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Tag: smalto Grand Feu

  • Patek Philippe 5370R, il cronografo (sdoppiante) rivisitato

    Patek Philippe 5370R, il cronografo (sdoppiante) rivisitato

    È incredibile. Mi occupo di orologi da quasi trent’anni, eppure mi stupisco ancora ogni volta che vedo la trasformazione di qualche esemplare. Come nel caso del Patek Philippe 5370R, presentato a Watches and Wonders Geneva la scorsa primavera. Che non è affatto una novità – è uscito una prima volta nel 2015 e poi ancora nel 2020 – ma lo sembra proprio, tanto importante è il ruolo dell’estetica… Mi spiego meglio.

    Il nuovo habillage del Patek Philippe 5370R

    Il Patek Philippe 5370R ha seguito il percorso codificato dalle consuetudini dell’orologeria elvetica. Quindi è apparso prima con la cassa in platino, in assoluto il metallo più prezioso, e poi in oro, per ora nella tonalità più calda del rosa. In futuro chissà: sarà probabile vederlo in oro giallo, difficile in oro bianco, praticamente impossibile in acciaio. Perché si tratta di una Grande Complicazione, che la Manifattura ginevrina per tradizione non declina mai nel metallo più comune… .

    Le due versioni del passato, dicevo, avevano entrambe la cassa in platino e si differenziavano per il colore del quadrante in smalto Grand Feu: dapprima nero, poi blu. Risultato: un look estremamente sobrio e formale, certo elegantissimo, ma – a guardarlo col senno di poi – forse un po’ freddo, proprio per lo splendore algido del metallo e per il rigore della monocromia. Ora invece non solo ha la cassa in oro rosa – lega dai toni più ricchi e solari – ma ha anche il quadrante bicolore: sempre in smalto Grand Feu, ma giocato nei toni del panna e del cioccolato.

    Sfumature complementari, che trasmettono sensazioni di chic rilassato e insieme di saldo, potente vigore. Sono certa di non aver mai visto prima un cronografo Patek bicolore, almeno non fra i modelli di produzione contemporanea (se l’effetto è questo, mi auguro che non sarà l’unico). Però ciò che mi ha colpito a Ginevra è stata la consapevolezza di trovarmi davanti a qualcosa di assolutamente nuovo, ma allo stesso tempo inconfondibilmente Patek. Non so se rendo l’idea, è difficile da spiegare. Un senso di modernità ma ugualmente rassicurante. Qualcosa di inedito, ma nato già come “grande classico”.

    Lo smalto Grand Feu

    Ora, il fascino sprigionato dal Patek Philippe 5370R deriva proprio dallo smalto Grand feu del quadrante, me ne rendo conto. Un quadrante realizzato a partire da un disco d’oro, naturalmente. Ma dalla realizzazione complessa, perché è suddiviso in quattro parti: l’anello perimetrale in smalto champlevé, lo sfondo del display, i due contatori per i secondi continui e i minuti crono. Il che significa che ciascun elemento è stato dipinto a mano, ha subito le numerose fasi di lavorazione richieste dallo smalto, e poi assemblato. Fino a comporre l’armonia racchiusa all’interno della cassa.

    Non mi stancherò mai di ripetere le difficoltà implicite nella tecnica dello smalto. I tanti passaggi necessari fra preparazione, trattamento, cottura in forno, ciascuno eseguito più volte prima di arrivare alla finitura finale. E le ripetizioni che amplificano i rischi, li sommano in modo esponenziale. Perché non sai mai come lo smalto reagirà alla temperatura, se ne uscirà integro o si gonfierà, si fessurerà, se il colore sarà quello desiderato… Incognite che si ripetono ancora e ancora per ogni singolo componente. Vita dura quella del maestro smaltatore, che a un certo punto può essere costretto a buttar via ore di lavoro e dover ripartire da capo.

    Il cronografo rattrapante. O meglio sdoppiante

    Alle difficoltà insite nell’habillage però vanno aggiunte quelle della meccanica. Il cronografo à rattrapante, per definizione, è un orologio complicato – difficile da progettare e da realizzare. Perché in pratica è un doppio cronografo – non a caso i tedeschi lo chiamano doppelchronograph -, che permette di misurare eventi che iniziano simultanteamente e finiscono in momenti diversi. Per esempio, i tempi intermedi di una gara su circuito o il taglio del traguardo di diversi concorrenti. È dotato infatti di due lancette dei secondi cronografici che funzionano in sincrono ma, su richiesta, si possono separare per compiere misurazioni differenti. La lancetta centrale dei secondi crono cioè “si sdoppia“: ecco perché in italiano lo si definisce più correttamente “cronografo sdoppiante“.

    Ve la faccio breve. Come in qualsiasi cronografo, premo il pulsante al 2 per far partire la misurazione. Se poi a un certo punto, quando voglio/quando serve, premo il pulsante al 3 coassiale alla corona di carica, una lancetta centrale dei secondi crono si ferma, e ti consente di prendere il tempo. L’altra, invece, continua regolarmente il proprio moto finché non la arresto, come sempre con il pulsante al 2. Infine, una pressione sul pulsante al 4 azzera come al solito tutte le lancette. Ovviamente posso ripetere la sequenza quante volte voglio, e quindi leggere i relativi risultati. Se infatti premo una seconda volta il pulsante sulla corona, la lancetta dei secondi sdoppianti si riallinea a quella che ha continuato a marciare. In francese del resto rattraper significa proprio recuperare, raggiungere, riprendere.

    Va da sé che questa sequenza di operazioni, quando attivata, richiede il consumo di grandi quantità di energia, improvvise e non pianificabili. E la cosa va a influire in un sistema – il cronografo – energivoro (e poco preciso) già di suo. Di conseguenza il dispositivo sdoppiante pone anche problemi di gestione dell’energia, oltre a quelli costruttivi di leve, camme e molle, caratteristici della funzione stessa. Ora, io qui semplifico al massimo il discorso, per questioni di spazio. Ma se andate a rileggere quello che aveva scritto Augusto Veroni a proposito del 5370P con quadrante blu, potrete capire maggiormente la complessità della situazione. E vi chiarirete un po’ le idee.

    Il movimento del Patek Philippe 5370R

    Devo dire che la Maison padroneggia perfettamente la complicazione. Ha firmato il suo primo cronografo à rattrapante da polso nel lontanissimo 1920, quindi ha alle spalle un secolo di esperienza al riguardo. Che ha concentrato proprio nel calibro CHR 29-535 PS montato all’interno del Patek Philippe 5370R, un movimento concepito e fabbricato “in casa”. Presentato nel 2015, è lo sviluppo dell’omonimo calibro cronografico “semplice” lanciato nel 2009, cui appunto è stata aggiunta la funzione sdoppiante dotata di una serie di migliorie. Ed è un movimento cronografico à rattrapante definito “a due tempi”, per distinguerlo dal cronografo monopulsante à rattrapante “a tre tempi”. In quest’ultimo le tre funzioni del cronografo si attivano con il pulsante e integrato nella corona e con l’apposito pulsante per la funzione sdoppiante.

    Per saperne di più sono andata a recuperare i documenti ufficiali divulgati da Patek nel 2015, in cui era descritto come “un connubio di tradizione e innovazione”. Qui sotto vi riporto qualche stralcio, così da farvi conoscere le innovazioni (brevettate) e le ottimizzazioni: “Il collegamento con il passato lo si legge nell’architettura di base con carica manuale, comando con ruote a colonne e innesto orizzontale a ruote, che per numerosi appassionati di meccanica orologiera rimane il nec plus ultra del cronografo”. I meno tecnici dei nostri lettori, cui non interessano i dettagli costruttivi, possono saltare il prossimo paragrafo e passare direttamente all’ultimo. Le righe che seguono sono riprese pari pari dalla cartella stampa.

    Informazioni tecniche

    • Le ruote d’innesto sono dotate di profili brevettati dei denti che aumentano il rendimento nella trasmissione dell’energia e riducono l’usura.
    • La regolazione della penetrazione tra le ruote d’innesto non viene effettuata, come di consueto, mediante un eccentrico posto a fianco della bascula d’innesto, bensì, molto più precisamente e semplicemente, grazie a un grande “cappello eccentrico” posizionato sopra la ruota a colonne all’estremità della bascula d’innesto.
    • I martelli di azzeramento autoregolanti, che ruotano “tra rubini”, riducono il bisogno di manutenzione.
    • La leva di blocco (per arrestare il mobile del cronografo) è direttamente sincronizzata con la bascula d’innesto.
    • La camma del contatore dei minuti è traforata in modo da ammortizzare gli urti durante l’operazione di azzeramento, invece di bloccare bruscamente la lancetta del cronografo e la lancetta sdoppiante.

    Le novità a livello del meccanismo sono accompagnate da innovazioni che riguardano esclusivamente la funzione sdoppiante:

    • Un isolatore innovativo per la leva della rattrapante separa il mobile della rattrapante da quello del cronografo, quando la lancetta sdoppiante viene fermata per indicare un tempo intermedio. E ciò evita inutili frizioni e non incide sull’ampiezza del bilanciere quando la lancetta sdoppiante è ferma.
    • La leva della rattrapante con rullo tra due superfici piane garantisce il posizionamento perfetto delle lancette del cronografo e della rattrapante quando queste si trovano sovrapposte.

    Conclusioni

    Concludo come d’abitudine con alcune informazioni pratiche. Il Patek Philippe 5370R è andato a sostituire le precedenti versioni in platino, ormai fuori catalogo. Non è in tiratura limitata, ma in produzione limitata, nel senso che la quantità è naturalmente circoscritta dalle capacità pratiche di produzione. Costa 291.057 euro, più o meno quanto un appartamento di un certo tipo. Un prezzo elevato, siamo tutti d’accordo, che solo pochi fortunati si possono permettere. Ma che andrà a rivalutarsi nel tempo, come tutti i complicati di Patek Philippe, questo è certo. Così come è sicuro che ad acquistarlo saranno quei collezionisti che non solo hanno le capacità economiche, ma soprattutto la cultura orologiera per comprenderlo.

  • Tradition Seconde Rétrograde 7035, Breguet continua a far festa

    Tradition Seconde Rétrograde 7035, Breguet continua a far festa

    Un traguardo importante quello dei 250 anni. Lo festeggia in questo 2025 Breguet, che fino a dicembre continuerà a lanciare esemplari dedicati appunto all’anniversario. Il primo è stato il Classique Souscription, presentato il mese scorso. Ora è la volta del Tradition Seconde Rétrograde 7035, che di quel precente è un po’ il seguito ideale, come vedremo poi. E già fin d’ora sembra logico ipotizzare che tutti gli orologi celebrativi in uscita vorranno ripercorrere la storia della Casa. Rendere omaggio ad Abraham-Louis Breguet e alle sue invenzioni, ma anche al passato più recente della Maison da lui fondata. In un modo o nell’altro, per tappe, senza seguire un ordine cronologico quanto piuttosto logico. O almeno, così mi sembra di intuire.

    La collezione Tradition

    Uscita vent’anni fa, la collezione Tradition prende dichiaratamente ispirazione dagli “orologi da sottoscrizione” – proprio come il Classique Souscription. Erano esemplari da tasca dall’architettura semplice, privi di complicazioni: costruiti dal Maestro negli anni Novanta del ‘700, furono promossi nel 1796 con un dépliant pubblicitario ante litteram, che ne spiegava il sistema di pre-vendita tramite acconto (per usare parole di oggi). Poi, nel 1799, la stessa costruzione meccanica servì come base per i cosiddetti “orologi a tatto“, che permettevano di conoscere l’orario toccando una lancetta a freccia posta all’esterno della cassa e gli indici sulla carrure.

    Mix di questi due tipologie storiche, la collezione Tradition fin dagli esordi si distingue proprio per come è fatta: sposta la visualizzazione di ore e minuti in un piccolo quadrante decentrato per mettere in mostra i principali componenti del movimento ben in vista sulla platina. Il primo modello, del 2005, ha la cassa in oro giallo e il movimento meccanico a carica manuale con indicazione dell’autonomia residua (referenza 7027). Mentre l’anno dopo esce con la cassa in oro bianco e il movimento automatico con la stessa piccola complicazione (ref. 7037). Così, la collezione rivela subito grandi doti di trasformismo – e nel corso degli anni acquisisce diverse funzioni. Via via ecco dunque il Tradition con doppio fuso orario, con tourbillon, in versione cronografo, con datario retrogrado…

    Tradition Seconde Rétrograde: due modelli a confronto

    Risale al 2015 la referenza 7097, tuttora in produzione. Un modello con la lancetta dei secondi ad andamento retrogrado, che si può considerare a pieno diritto il predecessore dell’attuale Tradition Seconde Rétrograde 7035. Anche se i due esemplari hanno molteplici differenze. A cominciare dalla cassa: realizzata in oro bianco con un diametro di 40 mm nel 7097, nel 7035 misura 38 mm ed è in oro Breguet. Una lega esclusiva, sviluppata appositamente per il 250° anniversario: già apparsa nel Classique Souscription, è composta per il 75% di oro e per l’altro 25% di argento, rame e palladio.

    Diverso è anche il quadrante decentrato, che nella ref. 7097 è semplicemente in oro argentato e decorato a mano con un guilloché a Clou de Paris. Nella ref. 7035 invece presenta una decorazione personalizzata, un tipo di guillochage chiamato Quai de l’Horloge, in omaggio alla strada parigina in cui si trovava l’atelier del fondatore, aperto nel 1775 sull’Ile de la Cité. Il motivo – fanno sapere dalla Casa Madre – prende ispirazione dai bracci della Senna così come risultano dal Plan de Turgot, una celebre mappa della Città creata proprio nel XVIII secolo e oggi conservata al Louvre. Si tratta di una veduta prospettica commissionata dal Capo della municipalità parigina Michel-Etienne Turgot (1690/1751) a un artista, il maestro incisore Louis de Bretez, e che oggi è considerata una delle più belle mappe di Parigi mai eseguite.

    Del resto, va detto che il guillochage è uno dei mestieri d’arte di cui la Maison Breguet va più fiera. Ma oltre a essere finemente inciso a mano, il quadrante del Tradition Seconde Rétrograde 7035 è anche rivestito di smalto Grand Feu traslucido blu. Blu Breguet, naturalmente: quella specifica sfumatura che contraddistingue gli esemplari della Casa, diventata nel tempo uno dei codici stilistici più emblematici. Una tonalità che qui assume riflessi più o meno profondi proprio grazie all’incisione sottostante. Il blu comunque tinge anche la sottile lancetta a bastone dei secondi retrogradi, posta a ore 10. E le viti del movimento: tutte in acciaio azzurrato alla fiamma, nel rispetto della grande orologeria di tradizione.

    Il calibro 505SR

    A proposito della meccanica, il nuovo Tradition Seconde Rétrograde 7035 condivide con la ref. 7097 il movimento: il calibro 505SR. Emblematica della particolare architettura è anche la massa oscillante che presiede la carica automatica, dall’insolita forma a scudo – o a mezzaluna, come la definisce il comunicato ufficiale. Un retaggio degli orologi “perpetui” inventati da Abraham-Louis Breguet, antesignani dei moderni automatici. Nella ref. 7097 la massa oscillante è in oro, nella ref. 7035 è invece in platino – un metallo dal peso specifico elevato, che ne ottimizza le prestazioni. Ma, soprattutto, il calibro 505SR di ultima generazione ha la platina e i ponti interamente in oro Breguet. La finitura grenaillé della platina era già presente nell’altro esemplare, invece i ponti e il coperchio del bariletto ora sono spazzolati.

    E poi c’è la questione della spirale, antimagnetica in entrambi i casi: mentre nel 7097 è in silicio (come i corni dell’àncora, dalla costruzione invertita), nel 7035 è in Nivachron™. Una scelta che dipende certo dal progredire della ricerca (la spirale in Nivachron™ è un’invenzione recente). Ma anche, con buone probabilità, dalla volontà di adottare componenti in materiali tradizionali, come il “caro, vecchio metallo” – per citare Augusto Veroni. Il titanio di base alla spirale in Nivachron™ supera le incognite future poste dal silicio ed è di gran lunga da preferire in un orologio con velleità eterne – com’è questo dell’anniversario. Per le altre caratteristiche tecniche, vi rimando alle didascalie.

    Ultimi dettagli del Tradition Seconde Rétrograde 7035

    Non mi resta che concludere, come sempre, con il prezzo al pubblico. Per avere il Tradition Seconde Rétrograde 7035 ci vogliono 51.200 euro, contro i 43.300 della Ref. 7097. Differenza di prezzo che deve tener conto dell’oro in quantità maggiore, della presenza del platino, dello smalto Grand Feu e di quanto vi ho raccontato finora. Merita un cenno anche il packaging: un astuccio in pelle rossa come quello del Classique Souscription. Ispirato alle scatole in marocchino dei tempi di Breguet, evidentemente sarà una costante degli esemplari anniversario.

  • Classique Souscription, il primo Breguet per l’anniversario

    Classique Souscription, il primo Breguet per l’anniversario

    C’è chi lo chiama il Leonardo da Vinci dell’orologeria. Perché Abraham-Louis Breguet – vissuto fra il 1747 e il 1823 – è famoso per gli innumerevoli dispositivi che hanno cambiato per sempre il volto e la tecnica degli strumenti meccanici per la misura del tempo: dal tourbillon alla molla sonora degli orologi a ripetizione (ovvero il gong), tanto per citarne un paio. In realtà non fu solo il geniale inventore che tutti conoscono. Fu anche uno straordinario imprenditore, un uomo di marketing ante litteram. Lo dimostra il nuovo Classique Souscription, riedizione in formato da polso di un particolare genere di “tasca” da lui creato.

    Devo sottolineare però che si tratta anche del primo esemplare lanciato dalla Maison Breguet per festeggiare i 250 anni dalla fondazione. Le celebrazioni proseguiranno per tutto questo 2025 con altri modelli, magari complicati (volete che non ci sia un tourbillon dell’anniversario?). Ma che per ora rimangono top-secret: quindi, concentriamoci su questo.

    La nascita dell’orologio da sottoscrizione

    Nel 1796, Abraham-Louis Breguet presentò una novità assoluta: il cosiddetto “orologio da sottoscrizione”. Come scrive Emmanuel Breguet nella monografia sui suoi avi pubblicata due secoli dopo, “si trattava di un orologio semplice da costruire, robusto, perfettamente affidabile e poco costoso, di grande diametro e dotato di un’unica lancetta”. Perché si chiamasse così lo spiegava il Maestro nell’opuscolo promozionale stampato ad hoc: “Il prezzo (…) sarà di 600 franchi. Un quarto della somma verrà pagato all’atto della sottoscrizione. La fabbricazione non subirà ritardi e la consegna rispetterà l’ordine di sottoscrizione”.

    L’esistenza e i contenuti della stessa brochure sono emblematici delle doti imprenditoriali di Abraham-Louis Breguet. Prima di tutto perché era una forma di materiale pubblicitario che, all’epoca, doveva avere ben pochi equivalenti. E poi perché, nel testo, spiegava che il denaro versato in anticipo sarebbe servito “per acquistare i pezzi occorrenti a quella che sembra quasi una produzione in serie”. In pratica il grande orologiaio in questo modo non solo si procurava la somma necessaria per coprire le prime spese, per esempio i costi dei materiali, ma soprattutto iniziava la produzione con la certezza della vendita e rischi limitati. In pratica produceva solo ciò che aveva già venduto (o sarebbe stato venduto a breve: noi oggi diremmo “in pre-ordine”). Sarà un azzardo, ma mi sembra che Breguet seguisse in nuce ciò che gli economisti contemporanei definiscono logica pull.

    I precedenti

    Come si legge in quello stesso volume, l’idea di realizzare orologi semplici e meno costosi, quindi accessibili a un pubblico più vasto, in realtà covava nella mente di Breguet da diverso tempo. I registri d’archivio riferiscono di un orologio “semplice a una lancetta”, il n. 188, venduto nel 1792 “all’ex vescovo di Autun, Monsieur de Talleyrand” (ennesimo cliente celebre!), e altri tre simili negli anni successivi. Il termine “sottoscrizione” appare per la prima volta a proposito dell’orologio n. 96, iniziato nel 1794 e venduto due anni dopo a tale Monsieur Coquille. Un altro esemplare, sperimentale, fu venduto nel ’97. Poi, la brochure pubblicitaria lanciò l’orologio da sottoscrizione su più larga scala.

    Il nuovo Classique Souscription ovviamente non segue le regole della sottoscrizione del passato, ma si rifà a quei precedenti – 700 in tutto, realizzati nell’arco di un ventennio – sia nell’estetica sia nella tecnica. Ne sono una prova gli esemplari riuniti nel Museo Breguet, a Parigi, «acquistati nel corso degli anni all’asta», come racconta sempre Emmanuel Breguet, Responsabile del patrimonio della Maison, «in argento e in oro, tra cui si trovano gli orologi n. 246, n. 324, n. 383, n. 1576 e n. 3424, straordinariamente ben conservati». Per inciso, gli orologi da sottoscrizione furono la base per lo sviluppo degli esemplari “a tatto”, che permettevano di conoscere l’ora semplicemente toccandoli: un’altra invenzione del grande orologiaio. Ma non divaghiamo…

    Il quadrante del Classique Souscription 2025

    Le affinità fra gli antichi predecessori e l’attuale Classique Souscription sono evidenti già nell’aspetto. A cominciare dal quadrante: oggi come allora in smalto bianco, con un’uniformità cromatica e una “pastosità” che solo la tecnica à Grand Feu può conferire. Scandito da una minuteria chemin de fer e dai numeri arabi Breguet – realizzati sempre in smalto, questa volta Petit Feu (quindi sottoposto a passaggi in forno a una temperatura più bassa degli 800°C richiesti dal Grand Feu) -, è dominato dall’unica lancetta centrale. Una lancetta particolare: dalla punta allungata e arcuata per meglio indicare ore e minuti insieme, sebbene come di consueto à pomme evidée e in acciaio azzurrato alla fiamma, per spiccare meglio sullo sfondo immacolato.

    Sotto la luce radente, fra il perno della lancetta e le ore 6, si legge poi la firma segreta, invisibile se non nelle giuste condizioni e a patto di conoscerne la presenza. Come tutti ricorderanno, nacque come vero e proprio sistema anticontraffazione: adottato da Breguet attorno al 1795 e generalizzato proprio con gli orologi da sottoscrizione, serviva a identificare gli esemplari autentici dalle copie, numerose già allora. La firma segreta, effettuata con un pantografo a punta secca e seguita sempre dal numero individuale dell’esemplare, nei pezzi d’antan con quadrante in smalto appare in genere incisa sotto il numero 12. Nel caso del nuovo Classique è accompagnata anche dalla scritta Souscription, a ribadirne l’identità.

    La cassa in oro Breguet

    Quindi la cassa. Rotonda, semplice, con la lunetta sottile e le anse arcuate, si differenzia dai modelli d’epoca in primis per le dimensioni ridotte: 40 mm di diametro anziché 61 – ovviamente per la trasposizione al polso. Ma si distingue soprattutto per il materiale. Il Classique Souscription 2025 è infatti realizzato in oro Breguet, una lega esclusiva, concepita e sviluppata “in casa”. Si tratta naturalmente di una lega a 18K, come vuole la legislazione attuale: e unisce al 75 per cento di oro altri metalli quali l’argento, il rame e il palladio (in percentuali non dichiarate).

    La tonalità unica, calda e leggermente rosata, prende ispirazione da quella del nobile metallo utilizzato nel XVIII secolo, ai tempi del fondatore della Maison. Oltre a offrire una maggiore fedeltà storica agli orologi d’epoca, almeno dal punto di vista cromatico, l’inedito oro Breguet rivela il savoir-faire orafo dei tecnici della Manifattura. E allo stesso tempo la volontà di innovare, di intraprendere nuovi percorsi: con coerenza, seguendo le orme di Abrahams-Louis Breguet.

    Il movimento “all’antica”

    Le similitudini fra gli orologi da sottoscrizione d’antan e il Classique Souscription di oggi continuano anche nella meccanica. Se si guarda attraverso il fondello in vetro zaffiro, si vede il nuovo calibro VS00, la cui architettura riprende proprio quella degli orologi da sottoscrizione, nella forma definitiva. I fan di Breguet e i conoscitori più appassionati della Maison non potranno non notare la netta somiglianza con i movimenti della collezione Tradition, che in effetti prende come modello proprio gli orologi da sottoscrizione (anche se con i componenti “a vista”, trasferiti sul lato quadrante).

    Oggi come allora si tratta di un calibro essenziale, robusto, facile da costruire, improntato su un estremo rigore ed equilibrio formale. La struttura simmetrica vede i ponti a gradino fissati sulla platina tramite viti, il treno del tempo e l’organo regolatore nella parte alta del movimento. Al centro invece si trova il grande bariletto, con la ruota a cricchetto decorata, incisa con una scritta in corsivo. Perfino la finitura finemente sabbiata di platina e ponti si ispira ai movimenti storici. A ben guardare, però, presenta un mix di “vecchio” e “nuovo” – com’è giusto che sia: sarebbe assurdo non applicare le tecnologie più attuali… Così, al tipico paracadute, il dispositivo antiurto inventato da Breguet nel 1790, fa da contraltare la spirale in Nivachron™, antimagnetica. Mentre l’autonomia raggiunge i 4 giorni, per rispondere alle esigenze del pubblico contemporaneo, ormai abituato ad avere orologi “a prova di weekend”.

    Packaging e prezzo

    Riporto come sempre ulteriori informazioni, più dettagliate, nelle didascalie. Qui concludo con le ultime, necessarie informazioni. I primi esemplari del Classique Souscription arriveranno a breve, già nei prossimi giorni, nelle boutique Breguet, e saranno in vendita a 53.600 euro. Considerato quanto ho scritto fin qui (la lega “di proprietà”, il quadrante in smalto, il nuovo movimento, le lavorazioni artigianali) mi sembra un prezzo corretto. Alto, è vero, ma non dimentichiamo che siamo nel contesto dell’alta orologeria. Ma merita un cenno anche la speciale confezione che racchiude l’orologio: un astuccio in marocchino rosso, la pregiata pelle a concia vegetale dalla grana fine e irregolare. Ispirato alle custodie utilizzate da Abraham-Louis Breguet, è fregiato da scritte in oro impresse a caldo, a sottolineare l’anniversario e l’esclusività della creazione.

  • J12 “Dripping Art”: il cofanetto Chanel fra make-up e mestieri rari

    J12 “Dripping Art”: il cofanetto Chanel fra make-up e mestieri rari

    Quella dell’anno scorso si chiamava Couture O’Clock. La precedente, Chanel Interstellar. Invece la capsule collection presentata in questi giorni a Watches and Wonders Geneva dalla Casa della Doppia C s’intitola Blush. Un nome sintetico ma rivelatore, perché rimanda immediatamente al mondo del beauty. Per i meno esperti di trucchi e belletti, il blush – detto fard, in passato – è il cosmetico che si applica su gote e zigomi per avere un aspetto sano e radioso (bonne mine, lo definiscono). Lanciata ora in anteprima, la Collection Capsule Horlogerie Chanel Blush uscirà in settembre e sarà composta da tanti esemplari delle diverse linee di orologi Chanel. Qui mi concentro su un modello solo, il J12: o meglio cinque J12, tante sono le referenze racchiuse nel cofanetto J12 “Dripping Art“. Un box a sua volta replicato in cinque pezzi, che – c’è da scommetterci – i collezionisti si aggiudicheranno in tempi record.

    La Bellezza secondo Chanel

    A quanti non colgono il nesso fra l’orologeria, la beauté, l’arte e Chanel, cerco di chiarire le idee. Mademoiselle Coco è stata un’antesignana del concetto di lifestyle applicato alla moda. Già negli anni Venti esordisce con le linee di accessori Chanel, cui dedica una boutique nel ’29. Nel 1932 crea la prima collezione di alta gioielleria, nel ’34 inaugura l’atelier dei bijoux… E in parallelo estende l’attività anche nella sfera della cosmesi.

    Nel 1921 lancia il mitico N° 5, una fragranza rivoluzionaria sviluppata con Ernst Beaux e composta da 83 componenti, tuttora il profumo più famoso al mondo. Seguito, negli anni successivi, da altre essenze: Gardenia, Bois des Iles, Cuir de Russie… Intanto, nel 1924, istituisce la Societé des Parfums Chanel per mettere in commercio non solo i profumi, ma anche i prodotti di bellezza, che esprimono la sua personale concezione di cura del viso e del maquillage.

    In primis il rossetto, prodotto nello stabilimento di Pantin. (“Se siete tristi, se avete un problema d’amore, truccatevi, mettetevi il rossetto rosso e andate all’attacco…”: è una sua celebre esortazione rivolta alle donne). Lei stessa se ne faceva preparare uno per uso personale, color vermiglio intenso (si dice che, dopo averlo messo sulle labbra, lo tamponasse con un velo di cipria per conferirgli maggiore tenacia).

    Ma la società riguarda anche tutti gli altri elementi del trucco, che Mademoiselle tratta alla stregua dei complementi di moda, in ogni aspetto. Così, nel ’34, inventa un ombretto color oro. E l’anno dopo adotta la bachelite – usata all’epoca per fabbricare i cruscotti delle automobili – per le confezioni dei cosmetici, piccoli astucci neri che evocano lusso ed esclusività. Dai quali deriva il packaging di oggi: più che scatoline, scrigni in miniatura, laccati neri e personalizzati dalla doppia C intrecciata, al centro di un vero e proprio feticismo.

    La capsule collection Blush

    Ancora ai nostri giorni, profumi, skincare e make-up sono categorie fondamentali nel patrimonio culturale e nell’economia della Maison. Formano un universo complesso e affascinante, in cui l’alta tecnologia s’incontra con la ricerca scientifica, per mettere a punto texture ed emulsioni innovative, mix di oli, cere e principi attivi, pigmenti policromi rivoluzionari, balsami pastosi e idratanti, polveri illuminanti o metallizzate…

    Così, palette di rosa, di rossi, toni neutri e colori della terra, sfumature dall’indaco all’azzurro ghiaccio, tinte cangianti e sfaccettate (anche derivate dalle cartelle tessuti della Couture) danno vita a infinite collezioni per gli occhi, le labbra, le mani, la pelle… Un po’ giochi, un po’ coccole per le donne che li usano, gli oggetti beauty di Chanel sono invece diventati per Arnaud Chastaingt, Direttore dello Studio de Création Horlogerie, una fonte di ispirazione per la capsule collection Blush.

    Ma il Creativo della Maison non si è limitato a riprendere i componenti del trucco – la cipria, il rossetto l’ombretto… – per riproporli sui quadranti. Li ha invece trasformati. Talvolta ne ha ricavato semplici suggestioni cromatiche, altre autentiche trasposizioni artistiche. Fantasiose metamorfosi in cui il materiale originario si trasfigura in forme, tecniche e correnti ripescate dalla storia dell’arte, subito riconoscibili da parte di chi ha abbastanza cultura personale da coglierne i riferimenti.

    Lo dichiara lui stesso nel comunicato ufficiale: «In orologeria, queste tavolozze, matite, pennelli, pigmenti e texture mi hanno portato a fare collegamenti con movimenti artistici come la Dripping Art e la Pop Art. Perché non “truccare” il tempo per renderlo più bello? Così, ho operato questa mise en beauté su tutta la collezione».

    ll coffret J12 “Dripping Art”

    Nel caso del coffret J12 “Dripping Art”, l’idea deriva dallo smalto per unghie – che nella realtà si chiama Le Vernis de Chanel. Fatto con una formula ad alta concentrazione di pigmenti arricchita con eco-ceramidi di camelia (un ingrediente di origine naturale, sviluppato in esclusiva), lo smalto crea sulle unghie un film sottile e resistente, perfettamente coprente e uniforme, dall’effetto lacca ultra-brillante. Ed è naturalmente declinato in tantissimi colori vibranti.

    Chastaingt ha scelto cinque nuance di rosa/rosso (dal nudo al mattone) per simularne l’applicazione su lunetta e quadrante del J12. Ma non ha steso il colore in maniera ordinata e precisa, con pennellate regolari e omogenee. Piuttosto ha seguito la tecnica dell’Action Painting americano, il dripping appunto, in cui la vernice è fatta sgocciolare dall’alto o lanciata sulle superfici con pennelli, bastoni o semplicemente con le dita.

    Un po’ come Pollock, de Kooning o, più tardi, Rothko e gli altri pittori dell’espressionismo astratto, Chastaingt sembra aver messo in fila, allineati per bene uno accanto all’altro, gli esemplari del J12 per dipingerli con tratti continui, casuali, gocce e sovrapposizioni cromatiche. Ha raggiunto quindi un risultato finale di massima libertà espressiva, che trasmette quel senso di movimento, di spontaneità e imprevedibilità, tipici dell’arte contemporanea.

    Solo che nel coffret J12 “Dripping Art” non c’è alcuna tela. Ci sono invece cinque esemplari in ceramica nera ad alta resistenza – prodotta “in casa” nella Manifattura di La Chaux-de-Fonds -, impreziositi con smalti policromi. Ma mettere a punto un processo efficace di decorazione della ceramica con la tecnica dello smalto Grand Feu non è stato affatto facile. I tecnici della Maison hanno impiegato più di 200 ore di ricerca per fondere i materiali e hanno dovuto realizzare un centinaio di prove colore per ottenere le tonalità desiderate. Ma alla fine ci sono riusciti.

    Le caratteristiche del J12 “Dripping Art”

    Il risultato è sotto gli occhi di tutti e non c’è bisogno di essere critici d’arte per valutarlo. Io mi limito ancora a raccontare in breve le caratteristiche principali degli orologi. Che sono quelle ben note dei J12 già in collezione: come i 38 mm di diametro della cassa, il quadrante e l’inserto della lunetta in ceramica, come il bracciale leggermente rastremato, a tre file, chiuso dalla tripla fibbia déployante – ormai un “classico” della collezione.

    Quanto alla meccanica, il J12 “Dripping Art” monta il consueto Calibre 12.1: il movimento a carica automatica sviluppato in collaborazione con Kenissi. Che si può definire in-house perché Chanel possiede una quota di partecipazione della società di Le Locle. Il Giornale degli Orologi se n’è occupato a tempo debito, quindi non entro nei dettagli. Mi limito a scrivere che si tratta di un movimento di moderna concezione, capace di rispondere alle esigenze del pubblico attuale, dalle prestazioni cronometriche attestate dal Cosc.

    L’esclusività del cofanetto J12 “Dripping Art”, implicita nella tiratura estremamente limitata, trova conferma anche nel prezzo: 300mila euro. Solo per pochi, in tutti i sensi.

  • Moser Streamliner Small Seconds Blue Enamel: bellezza e coraggio

    Moser Streamliner Small Seconds Blue Enamel: bellezza e coraggio

    Lo confesso: il Moser Streamliner è uno di quegli orologi per i quali sarei capace di fare una pazzia. Non stupitevi, quindi, se nelle prossime righe in cui scriverò del nuovo Streamliner Small Seconds Blue Enamel mi lascerò prendere un po’ la mano. Al diavolo il giornalismo anglosassone in cui i fatti sono separati dalle opinioni.

    Che l’orologio di H. Moser & Cie. sia un pezzo d’arte non è un’opinione ma un dato incontrovertibile, è esso stesso un fatto. Per cui non separo un bel niente e dichiaro subito che, per me, questo Moser Streamliner è uno dei solo tempo più belli attualmente in circolazione. E cercherò di spiegarvi per quale motivo, lasciando parlare non tanto le mie emozioni (di cui legittimamente poco o nulla importa a voi lettori) quanto l’orologio stesso. Sarà lui a convincervi della propria eccellenza.

    La cura dimagrante del Moser Streamliner

    Lo scrivo a ragion veduta, perché la scorsa primavera ho avuto il privilegio di visitare la manifattura di H. Moser & Cie. in Svizzera (come ho raccontato qui e qui) e di osservare da vicino come nascono gli orologi del Marchio, Streamliner in primis. Oltre, naturalmente, alla possibilità di provare al polso le varie referenze di questa collezione. Come spesso scrivo, indossare un orologio è il modo migliore per confermare un eventuale colpo di fulmine scoccato guardando una vetrina o un’immagine online o su carta. O per beccarsi una cocente delusione se, una volta al polso, la sensazione e la vestibilità risultano deludenti.

    Ebbene, parto proprio dalla vestibilità, perché la cassa del Moser Streamliner è una prova d’artista in fatto di ergonomia e di indossabilità. Lo è con le misure da 40 o 42,3 mm, figuriamoci con quella dello Streamliner Small Seconds Blue Enamel, scesa alla dimensione aurea di 39 mm. Per non parlare dello spessore, che arriva ora a 10,9 mm comprendendo il vetro.      

    Questa collezione fa della “aerodinamicità” delle forme il proprio tratto distintivo. Non a caso, il nome prende ispirazione dal design di alcuni treni ad alta velocità degli anni ’20 e ’30 dei quali l’orologio richiama le linee. Eppure, anche lo Streamliner ha sempre sofferto di quello che per Moser è stato a lungo un fattore limitante: le dimensioni, appunto. Limitate, principalmente, dalle dimensioni dei movimenti incassati negli orologi del Brand.

    Nel caso del Moser Streamliner Small Seconds Blue Enamel, un movimento più piccolo ha permesso alla Manifattura di ridurre la forma della cassa quanto basta per rifinire le linee dell’orologio. Un cambiamento all’apparenza minimo, che ha apportato però un miglioramento immediato. I lati della cassa sono infatti ancora più morbidi dall’alto verso il basso e dal quadrante alla lunetta, con una transizione più docile tra la cassa e il bracciale.

    Piccolo calibro, grande vantaggio

    Prodigi del nuovo calibro HMC 500. Proprio grazie a questo movimento l’orologio è leggermente più piccolo: è sceso di 1 mm in larghezza e di 0,9 mm di spessore. Il nuovo calibro di manifattura con micro-rotore è prodotto da H. Moser & Cie. al 100% e misura 30 mm per 4,5 mm di spessore. Numeri che lo rendono il movimento più piccolo realizzato dal Brand nel 21° secolo.

    Grazie al pesante rotore in platino e a componenti più piccoli e sottili, il calibro automatico HMC 500 offre anche 74 ore di riserva di carica. È indubbio che questa riduzione significativa delle dimensioni dei movimenti potrà dare l’opportunità a H. Moser & Cie. di creare in futuro calibri ancora più piccoli, aprendo il Marchio anche a segmenti di appassionati che apprezzano i diametri più contenuti.

    Come sempre accade quando parliamo di questo Brand, focalizzarsi sull’eccellenza meccanica del calibro HMC 500 non significa tralasciarne le finiture. Esse diventano parte integrante del movimento, con un’attenzione al bello che va di pari passo con quella spasmodica nei confronti della precisione. L’ho potuto toccare con mano durante la mia visita in manifattura, all’interno dei diversi dipartimenti dell’azienda.

    Dove, purtroppo, non ho avuto modo di vedere da vicino la produzione dei quadranti strepitosi, banalmente perché si producono altrove. Perché quando si parla del Brand di Neuhausen am Rheinfall, la prima caratteristica alla quale si pensa sono, come è ovvio, i quadranti. E anche quello del Moser Streamliner Small Seconds Blue Enamel è semplicemente unico.

    Un quadrante all’altezza

    Chiamata da Moser “Aqua Blue”, questa tonalità in smalto Grand Feu accentua l’impatto visivo dell’acciaio di cassa e bracciale. La lavorazione si avvale del tocco di un maestro artigiano che dà una finitura nuova al fumé che ha reso celebre il Brand. Nella resa visiva ricorda la finitura cosiddetta “frosted”, ossia “ghiacciata”, che caratterizza gli orologi di altri celebri marchi. Li ricorda, ma qui c’è di più.

    Perché l’artigiano parte da un motivo inciso su una base in oro, il cui effetto richiama alla mente quello della martellatura. Da lì, l’artigiano lava, polverizza finemente e applica al quadrante tre diversi pigmenti di colore, con una tecnica che punta a creare un effetto “ombré”. La difficoltà per lo smaltatore sta nell’applicare i pigmenti uno dopo l’altro con una cura tale da impedire che si ossidino e si mescolino tra di loro una volta cotti nella fornace. 

    Il risultato è un quadrante sempre unico, su cui i riflessi della luce danno alla superficie un movimento costante. La purezza del quadrante è accentuata dall’assenza del datario (sia benedetta Moser!), che ne avrebbe potuto “sporcare” la superficie, e dall’assenza del logo. Questa volta nessun logo trasparente o invisibile: semplicemente, non c’è.

    A “muovere” il quadrante c’è solo il contatore dei piccoli secondi a ore 6, caratterizzato da una decorazione circolare e laccata che spezza l’organicità dell’insieme. Leggendo in giro qua e là, tra forum e siti, ho trovato non pochi profeti della purezza che trovano questo contatore fuori luogo, colpevole di inquinare l’armonia del Grand Feu.

    Fatevi la vostra opinione. Io trovo l’idea di mettere per la prima volta i piccoli secondi nella collezione Moser Streamliner in linea con la filosofia propria di questa referenza. Che è la prima a portare in collezione questa lavorazione particolare del quadrante (la troviamo già in casa Moser, ma nella Endeavour con il calendario perpetuo) e la prima a scendere sotto i 40 mm.

    Un nuovo segmento per il Moser Streamliner?

    Dimensioni e lavorazione del quadrante sono dunque, a mio avviso, i due principali focus su cui concentrarsi ragionando del Moser Streamliner Small Seconds Blue Enamel. Altri dettagli li lascio alle didascalie, per poter apprezzare in pieno le caratteristiche dell’orologio. 

    Preferisco chiudere con un ragionamento centrato sul prezzo, che nel caso di questo orologio non è banale. Parliamo di un solo tempo in acciaio che esce sul mercato a 29.900 franchi svizzeri. L’altro solo tempo della collezione Streamliner, quel Centre Seconds color salmone affumicato che ha fatto impazzire i collezionisti ed è andato esaurito in un amen, ne costava 19.900.

    I solo tempo della linea Pioneer oscillano tra i 12.900 e i 13.900, come gli Heritage. Gli Endeavour, tra cui i Vantablack, si fermano a 25.000 franchi. In sostanza, lo Streamliner in questione inaugura una nuova fascia prezzo per un certo tipo di Moser. E si avvicina a un Royal Oak, mentre in generale certe referenze del Brand si sono spesso poste come alternative più economiche ma ugualmente prestigiose (e in un certo senso più chic) ai più importanti (e introvabili) marchi mainstream.

    Una scelta coraggiosa, sicuramente ponderata, probabilmente vincente. Perché la desiderabilità del Marchio è cresciuta negli anni di pari passo con la qualità degli orologi e l’autorevolezza della filosofia produttiva di H. Moser & Cie. Scommettiamo che alla fine avrà ragione Edouard Meylan e che non riusciranno a star dietro alle richieste?

  • Lo smalto: tecniche ancestrali per quadranti d’inalterabile bellezza

    Lo smalto: tecniche ancestrali per quadranti d’inalterabile bellezza


    Avete presente certi orologi da tasca antichi? Quelli con il quadrante bianco o avorio, dal colore pieno e pastoso, splendidamente conservato come fosse stato fatto ieri… Bene, nove su dieci sono in smalto. Un materiale per certi versi fragile (quando cade, si spacca), eppure resistente come pochi al trascorrere del tempo. In grado di superare indenne i secoli, perfetto quindi per rispondere al desiderio di eternità dell’alta orologeria. 

    Lo smalto è un composto vetroso a base di silice, carbonato di sodio o di potassio e ossidi metallici (per dare il colore). Un insieme miscelato e fuso ad alte temperature (1400/1500° C), fino a comporre la cosiddetta “fritta”. Dopo averla fatta raffreddare, la fritta viene macinata e lavata più volte sotto acqua corrente per eliminare le impurità (un ultimo passaggio prevede l’aggiunta di acido nitrico). Oggi comunque si utilizzano sempre più spesso fritte già pronte, preparate in laboratori specializzati.

    Mescolata con la giusta quantità di acqua, la fritta diventa una sorta di pasta che si stende sul disco del quadrante – realizzato in genere in leghe d’oro o rame. Di solito il primo strato (couche) è applicato sull’intera superficie metallica; anche sul retro (contre-émail), per evitare che in fase di cottura il metallo si incurvi o si deformi. In pratica, la “mano” di smalto posteriore serve a contro-bilanciare quella superiore con un effetto anti-distorsione… Comunque, prima di procedere, si deve attendere la totale essiccazione del colore.

    Una volta asciutto, ogni pezzo subisce quindi un passaggio in forno a temperature comprese fra i 600 e gli 800° C, durante il quale lo smalto si fonde integralmente con il metallo della base, fino a indurirsi e diventare stabile. A dire il vero, i passaggi in forno sono diversi, in relazione all’intensità cromatica che si vuole raggiungere. Minimo tre, se si tratta di tinte unite. Il problema è che ogni passaggio in forno rappresenta un’incognita, sia dal punto di vista cromatico, sia del risultato finale.

    Nel senso che, durante le cotture, lo smalto può virare nel colore, oppure gonfiarsi, creare bolle fino ad esplodere, bucarsi, creparsi o anche solo non risultare uniforme. Certo, i forni elettronici di oggi aiutano parecchio il lavoro del maître émailleur, perché garantiscono condizioni controllate di temperatura e umidità. Ma basta un imprevisto, una corrente d’aria, un po’ di polvere, e si rimane fregati. Impossibile rimediare agli errori: quando capitano, si deve ripartire da zero.

    Se va tutto bene, comunque, una delle ultime fasi vede l’applicazione di uno strato finale, chiamato fondente, che serve da protezione vetrificata per mantenere coesi gli strati sottostanti e dare ulteriore brillantezza. Al termine si passa al completamento della grafica: logo, indici o numeri, scala della minuteria e quant’altro. In passato si utilizzavano compassi, strumenti di suddivisione e centratura, bulini e pennelli microscopici, composti anche da un’unica setola. Oggi si usa in genere un più pratico tampone in gelatina.

    Lo smalto insomma risponde a un lungo processo di lavorazione, codificato da regole ancestrali, in cui il tempo, la pazienza e l’esperienza del maestro smaltatore giocano un ruolo essenziale. E ci perdonino gli addetti ai lavori per questa descrizione superficiale e approssimativa: serve comunque a dare un’idea dell’impegno necessario per fabbricare un singolo quadrante in smalto. Che, va da sé, richiede intere giornate di lavoro di un artigiano specializzato.

    Vale la pena infine ricordare due particolari tipi di smalto (degli altri parleremo in una prossima “puntata”). Il cosiddetto smalto “Flinqué” prevede l’esecuzione di un motivo guilloché radiale sul quadrante, precedente alla stesura dello smalto. Mentre lo smalto “Grand Feu” (“a gran fuoco”) si realizza con un procedimento leggermente diverso da quello fin qui descritto. In pratica, l’artigiano stende sulle due facce del disco metallico una sostanza liquida infiammabile (dalla composizione segreta), su cui si spolvera lo smalto (letteralmente, visto che appunto di polvere si tratta).

    Il passaggio in forno avviene quindi a una temperatura molto elevata (superiore agli 800°), durante il quale il liquido prende fuoco immediatamente e lascia che la polvere si fonda con il quadrante. Operazione che viene ripetuta anche cinque o sei volte, fino a ottenere una superficie dal colore omogeneo, liscio e intenso; talmente brillante da non aver bisogno di alcuna lucidatura finale.

    Con queste premesse, non c’è da stupirsi che le case utilizzino lo smalto solo per orologi di un certo tipo. Esemplari di alta orologeria, complicati e non, che possano “ammortizzare” il costo di simili, complesse lavorazioni. Qui di seguito ne trovate una selezione, che non può, né vuole, essere esauriente; ma è solo esemplificativa di quanto è presente sul mercato.

    AUDEMARS PIGUET Code 11.59 Ripetizione Minuti Supersonnerie Cassa (41 mm) in oro bianco. Movimento meccanico a carica manuale, calibro 2953 di manifattura, con 72 ore di autonomia, ripetizione “supersonnerie” di ore, quarti e minuti, piccoli secondi. Quadrante in smalto fumé, réhaut laccato, indici applicati e lancette in oro bianco, logo in smalto, vetro zaffiro, cinturino in pelle di alligatore. Prezzo non disponibile

    BLANCPAIN Villeret Tourbillon Heure Sautante Minute Rétrograde Cassa (42 mm) in oro rosso. Movimento meccanico a carica manuale, calibro 260 MR di manifattura, con spirale del bilanciere in silicio, 6 giorni di autonomia, tourbillon, ore saltanti e minuti retrogradi. Quadrante in smalto “Grand Feu”, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. 141.100 euro

    BREGUET Classic Tourbillon Extra-Plat Automatique 5367
    Cassa (41 mm) in platino. Movimento meccanico a carica automatica extra-piatto, calibro 581 di manifattura, con 80 ore di autonomia, spirale e anse dell’ancora in silicio, tourbillon con indicazione dei secondi. Quadrante in smalto “Grand Feu”, lancette Breguet à “pomme evidée”, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. In vendita nelle boutique monomarca, 158mila franchi svizzeri

    CZAPEK Quai des Bergues Sapphire Blue S Cassa (42,5 mm) in acciaio, impermeabile fino a 5 atm. Movimento meccanico a carica manuale, calibro SXH1, indicazione dell’autonomia di 7 giorni, giorno della settimana e piccoli secondi. Quadrante in smalto “Flinqué”, indici applicati, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. Serie limitata di 100 esemplari. 16.400 euro

    JAEGER-LECOULTRE Master Ultra Thin Moon Enamel
    Cassa (39 mm) in oro bianco, impermeabile fino a 5 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro 925/2 di manifattura, con 70 ore di autonomia, fasi lunari e datario. Quadrante guilloché smaltato, indici applicati, numeri arabi della data a rilievo, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. Serie limitata di 100 esemplari. 36.600 euro

    JAQUET DROZ Grande Seconde Dual Time Ivory Enamel Cassa (43 mm) in oro rosso. Movimento meccanico a carica automatica, calibro Jaquet Droz 2663H24 di manifattura, con 65 ore di autonomia, spirale e anse dell’ancora in silicio; indicazione dell’ora locale decentrata al 12, grande contatore dei secondi, datario a lancetta, secondo fuso orario sulle 24 ore, coassiali a ore 6. Quadrante in smalto “Grand Feu”, anello in oro rosso del mappamondo con finitura “poudré” e continenti dorati, vetro zaffiro, cinturino in pelle di alligatore. 24.600 euro

    PATEK PHILIPPE Ripetizione Minuti Alto Artigianato Cassa (38 mm) in oro bianco. Movimento meccanico a carica automatica, calibro R27PS di manifattura, con mini-rotore decentrato in oro 22 ct., ripetizione minuti su due timbri e piccoli secondi. Quadrante decorato a volute e arabeschi in smalto nero a finitura lucida/opaca, lancette e indici applicati in oro bianco, vetro zaffiro anche sul fondello (oppure chiuso, intercambiabile), cinturino in pelle di alligatore. Prezzo non disponibile

    PAUL PICOT Atelier Classic Flinqué Cassa (42 mm) in acciaio, impermeabile fino a 5 atm. Movimento meccanico a carica automatica, con certificato ufficiale di cronometro (Cosc). Quadrante guilloché in smalto “Flinqué”, lancette dal design esclusivo, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. 6.327 euro

    ULYSSE NARDIN Marine Tourbillon 43 mm Cassa (43 mm) in acciaio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro UN-128 di manifattura con tourbillon e indicazione dell’autonomia. Quadrante in smalto “Grand Feu”, lancette luminescenti, carrure scanalata, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. 28mila euro