Giornale Degli Orologi
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Tag: Orologi elettronici

  • Rolex FAN (a led!) e altri progetti rimasti nel cassetto

    Rolex FAN (a led!) e altri progetti rimasti nel cassetto

    Riprendiamo il discorso sulla storia degli orologi elettronici...
    La “comunità d’interesse” del CEH non si esaurisce con la presentazione del Beta 21. Anzi, andrà avanti fino al 1999, occupandosi di studi via via diversi che daranno luogo a molte innovazioni e brevetti. In questo articolo puntiamo il faro in particolare su due progetti intrapresi quando il Beta 21 si avviava all’industrializzazione. Il primo è il cosiddetto progetto Gamma, il secondo il progetto Delta. Da quest’ultimo deriverà anche il Rolex FAN, un esemplare curioso rimasto praticamente sconosciuto. Rientra nel contesto anche il Bulova Thermatron, che in realtà conobbe la realizzazione ma fu ben presto abbandonato. Perché in effetti questi progetti hanno una cosa in comune: la loro esistenza è nota solo a un ritretto numero di appassionati. Per il resto, la Storia li ha tutti dimenticati.

    Il Progetto Gamma

    Il primo progetto riguardava un calibro da donna, contenuto in 20 mm di diametro. Si utilizza ancora una volta il diapason ma qui, oltre alla dimensione ridotta, si studia per trovare una soluzione che aumenti ancora la precisione e diminuisca il consumo di corrente. Il diapason tradizionale lavora in flessione, perciò la parte esterna dei bracci si estende e quella interna si comprime. Questo porta uno scambio di calore tra il lato flesso e quello esteso e quindi dissipazione di energia.

    Il problema si risolve inventando un diapason simmetrico a torsione. La torsione di un corpo non porta infatti alcuna variazione di volume e di conseguenza nessun transito di calore, opponendo perciò meno resistenza. I due bracci arcuati sono uniti da un asse centrale fissato alla cassa, che è anche l’elemento torcente; ad una estremità dell’arco ci sono i magneti e all’altro dei contrappesi. Il tutto deve essere relativamente voluminoso per ottenere un moto regolare. La bobina fissata sotto i magneti li spinge non verso l’esterno, come nei diapason tradizionali, ma uno verso l’alto e l’altro verso il basso, alternativamente. Lungo l’asse centrale è fissato l’indice che spingendo la prima ruota trasforma il moto di torsione in rotazione.

    Si procede anche a studiare due tipi di indici: uno tradizionale, con un indice fisso che trattiene la ruota mentre l’altro torna indietro; e un interessante sistema a doppio indice “push-pull” dove uno dei due è fissato sopra e l’altro sotto l’asse – in questo modo mentre uno dei due torna indietro l’altro va avanti.
    Il calibro così ottenuto misura 20 x 4,8mm e una precisione di meno di un secondo al giorno. Il progetto raccolse l’interesse di Rolex e di Jaeger-LeCoultre, che nel 1972 firmarono un contratto per realizzarlo. Ma col progresso travolgente dei quarzi venne accantonato definitivamente nel 1973.

    Il progetto Delta

    Nel 1970 il CEH aveva iniziato a studiare anche un orologio puramente elettronico, senza parti in movimento. Questo studio viene chiamato progetto Delta. È chiaro a tutti che la corrente di una sola pila non potrà mai bastare con la tecnologia dei Led disponibili all’epoca. Anziché usare cifre luminose per la lettura diretta, quindi, si emulano delle lancette con un display a matrice punti: questo perché i punti sono più piccoli, ne servono meno e quindi consumano molto meno.

    Poi si passa alla fonte di alimentazione supplementare: si piazza una cella solare al centro del display che di giorno ricarichi la batteria interna. Di giorno, infatti, servono punti più luminosi per leggere bene e il consumo aumenta di conseguenza. Il primo prototipo fu presentato nel 1972, ma i lavori proseguono fino al 1981, quando finalmente sono disponibili Led molto più parchi di corrente. A quella data però sembra che il progetto sia destinato a morire per mancanza di interesse da parte dell’industria. Finché non se ne interessa Rolex.

    Il Rolex FAN

    Siamo a metà anni Settanta. L’allora Presidente di Rolex, succeduto al fondatore Hans Wilsdorf, è André Heiningen, interessato agli orologi al quarzo per i quali cerca nuove idee di design. Accanto a lui c’è il Direttore tecnico René Le Coultre che sente parlare del progetto Delta. Sebbene sia consapevole che difficilmente raggiungerà la produzione, lo propone al suo capo. Heiningen lo approva. I due coinvolgono quindi gli esperti di elettronica del CEH Raymond Villeumier ed Edmond Zaugg, che seguivano gli studi del Delta. Nasce così il progetto Rolex FAN: l’acronimo sta per Forme ANalogique con cui lo si definisce in azienda.

    Tra il 1975 e il ’76, Le Coultre, Villeumier e Zaugg compiono tre viaggi negli Stati Uniti alla ricerca dei fornitori per realizzare praticamente i componenti: individuano HP per il display e Ceramic Systems per il modulo connettore multistrato. Il circuito integrato lo avrebbe prodotto il CEH, dell’assemblaggio si sarebbe occupata la Rolex stessa. Già nel 1975 il progetto Rolex FAN si concretizza nel calibro 7035.

    Anche qui l’idea è quella di emulare un quadrante analogico, ma con tecnologia a diodi luminosi: 7 led tratteggiano la lancetta dei minuti, altri 4 quella delle ore, i secondi sono rappresentati da un singolo led che scorre sotto la minuteria. Altri led sostituiscono gli indici delle ore: quelli al 3, 6, 9 e due led al 12 (al minuto 1 e 59 per l’esattezza) rimangono sempre accesi. La data è riportata in una tradizionale finestrella, ma è un display a due cifre visualizzate tramite 7 barre e si trova al centro del quadrante.

    Le peculiarità del Rolex FAN

    Messo a confronto con il progetto Delta, il Rolex FAN rivela alcune differenze. L’esemplare del progetto Delta doveva rimanere sempre acceso: per compensare l’elevato consumo di energia, ingloba alcune celle solari che ricaricano la pila. Un fotodiodo posto accanto al display della data provvede a regolare la luminosità e ad abbassarla durante la notte per limitare l’assorbimento di corrente, visto che al buio il consumo è tutto a carico della batteria.

    Il calibro 7035 invece non prevede l’accensione continua: la visualizzazione avviene su richiesta, tramite un apposito tasto. Con una singola pressione si provvede a illuminare i led, con due si accende il datario e con tre appare il mese al posto della data. Il fotodiodo rimane comunque per regolare la luminosità.
    Nel 1978 il Rolex FAN era già stato sviluppato in 5 prototipi. Però, a dispetto dell’investimento di milioni di franchi, Heiningen si rende conto che il risultato è troppo distante dalla filosofia Rolex. Quindi elimina il progetto.

    Il Bulova Thermatron

    Un’altra idea uscita dai cassetti del CEH e che invece è arrivata alla produzione è l’orologio termoelettrico, in cui l’alimentazione è assicurata da celle di Peltier. Queste sono composte da due piastrine di metalli diversi accoppiati; la differenza di temperatura presente tra i due metalli produce energia elettrica. Nell’orologio termoelettrico la lunetta e il fondello costituiscono le celle di Peltier. La prima, rivolta verso l’esterno, doveva risultare teoricamente più fredda; il secondo, a contatto con il polso, più caldo. Una differenza di 1,5°C tra il polso e l’ambiente bastava a produrre la corrente necessaria ad alimentare un orologio.

    Il nuovo progetto arriva sul mercato nel 1981 col nome di Bulova Thermatron: il movimento era un quarzo di derivazione Citizen con una batteria ricaricabile ed era circondato da celle di Peltier. Fu un clamoroso fiasco tecnico, che mise a dura prova le casse della Casa americana. Se non si indossava regolarmente l’orologio, la pila ricaricabile si scaricava del tutto e a quel punto le celle non erano più in grado di ricaricarla. La conseguenza fu che la maggior parte degli esemplari tornò in assistenza. Al giorno d’oggi è difficile trovare pezzi funzionanti sul mercato antiquario. Molti poi sono stati riconvertiti all’utilizzo di normali pile a bottone.

  • Porta-PUW, altri elettrici tedeschi

    Porta-PUW, altri elettrici tedeschi

    Continuiamo la rassegna sulla storia degli orologi elettrici. Dopo Junghans, restiamo in ambito tedesco per concentrarci su un nome sconosciuto ai più: Porta-PUW…

    Porta-PUW è stata una casa tedesca fondata nel 1932 da Fritz Wagner come Pforzheimer Uhren-Rohwerke GmbH, ovvero Fabbrica di movimenti grezzi per orologi di Pforzheim S.p.A. In particolare, Porta deriva dall’antico nome latino di Pforzheim, Porta Hercyniae, cioè la porta della Foresta Nera. Nel corso del tempo, la società ha attraversato diverse fasi, affrontando sfide e cambiamenti significativi.

    La storia di Porta-PUW in sintesi

    Il 23 febbraio 1945, durante la Seconda Guerra Mondiale, la sede di Porta-PUW subisce un bombardamento, durante il quale Fritz Wagner perde la vita, insieme alla moglie e al figlio. Nel 1948, la società è riaperta da Rudolf Wehner, un maestro orologiaio che aveva già ricoperto il ruolo di Amministratore delegato. La nuova fabbrica prende il nome di Porta Uhrenfabrik Wehner KG: PUW, appunto. Negli anni ’60, Porta-PUW inizia a esplorare il mondo degli orologi elettrici, attraverso la società Porta Mikromechanik AG.

    Nel 1970, Rudolf Wehner si ritira, e passa il testimone al figlio. Nonostante gli sforzi e l’innovazione, però, nel 1990 la società chiude i battenti, questa volta non a causa di agenti esterni, ma per debiti e difficoltà finanziarie. La parte della produzione dei movimenti è acquisita da ETA: e l’acquisizione segna la fine di un’era.

    L’Elechron prima e poi il transistor

    Nel 1966, quando gli orologi elettronici erano già presenti da alcuni anni sul mercato, Porta-PUW presenta un orologio completamente elettrico chiamato Elechron. Il movimento – calibro PUW1000, concettualmente simile al Timex M67/Laco 861 – è caratterizzato da una bobina posizionata sul bilanciere e un magnete permanente incollato al ponte. Il contatto elettrico è chiuso dal passaggio del bilanciere.

    Oltre al calibro PUW 1000, che gestisce solo le funzioni di tempo, arrivano quindi il 1001 che aggiunge il datario e il 1002 che offre anche data e giorno della settimana. Questi movimenti hanno avuto successo nonostante l’arrivo relativamente tardivo e la concezione già considerata obsoleta. Ancora oggi, è possibile trovarli montati su orologi d’epoca prodotti da vari marchi, tra cui Helbros e Breil.

    Il passaggio al transistor rappresenta una svolta importante per molte aziende orologiere, compresa Porta-PUW, che lo utilizza per risolvere il problema del contatto elettrico – punto debole di molti calibri elettronici. Sebbene non sia una novità assoluta in orologeria – è utilizzato da Bulova negli Accutron fin dal 1960 -, la diffusione dei transistor diventa sempre più ampia. Il calibro 1000, presentato proprio nel 1966, segna l’inizio di un nuovo capitolo nella storia della Casa tedesca.

    Il 2000, il 2500 e il 3000

    Ma Porta-PUW non si ferma al successo del calibro 1000, e prosegue con lo sviluppo di nuovi movimenti. Per il calibro 2000, concepisce uno schema elettronico che utilizza tre transistor, tre resistenze, un condensatore e una sola bobina. L’Accutron si serve di un terzo dei componenti (un transistor, un condensatore, una resistenza), ma ha bisogno di tre bobine: considerato che in ogni bobina ci sono 8.100 giri di filo di rame da 0,015 mm, si ottiene un totale di 80 metri…

    Nel calibro 2000, che misura 28,1 x 5,9 mm, la bobina è sempre sul bilanciere e sul ponte ci sono tre magneti fissi. Il bilanciere ha una frequenza di oscillazione di 28.800 alternanze orarie. Il movimento è autoavviante e utilizza componenti discreti, ma è prodotto dal 1971 per un breve periodo, per poi lasciare spazio al calibro 2500 (2501 solo data, 2502 funzione day-date) nel 1973. Quest’ultimo segna un’ulteriore evoluzione, perché introduce l’utilizzo di un singolo circuito integrato, il TBA 840 della ITT (Intermetall Gesellschaft für Metallurgie und Elektronik) di Düsseldorf. Il chip racchiude tutti i componenti che precedentemente si trovavano sulla schedina.

    Nonostante l’affidabilità, il calibro 2500 resta in produzione soltanto per tre anni, fino al 1976, per un totale di 30mila esemplari. Certo, ha avuto successo ed è stato venduto a diversi produttori, tra cui Elgin, Fleurier, Gruen, Hamilton, Helvetia, Invicta, Pallas-Ormo, Sandoz, Solvil & Titus e Waltham… Ma i costi di produzione elevati limitano i profitti per l’azienda.

    Dopo il calibro 2500, nel 1972 Porta-PUW introduce il calibro 3000, un movimento di forma tonneau montato negli esemplari destinati al pubblico femminile. Le dimensioni sono ridotte: 18 x 15,2 x 4,8 mm. Mantiene la stessa tecnologia dei movimenti precedenti, ma in una versione miniaturizzata. Conosciuto anche come Ladychron, questo movimento è utilizzato da varie case di orologeria ed è ancora reperibile oggi a un prezzo accessibile.

    Il quarzo di Porta-PUW: i calibri 5000 e 5500

    Nel 1971, seguendo la tendenza dell’industria orologiera verso il quarzo, Porta-PUW presenta il calibro 5000. Tuttavia, con il suo approccio conservativo, il movimento è un ibrido tra passato e futuro. Si serve di un circuito al quarzo accoppiato a un movimento con bilanciere a 4 Hz (28.800 a/h), che funge da motore passo-passo. Il quarzo, un Motorola MTQ-65 a 65.536 Hz, è abbinato a un chip di controllo Motorola STD115F con 15 divisori.

    Le varianti includono il 5001 con datario mensile e il 5002 con data e giorno della settimana. Nonostante questa soluzione innovativa, Porta-PUW mantiene il contatto elettrico, consentendo un facile recupero e riuso del movimento. Nel caso di un’eventuale scheda bruciata, è possibile rimuoverla o escluderla e chiudere il contatto, trasformando il movimento in un PUW 1000, nel quale la regolarità di marcia è garantita dal bilanciere anziché dal quarzo.

    L’ultimo atto nella storia di Porta-PUW è rappresentato dal calibro 5500, prodotto per un breve periodo di tempo. Questo movimento elimina il punto debole del contatto a sfregamento, combinando le caratteristiche dei precedenti 2000 e 5000. La bobina sul bilanciere è alimentata direttamente dalla schedina, eliminando il contatto elettrico. Nonostante la breve produzione e la limitata diffusione, il PUW 5500 testimonia gli sforzi di Porta-PUW nell’innovare e affrontare le sfide tecnologiche del suo tempo. Oggi, trovare un esemplare del PUW 5500 può risultare difficile proprio per il periodo di produzione limitato e lo scarso utilizzo da parte dell’azienda stessa.

  • Junghans e i primi elettronici tedeschi

    Junghans e i primi elettronici tedeschi

    Dopo un periodo di interruzione, riprendiamo la serie di articoli sulla storia degli orologi elettronici. Eravamo rimasti al MoSaBa: e ora restiamo tra gli anni Sessanta e Settanta, ma ci spostiamo in Germania, per focalizzarci su Junghans…

    La Junghans è nata nel 1861 a Schramberg, nel Baden Württemberg, e dopo circa un secolo di storia inizia a dedicarsi con impegno agli elettrici. Poiché i tedeschi partono un po’ dopo francesi, americani e svizzeri, riescono a saltare la fase del contatto elettrico – che come abbiamo visto è una fonte inesauribile di problemi – per approdare direttamente al transistor con l’immancabile tecnologia ATO. Il calibro J100 è pronto nel 1961 con bilanciere con i magneti permanenti a bordo e bobina fissa. Questo calibro però non tollera bene il movimento, che causa importanti scarti di misurazione, e finisce negli orologi da tavolo. Occorre lavorare altri 6 anni.

    Il primo vero calibro elettronico da polso, il movimento J600 o 600.00 “ATO-Chron” (o “Dato-Chron” per quelli con il datario), è finalmente presentato nel 1967. Ha dimensioni di 30,5×5,7 mm, un bilanciere che oscilla a 3 Hz, e nel primo anno ne vengono venduti 10mila pezzi. Nel 1968, arrivano le varianti 600.10 e 600.12 con datario. Entro il 1975, ne sono prodotti oltre 100.000 esemplari. Nonostante un comune difetto di rapida usura dell’asse del bilanciere e rotture occasionali della bobina fissa, oggi è ancora possibile trovare esemplari funzionanti. Lo Junghans 600 sarà copiato a piè pari dai sovietici per il loro primo elettronico, il Luch 3045.

    L’era del quarzo

    Anche lo studio del quarzo inizia esattamente un secolo dopo la fondazione. Il progetto per un orologio da polso al quarzo parte con calma, finanziato dalla ricerca del Land del Baden Württemberg. Dopo 7 anni di sviluppo, nel 1968, la Junghans annuncia i rivoluzionari risultati dei quarzi Beta 1 e 2 depositati all’Osservatorio di Neuchâtel: ben 10 Beta nei primi 10 posti. La cosa dimostra l’incredibile precisione e affidabilità della nuova tecnologia. Questo catalizzatore risveglia l’interesse della Junghans: che, in collaborazione con altri pionieri dell’orologeria elettronica, inizia a esplorare il potenziale del quarzo per i movimenti degli orologi da polso.

    Nel 1970, la Junghans presenta con orgoglio un prototipo innovativo che incorpora un quarzo di ragguardevoli dimensioni operante a 8.192 Hz, la stessa frequenza dei Beta 2. Questo quarzo è accoppiato a un chip con soli 13 step di divisione, dato che ogni step aggiuntivo avrebbe consumato ulteriore corrente. Come molti altri pionieri, la Junghans si trova a dover inventare un nuovo tipo di motore per adattarsi a questa nuova tecnologia. La scelta ricade su un’ancora con una bobina mobile: quando alimentata, si avvicina al magnete fisso e con un indice spinge direttamente (con un suono distintivo) la ruota dei secondi, che presenta 60 denti. Una molla si occupa quindi di riportare l’ancora alla sua posizione originale, completando così il ciclo.

    Junghans Astro-Quartz 666

    Il 14 aprile 1971, l’innovativo movimento W666 “Astro-Quartz” fa la sua prima apparizione pubblica all’Hotel Intercontinental di Francoforte. L’anno successivo, nel 1972, entra ufficialmente in produzione. I primi 25 esemplari sono prodotti in-house. Ma, a causa di scarti eccessivi durante il taglio dei quarzi – oltre il 50% – la Junghans decide di acquistare cristalli di taglio AT da Siemens. E garantisce così una maggiore precisione e affidabilità nel processo di produzione.

    Nonostante le sfide iniziali, il calibro 666.00 si rivela una creazione notevole. Il prezzo di 800 marchi per gli orologi alimentati da questo movimento lo colloca però in una fascia di mercato più alta. Nel 1974, la Junghans risponde alla sfida introducendo le revisioni 666.02, che utilizza un quarzo alla frequenza standard di 32.768 Hz, fornito stavolta da Motorola, e il calibro 667. Quest’ultimo opta per un normale motore Lavet, e riesce così a ridurre significativamente i costi, consentendo una maggiore accessibilità. Le varianti del calibro 667 includono la 667.00 senza alcuna complicazione, la 667.20 con datario e la 667.30 con day-date, offrendo opzioni per ogni esigenza.

    L’alta frequenza

    Durante la produzione, la Junghans adotta una nuova strategia di approvvigionamento: acquisisce quarzi a forma di diapason dalla giapponese NDK e chip integrati dall’americana Intersil. Una versione particolarmente intrigante di questa serie è la 667.26, che presenta un quarzo operante a una frequenza straordinaria di 4.194.304 Hz, quasi il doppio rispetto ai 2,4 MHz dell’Omega 1510 Megaquartz. L’elevata frequenza si traduce in una precisione straordinaria che raggiunge uno scarto di 0,08 secondi al giorno.

    Sorprendentemente, nonostante la frequenza significativamente più alta del quarzo, il consumo di energia è di soli 12 microampere, grazie al chip prodotto da Eurosil e, come detto, al basso numero di divisore per due. Ciò consente una durata della batteria di un anno, rappresentando un notevole progresso tecnologico.

    Alla fine, il totale dei movimenti prodotti da 666 e 667 supererà i 40.000 esemplari. Il che dimostra il successo e l’innovazione di Junghans nell’abbracciare la tecnologia del quarzo.

  • Internet Time. La storia degli orologi elettronici – Quarta uscita

    Internet Time. La storia degli orologi elettronici – Quarta uscita


    Dopo gli anni Ottanta, eccoci al 2000. Aspettando gli smartwatch, arriva l’Internet Time e spariscono i fusi orari…

    Millennio nuovo, orologi digitali nuovi. Così è stato. Il passaggio al 2000 sarà segnato da una grande novità. Parliamo della seconda rivoluzione Swatch, sempre per merito del vulcanico “numero uno” Nicolas Hayek. Così, dopo avere riportato in vita nel 1983 l’orologeria svizzera, a due anni dal cambio secolo ha avuto un’altra idea geniale: l’Internet Time. Al solito si è trattato di un mix tra pensata hi-tech e strategia marketing. Per la precisione il progetto venne annunciato il 23 ottobre 1998 in pompa magna con invitato d’onore Nicholas Negroponte. Nel 1999 escono i primi modelli.

    Cos’è l’Internet Time

    La tesi è semplice. Perché non progettare orologi che misurino in modo universale il tempo? Detto, fatto. Nicolas inventa, appunto, l’Internet Time. Un sistema di calcolo che utilizza lo stesso orario in ogni parte del mondo e momento della giornata, eliminando fusi orari e differenze geografiche. Non ore e minuti durante le 24 ore, bensì mille unità decimali chiamate .Beats. Dove 1 .Beat corrisponde a 1’ e 26,4”. Ogni giorno @000 inizia a mezzanotte di Biel Meantime (BMT) in Svizzera, sede storica Swatch.

    I modelli includevano più funzioni: due fusi orari, timer, cronografo e sveglia, il count down e anche una piccola animazione. Diverse le versioni: cassa in plastica, alluminio, skin (sottilissimo) e Access. Diciamo che il sistema, decisamente originale, non era certo comodo per noi umani, che ragioniamo da millenni in modalità analogica. Per fortuna il quadrante mostrava sempre il doppio orario, altrimenti fare il conto per scoprire che @484 sono le 11 am 37’ e 11” sarebbe risultato decisamente scomodo. Alla fine l’Internet Time, come detto prima, si rivela più un’idea marketing che hi-tech. Ma servì a porre il mattoncino successivo degli orologi elettronici.

    I modelli luminosi Timex

    Già qualche anno prima della fine del XX secolo escono i primi digitali in grado di scambiare informazioni col computer. Nel 1994 Timex, azienda del Connecticut, si allea con Microsoft e posiziona sul mercato Datalink 50. Un digital watch in grado di memorizzare cinquanta contatti e brevi note nelle memoria interna. Ma la vera novità, non è l’archiviazione in memoria, bensì la connessione senza fili con pc Windows. E qui scende in campo l’azienda di Bill Gates che progetta un originale sistema di trasmissioni luminose.

    Come funziona? I numeri in rubrica vengono prima inseriti nel computer, poi trasferiti all’orologio in modalità wireless-ottica. Per farlo era sufficiente posizionare l’orologio vicino al monitor e avviare la procedura di trasferimento. Sul display compariva un codice composto da linee orizzontali, lette dal sensore ottico di Datalink. Per quegli anni una tecnologia da fantascienza. La memoria venne estesa a 150 dati, ma l’orologio non riscosse molto successo.

    Windows da polso

    Andò meglio agli Spot Watch, acronimo di Smart Personal Objects Technology. Un progetto presentato dallo stesso Gate nel 2002 al Comdex. In questo caso Microsoft pensava a un insieme di prodotti “Personal Home”. Uno dei primi esempi di Internet degli oggetti (Iot) incubato dai big mondiali della tecnologia nei successivi dieci anni. Fossil, Suunto e Tissot abbracciarono la proposta definita da Gates come: «Prossima rivoluzione del computer».

    L’idea era di mettere al polso il nascente Windows Mobile per dotare il microschermo di funzioni grafiche. Furono sviluppati diversi prototipi, ma il mercato rispose in modo fiacco. Colpa del software che per problemi di diritti non si interfacciava con altri sistemi. Ma all’orizzonte stava facendo capolino Android. Sistema open, cuore dei futuri smartwatch. Siamo nel 2008.

    Nella prossima uscita: XXI secolo, è l’ora degli smartwatch

  • Display. La storia degli orologi elettronici – Terza uscita

    Display. La storia degli orologi elettronici – Terza uscita

    Continua la nostra cavalcata nel tempo per conoscere lo sviluppo degli orologi elettronici. Siamo arrivati ai “ruggenti” anni ’80. Li possiamo definire come pietra miliare nel passaggio tra mondo analogico e digitale. A decretarne il successo i display. Primi ad uscire sul mercato i cosiddetti “sette segmenti” di colore rosso/arancione.

    Dispositivi rivoluzionari per quarant’anni fa, in grado di rappresentare le dieci cifre decimali illuminando in modo combinato i segmenti. Punto forte, l’ottima luminosità anche in presenza  di luce incidente. Lato debole: il consumo energetico che costringeva i produttori a inserire un tastino per la lettura dell’ora. Durante il resto del tempo lo schermo rimaneva scuro. Poi nel corso di pochi anni hanno fatto la loro comparsa gli Lcd, i display a cristalli liquidi.

    Display Lcd alla James Bond

    Parliamo sempre di dispositivi a sette segmenti, però utilizzavano le proprietà di modulazione della luce di alcune sostanze organiche racchiuse in un vetro. Una volta alimentato da corrente, il segmento si scuriva, dando luogo alle dieci cifre decimali e altri simboli disegnati sulla superficie. Col grande vantaggio di un consumo energetico fino a mille volte inferiore ai precedenti, così l’orologio poteva rimanere sempre acceso. Purtroppo presentavano il limite della scarsa visibilità in presenza di luce incidente.

    A metà anni ’70 la giapponese Seiko mise sul mercato il Pulsar digitale a Led luminosi. L’ora si visualizzava premendo un pulsantino laterale. Venne messo in vendita a 2.100 dollari, cifra iperbolica per quei tempi. Sempre targato Seiko il Watch Tv. Con l’idea originale di integrare nello schermo un micro-televisore, usato da James Bond nel film Octopussy. Ebbe poco successo perché bisognava tenere in tasca lo scatolotto del ricevitore.

    Calcolatori e videogame da polso

    È un’altra società giapponese, la Casio, ad avere creduto alla produzione in grandi volumi dei “digital clock”. Dalla sede di Tokio, negli anni ’80,  i progettisti hanno iniziato a sfornare con continuità modelli in tecnologia Lcd. Siamo nei momenti storici in cui nel Paese del Sol Levante iniziava la miniaturizzazione spinta dei dispositivi digitali. Dunque tornava semplice integrare l’intera struttura di un orologio da polso nelle dimensioni di un quadrante.

    Non solo. Oltre a segnare ore, essere cronografi e sveglie con tanto di suoneria, i nuovi “oggetti del desiderio” potevano includere una calcolatrice. Per compiere le operazioni fondamentali, tenendo in memoria i risultati. Nacque così l’iconico Casio DataBank Illuminator, con tastierino numerico nella parte inferiore. Ancora oggi ha i suoi fans: come Dj Linus, che lo scorso anno ne ha sfoggiato uno in Deejay Chiama Italia.

    Nel Paese delle console, aperta la strada degli Lcd, a Casio venne l’idea di inserire nella cassa dei mini-videogame. Nascono così i Game Watch, come Cosmo Flight con battaglie tra astronavi, Soccer per partite di calcio… Ma anche Champion Racer con gare di auto e Wind Surfing per cavalcare con la tavola sulle onde. Modelli ancora presenti sul mercato vintage.

    Nella prossima uscita: gli anni 2000. Arriva l’Internet Time, aspettando gli smartwatch

  • Nixie. La storia degli orologi elettronici – Seconda uscita

    Nixie. La storia degli orologi elettronici – Seconda uscita

    Quando al polso andavano di moda i “tubi a vuoto”. Ma i Nixie sono tornati alla ribalta negli ultimi anni

    In questa seconda puntata continuiamo la storia degli orologi elettronici parlando di quelli con tubi Nixie. Sconosciuti a chi è nato nel nuovo millennio, visto che sono venuti alla luce a fine anni ’50. Siamo in quello che possiamo considerare come anno zero degli orologi elettronici, prima da tavolo poi da polso.

    Che cosa sia un dispositivo Nixie, senza addentrarci troppo nei meandri della fisica, è presto detto. Parliamo di un piccolo tubo a vuoto al cui interno una scarica di gas attiva le dieci cifre numeriche, usato fin dall’inizio in tutti i sistemi elettronici dove era necessario contare pezzi e misurare il tempo. Così apparve su radio sveglie, macchine utensili e i primi registratori di cassa. Il punto debole erano gli oltre 150 volt per alimentarlo, necessari per innescare la scarica che con luce giallo-arancione illuminava le cifre. Dunque la batteria interna poteva essere attivata solo al momento della lettura dell’ora. Negli altri casi il quadrante restava rigorosamente scuro. Cose del passato? Niente affatto.

    I Nixie oggi

    Un valido esempio di quanto stiamo dicendo arriva da Metro Titanium. I patiti del settore lo trovano online e per chi volesse cimentarsi si tratta di un “orologiao meravigliao” venduto in un’elegante scatola di montaggio in legno. Da assemblare seguendo le istruzioni. La cassa, da 63 mm di diametro e 80 grammi di peso, è in titanio e ottone. Contiene i quattro Nixie completi di elettronica di comando e sistema con batterie di alimentazione, queste ultime dotate di ricarica attraverso porta Usb. Vetro zaffiro con sistema di controllo della luminosità per ridurre al massimo i consumi energetici. Si acquista online nel sito etsy.com a 1400 euro.

    Migliore funzionalità la offre Artem di Metrowatch. Un orologio elettronico da 45 mm, spessore 13 mm, che usa quattro display arancioni al posto dei tubi Nixie. Un netto miglioramento per durata delle batterie da ricaricare tramite cavetto Usb. Il quadrante a vista, con elettronica in bella mostra, e il cinturino verde in stile Nato gli conferiscono il giusto design rétro. Si acquista (già assemblato) online al prezzo di 485 euro.

    Fra Steampunk e nostalgia russa

    L’elettronica degli orologi anni ’60 ha influenzato anche arte e cultura. Come nel caso dello Steampunk: un filone della narrativa fantastica e fantascientifica che adatta tecnologie anacronistiche in ambientazioni storiche. Riferite spesso a una Londra vittoriana del XIX secolo, dove orologi e segnatempo rivestono il ruolo di fantastiche macchine elettro-meccaniche. Tra i film più rappresentativi, L’uomo che visse nel futuro del 1960, adattamento di un romanzo di fine ’800, La macchina del tempo.

    Qualcuno, di questi strani dispositivi, ne ha fatto un’arte. È il caso di Frank Buchwald, design tedesco di Hannover. Dopo gli studi all’Università delle Arti di Berlino ha iniziato a realizzare “macchine della luce” con elementi metallici e lampade Nixie. Sembra incredibile: ma al tempo degli smartwatch di ultima generazione, la moda rétro degli orologi a tubi imperversa sul web. Tanti gli esemplari proposti, la maggioranza su siti russi e dei paesi dell’Est. Da quelli con design spartano, diremmo bulgaro, ai più sciccosi e kitsch. I prezzi partono da poche centinaia di euro per i primi, fino a superare le migliaia per i secondi. Nel caso vi interessino, prima dell’acquisto, ricordate di controllare le caratteristiche delle batterie: la tenuta energetica resta il punto debole di questi digital-clock.

    Nella prossima uscita: gli strani orologi tuttofare anni ’80