Giornale Degli Orologi
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Autore: Cristina Manfredi

  • Chronomat South Sea, il tocco d’estate di Breitling

    Chronomat South Sea, il tocco d’estate di Breitling

    Il sole ricomincia a splendere alto, il tepore della primavera riscalda gli animi e, nonostante le difficoltà dell’ultimo anno, cresce la voglia di pensare all’estate. Non è facile fare progetti, anche se il cauto ottimismo del governo ci invita a guardare con più fiducia ai prossimi mesi. Ma nel frattempo possiamo giocare d’anticipo e portarci subito a casa un tocco d’estate. Si chiama Chronomat South Sea la femminilissima capsule collection messa a punto da Breitling rielaborando con effetti strong l’ultimo Chronomat lady lanciato sul mercato; e che ha tutte le carte in regola per regalarci il sogno di una fuga ai tropici, grazie alle coloriture intense e alle preziose luminescenze. Come se la luce del mezzogiorno si riflettesse sulle onde. 

    Disponibili solo per un periodo limitato, le tre versioni del Chronomat South Sea spiccano per il mix di suggestioni rétro, rilette in chiave attuale con sensibilità ipercromatica. Nei quadranti laccati il tono più soft del beige si alterna con la profondità del blu notte e la freschezza del verde menta; e i bagliori soleil sono resi più eye-catching dalle lancette dorate, dai diamanti incastonati agli indici e dalla lunetta a tinte forti con le pietre di colore. Citrini, ametiste, granati mandarino e rubelliti sono infatti montati in dégradé con una sequenza irregolare; e compongono un accattivante arcobaleno che ruota su se stesso grazie alla ghiera girevole unidirezionale. Un effetto ludico e inatteso che non solo permette di “personalizzare” la posizione delle gemme; ma interpreta anche con originalità la tendenza rainbow, sempre più sentita dall’orologeria contemporanea.

    Perfetti per completare una mise vacanziera, in realtà i Chronomat South Sea si integrano facilmente con il guardaroba cittadino. E diventano anzi il vezzo flamboyant con cui arricchire i look più essenziali, perché anche il più rigoroso degli outfit ci guadagna in stile con un accessorio deciso. Il tutto restando sempre fedeli all’impeccabilità tecnica, con un movimento automatico (Calibro Breitling 10 certificato cronometro dal COSC) dall’autonomia di 42 ore circa. Anche i cinturini sprigionano energetiche summer vibes: in pelle di coccodrillo con fibbia déployante, hanno colori ton-sur-ton e sono doppiati da interni a contrasto. I Chronomat South Sea saranno in vendita fino a esaurimento, ad un prezzo di 8.100 euro.

  • Missoni 331 Limited Edition: omaggio a Ottavio, l’atleta olimpico

    Missoni 331 Limited Edition: omaggio a Ottavio, l’atleta olimpico

    1948, Olimpiadi di Londra, finale dei 400 metri a ostacoli. Tra gli atleti schierati in pista c’è un italiano, uno che è nato in Dalmazia, in quella Ragusa che noi oggi conosciamo come Dubrovnik. Il suo nome è Ottavio Missoni, un tipo alto dal sorriso schietto e la storia che leggerete ora. Che potrete ritrovare al polso se mai indosserete un Missoni 331 Limited Edition, il cronografo automatico lanciato da Timex Group Luxury Division per ricordare l’atleta e grande imprenditore della moda nel centenario della nascita.

    Nella seconda metà degli anni ‘30 Ottavio indossa per la prima volta la maglia azzurra. Prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale si aggiudica sette titoli nazionali assoluti di atletica leggera, poi il conflitto lo trascina lontano dagli allenamenti. Il suo destino è la campagna d’Africa dove combatte nella battaglia di El Alamein contro gli inglesi, viene fatto prigioniero e resta in Egitto per quattro anni. Torna finalmente a casa, fiaccato dagli eventi, eppure trova la forza di ricostruire la propria forma fisica, tanto da riconquistarsi un posto in squadra e partire per la Gran Bretagna. Dove un incontro cambierà la vita a lui e, in un secondo tempo, al guardaroba di mezzo mondo.

    In tribuna siede Rosita Jelmini, giovane di buona famiglia, arrivata in città perché parte di una gita organizzata dal collegio in cui studia. I suoi hanno una fabbrica specializzata in scialli e tessuti ricamati a Golasecca, in provincia di Varese, ma lei in quel momento non pensa alle stoffe, quanto a scoprire la capitale e applaudire gli atleti in gara. Ottavio, con il pettorale 331, arriva ultimo. Ed è un peccato, perché se la guerra non l’avesse intrappolato in Africa, avrebbe avuto chance concreta di vincere una medaglia. Conquista però il cuore di Rosita: una volta rientrati in Italia, i due si fidanzano, per poi sposarsi nel 1953.

    Ottavio e Rosita non solo si amano moltissimo e hanno tre figli, Vittorio (scomparso nel 2013), Luca e Angela. Mettono insieme la sensibilità per le fantasie e i colori, la familiarità di Rosita con i tessuti e quella di Ottavio con la maglieria – dato che nel suo periodo di vita a Trieste era entrato a far parte di un laboratorio creato dall’allora direttore tecnico della nazionale italiana di atletica.
    Nel 1966 sfilano per la prima volta a Milano. E sempre lì, due anni dopo, organizzano una passerella/happening alla piscina Solari, che resta nella storia del Made in Italy. Il loro è uno stile rilassato, allegro, carico dell’energia positiva dei colori, che si rincorrono tra loro nei pattern iconici del patchwork e dello zigzag. Lo stesso approccio è portato avanti oggi da Angela, direttrice creativa del brand.

    L’impatto della loro creatività sul modo di interpretare l’abbigliamento è come una rivoluzione soft. Un drastico cambio di rotta che sa intercettare la voglia di libertà e il rifiuto di rigidi codici estetici tipici degli anni ‘60, ma lo fa con il sorriso sulle labbra, senza estremismi. Vestire Missoni è una dichiarazione di ottimismo, un atto d’amore per il corpo, mai costretto e sempre abbracciato dalla morbidezza dei filati e del jersey. Ed è anche in qualche modo il ricordo della gloria sportiva di Ottavio, scomparso nel 2013, perché i suoi primi esperimenti triestini di maglieria erano proprio pensati per un abbigliamento da atleta.

    Indossare il Missoni 331 racchiude tutto questo. A cominciare dal nome, che richiama il numero del pettorale londinese di Ottavio. E indica anche quanti esemplari sono stati prodotti, tutti con la cifra intarsiata in blu sul contatore dei secondi continui. La cassa in acciaio misura 44,5 mm di diametro e ospita un movimento meccanico a carica automatica, firmato dall’atelier Dubois-Dépraz, specializzato in complicazioni. La lunetta, la corona, i pulsanti e il fondello hanno degli inserti di gomma nera, come il quadrante in cui risalta il motivo Wave. Infine il bracciale, intercambiabile grazie al pratico sistema quick change. Il cronografo Missoni 331 è disponibile nelle boutique monomarca, presso i rivenditori autorizzati e online, sul sito ufficiale.

  • Versace Mini Virtus Duo, una piccola ma potente dichiarazione di stile

    Versace Mini Virtus Duo, una piccola ma potente dichiarazione di stile

    Cosa avremo voglia di portare quando le nostre vite torneranno finalmente a un po’ di normalità? Sale il desiderio di gratificarsi dopo un anno tanto complesso. E un orologio rappresenta una scelta ottimale per chi abbia voglia di concedersi (o di regalare) subito una carezza da indossare. L’Alta Moda per la primavera-estate 2021 che ha sfilato in formato digitale nei giorni scorsi e le prime anticipazioni delle collezioni disegnate per il prossimo inverno lanciano segnali chiari: c’è voglia di splendere, di riprendersi la scena che la pandemia ci ha costretti a lasciare. Insomma, di farsi notare.

    L’orologio di Versace Mini Virtus Duo sembra fatto apposta per catturare con eleganza gli sguardi di tutti, che si tratti di una video-riunione o di un cauto incontro di persona. La cassa rotonda di proporzioni petit è studiata apposta per valorizzare il segno distintivo, la V barocca arricchita da foglie di acanto. Che sta per Versace, certo, ma anche per Virtus, ossia la linea di accessori della maison: un inno al coraggio, alla forza, al carattere indomito, da sempre elementi chiave della griffe.

    Borse di diverse fogge e dimensioni – a mano, a spalla, a portafoglio, shopper o mini bag, secchielli, marsupi e pochette per il telefono; scarpe di tutti i tipi – sandali flat e sabot col tacco a spillo, sneakers e babouche; ma anche cinture e piccola pelletteria, occhiali e gioielli; e ancora costumi o teli da spiaggia, perfino ceramiche e articoli di home decor, tutto nei colori e nelle fantasie tipici della maison. Un universo di moda che declama a gran voce uno stile di vita, esclusivo e appropriato per i tanti Versace lovers di tutto il mondo.

    Se in passato il logo in evidenza è stato un modo per raccontare agli altri il proprio status sociale ed economico, nel 2021 è invece riservato all’ambito dell’appartenenza. Rimanda alla volontà di dichiarare, attraverso ciò che si indossa, l’adesione a una precisa estetica. Anche nel caso del Versace Mini Virtus Duo, la V dorata, impressa a rilievo e posta al centro del quadrante smaltato nei toni del rosso, del nero o del bianco, significa: «Io sto con Donatella. Amo il modo in cui Lady Versace tratteggia una moda lussuosa, sensuale, super-energetica; a tratti anche sfrontata, ma sempre carica di umanità». Un gesto di stile per ritrovare nel proprio look il guizzo d’audacia, dopo tanti mesi in leggings e maglioni.

    Il Versace Mini Virtus Duo è un esemplare ladylike, che si allaccia con un bracciale in acciaio dorato (Ip color champagne, per essere precisi), dalle superfici lucide. La fibbia a farfalla quasi invisibile lo fa somigliare più a un gioiello da polso che a un comune segnatempo. Ma il bello di questo bracciale sta nel fatto che è intercambiabile: bastano pochi attimi e gesti minimi per sostituirlo a piacere. Il Versace Mini Virtus Duo è infatti venduto in una confezione esclusiva, che comprende altri due cinturini di pelle (con fibbia ad ardiglione).

    Tre le combinazioni di colore disponibili, definite da contrasti cromatici fra esterno e interno: rosso/beige e nero/rosso; nero/rosa e rosa/nero; oppure nero/bianco e bianco/nero. Ciascuno è caratterizzato da una particolare goffratura, un motivo matelassé composto da una successione di V allineate. Un decoro emblematico, anche non vistoso. Un ulteriore segno di stile, se mai ce ne fosse bisogno.

  • Versace Safety Pin. Se la spilla da balia diventa un’icona

    Versace Safety Pin. Se la spilla da balia diventa un’icona

    «That dress», quel vestito. Così chiamano in tutto il mondo l’abito di Versace che nel 1994 un’allora semi-sconosciuta Elizabeth Hurley indossò per accompagnare il fidanzato Hugh Grant alla prima del di lui film, Quattro matrimoni e un funerale. Nero, scollatissimo, con un ardito spacco laterale, ma soprattutto con una serie di sei spille da balia dorate che trattenevano la stoffa sul busto, rivelando inaspettati centimetri di pelle. Deriva proprio da quell’abito il Versace Safety Pin, uno dei modelli di punta della nuova collezione Versace Watches. Un’elaborazione che ne abbraccia la carrure smaltata in modo inaspettato. Ma vale la pena fare un po’ di scorribande nel tempo per capire perché averlo al polso è una dichiarazione di empowerment, oltre che di stile.

    Ha tutti i contorni della favola l’antefatto di quella première memorabile per la storia della moda – e che, di fatto, ha lanciato la carriera della Hurley. Grant all’epoca era un attore inglese stimato, ma non particolarmente conosciuto e lei ancor meno. Per il lancio della pellicola diretta da Mike Newell, i due erano attesi alla prima londinese con la consegna di presentarsi in abito da sera; perciò Elizabeth aveva iniziato a chiedere ai vari uffici stampa se poteva avere in prestito un look per l’occasione. Peccato che nessuno o quasi la conoscesse, perciò i rifiuti erano fioccati. Solo Versace aveva accettato di aiutarla, proponendole l’unica mise disponibile in quel momento: «That dress», appunto.

    Lo scalpore suscitato dal loro arrivo mano nella mano era stato enorme, i benpensanti avevano giudicato quell’abito troppo spregiudicato. Un’accusa cui la Hurley aveva risposto dicendo che: «A differenza di tanti altri stilisti, Gianni Versace crea abiti fatti per esaltare le forme femminili e non per azzerarle». E il successo di quel look si è cementato nel tempo. Tanto che, nel 2007, Harrods ha messo in vendita una replica da oltre 10mila sterline. E un’altra l’ha voluta portare Lady Gaga nel 2012, in occasione dell’incontro a Milano con Donatella Versace. Senza contare che la stessa Hurley, splendida 53enne, nel 2019 è apparsa sulle pagine di Harper’s Bazaar con addosso una riedizione; mentre suo figlio Damian, stella nascente come modello dal fascino genderless, ha indossato una giacca (sempre Versace) chiaro omaggio al look mozzafiato della madre.

    L’orologio Versace Safety Pin rappresenta dunque uno statement preciso: il ribadire come le donne abbiano il potere di vivere liberamente la propria sensualità e lo facciano con lo charme sfrontato tipico della maison. Oltre alle safety pin, c’è anche un altro simbolo inconfondibile dell’universo Versace: la Medusa. Che compare sul quadrante del Versace Safety Pin nelle varianti rossa, bianca, avorio o nera, dov’è impressa a rilievo. Le lancette sono invece disegnate a punta di spillo e la V di Versace si ritrova nel bracciale gioiello in metallo. Ma è disponibile anche la versione con cinturino in vitello nei toni del rosso, avorio, nero e blu, foderato con stampa Barocco. La cassa in acciaio dorato ha un diametro di 34 mm e il movimento è al quarzo, un Ronda 762.3 a due lancette. Ovviamente Swiss Made.

  • Versus Versace, nuovi esemplari Donatella style

    Versus Versace, nuovi esemplari Donatella style

    «La moda ha un solo scopo: fare sentire la gente più sicura e dare un po’ di gioia». A Donatella Versace piace andare dritta al nocciolo della questione, le bastano poche parole per riassumere il senso del suo lavoro. Da sempre musa del fratello Gianni che proprio per lei creava i primi look carichi di sensualità ed energia quando ancora bazzicava l’atelier della madre a Reggio Calabria, Donatella ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo del business di famiglia, prima ancora che i tragici eventi del 1997 la portassero ad assumerne il ruolo di guida creativa.

    È il 1978 quando Gianni, da qualche anno approdato a Milano, lancia la sua griffe, un’apoteosi di sfrontatezza estetica e maestria sartoriale. Il successo arriva in fretta, insieme allo sbarco in città della sorella. E proprio a Donatella il fashion designer affida nel 1989 la direzione creativa di Versus, costola young & free dell’universo Versace.

    Quella che agli occhi di molti poteva sembrare la classica seconda linea, fatta per attirare nell’orbita della griffe chi ne era affascinato ma doveva viaggiare su budget più limitati, grazie a Donatella scopre un’anima tutta sua. È lei che intuisce quanto le rockstar del momento possano diventare perfetti portabandiera del brand. E, forte della sua grande passione per la musica, stringe rapporti (destinati a durare nel tempo) con gente del calibro di Prince, Elton John, Madonna, Sting.

    Non solo. Donatella definisce per Versus un ruolo significativo nella scoperta di nuovi talenti. Quando sarebbe stato facile tenere nell’ombra i designer emergenti che di volta in volta chiamava a collaborare, lady Versace sceglie invece di valorizzarli; li vuole accanto per gli applausi a fine sfilata e organizza interviste doppie in cui li lascia liberi di raccontarsi. Tre nomi su tutti: Christopher Kane, Jonathan Anderson e Anthony Vaccarello.

    I primi due oggi alla guida dei rispettivi marchi eponimi di successo, il terzo attuale direttore creativo di Saint Laurent, hanno contribuito a tratteggiare l’immagine wild-chic di Versus, che oggi vive attraverso i suoi orologi. Da quando la maison Versace è entrata nell’orbita dell’americana Capri Holdings, che controlla anche Michael Kors e Jimmy Choo, il fronte fashion di Versus è infatti confluito nell’etichetta Versace Jeans. Perciò gli orologi diventano baluardo assoluto del pensiero di Donatella.

    Versus Reale, per l’uomo, Versus Lodovica e V_Versus Forlanini per la donna sono le proposte per la fall-winter dello svizzero Timex Group Luxury Division, licenziatario del brand e creatore delle collezioni di orologi Versus Versace. Tre modelli su cui puntare l’attenzione non solo perché racchiudono i simboli per eccellenza del Versus world, dalla Testa di Leone (che ne anima il logo) alle borchie, fino alla V dell’iniziale; ma anche perché rappresentano lo spirito di un progetto destinato a restare negli annali della storia del costume per il coraggio, l’energia, l’audacia. Attitudini tipiche dei giovani cui il marchio si è sempre rivolto.

    Una forte personalità che si ritrova innanzitutto nel modello maschile. Versus Reale esibisce una particolare lunetta martellata, che abbraccia il quadrante effetto guilloché dalla doppia lavorazione; a ore 4 una V sovradimensionata sormonta una grande finestra ad arco del datario. La cassa di dimensioni XL sfodera al centro delle anse, sulla maglia d’attacco del bracciale, due Teste di Leone in 3D; che risaltano con maggior impatto nella versione bicolore (acciaio/acciaio Pvd oro rosa).

    E le teste leonine arricchiscono anche i due esemplari al femminile. Versus Lodovica è il più aggressivo, quasi dirompente nella versione dal total look nero; illuminato da dettagli dorati (il logo a lettere cubitali e il Leone, appunto), si basa sullo sviluppo di un bestseller di Versus Versace: il Kirstenhof. Stesso bracciale rastremato, stessa costruzione della cassa (da 39 mm di diametro); simile anche il quadrante di formato ridotto, circondato da uno spazio trasparente e decorato dal logo a caratteri macro. Nel Ludovica, però, lo spazio tra due vetri è riempito di una miriade di cristalli Swarovski, rigorosamente neri, che ne accentuano il glamour.

    Infine il V_Versus Forlanini, più discreto ma non per questo meno identitario. La cassa lady size (misura 30 mm di diametro) presenta una doppia lunetta che sfocia nelle due anse centrali a forma di V. Sempre l’iniziale è ripetuta poi sul cinturino di pelle goffrata o sul bracciale in acciaio. Iconico anche il quadrante, con la testa del Leone al 6 che spezza la sequenza regolare degli indici a borchia (di due misure), mentre lo sfondo è decorato da un motivo flinqué. Tre orologi nati per distinguersi, nel più puro Donatella style.

  • Missoni M1, il tempo ondivago dello zig-zag

    Missoni M1, il tempo ondivago dello zig-zag

    Avere al polso un Missoni M1 significa portare con sé il simbolo di una grande storia d’amore, di imprenditorialità, di famiglia. L’orologio, realizzato da Timex Group Luxury Division, racchiude l’essenza dello stile Missoni, lo zig-zag coloratissimo con cui la griffe si è fatta conoscere e amare nel mondo.

    Tutto nasce dall’incontro tra Ottavio Missoni, atleta italiano giunto in finale dei 400 ostacoli alle Olimpiadi di Londra nel 1948, e Rosita Jelmini, arrivata in città grazie a un viaggio organizzato dal collegio in cui studia. I due si innamorano e, nel 1953, oltre a sposarsi, decidono di aprire un laboratorio di maglieria a Gallarate. Mettono insieme le competenze di lui, che prima di allora aveva prodotto capi sportivi in lana, e il background di lei, nata in una famiglia di artigiani tessili.

    Debuttano con una prima collezione nel 1958. E fanno scandalo senza volerlo, nel 1967, quando sfilano a Palazzo Pitti a Firenze con le modelle di cui si intravvede il seno negli abiti più leggeri. Il motivo? Semplice: i loro reggiseni erano risultati di un colore sbagliato e perciò erano stati scartati… Poi, nel 1970, aprono una prima boutique a New York e da quel momento conquistano la scena fashion internazionale.

    Sono le geometrie accese che animano il loro look. Un procedere gioiosamente ondivago per trasmettere il sentimento, la complicità, i sorrisi di Tai (il soprannome di Ottavio, scomparso nel 2013) e Rosita. Missoni nasce da una storia di famiglia e porta avanti nel tempo quello stesso senso di calore e di intimità. Anche oggi che Presidente e Direttrice creativa è la loro figlia Angela, sempre incoraggiata dai tre figli Margherita, Francesca e Teresa, e dai nipoti Ottavio Junior, Giacomo e Marco.

    La stessa sensazione raccontata dall’orologio Missoni M1. Lo zigzag invade il quadrante, smaltato a tinte forti e abbinato alla semplicità di un cinturino in vitello nero. Oppure inverte le parti, con un cinturino di pelle multicolore e un quadrante in metallo guilloché. Mentre per il Natale c’è anche in versione regalo, con il quadrante arricchito da una maglia lamé a zig-zag;  a completarlo un bracciale in metallo o un cinturino in lurex, intercambiabili come in ogni modello di collezione grazie al sistema quick-change.

    In ogni esemplare della collezione Missoni M1, il movimento è al quarzo Swiss Made. La cassa, che ha un diametro di 34 mm e uno spessore di 8,3, è in acciaio anche arricchito da un trattamento Ip color champagne; la finitura lucida ne sottolinea la vocazione chic. Tutte le varianti sono reperibili dai prossimi giorni nelle boutique Missoni e presso alcuni selezionati rivenditori. Online, sul sito di e-commerce della marca, arriveranno in dicembre.

  • L.U.C XP Il Sarto Kiton: l’ultrapiatto sartoriale di Chopard

    L.U.C XP Il Sarto Kiton: l’ultrapiatto sartoriale di Chopard

    Si chiama L.U.C XP Il Sarto Kiton il primo orologio nato dall’incontro tra la maestria tecnica di Chopard e l’eleganza partenopea di Kiton. La presentazione ufficiale è avvenuta nel quartier generale milanese del marchio famoso per il savoir-faire in fatto di sartoria; una sede nel cuore di Brera dove la prestigiosa marca svizzera ne ha svelato i dettagli.

    Tra gli eredi del fondatore Ciro Paone e la famiglia Scheufele è scattato il feeling di chi vive il prodotto con passione, puntando sull’impeccabilità di esecuzione abbinata alla ricerca del bello. «Noi iniziamo dove gli altri finiscono», questo è il mantra di Antonio De Matteis, Amministratore delegato di Kiton. E, come lo zio Ciro, ossessionato dall’attenzione per i dettagli, per la selezione dei materiali e per lo stile deciso, inconfondibile.

    Una vocazione all’eccellenza del tutto simile a quella di Chopard, con cui Kiton condivide un’altra peculiarità: la creatività briosa, carica di energia e di positività. C’è un fil rouge che unisce una giacca in cashmere ultra light e un esemplare di alta orologeria: ed è il modo di progettare l’oggetto, superando gli standard di cui gli altri si accontentano. Ecco perché L.U.C XP Il Sarto Kiton è una serie limitata di soli 100 pezzi. La rivisitazione di uno dei modelli ultrapiatti di Chopard, il L.U.C XP, vestito per l’occasione come se fosse appena uscito dall’atelier di Kiton.

    Il quadrante del L.U.C XP Il Sarto Kiton è animato da un motivo a pied-de-poule, tessuto tipico della sartorialità maschile; riscaldato dal cashmere grigio che ammanta il cinturino, doppiato dal rosso intenso di pelle di alligatore. Altrettanto raffinato è ciò che non si vede dall’esterno: il movimento automatico L.U.C 96.53 L, realizzato in-house. Impeccabile nelle finiture, ha una particolare costruzione: con micro-rotore in tungsteno e tecnologia Chopard Twin, per un’autonomia superiore ai 2 giorni.

    E proprio come un blazer Kiton, stiloso e leggerissimo, L.U.C XP Il Sarto Kiton si appoggia al polso senza appesantirlo, grazie alla cassa dallo spessore minimo di 7,2mm. Quanto al cinturino, è realizzato a mano con una base di puro cashmere della Mongolia, in mescola con lana, flanella e una minima percentuale di elastan, per garantire il giusto comfort. E può essere sostituito da un secondo cinturino, consegnato insieme all’orologio, in pelle nera di alligatore, sempre foderato in pelle rossa di alligatore.

  • Vivere Chopard. Un mondo tra storia e lifestyle

    Vivere Chopard. Un mondo tra storia e lifestyle

    Le prime cose che mi vengono in mente quando penso a Chopard hanno poco a che fare con gioielli e orologi. Molto, invece, con la tempra della famiglia Scheufele, proprietaria della maison svizzera. La storia della marca fino a un certo punto ha un andamento lineare, simile a quello di tante realtà che nell’Ottocento mettono le basi dell’odierna orologeria haut de gamme.

    Nel 1860 Louis-Ulysse Chopard fonda a Sonvilier, nella regione del Giura, una manifattura orologiera di alta precisione, specializzata nella produzione di esemplari da tasca e cronometri. Gli bastano pochi anni per farsi conoscere e apprezzare dalla grande nobiltà internazionale; tanto che agli inizi del Novecento può annoverare tra i suoi clienti addirittura lo zar di Russia, Nicola II.

    Poco prima della Seconda Guerra Mondiale il figlio Paul-Louis prende le redini e sposta il laboratorio a Ginevra; dove nel 1943 cede il timone al figlio Paul-André. Sarà lui a vendere l’azienda di famiglia nel 1963 al tedesco Karl Scheufele III, terza generazione di una dinastia di orologiai e gioiellieri, col pallino di acquisire una manifattura orologiera svizzera per rafforzare le proprie attività. L’affare i due lo concludono in fretta e da lì inizia tutta un’altra storia adrenalinica, eccitante, carica di passione.

    Se mai aveste la fortuna toccata a me di visitare il quartier generale di Chopard a Meyrin, sappiate che potreste facilmente imbattervi nei proprietari della maison. Prima di tutto in Karl III insieme a sua moglie Karin, intenti a mangiare in sala da pranzo senza tante cerimonie, come i loro dipendenti, pur non avendo più ruoli operativi.

    Potreste trovarvi a chiacchierare con la loro figlia Caroline, Co-presidente e Direttrice creativa delle collezioni donna e del comparto gioielleria e alta gioielleria; magari mentre maneggia uno dei 23 diamanti ricavati dal taglio di The Queen of Kalahari, un bestione da 342 carati di colore D, il migliore, con una purezza di grado F (flawless), in pratica il non plus ultra.

    Oppure riuscireste a catturare l’attenzione di Karl-Friedrich, Co-presidente e alla guida delle collezioni uomo. Potreste accordarvi con lui e prendere appuntamento a Brescia, per salire a bordo di qualche bolide d’epoca e partecipare alla Mille Miglia, sponsorizzata dalla maison fin dal 1988. Ma quello che rende Chopard così speciale è la sensazione di essere accolti in casa Scheufele, di condividere l’esperienza di tutto ciò che accende il loro cuore.

    Certo, gli appassionati sanno che da lì sono usciti pezzi memorabili, sia di orologeria sia di gioielleria, da uomo e da donna. A cominciare dall’Happy Diamonds, lanciato nel 1976 e destinato a riscrivere le regole degli orologi-gioiello per via dei diamanti mobili, lasciati liberi tra due vetri zaffiri trasparenti. Per proseguire poi nel 1980 con il primo St. Moritz, allora stupefacente modello sportivo in acciaio; o quattro anni dopo con il Luna D’Oro, il primo “complicato” da polso della casa, con calendario perpetuo e indicazione retrograda.

    E arrivare nel 1993 al debutto della collezione Happy Sport, da quel momento un successo tra i più longevi nel settore, grazie all’allora inimmaginabile accoppiata di acciaio e diamanti mobili. Senza dimenticare, nel 2014, la presentazione del L.U.C Tourbillon QF Fairmined, il primo modello realizzato con oro etico certificato. E, nel 2019, la nascita di Alpine Eagle, la nuova gamma di orologi sport-chic ispirata alle Alpi e alla forza delle aquile che volteggiano sulle cime.

    Chi sceglie Chopard, però, lo fa perché ama quella sensazione di vicinanza con la maison e con chi l’ha resa grande.  «I nostri clienti molto spesso diventano dei brand ambassador, perché non si limitano all’acquisto di un orologio», spiega Simona Zito, General Manager di Chopard Italia. «Le collezioni di occhiali da vista e da sole, la piccola pelletteria, la linea di borse, i profumi, le sete di cravatte e foulard non sono solo acquisti aspirazionali di chi cerca di avvicinarsi al brand. Diventano il completamento di un mondo a cui sentono di appartenere».

    Durante una indimenticabile cena a Cinecittà, con l’elegante tavola sistemata proprio al centro dello studio dove Federico Fellini girava i suoi film, Caroline raccontava ridendo della volta in cui a Cannes aveva “vestito” Elizabeth Taylor. L’aveva raggiunta nella sua suite per scegliere dei gioielli e il di lei cagnolino aveva preso a zampettare tra smeraldi e rubini, con il rischio concreto di ingoiarsi qualcosa.

    Lady Scheufele ci aveva radunati per annunciare il sostegno della maison al restauro della facciata dei famosi studi romani. Del resto lei per il cinema ha una venerazione. Prova ne sia la partnership ufficiale con il Festival di Cannes, attiva dal 1998; (sono i laboratori di Chopard a realizzare la Palma d’Oro e tutti i trofei consegnati durante la premiazione finale).

    Probabilmente ci aveva anche presentato qualche novità di prodotto, in quell’occasione; però quello che ricordo io con precisione è la T-shirt a righe bianche rosse che aveva regalato a ciascuno dei presenti, ispirata al costume di scena di Giulietta Masina in La Strada. Non un orologio e nemmeno un gioiello: quello era un pezzetto del suo cuore.

  • Chopard e il Festival di Cannes. Cosa ci siamo persi?

    Chopard e il Festival di Cannes. Cosa ci siamo persi?

    Il poeta T.S. Elliot diceva: «Aprile è il più crudele di tutti i mesi». Ma per gli appassionati di cinema (e di orologi) il maggio del 2020 passerà alla storia come un disgraziato. Tra le molte e tristi conseguenze della pandemia di Covid-19, c’è stato l’annullamento della 73esima edizione del Festival di Cannes, che avrebbe dovuto svolgersi in questi giorni (dal 12 al 23) nella città francese, simbolo della Costa Azzurra. Gli organizzatori hanno annunciato che i film saranno presentati online, in un calendario spalmato tra il 22 maggio e il 26 giugno, per consentire agli addetti ai lavori di visionare i titoli selezionati, senza però stabilire un vincitore. E che, quando riapriranno le sale, tutte le opere saranno presentate al pubblico con il marchio del festival.

    Quello a cui purtroppo si dovrà rinunciare è lo spettacolo nello spettacolo, ovvero l’appuntamento quotidiano di star, pubblico e fotografi per la Montée des marches, la scalinata ricoperta dall’immancabile tappeto rosso che tutti gli accreditati devono salire per accedere alla sala delle proiezioni sulla Croisette. Si tratta di un fazzoletto di pochi metri con una pendenza impervia – soprattutto quando tocca scalarla con tacchi alti e abiti da gran sera -, che ho avuto il brivido di sperimentare in passato grazie all’invito di Chopard. 

    La maison svizzera di orologeria e gioielleria è partner ufficiale del Festival di Cannes dal 1998, con un impegno che vede operativa su più fronti l’azienda e la famiglia Scheufele, proprietaria del marchio dagli anni ‘60. Nei laboratori di Ginevra si realizza con “l’oro etico” della casa la Palma d’oro da assegnare ai vincitori, oltre a tutti i trofei destinati alla cerimonia di chiusura e al Trofeo Chopard, voluto dalla griffe per premiare i talenti emergenti. Mentre i due fratelli e co-presidenti Caroline e Karl-Friedrich seguono e consigliano le celebrities nella scelta dell’orologio e del gioiello giusto per la mise, tra red carpet, conferenze stampa e grandi party in notturna.

    Per quanto riguarda gli uomini, si sa che quasi sempre è proprio l’orologio l’elemento chiave a rendere prezioso lo smoking d’ordinanza. E Karl- Friedrich, con la sua esperienza alla guida della manifattura di Fleurier dove si producono i movimenti L.U.C, è il perfetto mentore di divi in cerca di quel tocco di classe in più. Da grandi artisti quali sono, gli attori scostano il braccio dal corpo quanto basta per offrire agli intenditori una fugace occhiata del loro modello preferito, in un gioco di vedo-non-vedo seducente proprio perché sempre sussurrato.

    Le signore però non sono da meno (anche perché quando affronti il momento di gloria sulla scalinata scopri quanto la corretta gestione del tempo sia fondamentale). L’accesso alla sala è iper-regolamentato, ed è bene calcolare gli orari per evitare di mettersi in coda in attesa che le altre divine accontentino i fans adoranti e i fotografi a caccia dello scatto perfetto. Per esaltare l’eleganza di un abito di gala ci vuole un orologio di pari charme. Motivo per cui Caroline, responsabile della collezione donna, della gioielleria e dell’alta gioielleria, mette insieme le sue competenze e porta sulla Croisette orologi da urlo.

    Quest’anno uno dei pezzi forti sarebbe stato Il Gufo, un modello fiabesco, con un doppio quadrante circondato da zaffiri multicolore per richiamare gli occhi dell’animale notturno. Non potendolo (per ora) ammirare al polso di qualche celebrità, ci si può comunque consolare ripensando alla Red Carpet Collection dell’anno scorso; di cui è rimasta memorabile – fra i tanti pezzi unici – l’ampia manchette arricchita da 60 carati di diamanti effetto pizzo, con otto diamanti taglio marquise disposti a rosa dei venti sul quadrante in madreperla.

    O all’Happy Palm, lanciato al festival di Cannes 2018 e realizzato in oro etico certificato Fairmined (come la Palma). In cui cinque diamanti e una palma in miniatura si muovono liberi sopra il quadrante in madreperla; in alternativa al cinturino in alligatore e oro 24 carati, un bracciale interamente tempestato di diamanti. Mentre il movimento è impreziosito da una decorazione di palme d’oro, incisa a mano secondo la tecnica di Fleurier.

  • Gucci Grip: ispirazione skater

    Gucci Grip: ispirazione skater

    In futuro, quando gli appassionati di moda guarderanno alla storia di Gucci, probabilmente la suddivideranno tra un prima e un dopo Alessandro Michele. Il riservato designer romano, nominato Direttore creativo della maison nel gennaio del 2015, ha trasformato quella che era una solida realtà del lusso in un fenomeno epocale. Una bomba socio-culturale in cui, più ancora dell’abito proposto in passerella, conta il messaggio da comunicare.

    Che tu sia uomo o donna, vestiti come ti pare, contravvieni alle regole se quelle regole ti stanno strette, coltiva la tua estetica personale. Questo è il mantra che fin dall’esordio lo stilista ha ripetuto durante gli show, così come nelle campagne pubblicitarie, nei progetti di contaminazione con la musica, lo spettacolo, l’arte. E non ha fatto eccezione il segmento orologeria.

    La divisione Gucci Timepieces, che affonda le radici negli anni ‘70, con una gamma di prodotti sempre made in Switzerland, interpreta al meglio la filosofia di stile di Alessandro Michele. Celebrare la più completa libertà di espressione personale attraverso un orologio è la missione intrapresa, grazie a modelli in cui la fantasia a briglia sciolta sposa l’accuratezza manifatturiera. Come nel caso del Gucci Grip.

    Presentato nella sua prima variante a Basilea nel 2019, ha saputo evolvere nel tempo, all’insegna di quegli spiriti liberi che ne incarnano i valori. Sono le tribù di skateboarders metropolitani ad avere ispirato un orologio in cui i richiami a certe silhouettes anni ‘70 incontrano un mood contemporaneo. E lo spirito del tempo, in caso dell’ultimo nato, sempre con movimento al quarzo, passa attraverso un sofisticato effetto titanio.

    La cassa e il bracciale sono in acciaio Pvd grigio, inciso con il logo della doppia G, ma l’insieme racconta il fascino futuribile del titanium effect. Restano gli elementi caratteristici delle tre finestrelle in cui si affacciano le ore, i minuti e la data grazie a un sistema di dischi rotanti. Indicazioni bordate però da superfici lucidissime, lavorate a specchio, che rivelano una grande attenzione al dettaglio.

    L’immaginario istrionico di Michele ha trovato negli skaters di Tokyo, New York, Roma, Parigi e Seoul il perfetto contraltare, ma il bello del progetto Gucci Grip sta nelle infinite possibilità di interpretazione. Accanto alle prime versioni ci sono già state del resto il Grip Mickey Mouse, il Grip Roulette, il Grip Cronografo… In una commistione di elementi pop che trascendono gli stili, le epoche e le categorie.

    Oltretutto la fluidità di fruizione, tanto cara al designer, non riguarda solo il genere: Gucci Grip è pensato per attraversare i confini anagrafici e superare le rigidità dell’occasione d’uso. Lo vedi, ti piace, lo indossi, facendolo tuo.

  • Medusa Frame: la stampa Jungle di Versace, da JLo al polso

    Medusa Frame: la stampa Jungle di Versace, da JLo al polso

    Chi oggi decide di acquistare l’ultimo nato tra gli orologi di casa Versace, sappia che porterà al polso un pezzo di storia della moda e della comunicazione. La più recente evoluzione del modello Medusa Frame prevede infatti che il tradizionale cinturino possa essere sostituito da un mini foulard, di seta stampata come uno dei più famosi abiti degli ultimi vent’anni.

    Tutto inizia nel febbraio del 2000. Allo Staples Center di Los Angeles le celebrities si danno appuntamento per la cerimonia di consegna dei Grammy Awards di quell’anno, per intenderci gli Oscar della musica. Come al solito tv e fotografi si accalcano per immortalare i look delle dive, quando sul red carpet compare Jennifer Lopez e succede il finimondo.

    Donatella Versace, alla guida creativa del marchio di famiglia dopo l’assassinio del fratello Gianni nel 1997, veste la star con un look dalla sensualità audace e raffinata. L’abito è di seta, in una rigogliosa stampa sul verde che ricorda una giungla tropicale, ha delle maliziose maniche semi-trasparenti, come tutto il resto. E una scollatura abissale sul davanti, arricchita da una spilla ben più sotto dell’ombelico.

    Il pubblico impazzisce, l’indomani accende i computer e interroga Google per ritrovare quello che è stato battezzato il Jungle Dress. Per essere più precisi, la gente non si accontenta di vedere l’abito, vuole ritrovare JLo che lo indossa con uno charme senza uguali. Perciò va in caccia proprio di quelle foto, convincendo Google a creare di lì a breve la funzione di ricerca per immagini.

    La mise traghetta Donatella Versace nell’olimpo dei creatori di moda, dandole quel quid di sicurezza in più che fino a quel momento le era mancato – come lei stessa ha più volte raccontato: «È stato un successo inaspettato. Come quando Gianni aveva vestito Elizabeth Hurley con l’abito da sera trattenuto sui fianchi da spille da balia».

    L’epopea fashion potrebbe anche finire qui. Solo che nel settembre del 2019 Donatella e JLo si sono ritrovate per fare di nuovo impazzire il pubblico. Al termine della sfilata della griffe per la Primavera-Estate 2020, la voce registrata di Lady Versace rimbomba nella sala mentre chiede a Google di vedere il vero Jungle Dress. Attimo di suspence e, boom, in pedana si presenta la splendida cinquantenne Jennifer in carne, muscoli (da fare invidia a un atleta) e ossa con la rivisitazione attuale dell’abito. Il pubblico esplode, tutti in piedi tra applausi, urla e video-riprese con gli smartphone. Et voilà, il mito diventa leggenda.

    L’orologio Medusa Frame che rende omaggio al Jungle Dress ha i numeri romani agli indici e una Greca a contorno del quadrante, punteggiata da quattro piccole borchie Medusa. Il foulard da polso può essere facilmente sostituito da un cinturino passante di pelle nera. Il movimento è al quarzo Swiss Made. A partire da aprile, è disponibile nei negozi Versace, presso i rivenditori autorizzati e su versace.com.

  • Run Away Rectangle: torna il fattore F di Fendi

    Run Away Rectangle: torna il fattore F di Fendi


    Ci sono simboli che nascono così, senza tante strategie di comunicazione alle spalle, e nel giro di poco tempo diventano segni di riconoscimento su scala mondiale. Alla categoria appartiene di sicuro il logo di Fendi, la maison fondata nel 1925 a Roma da Edoardo Fendi con la moglie Adele Casagrande. E portata avanti dalle cinque figlie – Paola, Anna, Franca, Carla e Alda – fino all’ingresso della maison nel gruppo LVMH, avvenuto sul finire degli anni ’90. Cioè poco dopo il lancio della collezione di orologi, datata 1988, che oggi presenta il nuovo modello Run Away Rectangle.

    La storia della doppia F risale al 1965, quando le Fendi ladies arruolano Karl Lagerfeld, già reduce dall’esperienza come direttore creativo di Jean Patou. Inizia così un lungo, lunghissimo sodalizio artistico, conclusosi 54 anni dopo, solo con la scomparsa del Kaiser nel 2019. A metà degli anni Sessanta, Fendi era un marchio famoso soprattutto per le pellicce; e il compito di Lagerfeld era quello di reinventarle, trasformarle in un capo “leggero”, facilmente portabile, di tendenza. «Era talmente all’avanguardia che avevamo paura fosse troppo avanti», ricordava Anna Fendi poco dopo la morte di Lagerfeld; aggiungendo però che tutte loro si fidavano completamente di lui, perché avevano capito di essere di fronte a un genio assoluto.

    Una delle prime mosse di Lagerfeld fu quella di riassumere in un logo i valori del marchio e il modo in cui lui intendeva approcciarlo. Aveva disegnato due F, poste una di fronte all’altra e con quella di destra capovolta all’ingiù. «Mi avevano chiesto di creare dei modelli moderni», ripeteva spesso Largerfeld. «Ma io volevo anche trasmettere l’idea del divertimento, perché nei codici della griffe ci vedevo un tocco gioioso. E così ho messo insieme le due F, che stavano per Fun Fur (in inglese, una pelliccia divertente, ndr). In pochi secondi avevo tracciato il logo».

    All’inizio la doppia F doveva comparire solo all’interno dei bauli da viaggio prodotti dalla maison, su un tessuto jacquard nei toni del nero e del tabacco. Ma gli anni Settanta portano con sé una grande rivoluzione: quella del logo esibito, meglio ancora se in ogni dove. Fendi è stata tra le prime case di moda a lanciare una gamma di borse con la tela logata. Un successo arrivato intatto fino ai nostri giorni, anche grazie al boom di due it-bag, la Baguette e la Peekaboo, ideate da Silvia Venturini Fendi. Figlia di Anna, era alla guida degli accessori in epoca Lagerfeld e oggi è Direttrice creativa di tutte le linee. «La doppia F non è solo un logo», spiega la designer, «ma il sigillo di garanzia di una realtà quasi centenaria come la nostra; votata ancora oggi ai valori di tradizione e passione per ciò che facciamo».

    Il lungo racconto era doveroso per comprendere appieno il valore del Run Away Rectangle. Cioè il nuovo orologio della collezione Fendi Timepieces che rilegge in chiave rettangolare l’iconico modello dalla cassa tonda. Come nella versione round-shaped, anche questa proposta è caratterizzata dalla F rovesciata sulla parte bassa della cassa. Un’evoluzione del famoso Fun Fur, che lo stesso Lagerfeld aveva battezzato F en Folie, una pazzia di F, proprio per la sua posizione inaspettata. E che oggi dà vita alla collezione di accessori F is Fendi, inclusiva di borse, occhiali, foulard, bijoux e naturalmente orologi.

    La silhouette del Run Away Rectangle mescola accenti rétro con elementi di design contemporaneo, grazie al quadrante minimale, con l’indicazione di ore e minuti decentrata per far posto alla F capovolta. Che risalta in rilievo sopra il vetro zaffiro, ad animare le linee geometriche della cassa come segno dal forte impatto grafico. Nove le versioni che arriveranno in aprile sul mercato (e sul sito di e-commerce del marchio): con la cassa in acciaio, anche rivestita da un trattamento Pvd oro rosa, oro giallo o bicolore; il quadrante opalino bombato, bianco-argenté oppure nero; e la F capovolta coordinata al metallo della cassa, oppure in colore contrasto, e perfino tempestata di diamanti.

    Nelle sue tante declinazioni il Run Away Rectangle è fornito di un cinturino in pelle dalle tonalità tabacco, ciliegia o grigio nacré, chiuso da una fibbia ad ardiglione. In alternativa esiste anche con il bracciale in metallo, dalle maglie ad H e con chiusura déployante. Per tutte le varianti il movimento è al quarzo Swiss-made (ore, minuti) e l’impermeabilità di 5 atmosfere. 

  • V-Motif Western, Versace veste il polso con lo stile cowboy

    V-Motif Western, Versace veste il polso con lo stile cowboy

    È uscito il V-Motif Western di Versace. Che rispecchia uno dei trend più forti  nella collezione crociera 2020. E conferma lo stretto legame fra moda e orologeria della Maison

    Che a Gianni Versace piacesse un’estetica traboccante di energia e sensualità è un fatto. Il grande designer, scomparso nel 1997, aveva una passione per le vestigia dell’antica Grecia, che contaminava sapientemente con il sovraccarico Barocco, con sciabolate di colori intensi, con accenti tra il punk e il pop. Ma era affascinato anche dal mondo delle grandi praterie americane, dalle storie del West più selvaggio, dove il guardaroba di cowboy e avventurieri era punteggiato di simboli forti.

    Oggi, alla guida creativa della griffe – entrata a far parte dell’americano gruppo Capri Holdings nel 2018 – c’è la sorella Donatella, altrettanto amante di quel medley culturale così tipico della maison. Che applica sul fronte moda anche nella collezione crociera 2020, ovvero l’insieme di look pensati per chi durante l’inverno riesce a concedersi una fuga su spiagge assolate. Ecco quindi l’immaginario western della designer improntato su dettagli in puro cowboy style, rielaborati con femminilità ironica e sfrontata.

    E lo stesso mood ammanta anche gli orologi: in particolare la capsule collection che reinterpreta il V-Motif con un’ispirazione rodeo, in pendant con altri accessori del momento. Il V-Motif Western – questo il nome dei due esemplari – acquista infatti per l’occasione la Western Star, un’inedita stella da sceriffo in rilievo. Sbalzante al centro del quadrante, nelle varianti nero o dorato, è amplificata da un guilloché stampato che ne ripete la silhouette come un’eco. La lavorazione, così particolare, rende la superficie del metallo simile alla texture di un jeans.

    Altre stelle più piccole in 3D svettano agli indici, con una puntuale sequenza interrotta solo dal logo Versace a ore 6. E si ritrovano anche sul cinturino in pelle, accanto a grintose (seppur tipiche) borchie Medusa. Per il resto infatti il V-Motif Western conferma l’attitudine iconica della collezione. Oltre alle già citate borchie Medusa, sempre più identificative degli orologi del marchio, presenta il consueto decoro a V inciso sulla lunetta (da cui la collezione stessa prende nome). Come sempre la cassa rotonda (35 mm di diametro) è in acciaio Ip oro giallo o bronzo. E il movimento è al quarzo Swiss Made (Ronda 762.2).

  • Gli orologi Trussardi fra heritage e tendenza

    Gli orologi Trussardi fra heritage e tendenza

    Per una donna, indossare oggi gli orologi Trussardi è una scelta che prescinde dall’intrinseco valore estetico. Certo la maison ha messo a punto una serie di modelli che trasmettono appieno la propria eleganza scattante e sempre connessa al “qui e adesso”. Ma indossare un orologio Trussardi significa anche entrare a far parte di una storia di famiglia, iniziata nel 1911 e proseguita nel tempo, grazie alla passione e alle intuizioni delle varie generazioni.

    Ai principi del Novecento, Dante Trussardi realizzava guanti bellissimi che poi vendeva in tutt’Italia. Una produzione di gran pregio, però destinata a scemare con i cambiamenti culturali che avevano portato la gente a girare sempre più a mani scoperte. Invece il nipote Nicola, negli anni ’70, trova il modo di reinventarla: da una parte ne custodisce il know-how e dall’altra trasforma l’azienda in un brand. Crea il logo del levriero e lancia prima una serie di accessori in pelle, poi una collezione di abbigliamento vera e propria.

    È il boom. Negli anni ’80 Trussardi spopola: arrivano i profumi, la prima linea di jeans di lusso, due icone assolute, il secchiello e lo zainetto da città. E intanto la maison crea un legame indissolubile con Milano, andando a sfilare in luoghi simbolo come il Teatro alla Scala, la piazza del Duomo o la stazione Centrale. Trussardi rappresenta il fascino dinamico dell’imprenditoria che dialoga con la creatività e con l’arte, di cui Nicola è appassionato.

    La sua morte improvvisa nel 1999 lascia il timone della griffe ai figli, che ne portano avanti il lavoro mantenendo il gusto per uno stile profondamente affine alle vibrazioni del contemporaneo. Le stesse che oggi si ritrovano negli orologi della linea T-Sparkling, illuminata dai cristalli sulla ghiera e dal “diamond dust” agli indici; mentre la T di Trussardi appare sul bracciale, ne modella le singole maglie trasformandone il design, lo decora come dettaglio in colore contrasto.

    L’iniziale del nome, il logo del levriero, i pattern storici della casa diventano del resto elementi d’identità che ritornano puntuali nelle diverse collezioni di orologi Trussardi. Così i modelli T-Twelve parlano un linguaggio vagamente rétro, come a voler ripescare le radici del brand: sul quadrante la T sostituisce il 12; il levriero appare sul contrappeso della lancetta dei secondi; il lettering del nome ripetuto decora il réhaut; lo stile “classico” definisce il bracciale rastremato.

    Mentre la collezione T-Motif rivela un perfetto equilibrio fra la modernità più essenziale e la ricerca dello chic d’antan. E si inscrive nel gusto neo-vintage, essenza stessa di attualità. Ecco quindi il bracciale in maglia milanese, la carrure (inaspettatamente) decorata da cristalli, il quadrante con la T a ore 12 e il motivo a rilievo, omaggio alla texture Trussardi.

    Infine la linea T-Chain, quella che maggiormente esprime il mix di tradizione e tendenza degli orologi Trussardi. È  composta da veri e propri esemplari-gioiello, con la cassa di piccole dimensioni e il bracciale a catena tipo gourmette, dai link geometrici. Sul quadrante ritorna la grafica Trussardi, mentre la lunetta lucida è incisa con un decoro a T satinato. Un tocco inedito, che increspa il metallo di luce.

  • Versace Virtus, il Barocco al polso

    Versace Virtus, il Barocco al polso

    Cosa rende davvero grande una maison nel tempo? Quando si parla di lusso l’attenzione per la qualità è di rigore, così come la dedizione assoluta al cliente, ma c’è qualcosa in più. Bisogna riuscire a restare fedeli ai codici estetici che hanno decretato la fortuna del marchio, e al contempo innovarli. Che si tratti di abiti, borse od orologi.

    È questa la sfida di Versace, la griffe fondata nel 1978 da Gianni Versace. Sopravvissuta alla sua tragica scomparsa nel 1997, da quel momento è guidata a livello creativo dalla sorella Donatella, che ne ha mantenuto vivo lo spirito opulento, strepitoso, a tratti rock. L’anno scorso è stato importante per il marchio, con un cambio di assetto finanziario (acquisizione in toto da parte della newco americana Capri Holding, creata apposta per fare confluire in un’unica realtà il gruppo Michael Kors e appunto Versace). Che ha dato ulteriore linfa all’estro di Donatella, saldamente al comando dell’ufficio stile.

    La Virtus Bag, lanciata nel febbraio scorso sulle passerelle della Milano Fashion Week e arrivata nelle boutique in settembre, rappresenta appieno il nuovo corso del brand, fatto di iconicità riletta in chiave contemporanea. Uno dei capisaldi del Versace-pensiero è la profonda fascinazione del suo fondatore per il Barocco, la corrente culturale che ammantò il Seicento e parte del Settecento in Europa con ideali di sfarzosità estrosa; e che Gianni fece sua tratteggiando una moda ricca nelle lavorazioni e nei materiali, e dirompente nei contenuti.

    Per l’ultima nata in fatto di borse è venuto quindi spontaneo elaborare il concetto con una protagonista, la V della iniziale, interpretata come un prezioso torciglio metallico e floreale. Dopo di che è stata la volta degli orologi, secondo la filosofia sempre più diffusa nel mondo della moda che li considera alla stregua degli altri accessori. In grado di esaltare lo stile di chi li indossa tanto quanto un paio di tacchi a spillo o una pochette.

    Ecco allora la declinazione timepiece di Versace Virtus in cui, appena sotto al logo a ore 12, la nuova icona del lettering barocco troneggia al centro del quadrante nero o bianco, abbracciato da una cassa sottile. Lady size, sempre in acciaio dorato, gioca con le lavorazioni di superficie: carrure e anse lucide, ma lunetta satinata. Un dettaglio che spezza l’impostazione chic dell’insieme con un accento quasi sportivo. Un tocco inatteso, un po’ spiazzante, tipico di Versace. 

    Il bracciale si presenta in tre varianti, sempre in maglia di acciaio: Ip color champagne come la cassa, oppure bicolore nei toni acciaio/oro giallo o acciaio/oro rosa. In alternativa il cinturino in pelle, nero, rosa antico, blu o  burgundy, è decorato con lo stesso pattern della V impresso a stampa. Il movimento è al quarzo Swiss made (Ronda 762.3). Tutti i modelli Versace Virtus sono disponibili da questo mese nelle boutique monomarca, presso i rivenditori autorizzati e sul sito di e-commerce della Casa.

  • La DolceVita a Roma, Longines festeggia Aishwarya

    La DolceVita a Roma, Longines festeggia Aishwarya

    Un cocktail party a Villa Aurelia con vista mozzafiato su Roma. Così Longines ha festeggiato un anniversario importante, i vent’anni di collaborazione diventata nel tempo amicizia con l’attrice indiana Aishwarya Rai Bachchan, dal 1999 ambassador della marca. E il lancio delle novità per la collezione DolceVita, presentata nel 1997 prendendo spunto da un modello con la cassa rettangolare del 1920.

    La star ha fatto un ingresso felliniano, accomodata su una decappottabile d’epoca e avvolta in un abito da gran sera; al polso il tocco di colore di un orologio con cinturino in pelle turchese. Un cambiamento importante per la collezione che, grazie a lei, in India ha superato in modo significativo le vendite dei modelli maschili, come ha spiegato durante la presentazione il presidente di Longines Walter von Känel.

    Per la prima volta la collezione DolceVita presenta un sistema di cinturini intercambiabili, declinati nelle dimensioni S e M e in otto tonalità. Oltre a quella indossata da Aishwarya, sono disponibili le varianti in giallo, verde lime, arancio, corallo, marrone, verde pino e grigio talpa. Tutte studiate in modo da sganciarsi e agganciarsi con facilità, permettono di personalizzare di volta in volta l’orologio, in base al look e a come ci si sente in un determinato momento.

    Anche il quadrante può conquistare un blu intenso, illuminato da iridescenze che ricordano una notte stellata; ma, per chi non desidera la monocromia, questa referenza esiste anche con il bracciale in acciaio. Mentre per il quadrante bianco i cambiamenti riguardano gli indici allungati, oppure abbinati ai numeri arabi a ore 3, 6, 9 e 12. E siccome la dolce vita non è solo prerogativa femminile, Longines ha messo a punto anche una dimensione XL, pensata per un polso da uomo. In questo caso, nella cassa di 28.20 x 47 mm è alloggiato un movimento automatico.  

    Un tripudio di colori è infine il simbolo di Longines DolceVita Elegance Celebration – Limited Edition, il modello realizzato in soli 5 esemplari per festeggiare la partnership di lungo corso con la diva di Bollywood. Il cinturino è turchese, così come il quadrante arricchito da un mandala indiano, cesellato in madreperla bianca, e da indici di diamanti; altri 68 diamanti si trovano sulla lunetta, incastonati ad abbracciare la cassa in oro rosa. L’orologio numero 1 ha già preso posto nel Museo della marca, presso il quartier generale di St-Imier. Il numero 5 invece è andato in dono proprio ad Aishwarya Rai Bachchan.

  • I segreti di G&F Châtelain e la ricetta della ceramica Chanel

    I segreti di G&F Châtelain e la ricetta della ceramica Chanel

    Chanel ha un modo tutto suo di fare le cose. Che si tratti borse, tailleur, profumi, trucchi oppure orologi, la filosofia è sempre la stessa: alla clientela si offre solo il meglio. Anche se, per ottenere certi standard qualitativi, si finisce per acquistare la manifattura che è in grado di garantire “quel meglio”. È successo più volte nel segmento moda, dove Chanel ha comprato alcuni tra i più prestigiosi atelier in cui si preservano rare tecniche di lavorazioni per la haute couture. Ma lo stesso è accaduto quando la Maison è entrata nel mondo delle lancette.

    Nel 1987 debutta il modello Première, realizzato per conto della Casa della doppia C nei laboratori di G&F Châtelain. Un’azienda fondata nel 1947 a La Chaux-de-Fonds, nel cuore del distretto svizzero orologiero, specializzata nella costruzione di casse e bracciali haute de gamme e con particolari competenze nell’incastonatura. Ma già nel 1993 Chanel la rileva: le permette di mantenere la propria autonomia ma intanto si assicura un bravo partner e una solida base per il futuro.

    Passano altri 7 anni e sul mercato arriva il J12, ideato dall’allora direttore creativo Jacques Helleu. Non è certo il primo orologio sul mercato con cassa, lunetta e bracciale in ceramica high-tech; ma è il primo a fare tendenza. O, meglio, a rendere la ceramica un materiale di tendenza. E il successo è in parte dovuto proprio alla qualità di quella ceramica, creata direttamente “in casa”, nei laboratori G&F Châtelain. Che oggi – ormai ampliati su una superficie di 16mila metri quadri, dagli 8mila precedenti – ci aprono le porte per permetterci di accedere ai segreti di produzione.

    Il nostro è un drappello compatto e disciplinato, perché nel varcare la soglia dello stabilimento si percepiscono all’istante un ordine e una precisione che incutono rispetto. Osserviamo attenti le fasi di progettazione al computer, dove gli ingegneri traducono in oggetti le intuizioni di Arnaud Chastaingt, il Direttore di Chanel Watch Creation Studio. Ci soffermiamo di fronte alla perfidia a fin di bene con cui l’addetto al controllo qualità tormenta ogni orologio per verificarne la resistenza agli urti, agli sbalzi di temperatura, al sudore, ai campi magnetici, alla sabbia e agli agenti atmosferici. Ma è quando arriviamo alla realizzazione della ceramica che ci incantiamo come bambini davanti a un pasticcere intento a preparare una torta.

    Forse non tutti sanno che la ceramica è un composto ottenuto amalgamando con acqua diversi materiali. In un processo che per molti aspetti ricorda le dinamiche di una cucina. Ossido di zirconio – Polvere di Ittrio – Pigmenti – Polimero legante, da rimuovere prima della cottura – Acqua – Sapone – Polvere di diamante abrasiva. Sono questi grosso modo gli ingredienti usati dai tecnici per costruire il J12 e gli altri modelli in ceramica (di Chanel, ma non solo). Probabilmente c’è qualche altro componente nella lista che viene tralasciato; ma l’impressione è che non sia tanto una norma anti-spionaggio, quanto una gentilezza verso noi visitatori, assai curiosi e altrettanto inesperti in fatto di chimica.

    Proprio come uno chef seleziona le materie prime migliori per preparare i suoi piatti, così da G&F Châtelain si sceglie una buona polvere a base ossido di zirconio, cui si aggiungono dei pigmenti chiari o scuri per garantire il bianco e il nero. A quel punto entra in gioco un elemento chiave per la prima fase della lavorazione, quel polimero indispensabile a legare gli elementi tra loro. Ciò che si ottiene è una pasta simile a un dentifricio, modellabile a caldo, che viene iniettata a pressione all’interno di stampi, dove viene lasciata raffreddare e rapprendere.

    L’irrigidimento del composto però è solo di facciata perché, prima della cottura, l’agente legante deve essere dissolto in acqua; e in quella fase la ceramica è estremamente friabile. Quindi avviene il passaggio in forni che arrivano fino a mille gradi, seguito da un successivo raffreddamento in tempi lunghi; tutto viene calcolato nel dettaglio, senza possibilità di errore (uno stadio spinoso, per esempio, è il restringersi della massa durante l’esposizione al calore). E il segreto, se esiste, sta proprio in questo procedimento di cottura e raffreddamento, cruciale per i tempi e quindi per i costi.

    Si arriva così agli step finali. Ovvero la lucidatura, realizzata aggiungendo a un mix di acqua e sapone della polvere di diamante; l’unica sostanza in grado di levigare alla perfezione l’ormai fortissima ceramica all’interno di un tamburo rotante. O al contrario le operazioni di finitura, con trattamenti che la rendono opaca. Quindi il duplice controllo qualità, per cui quello che un occhio umano ha validato con attenzione viene sottoposto a un ulteriore check. Le diverse componenti ora sono pronte per l’assemblaggio, fino al montaggio del movimento nella cassa. Nel caso del J12 si tratta del Calibro 12.1, sviluppato in esclusiva per la Maison da Kenissi, la manifattura ginevrina nel cui capitale Chanel ha fatto il suo ingresso nel gennaio scorso.

    Il personale racconta con un misto di timidezza e orgoglio quanto siano delicate le fasi di mescola e di cottura. Di come ci siano voluti tempo e pazienza per arrivare a padroneggiare perfettamente l’intero processo produttivo della ceramica di qualità. Un materiale che, a ben guardare, ha quasi dell’incredibile: è estremamente leggero ma duro; resistentissimo alle variazioni di temperatura e ai raggi Uv; inscalfibile, anti-graffio e anti-usura; inalterabile al trascorrere degli anni e dei decenni; e allo stesso tempo del tutto biocompatibile, anche dalle epidermidi più sensibili.

    I tecnici di G&F Châtelain spiegano che sono state messe in atto circa cento ricette di prova, per arrivare alla formulazione attuale – che va comunque soppesata di volta in volta, dato che a diverse parti dell’orologio corrispondono indicazioni specifiche di lavorazione. Sono tutti addetti ultra-qualificati, eppure dai loro occhi traspare l’emozione di creare qualcosa di speciale. Qualcosa in cui la precisione di formule e macchine è condita con un ingrediente fondamentale: la sensibilità dell’uomo.

  • Double Gancini, l’icona Ferragamo tra forma e funzione

    Double Gancini, l’icona Ferragamo tra forma e funzione

    Se in passato il pubblico femminile guardava agli orologi con un pizzico di indifferenza, oggi cresce il numero di signore e signorine che scelgono di indossarli. E la relazione donna & orologio sta diventando sempre più solida anche grazie a modelli come il Double Gancini di Salvatore Ferragamo Timepieces.

    Fondamentale è l’estetica, supportata da precisione e affidabilità: qualità che il nuovo esemplare al quarzo coniuga con efficacia. Ma sono sempre più le donne che nel mondo delle lancette cercano anche una storia da portare al polso, qualcosa che le sappia emozionare; e in questo senso l’universo Ferragamo è ricco di spunti evocativi, a cominciare proprio dal motivo che definisce l’orologio. Il Gancino, appunto.

    I Gancini e l’eredità di Salvatore

    L’epopea del fondatore della griffe è un’avventura cominciata in Italia, diventata grande negli Stati Uniti per poi riattraversare l’Atlantico e trovare una casa a Firenze. Da Avellino alla California, il giovane Salvatore ha rivoluzionato il mondo delle calzature, ha servito i divi di Hollywood – da Rodolfo Valentino a Marilyn Monroe; ma soprattutto ha inventato scarpe che, oltre a essere bellissime, erano capolavori di tecnica.

    Alla sua morte improvvisa nel 1960, la moglie Wanda prende in mano l’azienda, con i figli a fare squadra per preservare e portare avanti il sogno diventato realtà del padre. Ed è Fiamma negli anni Settanta a disegnare una borsa pensata in primo luogo per la madre, con un dettaglio molto particolare. L’allora guida creativa della griffe, poi scomparsa nel 1998, era rimasta affascinata dai battenti che poggiavano sulle porte di Palazzo Spini Feroni, tuttora il quartier generale della Maison, a Firenze, e li aveva trasformati in una fibbia.

    Ancora una volta si creava la giusta alchimia tra funzionalità, estro, legami di sangue e di affetto, per dare vita al mondo del Gancino, nel tempo diventato una delle icone di Ferragamo. Ancora oggi i Gancini sono protagonisti del prêt-à-porter del marchio, con una capsule collection messa a punto dall’attuale direttore creativo Paul Andrew. E sul fronte dell’orologeria ne racchiudono l’essenza.

    La collezione Double Gancini

    La nuova collezione Double Gancini riprende infatti lo storico simbolo e lo sviluppa in accordo con altri accessori della Casa. Realizzata in acciaio, anche nelle varianti oro rosa e oro giallo, si distingue per la cassa rettangolare, compatta nelle proporzioni; e soprattutto ornata su entrambi i lati minori dal doppio Gancino, che così funge da grandi anse (e presta appunto il nome all’orologio: Double Gancini). Il loro profilo, leggermente incurvato con una studiata inclinazione, migliora l’ergonomia dell’orologio e lo rende più confortevole quando lo si indossa.

    Non solo. Il bracciale in metallo riprende il simbolico elemento e lo ripete più volte, a creare le maglie di una catena inconfondibile. Che ne accentua l’aspetto prezioso e trasforma l’esemplare in un orologio-gioiello (lo conferma anche la chiusura invisibile, tipica della gioielleria). In alternativa Double Gancini è corredato di cinturino in pelle di vari colori – con impunture a contrasto o ton-sur-ton, e fibbia ad ardiglione. Essenziale il quadrante argenté soleil, decorato solo dal logo; mentre il cabochon rosso sulla corona dona un tocco di classe. Ultima informazione: il movimento al quarzo Swiss Made è un Ronda 1032.

  • “Watch Art Grand Exhibition”: Patek Philippe in mostra

    “Watch Art Grand Exhibition”: Patek Philippe in mostra

    Patek Philippe scrive un nuovo capitolo della mostra itinerante “Watch Art Grand Exhibition“. Appena inaugurata a Singapore, resta aperta al pubblico fino al 13 ottobre, negli spazi del Marina Bay Sands Theater.

    Tra le maison del lusso è ormai consuetudine far viaggiare per il mondo delle retrospettive: il cui compito non è tanto celebrare la marca in sé, quanto piuttosto prendere per mano il pubblico e accompagnarlo in un viaggio fantastico alla scoperta delle creazioni più emozionanti e pregevoli. La mostra di Patek Philippe ha debuttato nel 2012 a Dubai, per poi spostarsi a Monaco di Baviera l’anno successivo, da lì proseguire per Londra nel 2015 e sbarcare a New York nel 2017. Ora però è  giunto il momento di incontrare appassionati e semplici curiosi di una città simbolo dell’Estremo Oriente, che proprio quest’anno festeggia i duecento anni di vita e a cui la Casa rende omaggio.

    L’allestimento è di forte impatto, e accoglie i visitatori guidandoli in un percorso studiato ad arte per trasportarli con l’immaginazione in Svizzera, nei luoghi più rappresentativi di Patek Philippe. E per raccontare la storia di quella che a oggi è una delle poche manifatture orologiere indipendenti ancora a conduzione familiare. Sono dieci le sale tematiche, studiate per creare un coinvolgente rimpallo tra passato e presente. C’è la Grand Complications Room, una strabiliante raccolta delle creazioni Patek Philippe più complicate e innovative, che nel tempo hanno reso grande la maison. Oppure la Rare Handcrafts Room, con gli artigiani pronti a dimostrare dal vivo come riescano a preservare l’antico savoir-faire, in particolare le tecniche di smaltatura.

    A fare da controcanto contemporaneo c’è la Napoleon Room, che riunisce i modelli in edizione limitata realizzati appositamente per il mercato del Sud-est asiatico. Tra cui spiccano una variante in acciaio dell’Aquanaut 5167A, con la lancetta dei secondi e gli indici in rosso, come il cinturino, realizzata in 500 esemplari; e la versione al femminile Aquanaut Luce ref. 5067A, prodotta in 300 pezzi. Ma soprattutto il Minute Repeater World Time ref. 5531R, ovvero cinque orologi in tutto con un quadrante smaltato che riproduce la mappa del centro di Singapore. E ancora la nuova referenza 5303R Minute Repeater Tourbillon, con quadrante aperto per svelare il nuovo calibro R 27 TOPs. Mentre la Current Collection Room è riservata alla collezione attuale della Manifattura.

    Il consiglio per chi nei prossimi giorni si trova a Singapore, quindi, è di pianificare la visita alla “Watch Art Grand Exhibition” con la dovuta calma. Per godersi la Cinema Room, con la proiezione di un film dedicato alla storia di Patek Philippe, e soffermarsi nella Interactive Room. Lì si può vivere un’esperienza immersiva a 360° che porta nel cuore nella Manifattura: un ottimo modo per approfondire le conoscenze tecniche dei calibri, divertendosi. Altra accortezza, prenotare in anticipo i biglietti, oppure munirsi di un po’ di pazienza all’arrivo. L’ingresso è gratuito e sono previste lunghe code, come era già accaduto nelle altre città.