Quella dell’anno scorso si chiamava Couture O’Clock. La precedente, Chanel Interstellar. Invece la capsule collection presentata in questi giorni a Watches and Wonders Geneva dalla Casa della Doppia C s’intitola Blush. Un nome sintetico ma rivelatore, perché rimanda immediatamente al mondo del beauty. Per i meno esperti di trucchi e belletti, il blush – detto fard, in passato – è il cosmetico che si applica su gote e zigomi per avere un aspetto sano e radioso (bonne mine, lo definiscono). Lanciata ora in anteprima, la Collection Capsule Horlogerie Chanel Blush uscirà in settembre e sarà composta da tanti esemplari delle diverse linee di orologi Chanel. Qui mi concentro su un modello solo, il J12: o meglio cinque J12, tante sono le referenze racchiuse nel cofanetto J12 “Dripping Art“. Un box a sua volta replicato in cinque pezzi, che – c’è da scommetterci – i collezionisti si aggiudicheranno in tempi record.
La Bellezza secondo Chanel
A quanti non colgono il nesso fra l’orologeria, la beauté, l’arte e Chanel, cerco di chiarire le idee. Mademoiselle Coco è stata un’antesignana del concetto di lifestyle applicato alla moda. Già negli anni Venti esordisce con le linee di accessori Chanel, cui dedica una boutique nel ’29. Nel 1932 crea la prima collezione di alta gioielleria, nel ’34 inaugura l’atelier dei bijoux… E in parallelo estende l’attività anche nella sfera della cosmesi.
Nel 1921 lancia il mitico N° 5, una fragranza rivoluzionaria sviluppata con Ernst Beaux e composta da 83 componenti, tuttora il profumo più famoso al mondo. Seguito, negli anni successivi, da altre essenze: Gardenia, Bois des Iles, Cuir de Russie… Intanto, nel 1924, istituisce la Societé des Parfums Chanel per mettere in commercio non solo i profumi, ma anche i prodotti di bellezza, che esprimono la sua personale concezione di cura del viso e del maquillage.
In primis il rossetto, prodotto nello stabilimento di Pantin. (“Se siete tristi, se avete un problema d’amore, truccatevi, mettetevi il rossetto rosso e andate all’attacco…”: è una sua celebre esortazione rivolta alle donne). Lei stessa se ne faceva preparare uno per uso personale, color vermiglio intenso (si dice che, dopo averlo messo sulle labbra, lo tamponasse con un velo di cipria per conferirgli maggiore tenacia).
Ma la società riguarda anche tutti gli altri elementi del trucco, che Mademoiselle tratta alla stregua dei complementi di moda, in ogni aspetto. Così, nel ’34, inventa un ombretto color oro. E l’anno dopo adotta la bachelite – usata all’epoca per fabbricare i cruscotti delle automobili – per le confezioni dei cosmetici, piccoli astucci neri che evocano lusso ed esclusività. Dai quali deriva il packaging di oggi: più che scatoline, scrigni in miniatura, laccati neri e personalizzati dalla doppia C intrecciata, al centro di un vero e proprio feticismo.
La capsule collection Blush
Ancora ai nostri giorni, profumi, skincare e make-up sono categorie fondamentali nel patrimonio culturale e nell’economia della Maison. Formano un universo complesso e affascinante, in cui l’alta tecnologia s’incontra con la ricerca scientifica, per mettere a punto texture ed emulsioni innovative, mix di oli, cere e principi attivi, pigmenti policromi rivoluzionari, balsami pastosi e idratanti, polveri illuminanti o metallizzate…
Così, palette di rosa, di rossi, toni neutri e colori della terra, sfumature dall’indaco all’azzurro ghiaccio, tinte cangianti e sfaccettate (anche derivate dalle cartelle tessuti della Couture) danno vita a infinite collezioni per gli occhi, le labbra, le mani, la pelle… Un po’ giochi, un po’ coccole per le donne che li usano, gli oggetti beauty di Chanel sono invece diventati per Arnaud Chastaingt, Direttore dello Studio de Création Horlogerie, una fonte di ispirazione per la capsule collection Blush.
Ma il Creativo della Maison non si è limitato a riprendere i componenti del trucco – la cipria, il rossetto l’ombretto… – per riproporli sui quadranti. Li ha invece trasformati. Talvolta ne ha ricavato semplici suggestioni cromatiche, altre autentiche trasposizioni artistiche. Fantasiose metamorfosi in cui il materiale originario si trasfigura in forme, tecniche e correnti ripescate dalla storia dell’arte, subito riconoscibili da parte di chi ha abbastanza cultura personale da coglierne i riferimenti.
Lo dichiara lui stesso nel comunicato ufficiale: «In orologeria, queste tavolozze, matite, pennelli, pigmenti e texture mi hanno portato a fare collegamenti con movimenti artistici come la Dripping Art e la Pop Art. Perché non “truccare” il tempo per renderlo più bello? Così, ho operato questa mise en beauté su tutta la collezione».
ll coffret J12 “Dripping Art”
Nel caso del coffret J12 “Dripping Art”, l’idea deriva dallo smalto per unghie – che nella realtà si chiama Le Vernis de Chanel. Fatto con una formula ad alta concentrazione di pigmenti arricchita con eco-ceramidi di camelia (un ingrediente di origine naturale, sviluppato in esclusiva), lo smalto crea sulle unghie un film sottile e resistente, perfettamente coprente e uniforme, dall’effetto lacca ultra-brillante. Ed è naturalmente declinato in tantissimi colori vibranti.
Chastaingt ha scelto cinque nuance di rosa/rosso (dal nudo al mattone) per simularne l’applicazione su lunetta e quadrante del J12. Ma non ha steso il colore in maniera ordinata e precisa, con pennellate regolari e omogenee. Piuttosto ha seguito la tecnica dell’Action Painting americano, il dripping appunto, in cui la vernice è fatta sgocciolare dall’alto o lanciata sulle superfici con pennelli, bastoni o semplicemente con le dita.
Un po’ come Pollock, de Kooning o, più tardi, Rothko e gli altri pittori dell’espressionismo astratto, Chastaingt sembra aver messo in fila, allineati per bene uno accanto all’altro, gli esemplari del J12 per dipingerli con tratti continui, casuali, gocce e sovrapposizioni cromatiche. Ha raggiunto quindi un risultato finale di massima libertà espressiva, che trasmette quel senso di movimento, di spontaneità e imprevedibilità, tipici dell’arte contemporanea.
Solo che nel coffret J12 “Dripping Art” non c’è alcuna tela. Ci sono invece cinque esemplari in ceramica nera ad alta resistenza – prodotta “in casa” nella Manifattura di La Chaux-de-Fonds -, impreziositi con smalti policromi. Ma mettere a punto un processo efficace di decorazione della ceramica con la tecnica dello smalto Grand Feu non è stato affatto facile. I tecnici della Maison hanno impiegato più di 200 ore di ricerca per fondere i materiali e hanno dovuto realizzare un centinaio di prove colore per ottenere le tonalità desiderate. Ma alla fine ci sono riusciti.
Le caratteristiche del J12 “Dripping Art”
Il risultato è sotto gli occhi di tutti e non c’è bisogno di essere critici d’arte per valutarlo. Io mi limito ancora a raccontare in breve le caratteristiche principali degli orologi. Che sono quelle ben note dei J12 già in collezione: come i 38 mm di diametro della cassa, il quadrante e l’inserto della lunetta in ceramica, come il bracciale leggermente rastremato, a tre file, chiuso dalla tripla fibbia déployante – ormai un “classico” della collezione.
Quanto alla meccanica, il J12 “Dripping Art” monta il consueto Calibre 12.1: il movimento a carica automatica sviluppato in collaborazione con Kenissi. Che si può definire in-house perché Chanel possiede una quota di partecipazione della società di Le Locle. Il Giornale degli Orologi se n’è occupato a tempo debito, quindi non entro nei dettagli. Mi limito a scrivere che si tratta di un movimento di moderna concezione, capace di rispondere alle esigenze del pubblico attuale, dalle prestazioni cronometriche attestate dal Cosc.
L’esclusività del cofanetto J12 “Dripping Art”, implicita nella tiratura estremamente limitata, trova conferma anche nel prezzo: 300mila euro. Solo per pochi, in tutti i sensi.