Giornale Degli Orologi
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Tag: La Chaux-de-Fonds

  • Biennale del Patrimonio Orologiero: i segreti (svelati) del saper-fare

    Biennale del Patrimonio Orologiero: i segreti (svelati) del saper-fare

    Porte aperte in 31 manifatture svizzere, tra La Chaux-de-Fonds, Le Locle e Saint-Imier. Circa 150 visite guidate in sedi aziendali e musei. Laboratori e mostre-mercato di modelli di secondo polso. Tutto questo e altro ancora alla Biennale del Patrimonio Orologiero che, dopo tre anni di sospensione, torna dal 31 ottobre al 3 novembre sulle montagne di Neuchâtel.

    Con una grande novità: la manifestazione – nata a Le Locle e La Chaux-de-Fonds, in seguito al loro inserimento nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco – quest’anno è estesa anche nella città di Saint-Imier, che era stata ospite d’onore nel 2021. In un territorio ancora più ampio, rispetto alle prime dieci edizioni, gli appassionati e il grande pubblico hanno l’opportunità di scoprire da vicino il know-how della meccanica orologiera, che dal 2020 è stata inserita dall’Unesco nella lista di beni immateriali dell’umanità, da proteggere e da promuovere. 

    L’inaugurazione ufficiale

    Giovedì 31 (ore 18.30), nel Théâtre de l’Heure bleue di La Chaux-de-Fonds, la cerimonia di apertura di questa 11a edizione della Biennale del Patrimonio Orologiero, con una tavola rotonda intitolata Come perpetuare e mantenere il savoire-faire nell’Arco del Giura?. Partecipano, tra gli altri, Fanny Queloz, Direttrice della Manifattura Arts & Design di La Chaux-de-Fonds; Alain Delamuraz, Amministratore Delegato di Jaquet-Droz; Yves Bugmann, Presidente della Federazione dell’industria orologiera svizzera. E Alain Ribaux, Consigliere di Stato di Neuchâtel e responsabile del dipartimento Economia, Sicurezza e Cultura.

    Proprio M. Ribaux ha così commentato: «La Biennale del Patrimonio Orologiero svela al pubblico il ricco ecosistema dell’orologeria e delle istituzioni che ne custodiscono la storia. In questa occasione gli attori del settore – dai produttori più prestigiosi ai professionisti della ricerca e sviluppo, dai fornitori ai designer fino agli orologiai indipendenti – rispondono all’attaccamento e all’attrazione che questa industria suscita nell’Arco del Giura, e non solo». 

    Cosa vedere alla Biennale del Patrimonio Orologiero

    Sempre giovedì 31 al Théâtre de l’Heure bleue, dalle ore 9 alle 16, è in programma anche la Giornata internazionale del marketing orologiero (per partecipare è indispensabile registrarsi online sul sito dedicato).

    Aderiscono all’iniziativa grandi maison storiche e marchi indipendenti: Audemars Piguet, Cartier, Longines, ochs und junior, Tissot, Ulysse Nardin, Zenith sono solo alcuni dei nomi che organizzano percorsi guidati all’interno delle sedi di produzione. Quest’anno, per la prima volta, le visite nelle 19 manifatture si possono prenotare sul sito internet www.urbanisme-horloger.ch. Altre sono gestite direttamente dalle aziende, e 7 siti sono accessibili liberamente, senza prenotazione. Tra le novità, la possibilità di entrare nelle manifatture di Tudor/Kenissi, inaugurate nel 2021 a Le Locle. Mentre a La Chaux-de-Fonds partecipano per la prima volta Horlyne, Schneider&Co. e Schwarz Etienne.

    Musei pubblici e privati

    Fiore all’occhiello della Biennale del Patrimonio Orologiero è la partecipazione di musei e istituzioni culturali. Come il Musée international d’horlogerie a La Chaux-de-Fonds, che tra l’altro ospita l’ormai tradizionale Bourse suisse d’horlogerie. Nella sala Hans Herni, domenica 3 novembre (ore 10/16), una cinquantina tra commercianti e antiquari mettono in vendita esemplari d’epoca, componenti e utensili.

    Sia venerdì 1° che sabato 2, in svariate fasce orarie, è possibile anche visitare il Museo Eberhard & Co. a La Chaux-de-Fonds, solitamente accessibile solo su prenotazione. I tour guidati all’interno della Maison de l’Aigle, il palazzo di Avenue Léopold-Robert che si fa riconoscere per la grande aquila ad ali spiegate sulla cupola, consente di ripercorrere la storia della Marca fondata alla fine del 1800 da George-Lucien Eberhard, rimasta sempre indipendente.

    Da un modello da tasca con scappamento a cilindro e funzione di sveglia al cronografo monopulsante del 1919, dal primo Extra-fort (1943) al singolare Index mobile del 1950 (il cosiddetto rattrapante dei poveri), fino al nuovissimo Chronographe 1887. Passando per lo Scafograf, il Miniscaf, il cronografo Marina del 1982, il Tazio Nuvolari… La selezione formata da un centinaio di esemplari, esposti in ordine cronologico, punteggia una storia plurisecolare. 

    Tra arte e meccanica

    Ma la Biennale del Patrimonio Orologiero non perde lo sguardo verso il futuro. Ad assicurarlo sono, per esempio, laboratori e atelier che intendono perpetuare le tradizioni. Come Au Carillon d’Or, che organizza dimostrazioni di assemblaggio e smontaggio di movimenti da pendoleria. Mentre all’Atelier Spillman, l’associazione Arc Horloger punta i riflettori sui métier d’art e i lavori artigianali di smaltatori, incisori, intarsiatori, anche attraverso i video prodotti per la recente mostra Watches and Talents della Fondation de la Haute Horlogerie.

    Senza dimenticare le altre figure della filiera produttiva, dai fornitori di macchinari e attrezzature specifiche come Arcofil o Bergeon, alle imprese di decorazioni e finiture, quali l’Atelier Quadroni che si occupa di incastonatura, o la Arrigoni Laufer specializzata in lavorazioni come l’anglage, le Côtes de Genève e così via.
    Il programma integrale e l’elenco dei partecipanti è online, e si può scaricare dal sito https://urbanisme-horloger.ch.

  • Il 1887 Remontage Manuel di Eberhard & Co. “Classico” con brio

    Il 1887 Remontage Manuel di Eberhard & Co. “Classico” con brio

    Cominciamo con il dire che, nel nostro ideale percorso, partiremo dal 1887. La storia infatti inizia proprio quell’anno in un paese del canton Neuchâtel in Svizzera. Ed arriveremo al… 1887, dopo aver attraversato un periodo di oltre 130 anni. Sembra una sorta di quesito da settimana enigmistica, ma in realtà è molto più semplice di quanto sembri.

    Siamo a La Chaux-de-Fonds, a fine ‘800, e Georges Lucien Eberhard fonda l’omonima Maison in un palazzo del centro appositamente costruito. Siamo a La Chaux-de-Fonds, nel 2019, Eberhard & Co. ritorna alle origini: e, dopo anni passati a Bienne, riporta la propria sede in quella Maison de l’Aigle dove tutto cominciò. Il cerchio si chiude con (appunto) il 1887. Non una data ma una referenza completamente nuova per rendere omaggio alle proprie origini ed al proprio savoir-faire.

    Prima di osservare questo orologio (nome completo: 1887 Remontage Manuel) nel complesso e descriverlo nei principali tratti estetici, partiamo per una volta dal suo cuore. Il calibro EB 140 è frutto della collaborazione (segreta sino all’ultimo) con Sellita, storica azienda specializzata nell’assemblaggio, nella progettazione e nella produzione di movimenti meccanici.

    La prima occhiata serve già per capire che ci troviamo di fronte a una qualità notevole; aspetto che Eberhard & Co. ha saputo sempre coniugare con un altrettanto sorprendente aspetto economico, favorito da un’intelligente “distribuzione degli sforzi”. La personalizzazione di una base esistente, il re-design dei componenti principali (funzionalmente al progetto), la definizione delle specifiche lavorazioni è tutto opera di Eberhard. Ma la realizzazione è esterna.

    Insomma, non un calibro di manifattura, che sarebbe costato un’enormità, ma quasi. Il fondello in vetro zaffiro ci lascia godere della vista di questo movimento, meccanico a carica manuale, 14 linee, cioè 31,57 mm di diametro, nel quale il primo aspetto evidente è costituito dalle lavorazioni. I ponti, quello del bilanciere e quello dei ruotismi, hanno la superficie rodiata e sono rifiniti utilizzando appositi utensili che “disegnano” delle circonferenze concentriche. Tradotto in termini tecnici: vagues circulaire con colimaçon papier perimetrale.

    Godono invece di una lavorazione a soleillage, con bisellatura diamantata (ovvero una raffinata smussatura dei bordi) la ruota corona e il rocchetto del bariletto. Quest’ultimo riporta anche l’incisione dorata “La Chaux-de-Fonds”. Ponti e ruote sono fissati attraverso viti azzurrate e sono conformati in modo da lasciare piena vista sull’organo regolatore, il cui bilanciere oscilla a una frequenza di 4 Hz, ossia 28.800 alternanze/ora. La platina, anch’essa parzialmente visibile attraverso il fondello, è decorata con motivo perlage.

    Il calibro EB 140 è contenuto in una cassa tonda di 41,80 millimetri di diametro. Le superfici sono in prevalenza lucide e si alternano a dettagli satinati. I primi aggettivi che ci vengono in mente guardando il 1887 sono elegante, classico e semplice; ma quel semplice fatto di linee pulite e assenza di fronzoli che è efficace. Le versioni proposte sono due e per entrambe il quadrante è bianco con decorazione a Clou de Paris. Si tratta di una particolare lavorazione ottenuta tramite un tornio definito guilloche, che consente (se opportunamente governato da mani sapienti) di decorare una superficie con un motivo ripetitivo. In questo caso delle piccole piramidi.

    Quanto distingue le due referenze è costituito dagli indici (romboidali) e dai numeri romani (e poi, vedremo, anche dal cinturino), che si possono scegliere dorati o rodiati, così come le lancette dauphine. La lancetta dei secondi, al centro, è blu e scorre su una fine minuteria con motivo a chemin de fer. Alle ore 6 troviamo la finestra della data, di forma trapezoidale come già in altri esemplari storici di Eberhard & Co. Per tale motivo le cifre sul disco del datario sono state ridisegnate.

    I rimandi storici continuano anche nel logo, proposto in un’elegante cartouche metallica il cui disegno è patrimonio storico, presente negli archivi della Maison di inizio ‘900. La denominazione del modello, giusto sopra l’indicazione della data, è anch’essa incisa su metallo. A proteggere tanta eleganza ci pensa un vetro zaffiro con trattamento antiriflesso solo nella sua faccia interna, il che lo rende ancora più robusto.

    Nella storia di Eberhard & Co., Svizzera ed Italia si sono incontrate oltre 50 anni addietro, quando la proprietà è passata alla famiglia Monti; e ancora oggi alla Maison de l’Aigle batte un cuore italiano. A sancire questa fortunata e duratura unione, per il 1887 si è pensato di rivolgersi a una delle tante eccellenze che tengono alto il nome del nostro spesso bistrattato Paese nel mondo. Si tratta di Ulturale, storico cravattificio napoletano che ha colto con entusiasmo l’opportunità di diffondere la tradizione sartoriale partenopea in modo quanto meno inusuale. Per questo ha realizzato, in pregiata seta jacquard, due cinturini, a fondo blu o marrone (da abbinare ai differenti quadranti) con un particolare motivo floreale.

    Davvero insolito ed esteticamente apprezzabile l’abbinamento; ma, se non si volesse essere così originali, si può sempre propendere per un classico cinturino in pelle di alligatore di colore nero. Che altro dire? L’autonomia è di circa 40 ore e l’impermeabilità è quella standard (30 metri), molto più che sufficiente per un uso quotidiano. L’eleganza del 1887 è infatti decisamente più adatta per accompagnarci in una serata a teatro che durante un’immersione.

  • “Il meccanico delle stelle”, un romanzo su Jost Bürgi

    “Il meccanico delle stelle”, un romanzo su Jost Bürgi

    Jost Bürgi è stato un geniale orologiaio, anche se oggi è quasi sconosciuto al grande pubblico. Io stessa, lo ammetto, lo avevo sottovalutato. Sì, ricordavo che Giuseppe Brusa lo cita più volte in quello che considero un testo sacro del mio lavoro – “L’arte dell’orologeria in Europa”, un volume dotto e difficile ma fondamentale per chiunque si interessi all’argomento. Gli dedica perfino una pagina intera, ne descrive le invenzioni, ma la cosa non mi aveva particolarmente colpito. Ora invece Jost Bürgi mi sembra un vecchio amico, di cui conosco la vita (almeno in parte), le opere, l’ambiente. Merito del libro che ho letto in queste vacanze di Natale: “Il meccanico delle stelle” di Gianfranco D’Anna, un romanzo storico uscito qualche mese fa (Edizioni Dedalo, Bari). 

    Nato in Svizzera – a Lichtensteig, nel cantone di San Gallo -, Jost Bürgi (1552/1632) era di umili origini, ma aveva una predisposizione naturale per il calcolo e per la meccanica. Non era un uomo di lettere e non conosceva il latino, ma divenne un matematico, un astronomo, un ingegnere, oltre che un orologiaio, riconosciuto a livello internazionale. E contribuì con efficacia al progresso delle diverse discipline che lo interessavano. Dalle tavole per il calcolo logaritmico alla produzione di numerosi strumenti scientifici, fino al catalogo sulla posizione dei corpi celesti, i suoi studi sono davvero impressionanti.

    In orologeria, per esempio, realizzò esemplari sperimentali destinati appunto all’osservazione astronomica – e che quindi dovevano essere il più possibile precisi. Per questo mise a punto uno scappamento che ancora oggi porta il suo nome, “a vibrazioni incrociate” lo definisce il Brusa; (anche noto come cross-beat dagli inglesi, o libramentum duplice secondo la definizione latina). In pratica si trattava di un bilanciere composto da due barrette imperniate al centro e dotate di masse terminali, che oscillavano in senso opposto e ingaggiavano una ruota di scappamento (pare) a 360 denti.

    Per questo sviluppò meccanismi a forza costante (remontoirs d’égalité), basati in un primo tempo su un peso motore “automatico”, poi su un vero e proprio dispositivo a molla. E raggiunse ottimi risultati cronometrici. I suoi esemplari non solo furono i primi a indicare il secondo, necessario proprio per compiere misurazioni astronomiche accurate; ma ebbero anche una straordinaria costanza di marcia, almeno per quei tempi. All’epoca gli errori si aggiravano attorno al quarto d’ora al giorno, Bürgi riuscì invece a limitarli a frazioni di un minuto.

    Potremmo dire che la sua figura incarna l’ideale dello “scienziato” del Rinascimento, epoca in cui la scienza agli esordi cercava di affrancarsi dalla visione teologica del mondo e dalla mentalità ancora intrisa di superstizione. Si stava allora affermando la teoria copernicana, ma il Concilio di Trento era finito da poco e il potere dell’Inquisizione era al culmine. Bastava contraddire il biblico “Fermati o sole” per rischiare l’accusa di eresia, finire sul rogo o essere torturati fino alla morte. Perfino nei Paesi riformati.

    “Il meccanico delle stelle” infatti si svolge a Kassel, dove Jost Bürgi era orologiaio di corte all’osservatorio del langravio (qualcosa di simile a “conte”) Guglielmo IV il Saggio. La narrazione ci fa scoprire la sua multiforme attività, che lo vede impegnato fra le misurazioni delle stelle e la compilazione della tavola di progressione; fra la creazione di globi astronomici o planetari e l’ideazione della lancetta dei secondi. Spiega perfino la differenza tra sistema tolemaico e sistema copernicano, sempre con un linguaggio semplice e comprensibile a tutti, ma allo stesso tempo con un ritmo serrato e uno stile coinvolgente. Le pagine scorrono veloci e il libro si legge tutto d’un fiato.

    Ma ciò che stupisce ne “Il meccanico delle stelle” non è tanto la storia di Jost Bürgi, quanto l’ineccepibile ricostruzione del periodo storico. Ottenuta da un lato attraverso il confronto del protagonista con personaggi realmente esistiti (solo un paio sono inventati, perché funzionali alla trama); come gli astronomi Tycho Brahe e Christoph Rothmann, il matematico Paul Wittich, o il figlio adottivo (nonché cognato) dello stesso Bürgi, Benjamin Bramer, anche lui scienziato eclettico. E dall’altro tramite l’ambientazione a dir poco verosimile, in cui la vita quotidiana è descritta alla perfezione con estremo realismo e puntuali dettagli. Quindi ho chiesto all’autore come ci è riuscito: come ha fatto, come si è documentato, quanto tempo ha investito in ricerca.

    «Ho cominciato a lavorare sul soggetto nel 2014», mi ha raccontato Gianfranco D’Anna. «È stato un lavoro lungo, effettivamente, fatto di scrittura ma soprattutto di lettura. Io sono un fisico di formazione, non uno specialista di orologi antichi. Piuttosto sono uno specialista delle “idee fisiche” ed è come tale che ho abbordato il “problema Bürgi”. Perché per me è stato fin dall’inizio importante capire come un autodidatta possa aver creato e pensato cose talmente all’avanguardia per la sua epoca».

    Quindi, come si è preparato? «Su Bürgi mi sono stati molto utili libri specialistici, articoli su “La voce di Hora” (pubblicato dall’Associazione italiana cultori di orologeria antica, ndr) e su “Chronométrophilia” dell’Association suisse pour l’histoire de la mesure du temps». Ma non basta. «Per “l’epoca”, le dirò per esempio che ho passato un mese a Venezia (presso palazzo Trevisan come visiting autore), cercando soprattutto ricettari di cucina del Seicento, in modo da avere un’idea di cosa si mangiasse (la ricetta del panpepato, la cena di Tycho)».

    E continua: «Posseggo ormai una raccolta (digitale) di disegni di vestiti dell’epoca, documentazione necessaria per descrivere il marchese o l’abito da sposa. Ho cercato informazioni sull’araldica di Guglielmo IV; ho discusso con un musicologo (Victor Ravizza) per scovare la musica del matrimonio; e via dicendo… Inoltre ho visitato musei e atelier di orologi in Svizzera (quello di La Chaux-de-Fonds è incredibile…); ho letto testi storici su Guglielmo IV e Kassel e sui principali protagonisti del romanzo. Senza contare le visite ai musei con i pezzi di Bürgi». Sì, perché gli esemplari del “nostro” – autentici o solo attribuiti – sono disseminati nelle raccolte museali di mezza Europa.

    «Ho raccolto una documentazione enorme», conclude, «il materiale mi occupa mezzo hard disk. E come se avessi visitato biblioteche in diversi paesi e consultato fondi ovunque. Probabilmente un lavoro così non avrei potuto farlo prima di internet». Benedetto internet e l’entusiasmo del dottor D’Anna, allora. Ma al di là del chiaro (e riuscitissimo) intento divulgativo, quello che resta dopo la lettura de “Il meccanico delle stelle” è la curiosità, la voglia di saperne di più su Jost Bürgi e sui suoi lavori. Fra i tanti pregi del libro, un altro plus. E non è poco.

  • I segreti di G&F Châtelain e la ricetta della ceramica Chanel

    I segreti di G&F Châtelain e la ricetta della ceramica Chanel

    Chanel ha un modo tutto suo di fare le cose. Che si tratti borse, tailleur, profumi, trucchi oppure orologi, la filosofia è sempre la stessa: alla clientela si offre solo il meglio. Anche se, per ottenere certi standard qualitativi, si finisce per acquistare la manifattura che è in grado di garantire “quel meglio”. È successo più volte nel segmento moda, dove Chanel ha comprato alcuni tra i più prestigiosi atelier in cui si preservano rare tecniche di lavorazioni per la haute couture. Ma lo stesso è accaduto quando la Maison è entrata nel mondo delle lancette.

    Nel 1987 debutta il modello Première, realizzato per conto della Casa della doppia C nei laboratori di G&F Châtelain. Un’azienda fondata nel 1947 a La Chaux-de-Fonds, nel cuore del distretto svizzero orologiero, specializzata nella costruzione di casse e bracciali haute de gamme e con particolari competenze nell’incastonatura. Ma già nel 1993 Chanel la rileva: le permette di mantenere la propria autonomia ma intanto si assicura un bravo partner e una solida base per il futuro.

    Passano altri 7 anni e sul mercato arriva il J12, ideato dall’allora direttore creativo Jacques Helleu. Non è certo il primo orologio sul mercato con cassa, lunetta e bracciale in ceramica high-tech; ma è il primo a fare tendenza. O, meglio, a rendere la ceramica un materiale di tendenza. E il successo è in parte dovuto proprio alla qualità di quella ceramica, creata direttamente “in casa”, nei laboratori G&F Châtelain. Che oggi – ormai ampliati su una superficie di 16mila metri quadri, dagli 8mila precedenti – ci aprono le porte per permetterci di accedere ai segreti di produzione.

    Il nostro è un drappello compatto e disciplinato, perché nel varcare la soglia dello stabilimento si percepiscono all’istante un ordine e una precisione che incutono rispetto. Osserviamo attenti le fasi di progettazione al computer, dove gli ingegneri traducono in oggetti le intuizioni di Arnaud Chastaingt, il Direttore di Chanel Watch Creation Studio. Ci soffermiamo di fronte alla perfidia a fin di bene con cui l’addetto al controllo qualità tormenta ogni orologio per verificarne la resistenza agli urti, agli sbalzi di temperatura, al sudore, ai campi magnetici, alla sabbia e agli agenti atmosferici. Ma è quando arriviamo alla realizzazione della ceramica che ci incantiamo come bambini davanti a un pasticcere intento a preparare una torta.

    Forse non tutti sanno che la ceramica è un composto ottenuto amalgamando con acqua diversi materiali. In un processo che per molti aspetti ricorda le dinamiche di una cucina. Ossido di zirconio – Polvere di Ittrio – Pigmenti – Polimero legante, da rimuovere prima della cottura – Acqua – Sapone – Polvere di diamante abrasiva. Sono questi grosso modo gli ingredienti usati dai tecnici per costruire il J12 e gli altri modelli in ceramica (di Chanel, ma non solo). Probabilmente c’è qualche altro componente nella lista che viene tralasciato; ma l’impressione è che non sia tanto una norma anti-spionaggio, quanto una gentilezza verso noi visitatori, assai curiosi e altrettanto inesperti in fatto di chimica.

    Proprio come uno chef seleziona le materie prime migliori per preparare i suoi piatti, così da G&F Châtelain si sceglie una buona polvere a base ossido di zirconio, cui si aggiungono dei pigmenti chiari o scuri per garantire il bianco e il nero. A quel punto entra in gioco un elemento chiave per la prima fase della lavorazione, quel polimero indispensabile a legare gli elementi tra loro. Ciò che si ottiene è una pasta simile a un dentifricio, modellabile a caldo, che viene iniettata a pressione all’interno di stampi, dove viene lasciata raffreddare e rapprendere.

    L’irrigidimento del composto però è solo di facciata perché, prima della cottura, l’agente legante deve essere dissolto in acqua; e in quella fase la ceramica è estremamente friabile. Quindi avviene il passaggio in forni che arrivano fino a mille gradi, seguito da un successivo raffreddamento in tempi lunghi; tutto viene calcolato nel dettaglio, senza possibilità di errore (uno stadio spinoso, per esempio, è il restringersi della massa durante l’esposizione al calore). E il segreto, se esiste, sta proprio in questo procedimento di cottura e raffreddamento, cruciale per i tempi e quindi per i costi.

    Si arriva così agli step finali. Ovvero la lucidatura, realizzata aggiungendo a un mix di acqua e sapone della polvere di diamante; l’unica sostanza in grado di levigare alla perfezione l’ormai fortissima ceramica all’interno di un tamburo rotante. O al contrario le operazioni di finitura, con trattamenti che la rendono opaca. Quindi il duplice controllo qualità, per cui quello che un occhio umano ha validato con attenzione viene sottoposto a un ulteriore check. Le diverse componenti ora sono pronte per l’assemblaggio, fino al montaggio del movimento nella cassa. Nel caso del J12 si tratta del Calibro 12.1, sviluppato in esclusiva per la Maison da Kenissi, la manifattura ginevrina nel cui capitale Chanel ha fatto il suo ingresso nel gennaio scorso.

    Il personale racconta con un misto di timidezza e orgoglio quanto siano delicate le fasi di mescola e di cottura. Di come ci siano voluti tempo e pazienza per arrivare a padroneggiare perfettamente l’intero processo produttivo della ceramica di qualità. Un materiale che, a ben guardare, ha quasi dell’incredibile: è estremamente leggero ma duro; resistentissimo alle variazioni di temperatura e ai raggi Uv; inscalfibile, anti-graffio e anti-usura; inalterabile al trascorrere degli anni e dei decenni; e allo stesso tempo del tutto biocompatibile, anche dalle epidermidi più sensibili.

    I tecnici di G&F Châtelain spiegano che sono state messe in atto circa cento ricette di prova, per arrivare alla formulazione attuale – che va comunque soppesata di volta in volta, dato che a diverse parti dell’orologio corrispondono indicazioni specifiche di lavorazione. Sono tutti addetti ultra-qualificati, eppure dai loro occhi traspare l’emozione di creare qualcosa di speciale. Qualcosa in cui la precisione di formule e macchine è condita con un ingrediente fondamentale: la sensibilità dell’uomo.

  • Al Museo Eberhard & Co. vetrine cariche di storia

    Al Museo Eberhard & Co. vetrine cariche di storia

    L’aquila di Eberhard è tornata al nido e con essa i suoi aquilotti. È quanto accaduto l’estate scorsa a La Chaux-de-Fonds (lo abbiamo visto qui). Dove una storica aquila di bronzo è riapparsa sulla cupola di un famoso edificio, in Avenue Leopold-Robert; un palazzo costruito oltre 130 anni fa da Georges-Lucien Eberhard, il quale vi stabilì l’impresa orologiera che da lui prese nome. Un edificio talmente particolare, soprattutto per via di quelle ali spiegate che ne dominavano la cupola, da essere noto come la Maison de l’Aigle e diventare un simbolo della cittadina svizzera.

    Un ritorno a casa in grande stile non solo per l’aquila restaurata, ma anche per la stessa marca, che al terzo piano ha riunito le testimonianze del proprio passato. Nel museo Eberhard & Co. infatti si ripercorre la storia della Maison attraverso una serie di vetrine in cui sono esposti circa cento dei modelli più significativi. Figli del proprio tempo o precursori di tendenze, si ritrovano diversi orologi espressamente concepiti per determinate attività o sport: gare automobilistiche, regate veliche, acrobazie aeree. Un viaggio plurisecolare che comincia con un esemplare del 1894 – uno dei primissimi, visto che la Casa è stata fondata nel 1887 – e che termina nel 2019, lasciando però ulteriore spazio per nuovi arrivi.

    Il primo orologio esposto al museo Eberhard & Co., andando in ordine temporale, è un modello da tasca con scappamento a cilindro e funzione di sveglia; la cassa si apre per formare una sorta di piedistallo, così da appoggiare l’orologio sul comodino. Il primo “complicato” da polso è invece il cronografo monopulsante del 1919 con cassa (già di 40 mm) in oro, quadrante in smalto, scala telemetrica esterna e tachimetrica interna a chiocciola.

    Sempre monopulsante è poi il cronografo del 1920, con cassa in ottone placcato dalle anse mobili e depositario di due brevetti; con le indicazioni di ore e minuti digitali, è sicuramente un antesignano nel suo genere. Stile militare e dimensioni molto più ridotte (28,8 mm), invece, per il Patrouille del 1921: doppia cassa in argento con calotta a vite (sistema di impermeabilizzazione brevettato) e quadrante in smalto nero con numeri fosforescenti. Tra i modelli femminili spicca l’orologio rettangolare degli anni Venti, con cassa in oro a cerniera e decorazioni in smalti policromi.

    Saltando al 1935, ecco l’antesignano dei moderni Extra-fort: un cronografo con cassa (39 mm) in oro rosa e lunetta a cerniera; due i pulsanti, con quello in basso che ferma e fa ripartire il conteggio. Di quattro anni più tardi è il cronografo rattrapante a due contatori, con cassa (40 mm) in acciaio, pulsante in corona e quadrante in smalto bianco. Da questo modello deriveranno, come si può vedere nelle vetrine successive, molte altre varianti, anche a tre contatori. Il 1943 è la volta del primo Extra-fort: cassa in oro di 39,5 mm, quadrante argentato e tre contatori; anch’esso, negli anni seguenti, darà vita a una lunga serie di versioni sino ai giorni nostri.

    Singolare l’Index mobile del 1950, il cosiddetto rattrapante dei poveri in quanto la seconda lancetta cronografica poteva effettuare il conteggio solo fino a un minuto. Del 1960 è il cronografo Contograf, con cassa (38 mm) impermeabile in acciaio, due contatori e datario. Passano due anni ed ecco apparire il primo modello subacqueo a carica automatica del museo Eberhard & Co: è lo Scafograf, con cassa (42,5 mm) in acciaio impermeabile fino a 20 bar e datario. Anch’esso sarà il capostipite di una dinastia ancora viva e che vedrà, nel 1969, la nascita del modello femminile Miniscaf (32 mm).

    Nel 1974, quando c’è la rincorsa alla precisione dopo l’avvento dei movimenti al quarzo, ecco la nascita dell’Automatico ad alta frequenza; ha l’indicazione di giorno e data e il bracciale integrato nella cassa rettangolare (39 x 35 mm) in acciaio. Con il cronografo Marina del 1982, la Eberhard & Co. riscopre, in anticipo rispetto ad altre Case, il vintage; e presenta un modello con cassa (38 mm) in argento, quadrante in smalto e scala tachimetrica bicolore, ispirato agli orologi da polso del primo Novecento.

    E, sulla scia del Marina e dell’interesse suscitato dalla barca italiana impegnata nella Coppa America, nasce nel 1983 Azzurra: un modello automatico, con cassa (38 mm) in acciaio impermeabile fino a 100 metri, e visualizzazione a finestrelle dei minuti precedenti l’avvio delle regate. Dal mare al cielo. Nel 1986, viene presentato il Frecce Tricolori: chiaramente dedicato alla nostra pattuglia acrobatica, è un cronografo in acciaio con movimento elettromeccanico e misurazione fino al 1000° di secondo.

    Nel 1989 è la volta del Contograf, un crono manuale a due contatori con cassa in acciaio e lunetta in oro. In acciaio placcato, ma “nobilitato” da un magnifico quadrante nero con tripla scala (tachimetrica, telemetrica e pulsometrica), è il Magie Noire del 1990; a tre contatori, è a carica manuale (e misura 40 mm di diametro). Altro sguardo al mare nel 1992, con il Champion Mareoscope: un cronografo automatico a tre contatori, con cassa in oro e visualizzazione delle maree in rapporto alle fasi lunari.

    Nello stesso anno, un omaggio alla velocità e al grande Nivola con il Tazio Nuvolari, naturalmente un cronografo con cassa (39,5 mm) in acciaio, due contatori e tartarughina (il simbolo del pilota) impressa sul quadrante nero. Nel 1997 un’altra novità che precorre i tempi. È infatti la volta del modello 8 Giorni, a carica manuale con un modulo esclusivo brevettato; nella cassa (39,4 mm) in acciaio, ha la visualizzazione a lancetta dei giorni residui di carica. Altro brevetto è quello del Chrono 4 Automatico del 2001: con cassa (40 mm) in acciaio, ha la caratteristica dei quattro contatori disposti in linea sul quadrante.

    Con un salto di diversi anni – nei quali sono stati presentati molti modelli derivati da quelli già citati ed esemplari femminili quali il Gingi e il Gilda – arriviamo ai giorni nostri con la presentazione del calibro di manifattura EB 140. Si tratta di un movimento a carica manuale, con 40 ore di autonomia, bilanciere a 28.800 alternanze orarie e ponti rifiniti a perlage e a onde circolari. Il nuovo calibro equipaggia il modello 1887: un orologio solo tempo e molto classico che, presentato il 25 settembre scorso, tra breve troverà posto anch’esso al museo Eberhard & Co. Ma ne riparleremo.

    p.s. Il Museo Eberhard & Co. fa parte del circuito “Manifatture aperte” nel corso della 9a “Biennale  du Patrimoine Horloger” in programma per il prossimo novembre. Una manifestazione di grande richiamo per chi desidera vivere da vicino, anche se solo per un giorno, il sogno della Bella Orologeria. Dopo novembre il Museo sarà visitabile su appuntamento l’ultimo giovedì del mese. Per informazioni sulle visite museali: https://www.eberhard-co-watches.ch/museo/

     

  • Un secolo di pubblicità in mostra al Mih

    Un secolo di pubblicità in mostra al Mih

    2.500 documenti pubblicitari, 230 locandine originali: queste le cifre della mostra “L’ora per tutti, un orologio per ciascuno – Un secolo di pubblicità orologiera” aperta fino al 13 ottobre al Musée International d’Horlogerie di La Chaux-de-Fonds. «L’esposizione è il risultato di un lavoro di ricerca e di valorizzazione delle collezioni iconografiche del Museo», racconta Régis Huguenin, Curatore e Direttore del Mih. «E sottolinea la necessità di rinnovare la storiografia in ambito orologiero attraverso la domanda più che attraverso l’offerta: dallo studio dei consumatori piuttosto che dei fabbricanti».

    Sviluppata all’interno della partnership con l’Istituto di Storia dell’Università di Neuchâtel, è completata da un catalogo (pubblicato dalle Editions Alphil) ricco di approfondimenti da parte di diversi autori. Che analizzano i tanti aspetti del fenomeno a 360°, con prospettive grafiche, economiche, tecniche, sociali e culturali. Ne emerge uno specchio quanto più reale dell’ultimo secolo, attraverso la mutazione dei gusti, dei personaggi ed eroi di riferimento, dei linguaggi testuali e iconografici.

    La pubblicità come portavoce di un sentore collettivo, insomma. Perché slogan e cartelloni non si esauriscono con il mero fine commerciale: a insegnarcelo è stata anche una delle serie tv più celebri degli ultimi dieci anni, “Mad Men”. Che ha puntato i riflettori sull’importanza della figura dei creativi come megafoni del respiro di un’intera epoca, al di là dell’azienda che intendevano promuovere. In questo caso, un secolo di pubblicità in orologeria riflette tutto il conformismo e l’originalità, i cambiamenti e le tradizioni di una società in evoluzione.

    «In un mercato orologiero sempre più concorrenziale», continua Monsieur Huguenin, «negli anni le case orologiere si sono completamente affidate alla pubblicità per fissare al meglio i propri valori. E veicolarli al cliente finale, applicando codici culturali che si sono evoluti col tempo», conclude. Non sorprende quindi che tra le locandine spuntino anche veri e propri “manifesti” culturali (in tutti i sensi). Per esempio le affiches dedicate alla lotta di genere, come quella di Bulova del 1974. O i messaggi più concettuali, come l’idea della fugacità del tempo rappresentata da Moeris nel 1948 per mezzo di un vaso di fiori appassiti.

    Tra i tanti i nomi illustrati da questa mostra al Mih, spuntano anche Eberhard & Co, Zenith, Omega. Ma ciò che emerge soprattutto, attraverso le pubblicità, è il racconto non solo della storia del singolo brand, ma anche quella dell’orologio. Segnata da due grandi rivoluzioni: il passaggio dal taschino al polso e l’avvento del quarzo. Che ne hanno cambiato del tutto l’essenza, e lo hanno trasformato da strumento per la misura del tempo a vero e proprio accessorio di stile.

  • Il ritorno dell’Aquila: apre il Museo Eberhard a La Chaux-de-Fonds

    Il ritorno dell’Aquila: apre il Museo Eberhard a La Chaux-de-Fonds

    Una delle cose che continuo ad amare dell’orologeria è il suo modo di usare il passato, la propria storia. Pensateci bene: molti di noi, vecchi come me o giovani come voi, tende a guardarsi indietro – quando lo fa – con un senso di nostalgia che non porta nulla di costruttivo. Ah, i vecchi bei tempi quando… Per l’orologeria il passato è sempre, sempre un trampolino sul futuro. Il passato è letteralmente, lo ripeto, un’asse elastica sulla quale prendere posizioni per tuffarsi nel futuro.

    Eberhard & Co. non fa eccezione. E l’apertura del proprio museo, a La Chaux-de-Fonds, coincide proprio con un’idea di rilancio, di proiezione nel tempo. Il Museo (magari piccolo, ma comunque ricco e ben ordinato) percorre anno per anno la storia del marchio, iniziata nel 1887. Sugli orologi esposti interverrà presto Giampiero Negretti, che di storia dell’orologeria ne sa mille volte più di me. Io mi limito a dire che il percorso del museo è costellato di brevetti originali e termina (per ora) con il nuovo movimento esclusivo, il Calibro EB 140. Il futuro, appunto.

    L’intera operazione, voluta dal Ceo Barbara Monti e dal Direttore generale Mario Peserico, si inserirà fra l’altro nell’operazione “Manifatture aperte” che celebrerà – nel novembre prossimo – la nona “Biennale du Patrimoine Horloger”, nel corso della quale chi lo desidera potrà visitare le sedi dei marchi partecipanti. Un solo giorno, ma è pur sempre un’apertura importante al pubblico. Per quanti fossero invece interessati a visitare il Museo Eberhard, l’indirizzo di riferimento è il sito ufficiale della casa.

    Ma la cosa non finisce lì. Dopo l’inaugurazione del Museo tutti i partecipanti alla cerimonia (fra cui molti dipendenti in pensione, affezionatissimi al “proprio” marchio) sono scesi in strada. Perché l’Aquila ad ali spiegate, selvaggio simbolo di Eberhard, deve tornare sulla piccola cupola che domina l’angolo del bell’edificio di Avenue Léopold-Robert, la spina dorsale di La Chaux-de-Fonds. La statua, una grande fusione di zinco, è stata restaurata come si deve, ed è lucida come fosse nata ieri.

    Sollevata da un elicottero, è sistemata in sede da un equipaggio di tecnici, portati in alto da una piattaforma mobile. Non è nemmeno mancato un momento di emozione, quando l’aquila, spinta dal vento creato dalle pale stesse dell’elicottero, ha cominciato a girare sul cavo di sospensione. La combinazione fra l’esperienza del pilota dell’elicottero e un pizzico di audacia dei tecnici ha fatto sì che l’operazione andasse a buon fine. Ora il futuro può cominciare.

  • “More than just the time”: complicazioni da leggere

    “More than just the time”: complicazioni da leggere

    Cronografo, ripetizione minuti, tourbillon, secondo fuso orario… Sono solo alcune delle complicazioni che possono arricchire gli orologi: ne sviluppano il carattere e la vocazione, e allo stesso tempo ne aumentano il valore commerciale. Ma che origini hanno queste funzioni? E soprattutto che legame hanno con i moderni orologi da polso?

    È quanto ha voluto raccontare Monika Leonhardt nel libro “More than just the time”, pubblicato qualche mese fa in tre lingue (inglese, francese o tedesco) per le edizioni Alphil e il Musée Internationale d’Horlogerie di La Chaux-de-Fonds. Un prodotto editoriale nato dalla partnership tra il Museo di orologeria più importante al mondo e Les Ambassadeurs, siglata nel 2014, in occasione del cinquantesimo anniversario della boutique ginevrina.

    “Si tratta di una nuova offerta del museo”, racconta Régis Huguenin, Curatore e Direttore del Mih: “Questa pubblicazione completa il nostro catalogo di opere scelte. L’obiettivo era quello di presentare alcuni dei pezzi acquisiti dal museo a partire dal 2000. E di sintetizzarne le complicazioni in una guida pratica e con un linguaggio accessibile”.

    Otto le complicazioni spiegate e otto i capitoli attraverso i quali il libro svela la storia di ciò che anima questi gioielli meccanici, antenati degli attuali esemplari da polso. “More than just the time” è infatti un manualetto di poco meno di cento pagine esteticamente accattivanti. Pensate non solo per un pubblico di addetti ai lavori, ma anche per gli appassionati di storia e di strumenti del tempo.

    Una sintesi di una ventina di esemplari da tasca scelti per il loro legame con il presente e per la ricchezza di dettagli che nascondono nei loro movimenti. Piccole macchine “pensanti” dal cuore prezioso. Come la Montre de poche astronomique ovale realizzata all’inizio del 1600, a pochi anni dalla riforma del calendario voluta da Papa Gregorio XIII. Che ha segnato profondamente non solo la storia dell’orologeria ma dell’intera civiltà occidentale.

    “Sono molti gli aneddoti e le storie raccontate in questo piccolo volume”, conclude Monsieur Huguenin. “Ma, al di là della loro storia tecnica, questi oggetti hanno conosciuto una vita propria”. Che continua tuttora. Oltre la spiegazione delle complicazioni, oltre l’analisi di ogni esemplare, in effetti, il volumetto ha un merito particolare. Ci fa capire che il patrimonio del museo è lì per noi. Ed è un po’ di tutti noi.

  • Tws anno secondo: in crescita il contro-salone dei fornitori

    Tws anno secondo: in crescita il contro-salone dei fornitori

    Produttori di casse e bracciali, di utensili e strumentazioni, ditte che fanno finiture di movimenti o incastonature delle pietre preziose: piccoli, poco noti se non del tutto invisibili, i fornitori specializzati in tecnologie e servizi ricoprono un ruolo prezioso nella produzione orologiera. Come lavorano? Cosa hanno da offrire al mercato? Potrete carpirne i segreti andando nella cittadina svizzera di La-Chaux-de-Fonds, da martedì 19 a sabato 23 marzo. L’appuntamento è con la seconda edizione del Technical Watchmaker Show, la fiera specializzata che si sta affermando come evento alternativo per gli addetti ai lavori e gli esperti del settore.

    Una scelta strategica l’apertura due giorni prima di Baselworld. “Vogliamo esaudire tanto le richieste delle industrie orologiere quanto quelle delle aziende specializzate in componenti e servizi per l’alta orologeria”, commenta Eric Zuccatti, Presidente del Tws e Direttore generale di Horotec, che produce attrezzature tecniche. “La nostra fiera”, aggiunge, “ha due vocazioni: dare informazioni concrete sulle componenti tecniche degli orologi e dare ai visitatori la possibilità di immergersi nella storia dell’orologeria mondiale, entrando a contatto con la sua parte più pratica e autentica”.

    L’esperimento Tws è nato dall’iniziativa di un gruppo di aziende “dissidenti” di Baselworld, che a marzo dello scorso anno organizzarono la propria fiera “in casa”, a La Chaux-de-Fonds appunto, aprendo le porte delle proprie stesse sedi. Aspettavano un centinaio di visitatori, ne arrivarono più di mille, da ogni parte del mondo. Un’affluenza inattesa che quest’anno ha spinto a rilanciare il salone, concentrando gli espositori – non più solo locali e non soltanto svizzeri, ma anche francesi, tedeschi, belgi e italiani – in una sede prestigiosa: Les Anciens Abattoirs (Rue du Commerce 122), un edificio del 1859, in parte rinnovato nel 2018.

    “Dopo una prima edizione organizzata in fretta, siamo convinti che corrisponda a un reale bisogno nel nostro settore a livello internazionale vedere tutti i player che si occupano di tecnologia e servizi di orologeria incontrarsi in un unico posto. Il nostro obiettivo qui, in quanto organizzatori del Tws”, spiega ancora Zuccatti, “è fornire ai professionisti una piattaforma di scambio dinamica e accogliente, per incontrarsi, fare affari, creare contatti e mostrare il proprio know-how. Il grande salone di Basilea ha scelto di concentrarsi su orologi di prestigio e gioielli eccezionali; noi siamo convinti che molti visitatori di Baselworld siano interessati anche ai nostri lavori artigianali. Ecco perché Tws si svolge in questo periodo”.

    Già sold-out con 50 aziende, l’area espositori – oltre ai box dai 9 ai 16 metri quadrati – mette a disposizione zone per le conferenze e per la ristorazione. I visitatori – circa 2000 secondo le aspettative degli organizzatori – avranno accesso gratuito alla fiera. È però necessario iscriversi e stampare dal sito dell’evento il ticket elettronico, valido pure per usufruire del servizio di navetta che collega la stazione ferroviaria alla sede espositiva degli Antichi Macelli. Nelle vicinanze della stazione sono disponibili anche due parcheggi. La fiera è aperta dalle ore 9 alle ore 18; sabato 23 dalle 9 alle 16. Online anche il programma delle conferenze tecniche e dei workshop.