adattandole, inquadrandole nella cultura locale e sfruttando le opportunità che ci creano localmente. A proposito di quel che dicevi sull’usato, un’altra battaglia fondamentale è quella contro i falsi.

    Esatto! Ma nel momento in cui l’usato rientra sotto l’ala del produttore, e quindi è meno soggetto a fenomeni speculativi, credo che il mercato dei falsi possa ridursi parecchio.

    Vittorio Colalillo: Attento, vorrei fosse chiaro che questo discorso non nasce estemporaneamente sull’onda di una situazione molto particolare. Con Roberto ne abbiamo parlato moltissimo anche prima, ma questa è l’occasione per dare impulso al discorso, per applicarlo con maggiore rapidità di quanto non abbiamo fatto nel passato. È una delle opportunità di cui parlava Roberto all’inizio.

    Certo, dobbiamo riprendere la guida totale della filiera che dalla fabbrica Tag Heuer porta al concessionario Tag Heuer. E questo già lo facevamo. Ma ora dobbiamo andare oltre perché appunto la nostra reputazione, il nostro buon nome dipende anche dal servizio d’assistenza e persino dall’usato. Il compratore finale non compra un orologio usato, ma un Tag Heuer. E si aspetta la qualità del nostro marchio. Se qualcosa va male la colpa finisce per ricadere su Tag Heuer, in qualche modo.

    Un discorso del genere va anche fatto impostando nuovamente i rapporti con i dettaglianti. Se noi dobbiamo cercare di attrarre il compratore finale perché riteniamo che la quota di mercato delle fasce di prezzo medio alto è troppo bassa rispetto alle potenzialità, allora dobbiamo lavorare perché la qualità del marchio e la fiducia vengano meglio percepite. Diventino un bene concreto. Reputazione, appunto. Ma questo vuol dire avere rapporti sempre più costruttivi con i distributori, al di là della boutique o meno. Perché ognuno fa il suo mestiere, certo, ma questo percorso di evoluzione, di rinnovamento, dobbiamo farlo insieme. Nessuno, da solo, ha la ricetta miracolosa. A noi sembra una cosa assolutamente ovvia e ragionevole.

    In un certo senso era l’idea con cui si basava il commercio tradizionale d’orologi. Conquistare la fiducia del negoziante perché venga poi trasmessa al compratore finale.

    Vittorio Colalillo: È una cosa fondamentale, per noi. Ma anche per molte altre marche per le quali le boutique non possono bastare. Ed è verissimo che la nostra reputazione dipende moltissimo dai negozianti perché sono loro che la trasmettono al consumatore finale. Noi possiamo costruire la reputazione con i nostri strumenti – dal prodotto alla comunicazione –, ma il contatto diretto con i clienti dipende essenzialmente da loro.

    Certo, perché se il cliente si sente trattato male da un negoziante, alla fine pensa che sia stata Tag Heuer a comportarsi male.

    Roberto Beccari: Attenti, però. Questo vuoi dire che noi dobbiamo essere in grado di aiutare i negozianti a “leggere” meglio i propri clienti. Noi spesso ci limitiamo a lavorare con i grandi numeri, con le grandi linee di tendenza. Ma ogni macrocosmo è composto di microcosmi che cambiano in funzione di molte variabili. Ecco: aiutare i concessionari a leggere la segmentazione dei propri clienti sarebbe un passo avanti sia per loro sia per noi. Se ne parla parecchio, ma quando si arriva ai microcosmi il concetto di segmentazione sembra perdere di chiarezza. Ma è fondamentale perché l’obiettivo comune, nostro e del concessionario, è quello di aumentare il numero di persone che sono attratte dall’orologeria. Dobbiamo quindi capire quale sia la percezione che il compratore finale ha – in questi microcosmi – dell’orologeria e di Tag Heuer.

    Stimolare l’appetito, come diceva anche Patrick Pruniaux. Che sembra facile, ma non lo è affatto. Perché quando arrivi ai microcosmi i gusti sono tanti e tanto diversi.

    Roberto Beccari: Anche per questo dobbiamo partire dall’appetito per gli orologi, in generale. Dopo che hai creato la voglia di venire a vedere, di scoprire, allora arriva la marca, che esprime un determinato stile fatto di storia e valori costanti nel tempo. Ogni produttore ha il proprio, ma se prima non crei la curiosità, il desiderio di comprare un oggetto come l’orologio, allora la cosa si complica. Non puoi vendere solo un nome, se non rappresenta qualcosa di solido. E credimi: quando dico che ho fiducia in quel che sapranno fare persone come Vittorio, non sto facendo un discorso di circostanza, ma sto solo esprimendo il mio ottimismo ben fondato sui fatti.

  • Carlo Giordanetti: Swatch, dal passato al futuro remoto

    Carlo Giordanetti: Swatch, dal passato al futuro remoto

    È stato intenzionale. Non volevo intervistare Carlo Giordanetti su Swatch, ma parlare con lui di quel che di Swatch abbiamo capito in quasi trentacinque anni di vita e di lavoro. Chiunque possegga una vera cultura del settore lo considera l’orologio che ha salvato la Svizzera delle lancette dal completo fallimento. E non sbaglia.

    In quegli anni l’orologeria svizzera era sottoterra per colpa della tecnologia al quarzo. Le marche svizzere la consideravano una sorta di evoluzione della tecnologia meccanica e la producevano con modalità direttamente mutuate dall’Alta Orologeria: a mano e con metodi da certosini, pazientissimi monaci. Poi arrivarono i giapponesi: macchine, automazione e circuiti integrati. Prezzi bassissimi per orologi micidialmente precisi. I quarzi svizzeri (cui l’intero settore si era dedicato) uscirono dal mercato perché costosi e obsoleti. Ho visto con i miei occhi avvolgere a mano le bobine di un motore per orologi elettronici. Costosi e – appunto – fuori mercato. Ne conservo uno per non dimenticare.

    Le marche svizzere fallivano con una velocità impressionante e uno dei giovani consulenti chiamati a gestire questi funerali commerciali si chiamava Nicolas G. Hayek, svizzero d’origine libanese. Pensò che qualcosa si poteva fare e cominciò a comprare marche, creando un piccolo gruppo che poi prese il nome di Smh. Puntò tutto sull’orologeria meccanica, sul ritorno della tradizione in un ambito comunque d’eccellenza, limitato nei numeri. Perché lo strapotere delle marche giapponesi nel quarzo era assolutamente imbattibile. Poi pensò che qualcosa, però, si potesse anche fare con la tecnologia del quarzo. L’idea era di dimostrare che – volendo – anche gli svizzeri potevano superare qualunque limite di automazione e produrre orologi economici, precisi e per giunta di plastica.

    Ma fin dall’inizio non pensava a numeri stratosferici. Fu lui stesso a raccontarmi che quando andò a chiedere un finanziamento per Swatch, orologio che nel suo business plan avrebbe dovuto vendere un milione di esemplari, chi doveva finanziarlo gli rise in faccia. E da allora imparò a mettere del grano in cascina perché certe volte a chiedere soldi alle banche finisci solo per arrabbiarti. Il resto ve lo racconto un’altra volta. Perché qui non è importante la storia di Swatch, ma il suo significato. Ieri come oggi e – speriamo – domani e più oltre ancora. Perché Swatch, prima d’essere un orologio, è un modo di pensare.

    Ho fatto solo pochissimo editing – tagliando solo un po’ di stupide puttanate personali – perché Carlo Giordanetti parla come un libro stampato. Ah, dimenticavo. Carlo Giordanetti oggi è ufficialmente “Swatch Management, Ceo, The Swatch Art Peace Hotel”.

    Partiamo da quando hai scoperto l’esistenza di Swatch. 

    Swatch l’ho scoperto perché nella mia famiglia per quattro generazioni abbiamo sempre lavorato per aziende svizzere, senza che mai nessuna fosse connessa con l’altra. Negli anni ’84/’85 mio papà andava e tornava spesso da Basilea, e un giorno è tornato con uno Swatch, ma non è che si sapesse bene che cos’era, perché era almeno due anni prima che entrasse nel mercato italiano.

    Erano tristissimi poi i primi…

    No, non più, c’era già stata la prima generazione di creatività. Il mio primissimo era stato il Don’t Be Too Late e subito dopo arrivò il Jellyfish. Ai tempi ero in Unilever, avevo 24 anni, andavamo tutti in ufficio in giacca e cravatta pur essendo nel marketing. Ma avevo questa cosa qua al polso e per questo ero diventato un po’ il figo della situazione, pur essendo un semplice Assistant Product Manager sulla margarina, non proprio glamour! E lì mi ricordo che è scattata una specie di passione proprio per il valore comunicativo dell’oggetto.

    Non ero appassionato di orologi e non mi posso dire appassionato di orologi nemmeno oggi, nel senso nobile del termine, ma è come se io allora avessi capito che quello era un oggetto di comunicazione, prima ancora che un orologio. Mi ricordo quando dicevano: “Va beh, ma costa 50.000 lire”… Sì, ma è più preciso di qualsiasi orologio, di qualsiasi orologio serio che avevamo allora, degli automatici tradizionali che poi perdevano i minuti.

    Sottovalutare Swatch è un errore micidiale che ho fatto anch’io. Ti confesso una cosa terribile: quando cominciai a fare la prima rivista di orologi andai a intervistare Philippe Stern, il padre di Thierry, e facendo il ruffiano in maniera indecorosa gli dissi: “Ma insomma, questa storia degli orologi di plastica…”. Lui mi ferma e mi dice: “Non dica più una parola Veroni, fermo là… Senza quell’orologio di plastica forse Patek Philippe sarebbe in mano a qualche gruppo finanziario e l’orologeria svizzera non esisterebbe più”.

    Bello! E questa storia si è ripetuta diciamo quasi 30 anni dopo, quando è stato presentato il Sistem51. Eravamo nel grande padiglione per raccontare i 30 anni di Swatch, alla fiera di Basilea, e a un certo punto Nick Hayek mi ha mandato a chiamare e ha detto “Portatemi subito tre Sistem51”, che noi naturalmente non avevamo a portata di mano: le corse! Perché lui conosceva questo rispetto, amore, affetto della famiglia Stern per Swatch. Quindi, quando si sono incontrati lui, gli ha dato il nuovo Sistem51. E questi erano davvero felici come pasque, era come il simbolo di un secondo miracolo.

    Per questo il gruppo si chiama Swatch Group, non Omega Group…

    Sì, a un certo punto da Smh siamo diventati Swatch Group, e ricordo che per questo alcuni avevano storto il naso…

    Anch’io, confesso!

    Io ero negli Stati Uniti, ero a New York per Swatch, negli anni in cui c’è stato il cambio del nome: c’era da camminare schisci nei corridoi se incontravi i colleghi di Omega!

    Come sei riuscito a entrare in Swatch?

    In realtà ai tempi (adesso è un po’ diverso), essere nel marketing, soprattutto in una grande multinazionale, faceva molto curriculum. Erano le aziende a chiamarti: era proprio diverso il mondo, mi ricordo che potevi avere uno o due colloqui a settimana… Fui contattato da una “cacciatrice di teste” e andai a Rozzano, un pomeriggio, alla sede italiana del gruppo. Dove fui intervistato dal dottor Bosisio.

    Che non era un personaggino facile…

    No assolutamente, anzi. Ricordo di essere arrivato sulla porta ed essere stato passato ai raggi X. Dopodiché abbiamo iniziato a fare conversazione, e poi è scattato qualche cosa, forse, senza che io mi fossi preparato in alcun modo. Forse fu il fatto che io già conoscessi il marchio, fatto sta che sono entrato in Swatch così, come Sales & Marketing Coordinator. Coordinavo i display dalla Svizzera e insieme al team delle vendite e del marketing facevamo gli ordini delle collezioni. All’epoca funzionava tutto in maniera molto diversa, e soprattutto non c’erano ancora i negozi monomarca, c’erano i clienti.

    La mia prima foto come persona Swatch è su una scala davanti a un negozio in via Paolo Sarpi mentre sto attaccando un adesivo Swatch su una vetrina – in pantaloni di velluto marrone a coste, camicia azzurra e cravatta. Noi anche quello facevamo. È stato un periodo straordinario.

    A quei tempi Smh aveva Omega e Tissot ereditati da De Marchi, il precedente importatore, e poi Swatch: solo quei tre marchi lì e fine. Quando facemmo i primi incontri con i clienti, Omega era OMEGA, anche se diversa da adesso; Tissot comunque un marchio importante per l’Italia, ma con Swatch ci guardavano come se fossimo pazzi. Andavamo nei meeting degli orologiai con i Maxi Swatch e le modelle: dei pazzi. Però presto è cominciato quel fenomeno che è stato italiano più che di qualsiasi altra nazionalità, il concetto di avere questo orologio stravagante, ma comunque preciso e di qualità…

    Aveva un valore aggiunto era pazzesco!

    E portava nei negozi tanta gente! Questa era la grande cosa: sono sicuro che chiunque tu intervistassi dei vecchi negozianti di allora ti direbbe: “Abbiamo dovuto togliere il campanello!” perché non se ne poteva più. Siamo in pratica il marchio che è riuscito a togliere la sicura ai negozi di orologi. Poi è tornata, eh!?

    E c’erano collezionisti insospettabili: ricordo che Gianni Bulgari aveva tutto!

    Ricordo che quando iniziai c’era appena stata l’asta, a Ginevra, in cui Gianni Bulgari aveva comprato tutte le prime serie, tutto quello che c’era stato fino ad allora. E nel cogliere il potenziale da questo segnale c’è stata tutta la genialità di Franco Bosisio, supportato dall’altro genio, Mr. Hayek. Così è iniziato il fenomeno del collezionismo, anche se all’inizio noi non lo abbiamo mai promosso.

    Anzi, lo avete frenato molto.

    In certi momenti sì, perché il signor Hayek ha sempre avuto timore che la cosa fosse vista nel modo sbagliato, che l’azienda fosse giudicata opportunista, in certe situazioni, e lui non lo voleva assolutamente.

    Ed è lì che inventò la distribuzione selettiva.

    Sì, anche perché nel ’97 il fenomeno dei collezionisti è diventato talmente macroscopico che ci siamo detti che dovevamo fare qualcosa per gestirlo. Quando è nato The Swatch Collectors Of Swatch, con il simbolo delle tre ninfe che si rincorrevano nude nel centro, è proprio perché il signor Hayek ha detto: “Bisogna proteggere quelli che veramente ci credono e non sono speculatori”. Quindi abbiamo creato un mondo dedicato a loro, addirittura il giornale…

    Avete anticipato di 30 anni, se non di 40, qualcosa che nell’orologeria in generale è necessaria adesso: proteggere i collezionisti veri dagli speculatori che comprano per vendere, lucrandoci, ai collezionisti veri.

    Sì, certo, tante volte ci è capitato – anche se io non sono mai stato nel commerciale vero e proprio, piuttosto nel marketing o nella comunicazione – di dover prendere per la collottola dei personaggi per dir loro: “No, troviamo un altro modo, perché così non va bene”. E su questo discorso dei collezionisti credo che abbiamo fatto un buon lavoro, rendendoli molto partecipi della vita del marchio, dell’azienda, con gli eventi e tanto altro che abbiamo creato apposta per loro. Eventi e altro non destinati al pubblico generico in cui i collezionisti avevano un palco riservato. No: iniziative destinate solo a loro.

    Nel pieno del proprio successo Swatch sembrò quasi infastidita dalle luci della ribalta. Nello stesso periodo, se ti ricordi, esplose anche un fenomeno Fossil e circolava la favola di un accordo secondo il quale Swatch non avrebbe rotto troppo le balle in USA a Fossil e Fossil, a sua volta, non avrebbe rotto troppo le balle in Europa. E questo perché Hayek non ha mai amato la competizione, ma il quieto vivere.

    Io ricordo una grandissima lezione: quando qualcuno, in uno dei soliti meeting, faceva l’analisi della concorrenza un po’ con il dito puntato, lui disse: “Ma di cosa state parlando? Grazie a Dio che abbiamo concorrenti. Se non ci fossero saremmo morti. Io sono contento che i concorrenti ci tengano svegli di notte, perché bisogna stare svegli di notte, non dormire”. Questo per dire che è impossibile, un accordo simile sarebbe stato contro ogni suo credo.

    Parliamo delle tecnologie totalmente automatizzate per realizzare gli Swatch. Era una cosa mai vista, e che ancora una volta ha dato origine a leggende. Si diceva che persino Rolex fosse andato a spiare come si realizzavano gli Swatch per vedere se si poteva prendere spunto per una maggiore automazione. E forse in parecchie marche hanno goduto dell’evoluzione tecnologica originata da Swatch e dalle macchine inventate per automatizzarne la produzione.

    Io stesso entrai di nascosto tre volte nella fabbrica, di nascosto ripeto, poi un giorno vado da Hayek, passando per Beatrice Howald, la sua storica segretaria, e gli chiedo di visitare la fabbrica. E lui mi dice: “Ma se ci sei stato tre volte!”. E io: “Vabbè, ma non ho pubblicato niente”. Si è messo a ridere e quindi è stata organizzata una cosa da servizi segreti: per cui dopo lunga trattativa potei portare la mia macchina fotografica, ma ogni volta che finivo con un rullino dovevo passarlo a una persona che mi seguiva passo per passo e prendeva i rullini per farli sviluppare, controllando cosa avessi fotografato. Il giorno dopo, in occasione di un’altra chiacchierata con Hayek, mi vennero consegnate le diapositive “non proibite”!

    È vero, in quel periodo la grande tecnologia di Swatch era “secretata” come certi documenti politici. Una delle grandi sfide attraverso le quali Mr. Hayek convinse gli investitori ad andargli dietro fu proprio il commitment che tutto quello che Swatch avrebbe sviluppato dal punto di vista dell’innovazione tecnologica sarebbe entrato nel circuito dei marchi della società. Ma non all’esterno: facessero da soli, gli altri, se erano in grado. Ancor oggi arrivano progetti che potrebbero esser perfetti per X o Y, ma nella grande maggioranza dei casi prevale la linea Hayek, cioè “prima Swatch”.

    Nick continua giustamente a usare Swatch come base di ricerca tecnologica da cui distribuire a tutte le marche del Gruppo. Pensa alla stessa àncora di plastica del Powermatic 90 che viene da Swatch: e sarà anche di plastica ma funziona benissimo. Anche perché nel gruppo avete persino una fabbrica di polimeri che produce e fa ricerca avanzata.

    Sì, Swatch è sempre rimasta al centro, credo sia così perché tutta l’azienda ha sempre ragionato in maniera molto dinamica, da vero gruppo con un buon centro di gravità intorno al quale ruota tutto: dalle singole marche alle singole sezioni che producono componenti. E persino la fase creativa poteva esser condivisa, in certe fasi.                                                               (continua)

  • Black Bay Fifty-Eight Navy Blue. Test-drive del nuovo subacqueo di Tudor

    Black Bay Fifty-Eight Navy Blue. Test-drive del nuovo subacqueo di Tudor

    Abbiamo passato insieme uno splendido fine settimana. Con Tudor. O meglio: ho passato uno splendido week end lungo con il Tudor Black Bay Fifty-Eight Navy Blue al polso. Una vera e propria prova su strada.

    Partiamo da una considerazione: il Tudor Black Bay Fifty-Eight Navy Blue è già nei negozi. Potete andarlo a vedere per controllare che non vi racconti favole da ballista. Probabilmente potrete anche comprarlo, se vi piace, sia pure in quantità relativamente limitate. Non perché Tudor giochi a fare la vergine ritrosa, ma piuttosto perché non vuole intasare i negozi in un momento non roseo per nessuno. In pratica, per dare respiro a chi inevitabilmente lo ha corto, dopo mesi di chiusura. Ma – assicurano alla Tudor – pronta a gestire la situazione se la richiesta fosse più vivace del previsto.

    Partiamo dal lunghissimo nome, che potrebbe esser ancora più lungo. I Black Bay Fifty-Eight nascono dagli orologi realizzati nel 1958, i primi Tudor dall’impermeabilità garantita fino a 20 atmosfere. Erano caratterizzati, fra l’altro, da una corona a vite di notevole spessore per conferirle robustezza senza dover ricorrere alle spallette di protezione. Un accorgimento che nasceva da una osservazione pratica: fra le spallette e la corona, in certi casi, si può accumulare sporcizia che, quando si va ad aprire la corona per sincronizzare l’ora, può finire nella cassa, per quanto improbabile possa essere. E comunque faceva anche risparmiare qualcosa sulla realizzazione e sul costo finale, che poi è da sempre il principale obiettivo di Tudor. Non tanto il risparmio, quanto una economia intelligente che consenta di ottenere un conveniente rapporto fra prezzo e qualità.

    In realtà temevo che comunque Tudor stesse tentando un’operazione furbetta per controbilanciare i problemi economici del momento, magari aumentando un poco i prezzi con la scusa del blu, colore che piace tanto. E invece no. Anche in questo caso sono stato smentito: il prezzo è esattamente lo stesso del modello precedente. 3.200 euro per la versione con il cinturino in un materiale sintetico che sembra flanella oppure con il cinturino in tessuto (entrambi resistenti all’acqua) e 3.500 euro per la versione con bracciale d’acciaio. Non cambia nulla e quindi nessuno sta tentando di fare il furbo. Sarò sospettoso, però poter rinnovare la fiducia in un marchio mi piace molto, ma sempre dopo una verifica.

    A proposito: il prezzo com’è, in relazione alla qualità? Beh, se vi piacciono i dettagli qualificanti qui ne trovate tanti, tanti davvero. C’è il quadrante leggermente bombato (offre maggior sensazione di profondità, ma limita anche i fastidiosi riflessi) che comunque è un po’ più difficile da gestire di uno piano. Ci sono gli indici applicati con un abbondante di Super-LumiNova ad alta luminescenza. Poi la zigrinatura sottile della lunetta girevole unidirezionale: meno dannosa del solito per il polsino della camicia o l’imboccatura della tasca, ma al tempo stesso ragionevolmente agevole da gestire persino con in guanti bagnati della muta.

    Ancora, c’è la lucidatura a specchio della parte laterale della cassa e del perimetro dello spigolo superiore, che fa da contraltare alla satinatura antiriflesso delle superfici superiori. Poi lo splendido vetro zaffiro bombato con trattamento antiriflesso, che sembra la versione finalmente antigraffio di quei vetri in plexiglas tipici degli orologi subacquei d’una volta. Noto però – unico dettaglio migliorabile – che lo spigolo interno delle anse potrebbe essere un po’ meno “tagliente”.

    La leggibilità è ottima in ogni condizione di luce. Ragiono sul fatto che alcuni insaziabili, sui social, soffrono di nostalgia per i vecchi indici quadrati tipici del primo Navy Blue del 1969. I gusti son gusti, sempre, e come tali non si discutono. Se posso dire la mia, preferisco la versione attuale anche perché trovo che esalti maggiormente lo “snowflake” sulla lancetta delle ore. Ma come al solito chi non gradisce non compri e saremo tutti felici. Oppure compri il Pelagos, che ha proprio gli indici quadrati.

    A proposito: un’altra delle domande cattive cui non voglio sottrarmi è: sarà mica, il Black Bay Fifty-Eight Navy Blue, il fratello sfigato del Pelagos? Vediamo…  Il Pelagos con bracciale in titanio costa 860 euro in più. Ha la lunetta in titanio con inserto in ceramica, il datario, maggiore tenuta stagna, la valvola per l’elio e le spallette di protezione per la corona, ma due o tre dettagli di finitura (come gli indici) un po’ meno raffinati rispetto a quelli del Black Bay. E poi è notevolmente più ingombrante nella vita quotidiana sia per quanto riguarda lo spessore che il diametro (43 millimetri contro 39).

    A conti fatti direi che le differenze giustificano i prezzi e che quindi la cosa si risolve sui gusti personali: sono di fatto due orologi diversi. Il Pelagos più orientato al mercato professionale estremo; il Black Bay Fifty-Eight Navy Blue è comunque un subacqueo pronto a tutto, che però non accetta una dimensione esclusivamente da “attrezzo per il lavoro”. Confesso però che – considerazioni personali – a me piace molto il movimento del Black Bay Fifty-Eight “Navy Blue. Cioè il calibro MT 5402 di diametro più contenuto rispetto al MT 5612 montato nel Pelagos: 31,8 mm contro i 33,8 mm dell’altro, mentre lo spessore rimane di 6,5 mm.

    La caratteristiche fondamentali sono identiche per entrambi i calibri – che sono “di manifattura” – ma l’MT 5402 ha stranamente un rubino in più (27 contro 26). Potrebbe essere indizio di un’ulteriore riflessione tecnica sul movimento di base, pur non portando alcun mutamento sostanziale, almeno in apparenza.

    A proposito di tecnica, lascio alle didascalie alcuni approfondimenti in questo senso. Qui concludo considerando che a molti sembra piacere di più il Navy Blue del Black Bay rispetto al blu pastello del Pelagos che, però, secondo alcuni, rende più immediatamente riconoscibile l’orologio. Sta di fatto che Black Bay Fifty‑Eight Navy Blue cambia non poco le carte in tavola perché le sue caratteristiche sono di tutto rispetto e se messe in relazione al prezzo diventano ancor più appetibili. Chiunque fosse interessato dovrebbe fare un serio confronto fra i modelli, mediando fra gusti estetici, caratteristiche tecniche, esigenze personali e prezzo.

    Per quanto mi riguarda posso solo dire che il mio lungo fine settimana si è concluso senza il minimo problema. Ho trovato confortevole il cinturino in tessuto sintetico facilmente lavabile, tra un bagno e l’altro, con acqua tiepida e un detersivo liquido diluito. Il cinturino si è adattato al mio polso extra large, ma – nel caso servisse – potete praticare un foro in più usando una punta di metallo riscaldata alla fiamma, per evitare che il tessuto si rovini. Restituisco a Tudor prima di farci l’abitudine…

  • Richemont Group, la finanziaria con il pallino dell’orologeria

    Richemont Group, la finanziaria con il pallino dell’orologeria

    Richemont Group (Compagnie Financière Richemont) è una holding finanziaria, quotata alla borsa di Zurigo e con sede a Ginevra. Detiene quindi un portfolio di imprese di cui possiede la totalità (o anche solo una parte) del capitale. Si tratta di marchi che non appartengono solo al mondo dell’orologeria e della gioielleria, ma anche a quello della moda e degli accessori, dalla pelletteria agli strumenti da scrittura, fino al settore delle vendite online. Fanno capo al gruppo anche istituti di formazione (per esempio la Creative Academy di Milano o L’Ecole des Métiers Artisans de Haute Horlogerie di Ginevra); e fondazioni per la cultura, l’arte e la filantropia (come la Fondation de la Haute Horlogerie o la Laureus Sport for Good Foundation).

    La politica di acquisizioni di Richemont Group è iniziata nel 1988 e prosegue tuttora*. Per la creazione del comparto orologiero, è stato strategicamente importante l’acquisto, nel 2000, delle marche del gruppo siderurgico Mannesmann: A. Lange & Söhne, IWC e Jaeger-LeCoultre. Le tre manifatture (una sassone e due elvetiche) possedevano infatti know-how e capacità produttiva per realizzare movimenti meccanici. E andavano così ad affiancare la produttività di altre case (Piaget, Vacheron Constantin), già parte del gruppo.

    All’iniziale autonomia di ogni singola marca (riguardo a progettazione, forniture, assemblaggio e distribuzione), Richemont Group ha poi sostituito una graduale verticalizzazione. Che è tesa allo sviluppo progressivo di una produzione integrata, grazie alla quale ciascun marchio dovrebbe avere la capacità industriale di progettare e fabbricare i propri calibri. Ma intanto, per supplire alle necessità di quanti non hanno ancora il totale controllo della filiera produttiva, Richemont Group ha istituito una serie di aziende. Qui basti citare almeno Donzé-Baume (habillage), Procadrans (quadranti), Val Fleurier (componenti e movimenti). A tutt’oggi però – soprattutto per alcune marche – buona parte dei movimenti proviene ancora da fornitori esterni come Eta o Soprod.

    * N.B. Per alcune marche riportate qui sotto, l’acquisizione è avvenuta progressivamente, con la partecipazione di quote diverse e in tempi diversi. Per questo evitiamo di riportare per ognuna la data di acquisto.

    A. LANGE & SöHNE – Lange 1 Time Zone Cassa (41,9 mm) in oro rosa. Movimento meccanico a carica manuale, calibro L.141.1 di manifattura, con spirale realizzata in-house, indicazione dell’autonomia di 3 giorni, secondo fuso orario con funzione giorno/notte, ora legale e scelta della città, piccoli secondi con dispositivo d’arresto, grande datario. Quadrante in argento massiccio satinato con guilloché circolare, lancette, numeri e indici applicati in oro rosa, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. 50.400 euro

    BAUME&MERCIER – Clifton Baumatic Day-Date/Moon-phase Cassa (42 mm) in oro rosa, impermeabile fino a 5 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro Baumatic BM14 1975 AC2 di manifattura, con 5 giorni di autonomia, fasi lunari, funzione day-date a lancetta e Certificato ufficiale di cronometro (Cosc). Quadrante laccato sfumato, indici applicati, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. In vendita da ottobre. 11.900 euro

    BUCCELLATI – Tulle collection Bluebell Watch Cassa (36 mm) in oro bianco. Movimento al quarzo Swiss made. Quadrante in smalto con diamanti, lunetta con diamanti, vetro zaffiro, bracciale in oro bianco con smalto e diamanti (11.35 ct in totale). 140mila euro

    CARTIER – Pasha de Cartier
    Cassa (41 mm) in oro giallo, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro 1847 MC di manifattura, resistente ai campi magnetici, con datario. Quadrante flinqué, lancette azzurrate, vetro zaffiro anche sul fondello, corona con spinello blu cabochon, cinturino in pelle di alligatore, intercambiabile. In vendita da settembre. 17mila euro

    IWC – Portugieser Automatic
    Cassa (40,4 mm) in acciaio. Movimento meccanico a carica automatica, calibro 82200 di manifattura, con sistema di ricarica Pellaton, 60 ore di autonomia, piccoli secondi con dispositivo di arresto. Quadrante soleil, indici applicati, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. 7.250 euro

    Jaeger-LeCoultre – Master Control Memovox Timer
    Cassa (40 mm) in acciaio, impermeabile fino a 5 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro 956 di manifattura, con sveglia, timer e datario. Quadrante soleil con anello inciso a bassorilievo, numeri e indici applicati, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. Edizione limitata di 250 esemplari, esclusiva boutique. 16.500 euro

    MONTBLANC – 1858 Geosphere Cassa (42 mm) in titanio grado 5, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro MB 29.25 di manifattura, con ore universali, doppio fuso orario, emisferi girevoli con scala delle 24 ore, funzione giorno/ notte e datario. Quadrante satinato, indici, lancette ed emisferi luminescenti, ghiera bidirezionale in acciaio e ceramica blu, vetro zaffiro, fondello inciso, bracciale in titanio e acciaio. 6.100 euro

    PANERAI – Luminor Marina Carbotech™ Cassa (44 mm) in Carbotech™ (composto da strati di fibra di carbonio sovrapposti), impermeabile fino a 30 atm. Movimento automatico, calibro P.9010 di manifattura, con 3 giorni di autonomia, piccoli secondi e datario. Quadrante a sandwich, lancette, indici e numeri luminescenti, vetro zaffiro, fondello in titanio Dlc nero, cinturino in Panerai Sportech e addizionale in caucciù. 12.500 euro

    Piaget – Limelight Gala Precious Sapphire Gradient Cassa (32 mm) in oro bianco. Movimento al quarzo, calibro 690P realizzato in casa.  Quadrante in oro bianco inciso con decoro Palace e smalto Grand Feu, lunetta con brillanti taglio diamante (1.46 ct. circa) e 22 zaffiri blu degradé  (4.01 ct. circa), vetro zaffiro, bracciale in oro bianco. Esclusiva boutique.

    Roger Dubuis – Excalibur Spider Huracán Cassa (45 mm) in titanio DLC nero, impermeabile fino a 5 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro RD630, con bilanciere inclinato di 12°, massa oscillante periferica, 60 ore di autonomia e datario. Quadrante traforato che richiama le barre duomi del motore V10 della Lamborghini Huracán, lancette e indici luminescenti, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in caucciù e alcantara, intercambiabile.

    Vacheron Constantin – Fiftysix Calendario Completo
    Cassa (40 mm) in acciaio. Movimento meccanico a carica automatica, calibro 2460 QCL/1 di manifattura, con massa oscillante in oro rosa 22 carati, calendario completo, fasi lunari e dispositivo di arresto secondi. Quadrante opalino e soleil , cifre arabe e luna applicate in oro bianco, indici applicati e lancette luminescenti, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. Certificato dal Punzone di Ginevra. 23.700 euro

    Van Cleef & Arpels – Frivole Secrète Montre-à-secret con cassa (31 mm) in oro giallo e diamanti. Movimento al quarzo Swiss made. Quadrante (10 mm) con pavé di diamanti, a scomparsa grazie a una “cupola” di petali in oro giallo lucidato a specchio con diamanti, bracciale rigido in oro giallo e diamanti (1.39 ct in totale). 44.000 euro

  • La reputazione: fiducia costante. Anno dopo anno

    La reputazione: fiducia costante. Anno dopo anno

    La digital reputation siamo noi. Fermati, non scappare: qui non troverai un corso accelerato su questo fattore chiave e strategico. Ma la reputazione, digitale o meno, ti interessa da vicino. Perché in realtà ci hanno fregato, ci hanno venduto per nuovo ciò che da millenni conosciamo, curiamo e coccoliamo. Noi stessi. La reputazione siamo noi, ovvero come appariamo agli occhi degli altri: non solo nell’aspetto, magari celato dietro un velo di trucco o un sorriso di convenienza, ma anche i nostri nostri valori, confermati o meno dal nostro modo di agire. Svolgiamo un ruolo passivo, veniamo giudicati, e sempre più spesso un ruolo attivo: siamo i giudici della reputazione altrui, anche quella che i grandi marchi sfoggiano con orgoglio. Gliela costruiamo noi, con le nostre bizze e i nostri umori, e gliela doniamo. Già, perché un nostro giudizio da cliente può regalare notti insonni ai dirigenti di multinazionali al di là dell’oceano.

    Anche gli orologi sul tetto del mondo

    Una, nessuna e centomila. Povero Luigi Pirandello, tirato in ballo per parlare della reputazione solo perché non è una o univoca, perché bella o brutta. Esiste sempre, ed è democratica: ognuno ha la sua. Prendiamo i primi tre classificati nel 2020 (fonte Reptrak): la danese Lego è al 1° posto (era al 2° nel 2019), seguita dall’americana Walt Disney (3° nel 2019) e dalla svizzera Rolex (1° nel 2019). Tre marchi che amano scambiarsi le posizioni ad anni alterni. Gli italiani si devono accontentare della medaglia di legno con Ferrari che si colloca al 4° posto. Tutti li conoscono, tutti sanno cosa fanno, tutti ne parlano. E globalmente sono i migliori.

    Ma basta cambiare segmento di popolazione considerata per variare le loro posizioni (una scorsa a un’altra classifica lo dimostra RankingTheBrands). Prendiamo un adulto afroamericano di 20-30 anni che nei giorni scorsi è sceso nelle strade delle città Usa per manifestare “Black Lives Matter”. Al primo posto metterebbe Nike. Sì, quella delle scarpe, dello Swoosh (il logo a forma di boomerang allungato) e del claim “Just do it”. Perché Nike, in una campagna di un paio di anni fa, ha usato il volto di Colin Kaepernick, l’ex quaterback che si era inginocchiato durante l’inno nazionale prima di una partita, per trasmettere i propri valori. Riassunti nello slogan: “Credi in qualcosa, anche se significa sacrificare tutto”. Un gesto emblematico, un messaggio fortissimo che oggi guida la protesta antiTrump. E la scalata reputazionale della marca.

    La boutique dell’orologeria

    Per entrare nell’empireo della reputazione, la dimensione – aziendale – non conta. La potenza economica nemmeno. Lo dimostra il “piccolo” mondo dell’orologeria che si mette agevolmente alle spalle colossi mondiali che fatturano quanto il Pil di un piccolo Stato. Chi indossa un Patek Philippe, un Audemars Piguet, un Vacheron Constantin e a scendere nel prezzo fino a uno Swatch, veste un’esperienza totalizzante. Non ha al polso un insieme di meccanismi, ma un complesso sistema in equilibrio tra altissima tecnologia e maestria artigianale. Un insieme alchemico di materiali figli della ricerca aerospaziale e di altri, preziosi, con millenni di storia. Un sapiente connubio tra design e stile.

    Ma soprattutto sta vivendo un’esperienza unica – da un certo punto di vista – simile a quando ci si reca da uno sarto e gli si commissione un abito tailor made. Qualcosa che veste alla perfezione sulla propria figura, dal tessuto alla foggia. Immergetevi mentalmente in questo percorso e poi leggete la definizione che Jeffrey – Jeff per gli amici del web – Preston Bezos, patron di Amazon, dà di reputazione: «Oggi il brand non è più ciò che dice di essere, ma è quello che dicono nella stanza quando il brand esce dalla porta». Voilà, se nell’acquisto avete avuto ciò che cercavate (status symbol compreso), al prezzo che ritenete giusto, con una cura nella scelta e un’assistenza post vendita attenta ad ogni minimo dettaglio… come potrete parlare di quel brand? E questo è il segreto dell’orologeria.

    Il sentiment catturato

    Un passo indietro è necessario. Torniamo nella stanza, immaginando che dentro ci siano i vostri parenti e colleghi che parlano liberamente di voi. Ma voi, brand, siete fuori. Quanto paghereste per sapere quello che dicono? Così i grandi gruppi spendono miliardi «per scandagliare il web per raccogliere il sentiment dei clienti. Attraverso software monitorano le conversazioni pubbliche che si tengono attorno alla marca e ne interpretano il giudizio», spiega Paolo Guaitani, partner e formatore di The Vortex, società di consulenza strategica digitale. «In altre parole “ascoltano” le persone che parlano tra di loro di un prodotto e cercano di capire come ne parlano».

    Esiste quindi un Hal 9001 in un bunker di una mega-azienda che quotidianamente legge ciò che scriviamo e lo setaccia alla ricerca di informazioni. Un Grande fratello di orwelliana memoria a cui, grazie alla nostra loquacità sui social, rendiamo la vita semplice. Non vi torna alla mente il disegno di Guareschi con il fumetto che recita: «Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no!»? E un certo senso di inquietudine resta nell’aria.

    La macchina del passaparola

    Non bastano i miliardi a evitare il corto circuito. Amazon voleva collocarsi nel mondo come the “Earth’s biggest bookstore”, ovvero “La libreria più grande della terra”, ma oggi consideriamo il sito per gli affari che ci fa fare. La nostra considerazione di Amazon «è un luogo dove comprare a meno… e te lo portano persino a casa». Non che gli vada male – anzi. Ma ciò dimostra che è il giudizio del cliente a vincere.

    Una volta le nostre opinioni avevano un effetto su una ristretta cerchia di amici. Oggi, potenzialmente, la nostra esperienza può condizionare migliaia di utenti, attraverso un passaparola digitale. «Peccato però», commenta Guaitani, «che esista una maggioranza silenziosa e soddisfatta che si esprime poco, e una minoranza che, mossa dall’emozione spesso negativa, si esprima fin troppo. Questo modifica la reale percezione che si ha di un prodotto».

    Vengo anch’io, no tu no

    Ma quindi “basta la parola” per “scatenare l’inferno”? (Mi spiace, non si vince nulla se avete indovinato prodotto e film, troppo facile!). No, per essere al top, per essere memorabili, perché un marchio resti impresso nell’immaginario collettivo e personale, serve un mix di valori, qualità, innovazione ed emozione. La marca deve mantenere ciò che promette e soprattutto – se si tratta di un brand di lusso – deve soddisfare l’esigenza aspirazionale del suo cliente. Chi lo possiede deve pensare di aver fatto il salto, di essere entrato in un club esclusivo.

    Ed è così da millenni. Pensate al fascino esotico di Cleopatra contesa sulle due sponde del Mediterraneo da alcuni Tolomeo, Marco Aurelio e Cesare. Non era solo la conquista di una donna: lei rappresentava la conquista di uno degli imperi millenari, più potenti del tempo. E la fascinazione di quel mondo resiste ancora dopo migliaia di anni. Negli uffici del marketing moderni si parlerebbe di una reputation persistente nel tempo grazie a uno storytelling efficace nei secoli. Lasciamo a Pietro Aretino, toscanaccio dalla lingua appuntita come una spada, dirla più chiara: «Le imprese si governano con la riputazione». Ieri, oggi e domani.

    La reputazione, passaparola a contagio

    A dimostrare quanto vale il passaparola basta un “Fantozzi” qualunque per farci dire, in coro: «La Corazzata Potemkin è una c…». E la reputazione del film del 1925 del regista Sergej Michajlovič Ėjzenštejn è segnata: per alcune generazioni di italiani resterà «una cagata pazzesca». E sì, perché i giudizi sono contagiosi e spesso sono frutto di una valutazione affrettata, volubile ed emotiva.

    Quanto impiegate a farvi un’idea di una nuova conoscenza? La prima impressione è un batter di ciglia. La scienza dice che per effettuare questa attenta valutazione impieghiamo da 33 a 100 millisecondi. Retaggio ancestrale figlio del “fermati o scappa”, o se preferite “amico o nemico”. Se invece di una persona dobbiamo giudicare un oggetto, il tempo si allunga a qualche secondo. O a qualche ora, se il mondo valoriale ed esperienziale coincide con quello che desideriamo.

    Un orologio è uno strumento bello e funzionale, talvolta curioso, ma niente di più. Un Rolex (e uso questo esempio perché il brand è in cima alla classifica della reputazione) ha qualcosa di più, non in quanto oggetto, ma in quanto portatore di informazioni aggiuntive che il nostro cervello pesca dalla sua esperienza. Stimoli emozionali che uno sguardo al logo coronato ci provoca. Ecco che si scatena una tempesta di collegamenti neuronali con pensieri che saltano dalla pubblicità in cui viene indossato da un campione al ricordo di una vetrina di una via di lusso, per terminare nell’emozione di averlo indossato in una particolare situazione o di volerlo fare appena possibile.

    Ecco il quid, la reputazione è infine l’aspirazione a soddisfare i nostri sogni. Non ci servono recensioni che, come spiega Guaitani, «influenzano il 78 per cento degli acquisti. E la maggior parte degli italiani considerano al pari del consiglio di un amico». Il top comunica con il nostro mondo interiore. Non dobbiamo leggere, lo sappiamo già cosa rappresenta quel brand. La sua reputazione ci ha già contagiato.

  • De Ville Tourbillon, Omega reinventa il tourbillon centrale

    De Ville Tourbillon, Omega reinventa il tourbillon centrale

    Dice, riferendosi al De Ville Tourbillon Master Chronometer: ma che si è messa in testa, Omega? Di essere una marca d’alta orologeria? Dico: all’occorrenza sì. Fa parte della sua storia. Basti pensare che nel 1885 sforna il primo movimento industriale, prodotto in serie. Ma pochi anni dopo (1892: Omega si chiamava ancora Louis Brand & Frère) ti lascia a bocca aperta con il primo movimento da polso con ripetizione minuti.

    Ricordo che quando nel 1994 ci portarono a vedere il primo tourbillon centrale (allora noi giornalisti di orologeria eravamo davvero quattro gatti), qualcuno obiettò che Omega era una marca “industriale”. Il responsabile di quello che io chiamo “il reparto godereccio” (oggi Atelier Toubillon) tornò a sventolargli sul naso il tourbillon centrale. E a ricordargli che già nel 1947 Omega aveva prodotto un tourbillon da polso, che aveva già fatto un calendario perpetuo e altre complicazioni avrebbe fatto nel futuro.

    Morale della favola: Omega è una fabbrica industriale di orologi, con vette sublimi di automazione “buona” (come, ad esempio, un uso perfettamente bilanciato degli olii lubrificanti); ma possiede da sempre un reparto (mica tanto piccolo) nel quale si esplorano in maniera quasi artigianale le mille evoluzioni dell’orologeria tradizionale. Dopodiché chi vuole ignorare questo aspetto della personalità di Omega è libero di farlo, ma è un peccato. Perché non capisce che un grande marchio sa sempre ricordare le proprie origini, indipendentemente dal successo strabordante di altri modelli più acclamati come lo Speedmaster. Cronografo che comunque è uscito più volte anche in versione con calendario perpetuo.

    L’Omega De Ville Tourbillon Master Chronometer è uno degli orologi da polso più sorprendenti mai creati. Su questo non c’è dubbio. Perché mettere la gabbia del tourbillon al centro del quadrante è banalmente logico da un punto di vista estetico, ma maledettamente complesso da un punto di vista tecnico. Tanto per entrare subito in argomento, il problema vero non è la posizione in cui sistemi la gabbia: quello – lo sappiamo – è solo una questione di come imposti l’architettura del movimento. Ma se la gabbia è al centro del quadrante, come caspita gestisci le lancette di ore e minuti? Dove le imperni?

    Alla fine venne trovata una soluzione di straordinaria eleganza: tourbillon centrale con ore e minuti “misteriosi”. Come vedremo meglio nelle didascalie, il moto viene trasmesso dall’organo regolatore (a tourbillon) verso la periferia esterna del movimento e da lì a due dischi sovrapposti di vetro zaffiro sui quali sono fissate le lancette di ore e minuti. La cosa divertente è che nulla di tutto ciò è spiegato nella cartella stampa, come se in Svizzera avessero deciso di fare un test sulla competenza tecnica dei giornalisti… 😊 Sta di fatto che la definizione di tourbillon centrale va maledettamente stretta, a questo De Ville Tourbillon Master Chronometer di Omega. In realtà si tratta di un tourbillon centrale con ore e minuti misteriosi.

    Per quale ragione nasce quest’orologio? Per la bella abitudine del marchio di rivedere la propria storia e la propria produzione in funzione di nuovi risultati tecnologici raggiunti. Tanti. Partiamo dalla cassa, realizzata in oro Sedna™ e oro Canopus™. Cosa sono? Nel primo caso si tratta di una particolare lega di oro rosa, in cui la componente di rame (che conferisce il caratteristico colore) è resa più stabile grazie all’inclusione di altri metalli nella fase di fusione. L’oro, inoltre, è in un certo senso “temprato” dal processo di lavorazione per cui risulta più resistente agli urti e ai graffi, pur mantenendo le quote legali di metallo prezioso (750 parti d’oro su 1000, nel caso del 18 carati).

    Altrettanto vale per il secondo, il Canopus, che però è oro bianco. Perché agitarsi tanto e non usare i metalli che usano (quasi) tutti gli altri? Perché l’oro certe volte si comporta come un metallo vivo e non ama l’aggiunta di altre componenti. Il risultato è che dopo anni l’oro rosa potrebbe (il condizionale è d’obbligo) apparire un po’ meno “tinta unita”, nel caso il rame dovesse affiorare.

    Per l’oro bianco è ancora peggio. Non ostante all’oro giallo venga aggiunto un metallo bianchissimo come l’argento, per rispettare le percentuali di legge (750/1000), il colore finale tende sempre al giallo e quindi (quasi) tutti coprono le superfici di rodio tramite un processo galvanico, come avviene in genere per la platina e i ponti del movimento. Solo che la leggera rodiatura esterna è soggetta a consumarsi nel tempo e a diventare meno luminosa. Bene, l’oro Canopus (Canopo è la seconda stella più luminosa nel nostro firmamento) non muta nel tempo e oltretutto è più resistente a graffi e urti.

    Nel De Ville Tourbillon Master Chronometer l’astuto oro Sedna è stato impiegato anche per la platina e i ponti del Calibro 2640. Che gode di tutte, ma proprio tutte, le bellurie tecniche cui Omega ci ha abituati, compresa la capacità di non magnetizzarsi nemmeno a fronte di campi magnetici eccezionalmente intensi. Il che – a ben vedere – è un altro accorgimento teso, come il tourbillon, ad aumentare la precisione dell’orologio nel tempo. Preciso oggi, domani e dopodomani. Anche per questo si è scelto di eliminare l’automatismo di carica, che talvolta illude di essere il moto perpetuo pur senza esserlo; chi tende alla sedentarietà, come me, col cavolo che riesce a ricaricare bene l’orologio, anche se l’esperienza mi ha insegnato che le soluzioni usate da Omega hanno una sorprendente efficienza.

    Come sempre mi astengo dal commentare gli aspetti estetici, pur avendo l’impressione che sul piano del design la gestione di Raynald Aeschlimann (Ceo di Omega dal 2016, quando aveva già vent’anni d’esperienza in Swatch Group e in Omega) stia facendo passi da gigante. Ma non posso tacere la bellezza dell’architettura di questo Calibro 2640. La simmetria dei ponti, sul lato fondello, è semplicemente esemplare, e la finitura tipica delle migliori realizzazioni d’alta orologeria. Sul lato quadrante, dominato dalla gabbia del tourbillon, persino l’inedito (credo) ponte per il dispositivo di ricarica/sincronizzazione ha un proprio stile estetico che gli appassionati più “tecnici” sapranno apprezzare.

    Mi tremano le dita sulla tastiera, ma ho l’impressione che il prezzo di questo Omega De Ville Tourbillon Master Chronometer (con tourbillon centrale, ore e minuti misteriosi) sia “concorrenziale”, dall’alto dei suoi 168.300 euro. Perché quest’orologio è unico sia sul piano estetico sia su quello tecnico. A proposito di tecnica, infine, troverete maggiori informazioni nelle didascalie. Da non mancare per arricchire la propria cultura orologiera, con un pizzico di sorridente invidia per chi potrà comprarlo.

  • Swatch Group, una galassia di marchi e di novità

    Swatch Group, una galassia di marchi e di novità

    Per capire cosa sia Swatch Group bastano alcune semplici considerazioni. Tanto per cominciare è l’unico gruppo svizzero che produce solo orologi e componenti d’orologeria. Dopodiché Swatch Group rappresenta da solo, complessivamente, circa un terzo del fatturato dell’intera orologeria svizzera: 8,243 miliardi di franchi svizzeri sui circa 24 del totale, nel 2019. La cifra (basata sui dati ufficiali di bilancio e su quelli diffusi dall’Fhs) comprende i movimenti e i componenti venduti ad altri marchi.  

    Swatch Group è appunto l’unico gruppo che produce da sé tutti, ma proprio tutti i componenti necessari per fare un orologio, che sia meccanico o al quarzo. Possiede infatti una serie di fabbriche specializzate: da Eta (movimenti) a Nivarox-Far (spirali, bilancieri, scappamenti), da Manufacture Ruedin e da Lascor (casse) a Rubattel et Weyermann e a Mom Le Prélet (quadranti); ancora, da Meco Suisse (corone, pulsanti) a Comadur (rubini, vetri zaffiri, ceramiche), da Renata (batterie) a Moebius (olii), fino a EM Microelectronic (microchip). E l’elenco potrebbe continuare. In più è proprietario anche di una serie di reparti di Ricerca & Sviluppo (per esempio Asulab o Belenos). E, come sottoprodotto, le sue società realizzano componenti anche per altri settori merceologici.

    Per tornare alla produzione di orologi veri e propri, a Swatch Group fanno capo 18 marchi trasversali ai segmenti di mercato, con una gamma che va dal meno costoso all’altissima orologeria. Qui ci concentriamo solo su quelli distribuiti in Italia, esposti rigorosamente in ordine alfabetico. Dei quali presentiamo una singola novità tra quelle più rappresentative del momento. Poca cosa rispetto alla globalità della produzione, certo, ma quanto basta per dare un’idea della varietà di stelle comprese nella galassia Swatch Group.

    BLANCPAIN Villeret Ultraplate
    Cassa (40 mm) in oro rosso. Movimento meccanico ultrapiatto a carica automatica, calibro 1151 di manifattura, con 100 ore di autonomia, spirale in silicio e indicazione della data. Quadrante satinato soleil, indici applicati e lancette in oro, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. 18.470 euro. La manifattura Blancpain è stata acquisita da Swatch Group (all’epoca Smh) nel 1992.

    BREGUET Marine Haute Joaillerie Poseidonia
    Cassa (35,8 mm) in oro bianco. Movimento meccanico ultrapiatto a carica automatica, calibro 591C di manifattura, con spirale e anse dell’ancora in silicio. Quadrante in madreperla con gemme di colore taglio baguette come la lunetta (circa 10.35 ct), carrure, anse e corona con diamanti baguette e un briolette, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore nacré. 253mila euro. La maison Breguet appartiene a Swatch Group dal 1999.

    CALVIN KLEIN WATCHES calvin klein glam
    Cassa (42 mm) in acciaio Pvd oro rosa. Movimento al quarzo Swiss made. Quadrante semi-trasparente, bracciale a maglia milanese in acciaio Pvd oro rosa. 349 euro. L’accordo di licenza tra il designer americano e Swatch Group è stato siglato nel 1997. E terminerà alla fine del prossimo anno.

    FLIK FLAK Pool in Miami Releaf Cassa (34,75 mm) in plastica. Movimento al quarzo Swiss made. Quadrante opaco, ghiera girevole, cinturino in tessuto con motivo palme. L’orologio è lavabile in lavatrice a  40° C. 48 euro. Il marchio Flik Flak è stato creato da Nicolas Hayek nel 1987.

    GLASHÜTTE ORIGINAL Sixties Annual
    Cassa (39 mm) in acciaio. Movimento meccanico a carica automatica, calibro 39-52 di manifattura, con massa oscillante in oro 21 carati. Quadrante satinato soleil effetto degradé, lancette e indici luminescenti, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle scamosciata. 6.600 euro. La manifattura Glashütte Original è entrata a far parte di Swatch Group nel 2000.

    HAMILTON PSR Cassa (40,8 mm x 34,7 mm) in acciaio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento al quarzo Swiss made (durata della batteria di 5 anni). Quadrante con display digitale ibrido Lcd e Oled, vetro zaffiro, bracciale in acciaio.  695 euro. Il marchio Hamilton appartiene a Swatch Group dal 2003.

    HARRY WINSTON Premier Majestic Art Déco Automatic Cassa (36 mm) in oro bianco. Movimento meccanico a carica automatica con spirale in silicio e 3 giorni di autonomia. Quadrante in oro bianco con intarsi di madreperla (anche cabochon), giada nera (anche taglio smeraldo) e diamanti, lunetta e anse con diamanti (2.9 ct in totale), vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. La maison Harry Winston è stata acquisita da Swatch Group nel 2013.

    JAQUET DROZ Grande Seconde Skelet-One Cassa (41 mm) in oro rosso. Movimento meccanico scheletrato a carica automatica, calibro 2663 SQ di manifattura, con 68 ore di autonomia, spirale e anse dell’ancora in silicio, piccoli secondi. Quadrante decentrato e scheletrato in oro bianco, indici applicati e lancette in oro, indicazione dei piccoli secondi su contatore in vetro zaffiro, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. 34.900 euro. La maison Jaquet Droz entra a far parte di Swatch Group nel 2000.

    LONGINES Spirit Cassa (42 mm) in acciaio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro L.688.4 realizzato in esclusiva, cronografo con secondi continui, datario e certificato ufficiale di cronometro (COSC). Quadrante satinato soleil, indici applicati e lancette luminescenti, vetro zaffiro, fondello inciso, cinturino in pelle di vitello. 2.980 euro. Il marchio Longines è entrato nel portfolio di Swatch Group (all’epoca Smh) dal 1985.

    MIDO Ocean Star GMT Cassa (44 mm) in acciaio, impermeabile fino a 20 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro 80 (base Eta), con autonomia di 80 ore, secondo fuso orario e datario. Quadrante opaco, indici applicati e lancette luminescenti, ghiera girevole con anello in ceramica, vetro zaffiro, fondello con incisione dei diversi fusi orari, cinturino in tessuto. 1.150 euro. Il marchio Mido è entrato nel portfolio di Swatch Group (all’epoca Smh) nel 1985.

    OMEGA – Speedmaster  Moonwatch Chronograph calibro 321 Cassa (39,7 mm) in acciaio, impermeabile fino a 5 atm. Movimento meccanico a carica manuale, calibro  321 di manifattura,  con autonomia di 55 ore, cronografo con ruota a colonne e secondi continui. Quadrante  opaco, lunetta con anello in ceramica lucida e scala tachimetrica, vetro zaffiro anche sul fondello, bracciale in acciaio. 13.400 euro. La maison Omega è entrata nel portfolio di Swatch Group (all’epoca Smh) nel 1985.

    RADO Captain Cook Automatic Cassa (42 mm) in bronzo, impermeabile fino a 30 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro ETA C07, con autonomia di 80 ore e datario. Quadrante soleil, indici applicati e lancette luminescenti, ghiera girevole con anello in ceramica high-tech, vetro zaffiro, fondello in titanio, cinturino in pelle. 2.680 euro. Il marchio Rado è entrato nel portfolio di Swatch Group (all’epoca Smh) nel 1985.

    SWATCH Big Bold Orangeinjelly Cassa (47 mm) in plastica trasparente. Movimento al quarzo Swiss made. Quadrante trasparente, indici e lancette fluo, cinturino in silicone trasparente. 95 euro. Il marchio Swatch è stato creato da Nicolas Hayek nel 1982.

    TISSOT Seastar 1000 Quartz Chrono Cassa (45,5 mm) in acciaio, impermeabile fino a 30 atm. Movimento al quarzo Swiss made, cronografo con secondi continui e datario. Quadrante effetto degradé, contatori azuré, indici e lancette luminescenti, ghiera girevole con anello in alluminio, vetro zaffiro, cinturino in caucciù. 520 euro. Il marchio Tissot è entrato a far parte del portfolio di Swatch Group (all’epoca Smh) nel 1985.

  • Patrick Pruniaux fra empatia, competenza e reputazione

    Patrick Pruniaux fra empatia, competenza e reputazione

    Perché non bisogna mai dimenticare che sono le persone, a far gli orologi. E i dirigenti, ovviamente. Però non sempre, nei grandi gruppi finanziari, si scelgono dirigenti con un lungo curriculum nel settore: spesso si preferiscono i “commerciali” e allora la faccenda si fa complessa. Ma da qualche tempo la musica sta cambiando. Patrick Pruniaux, ad esempio, pur essendo giovane ha una lunga storia d’orologeria che ha riversato in Kering, e più precisamente nelle due marche storiche del gruppo: Girard-Perregaux e Ulysse Nardin. Dal 2017 Patrick Pruniaux è responsabile delle due marche e i cambiamenti di sono visti rapidamente. Poi il Covid-19 ha fatto saltare in aria ogni progetto, ogni programmazione.

    «È vero: il Covid-19 ha avuto un impatto devastante sull’economia mondiale. E non conosciamo ancora bene in che modo abbia influenzato l’industria degli orologi, a parte un tracollo delle vendite dovuto anche ad una necessaria interruzione del lavoro in fabbrica», spiega Patrick Pruniaux. «Ma dobbiamo avere il senso della storia e comprendere che l’orologeria svizzera, pur avendo numeri molto bassi, andava bene qualche decennio fa, anche prima dell’euro. E proprio per questo i gruppi finanziari l’hanno scoperta. Se facciamo un confronto con quei tempi, pur in una situazione che qualcuno considera disastrosa, le dinamiche dell’orologeria rimangono comunque positive.

    I ridimensionamenti attuali sono relativi ad una situazione che comunque stava generando qualche problema proprio per aver aumentato troppo la produzione. Noi lavoriamo in una nicchia che deve pur sempre rimanere tale. Quindi anche se ci saranno dei cambiamenti per qualche tempo io non ho paura. Resto positivo riguardo al fatto che sarà comunque presente un appetito riguardo all’industria degli orologi, soprattutto nel segmento in cui si collocano Girard-Perregaux e Ulysse Nardin. Un appetito che rimarrà forte.

    Questo, di conseguenza, non cambia niente per quanto riguarda la strategia da utilizzare e il modo in cui operiamo con i nostri marchi per proporre orologi di qualità superiore e con una grande storia. Ovviamente ci sono cambiamenti sulla realtà commerciale che dovremo affrontare, ma la cosa può anche voler dire nuove opportunità da gestire in quella che probabilmente sarà una rivoluzione del mercato».

    Nel nostro settore lei è uno dei pochi ad avere contemporaneamente una lunga storia nell’orologeria tradizionale, ma anche una forte esperienza con marchi “moderni” come Apple, basati su un marketing pressante. Pensa possa essere utile per il mondo degli orologi tradizionali?

    «Mi consenta di essere parzialmente in disaccordo con lei su quel “pressante” perché non vedo Apple come un forte marketing brand, ma come un forte prodotto brand. In Apple è il team del prodotto a guidare, non il marketing, anche se ciascuno degli altri reparti ha una propria importanza. Le persone che sviluppano il design devono saper integrare quel che il consumatore desidera, esteticamente, con l’efficienza, la praticità del prodotto stesso», sottolinea Patrick Pruniaux.

    «Stavo leggendo un libro riguardo al design thinking e la parola usata era “empatia”. Questa parola è molto interessante perché sono arrivato a pensare che il marketing è empatico su grande scala, su un pubblico ampio. Mentre l’atto della vendita si basa sull’empatia fra due individui. Io, venditore, sto parlando con te, solo con te e utilizzo l’empatia per capire chi sei e proporti il prodotto più adatto per te. Quindi, in fin dei conti, io credo che parlare di design thinking empatico su larga scala abbia un senso.

    E lo sappiamo bene perché nel tempo Apple ha prodotto e venduto tantissimi oggetti che nel momento in cui li guardi ti fanno pensare “ma ha veramente senso?”. Ricordo, e non mi vergogno nel dirlo, che la prima volta che ho visto qualcuno usare un iPad ho pensato “qual è lo scopo, il punto dell’usare un iPad? Serve davvero? Se hai un computer perché dovresti aver bisogno di un IPad?”. Sei mesi dopo stavo usando il mio iPad. Non è tanto marketing, quanto la capacità di pensare oggi quale sarà l’appetito del futuro. A ben vedere sia pure in modo differente, è quello che cerchiamo di fare noi che produciamo orologi tradizionali».

    È questa, la strada per parlare ai giovani di prodotti in un certo senso “vecchi” come gli orologi meccanici?

    «Sì, certo, sono convinto che sia necessario trovare nuovi modi per alimentare l’interesse nei confronti dell’ingegno e delle altre qualità necessarie per produrre gli orologi. Ma dobbiamo parlare in modo profondo, non superficiale, non semplicemente per spingere la vendita immediata. Posso spingere qualcuno a comprare qualcosa che non gli è necessario, ma se poi l’oggetto che ho venduto finisce in un cassetto, allora ho perso per sempre una persona interessata al mio prodotto».

    Questo significa che lei sta lavorando sulla nuova reputazione dei due marchi?

    «Mi piace la parola reputazione. Penso che abbia un significato profondo e multiforme», si entusiasma Patrick Pruniaux. «Reputazione è qualcosa su cui devi lavorare tanto, come se non ci fosse un futuro, ma dall’altra parte devi essere consapevole che le cose non accadono da un giorno all’altro soprattutto se la nostra visione è a lungo termine. Ma al tempo stesso dobbiamo e possiamo essere molto bravi già oggi. Quando si guarda nell’industria del lusso al nostro successo, come ha detto anche lei, la nostra reputazione ha un peso determinante e per questo motivo abbiamo bisogno di riorganizzarci correttamente. Per essere certi che la nostra reputazione sia riconosciuta, compresa. E dobbiamo fare in modo di sottolineare lo stesso messaggio, essere sempre coerenti nelle forme con cui trasmettiamo questo messaggio. La reputazione è fiducia e noi dobbiamo essere in grado di spiegare – a parole e nei fatti – che di noi ci si può fidare».

    Pensa che nel futuro sia possibile fare qualche economia di scala fra Ulysse Nardin e Girard-Perregaux?

    «Se con economia di scala intende uno scambio di movimenti o tecnologie, direi proprio di no. Al contrario, vogliamo mantenere le due marche completamente indipendenti l’una dall’altra. E in questo senso stiamo facendo investimenti importanti, proprio per mantenere la loro indipendenza. L’unico punto in comune fra le due marche devo essere io, ma al tempo stesso devo fare in modo che ognuna agisca rispettando la propria storia, la propria vocazione. Certo, può anche accadere che di fronte ad un problema tecnico si consulti un ingegnere dell’altra marca, ma ciò vale solo per una specifica occasione e per una specifica competenza. Non amo le aziende che usano un solo capo tecnico per cinque o sei marche».

    In realtà pensavo più a componenti come i quadranti o le spirali.

    «Beh, questo è diverso. Nel gruppo ci sono fabbriche come la Donzé Cadrans che lavorano anche per conto terzi. In effetti non sarebbe logico incaponirsi nella separazione fra le marche fino a questo punto. E stiamo lavorando per usare gli straordinari quadranti in smalto di Donzé – che era stata acquisita da Ulysse Nardin nel 2011 – anche negli orologi Girard-Perregaux».

    Di lei molti apprezzano la vastità delle sue competenze, che vanno da quelle tecniche a quelle commerciali. E la comunicazione? La crisi del Covid-19 ha enormemente accelerato il peso della comunicazione telematica. Che va un po’ reinventata, credo.

    Grazie per le sue parole. Dopodiché sì, certo: molto, se non tutto sta cambiando. Ma deve trattarsi di una comunicazione più “alta” della media attuale. Vede, io sono un grande ammiratore di Joseph Kessel (giornalista e scrittore francese, 1898/1979, autore, fra l’altro, del romanzo da cui è stato tratto il film “Bella di giorno”, N.d.R.). Quando oggi leggi i suoi articoli, anche se risalgono a molti anni fa, hanno ancora un peso. Credo che si debba cercare questo, competenza e capacità di comunicarla. Sia da parte nostra che di voi giornalisti. Anche in questo caso è una questione di reputazione, di costruire una catena di fiducia. Verificabile».

    Conclude Patrick Pruniaux: «Oggi il punto non è tanto comunicare per vendere gli orologi, quanto creare agitazione / eccitazione / interesse su tutta l’orologeria. Bisogna spiegare cosa facciamo e produciamo, sia come Svizzera, sia come singole marche. E in un certo senso anche i negozianti fanno parte della comunicazione nel suo complesso. In Italia ce ne sono di molto bravi, in questo senso, e io credo che la qualità del nostro futuro dipenda molto anche dai negozianti non solo per una questione meramente commerciale. Bisogna saper trasmettere – oggi e nel futuro – un messaggio trasparente e completo sui nostri prodotti. È questa la chiave».

  • L’orologeria svizzera va male, molto male. Ma forse è un bene

    L’orologeria svizzera va male, molto male. Ma forse è un bene

    L’unico a parlar chiaro, finora, è stato Ricardo Guadalupe,  Ceo di Hublot. Ha dichiarato al quotidiano ginevrino Le Temps che secondo lui ci vorranno tre anni prima di tornare ai livelli di vendite del 2019. Che pure non erano esaltanti per via della situazione ad Hong Kong. Ma anche lui sostiene che per verti versi questa situazione apparentemente disastrosa dell’orologeria svizzera ha comunque aspetti positivi, se tutti sapranno guardare al futuro senza i paraocchi degli interessi personali.

    Ecco: l’orologeria svizzera, appunto. A fine 2019, non ostante una crescita limitata al 2,4 per cento rispetto al 2018, le esportazioni svizzere di orologi ammontavano a 21.680,6 miliardi di franchi svizzeri (circa 20,3 miliardi di euro al cambio attuale). Per un totale di 20.633 milioni d’orologi e una diminuzione del 13,1 per cento in numero d’orologi rispetto al 2018. 〈N.B. Tutti i dati qui riportati sono forniti dalla Federazione dell’industria orologiera svizzera〉.

    È questo, il dato importante: 20,6 milioni d’orologi esportati dalla Svizzera, che confrontati agli oltre 400 milioni di orologi prodotti dalla sola Citizen possono far capire le dimensioni relative dei mercati. Ma soprattutto si comprende come le variazioni dei mercati abbiano un impatto percentuale molto forte sui numeri, viste le ridotte dimensioni.

    Questo per capire meglio i dati del “disastro Covid”, che ha impattato pesantemente sul mercato dell’orologeria svizzera. Pesantemente vuol dire che nel solo aprile scorso (anche a causa della temporanea chiusura delle fabbriche d’orologi) le esportazioni erano calate, in valore, dell’81,3 per cento. Con cali pazzeschi in tutti i mercati a parte la Cina continentale, che aveva fatto registrare un calo molto più contenuto (16,1 per cento rispetto all’aprile 2019); il che l’ha portata a rappresentare un terzo delle esportazioni complessive dell’orologeria svizzera.

    E maggio? Mica bene, comunque. A fronte di un calo – in unità esportate – del 71,4 per cento rispetto al maggio 2019, il valore è diminuito complessivamente del 67,5 per cento. Che è comunque un’altra botta micidiale, anche per via di un calo più accentuato della Cina continentale (-54,6 per cento in valore), ma comunque in linea con i sei mercati principali. Come commenta la stessa Federazione dell’industria orologiera svizzera, la ripresa non è ancora in vista.

    E l’Italia? Nel periodo gennaio/aprile 2020 era all’undicesimo posto della classifica dei Paesi importatori, con un calo del 39,1 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019. Se invece guardiamo gennaio/maggio 2020 l’Italia arriva a calare, in valore delle importazioni dalla Svizzera, del 46,4 per cento, pur conservando il posto in classifica. Solo Hong Kong, al terzo posto, ha fatto peggio di noi: -52,5 per cento. E ora basta con i numeri. I numeri non sono soluzioni. E quali potrebbero essere, le soluzioni? Anche se non ricordo crisi di pari potenza, nel passato le batoste sono state periodiche come un pendolo.

    Questa volta però la situazione è più complessa perché ci sono molti elementi sovrapposti a far muro contro una ripresa. C’è la situazione di Hong Kong, che non accenna a migliorare; c’è la pandemia che forse migliora o forse no, e comunque genera incertezza; e poi c’è un cambio generazionale in atto, con vecchi dirigenti che se ne vanno, ma non sempre sostituiti da giovani all’altezza; infine c’è il passaggio – accelerato dalla pandemia – da un tipo tradizionale di comunicazione ad un media più moderno come il web.

    È chiaro che l’intera orologeria svizzera deve imparare a dipendere un po’ meno dalla Cina. La Greater China rappresenta di fatto metà del mercato svizzero degli orologi e se va male lì sono… sapete bene cosa intendo dire. Del resto la situazione attuale impone (non per tutti, ma per molti) di contenere la produzione e razionalizzare la filiera produttiva e commerciale.

    Bisogna smetterla di mostrare a tutti, pubblico compreso, orologi che arriveranno nei negozi chissà quando. Accorciano la vita dei modelli già in negozio e allungano inutilmente la vita dei nuovi modelli perché allungano l’attesa. Durante la quale nessuno compra. E questo porta subito alla comunicazione: è inutile e dannoso presentare in anticipo orologi che poi non troverò nei negozi. Per un po’ aspetto, poi vado a comprarmi qualcos’altro e fanculo gli orologi.

    Usare meglio la comunicazione, usare meglio la velocità del web, imparare a parlare con un pubblico di giovani che non è mica composto da bamboccioni. Le ultime generazioni, al contrario, sembrano avere una vivacità culturale semplicemente straordinaria e quindi meritano una comunicazione almeno in parte alla loro altezza. È soprattutto per loro che sarà necessario inventare nuove forme di manifestazioni fieristiche, ma ne riparleremo a parte.

    Certo: diminuire la produzione rischia di diminuire i fatturati. Ma a questo si potrebbe porre riparo con una migliore razionalizzazione delle fasi progettuali e produttive, che porterebbe risparmi significativi. E poi riprendere il controllo diretto del commercio di orologi usati, che potrebbe rivelarsi il Santo Graal dell’orologeria svizzera. Alcuni stimano che il fatturato complessivo del “secondo polso” (difficile da calcolare perché spesso fuori controllo) sia pari a quello del nuovo, se non addirittura superiore. Senza calcolare il fatto che un “usato sicuro” fa molto bene al buon nome dell’orologeria tutta e delle singole marche in particolare.

    Su questo argomento torneremo perché è probabile che intorno al “secondo polso” nei prossimi anni si scateni una battaglia feroce fra quanti lo controllano oggi – che comprensibilmente non vogliono mollare la gallina dalle uova d’oro – e quanti vorranno controllarlo domani. È un po’ quel che è accaduto in passato con l’assistenza, una volta in mano a riparatori non sempre bravi e oggi di fatto controllata efficacemente (beh, quasi sempre efficacemente: bisogna migliorare i tempi d’attesa) dai brand e dai concessionari.

    E infine il ricambio generazionale. Che è cosa buona e giusta – e se ve lo dice un ultrasettantenne non c’è da dubitarne. È cosa buona e giusta, a patto che segua un andamento armonico, a patto che rispetti il fiume di una lunga storia che dal passato vuol arrivare al futuro. Assumere sia pur ottimi dirigenti che non abbiano una formazione specifica può portare a qualche temporaneo risultato commerciale, ma a danno dello sviluppo armonico dei marchi. Negli ultimi anni scelte di questo tipo hanno sempre finito per danneggiare l’orologeria. Ed è l’orologeria che produce gli orologi, non il contrario. Mai dimenticarlo.

    Recentemente Swatch Group (che da sola vale un quarto dell’orologeria svizzera, ricordiamolo) ha sostituito veri e propri monumenti umani come François Thiebaud (Tissot, 2 milioni di orologi) e Walter Von Känel (la corazzata Longines) senza però allontanarli. Servono per affiancare i pur esperti nuovi dirigenti (in Swatch Group la dinamica professionale interna è considerata un patrimonio fondamentale), creando quel tocco di continuità con il passato, indispensabile per un settore che produce sogni. Sogni maledettamente seri e concreti, però: non quei sogni che svaniscono al primo caffè della mattina.

  • J12·20, lo stile Chanel in versione street art

    J12·20, lo stile Chanel in versione street art

    Se c’è una cosa dell’orologeria Chanel che mi ha sempre colpito, è la capacità di reinventarsi. Di saper riutilizzare gli stessi “ingredienti” di base, di dosarli e miscelarli ogni volta in modo diverso, per ottenere un risultato del tutto nuovo. Lo si vede in particolare nell’ultimo J12·20 – un esemplare in edizione limitata (anzi, quattro edizioni limitate), già in vendita nelle boutique monomarca e presso selezionati rivenditori. Che è il J12 di sempre ma con un look inedito, giocato tutto sui simboli della maison.

    Un passo indietro. Quest’anno il J12 è già uscito in altre due versioni: il J12 Paradoxe, con la cassa bianca e nera definita da un taglio netto; e il J12 X-Ray in vetro zaffiro, interamente trasparente (movimento e bracciale compresi). Perché questo 2020 segna il 20° anniversario dell’orologio creato da Jacques Helleu, ex Direttore artistico di Chanel Horlogerie, e ispirato al mondo delle automobili e delle barche. Il cui nome deriva proprio da una classe velica dell’America’s Cup dell’epoca.

    Ma qui non ho intenzione di dilungarmi sulla storia del J12, né di ripercorrere le infinite variazioni sul tema in cui è stato declinato nelle due decadi scorse. Magari ne riparleremo in un altro momento. Ora è la volta del J12·20, terzo modello dell’anno (e siamo solo in giugno), dedicato appunto alle celebrazioni dell’emblematico esemplare. Un’autentica icona (mi ripeto: l’ho già scritto in tante occasioni) non solo di Chanel ma di tutta l’orologeria del Terzo Millennio. Perché è stato capace di fare della ceramica un materiale nobile, metafora di modernità e di tecnologia.

    Come sempre realizzato in ceramica ad alta resistenza, il nuovo J12·20 però è diverso dai tanti, innumerevoli precedenti. Ha infatti la cassa e il quadrante decorati da segni e disegni “pop”. Doodle, verrebbe da chiamarli. Veri e propri pittogrammi, dai tratti semplici e un po’ naïf – a metà fra il tatuaggio e il fumetto – che ritraggono gli elementi costitutivi dell’universo di Mademoiselle Coco. E, in sintesi, l’essenza stessa dello stile Chanel. Una grafica che raffigura un mondo, il non plus ultra dello chic sintetizzato in un’estetica da street art.

    In quei disegni, immediatamente riconoscibili a colpo d’occhio (almeno dalle Chanel addicted e dalle esperte di moda), si ritrovano quindi i motivi caratteristici, i capi più classici, gli oggetti cari a Gabrielle Chanel, talvolta espressione delle sue passioni e delle sue manie. Venti in tutto, per ovvie ragioni. Ecco allora la camelia, il fiore prediletto da Mademoiselle e da lei adottato fin dal 1923, oggi reinterpretato nei bijoux, nei gioielli e negli orologi.

    Quindi i diamanti, le sue gemme preferite, che utilizzò in quantità anche nella prima collezione di alta gioielleria, Bijoux de Diamants appunto, datata 1932. E la stella, uno dei cinque temi di quella collezione: il cui pezzo più celebre è il preziosissimo collier a forma di cometa, alla base anche della recente (e omonima) linea di gioielli. Oppure la croce maltese, che rimanda alla storia del Mediterraneo (alla Repubblica marinara di Amalfi, ai Cavalieri di San Giovanni); altrimenti detta croce bizantina, richiama gli alti bracciali rigidi e le spille disegnate insieme a Fulco di Verdura, sempre negli anni ’30 del secolo scorso.

    Ancora, l’orologio Première, prima escursione della maison nell’orologeria (1987), con la cassa ottagonale derivata dal perimetro di place Vendôme, a Parigi; uno dei “luoghi del cuore” di Gabrielle Chanel, che vi trascorse buona parte della propria vita. E le perle, compagne inseparabili – quasi un amuleto – per Mademoiselle, ma anche accessori indispensabili per la donna Chanel. “Con un pull nero e dieci fili di perle ha rivoluzionato la storia della moda”, diceva di lei Christian Dior.

    Dai gioielli alla moda, tra le illustrazioni appaiono anche i pezzi simbolo del suo guardaroba. Come la giacca di tweed, quella dei celeberrimi tailleur, introdotta nel 1954 e rimasta una costante (seppur reinterpretata) in tutte le collezioni di prêt-à-porter e di Alta Moda della maison. Le scarpe bicolori, beige e nere, altra invenzione degli anni ’50, ideate per migliorare l’aspetto delle donne, perché fanno sembrare le gambe più lunghe e i piedi più piccoli. O ancora la 2.55, la borsa matelassé creata proprio nel febbraio del 1955 (da cui il nome), anch’essa declinata nel tempo in una miriade di varianti, colori e materiali. Ma sempre fornita di chiusura a battente con la fibbia girevole, diventata a sua volta sinonimo di una gestualità femminile  misurata e misteriosa.

    A proposito di femminilità, le immagini comprendono anche diversi riferimenti allo charme e agli strumenti di seduzione consigliati alle signore da Mademoiselle Coco. Per esempio il fiocco, romantico dettaglio design, ieri come oggi ricorrente nella moda della maison. Il rossetto, requisito imprescindibile nel make-up (“Metti il rossetto e attacca”: sembra fosse un suo motto). Fino al profumo, il famosissimo Chanel N°5, lanciato nel 1921 e da allora rimasto inalterato come quintessenza olfattiva di un’art de vivre à la Chanel. Il 5, oltretutto, fa riferimento alla numerologia, in cui Mademoiselle credeva fermamente. Era molto superstiziosa e si circondava di portafortuna: fra i tanti, le spighe di grano, simbolo di operosità e di abbondanza, ricompensa al duro lavoro.

    Del resto ci sono anche i suoi attrezzi del mestiere: forbici, ditale, ago e filo. Un set da cucito completato dai bottoni, oggetti funzionali che la grande couturière seppe trasformare in una vera e propria cifra stilistica. Dorati, a rilievo, decorati da foglie di acanto, tartarughe, trifogli, dalle sue iniziali o dalla testa del leone, sono l’espressione più sintetica dello stile Chanel. Proprio il Leone, il suo segno zodiacale nonché emblema di Venezia (città da lei amata), non poteva mancare tra i doodle del J12·20. Così come il viso della stessa Gabrielle Chanel, il suo ritratto immortalato con la paglietta. A ricordare che ormai la sua figura e la sua personalità sono entrate nel mito.

    Noto però con piacere che tra i simboli del J12·20 manca il logo, la doppia C: troppo scontato, forse, e la maison rifugge dall’ovvio (lo ha dimostrato più volte). Ci sono invece, incastonati qua e là senza un ordine apparente, 12 (o 20) piccoli diamanti – probabile omaggio allo stesso J12 (e al suo compleanno). Gli stessi disegni del resto sono disseminati sulla cassa dell’orologio quasi in modo casuale, come se Arnaud Chastaingt – il Direttore del Watches Creation Studio di Chanel che li ha creati – li avesse tracciati a mano libera, di getto, senza pensare. Visto in quest’ottica, il J12·20 diventa in pratica una sorta di tela, di foglio bianco pronto a ricevere i segni grafici, i graffiti (in senso letterale) dell’artista.

    E questa impressione è accentuata da due delle quattro referenze del J12·20, in cui i pattern sono localizzati in porzioni delimitate di lunetta e quadrante, rodiati sulla superficie laccata. Per saperne di più sull’intera collezione, vi rimando alle didascalie. Qui basti invece aggiungere che nelle altre due referenze, i disegni rivestono interamente “il volto” dell’orologio e sono realizzati in smalto champlevé. Diverse anche le tirature limitate: 2.020 esemplari per la prima versione, solo 5 l’altra.

    In tutti i casi, comunque (lo ribadisco), il J12·20 è sempre sé stesso, immutato e identificabile: solo più giovane e più irriverente del solito. In linea con il proverbiale spirito ribelle di Coco Chanel: una donna capace di sfidare le convenzioni e ignorare i formalismi, di abbracciare le novità e anticipare le tendenze. In questo senso il J12·20 recupera i codici più classici della casa, li reinterpreta in chiave grafica, ne fa un mix modernissimo e un po’ sfrontato. Immanente, più che mai attuale, è un J12 aggiornato con i tempi. È il tempo secondo Chanel.

  • Calatrava Ref. 6007A-001. Patek Philippe celebra la nuova manifattura

    Calatrava Ref. 6007A-001. Patek Philippe celebra la nuova manifattura

    Avviso ai collezionisti. Mettete in agenda questo orologio: Patek Philippe Calatrava Ref. 6007A-001. Come al solito con Patek Philippe si è costretti a segnare la cosiddetta “referenza”, ossia il numero commercialmente assegnato a qualunque prodotto. Si perde il fascino del nome, ma resta quello della collezione.

    Per quale ragione bisognerebbe eccitarsi per questo Calatrava Ref. 6007A-001? Perché sarà prodotto in soli 1000 esemplari, che per molte altre marche potrebbero anche essere molti, ma nel caso di Patek Philippe scatenerà una caccia selvaggia. E poi perché la forma della cassa è inedita. E poi perché la cassa è realizzata in acciaio, materiale raro per il marchio. E poi perché… Ma andiamo con ordine.

    Il Calatrava Ref. 6007A-001 nasce per festeggiare l’apertura, avvenuta lo scorso febbraio, della nuova fabbrica di Plan-les-Ouates, un piccolo Comune (circa 10.000 abitanti) a pochissima distanza da Ginevra. La fabbrica – imponente – è stata voluta da Thierry Stern (il proprietario di Patek Philippe) per riunire sotto uno stesso tetto ogni singola attività del marchio.

    Ricordo che anche il padre di Thierry, Philippe, aveva a suo tempo aperto una fabbrica sempre a Plan-les-Ouates: ogni generazione della famiglia Stern lascia il proprio segno, forte e chiaro. La fabbrica è un “bestione” di 10 piani, lunga oltre 189 metri e larga 67. La superficie è di 133.650 metri quadrati, è costata 600 milioni di franchi svizzeri (di cui 100 solo per attrezzature tecniche) e rispetta il più alto livello svizzero delle normative sulla compatibilità ambientale.

    Bene, mi dirà qualcuno in grado – beato lui o lei – di comprare un Patek Philippe: finalmente aumenteranno la produzione. Thierry Stern lo ha già detto chiaro e tondo: non se ne parla. 62mila circa era la quantità d’orologi precedente e quella rimane. E allora cosa ce ne frega? Ce ne frega eccome, perché finalmente la produzione potrà avere ritmi migliori e passerà (un po’) meno tempo fra la presentazione di un modello e il suo arrivo nei concessionari. Il tentativo, insomma, è quello di ridurre i tempi d’attesa che talvolta si contano in anni. E migliorare ulteriormente la qualità grazie all’impiego di macchine utensili più moderne.

    La Ref. 6007A-001 appartiene alla collezione Calatrava, e ha la cassa in acciaio di 40 millimetri di diametro all’interno della quale è montato il Calibro 324 S C, meccanico a carica automatica. Lo stesso di altri Calatrava, di molti Nautilus e di alcuni Aquanaut. Secondi al centro, datario a finestrella, 217 componenti montati su 29 rubini, è uno dei calibri più affidabili di Patek e proprio per questo viene montato negli orologi più sportivi.

    Parliamo dell’estetica. Fermo restando il fatto che sui gusti personali non si discute, ho notato sui social giudizi decisamente tagliati con l’accetta – i francesi direbbero tranchant. Alcuni sono degli evidenti “vorrei, ma non posso”, derivati sulla folle logica che se sparo su qualcuno di importante allora sono importante anch’io. Lasciamo perdere.

    Ma altri commettono l’errore – certo in buona fede – di valutare in base a poche foto viste sul cellulare o comunque su uno schermo di ridotte dimensioni. Leggere un orologio non è semplice e richiede preferibilmente un “contatto diretto” perché sono i dettagli a far la differenza. Quando ciò non è possibile (la Ref. 6007A-001 è arrivata da noi in pochissimi esemplari), allora non resta che affidarsi alle foto, è vero. E però servono ingrandimenti piuttosto forti per poter apprezzare i dettagli e cercare di valutare le differenze.

    I dettagli di questo Patek Philippe sono, come sempre, all’altezza del marchio. Noto la finitura lucida della cassa, preziosa anche per via della lunetta fortemente bombata per raccordarsi al vetro (e realizzare quella bombatura comporta un costo in più non indifferente in fase di finitura). Noto la parte terminale delle anse, verticale, stilisticamente più moderna. Noto il fondello chiuso a vite e mi chiedo fosse mai un antipasto di un futuro orologio a forte impermeabilità.

    Il movimento è visibile attraverso il fondello sul cui vetro è impressa una scritta commemorativa. All’interno, ovviamente, per impedire che il trascorrere degli anni la possano far sbiadire. Noto anche come la corona sia “importante”, ben fatta e renda plausibile, tecnicamente, una trasformazione a vite o con doppia guarnizione: chissà.

    Noto nella parte centrale del quadrante blu un motivo guilloché realizzato con qualità superlativa (un’ulteriore rarità, per i rari modelli in acciaio), che Patek aveva già utilizzato in passato. E noto che le lancette sono ben trattate di materiale luminescente. Se poi aggiungiamo che il materiale luminescente è usato con generosità anche sugli indici applicati, il sospetto (o la sola speranza) di un modello ad alta impermeabilità diviene ancor più forte.

    Ma anche lasciando da parte il futuro (sto ancora sperando in una versione per uomo del Twenty~4), il Patek Philippe Calatrava Ref. 6007A-001 rimane un boccone prelibato per i collezionisti. Un orologio destinato ad aumenti di valore anche consistenti, nel medio e lungo termine.

  • “Watch Update”: cosa diavolo è?

    “Watch Update”: cosa diavolo è?

    Si chiama Watch Update ed è, come dice il nome, un aggiornamento della situazione dell’orologeria e quindi degli orologi. Prima l’orologeria. Perché è l’orologeria che fa gli orologi e non il contrario. Watch Update è un aggiornamento che durerà almeno un mese, un mese e mezzo, perché mai come oggi la situazione è fluida: dall’eccessiva fiducia nel mercato cinese (la crisi politica di Hong Kong aveva già dato una potente sberla all’intero mercato del lusso) all’emergenza derivante dalla pandemia Covid 19, sembra proprio che sia necessario rivedere molte cose. In orologeria come in molti altri settori.

    E l’orologeria si prepara a reagire, a riorganizzare le truppe – come un esercito dopo una batosta. Quindi una parte importante del Watch Update sarà riservata a questo argomento, come ulteriore dimostrazione che qui non c’è nulla da nascondere, nulla che non si possa dire al pubblico dei compratori e dei semplici appassionati. Condividere.

    Watch Update è, per certi versi, la continuazione su un media diverso di ciò che sono stati, per oltre vent’anni, i supplementi ai quotidiani cui ho lavorato, appunto, per tutto questo tempo. Questo mi rende migliore? No, non credo. Ma mi trasforma in un “maturo giornalista” molto ricco d’esperienza. Esperienza che uso “al futuro”, non per parlare dei “bei tempi di una volta”. Ancora oggi non mi stanco di cercare il nuovo, le strade di domani. Certo, sono il primo a controllare che una certa dose di temerarietà non derivi dal rincoglionimento senile, ma direi di aver ancora tempo soprattutto grazie all’aiuto di Daniela Fagnola. Che, come direttore del Giornale degli Orologi e con una trentennale esperienza di giornalismo, verifica quotidianamente il mio grado di lucidità mentale. Gli indomiti vecchietti vanno sempre tenuti un po’ a bada.

    E quindi Watch Update è un supplemento telematico. Lo riconoscerete per un sigillo verde posto su ognuno degli articoli scritti appositamente, mentre continua il lavoro usuale del Giornale degli Orologi. Ci saranno anche su Watch Update gli approfondimenti relativi agli orologi più interessanti perché in qualche modo più emblematici dei tanti modi in cui si può fare orologeria. Senza – o quasi – esclusioni, perché noi siamo giornalisti, non censori. I nostri gusti personali non contano.

    Ci saranno spazi tematici per le notizie di attualità più in breve, con tutte le indicazioni che saremo in grado di fornire. Ci saranno interviste su come, chi e perché ha prodotto un orologio. E ci saranno le opinioni, i sogni e le paure degli operatori del settore – tutti –, raccolte in un momento complesso, per molti versi grave. È un periodo, come dicevo, di ricostruzione: bisognerà capire cosa tenere del passato – e come; bisognerà saper innovare per affascinare anche il pubblico nuovo, sempre ricordando che l’orologeria esiste da secoli. E quindi è come un fiume che nasce nel passato e scorre nel presente, muovendosi verso la foce del futuro.

    Noi siamo qui per cercare di spiegarlo, per tentare di comprendere insieme l’orologeria che fa nascere gli orologi. Che siano i capolavori della micromeccanica o gli esperimenti dell’elettronica. Perché voi lettori, singolarmente, potete decidere che quelli meccanici sono veri orologi, loro soltanto, e l’elettronica sterco del diavolo. Ma noi dobbiamo ricordare che uno stesso atteggiamento faceva considerare gli orologi da polso, circa un secolo fa, roba per donne o per uomini di dubbia virilità. Solo nella metà degli anni Trenta le vendite di orologi da polso superarono quelle dei “tasca”. Oggi considerati come curiosità, dinosauri sopravvissuti chissà perché.

    Grazie per avuto la pazienza di leggere questo editoriale.