Giornale Degli Orologi
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Tag: Patek Philippe

  • Laura Gervasoni, una manager dal successo emotivo

    Laura Gervasoni, una manager dal successo emotivo

    Vent’anni di servizio, con lo spirito e l’entusiasmo di una ragazzina. Laura Gervasoni, Direttore generale della filiale italiana di Patek Philippe, si racconta aprendo idealmente le porte del suo ufficio e quelle di casa sua. Ci ritroviamo davanti una donna, manager e madre, italiana, che non separa mai una dimensione dall’altra. “Considero un privilegio e un record essere arrivata al 21° anno di esperienza in una maison storica e prestigiosa come Patek Philippe”, racconta. La proposta di entrare in azienda, come Responsabile delle relazioni esterne, fu il suo “treno Freccia Rossa che passa una sola volta nella vita”. Patek Philippe già all’epoca era una casa blasonata, con un sistema articolato e una manifattura piena di storia ma, al tempo stesso, innovativa. “E in questi 20 anni c’è poi stata un’importante evoluzione positiva”, commenta.

    Laura Gervasoni, nata a Milano, sognava di diventare guida turistica. «Mi ha sempre interessato viaggiare e comunicare con la gente. Ho studiato lingue. Parlare bene inglese e francese e discretamente il tedesco, quando le lingue erano considerate un plus, mi ha aperto diverse opportunità lavorative“, spiega. “Dopo due o tre società, sono approdata in una concessionaria pubblicitaria, poi in un’altra e in un’altra ancora. In quel girovagare ho avuto un ruolo preciso: seguivo i clienti esteri nelle case madri, tra cui Patek Philippe. Che, quando ha deciso di aprire la filiale italiana, mi ha affidato le relazioni esterne».

    Nel 2006 è arrivata la direzione della filiale, dove non ha mai smesso di coltivare le persone come membri di una famiglia. “Siamo in pochi, non abbiamo una scala gerarchica esagerata, i rapporti sono molto distesi; e questo ha creato un ambiente armonioso, dove si lavora meglio”. Empatia femminile? “Non tutte le donne sono empatiche, io mi considero un’estroversa. E poi siamo italiani…”.

    Il successo per lei più soddisfacente non è legato al fatturato né alla riuscita di un evento. Lo definisce successo “emotivo”: Philippe Stern, Presidente onorario della casa orologiera svizzera, sua moglie, e il figlio Thierry, attuale Presidente di Patek Philippe, quando l’incontrano, la baciano. “È per me una prova di affetto legato a stima. Ci conosciamo da vent’anni”, sottolinea. “Essere donna sicuramente mi aiuta. Ricordo sempre che fin dagli inizi il signor Stern diceva: ‘Laura non sta mai ferma con le mani, quando fa una presentazione si accompagna con tutto il corpo’. Siamo italiani”, ribadisce il Direttore di Patek Philippe Italia, “faccio fatica a immaginare un collega giapponese così espansivo”.

    Per lei ci sono comunque anche successi oggettivi. Per esempio l’inaugurazione della prima boutique capitolina di Patek Philippe in collaborazione con Hausmann & Co., a metà settembre. Applausi a scena aperta, per la gestione dell’evento, sono arrivati da tutto l’headquarter ginevrino, confluito a Roma per l’occasione. Il momento clou è stato la sera a Villa Giulia – complice anche il fascino della Città Eterna, naturalmente ricca di suggestioni.

    Pensare che quando Laura Gervasoni, una donna, ebbe la nomina in Patek Philippe, alcuni concessionari si erano detti: “Vedrai che resiste qualche mese”. “Non potrei diventare un chirurgo, ma sono certa che chiunque abbia buona volontà riesca a crearsi un proprio bagaglio”, commenta. “Noi donne siamo più dirette degli uomini. Un sì è un sì, un no è no: io non offro mai false speranze. E poi, non per vantare il genere, è vero che noi donne siamo un passo avanti sull’aspetto organizzativo: siamo più strutturate nella gestione di impegni e timing. Un po’ per natura e un po’ perché, con mille cose a cui pensare, se non abbiamo un’agenda perfetta finiamo per buttare tutto all’aria”.

    Donna, manager, mamma. Convinta che la maternità l’abbia migliorata, nella vita (certamente) e anche sul lavoro. “Un dono, arrivato all’età di 44 anni”. Commenta così la nascita di sua figlia Rachele, che oggi di anni ne ha 11. “Con la maternità il mio lavoro è migliorato: prima vivevo a livello personale qualsiasi problema, ci pensavo tutta la notte”, confessa. “Avevo magari reazioni impulsive e prendevo decisioni immediate che non sempre erano quelle giuste. Dopo la nascita di Rachele ho imparato a lasciare i problemi in stand-by 1 o 2 giorni e a rifletterci senza farli diventare un’ossessione. Questo non significa trascurarli, ma avere un approccio più disteso, riflessivo”.

    “Respirare lentamente”: è questa la sua ricetta per tenere in equilibrio lavoro e famiglia, tanto più ora che inizia ad affrontare la pre-adolescenza della figlia. “Adesso siamo nella fase ‘non ho niente da mettermi, i miei capelli sono orribili…’. Tutto questo al mattino, mentre dobbiamo uscire”. Sveglia alle 6,30, alle 7,35 si esce per portare Rachele a scuola: la campanella suona alle 7.50. “Per ora ho smesso di giocare a golf e viaggio poco. Vita sociale meno di zero, solo occasioni aziendali. Piuttosto invito gli amici a casa. Non mi mancano i contatti con le persone, il lavoro mi porta a incontrare tanta gente e frequentare bei posti. Quello che mi manca”, confessa, “è un po’ di tempo per me, da dedicare alla mia persona. Si fa sempre fatica ad andare dal parrucchiere o a fare la manicure”.

    Ora che Rachele cresce, aumentano però le esperienze di condivisione mamma-figlia. Come un bel film da vedere assieme sul divano. “L’ultimo è stato ‘Bohemian Rhapsody’, che mi ero persa (al cinema, ndr): l’abbiamo guardato assieme, e commentato a lungo”, racconta. Il momento più bello arriva la sera. “Rachele dorme nel suo letto, ma si addormenta con me. Quello è un momento che mi piace molto: lei è calma, ricettiva. Se devo farle notare un atteggiamento che non va è quello il momento giusto; sgridarla durante una lite non servirebbe a niente. Poi c’è il piacere di una mamma che addormenta sua figlia. Noi non siamo come gli anglosassoni che mettono i figli a letto alle 8, spengono la luce e vanno in un’altra stanza”.

    Saremo pure mammone, noi italiane, ma nella condivisione dei momenti dolci con i nostri figli non ci facciamo mancare proprio niente. “Rachele adesso”, aggiunge Laura Gervasoni divertita “mi dà anche consigli sul lavoro. Sta ancora elaborando l’esperienza vissuta a Singapore, dove mi ha accompagnata per l’inaugurazione della Watch Art Grand Exhibition (la mostra aperta dalla maison ginevrina nell’anno del bicentenario di Singapore, per sottolineare l’importanza del mercato asiatico, ndr). Il suo primo volo intercontinentale, la visita ai giardini botanici, all’acquario e allo zoo. L’esposizione dell’orologio in edizione speciale per quel mercato, con una tigre in smalto bianco. L’ha osservato a lungo, poi ha detto: “Saprei farlo anche io”. Modesta! Però è vero che è una brava disegnatrice: l’anno scorso ha fatto un disegno strepitoso di una tigre con serpente e dragone”.

    Un serpente certamente no, un dragone neppure. Forse, con tanta grazia, Laura Gervasoni saprà essere anche tigre, per affrontare le sfide del futuro. “Sul lavoro, la sfida principale è ora concentrarsi sempre di più sulla clientela locale, invitando anche i concessionari a coltivare i clienti italiani, servendoli al meglio a 360°”. E conclude: “La nostra produzione è sempre molto contingentata a favore di rarità ed esclusività. Piuttosto che il turista di passaggio, è sempre meglio favorire il vicino di casa interessato e appassionato”.

  • Apre a Roma la boutique Patek Philippe Hausmann & Co

    Apre a Roma la boutique Patek Philippe Hausmann & Co

    Hausmann & Co e Patek Philippe, un nome romano (seppur di origini teutoniche) e uno svizzero. Conciliare l’approccio alla vita della Capitale con quello elvetico, a dare retta agli stereotipi, potrebbe sembrare una sfida impossibile. I tempi dilatati, la grande convivialità e la confidenza con le logiche di potere che caratterizzano il carattere romano per antonomasia, da Giulio Cesare in poi, sembrano infatti adattarsi poco con il proverbiale rigore del tipico cittadino della Confederazione. Ma le capacità e l’intuito di due imprenditori che portano gli stessi nomi dei due papi odierni, ovvero Benedetto Mauro e Francesco Hausmann, hanno in un certo senso compiuto il miracolo. E, forti di una collaborazione più che secolare con la blasonata maison, insieme a Thierry Stern, che ne è il Presidente, hanno come si suol dire trovato la quadra.

    Inutile ricordare che i due sono i titolari delle boutique Hausmann & Co. Un’istituzione, a Roma. Storici punti di riferimento per orologi e gioielli haute-de-gamme, nonché fornitori ufficiali di tutti gli strumenti di misurazione del tempo della Santa Sede. Le insegne Hausmann & Co. si trovano nelle vie più storiche e affascinanti della città (via del Corso, via dei Condotti, via del Babuino), alle quali si sono aggiunti negli ultimi giorni quelle dedicate esclusivamente a Patek Philippe, di nuovo in via dei Condotti. La nuova boutique Patek Philippe Hausmann in realtà è un progetto maturato nel corso degli anni e costruito con tutta la raffinatezza di cui il famoso dettagliante romano e la maison sono capaci. Perché riesce a conciliare i 225 anni di presenza del primo nella Capitale con l’esclusività e l’unicità, riconosciuta nel mondo, della seconda.

    In occasione del vernissage, lunedì scorso, la boutique Patek Philippe Hausmann tra l’altro ha visto il lancio di un’esclusiva collezione di cinque modelli millesimati, d’impronta tipicamente romana: due pezzi unici con quadrante in smalto cloisonné raffiguranti Piazza di Spagna e Castel Sant’Angelo; altri due Calatrava (Referenza 5296), in oro rosa e  bianco, con quadranti inediti che indicano le ore XII con numeri romani, rigorosamente in tiratura limitata; e un’altra edizione limitata, ancora più esigua, di un esemplare di Ore del Mondo (Referenza 5230R), con motivo centrale guilloché realizzato a mano in rosso porpora, colore romano per eccellenza, e indicazione dell’Urbe tra le città, sul disco dei fusi orari.

    Modelli che – com’è ovvio – saranno in vendita solo ed esclusivamente nella boutique Patek Philippe Hausmann, assieme agli altri orologi della stessa maison, in un contesto che coniuga la storicità della location con la sobrietà dello stile elvetico. All’interno, lo spazio di 130 metri quadri si articola infatti su due piani, collegati da un ascensore silenziosissimo e high-tech; il piano “nobile” è suddiviso in una successione di locali, luminosi ma raccolti, ideali per l’acquisto di un oggetto di tale lusso. Pareti chiare, pavimenti in marmo, infissi e dettagli in legno dispongono il visitatore a prendere il tempo necessario per le proprie scelte.

    Non è del resto la prima volta in cui Hausmann & Co. e Patek Philippe si trovano in comunione di intenti. Già nel 1994, quando è stato celebrato il bicentenario del punto vendita nella città di Roma, Patek Philippe partecipò ai festeggiamenti, producendo un modello esclusivo, in soli 100 esemplari, della Referenza 5000 in oro rosa, con fondello personalizzato. Rese inoltre disponibili, per la prima volta al mondo, venti orologi appartenenti al Museo Patek Philippe per l’allestimento di una mostra nel negozio di via del Corso, dal titolo “Le sette arti di Patek Philippe: lo Stilista, l’Orologiaio, l’Orafo, il Creatore di bracciali, l’Incisore, lo Smaltatore, il Gioielliere”. Non basta. Il premio creato nel 2013 per valorizzare i giovani talenti italiani, fin dall’inizio vede la partecipazione e il supporto della maison. Nella convinzione che il settore del lusso debba avere un ruolo attivo nella società e non sia un mondo a parte.

  • L’Alarm Travel Time, il nuovo complicato di Patek Philippe

    L’Alarm Travel Time, il nuovo complicato di Patek Philippe

    Lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate in questo articolo. Lasciatela come l’ho lasciata io: la cassa non è in acciaio, non è in oro bianco, ma in maledetto, meraviglioso, costosissimo platino. E l’orologio costa un bel duecentomila e fischia euro. È il Patek Philippe Alarm Travel Time. So che alcuni di voi – indifferenti alle perdute speranze dei comuni mortali – potranno permetterselo e ammetto la mia invidia. Ma non quell’invidia verde dovuta al travaso di bile, no.

    Non solo non vi odio, ma sono felice della vostra esistenza e della vostra ricchezza, altrimenti Patek Philippe non tenterebbe nemmeno di pensarli, orologi di questo genere. Sarei più felice se potessi permettermelo, ma capisco che non se ne parla. E capisco pure per quale ragione da Patek Philippe abbiano deciso di non realizzare – almeno per ora – non dico la versione in acciaio, ma nemmeno quella in oro bianco o rosso. Per diminuire le richieste ed evitare (si spera) le speculazioni.

    Qualche furbo dirà che questa volta è stata Patek a speculare: dai 45mila e rotti del “normale” Travel Time con cassa in oro bianco ai 209.190 (per la precisione) dell’Alarm Travel Time ce ne passano, di euro, per le tasche… In fin dei conti hanno preso il movimento precedente, ci hanno aggiunto una sveglia e il gioco è fatto. Naaaah, vi dico. Patek Philippe non le fa, queste furbate. Patek Philippe è Patek Philippe perché non cerca mai scorciatoie facili.

    Michelangelo non ha mica chiesto a Papa Giulio II di dividere in due quello stanzone di 500 metri quadrati per sbrigarsi a dipingere un affresco che non voleva fare. Né il Papa gli ha detto di non perdersi in dettagli per far prima e costare meno. Tutti e due hanno fatto il meglio che si poteva fare, anche se – giuro! – ho sentito qualcuno lamentarsi che aveva la cervicale e proprio lassù doveva dipingere, Michelangelo? Dopodiché le stesse cose (doppio fuso orario e sveglia) te le fa qualunque cellulare e anche in maniera più precisa, efficiente ed economica. Ma non è una forma d’arte, non è qualcosa di assimilabile, seppure alla lontana, con la Cappella Sistina.

    Ma capisco alcuni detrattori. In effetti è vero che a un occhio sbrigativo il movimento dell’Alarm Travel Time sembra essere un’evoluzione del 324 usato come base per il “vecchio” Travel Time. In realtà la cosa è molto diversa: osservando le foto dell’Alarm Travel Time, si nota come sul lato destro la corona e il pulsante per la sveglia siano sullo stesso asse. Ma se, sulla sinistra, i due pulsanti sono esattamente nello stesso posto del Travel Time, questo vuol dire che: a) la posizione ad ore 4 circa della corona di carica non è ottenuta semplicemente facendo ruotare di qualche grado il movimento base; e b) che la corona della sveglia, sullo stesso piano della corona di carica, non può essere collegata ad un modulo aggiuntivo montato sul movimento di base, ma deve essere integrata al movimento.

    Sono andato ad osservare le foto laterali del Travel Time e la corona di carica è posta su un piano leggermente più basso dei pulsanti + e – sul lato sinistro, mentre nell’Alarm Travel Time i tre pulsanti e la corona sono sullo stesso piano. Tutto questo fa comprendere come già il Travel Time rappresentasse una variante profonda del calibro 324 – una variante denominata 324 S C FUS, montata su tre versioni del Travel Time e due dell’Acquanaut – ma nel caso del calibro Patek Philippe AL 30-660 S C FUS le cose si complicano, e molto.

    Non a caso, sebbene vi sia l’aggiunta della sveglia e il diametro del movimento sia lo stesso per entrambi (31 millimetri), e non ostante il numero dei componenti salga da 294 a 574, lo spessore aumenta di soli 1,7 millimetri. Pochi per un dispositivo come lo svegliarino, che richiede un secondo bariletto e per giunta, in questo caso, suona su un classico gong da ripetizione minuti. Ma non basta: per evitare problemi di settaggi tra loro in contrapposizione, il movimento dell’Alarm Travel Time dispone di una lunga serie di “sicure” (dal datario al doppio fuso, dall’inserimento della sveglia alla rimessa all’ora). Che impediscono ai vari dispositivi  di entrare in conflitto fra di loro, evitando in tal modo guasti sempre in agguato.

    L’Alarm Travel Time insomma ha un vero e proprio movimento integrato e non una sorta di “cipolla” fatta di strati diversi. Un movimento integrato, concepito e realizzato per un solo modello d’orologio, anche se è pensabile che in un futuro – vicino o lontano non è facile da capire – arriveranno modelli con cassa in oro. E forse, come nel caso del Travel Time, anche versioni con cassa Aquanaut, sebbene ad ogni pulsante che si aggiunge l’impermeabilità diventi sempre più problematica. Ma non credo che qualcuno andrebbe mai a fare un bagno tenendo al polso un simile orologio. E se lo fa è un mentecatto che rischia di essere, giustamente, punito.

    Il funzionamento. Partiamo, per semplicità, dal quadrante del Travel Time. Agendo sui pulsanti + e -, sulla sinistra e dotati si sicura per evitare azionamenti involontari, si può far avanzare la lancetta piena dell’ora locale, mentre quella scheletrata dell’ora di casa rimane al suo posto. Se sia giorno o notte (relativamente all’ora locale o a quella di casa) lo si comprende dal colore delle due finestrelle circolari dotate di didascalia a prova di scemo: Local e Home.

    Per intenderci, guardando la foto del Travel Time si capisce che a casa sono le 8 e 8 minuti della notte, mentre noi ci troviamo in una località in cui sono le 10 e 8 minuti della mattina del 24 del mese. A proposito: il datario – che indica sempre la data relativa all’ora locale – viene regolato, di base, da un pulsante fra le anse, in basso rispetto al quadrante. Anche in questo caso intervengono alcune “sicure” per evitare le classiche “ore proibite” e/o interferenze con i pulsanti per aumentare o diminuire di un’ora (ad ogni pressione) l’ora locale.

    Passiamo quindi ad esaminare la foto dell’Alarm Travel Time. Le lancette indicano le 10 e 8 minuti della mattina a casa, mentre là dove ci troviamo sono le 8 e 8 minuti della sera. E siamo in un posto dove è il 18 del mese. Passando alla sveglia, è impostata per le 9 e 30 della sera (l’ora viene indicata con un’approssimazione di 15 minuti) nelle due finestrelle; mentre che si tratti della sera lo si capisce dal colore scuro nella finestrella rotonda posta sotto l’indicazione dell’ora in cui la sveglia dovrebbe suonare. Ma non lo farà perché la finestrella a forma di campanella indica che non abbiamo attivato lo svegliarino tramite la corona posta circa al 2. Con la corona di carica si muta, come sempre, l’indicazione dell’ora, ma in prima posizione si carica in un senso di rotazione il bariletto dello svegliarino e nell’altro il “normale” movimento.

    Una notazione, infine, per comprendere quanto sia stata ingegnosa la progettazione dell’Alarm Travel Time. Le informazioni, nel Travel Time, sono articolate su sette livelli: i dischi giorno/notte per ora locale e di casa; il quadrante; la lancetta del datario; la lancetta delle ore “di casa”; quella delle ore locali; quella dei minuti; e infine quella dei secondi. Nel caso dell’Alarm Travel Time gli spazi sono così ben gestiti che si aggiunge un solo livello sotto il quadrante: quello dei dischi di ore e minuti per l’impostazione della sveglia; quello per il giorno/notte e per l’attivazione o meno della sveglia (che poi non è un disco, ma tant’è) sono invece sullo stesso piano degli indicatori giorno/notte per ora locale e di casa.

    L’Alarm Travel Time di Patek Philippe non viene prodotto in edizione limitata e numerata, ma è come lo fosse: i tempi necessari per la produzione del movimento sono tali che ogni anno la disponibilità sarà indicativamente di pochissime decine d’esemplari. Il che, nel caso di un Patek Philippe complicato, rischia di scatenare fenomeni di speculazione che la Casa non ama. Da questo deriva la scelta di realizzare in platino la cassa: per ridurre la platea dei possibili compratori e scontentare un numero inferiore di clienti. Alcuni dei quali dovranno aspettare non poco per conquistarne – è il caso di dirlo – un pur costosissimo esemplare.

  • Sotto il segno dei pesci. E delle “belle arti”

    Sotto il segno dei pesci. E delle “belle arti”

    Hai presente un acquario tropicale, popolato di pesci multicolore delle specie più rare? Ecco, l’orologeria negli ultimi tempi è un po’ così: con il quadrante al posto della vasca ma con la stessa passione di un entusiasta fishkeeper. E non mi riferisco tanto alla mania per le carpe koi, destinata ad attirare il pubblico orientale (magari ne riparleremo). No, qui si tratta di una grande varietà di pesci, reali o immaginari poco importa, comunque ritratti con forte senso artistico. Vero, il soggetto è insolito, ma è sempre più diffuso. E risponde al desiderio di alcune blasonate maison di distinguersi con modelli sempre nuovi e originali. Tant’è che per creare questa fauna ittica fuori dal comune le case ricorrono a diversi mestieri d’arte. Dai più tradizionali ai più creativi.

    Micromosaico

    Tra i nuovi arrivi, l’Arceau Grands Fonds di Hermès s’ispira all’omonima serie di foulard dal soggetto “pesci” disegnata da Annie Faivre nel 1992. Non foulard qualsiasi, sia chiaro, ma quei coloratissimi carré di seta per cui qualsiasi donna sarebbe disposta a fare follie… In questo caso, il loro motivo sgargiante è riprodotto con una miriade di microtessere di vetro assemblate a mano, una ad una; con precisione, in modo da rievocare ogni scaglia, ogni riflesso del pesce giallo e azzurro che nuota nel profondo blu. A proposito, dalle macchie potrebbe essere un pesce balestra, ma non ci giurerei… Per tornare al lavoro certosino dei tecnici di Hermès Horloger, ci vuole un mese intero per ogni singolo quadrante. Il che spiega perché l’orologio sia realizzato in una tiratura molto limitata: appena 6 esemplari.

    Bassorilievo

    Sono invece 25 gli esemplari dell’Happy Fish di Chopard, che sviluppa un tema caro a Caroline Scheufele fin dal 2002. Nell’ultima versione, uscita lo scorso anno, quello che sembrerebbe un pesce disco (almeno dalle striature) è in madreperla scolpita a mano, in 3D come un sottile bassorilievo; ricoperto con un’impalpabile lamina d’oro, è poi rivestito da un trattamento luminescente che lo fa splendere anche al buio; infine, sguazza in un mare di zaffiri serti neige di varie sfumature, attorniato da sette “bollicine” di diamanti mobili e dalla “spuma” della lunetta tempestata con altri diamanti di diverse carature. Riunisce insomma svariati mestieri d’arte che rivelano tutto il savoir-faire artigianale coltivato “in casa”: incisione, incastonatura, lavorazione a foglia d’oro…

    Smalto

    Più fedeli alla tradizione, ma non per questo meno d’effetto, sono quindi gli esemplari di Patek Philippe. Due pesci mandarino di diversa varietà fanno bella mostra di sé nella nuova collezione Maestrie Artigianali: con le tipiche strisce nella versione femminile, a macchie policrome in quella maschile. Entrambi però sono accomunati dall’antica tecnica dello smalto cloisonné Grand Feu. Che prevede vari passaggi: dapprima il maestro smaltatore tratteggia i contorni delle figure con sottilissimi fili d’oro, che formano delle cellette; poi le riempie con un tipo di smalto diverso, per trasparenza e colore; e ogni volta cuoce il quadrante in forno ad alta temperatura, con tutti i rischi e le incognite che ne derivano. Per questo anche i pesci tropicali della manifattura ginevrina sono rigorosamente in produzione limitata.

     

  • Il Calendario Annuale Regolatore 5235 di Patek Philippe

    Il Calendario Annuale Regolatore 5235 di Patek Philippe

    E arriviamo al Calendario Annuale Regolatore 5235 con cassa in oro rosa presentato quest’anno, a Basilea, da Patek Philippe. Però ancora una volta dobbiamo fare un salto indietro nel tempo. A quel 2011 che sembra davvero importante, per il marchio ginevrino. In quell’anno, dicevamo, spirale, bilanciere, àncora e ruota di scappamento in silicio sono montati in una versione Advanced Research del calibro 240. Precisamente nel Calendario Perpetuo 5550P, prodotto in 300 esemplari.

    Ma contemporaneamente Patek presenta anche il Calendario Annuale Regolatore 5235G, con cassa in oro bianco e uno “stravagante” movimento sperimentale. Si tratta del calibro 31-260 REG QA, in qualche modo imparentato con il calibro 240 (basta osservare le foto per rendersene conto), ma dotato di caratteristiche molto avanzate. Lo spessore si riduce (o meglio si ridurrebbe in un eventuale calibro 31-260 “nudo”), il diametro aumenta, aumenta anche l’autonomia complessiva. E aumenta la frequenza del bilanciere, la “stravagante”, appunto, frequenza di 23.040 alternanze/ora.  Apparentemente il bilanciere è il “solito” Giromax, ma qui è accoppiato a spirale, àncora e ruota di scappamento in silicio. Ah, dimenticavo di sottolineare che quando si parla di silicio ci si riferisce, in realtà, ad un derivato composito del silicio, il Silinvar.

    Il bello è che questo movimento non viene prodotto in serie limitata. Come sempre, per Patek, la produzione pur libera comporta numeri molto ridotti, ma non si tratta di una serie limitata e numerata. Pian piano la Referenza 5235G sembra scomparire dai radar: ne resta qualche traccia nei cataloghi, in rare pubblicazioni, ma dal 2011 ad oggi diciamo che non è più sotto i riflettori.

    Le malelingue tecniche, fra i concorrenti, sottolineano la criticità innanzitutto del nuovo bilanciere Giromax in silicio e oro (secondo loro avrebbe problemi di planarità se sottoposto ad urti verticali), ma anche della coppia àncora/ruota di scappamento, che da allora fa soltanto fugaci apparizioni. Talvolta come coppia, più spesso come sola ruota di scappamento. La presunta responsabile di quest’altra criticità è attribuita al ridotto spessore dei componenti e quindi alla necessità di un montaggio mostruosamente preciso in senso verticale. Per lavorare come si deve le estremità (corni) dell’àncora devono giacere sullo stesso identico piano della ruota di scappamento, praticamente senza giochi. Alcuni lo ritenevano pressoché impossibile.

    Ricordo che alla prima occasione ne parlai con un tecnico di Patek. Il quale ammise che la forma del bilanciere in silicio andava forse rivista, se si voleva usarla in maniera più disinvolta. Mentre per quanto riguarda lo scappamento abbiamo fatto un confronto fra lo spessore dei componenti presentati nel 2005 e quelli del 2011. Lo spessore era aumentato in maniera considerevole (probabilmente merito della collaborazione con le istituzioni tecnologiche) e comunque sufficiente per lavorare bene con le tolleranze al decimo di micron nel frattempo entrate a far parte del bagaglio tecnico di alcune marche d’alta orologeria.

    Semmai, mi disse, c’era un interesse a verificare la resistenza nel tempo dell’àncora e dei denti della ruota di scappamento che, in un certo senso, hanno un contatto “violento” ad ogni alternanza. Sembra quindi che le verifiche siano finite e il calibro 31-260 REG QA torna con la versione in oro rosa del Calendario Annuale Regolatore 5235. Avviso ai collezionisti: dalle comunicazioni rilasciate da Patek si direbbe che la versione con cassa in oro bianco non sarà più prodotta. Ma quest’ultimo dato lo verificherei con un concessionario di fiducia.

    Sul piano estetico cambia ben poco. Il quadrante grigio dalla potente satinatura (che ha anche un effetto antiriflesso) appare molto moderno, più ancora di quello, argentato, in dotazione al modello in oro bianco. Resta l’ottima leggibilità delle indicazioni relative al calendario annuale che, ricordiamolo, è la (moderata) complicazione in cui si deve intervenire manualmente per sincronizzare le indicazioni solo una volta l’anno, a fine febbraio, dal momento che riconosce senza problemi i mesi di 30 o 31 giorni. La apparente semplicità della cassa – e dell’orologio in generale – merita un esame “faccia a faccia” presso un concessionario. Se non altro per capire perché Patek Philippe continua imperterrita a dominare i vertici dell’orologeria svizzera.

    Vi invitiamo ad andarlo a vedere presso i Concessionari autorizzati Patek Philippe.

  • Il silicio, Patek Philippe e l’orologeria del futuro

    Il silicio, Patek Philippe e l’orologeria del futuro

    La tradizione, certo. Non si tocca, la tradizione di Patek Philippe. Ma tutto sommato se ti limiti alla tradizione sei una specie di copista: uno, magari bravissimo, che sa copiare meravigliosamente bene se stesso, ma senza mai superarsi. Fermo. Statico. Immobile come un mammut surgelato nel permafrost siberiano.

    Patek no, Patek sa annusare, individuare e far propria l’innovazione, quando è il caso. Parliamo dell’uso del silicio, ad esempio, introdotto in orologeria da Ulysse Nardin, ma subito dopo oggetto di un curioso accordo di ricerca fra Patek Philippe, appunto, Rolex e Breguet, marchio appartenente a Swatch Group. La cosa partì bene e si sviluppò in tre spirali in silicio, ben diverse fra loro (ogni marca ha soluzioni proprie, che ritiene migliori), ma prodotte su un solo wafer di silicio per poter fare economia di scala. Il “wafer” è una sorta di cialda di silicio sulla quale viene stampato l’elemento desiderato. Elemento di spessore molto contenuto per motivi strettamente connessi al tipo di tecnologia. Peccato che l’accordo durò poco, ma intanto era nata la spirale Spiromax di Patek Philippe, antimagnetica e più robusta di quanto la stessa Patek sospettasse.

    Nel 2005 Patek usa il silicio anche per la ruota di scappamento, abbinata ad un’àncora d’impostazione tradizionale, con le classiche palette regolabili, ossia i due lunghi rubini che interagiscono con la ruota di scappamento. Nello stesso anno, incidentalmente, Patek introduce il cuscinetto a sfere per la massa oscillante con sfere in zirconio. L’anno dopo esordisce una nuova versione della Spiromax con la parte centrale, quella che viene montata sull’asse del bilanciere, costituita da un triangolo che di fatto rende autocentrante la spirale stessa. Una caratteristica ripresa dalla ruota di scappamento dell’anno precedente e presente in seguito negli sviluppi successivi.

    Nel 2008 arriva un’evoluzione concettualmente definitiva: alla spirale Spiromax, ad una nuova versione della ruota di scappamento si aggiunge un’àncora interamente in silicio. Perché se i due elementi che interagiscono in modo così “vivace” sono realizzati nello stesso materiale avranno pari durata e pari resistenza. Il problema del nuovo scappamento, denominato Pulsomax, è che lo scarsissimo spessore degli elementi richiede un montaggio di straordinaria precisione in senso verticale.

    Nel 2011 Patek Philippe presenta alla fiera di Basilea la rivoluzione totale nel calendario perpetuo 5550P: una versione più raffinata della Spiromax, cui si aggiungono uno scappamento Pulsomax totalmente rivisitato e persino un futuristico bilanciere a inerzia variabile con base in silicio e masse fisse e mobili in oro (quattro delle quali destinate a variare il momento d’inerzia del bilanciere stesso per regolare al meglio il ritardo e l’anticipo del movimento). Il balzo in avanti è frutto di un accordo a lungo termine con il CSEM, Centre Suisse d’Electronique et de Microtechnique. In più Patek Philippe istituisce una Cattedra (Micro e nanotecnologie applicate all’orologeria) presso l’Ecole polytechnique fédérale de Lausanne (EPFL), un Politecnico considerato nel mondo come una delle poche istituzioni scientifiche in grado di dialogare con il celeberrimo MIT, il Massachusetts Institute of Technology.

    Bene, mi dirai, ma perché diavolo mi fai una testa tanto con le allegre avventure di Patek nell’affascinante mondo del silicio? Per due ragioni: primo per ricordare come la marca considerata più tradizionale in assoluto non sia affatto tradizionalista. Al contrario, sa bene che tradizione deve far rima con innovazione, evoluzione e così via.

    Secondo, perché quest’anno Patek Philippe ha presentato a Basilea un orologio del cui valore tecnico solo pochi si sono resi conto. Parlo del Calendario annuale Regolatore 5235, di cui torneremo a parlare presto. Mi serve ancora un po’ di tempo per scovare e leggere una documentazione che Patek Philippe fornisce spesso mimetizzata sotto una coltre di serena soddisfazione personale, della quale poi devi scovare i dettagli e metterli in relazione – come sempre – alle scelte del passato. Perché si possa capire che anche qui, in Patek Philippe, si fa l’orologeria del futuro.

  • Il Calatrava Pilot Travel Time di Patek Philippe si tinge di rosa

    Il Calatrava Pilot Travel Time di Patek Philippe si tinge di rosa

    Quando è uscito, il Calatrava Pilot Travel Time ha fatto scalpore. Lo ricordo bene: era il 2015, il mondo dell’orologeria si era trasferito a Basilea e nei corridoi della fiera ne parlavano tutti. Perché il Pilot di Patek Philippe rispettava sì i canoni “classici” degli esemplari da navigazione, ma era insolito nel catalogo della Maison – almeno nell’ottica un po’ miope della produzione contemporanea. Invece, si doveva guardare in prospettiva.

    Il passato nell’aeronautica…

    Per rendersi conto di quanto fosse radicato nella tradizione Patek Philippe, si doveva andare a ritroso nel tempo: dai cronografi elettronici da marina degli anni Settanta (i Naviquartz, tuttora presenti nelle aste a tema per la gioia dei collezionisti), alle forniture per gli ufficiali americani durante la II Guerra mondiale, fino agli orologi da aviatore degli anni Trenta, il Calatrava Pilot Travel Time affondava le radici nel passato “militare” della manifattura.

    In particolare, i progettisti avevano tenuto come punto di riferimento due modelli esposti nelle vetrine del Museo Patek Philippe di Ginevra: due “siderometri”, come vengono detti in gergo tecnico gli orologi ad angolo orario. Cioè quegli strumenti che con l’ausilio di un sestante e di un segnale radio servivano per calcolare con precisione e rapidità la posizione di un aereo in volo. Il Calatrava Pilot Travel Time, però, al posto di questa funzione un po’ nostalgica – nata agli albori dell’aviazione da un’idea di Philips Weems poi sviluppata da Charles Lindbergh -, presenta una complicazione tuttora utile: il secondo fuso orario.

    …e quello da globetrotter

    Anche gli orologi per grandi viaggiatori, del resto, appartengono alla tradizione di Patek Philippe. Basti pensare ai modelli con ore universali, inventati negli anni Trenta proprio da un geniale collaboratore della maison, l’orologiaio Louis Cottier. Mentre risale al 1959 il primo brevetto per il dispositivo Travel Time, specificamente studiato per spostare la lancetta dell’ora locale con intervalli di un’ora.

    Quindi un secondo brevetto nel 1996, teso a perfezionarne il meccanismo: si tratta in pratica di un sistema sviluppato per isolarlo dal movimento di base e impedire che la regolazione del secondo fuso possa interferire con le oscillazioni del bilanciere e influire quindi sulla regolarità di marcia. Così inquadrato, il Pilot di Patek acquista un senso e un valore particolari.

    Il Calatrava Pilot Travel Time 2018 in due formati

    A Baselworld 2018, però, il Calatrava Pilot Travel Time è ancora una volta sotto i riflettori. L’attenzione in questo caso è puntata sulle dimensioni del nuovo modello. La prima versione, infatti, aveva la cassa in oro bianco di 42 mm di diametro (Referenza 5524G). L’ultima, in oro rosa, è invece declinata in due taglie: con il consueto formato di 42 mm affiancato da un insolito 37,5 mm  – considerato troppo piccolo dai puristi dell’orologeria, per i quali gli orologi da aviatore devono essere per forza sovradimensionati. La scelta in realtà è motivata da precise esigenze di mercato.

    Il Pilot in scala ridotta è dedicato in primo luogo alle signore, alle appassionate di orologeria meccanica che si stanno imponendo sempre più, tra gli estimatori della casa, a tutte le latitudini. Ad avere i polsi sottili, però, non sono solo le donne: il discorso vale anche per tantissimi orientali.
     E oltretutto gli esemplari “midsize” – o “boy”, come vengono anche chiamati – sono prodotti di frequente dalle case specializzate in orologi da aviazione, il cui marketing li accosta a quelli XL con la definizione “father and son” – memore forse del successo di Cat Stevens (un cantante famoso negli anni Settanta). Ma certo chi ha una visione tradizionalista (per usare un eufemismo) dell’orologeria non pensa al pubblico femminile, né al mercato globale, all’evolversi delle tendenze o a quanto stia cambiando rapidamente l’intero mondo delle lancette…

    Stessa estetica e stessa meccanica

    Per tornare al Calatrava Pilot Travel Time, comunque, i due modelli di quest’anno (la Referenza 5524R più grande, e la Referenza 7234R più piccola) sono identici in tutto e per tutto. Hanno la stessa estetica, giocata sull’abbinamento cromatico dell’oro rosa e del cioccolato, con il quadrante in una calda tonalità bruno/testa di moro che va a sfumare fino al nero, e il cinturino in pelle marrone “vintage”. Ma soprattutto montano la stessa meccanica, il calibro automatico 324 FC FUS, ovviamente di manifattura.

    Si tratta di un movimento composto da due parti: il calibro di base più il modulo del doppio fuso orario e del calendario. Visualizza il secondo fuso orario con il consueto sistema della lancetta centrale: che si distingue per la struttura traforata e, quando non si è in viaggio, resta nascosta sotto la “normale” lancetta delle ore. Grazie ai brevetti della manifattura, si può regolare facilmente con i due pulsanti laterali, che la fanno avanzare o arretrare con scatti di un’ora senza incidere sulla precisione dell’orologio. I due pulsanti sono dotati anche di un sistema di sicurezza per evitare manipolazioni accidentali.

    Oltretutto, una doppia funzione giorno/notte è sincronizzata sull’ora locale e su quella di casa, ognuna indicata in una duplice finestrella rotonda con un’apposita didascalia a chiare lettere. A ore 6 si trova quindi il quadrantino ausiliario della data, con il numero 1 in rosso per segnalare inequivocabilmente il primo giorno del mese. Piccole, estreme gentilezze che rivelano il rispetto della manifattura verso l’acquirente.

    p.s. A proposito di acquirenti, infine, da più parti si spera vivamente che la manifattura produca al più presto anche la versione in acciaio. Non tanto per una questione economica, di riduzione del prezzo, quanto per una effettiva praticità d’uso. Del resto lo scorso ottobre, da Christie’s Ginevra, è andato all’asta un Calatrava Pilot Travel Time in titanio: un pezzo unico venduto per beneficienza, a favore di Children Action, e battuto dal martelletto per 2,3 milioni di franchi svizzeri. Vedi tu.  

  • Le cronache di PDV: a Milano con Patek Philippe. Tra moda, arte e design

    Le cronache di PDV: a Milano con Patek Philippe. Tra moda, arte e design

    Le cronache di PDV – Percorsi di Viaggio IV

    È avvenimento raro il fatto che Patek Philippe, a buon diritto considerata la più aristocratica maison d’orologeria al mondo, scelga per un proprio evento internazionale un’ambientazione distante da Ginevra. Non solo perché nella città elvetica di lingua francese ha il proprio storico quartier generale, ma anche per quella voluta dose di calvinismo che, da sempre, è nelle corde del marchio con la Croce di Calatrava. L’eccezione, come comunemente si dice, sempre conferma la regola e puntualmente si è verificata lo scorso 10 ottobre, in occasione del lancio della nuova collezione Twenty∼4 Automatic – ultima erede della produzione di punta da donna firmata Patek Philippe e questa volta equipaggiata con movimento automatico –, avvenuto a Milano. Celebrato in grande stile e tenuto a battesimo dal presidente Thierry Stern, terza generazione della famiglia proprietaria, accompagnato dalla deliziosa moglie Sandrine. Ne è nata una serata esclusivamente ad inviti e tutta volta al femminile, in modo da comunicare un mondo fatto di grazia, avvenenza, delicatezza e amabilità durante lo svolgimento della serata, senza bisogno di volerlo raccontare ai presenti, ma avvolgendoli in una realistica atmosfera di seduzione.

    Il luogo prescelto per l’evento è uno dei “salotti buoni” del capoluogo lombardo, quel Palazzo Serbelloni che ospita luoghi di lavoro e di ricevimento, dove tra l’altro ha sede anche Patek Philippe Italia, e che si affaccia su Corso Venezia, a suo tempo un elegante “viale delle carrozze”. Un palazzo settecentesco e di gusto neoclassico, cui apparteneva anche un ampio giardino – poi assimilato dalle architetture circostanti – e una corte con colonnato, oggi luogo ideale per allestire eventi d’alto livello. Come effettivamente è stato con Patek Philippe, che ha scelto Milano anche e soprattutto per essere capitale della moda e del design, e che ha intrattenuto gli ospiti – circa duecento giornalisti, di cui la maggior parte proveniente dai più importanti mercati orologieri del mondo – con animazioni di vario genere. Sullo sfondo di vetrine e gigantografie con i nuovi orologi e una selezione di storici modelli della maison, come i pezzi unici appartenuti alla regina Vittoria o alla contessa Koscowicz: il primo, da persona, del 1851/52, il secondo datato 1868 e realizzato con bracciale d’oro su commissione della nobildonna ungherese, considerato il primo orologio da polso di cui si abbia documentazione storica.

    Ecco allora in scena le danzatrici, gli abiti di carta di Valentina Crepax, le illustratrici Sophie Griotto e Alessandra Scandella che eseguivano ritratti dei presenti – bastava un gesto d’assenso e via partiva rapida sulla carta la matita -, l’artista d’origini iraniane Borojeni e il giapponese Ohgushi, che pennellavano in mezzo alla sala rispettivamente bozzetti di moda e dipinti con soggetto la splendida modella della campagna Twenty∼4 Automatic. Il tutto con il sottofondo musicale di famose “cover” interpretate da Alexandra Miller Band, il set fotografico allestito dallo Studio Ummarino e l’ottima cena servita tra gli invitati da Vittorio che, con il suo famoso risotto giallo, ha aggiunto una nota molto milanese a questa elegante serata internazionale.