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Tag: Bulova Accutron

  • Accutron Spaceview 314 e il coraggio di Bulova

    Accutron Spaceview 314 e il coraggio di Bulova

    Partiamo dalla notizia: Bulova ha riportato in vita il mitico Accutron, mantenendo lo spirito che ne determinò la nascita nel 1960, ben 65 anni fa. E per presentare alla stampa specializzata e ai retailer italiani la novità, ha organizzato un evento a Bologna lo scorso ottobre. Due giorni nei quali la genesi dell’Accutron e l’avanguardia di Bulova – che tale era già nella seconda metà del secolo scorso – sono state il centro di una narrazione dalla quale l’importanza di questo orologio per la storia della cronometria e dell’orologeria sono emerse in modo netto e inequivocabile. Noi c’eravamo e per quei due giorni abbiamo respirato storia, modernità e pionierismo attraverso il nuovo Accutron Spaceview 314.

    Anche perché in questo settore bello e maledetto delle lancette, non capita tutti i giorni che un marchio di orologi attinga alla storia (alla propria e alla Storia con la S maiuscola) e realizzi qualcosa di veramente audace, di inatteso. Bulova, con l’Accutron Spaceview 314, lo ha fatto. A più di sessant’anni dall’introduzione del primo orologio da polso completamente elettronico al mondo, il marchio ha riproposto il movimento che ha dato inizio a tutto: il calibro a diapason.

    È vero, un mesetto e mezzo fa ne avevamo anticipato il lancio in questo articolo, dove però il nostro Francesco Consumi aveva raccontato gli ultimi sviluppi dell’Accutron negli anni Duemila, prima di vedere l’orologio. Ora che lo abbiamo visto, possiamo aggiungere qualcosa.

    Prima dell’Accutron Spaceview 314

    Intanto non tornerei sulla storia dell’Accutron. Consumi ne ha trattato in maniera approfondita e super-competente in tre contributi, che potete leggere qui, qui e qui. Una cavalcata in tre puntate che ricostruisce, oltre che la nascita e lo sviluppo della tecnologia, anche il contesto storico nel quale l’orologio è nato. Un contesto fatto di Guerra Fredda, corsa allo Spazio e agli armamenti, ingegneria pionieristica: un contesto che, pur se in parte diverso da quello odierno, ha contribuito ad arrivare a quello che oggi è l’Accutron Spaceview 314.

    Lanciato originariamente nel 1960, il movimento a diapason non era solo una curiosità tecnica eccentrica, ma rappresentava una vera e propria rivoluzione nel campo della misurazione del tempo. All’epoca, la maggior parte degli orologi funzionava utilizzando ruote e molle, e Accutron cambiò questa configurazione. Max Hetzel, genio dell’ingegneria elettronica basato in Svizzera, compì il primo progresso rivoluzionario nella misurazione del tempo in 300 anni, sostituendo la tradizionale molla principale e i bilancieri con circuiti elettronici a transistor. In questo modo aprì la strada alla tecnologia del diapason, realizzando il primo orologio completamente elettronico al mondo.

    Quel nuovo cervello dell’Accutron, non più meccanico ma elettronico, emetteva un ronzio a 360 Hz in Fa diesis e garantiva uno scarto sulla precisione di appena un paio di secondi al giorno. Roba che, negli anni ’60, era quasi fantascienza. Gli ingegneri della Nasa e i programmi militari statunitensi adottarono quella tecnologia, la misero al polso degli astronauti e la integrarono nelle cabine di pilotaggio degli aerei, utilizzandola anche nelle prime missioni spaziali. Quel leggero ronzio divenne un simbolo di progresso.

    Accutron Spaceview 314: figlio del XXI secolo

    Ecco perché l’Accutron Spaceview 314 appena lanciato non è una riedizione, ma una reinvenzione del progetto originario di 65 anni fa. Dopo oltre dieci anni di sviluppo, il nuovo movimento a diapason è stato costruito da zero utilizzando strumenti e tolleranze moderne che semplicemente non esistevano nel XX secolo. Il calibro Accutron è infatti rinato grazie al lavoro incessante svolto nel corso degli ultimi 10 anni da diversi ingegneri del gruppo Citizen nei laboratori di ricerca di Tokyo.

    L’obiettivo di quel gruppo di lavoro era quello di ricreare la tecnologia innovativa di Accutron, reinventata nel XXI secolo. Obiettivo raggiunto grazie al nuovo calibro Accutron Y230 che non emette ticchettii, ma un silenzioso ronzio sulla “storica” nota del Fa Diesis, data dalla vibrazione del diapason e necessaria a garantire una precisione di due secondi al giorno, come nel 1960. Nonostante la massiccia tecnologia che ha alle spalle, il calibro è assemblato a mano e per certificare la qualità della vibrazione a 360 Hz del diapason e il moto fluido della lancetta dei secondi, l’orecchio e l’occhio umano sono ancora imprescindibili.

    Non si tratta di nostalgia fine a se stessa. Il nuovo Accutron Spaceview 314 e il suo calibro Accutron Y230 conservano le caratteristiche che hanno reso famoso il modello originale, portando qualcosa di poetico nel ritorno di quel caratteristico ronzio. In un momento in cui la maggior parte dei marchi è alla ricerca di complicazioni o nuovi materiali, Bulova ha scelto di riportare in auge un suono che è soprattutto una sensazione, un ricordo: qualcosa che un tempo rappresentava l’Avanguardia e che oggi è Storia.

    Toccare con mano

    In occasione dell’evento di Bologna ho potuto avere tra le mani e indossare il nuovo Accutron Spaceview 314. Devo dire che la sensazione al polso è notevole ma, soprattutto, il ronzio del diapason è qualcosa di davvero affascinante. Il quadrante aperto con vista piena sui circuiti elettronici è un teatro in cui l’avanguardia orologiera interpreta se stessa e non ha paura di confrontarsi con la vita quotidiana di chi indossa l’orologio.

    Bulova propone l’Accutron Spaceview 314 in quattro varianti, tre delle quali disponibili in Italia. Per i dettagli tecnici ed estetici vi rimando alle didascalie. Qui segnalo che i retailer del nostro Paese avranno a disposizione due referenze con cassa in acciaio da 39 mm (5.100 euro)  e una con cassa in titanio grado 5, sempre da 39 mm (5.300 euro). L’altra referenza ha la cassa in oro con un diametro più contenuto (37 mm) ed è realizzata in soli 65 esemplari. Tenete conto che, per le referenze disponibili in Italia, a causa della complessità della realizzazione del movimento, la produzione (non l’edizione) è limitata. Del resto, non si tratta di articoli destinati al mercato di massa, ma a persone che amano il funzionamento degli orologi e il comprendono fino in fondo perché il calibro è spesso più importante dell’estetica.

    In conclusione, è bene riportare alla mente che nel nome Accutron era racchiusa già la missione che Bulova si era data nel creare il movimento: Accutron, ossia Accuracy Through Electronics, la precisione grazie all’elettronica. Con il suo Accutron Spaceview 314, il brand ci ricorda che la vera innovazione spesso non sta nel creare qualcosa di totalmente nuovo, ma nell’avere il coraggio di rivisitare ciò che un tempo funzionava, per renderlo ancora migliore. Da quello che ho visto con i miei occhi e toccato con le mie mani, ci è riuscita.

  • Accutron 314, l’Araba fenice. Torna il Bulova di culto

    Accutron 314, l’Araba fenice. Torna il Bulova di culto

    La scorsa estate i fan dell’Accutron sono andati in visibilio. Bulova ha presentato negli States un’edizione speciale del celeberrimo orologio a diapason, l’Accutron 314, con la cassa realizzata in oro. Da lì si è diffusa la notizia dell’uscita, prevista per quest’autunno, di nuove versioni in acciaio e in titanio. In attesa del prossimo lancio ufficiale, Francesco Consumi – il nostro esperto di storia dell’orologeria elettrica – racconta gli ultimi sviluppi dell’Accutron negli anni Duemila e ci fornisce qualche spunto di riflessione

    Negli ultimi anni Bulova ci ha abituati a una serie di ritorni di grande successo commerciale, dovuti a scelte di design azzeccate unite a un ottimo rapporto qualità/prezzo. Alla base c’è la decisione di privilegiare la qualità dei materiali “che si vedono” (cassa, quadrante e così via), a scapito di quello che abitualmente “non si vede” (movimenti di grande serie dalle finiture industriali, sia meccanici che al quarzo). Questo senza rinunciare a una certa originalità: i movimenti al quarzo sono spesso ad alta frequenza (262 kHz) e in alcuni casi, come gli Accutron II del 2016, anche visibili attraverso il quadrante.

    L’Accutron nel Nuovo Millennio

    Nel 2010, in occasione del 50° anniversario dal lancio, Bulova realizzò un’edizione limitata di 1000 esemplari dell’Accutron 214 Spaceview, in cui utilizzava una cassa vagamente triangolare, ispirata all’originale, con prezzi intorno ai 4mila dollari. Per questa operazione l’azienda però riutilizzò dei movimenti d’epoca, rimasti in magazzino. Nel 2016 fu la volta proprio dell’Accutron II Alpha appena citato, anch’esso con la cassa leggermente triangolare in acciaio o nei toni dell’oro rosa, giallo o nero, e il movimento al quarzo a 262 kHz.

    Bulova compì poi un ulteriore passo verso una maggiore ricercatezza nel 2020, con l’Accutron Electrostatic – tuttora in catalogo. Nel quale appunto la lancetta dei secondi si muove grazie a un motore elettrostatico, alimentato da due “turbine”. Le lancette di ore e minuti sono invece animate da un tradizionale motore passo-passo, a causa della scarsissima coppia che i motori elettrostatici sono in grado di sviluppare. Una simile soluzione permette di fornire alla lancetta dei secondi un moto continuo, come nei classici Accutron col diapason, mentre le altre due scattano a intervalli più ampi. Il tutto è comunque regolato da un quarzo.

    Bulova e l’Accutron di oggi

    L’ultimo passo che restava a Bulova per essere di nuovo “la casa dell’Accutron” era tornare a produrre orologi mossi davvero dal diapason. Quando Max Hetzel inventò questo tipo di movimento, realizzò anche i macchinari necessari a produrre componenti piccolissimi: la ruota primaria dell’Accutron 214 aveva 300 denti su 3 mm di diametro ed era fabbricata da un macchinario a sua volta regolato da un diapason.

    Si dice che, negli anni ’80, quei macchinari siano stati distrutti. Se fosse vero, si può intuire il grande sforzo – prima di tutto di industrializzazione – compiuto al giorno d’oggi per riportare in vita lo storico movimento diapason. A questo punto è importante ricordare che nel 2007 Bulova fu definitivamente acquisita da quello che in precedenza era stato uno dei suoi più grossi clienti: Citizen.

    Col nuovo Accutron 314 Bulova è riuscita nell’intento di ridar vita in qualche modo al mitico 214. Come suggerisce il numero, il movimento non è identico all’antenato. Il diapason è rimasto visivamente uguale e vibra sempre a 360 Hz, e così le due bobine, ma la corona è passata da essere sul fondello a una più tradizionale posizione sulla carrure, anche se a ore 4. È cambiato pure il materiale della parte magnetica del diapason, passando dall’Alnico (alluminio-nichel-cobalto) al samario-cobalto.

    Accutron 314: qualche anticipazione

    Anche la parte elettronica ha certamente subito una riprogettazione, della quale però non sono ancora disponibili dettagli – il lancio è previsto appunto nelle prossime settimane. Dalle foto divulgate finora noto che a vista ci sono due grosse resistenze. Dal momento che il design del diapason non è cambiato, mi chiedo se i difetti di progettazione del diapason stesso siano stati risolti: il fatto di essere imperniato in basso lo rendeva sensibile agli urti e ne variava la precisione in base alla posizione. A suo tempo Hetzel non riuscì a trovare una soluzione a questi problemi. Lo fece invece ESA con il calibro 9152, che utilizzava un diapason a forma di “H” imperniato al centro.

    L’aver spostato la corona come di consueto sulla carrure ha reso possibile utilizzare un fondello trasparente che migliora notevolmente l’estetica del movimento dell’Accutron 314. Attraverso l’oblò in vetro si nota infatti il grande ponte in ottone, rifinito a Côtes de Genève secondo i criteri dell’orologeria di tradizione. Mentre dal lato quadrante – col diapason a vista -, il movimento risulta altrettanto bello del suo antenato. Va sottolineato che l’originale raggiunse un successo planetario: grazie al posizionamento di prezzo dell’epoca, si raggiunsero oltre 5 milioni di esemplari venduti in 17 anni. Tant’è che negli anni ‘60 l’Accuron 214 era il dispositivo elettronico più diffuso al mondo.

    Conclusioni

    Termino il discorso con il prezzo del nuovo Accutron 314, che negli States è annunciato a 5.990 dollari nella versione acciaio, 6.200 dollari in titanio e 31.500 dollari in oro giallo. Non è dato sapere se questa politica dei prezzi derivi dalla volontà di renderlo esclusivo o, piuttosto, di restare coerenti con l’esemplare del 2010. Di certo deve aver influito l’esigenza di rientrare dagli ingenti investimenti, necessari a riprogettare pressoché da zero un movimento del tutto eccentrico rispetto alla produzione attuale. In quest’ottica, nel caso in cui l’Accutron 314 restasse in catalogo, i prezzi in futuro potrebbero anche calare. O almeno vogliamo tutti auspicarlo.

  • Bulova Curv, storia e preistoria del “quarzo” curvo ad alta frequenza

    Bulova Curv, storia e preistoria del “quarzo” curvo ad alta frequenza

    La presentazione dei nuovi modelli 2023 del Bulova Curv è l’occasione per ripercorrere brevemente la storia di questo originale movimento cronografico al quarzo di forma incurvata. Nato nel 2016, rispondeva alla necessità di rendere ben vestibili le dimensioni abbastanza importanti – 44 mm – degli orologi da uomo.

    Back to the Thirties

    L’idea invero non è del tutto originale. Sul mercato si trovano molti esemplari con cassa curva per meglio adattarsi alla forma del braccio, specie per quello più esile, femminile. Spesso però racchiudono movimenti molto piccoli che occupano solo la parte centrale della cassa stessa, quasi sempre dal formato rettangolare molto allungato.

    È esistito però nel passato un movimento veramente curvo: creato dalla Gruen negli anni ‘30, si chiamava Curvex e fu la base per realizzare differenti tipi di cassa, eleganti e ben proporzionati. In realtà l’azienda americana produsse vari calibri Curvex: il 311, il 330, il 370 e il 440, tutti a carica manuale e di dimensioni leggermente diverse tra loro.

    …and return

    Con il diffondersi dei movimenti elettronici, la questione sembrava superata: il quarzo permette spessori ridotti e si adatta a ogni cassa, perfino a quelle dalle linee concave. Nel nuovo Millennio, tuttavia, la moda delle dimensioni sempre più importanti – tanto che i 38 mm della cassa da uomo sono diventati la norma anche sui polsi femminili – ha posto di nuovo il problema dell’adeguata vestibilità per gli esemplari di proporzioni più generose.

    Bulova non si è fatta sfuggire l’occasione per un esercizio di stile: e ha creato il primo – e tuttora unico – movimento cronografico curvo presente sul mercato. Per svilupparlo, si è servita di un’altra innovazione realizzata “in casa” di recente: il quarzo ad alta frequenza, il cosiddetto Precisionist, che vibra a 262 kHz. La scelta del quarzo, oltretutto, offre il vantaggio di rimanere in una fascia di prezzo popolare.

    Nel quarzo si torna a innovare

    Dopo decenni di scarsa innovazione, dunque, nel settore dei movimenti al quarzo finalmente si è mosso qualcosa. La faccio breve. Durante la fase dei cosiddetti “paleoquarzi”, seguita alla presentazione dei primi orologi di questo tipo – Seiko nel 1969 e gli svizzeri nel 1970 –, si sono avvicendate svariate soluzioni, con una frequenza da 8192 Hz fino a 2,4 MHz, e con ogni sorta di motore. Quindi, indicativamente dal 1975 in poi, l’industria delle lancette si è adagiata sui quarzi da 32.768 Hz e sui motori passo-passo Seiko-Lavet.

    Tuttavia Bulova, dopo l’acquisizione da parte di Citizen Group, nel 2007, ha dato una smossa al sistema ed è tornata a proporre movimenti al quarzo dalla frequenza più elevata, che aiuta a migliorare la precisione.

    Nel 2010 quindi propone il Precisionist con un inedito quarzo da 262.144 Khz: una frequenza 8 volte più elevata dei “soliti” 32.768 Khz e che garantisce uno scarto inferiore a 10 secondi l’anno, circa 10 volte migliore rispetto a un quarzo tradizionale. Per raggiungere questa frequenza, Bulova ha tagliato il quarzo in modo diverso dal solito: anziché utilizzare la tradizionale forma del diapason, ha scelto una forma a forchetta con tre rebbi. Per dare un’idea della differenza, nei “paleoquarzi” dei primi anni ‘70 i quarzi avevano una forma a parallelepipedo ed erano tagliati a mano. Al giorno d’oggi invece sono litografati (e non sono neppure di quarzo, nonostante il nome, ma di materiale ceramico).

    Raggiunta la precisione, ecco il crono

    Utilizzando il Precisionist, Bulova ha realizzato una grande varietà di modelli, il più bello dei quali probabilmente è l’Accutron II. Lanciato a Baselworld 2014, era animato dal calibro BA101.10 – all’epoca definito come tecnologia Uhf. Con il suo aspetto che ricorda lo Spaceview – privo di quadrante e col movimento a vista – e con la lancetta dei secondi centrali che avanzava fluidamente 8 volte al secondo, riportava alla mente gli Accutron originali. E i loro 300 Hz, che assicuravano un movimento dei secondi pressoché continuo all’occhio umano.

    Dopo aver realizzato il movimento solotempo, però, Bulova ha fabbricato anche una serie di movimenti cronografici, alcuni dei quali in grado di misurare perfino i centesimi di secondo. Per contenere i consumi elettrici nei movimenti cronografici, abitualmente la lancetta dei secondi si muove “solo” due volte al secondo. Il che scandisce l’avanzare a scatto tipico dei quarzi.

    Raggiunto il crono, lo si incurva

    Il passo successivo era rendere il movimento cronografico un esercizio di stile anche dal punto di vista estetico. Ecco quindi l’idea di incurvare il movimento per adattarlo meglio al polso. Nasce così il Precisionist Curv, montato nei primi modelli Bulova Curv che escono sul mercato nel 2016, appunto.

    La curva del calibro va dalla cima al fondo, dalle ore 12 alle ore 6; la sommità è al centro. Per ottenere questo risultato, i progettisti hanno lavorato in maniera piuttosto furba: per prima cosa hanno realizzato un movimento comunque compatto, concentrato al centro della cassa. Dopodiché, per contenere lo spessore complessivo, non hanno previsto la lancetta dei secondi centrali. I piccoli secondi a ore 6 funzionano come secondi continui quando il cronografo non è attivo, e passano a misurare i secondi crono quando è in funzione.

    Infine, i tecnici Bulova hanno sistemato i due contatori crono dei minuti e delle ore a ore 9 e 3, quindi in parallelo all’asse centrale, dove perciò non c’è curvatura e non si pongono problemi nei ruotismi. Alla fine, l’unico asse non parallelo agli altri è quello dei piccoli secondi a ore 6. Per capirci meglio, date un’occhiata allo schema tecnico riportato nella gallery in alto.

    I nuovi Bulova Curv del 2023

    Nel corso degli ultimi anni, sono usciti ulteriori versioni di Bulova Curv. Nel 2017 esce un femminile a tre lancette impreziosito da diamanti, nel 2018 sono arrivati gli scheletrati, nel 2021 è poi la volta di un esemplare “di forma”, rettangolare.

    Il lancio di quest’anno invece riguarda tre nuove varianti più classiche: le referenze 96A297, 96A302, 96A301, non a caso chiamate Curv Dress. Tutt’e tre hanno il “solito” movimento curvo NR20, cassa da 44 mm di diametro e 10,4 di spessore, vetro zaffiro curvo che segue l’andamento della cassa. Il fondello è trasparente e il movimento a vista, anche se in questo caso il lato B è meno fascinoso. La differenza fra i tre modelli riguarda il quadrante: i primi due sono verde o blu con lavorazione “a doppia zona”, ovvero parzialmente lucida e parzialmente opaca; il terzo è color argento e in parte scheletrato. 

    Tutt’e tre hanno poi un nuovo bracciale in acciaio. Dalla costruzione integrata, è composto da 5 maglie che garantiscono una buona “fluidità” al polso e un’ottimale ergonomia. Il bracciale si allaccia al polso con una fibbia déployante a doppio pulsante. Il prezzo, uguale per tutti gli esemplari, è di 850 euro.

  • L’orologio elettrico: dal bilanciere al chip #1

    L’orologio elettrico: dal bilanciere al chip #1

    Al giorno d’oggi, quando si parla di orologi da polso a pile, la mente corre subito ai movimenti al quarzo, magari economici, di origine cinese e con molte parti in plastica, non certo all’orologio elettrico. In termini quantitativi, è una percezione corretta: ogni anno si produce oltre un miliardo di movimenti al quarzo, la gran parte dei quali ha un costo industriale di 10 centesimi, contro meno di 100 milioni di movimenti meccanici.

    Come sempre accade nella storia umana, però, quello che vediamo oggi è solo un punto di passaggio di un cambiamento continuo. Ormai anche gli orologi elettronici al quarzo stanno cedendo il passo agli smartwatch e agli omnicomprensivi telefoni.

    La tendenza da parte degli amanti degli esemplari meccanici è spesso di appiattire tutto ciò che funziona a pile su questi movimenti economici, trascurando ciò che c’è stato in passato. Un passato che, invece, è costituito da una storia molto interessante e variegata.

    Infatti, prima che questa tecnologia si consolidasse, sono stati necessari molti passaggi, durante i quali sono state sperimentate e realizzate diverse tecnologie. In quei momenti l’orologio elettrico era visto – a ragione – come più avanzato dell’orologio meccanico. Uno status symbol dei tempi che cambiano: nel 1973 l’Omega Megaquartz costava un milione e mezzo di lire, contro il milione 350mila di uno Speedmaster. L’acquisto di un Rolex Oysterquartz, venduto in 25mila esemplari dal 1977 al 2001, dava diritto alla sostituzione gratuita biennale della pila vita natural durante e – si dice – all’iscrizione del proprietario in un apposito Libro d’Oro e a una visita alla casa madre a Ginevra.

    Spazzati via dalla fascia economica, gli orologi meccanici si sono reinventati come oggetti di lusso e si sono rovesciati i termini: “Meccanico è meglio”. Ai primi del ’900 i panettieri scrivevano orgogliosi sulle insegne “Forno elettrico”. Ora di nuovo “Forno a legna”.

    Miniaturizzare è difficile quanto inventare

    Gli studi sull’orologio elettrico datano già dagli inizi del XIX secolo. Ci si potrebbe spingere a dire che il primato potrebbe appartenere all’orologio a pendolo elettrostatico dell’abate veronese Giuseppe Zamboni (1776-1846), che già nel 1817 aveva realizzato dei prototipi. Peraltro è forse l’unico tipo di orologio a non basare il suo funzionamento sul magnetismo. La sua tecnologia dimenticata per oltre un secolo fu riscoperta in maniera clamorosa da Bulova con i suoi nuovissimi Accutron elettrostatici.

    Senza sminuire l’importanza di altri inventori, si può dire che l’orologio elettrico da polso si basa tuttora sui brevetti di due personaggi geniali e soci in affari: Léon Hatot (1883-1953) e Marius Lavet (1894-1980).

    Del primo si può dire che ha perfezionato il sistema del pendolo magnetico con bobina fissa, brevettandolo nel 1919 col nome di “ATO”. Su questo principio si sono basati pressoché tutti gli elettromeccanici successivi, Accutron incluso, con conseguente pagamento di royalties.

    Di Lavet è sufficiente dire che è stato l’inventore del motore passo-passo che porta il suo nome, brevettato nel 1937. Se avete un orologio al quarzo di qualunque genere, dentro c’è il suo motore, seppur nella versione poi reingegnerizzata da Seiko. Nel 1940 ottenne inoltre un brevetto molto ampio sull’uso del transistor per la regolazione degli orologi elettromeccanici. Dalle licenze su questi brevetti arrivò a incassare fino a due milioni di dollari annui. Il marchio Léon Hatot dal 1999 è parte di Swatch Group.

    Le tecnologie, quindi, c’erano già tutte. Si trattava di farle stare in pochi centimetri cubi. Una sfida non da poco che ha richiesto decenni: ancora negli anni ’40 del ’900 un quarzo occupava una bottiglia.

    Rimandando ad altre occasioni i passaggi che hanno portato i movimenti a occupare armadi, poi scatole, poi piatti da muro, vediamo che cosa è finito al polso delle persone.

    Lo stesso bilanciere di sempre, ma magnetico

    Il primo passaggio evolutivo è stato quello di utilizzare grossomodo lo stesso bilanciere con molla a spirale di sempre, ma spinto magneticamente. Già questo porta una semplificazione costruttiva, perché unifica il treno della forza e quello del tempo presenti negli orologi meccanici. In questi ultimi si carica una molla che fornisce l’alimentazione e che si scaricherebbe in pochi secondi se non fosse regolata dall’incedere cadenzato del pendolo o dal bilanciere che alimenta.

    Nei primi elettrici è invece il bilanciere stesso che funge sia da motore sia da regolazione del tempo. Il treno di ingranaggi diventa unico. Si ottiene anche di aumentare durata e precisione, poiché le forze in gioco sono molto inferiori e più costanti. Una molla a spirale eroga una grande forza nelle fasi iniziali di scarica per poi calare, motivo per cui avevano inventato i bariletti a conoide. Una pila mantiene invece una tensione accettabile per almeno un anno.

    Il movimento alternato si otteneva in un modo: l’interazione tra un magnete permanente e un campo magnetico temporaneo generato da una bobina alimentata a intervalli regolari. Quando la bobina è in funzione, si respinge col magnete permanente e il bilanciere si allontana. Allontanandosi, viene meno l’alimentazione e quindi il bilanciere può tornare indietro.

    Nel corso dello sviluppo degli anni ’40 e ’50 i movimenti sono elettrici: l’accensione della bobina viene regolata da un interruttore azionato dal bilanciere. Per la disposizione delle parti elettriche, i progettisti hanno preso due strade principali: magneti permanenti sul ponte e bobina sul bilanciere o viceversa. Esempi della prima soluzione sono stati realizzati, tra gli altri, gli Hamilton 500, gli Epperlein 100, i PUW 1000, i Laco 860, vari Timex. Con la seconda, abbiamo visto i Lip R27 e R148, gli Elgin serie 700 e 900, il Landeron 4750.

    La prima ondata che ha portato l’orologio elettrico sul mercato non aveva componenti elettronici attivi, ma al massimo un diodo in funzione di spegniscintilla. Perché sì, il problema che affliggeva questi movimenti pionieristici era proprio la carbonizzazione dei contatti elettrici. Tenendo conto che il contatto si apriva e chiudeva almeno due volte al secondo, voleva dire oltre 63 milioni di sfregamenti all’anno.
    Per mitigare questo problema ci si è rivolti a materiali nobili – come leghe di platino – per i contatti, all’uso di diodi in parallelo alla bobina e allo studio sulla disposizione della polarità di funzionamento. Si è notato come portando a massa il positivo (ossia avendo il polo positivo della pila a contatto con tutte le parti metalliche del movimento e il polo negativo collegato solo alla bobina) si usuravano meno i contatti. Ciononostante, questi ultimi sono rimasti il punto debole.

    Dall’orologio elettrico si passa all’elettronica

    Una volta raggiunto in fretta il mercato, dal 1957, con gli Hamilton 500, i Lip R27, gli Epperlein 100, occorre passare al miglioramento successivo. I problemi da risolvere sono due: l’eliminazione dei contatti meccanici e il miglioramento della precisione. Per il primo di essi ci si rivolge ai brevetti di Hatot e Lavet: utilizzare i transistor come interruttori.

    Semplificando all’estremo, un transistor funziona come un po’ come un interruttore a relé, solo che la graduazione è continua e non on-off. Il transito di corrente tra due poli – collettore ed emettitore – è regolato dalla tensione applicata a un terzo polo, chiamato base. Più è alta la tensione alla base, più corrente fluisce tra collettore ed emettitore.

    La domanda successiva che ci si pone è come si regola la tensione alla base. La risposta è: utilizzando una seconda bobina avvolta insieme alla prima, che funziona all’opposto della sua compagna. Mentre la prima trasforma la corrente elettrica in campo magnetico per allontanare il magnete fisso, la seconda trasforma il campo magnetico indotto dal magnete fisso in corrente elettrica che alimenta la base del transistor. Di conseguenza, quando il magnete è più lontano, il campo si indebolisce, la seconda bobina produce meno corrente e toglie alimentazione al transistor e quindi alla prima bobina. In questo modo il bilanciere, rimasto senza spinta, può tornare indietro e il giro ricomincia.

    Introducendo il transistor – che è un componente attivo -, l’orologio elettrico passa a elettronico. Una soluzione introdotta in tutti i movimenti elettromeccanici da polso successivi, Accutron incluso, fino all’avvento del quarzo e del suo chip di controllo.

    Come esempi di orologi elettronici a bilanciere possiamo annoverare i diffusissimi ETA 9150, 9154 e 9158, ancora oggi reperibili con poche decine di euro, molti giapponesi, gli Junghans 600 e i derivati russi Luch 3045.

    Rimandiamo i discorso sul miglioramento della precisione alla prossima puntata.

  • Accuquartz 224 & Co. L’epilogo del progetto Bulova Accutron #3

    Accuquartz 224 & Co. L’epilogo del progetto Bulova Accutron #3

    In quest’ultima puntata vedremo le ulteriori filiazioni del Bulova Accutron. Dopo un breve excursus sugli esemplari dedicati al pubblico femminile, ci addentreremo nel mondo del quarzo. Le versioni Accuquartz e le successive variazioni sul tema emettono ancora il tipico ronzio del diapason, ma sono governate dal cristallo di quarzo. E segnano la fine di un’era.

    Occupiamoci delle signore: l’Accutron 221

    Anche per Bulova si pone la questione di miniaturizzare il movimento per poterlo incassare negli orologi da donna. Il problema principale è che il movimento è pur sempre dello stesso tipo, quindi ha lo stesso assorbimento di corrente, per cui la pila non può essere molto più piccola. Alla fine si decide per metterla al centro del calibro, tra i due rebbi del diapason incurvati all’uopo.

    La seconda via seguita nella miniaturizzazione passa dalla soppressione di tutte le complicazioni. Via i secondi (che poi sono il bello degli Accutron), via il datario, restano solo ore e minuti. Infine, si attacca il treno del tempo, e qui secondo me si rasenta il genio applicato alla micromeccanica. Nell’angolino in basso a sinistra, in soli 4 x 3,5 x 2 mm si stipa l’intero riduttore, con un rapporto complessivo di 840:1, partendo dai 440 Hz del diapason (maggiori dei 360 degli originali). La prima ruota ha 270 denti, al solito pressoché invisibili. Per trasmettere il moto nelle tre dimensioni nello spazio a disposizione si usano due viti senza fine. Le misure del movimento sono davvero ridotte: 19,4 x 17,4 per soli 4 mm di spessore. La pila originale non è più prodotta, occorre ricorrere a misure diverse e spaziatori. Non ci sono né secondi né datario.

    L’Accutron 221 è stato prodotto a partire dal 1973. Questo calibro fu l’ultimo derivato dal progetto originale di Hetzel con le tre bobine.

    L’Accutron 230

    Il successivo Accutron 230 complessivamente non è più piccolo ma recupera secondi, datario e giorno della settimana. È un progetto del tutto nuovo che utilizza una sola bobina a ciambella in luogo delle precedenti 3 cilindriche, e trasmette il moto con la forza di Lorentz (che si esercita su un oggetto elettricamente carico per effetto di un campo elettromagnetico). La stessa bobina, per intenderci, utilizzata nello stesso periodo da Hetzel nel calibro Omega Megasonic. L’Accutron 230 ha avuto vita breve a causa di un’affidabilità non eccelsa: le bobine e il datario si guastano spesso.

    Il diapason incontra il quarzo: l’Accuquartz 224

    Siamo nel 1971 e il “quarzo” è il futuro. Bulova ha un po’ dormito sugli allori, ma ormai adottare la nuova tecnologia è indifferibile. Gli americani avevano partecipato anche al consorzio CEH (Centre Eletronique Horloger, creato nel 1962 a Neuchâtel) per il Beta 21 e avevano ricevuto la loro quota di movimenti – da loro denominati 10EACD – incassati in un massiccio parallelepipedo d’oro con corona a sinistra. Data l’esiguità dei numeri e il costo spropositato è chiaro che non poteva essere neppure una soluzione tampone.

    In quattro e quattr’otto gli ingegneri americani approntano il calibro 224 “Accuquartz”, che permette di stare al passo coi tempi a costi minimi di adattamento. Un ideale ponte tra un presente invecchiato rapidamente e un futuro che è già arrivato. L’impianto resta quello del calibro 218, ma a guidare il tutto c’è un quarzo da 32.768 Hz. Il diapason ora vibra a 341,33 Hz, che corrisponde a una divisione per 96 della frequenza di oscillazione. Il suo utilizzo ora è soltanto di motore passo passo, perché ad alimentare o no le bobine ci pensa il chip di controllo Intersil. L’Accuquartz è presentato alla fiera di Basilea del 1971 e ha conosciuto le varianti 2241 e 2242 con i diversi tipi di datario.

    In realtà ci fu anche un precedente esperimento nel 1964, quando alla fiera di Basilea fu portato un prototipo di 214 alimentato da due pile e con un divisore che riportava il quarzo ai soliti 360 Hz.

    La fine dell’era del diapason

    Nel 1977 la produzione di tutti i calibri cessò. Il quarzo aveva vinto. Bulova si era identificata a tal punto con il suo prodotto di maggior successo che il logo divenne un diapason stilizzato e che molti orologi presero il nome di Accutron pur non avendo più il diapason.

    Nel 2008 la Bulova è stata completamente assorbita dal Gruppo Citizen, che con questo marchio ha realizzato orologi con quarzo ad alta frequenza (262 KHz), con il movimento continuo della lancetta secondi (da 2 a 8 Hz secondo i modelli) e alcuni esemplari con la misurazione del centesimo di secondo; il design ricorda spesso i modelli del passato. A seguito dell’acquisizione da parte dei giapponesi, i macchinari furono espressamente distrutti. Nel 2010 è uscita un’edizione celebrativa realizzata con fondi di magazzino del calibro 214 e cassa (da 41 mm) dei moderni Accutron II di forma vagamente triangolare.

    Nel 2020, sempre all’interno del Gruppo Citizen, Accutron è diventato un marchio a sé. Da allora produce modelli commemorativi, simili a quelli d’epoca nell’aspetto, ma animati da movimenti meccanici di fabbricazione svizzera. Come nel caso del recente Astronaut “T”, un’edizione limitata di 300 esemplari con la cassa in acciaio (da 41 mm) e la lunetta giorno/notte ispirata alla versione del 1968, equipaggiato da un calibro automatico Sellita Sw330 con 56 ore di autonomia. Merita un cenno anche lo Spaceview 2020 che monta una nuova tecnologia elettrostatica. Ma questa storia la racconteremo un’altra volta.

    Le varianti dell’Accutron Quartz

    Se c’è una cosa chiara nella Svizzera orologiera del 1974 è che il futuro ha le fattezze del quarzo. Questa certezza perciò è già entrata negli uffici di Bienne della Bulova. Il problema è farle attraversare l’oceano e farla digerire al quartier generale di New York. Oltreatlantico però sono sordi: sono convinti che il diapason abbia ancora un grande avvenire davanti a sé, specie da quando hanno messo la pezza dell’Accuquartz 224: un diapason guidato dal quarzo.

    Minima spesa, massima resa: e il diapason si trasforma in un semplice motore passo passo, perché il tempo lo dà il quarzo. Visto che da Manhattan non risponde nessuno, la Bulova svizzera si prende la responsabilità di sviluppare in proprio un vero calibro al quarzo. Alla fine del 1976 presenta il calibro 2420, che invero è ben riuscito: 26 x 4,5 mm, zero rubini, quarzo a barra da 32 KHz (realizzato dalla Divisione quarzo di Bulova Usa), circuito integrato realizzato da Synertec, motore con bobina fissa e rotore platino-cobalto prodotto da Bulova svizzera su licenza CEH. Consumo complessivo di 6,6 microampere e precisione di 0,2 secondi al giorno.

    Le varianti realizzate di questo robusto e affidabile calibro sono:
    2421.10 con lo stop dei secondi
    2422.10 con la correzione veloce della data.
    2423.10 con la data e i giorni della settimana.
    2426.10 con funzione day-date in due lingue.

    Inoltre è esistita una versione “TZ”, con la rimessa della sola ora senza muovere minuti e secondi, come l’Omega 1510 o l’Accutron 2185 (ma quest’ultimo aveva anche il secondo fuso orario). Una funzione interessante per la rimessa di precisione è accessibile tramite un pulsante incassato a ore 4: premendolo quando i secondi sono da 0 a 29 si ferma e aspetta i secondi corrispondenti, se è da 30 a 59 raddoppia la velocità per recuperare i secondi corrispondenti. Un metodo pratico per regolare i pochi secondi di scarto che possono accumularsi nel breve periodo, senza toccare ore e minuti.

    Conclusioni

    In conclusione, il progetto Accutron ha segnato una vera rivoluzione nell’orologeria, rappresentando il primo orologio da polso senza un bilanciere. Nel tempo si è rivelato anche un prodigio di micromeccanica molto affidabile, tanto che al giorno d’oggi non è raro trovare esemplari ancora funzionanti, sebbene abbiano 50 o 60 anni di vita.

    Gli esemplari più richiesti, e quindi più costosi, sono gli Spaceview su base 214, gli Astronaut con lancetta 24 ore – sempre su base 214 – e gli Snorkel, World Time e “lobster” su base 2812. Per questi ultimi le quotazioni stanno ormai raggiungendo il migliaio di euro. Per i vari modelli più classici di 218, ancora diffusissimi, è possibile invece trovare esemplari funzionanti anche poco sopra i 100 euro.