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Tag: movimenti di manifattura

  • Classic Power Reserve Big Date di Frederique Constant: qualità al cubo

    Classic Power Reserve Big Date di Frederique Constant: qualità al cubo

    Confesso che non mi è facile star dietro alla vena creativa di Frederique Constant. Meno di un mese fa scrivevo del record di 30 calibri di manifattura in 35 anni di vita e il Marchio ora che cosa fa? Presenta il Classic Power Reserve Big Date Manufacture. Calibro di manifattura numero 31. E tutti ad aggiornare le statistiche, io per primo.

    E il bello è che per scavallare il fatidico numero di 30 calibri, Frederique Constant ha deciso di crearne uno che unisce la bellezza di tre complicazioni. E di includerlo, vista la natura particolarmente complessa, all’interno della collezione Manufacture, destinata ad accogliere gli orologi con il maggior grado di raffinatezza. 

    Per il Classic Power Reserve Big Date Manufacture Frederique Constant ha pensato a quattro referenze, mosse tutte dal nuovo calibro FC-735. Le tre complicazioni che è in grado di gestire sono le indicazioni delle fasi lunari, dell’autonomia residua e la gran data. Le prime due sono ben padroneggiate dal Marchio e si ritrovano in diverse referenze. La gran data è invece al debutto e si inserisce in un filone in particolare fermento.

    Gran data, gran qualità

    La gran data è infatti una complicazione che richiama subito alla mente degli appassionati la tradizione dell’orologeria sassone. Glashütte Original e A. Lange & Söhne, per fermarmi ai due nomi più blasonati, ne fanno una bandiera. Ma, recentemente, è apparsa anche in un pezzo molto interessante di discendenza svizzera, il Multifort TV Big Date di Mido.

    E svizzera, a differenza di quanto si potrebbe pensare, è l’origine di questa complicazione. Il primo marchio a introdurla fu Helvetia, nel 1932, con il calibro 75A, un movimento di forma (tonneau) da 15 rubini con il modulo della gran data. Ogni cifra appariva in una finestra separata, rendendola molto più leggibile del primo datario mai comparso su un orologio da polso, pochi mesi prima, brevettato nel 1930 da Otto Graef, proprietario della manifattura Mimo.

    La complicazione del datario in una singola finestra apparve infatti due anni dopo il brevetto nell’orologio Mimo-Meter. Fu una rivoluzione, che purtroppo non aveva fatto i conti con la scarsa praticità dovuta alle dimensioni minuscole della finestrella. Ci pensò Helvetia a renderla più fruibile e da allora la gran data è diventata sinonimo, oltre che di leggibilità, anche di raffinatezza.

    Come funziona

    Tipicamente la gran data funziona grazie a due dischi in parallelo, uno con le cifre delle decine e l’altro con quelle delle unità. La ruota delle ore aziona una ruota intermedia, che innesta il disco delle unità con un ingranaggio sottostante a esso. Tramite questo ingranaggio la ruota delle ore trasferisce energia che, immagazzinata da una molla, viene rilasciata intorno alla mezzanotte: così, in combinazione con un martello, la molla fa scattare in avanti il disco delle unità.

    Ogni dieci giorni, una linguetta sul disco delle unità spinge il disco delle decine in avanti di una posizione. Altre molle mantengono entrambi i dischi data nella posizione corretta per visualizzare i numeri nelle finestre. Il movimento deve essere corretto manualmente (quando e se necessario) all’inizio di ogni mese.

    Numerosi marchi utilizzano invece un sistema di dischi sovrapposti (o componenti simili) per realizzare la propria gran data. Forse il più famoso è A. Lange & Söhne, che l’ha introdotta per la prima volta nel 1994 all’interno del quadrante del Lange 1 e l’ha fatta diventare una componente quasi imprescindibile del proprio linguaggio di design.

    Altri ancora creano la gran data con il disco delle decine posizionato all’interno del disco delle unità. Ciò risolve il problema della collocazione dei numeri su piani diversi, pur mantenendo compatto il meccanismo della grande data. Un esempio è il SeaQ Panorama Date di Glashütte Original.

    Complicazioni storiche

    Sulla riserva di carica e sulle fasi lunari c’è poco da dire. La comparsa dell’indicazione del moto lunare avviene nientemeno che sulla cosiddetta macchina di Antikythera. Non un orologio in senso stretto, ma comunque un sofisticato meccanismo di calcolo del tempo e dei moti astrali (così almeno è accreditato da studi sempre più recenti), risalente al I secolo avanti Cristo.

    Funzioni astronomiche e fasi lunari si diffusero poi a partire dal XVI secolo all’interno delle cattedrali e, in forma più piccola, negli orologi da tavolo delle dimore nobiliari. Dopo essere stata successivamente introdotta negli esemplari da tasca, per l’arrivo della complicazione all’interno di quelli da polso dobbiamo aspettare il XX secolo.

    L’indicazione dell’autonomia invece ha una storia relativamente più recente: fu introdotta dal “solito” Abraham-Louis Breguet negli anni ’80 del Settecento. Tutti i primi “orologi perpetui” realizzati dal Leonardo da Vinci dell’orologeria possedevano infatti un indicatore di tensione della molla di carica: una lancetta secondaria che percorreva un settore graduato da 0 a 60 (perché quegli esemplari disponevano di un’autonomia complessiva di 60 ore). Il primo orologio da polso entrato in produzione corrente fu invece il Powermatic di Jaeger-LeCoultre del 1948. Funzionava con il calibro 481 e aveva un’apertura sul quadrante a ore 12: all’interno di essa, un disco colorato indicava quanta carica era rimasta all’orologio.

    L’equilibrio del Classic Power Reserve Big Date Manufacture

    Ora arrivo al Classic Power Reserve Big Date Manufacture, tranquilli. E parto più o meno da dove ero rimasto prima dell’excursus sulle complicazioni, ossia dalle quattro referenze. Come sta diventando consuetudine, per gli orologi più pregiati Frederique Constant differenzia l’assortimento proponendo sia casse in metalli preziosi sia in acciaio. In questo modo, anche complicazioni come, per esempio, il tourbillon, sono alla portata di un maggior numero di persone.

    In questo caso la consueta cassa Classic mantiene il diametro di 40 mm ma è proposta in platino, oro rosa o acciaio. Di quest’ultima ci sono due varianti di quadrante, una blu e una argentata. Il quadrante della versione in oro rosa è grigio mentre quello del modello con cassa in platino è di un sorprendente meteorite blu.

    Tutti i quadranti sono accomunati da due caratteristiche: pulizia e leggibilità. La disposizione delle informazioni vede a ore 9 l’indicatore dell’autonomia residua, con una lancetta che si muove lungo un arco graduato. A ore 6 c’è la finestra con le fasi lunari, a ore 2:30 quella della gran data. Tutto molto equilibrato. A mio avviso si sarebbe potuta togliere la lancetta dei secondi centrali, per dare ulteriore chiarezza al quadrante, ma è un parere totalmente personale e non richiesto.

    I quadranti delle versioni in acciaio e in oro rosa del Classic Power Reserve Big Date Manufacture hanno la lavorazione soleil e sono impreziositi da dettagli che abbiamo imparato a conoscere in alcuni pezzi della collezione Classic. Mi riferisco principalmente agli indici applicati tagliati a diamante e lucidati a mano, e alle lancette di ore, minuti e secondi anch’esse lucidate a mano.

    Un calibro camaleontico

    Si diceva del 31° movimento di manifattura. Anche per il calibro FC-735 a carica automatica, Frederique Constant ha lavorato per mantenere alta la qualità, intervenendo anche sulle prestazioni. La collezione Classic ci ha abituati a calibri belli e affidabili ma dall’autonomia piuttosto contenuta, tipicamente 38 ore. Qui è stata aumentata a 50 ore. Bene.

    Per questo calibro, come per tutti quelli che ha progettato in passato, il Marchio ha lavorato sulla semplicità d’uso. Le tre complicazioni, così come la regolazione dell’ora, sono tutte regolate dalla corona a cipolla. Niente pulsanti, niente correttori, niente stilo: il calibro FC-735 è pensato per la vita di tutti i giorni ed è in linea con lo spirito della Casa. La missione, coraggiosa, di Frederique Constant è quella di rendere la bella orologeria accessibile al maggior numero di persone, senza richiedere particolari competenze specifiche né per apprezzare né per utilizzare gli orologi prodotti.

    La competitività di Frederique Constant

    Come sempre vi rimando per altri dettagli alle didascalie e chiudo con i prezzi e con una considerazione. La versione più pregiata, quella con cassa in platino, costa 25.995 euro ed è limitata a 35 esemplari. Per quella in oro rosa servono 17.995 euro e la prontezza di riflessi per portarsi a casa uno dei 350 esemplari millesimati. Le versioni in acciaio non sono in multipli di 35, a festeggiare il compleanno di Frederique Constant, ma sono in collezione corrente a 4.795 euro.

    Frederique Constant si è sempre distinta per l’ottimo rapporto qualità-prezzo che fa la felicità dei collezionisti entry-level. Anche in questo caso il livello di orologeria che porta con sé questa referenza è notevole, soprattutto se si considera il valore attribuito oggi ai calibri di manifattura.

    In questo senso il Marchio ha avuto l’intelligenza di capire come prendere elementi del calibro di base FC-700 e modificarlo per adattarlo a utilizzi diversi. In questo modo, analizzando l’ampio catalogo del Brand, probabilmente quasi tutti possono trovare un’opzione adatta alle proprie tasche e alle proprie esigenze. Il Classic Power Reserve Big Date Manufacture è un esempio della poliedricità della Casa. Con il mercato che, dopo due anni di follia, pare tornato a una situazione più razionale, avere in collezione esemplari così dà, a mio avviso, un buon vantaggio competitivo.

  • Dietro le quinte. La manifattura e la legge della catena

    Dietro le quinte. La manifattura e la legge della catena

    Scusate il ritardo, ma dovevo necessariamente fare dei pesanti lavori di manutenzione sul computer. Fatto – e sono di nuovo qui a parlare di manifattura.

    Dopo i primi due articoli su questo argomento, sono arrivati da parte dei lettori contributi molto interessanti. Qualcuno proviene da scalmanati che “le manifatture non esistono e poi chissenefrega”. Altri che “tanto sono tutti bugiardi” e altri ancora che “a me basta che sia ben fatto e mi piaccia”. La manifattura questa sconosciuta, potremmo dire. Ma la vera domanda dovrebbe essere: cosa dobbiamo intendere, con il termine manifattura? È proprio questo, il punto. Sembra che di cosa sia o dovrebbe essere una manifattura ognuno abbia una propria idea. Certe volte un po’ romantica.

    Una manifattura deve proprio fare tutto “in casa”?

    Breguet – che era Breguet – ricorreva a fornitori esterni. Le fabbriche ginevrine facevano produrre su commissione ebauches (sbozzi, movimenti grezzi) ai contadini delle montagne al confine con la Francia. Altri ancora correvano su quelle montagne (spesso a rischio della vita: le strade sono ancor oggi abbastanza pericolose), al minimo accenno di disgelo, per comprare sbozzi che i furbi contadini/orologiai avevano prodotto durante il lungo inverno e vendevano al miglior offerente. Qualcuno aveva messo fabbrica direttamente fra le montagne, ma comunque ognuno faceva produrre alcune componenti a persone specializzate. Esterne.

    Del resto – pensateci bene – già nel Rinascimento le botteghe artistiche non implicavano certo che un dipinto venisse interamente eseguito dal pittore che firmava l’opera. E Raffaello senza una schiera di “allievi” non avrebbe mai avuto abbastanza tempo per la Fornarina.

    Il concetto di “fare tutto da sé” è una visione romantica di certe forme d’arte. Che fa rima con l’immagine altrettanto romantica dell’artista che disprezza la vil moneta per darsi al “vissi d’arte, vissi d’amore” (citazione dalla Tosca di Giacomo Puccini). Balle.

    Ricordo che nei miei primi viaggi in Svizzera, per visitare le fabbriche d’orologi, per me era risolutivo l’elenco dei fornitori. Se era un elenco equilibrato dal punto di vista qualitativo, allora tutto andava bene. Perché ogni orologio è frutto di una catena di componenti. E la forza di una catena è sempre, sempre pari a quella dell’elemento più debole. Per cui sì, caro Beppe, l’idea della Manifattura che fa tutto da sé è romantica, suggestiva, ma non è detto che renda migliori gli orologi. È uno spettacolare concetto di marketing con il quale, ad esempio, hanno dovuto fare i conti gli orologiai artigiani, anche i più grandi. Non sempre ottieni la migliore qualità, quasi sempre finisci fuori prezzo.

    Cominciamo con qualche considerazione finale

    Primo: la qualità migliore possibile, ma sempre in relazione al prezzo. Per intenderci: Patek Philippe continua imperterrita ad essere uno dei campioni del rapporto fra prezzo e qualità, pur costando cara. Chi punta a rendersi concorrente di Patek Philippe deve rimanere nel recinto dei prezzi Patek, altrimenti rischia di andare “fuori prezzo”. Ma la qualità migliore in relazione al prezzo te la offre anche Swatch, nella propria fascia di prezzo. E altrettanto fanno Rolex, Omega e tanti altri marchi capaci di fornire il massimo al minor prezzo.

    È questo rapporto fra prezzo e qualità che ha reso grande l’orologeria svizzera, non dimentichiamolo. Facendo scomparire in quattro e quattr’otto gli straordinari, ma troppo costosi, prodotti inglesi e francesi. Non bisogna mai dimenticare che tutte le marche svizzere, anche le più antiche, diventano quel che sono nell’Ottocento. Più o meno dopo la morte di Breguet: uno dei primi, se non il primo, a insegnare che fare ricorso a fornitori esterni specialisti poteva persino far aumentare la qualità e contemporaneamente diminuire i prezzi. Anche in questo Abraham-Louis Breguet fu un precursore.

    È un fatto, comunque, che risalire all’origine di ogni componente è quasi impossibile. Come ha scritto uno storico personaggio dell’orologeria, Beppe Menaldo: “Francamente, credo che il mondo dell’orologeria, ed in particolare quello della fabbricazione in genere ed in special modo quel microcosmo iper-specializzato inerente i movimenti meccanici per orologi, sia una nicchia molto, molto complessa, quasi criptica. Di accesso e comprensione pressoché impossibile. Una nicchia conosciuta, nei suoi meandri e rigagnoli, solo da pochissimi fortunati, oltre che dalle persone che vi lavorano”.

    Vero, verissimo. Ma oggi sono in tanti a far da sé movimenti anche relativamente economici. Movimenti innanzitutto progettati “in casa”; progettati da studi specializzati per conto del marchio, poi realizzati all’esterno o in casa (integralmente o parzialmente); movimenti usati in tutta la propria produzione oppure solo in alcuni modelli. Una serie di varianti, appunto, eccezionalmente ampia, sulla quale noi proviamo sempre a fare chiarezza, nei limiti del possibile e nei limiti della logica.

    Le polemiche

    Recentemente qualcuno, in Inghilterra, ha sollevato polemiche furibonde e decisamente pretestuose su Panerai. Accusandolo di usare movimenti non di manifattura. Qualcuno, ma non io, potrebbe sospettare che si sia trattato di una coda delle delusioni sportive che l’Italia ha inflitto all’Inghilterra. Qualcuno lo ha pensato, ma non io, certo. Credo si sia trattato di una polemica basata sul nulla. La maggior parte dei grandi marchi affianca, come dicevo, orologi con movimenti progettati e realizzati in casa ad orologi con movimenti non di manifattura. L’importante è essere chiari.

    Panerai non inserisce il calibro P.9200 fra quelli che definisce in-house e quindi non lo identifica come un movimento “di manifattura”. Sì, avrebbe potuto essere più esplicita sull’origine esterna del movimento, ma basta qualche personalizzazione per convincere i produttori (quasi tutti i produttori) a targare il movimento come proprio. Siamo, in pratica, nella media di un’abitudine del marketing che può essere considerata discutibile, ma non millanta nulla. E del resto nessuno, ma proprio nessuno distingue i movimenti usati fra “di manifattura” e “non di manifattura”. Se non c’è il “di manifattura” è evidente che non lo è. Bastava verificare sul sito, a meno che non si volesse aizzare certi lettori…

    Ma è poi così importante?

    E qui un po’ di “mea culpa” bisogna farla. Sono caduto, siamo caduti in una piccola trappola di marketing. Dare fin troppa importanza al concetto del movimento di manifattura. Un concetto nato per ragioni storiche sulle quali prima o poi scriveremo. Nel frattempo vorrei concludere con l’interessante considerazione di un lettore, f34: “Secondo me un calibro è di manifattura quando la proprietà intellettuale del progetto è in buona parte della Casa che lo incassa”. Chi è d’accordo?

    Perché alla resa dei conti l’importante è sempre la qualità che si è in grado di offrire in relazione al prezzo. Potremmo chiamarlo “indice di dignità”: se nella tua fascia di prezzo sei il migliore, sei il migliore anche se il tuo orologio costa 70 euro o giù di lì.

  • Dietro le quinte. Manifatture e bugie – parte 2

    Dietro le quinte. Manifatture e bugie – parte 2

    Nella prima parte di questo articolo (pubblicata qui) raccontavo di quanto sia difficile capire bene dove sia quella che alcuni di noi considerano la verità sulle manifatture. Ma se cerchiamo la verità vuol dire che sospettiamo delle bugie di qualcuno e se qualcuno racconta bugie deve necessariamente farlo perché mentire sulle manifatture comporta vantaggi. Quali?

    Lo dico subito: io non credo che i produttori dicano bugie sulle manifatture per guadagnare di più. Al contrario: ogni tanto le dicono per poter contenere i prezzi. Però sempre bugie sono e questo è sbagliato. Si può sempre dire la verità. Sempre. Anche sulle manifatture vere, quasi vere o false.

    Premessa sulla caccia alla bugia

    Però non riesco ad essere d’accordo con quanti passano la vita a cercare l’imbroglio di pochi, invece di godere della sostanziale onestà di tanti. È una malattia. Come quando sei geloso, e passi il tempo a cercare le prove di corna che non ci sono. La concorrenza, che in orologeria è particolarmente forte, crea una situazione sostanzialmente equilibrata, nella quale tutti controllano tutti gli altri. Un esempio. Domanda retorica di un lettore che chiede se un movimento Eta con modulo Dubois Dépraz in un Audemars Piguet Offshore sia migliore dello stesso in un Hamilton Lancaster. Per mia abitudine controllo sempre e questa volta l’ho fatto ancora più a lungo perché effettivamente ho trovato traccia di una cosa del genere in un blog solitamente ben informato. Ma l’errore scappa a tutti.

    Controllando (a lungo) ho trovato conferma di quanto mi aveva già detto François-Henry Bennahmias, Ceo di AP: Audemars Piguet non ha mai usato movimenti Eta (ma si trovano abbastanza facilmente falsi Offshore, in giro, proprio con movimenti Eta). Per la semplice ragione che era proprietaria di una consistente quota di Jaeger-LeCoultre, da cui ovviamente attingeva movimenti. Di manifattura. In seguito ha usato spesso movimenti della manifattura Frédéric Piguet oppure il proprio movimento automatico (di manifattura) cui veniva sovrapposto un modulo crono (anche di manifattura, in certi casi). Oggi Audemars Piguet ha finalmente un movimento cronografico proprio, totalmente di manifattura.

    L’Hamilton Lancaster – un vecchio e glorioso cronografo – risulta montasse un movimento Lemania 5100, anche se non è da escludere che in qualche serie ci fosse un Eta. Dubito però si trattasse di un Eta con modulo specializzato Dubois Dépraz. Perché si tratta di moduli molto pregiati, con qualità e costo che vanno dall’elevato all’elevatissimo – a seconda del modello e del grado di finitura. Eta più Dubois Dépraz è un’accoppiata piuttosto rara, ai limiti del suicidio economico. Costa molto più il modulo del movimento di base e di altri buoni movimenti cronografici disponibili con relativa facilità… Ed è un’accoppiata rara anche perché di solito implica la necessità di portare la base Eta ad un grado di finitura molto elevato.

    Il grado di finitura cambia totalmente le carte in tavola anche per movimenti apparentemente meno costosi, nelle versioni di base. Che possono essere “grezze”, sì, ma poi lavorate in casa. Come fa spesso Breitling, ad esempio, che infatti ottiene una qualità in grado di superare i test del Côntrole Officiel Suisse des Chronomètres.

    L’importanza della finitura

    Di manifattura o meno, la finitura in un movimento è fondamentale. Non semplicemente perché si tratta di una “decorazione”, quanto per motivi tecnici. Il taglio degli spigoli periferici di platina e ponti, lucidatura compresa, non nasce per motivi estetici, ma per dare la certezza che non restino sfridi metallici che possano finire tra gli ingranaggi e triturarli inesorabilmente. E così tutte le altre regole tipiche dell’alta orologeria adottate dalle manifatture. In gran parte riassunte in quelle da rispettare per ottenere il prestigioso Poinçon de Genève. È un attestato di affidabilità, in pratica. L’aspetto estetico è soltanto un sottoprodotto. È una considerazione importante, questa, perché aiuta a circoscrivere alcuni punti essenziali.

    Ad esempio: un movimento non di manifattura perfettamente rifinito è meglio (spesso) di un movimento di manifattura un po’ grezzo. Per intenderci: non è vero che un Eta 2824 sia sempre la stessa cosa, indipendentemente da chi lo usa. Oltre ai gradi di finitura già offerti dalla stessa Eta, ci sono poi personalizzazioni che talvolta si spingono fino alla sostituzione di elementi fondamentali. Pur costando magari meno di un movimento di manifattura, il prezzo può comunque moltiplicarsi di parecchie volte rispetto a quello di partenza. In questi casi la bugia dei produttori consiste nel ritenere (talvolta non del tutto a torto) che le modifiche apportate meritino il cambiamento del nome. Del resto molti movimenti si evolvono nel tempo e quando il produttore ritiene che i cambiamenti siano sostanziali, allora cambia anche il nome del calibro stesso.

    Il caso del Rolex Daytona

    Fine anni Ottanta, esce un nuovo cronografo Rolex. L’impressione è che sia destinato a fare la fine dei precedenti. Moderato, molto moderato successo. Nel senso che i numeri non raggiungono il limite in cui Rolex potrebbe creare un proprio movimento cronografico a prezzi Rolex. Vale la pena ricordare che Rolex è Rolex perché riesce a dare un rapporto qualità/prezzo pazzesco. All’epoca, nei cronografi precedenti Rolex si è molto fidata di Valjoux, ma ora vuole provare a volare un po’ più in alto. E si rivolge a Zenith. Ma dal momento che a quei tempi rimaneva qualche dubbio sulla lubrificazione a medio termine di un movimento a 36.000 alternanze/ora, Rolex cambia bilanciere (mettendoci il proprio, ad inerzia variabile), cambia lo scappamento, cambia gran parte del treno del tempo, del sistema di ricarica automatica per un totale di circa 200 modifiche.

    La domanda è: quel movimento è Zenith, Rolex, o cosa? La risposta è chiara, in questo caso. È Zenith perché altrimenti non potrebbe essere Rolex il movimento cronografico progettato e prodotto successivamente. Ma al tempo stesso non si può non riconoscere che fra un El Primero montato (a suo tempo) da Vacheron Constantin e quello modificato di Rolex, beh, la differenza è forte. Ne emerge una prima distinzione, fondamentale per andare avanti.

    Movimenti lisci, gasati o di manifattura?

    Dopo tante premesse cominciamo a procedere schematicamente.
    La marca Xyz produce orologi con movimenti presi da fornitori specifici.
    La prima differenza sta nella qualità generale del movimento. Il Calibro A possiede caratteristiche di base migliori del Calibro B.
    La seconda differenza sta nello specifico allestimento offerto dagli stessi produttori di calibri, con qualità e prezzi diversi.
    La terza differenza sta nelle eventuali personalizzazioni eseguite o richieste dalla marca dell’orologio. In questo caso possiamo comunque dividere le personalizzazioni in estetiche (ad esempio un rotore di carica personalizzato), tecnico/estetiche (il livello di finitura) o puramente tecniche, come la sostituzione del bilanciere. Il caso Rolex dimostra che questa personalizzazione può spingersi molto, molto avanti. Fin quasi al limite di poter dichiarare proprio un calibro adottato. Quasi, sia ben chiaro.

    Resta il fatto che se la marca Xyz monta un movimento di base a basso livello di finitura, il costo può essere molto contenuto. Se la marca Xyz monta un movimento di qualità, nell’allestimento migliore e per giunta profondamente modificato, beh, i prezzi salgono vertiginosamente senza che nessuno possa gridare allo scandalo. In certi casi il movimento modificato (perché la marca Xyz ci tiene a conservare un livello qualitativo molto elevato) può arrivare a costare quanto un movimento “di manifattura”. Qualche volta persino di più, per errore di calcolo o perché (come nel caso di Rolex) fra l’ideazione di un movimento proprio e la sua realizzazione possono passare diversi anni. E nel frattempo qualcosa devi pur vendere.

    Sì, mi dirai tu, mi hai detto dei movimenti lisci, di quelli gasati… E quelli di manifattura?
    Eccoci!

    Manifatture lisce, gasate o false?

    In teoria ci vuol poco. Dicesi “calibro di manifattura” quel movimento per orologi progettato, realizzato e usato “a casa propria” da una determinata marca. E però qui ricominciamo con eccezioni, distinzioni e variabili. Che cambiano totalmente le carte in tavola. Ad esempio: i movimenti meccanici di Swatch sono progettati, realizzati e usati “in casa”. Siete disposti a chiamarli “calibri di manifattura”? Perché a rigor di termini lo sono.

    Alcune manifatture progettano e realizzano da sé, certo, ma Patek Philippe e altri marchi di altissima orologeria usano piccole componenti prodotte da terzi. È sufficiente per dire che non sono “calibri di manifattura”? Dal 2005 Rolex utilizza il dispositivo ammortizzatore Paraflex, ma nel 3135 c’era un Kif. Patek si serve di Incabloc e qualche volta Kif, usato anche da Audemars Piguet, Vacheron Constantin, Chopard, Jaeger-LeCoultre e altri ancora. Omega usa un antiurto creato per lei da una fabbrica del gruppo Swatch, cui appartiene anche la stessa Omega. Sono o non sono movimenti di manifattura?

    E il bilanciere? Se non uso un mio bilanciere esclusivo (che per molti marchi è una vera e propria firma), ma me lo faccio produrre da uno specialista, posso definire “di manifattura” il mio movimento? E la platina? Se la voglio in titanio, ma vorrei non far lievitare troppo i prezzi comprando le macchine necessarie per la realizzazione di poche platine in titanio, posso ricorrere ad uno specialista. Ma sarà “di manifattura”, il mio movimento?

    Breitling fornisce a Tudor il proprio movimento cronografico di manifattura, e Tudor fornisce a Breitling il proprio solo tempo di manifattura. Sono “di manifattura” anche quando passano di mano dall’una all’altra marca?
    Senza calcolare che non tutti usano sempre e solo movimenti di manifattura propria o altrui. In questi casi cosa devono fare? Scrivere movimento “non di manifattura” quando non ne usano uno di manifattura?

    A te la parola. E poi alle manifatture

    Ecco. Mi sembra di aver iniziato a provocare a sufficienza per scatenare reazioni ancor più vivaci che ha avuto il precedente articolo. Io credo che ci sia un legame molto importante fra quel che una marca dice e quel che non dice, fra quanto omette e cosa omette. Un problema di comunicazione, lo ripeto. La Ferrari non deve elencarti che prende i freni da un fornitore, l’impianto elettrico da un altro e gli pneumatici da un altro ancora. Ma quella è un’automobile, mi dirai tu. Vero. E questo è un orologio ti rispondo.

    Ora la palla passa a te. Quali sono, secondo te, i parametri importanti, quelli che fanno la differenza? Quelli che le marche dovrebbero dichiarare per non essere considerate bugiarde? Quelli che per te fanno la differenza fra manifattura sì e manifattura no?
    Parliamone e poi vedremo di parlarne con i produttori. Aspetto le tue risposte per passare alla terza puntata. Con qualche sorpresa.

  • Dietro le quinte. I movimenti di manifattura, di non manifattura e i bugiardi

    Dietro le quinte. I movimenti di manifattura, di non manifattura e i bugiardi

    Dovrei fare una corpulenta introduzione storica, ma la rimando ad altra occasione. Qui voglio limitarmi ad un primo, parziale discorso sul concetto di manifattura, sui movimenti degli orologi e su chi fa cosa. Ogni intenzione di scatenare un po’ di polemica è totalmente voluta. Perché altrimenti ognuno continua a dire la sua e questo – in tempo di scemi convinti di essere fini menti della politica, della virologia, della cultura e del calcio – vorrebbe dire dargliela vinta. Cominciamo.

    Ma da dove vengono i “motori” degli orologi?

    Non uso a caso la parola “motori”. Nella produzione di automobili solo pochissimi producono da sé tutte le componenti. Perché nella maggior parte dei casi è meglio far fare le cose a chi sa farle meglio. Ci sono aziende specializzate in freni, ad esempio, che ne producono in un ampio spettro di varianti: economici, costosi e su misura per chi li richiede su misura. Tutti freni che funzionano bene e che soprattutto garantiscono la sicurezza derivante da una esperienza specifica.

    Le case automobilistiche si scambiano telai, motori e tutto quel che è possibile scambiarsi senza che nessuno gridi allo scandalo. Perché se è vero che ogni produttore ha il proprio guadagno, è anche vero che l’economia di scala – ossia la possibilità di dividere una parte delle spese fra più produttori, riuscendo così a contenere il prezzo finale delle automobili – vale la scomparsa della personalizzazione assoluta. Che rimane, più o meno, appannaggio solo di poche marche in grado di vendere a somme spaventose le auto che producono.

    In orologeria no, sembra che questo non si possa fare. C’è sempre qualcuno che grida allo scandalo per cose che sono serenamente dichiarate.
    Chi fa i motori, ossia i movimenti? La maggior parte monta movimenti i cui sbozzi (ebauches) sono costruiti industrialmente da aziende specializzate. Abbiamo in primo piano la Eta, che appartiene a Swatch Group. Abbiamo Sellita, che ha intelligentemente approfittato di condizioni favorevoli per crescere sia come quantità di movimenti prodotti sia come qualità.

    Si aggiungono altri nomi (Soprod, ad esempio, di proprietà del gruppo Festina) che consentono ad un produttore di poter comprare un movimento a buon prezzo non perché la qualità sia scarsa, ma perché “l’unione fa la forza”. Se io produco 50mila orologi l’anno e metto in piedi una fabbrica per produrmeli, il prezzo di ogni movimento sarà inevitabilmente superiore a quello, di pari qualità, che viene prodotto in 200mila esemplari. Fin qui direi che la cosa è semplice. Ma arrivano subito le opzioni che incasinano tutto.

    Movimenti prodotti in massa: tutti uguali?

    No, perché altrimenti non la farei nemmeno questa domanda, ovviamente retorica. Prendiamo uno dei movimenti meccanici più diffusi, l’Eta 2824-2. Fondamentalmente è disponibile in quattro versioni diverse fra loro per alcune componenti e per accuratezza di regolazioni. Si arriva alla versione Chronomètre, quella in grado di superare le verifiche del Cosc, che eventualmente ne attesta la precisione cronografica. Ma non finisce qui.

    Il 2824 è universalmente riconosciuto come un movimento di qualità eccezionale in relazione al prezzo. E può essere personalizzato con finiture e/o la sostituzione di altre componenti. In certi casi è la stessa Eta a fare il lavoro, altre volte l’aggiornamento ad un livello superiore è fatto dal produttore stesso dell’orologio. In questo caso i prezzi però aumentano in maniera molto, molto sensibile.

    E aumentano ancora di più se sul movimento di base viene montato un modulo specializzato. Un cronografo, ad esempio, o una “complicazione” di altro genere. Che comunque in alcuni casi può essere fornita dalla stessa Eta, ma magari non della qualità desiderata. Lo stesso Eta 2824, poi, è alla base di una lunga serie di varianti (per ora usate solo da marche appartenenti a Swatch Group) denominate Powermatic 80, Calibro 80 o con altre sigle, e dotate di caratteristiche notevoli di anti-magnetismo e autonomia.

    A questo punto ho perso io stesso il conto delle possibili varianti, ma so che sono tante. E possono finire in orologi con prezzi variabili dai 1500 euro circa fino agli oltre 10mila senza che ci sia da gridare allo scandalo. Se la cosa venisse dichiarata con chiarezza.

    E perché di sincerità ce n’è poca?

    Perché questo è uno dei tradizionali punti deboli dell’orologeria. Nei secoli, fin da quando i dirigenti delle marche svizzere si sottoponevano a pericolosi viaggi nei paesi del Giura svizzero per andare a comprare gli sbozzi realizzati dai contadini artigiani nel lungo inverno, bloccati da tre metri di neve. Salvo poi tornare al proprio lavoro nei campi e nelle stalle con il ritorno del bel tempo. Chi aveva fatto quei movimenti? Ma le marche, naturalmente. E degli artigiani nemmeno una parola.

    Ancora trentacinque anni fa, quando ho iniziato a scrivere di orologi, tutti giuravano di far da sé i propri movimenti. Persino marchi di solito sinceri come Rolex. Che usava nei cronografi (visto che Rolex ne produceva e vedeva pochi) movimenti Valjoux e Zenith, tanto per citare i più recenti, prima di farseli davvero da sé. Giurando che erano Rolex al 100 per cento. Eppure anche in questo caso non è facile sparar giudizi: Rolex cambiava l’intero organo regolatore (abbassando la frequenza da 36.000 a 28.800 alternanze/ora) e conseguentemente gran parte dei ruotismi.

    Sarebbe stato giusto limitarsi a dire che Rolex spacciava per proprio un movimento Zenith? Direi di no, anche perché Rolex era comprensibilmente orgogliosa dal lavoro fatto. Certo, non tutti quelli che spacciavano per propri i movimenti si impegnavano in modifiche sostanziali, ma la pratica era tanto generalizzata da non essere considerata degna del minimo rimprovero. Ancora oggi talvolta bastano le decorazioni e una massa oscillante personalizzata per definire “proprio” un movimento.

    Siamo stati noi giornalisti specializzati, allora, a rivelare la verità, spesso pagandola con vere e proprie forme di ostracismo da parte dei produttori. Ma poi nel tempo tutto è andato chiarendosi perché non avevamo quelle intenzioni aggressive che spesso rischiano di trasformarsi in ricattatorie. Il nostro era un esercizio del diritto di cronaca, innestato sul tentativo di comprendere il perché e condividerlo con i lettori. Perché? Perché il calvinista rigore svizzero accettava di mentire? Ma erano poi vere menzogne?

    Manifattura: il punto di vista cambia tutto

    Beh, dipende da come la vedi. Per i produttori (non tutti, ovviamente) i movimenti di base sono una rottura di scatole. Prendi Patek Philippe, ad esempio. In catalogo ne ha parecchi, di solo tempo. I tecnici che li realizzano non costeranno quanto quelli che fanno le grandi complicazioni, ma poco ci manca. Solo che non puoi vendere un orologio solo tempo allo stesso prezzo di un crono/calendarioannuale/gmt carpiato. Per cui decidi che di quei movimenti ne fai un po’, ma non troppi. Proprio perché altrimenti non ce la fai a produrre le complicazioni, che ti rendono di più.

    Ma poi ti scontri con quelli disposti a pagare il doppio un orologio solo tempo perché sperano di guadagnare speculando su qualcuno convinto di non poter vivere senza quell’orologio, proprio quello e nessun altro. Cosa deve fare il produttore? Aumentare la produzione per far felici gli speculatori? Ma non se ne parla nemmeno!

    E la stessa cosa accade, più in basso sulla scala orologiera, con i movimenti di non manifattura. Io, marca, mi faccio un mazzo tanto per produrre calendari annuali, cronografi flyback e altri squisiti movimenti di manifattura, nel senso che me li sono progettati e (più o meno, lo vedremo nel prossimo articolo) realizzati da me. Ma tu compratore vuoi che io ti faccia di manifattura anche un solo tempo e vuoi che te lo faccia ad un prezzo conveniente, come usassi un Eta o giù di lì. Se ancora ancora la mia produzione si misurasse in centinaia di migliaia d’orologi all’anno se ne potrebbe parlare. Altrimenti lasciamo perdere.

    Un esempio? Tudor e Breitling si sono messe d’accordo: Tudor ha un solo tempo di manifattura e Breitling un movimento cronografico di manifattura. Breitling vende a Tudor il proprio crono e Tudor vende a Breitling il proprio solo tempo. Il solo tempo di manifattura Tudor, una volta montato nel Breitling, come lo definiamo? Di manifattura o no?

    E ci sono esempi ancora più eclatanti. Cartier usa, in alcuni Santos, uno straordinario movimento ultrasottile prodotto da Piaget e personalizzato nella finitura. Ovviamente la versione non personalizzata e montata in un Piaget è “di manifattura” e su questo non ci piove. Ma nel Cartier? Diventa un movimento meno pregiato (fregandosene del costo maggiore dovuto alla finitura personalizzata) solo perché viene prodotto da un marchio diverso e per altro appartenente allo stesso gruppo?
    Ne riparleremo presto.