Giornale Degli Orologi
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Tag: Assorologi

  • “In ricordo di Augusto”, un omaggio fatto di emozioni

    “In ricordo di Augusto”, un omaggio fatto di emozioni

    Un incontro fra amici, all’insegna della spontaneità e con un pizzico di commozione. Così è stato In ricordo di Augusto, il memorial in onore del fondatore del nostro Giornale che si è svolto a Milano, venerdì 10 ottobre, in occasione del World Watch Day, nella sede di Assorologi. Di fronte a un parterre di invitati in cui si sono ritrovate alcune fra le personalità più rappresentative dell’orologeria italiana: una settantina di persone fra giornalisti, p.r., manager delle grandi case, rivenditori. Ospite d’onore: la signora Veroni, Rossella Colombo.

    Voluto e organizzato dalla nostra Direttrice, Daniela Fagnola, con il sostegno di alcune amiche – in ordine alfabetico: Chantal Guidi, Marcella Magliola, Patrizia Panni -, è stato un evento di commiato per quanti non erano riusciti a dire addio ad Augusto Veroni, mancato dopo una lunga malattia la scorsa primavera. Commemorazione corale e raccoglimento interiore allo stesso tempo, In ricordo di Augusto è stato soprattutto un momento particolarmente sentito. Un tributo all’Uomo che con trasporto, dedizione e professionalità ha tanto contribuito allo sviluppo dell’intero settore.

    Un grande giornalista

    Difficile restituire in poche righe la statura, l’etica, la preparazione di Augusto. Che lungo una quarantennale carriera lavorativa è passato dal fare il traduttore di classici all’aiuto regista, dal critico musicale al giornalista di orologeria. Dopo aver collaborato a lungo con la Rai, nel 1987 ha fondato la prima rivista di orologi dedicata al grande pubblico, che ha cambiato per sempre la comunicazione nell’industria del tempo. Per più di vent’anni watch editor del Corriere della Sera e del Gruppo RCS, Augusto è stato in grado di instillare e coltivare in molti la passione per il mondo delle lancette, grazie alle sue innegabili doti di comunicatore e al suo modo di scrivere, semplice e immediato.

    Una penna arguta, brillante e instancabile la sua… (Daniela, che ha lavorato con lui dal 2001, giura di averlo visto scrivere 30mila battute in una sola giornata). Veroni aveva una vasta cultura ed era capace di raccontare l’orologeria a 360°, dal punto di vista tecnico, storico, produttivo, commerciale. Per assurdo, dichiarava di non essere mai stato un collezionista di orologi, ma di essere diventato nel tempo un collezionista di storie. Di sé scriveva: “Ho avuto il privilegio di appassionarmi prima alle persone e poi agli orologi, ma solo a quelli che, indipendentemente dal prezzo, rappresentano l’espressione delle persone che ho imparato ad apprezzare” .

    Famoso per l’ironia delle sue battute (da buon romano), costantemente curioso e coinvolto, Augusto era un uomo “di solidi dubbi”, come amava dire. Sempre sincero con sé stesso e con gli altri, coerente con le proprie idee e convinzioni, indipendente nel giudizio, sapeva anche essere un personaggio scomodo. E non lesinava critiche, quando era convinto fossero necessarie. Per questo i vertici dei grandi gruppi di orologeria chiesero a turno la sua testa, mentre era al Corriere. E almeno una volta fu salvato da Ferruccio de Bortoli, che ne apprezzava la libertà giornalistica. Si potrebbe restare qui a ore per cercare di tratteggiarne il carattere e i valori. Ben più di queste righe valgano però le testimonianze di quanti sono intervenuti all’evento dell’altra sera.

    In ricordo di Augusto, la serata

    A cominciare da Marcello Borsetti, Presidente di Assorologi, che ha parlato a nome dell’Associazione e ne ha ricordato la competenza e il contributo. Ma sono stati almeno una decina gli interventi che si sono susseguiti durante la serata. Da Laura Gervasoni, General Manager di Patek Philippe Italia, a Franz Botré, editore e Direttore di Arbiter, Kairos, Spirito Divino. Da Paolo Marai, Presidente e Ceo di Timex Group Luxury Division, a Fabio Bertini, Direttore Generale di Pisa Orologeria – entrambi ormai in pensione. E poi la pi-erre di Chanel, Annalisa Poggi, e i colleghi giornalisti: Dody Giussani, Direttore de L’Orologio; Paco Guarnaccia, Watch Editor de Il Sole 24 Ore; Fabrizio Rinversi, Watch Editor de Il Giornale (che ha mandato un video); e Davide Passoni, Watch Editor di Class Editore, nonché nostro collaboratore.

    Ciascuno di loro ha condiviso ricordi, racconti, episodi su Augusto, con molta partecipazione emotiva, in modo toccante. Mentre, sullo schermo alle loro spalle, girava in loop un video con le foto di Veroni, ritratto in tante situazioni di lavoro: cene, viaggi, interviste. E in sottofondo si ascoltava la sua musica preferita: i Fleetwood Mac, Mark Knopfler, John Martin… Probabilmente In ricordo di Augusto è stato un evento riuscito proprio grazie alle persone presenti, a loro volta legate tra loro da rapporti di amicizia, oltre che dall’affetto per Veroni. Amici che si sono riuniti per dargli un ultimo saluto, grati di averlo conosciuto e di aver collaborato con lui. Da parte nostra, gli diciamo: Ciao Augusto, grazie. Ci manchi tanto, non ti dimenticheremo mai.

  • News & previews – 18/03/2022. A salvaguardia dell’ambiente

    News & previews – 18/03/2022. A salvaguardia dell’ambiente

    A difesa del Reef in Australia…

    Foto Simon Pierce courtesy Blancpain

    Con il Blancpain Ocean Commitment, da tempo la Manifattura è impegnata nella protezione degli oceani. Ora ha iniziato anche a collaborare con la fondazione australiana Biopixel Oceans, di cui sosterrà le ricerche. Lo scopo è il ripristino della Grande Barriera Corallina. In più, con la società di produzione multimediale Biopixel, finanzierà anche dei video sulle personalità che dedicano la loro vita alla protezione dell’ambiente subacqueo. Allo stesso tempo, offrirà immagini in alta definizione (8k) per sensibilizzare il pubblico sulla necessità di preservare gli ecosistemi marini. Ma non è tutto…

    …e nelle Filippine

    Foto Sulubaaï Enviromental Fondation courtesy Blancpain

    Da poco Blancpain ha anche avviato una partnership con la Sulubaaï Environmental Foundation, a sostegno del progetto Sea Academy. Ovvero la creazione di zone marine protette intorno all’isola di Pangatalan (nella foto) e nella baia di Shark Fin, nelle Filippine. Dove si trova una barriera corallina fra le più ampie, che ospita l’80 per cento delle specie di corallo del mondo. Un santuario tropicale la cui sopravvivenza è messa in pericolo dalle attività umane e dal riscaldamento globale. Con il progetto Sea Academy, invece, della sua conservazione e gestione si faranno carico direttamente le comunità locali.

    Esplorazione in Vetta

    Wyler Vetta ha intrapreso una nuova collaborazione con Michael Bolognini, fra le prime guide esplorative italiane. Sportivo sin da piccolo, Bolognini si è avvicinato presto all’alpinismo, fino a diventare Master in tecniche di sopravvivenza. Istruttore di sport estremi, ha anche fondato la Geographical Research Association, organizzazione che segue progetti di esplorazione internazionali in zone remote del pianeta. Così, durante le sue future spedizioni, Michael indosserà Dynawind, ispirati agli esemplari prodotti da Wyler Vetta per la Guardia Costiera americana nei primi anni ’60.

    Ritratto d’autore

    Il calciatore francese Kylian Mbappé è protagonista della nuova campagna pubblicitaria di Hublot. E un po’ c’era da aspettarselo, dal momento che l’attaccante del Paris Saint-Germain, da qualche tempo, è ambassador del marchio. Per l’occasione e campione del mondo il campione del mondo ha prestato volto e polso all’obbiettivo del fotografo e Direttore artistico Ezra Petronio, che ha cercato di immortalarne lo sguardo intenso e schietto. E c’è riuscito: il risultato è una sequenza di ritratti potenti e di forte impatto emotivo. Vedere per credere.

    Più chic di X Factor

    Prosegue la collaborazione creativa fra Vacheron Constantin e gli Abbey Road Studios. I mitici studi di registrazione di Londra – in cui hanno inciso Beatles, Pink Floyd e U2 – ora diventano parte del progetto One of Not Many Mentorship Program. Iniziato in Medio Oriente, il programma offre ai talenti emergenti della musica, privi di contratto discografico con una major, un’opportunità unica: registrare un singolo nei celebri studi londinesi. Il primo artista a farlo si chiama Ewan J Phillips ed è stato scelto dal musicista francese Woodkid. In bocca al lupo.

    Virtual community

    Foto courtesy Louis Villasmil/Unsplash

    Apre ufficialmente il 21 marzo, ma in realtà è già online con i primi contenuti, Watch @ – il forum promosso da Assorologi, l’associazione italiana di categoria. Che già si preannuncia come un nuovo punto di riferimento per tutti gli appassionati, neofiti o più esperti. Affidato a Giorgione, noto collezionista già fondatore di Orologi & Passioni e Watchouse, tratterà il tema dell’orologeria a 360°: novità di prodotto, situazione del mercato, lotta alla contraffazione, consigli pratici e tecnici, formazione professionale e tanto altro. Basta collegarsi a questo link: assorologi.forumfree.it

  • Gli orologi in Italia: l’indagine di mercato lascia ben sperare

    Gli orologi in Italia: l’indagine di mercato lascia ben sperare

    Assorologi ha affidato, come ogni anno, una indagine di mercato a GfK. L’obiettivo? Fare il punto su come è andata l’orologeria nel 2020 e capire le linee di tendenza per il futuro. E registrare i cambiamenti in atto. Chi è Assorologi? L’associazione imprenditoriale dei produttori e importatori di orologi e di forniture per orologeria. Chi è GfK? La quarta organizzazione di ricerche di mercato al mondo, dopo Nielsen Company, Kantar Group e Ipsos. Perché ho scritto questo articolo che spero vorrete leggere? Perché fino ad oggi avete dimostrato in tanti un vivo interesse per quei “dietro le quinte” che spesso aiutano a capire l’orologeria. Ad averne una visione più completa.

    Io però – ve lo dico subito – ho fondamentalmente estratto dall’indagine di mercato i dati di interesse pubblico, lasciando da parte quelli più “caldi” per i professionisti del settore. In realtà tra professionisti del settore e compratori c’è molto in comune. Una ragione in più per condividere con voi l’indagine di mercato di GfK. Anche per sottolineare quanto un buon rapporto fra la marca, chi vende e chi compra sia sempre più importante. A patto che la comunicazione non racconti un mucchio di palle. “Fiducia” sembra essere la parola chiave e su questa fiducia si fonda un segmento di mercato che persino nel 2020 della pandemia è andato meno peggio di quanto non si temesse. In Italia. Perché il resto dell’Europa, invece, sta a pezzi.

    Attenzione: i dati si riferiscono principalmente al mercato degli orologi sino ai 1.000 euro di prezzo e non tengono conto del periodo di chiusura dei negozi. Non lo fanno, sostanzialmente, perché questo periodo – che varia fra i tre e i quattro mesi in relazione al colore pandemico delle zone – non è né può essere un dato stabile cui fare riferimento. Eppure ha avuto un’influenza enorme non solo per valutare la caduta complessiva (quasi il 30 per cento in meno rispetto al 2019); ma anche e soprattutto perché la maggior parte delle persone che volevano comprare un orologio aveva il proprio negozio come riferimento principale. E solo a negozio chiuso si rivolgeva al mercato telematico. Che comunque è destinato ad avere sempre maggiore importanza se saprà fare offerte davvero convenienti.

    Le motivazioni di acquisto

    Vogliamo tutti, chi più chi meno, un “orologio di marca”. Il che non vuol dire un orologio costoso, ma uno del quale mi possa fidare. Un orologio affidabile, un orologio che mi faccia fare buona figura perché anche i miei amici lo riconoscono, un orologio che venga ricevuto con piacere, se si tratta di un regalo. Un orologio che mantenga quel che promette e che sappia comunicare con chiarezza cosa promette. Sincero, di una marca con buona reputazione. Molti danno per scontato questi argomenti. Vedrete che in uno dei grafici al primo posto si trovano in realtà le motivazioni estetiche, ma il dato non è superficiale come si potrebbe credere.

    Non lo è perché (a domande successive proposte dai ricercatori di GfK) la scelta estetica è sì una motivazione preponderante, ma solo all’interno delle marche prese in considerazione da ciascun compratore. Marche che io acquirente ho già scelto per la loro reputazione; o dopo un dialogo convincente con il negoziante – sempre in primo piano – o dopo essermi informato su Internet. Informato non vuol dire semplicemente leggere “guarda che bello: compra”, ma avere una comunicazione giornalisticamente professionale, ben più articolata e convincente, da verificare poi in negozio.

    Nell’indagine di mercato di Gfk impressiona enormemente il cambiamento dei supporti pubblicitari. Crolla ormai la carta stampata, sale vivacemente Internet, ha il suo bel perché il mezzo televisivo. Ricordo che stiamo sempre parlando di orologi appartenenti ad una fascia di prezzo fino a 1.000 euro, ma la tendenza è molto più ampia. L’alto di gamma in realtà è sempre più presente su Internet (che ha ormai superato la carta stampata) e sui giornali. La televisione viene considerata dispersiva. In tempi di vacche magre (e il Covid le ha fatte dimagrire moltissimo) è importante non disperdere il messaggio pubblicitario su media che hanno una bassa percentuale di persone interessate all’orologeria. Anche per questo tengono bene le riviste specializzate (sia su carta che telematiche), in grado di fornire informazione affidabile, appunto. Informazione che sia di reale aiuto per orientare la scelta.

    Gli orologi connessi

    Odio chiamarli smartwatch. Sembra che siano smart, “furbi” rispetto ad altri orologi che sono “dummy”, scemi. Il nome stesso è un brutto trucco di marketing, una informazione non corretta. In realtà il pubblico, superata la prima fase del connesso come status symbol da patito della tecnologia, ha idee molto chiare su cosa desidera. Informazioni sulle proprie attività sportive e soprattutto informazioni sul proprio stato di salute. Quest’ultima motivazione è trasversale ad ogni fascia di età (mentre lo sport è esclusivo appannaggio dei più giovani o giovanili). E non è, ripeto, non è legata al Covid. Era una richiesta già ben chiara quando del Covid non si aveva la benché minima idea.

    Però anche su questo bisogna essere onesti, come onesti sono i nostri desideri. Noi non cerchiamo qualcosa che sostituisca il medico o il laboratorio di analisi. Sappiamo bene che ci sono limiti tecnologici e che comunque i parametri da tenere in conto sono tanti, tanti che solo un medico può comprenderli e dire qualcosa di sensato. No. Tutti noi, piuttosto, cerchiamo qualcosa che tenga sotto controllo i nostri punti deboli (relativamente alla salute); che ci dica quando qualcosa non torna ed è quindi arrivato il momento di farsi controllare bene da un medico.

    I produttori lo sanno e stanno provvedendo. Al tempo stesso il vero problema è creare orologi connessi specializzati, gli unici per cui c’è un pubblico disposto a pagare qualcosa di più. Un orologio altamente specializzato per il parapendio, il ciclismo o la salute va bene. Gli altri devono costare un centinaio d’euro al massimo, oppure essere come sempre regalati insieme al cellulare o – fra poco – in bundle (in omaggio) col fustino di detersivo come si faceva una volta.

    L’indagine di mercato di Gfk: considerazioni finali

    Il 2020 andrebbe cancellato dalle statistiche. Come del resto diceva anche Nick Hayek di Swatch Group qualche giorno fa. Il riferimento dovrebbe essere il 2021 sul 2019. Non è solo il desiderio di cancellare un incubo, ma anche il tentativo di avere riferimenti sensati, affidabili, significativi. Nel 2020 molti negozi sono rimasti chiusi a lungo, ma per tempi diversi da nazione a nazione. E all’interno delle singole nazioni, tempi diversi di chiusura di zona in zona. Come conteggi il tutto? Che poi qualcuno mi dovrebbe spiegare che male facevano le gioiellerie/orologerie. Certo, non stiamo parlando di beni di prima necessità. Ma qualcuno ha mai visto assembramenti, folle ruggenti di desiderio nella fretta di andare a comprare gioielli e orologi? Qualcuno, anche in tempi non pandemici, ha mai visto file di persone con la bava alla bocca fuori dai negozi di preziosi?

    In compenso abbiamo avuto personale inevitabilmente licenziato per la chiusura di boutique dedicate a determinate marche (vendevano ai turisti, ormai più rari del meraviglioso panda rosa), e commessi a spasso per negozi che non ostante la pandemia e la crisi di certe ricorrenze (lauree, cresime, matrimoni e così via) avrebbero potuto limitare i danni nel pieno rispetto delle regole anti-contagio. Ma come non bastasse ci sono state fior di interruzioni anche sul versante della produzione. In Svizzera tutte le fabbriche di orologi hanno chiuso per periodi variabili fra i due e i quattro mesi. E questo vuol dire riduzione delle vendite, specialmente nel caso delle marche più desiderate. Ma altrettanto è accaduto in altri settori, compresa la gioielleria e l’elettronica, a proposito di orologi connessi. Una situazione pesante.

    Eppure l’indagine di mercato commissionata da Assorologi a GfK conclude con un ottimismo sincero. Un ottimismo che, del resto, avevamo già registrato in occasione della diffusione dei dati di bilancio di Swatch Group. Certo, l’Europa continua a passarsela piuttosto male, ma l’Italia, come abbiamo visto, costituisce un caso leggermente diverso. Già il fatto di vedere (sia pure ancor lontana per via di notevoli problemi organizzativi) la soluzione vaccini all’orizzonte induce ad un ottimismo che potrebbe rivelarsi fondato. In gran parte del mondo i primi due mesi dell’anno sembrano positivi e marzo si preannuncia “primaverile”, come ha detto qualcuno.

    L’Italia è ben lontana dal ritorno a cifre positive, è vero, ma la buona attitudine al cambiamento che stanno dimostrando marchi, distributori e negozianti potrebbe costituire una buona sorpresa, quando i vaccini ci metteranno in una condizione migliore. Socialmente ed economicamente. E non dimentichiamo che se c’è un minimo di ottimismo in un settore certamente “di non primaria necessità” come l’orologeria, allora possiamo cominciare a dire che quella lucina laggiù è davvero la fine del tunnel.

  • Assorologi: il mercato italiano, i Comuni e lo Swiss made

    Assorologi: il mercato italiano, i Comuni e lo Swiss made

    Ricorrente chiacchierata (d’obbligo) con Mario Peserico, nel ruolo di Presidente di Assorologi − l’associazione che raggruppa la maggior parte degli operatori dell’orologeria in Italia. Per fare un po’ il punto della situazione

    Ne abbiamo parlato in passato ed è il caso di tornare al punto. Una serie di crisi successive sta mettendo in discussione il mondo intero. Qualcuno cerca di fare lo sfaticato dicendo che basta aver pazienza e tutto tornerà come prima, ma − dovesse mai accadere − ci vorranno generazioni. Nel 2008 i subprime (qualcuno diceva che è una crisi americana, non arriverà mai in Europa…), poi Hong Kong, collettore di ricchezze con destinazione Cina, e infine la pandemia. Bisognerà imparare che tutto cambia, bisognerà imparare a decidere bene e velocemente, bisognerà imparare che la ricchezza mondiale si sta trasferendo da Occidente a Oriente.

    Negli scorsi anni i soldi cinesi hanno fatto gola a tutti e in particolare ai grandi marchi del lusso − da quello vero a quello preteso. L’Europa, in particolare, ha saputo gestire la propria bellezza e la propria storia per riempire le valigie dei turisti cinesi d’oggetti preziosi che venivano venduti bene perché al netto delle tasse che avrebbero pagato in casa. E perché per acquisti in grande scala (interi charter di persone che acquistavano e riportavano in patria per conto di comparatori e negozi locali) c’erano pure sconti piuttosto generosi.

    Il Covid ha azzerato la situazione. Turisti non ce n’è, compratori per procura nemmeno e chi aveva puntato sugli acquisti orientali oggi si ritrova con cali di fatturato che arrivano e forse superano l’80 per cento. Un vero film dell’orrore. Per i negozianti, innanzitutto, ma anche per i compratori, disorientati da un servizio spesso creato a misura di turista, non di “compratore locale”.

    A mitigare la situazione arriva la “scoperta” che i singoli mercati europei possono comunque essere una solida base su cui costruire il futuro. Un futuro diverso e magari meno ricco, ma comunque una base solida per chi abbia voglia di rimboccarsi le maniche. Orologeria compresa. Ne parlo − ancora una volta e tanto ne parleremo ancora − con Mario Peserico, Ad di Eberhard & Co., ma qui (soprattutto) in veste di Presidente di Assorologi, la sigla che raggruppa quasi tutti i distributori d’orologi sul mercato italiano.

    I “clienti locali”, che costituiscono una base fondamentale per qualunque forma di commercio, erano stati un po’ dimenticati. Ora se ne riscopre l’importanza.

    Peserico Assorologi: Sicuramente. Soprattutto in provincia. Partiamo dal fatto che l’Italia ha sempre avuto una distribuzione d’una capillarità sconosciuta in altri Paesi. L’Italia, sia per numero che per qualità di gioiellerie, ha caratteristiche uniche. Certo è negli ultimi 12 anni, dal 2008 (un po’ la stessa crisi del 2008 e un po’ gli eventi successivi) hanno falcidiato questa distribuzione. Però il centro e sud Italia, confrontati con i valori ufficiali, mantengono comunque un proprio buon valore per l’orologeria e la gioielleria.

    Credo che anche in una situazione come quella dell’attuale pandemia − in cui i centri cittadini si sono svuotati, è mancato il turismo tradizionale, è mancato il turismo business, gli uffici sono vuoti − credo che non ostante tutto ciò la provincia si sia rivelata sotto una luce diversa. Molte persone hanno ricominciato a vivere i paesi, le piccole città. Lavorare in smart working riduce la necessità del pendolarismo. Si può stare “a casa” e spendere di meno perché gli stessi negozianti spendono meno. Sì, credo che la provincia anche per questo sia tornata a splendere di una luce diversa. E anche la cosiddetta distribuzione periferica assume un ruolo più rilevante. Un ruolo, comunque, da guardare con maggior rispetto di quanto non sia stato fatto negli anni precedenti.

    C’è anche il piacere di sentirsi trattati in un certo modo. Voglio dire che il negoziante locale conosce e rispetta i professionisti di successo della propria zona e li tratta di conseguenza. Nella grande città sei solo uno dei tanti.

    Peserico Assorologi: “Essere uno dei tanti”, come dici, credo sia la conseguenza del tentativo d’orientarsi verso mercati nuovi. Che poi ormai nuovi non lo sono più. La grande crescita della Cina, di Hong Kong e così via, ha illuso molti spingendoli a dimenticare la propria realtà specifica. In realtà era da qualche tempo che da Cina e Hong Kong si era già ricominciato a tornare verso l’Europa e quindi verso l’Italia. Solo che poi è scoppiata la pandemia. Pandemia che, da un punto di vista economico, ha bloccato più l’Europa che la Cina, che è già ripartita. I prezzi, ad esempio, avevano fatto un passo indietro, visto che oltretutto il prezzo medio delle vendite online non cresce così come ci si aspettava.

    Ora bisogna reinventare molto la rete di distribuzione. Spostare l’interesse verso l’Estremo Oriente era andato di pari passo con una rarefazione della distribuzione in Italia. Chi magari aveva una rete di 100 concessionari li ha ridotti a 50 o ancora meno, tagliando via tutta la provincia. Oggi io credo che, siccome la provincia è una grande ricchezza dell’Italia, sia appunto necessario tornare al passato, sia pure in chiave moderna.

    È la nostra storia, quella dell’Italia dei Comuni…

    Peserico Assorologi: È vero, è la storia dell’Italia sia dal punto di vista culturale che da quello della ricchezza. Le nostre piccole e medie imprese non stanno solo a Milano o nelle altre grandi città. Stanno anche nei piccoli centri, stanno in provincia. Credo che lo spostamento verso il mercato dei turisti si sia rivelato eccessivo. Bisognava curare meglio la distribuzione capillare sul territorio, come dicevo all’inizio. Ora sarà importante saper curare il nostro mercato nazionale, tutto, anche nel caso i turisti tornassero.

    Ma non credi che per trattare meglio il mercato locale servano anche misure politiche che lo favoriscano? Orologeria e gioielleria sono settori guardati con sospetto dalle istituzioni…

    Peserico Assorologi: Sì, in particolare l’orologeria è un settore così tracciabile da non meritare questi sospetti. Ogni orologio ha numeri di cassa, numeri di referenza e così via. Non c’è uno spillo, non c’è una fibbia che non sia dichiarata. Ma qualcosa bisognerebbe fare per i negozianti. Non parlo tanto dell’Iva, perché in fondo sono tante le categorie che pagano il 22 per cento e per giunta l’orologeria non è una ricchezza esattamente italiana. Quindi non mi aspetto che il governo possa dedicare un’attenzione particolare al mondo dell’orologeria, da questo punto di vista.

    Certo è però che la categoria dei negozianti − che per definizione si pensa nasconda delle “riserve” − non merita questa diffidenza. Prova ne sia che negli ultimi anni in Italia si è passati da 17mila gioiellerie a 10mila e molte sono comunque in difficoltà. Se la dichiarazione dei redditi media è di 16mila euro l’anno è perché si passa facilmente dai grandi punti vendita, che magari fatturano qualche milione, a gioiellerie che finiscono in perdita e sono costrette a chiudere. Se uniamo a questo la ricchezza anche culturale dei distretti italiani della gioielleria − un solido patrimonio italiano anche per quanto riguarda la produzione − allora sì, in questo senso sono d’accordo che non sarebbe difficile né costoso tutelare meglio questi segmenti di mercato.

    È vero: stiamo comunque parlando di forme d’arte, anche molto importanti, che andrebbero assecondate e aiutate. E da questo punto di vista in effetti nessun governo, da molto tempo, ha fatto qualcosa per queste eccellenze a livello mondiale.

    Peserico Assorologi: Diciamo che l’Italia non ha particolare interesse a difendere l’orologeria , come tu la definisci, artigianale o di una certa caratura, che comunque è un prodotto svizzero. Alla fine il problema italiano è che orologi e gioielli, tranne rare eccezioni, si vendono nella stessa tipologia di negozio e questo crea una serie di equivoci in chi non conosce il settore in senso lato. Ma quel che mi stupisce è che il settore non venga difeso bene nemmeno in Svizzera. Vorrei indossare temporaneamente due cappelli, Assorologi ed Eberhard, per dire che oggi siamo in una situazione in cui è più che mai necessario fare sistema. E invece almeno negli ultimi due anni non è stato fatto nulla, in questo senso.

    Partiamo dalle fiere di settore. Probabilmente nel 2021 non ce ne saranno perché nessuno pensa che ad aprile possano arrivare in Svizzera buyer di Hong Kong o, in genere, orientali. Vorrei ricordare che metà della produzione svizzera d’orologi va in Medio o Estremo Oriente. Ovviamente altrettanto vale per le fiere settoriali italiane o di altri paesi europei.

    Mi stupisce però che non si siano colte le occasioni. Mi stupisce che la caotica situazione creatasi per crisi, pandemie e litigi non abbia spinto nessuno a lavorare seriamente per tornare almeno a ipotizzare una fiera unica, e non le tante che invece sembrano prospettarsi. Magari ciò dipende anche dalle caratteristiche del settore: siamo tutti marche storiche, ognuna ragiona un po’ per sé e si fa fatica a far sistema. Ma possibile che nessuno spinga per metterci tutti intorno a un tavolo, guardarci negli occhi e chiederci cosa si possa fare per noi stessi? Possibile che non si individui un terreno comune sul quale iniziare?

    Parliamo fin troppo male dell’Italia, ma perché in Svizzera − per la quale l’orologeria riveste un’importanza notevole sotto ogni punto di vista − nessuno è capace di mettere intorno a un tavolo Federazione dell’Orologeria, produttori e governo? Invece viviamo un’incertezza che secondo me si sta già riverberando negativamente, e rischia di farlo ancora di più in futuro, sull’immagine dell’orologeria in generale. Immagine che sempre di più si basa su quelle poche marche storiche capaci di custodire la propria eccellenza e comunicarla. Comunicarla a spese proprie, ovviamente, ma sempre senza far sistema.

    Un esempio importante, in questo senso, è lo “Swiss Made”. Oggi il compratore sa che gli orologi non erano fatti al 100 per cento in Svizzera, come si era invece tentato di far credere. Non era un problema perché comunque la qualità è sempre stata eccellente anche con il 50 per cento. In Italia siamo stati molto più abili: pur se il nostro Made in Italy non arriva al 50 per cento del prodotto, abbiamo comunque saputo far capire che la vera garanzia sta nel buon nome del marchio, che non può accettare alcun calo di qualità.

    In Svizzera l’orologeria, a fronte dei tentativi dei produttori di rafforzare lo Swiss Made, ci si è limitati ad aumentare di un 10 per cento l’obbligo di produrre “in casa”. Il che incide poco sulle fasce alte di prezzo, ma soffoca le altre. Che sono altrettanto fondamentali per la buona immagine dell’orologeria svizzera. Oggi l’orologeria di una certa fascia di prezzo subisce l’assalto dei dispositivi connessi o comunque elettronici provenienti dall’Oriente. E in più bisogna aumentare la parte realizzata in Svizzera, facendo lievitare i costi e diminuendo la redditività del nostro lavoro. Facendoci correre rischi terribili quando il mercato soffre per le periodiche crisi.

    E il rischio è quello di diminuire la qualità. Perché se io oggi devo produrre il 60 per cento di un orologio da 500 euro in Svizzera, contro il 50 per cento precedente, come faccio a conservare la qualità? Taglio sulla ricerca e sviluppo? Taglio sugli stipendi? Alla fine quelli come noi di Eberhard, che non accettano compromessi, devono tagliare i margini, ma finiamo per esporci a rischi molto forti. È un danno per l’intero settore. Una politica poco lungimirante. Credo si debba lavorare molto per riscostruire l’immagine dei prodotti occidentali, nei prossimi anni. Nel solco della tradizione, certo, ma anche guardando al futuro.

  • Mario Peserico (Assorologi): considerazioni sul mercato

    Mario Peserico (Assorologi): considerazioni sul mercato

    Apriamo un discorso molto serio: quello degli “acquisti voluttuari”. Gli orologi, in particolare, ma non solo. L’acquisto del “bello”.
    Lo apriamo (e lo continueremo) con Mario Peserico nella sua funzione di Presidente di Assorologi, l’associazione di categoria “che rappresenta i produttori e gli importatori di orologi e di forniture per orologeria”.

    Vorrei innanzitutto far notare come affrontare questo discorso su una rivista telematica diretta agli appassionati di orologi sia una dimostrazione di trasparenza. Trasparenza per certi versi obbligata, dal momento che l’esportazione d’orologi dalla Svizzera è rigorosamente regolamentata e controllata: di fatto – sempre per essere chiari – il “nero” non esiste. L’importatore o il negoziante acquista gli orologi e li prende in carico per venderli. È un sistema commerciale radicato nel tempo, maturo, ben congegnato e che lascia ben pochi spazi alla “fantasia”.

    Dopodiché bisogna mettersi d’accordo sull’espressione “acquisti voluttuari”. Se fate una passeggiata noterete che donne e uomini (ma le donne un po’ di più) si fanno notare per la loro eleganza, per un buon gusto che fa parte del nostro Dna di italiani. All’estero, nella maggior parte dei casi, non è così. Noi sappiamo scegliere, abbinare, creare un nostro look come forse nessun altro nel mondo, con belle eccezioni in Francia. Sono scelte voluttuarie, che in genere costano qualcosa di più, ma fanno bene all’anima anche perché sono in linea con il lungo fiume della storia.

    L’acquisto voluttuario non è mai un male in quanto tale. Fin dal Rinascimento di parlava di “oggetti di vanità”, ben sapendo che la storia dell’arte passa anche per questi oggetti. Se non ci fossero state persone ricche in grado di potersi permettere questi oggetti, se la grandezza e il costo dei migliori artisti non fosse stata compresa e assecondata (sono rimasti famosi i litigi epistolari in cui Michelangelo chiedeva costosissimo lapislazzuli in polvere per dare cielo eterno ai propri affreschi) non avremmo l’Italia, la sua arte e il suo buon gusto.

    Mi rendo conto che per molti chi compra orologi costosi appartiene alla categoria dei “ricchi con qualcosa da nascondere”. Ma aver lavorato a lungo in orologeria e da “osservatore” puro mi ha insegnato che un’ampia, molto ampia porzione di compratori è formata da persone normali, con lavori normali. Persone che mettono pazientemente da parte i propri soldi per comprare non certo orologi di costo pazzesco, ma comunque orologi di grande pregio per sincera passione. E anche questa è una forma di cultura.

    Ora il Covid ha aggravato una crisi che già era iniziata, come abbiamo più volte avuto occasione di dire, con quella causata dalla situazione politica di Hong Kong. Il problema, da subito, è il futuro: come tentare di riprendere le fila del discorso. In particolare in Italia. Peserico – e con lui Assorologi –trova che la situazione sia meno grave di quanto si potesse pensare.

    Mario Peserico: Sì. Il Covid non ha soltanto congelato una situazione che non era certo ottimale, ma per giunta ci la lasciati tutti con un minor potere d’acquisto. Per molte, moltissime persone il futuro ha evidentemente molte incognite. Per giunta gran parte di quegli eventi che costituiscono occasioni per vendite di orologi – matrimoni, fidanzamenti, cerimonie religiose e così via – sono stati annullati. Questo sicuramente ha causato perdite importanti. Però ho la sensazione, in generale, che i negozianti lavorino meglio di quanto temessero. Certo, non siamo a pieno regime, ma le cose sono meno terribili di quanto si pensasse.

    C’è evidentemente da risolvere una situazione di pagamenti per gli ultimi mesi, che sono stati magari sospesi e vanno ripianificati; e poi bisogna ricominciare a fare nuovi ordini, e così via… Ma l’orologeria sta dimostrando ancora una volta di saper trovare un terreno comune per condividere in modo equo, nei limiti del possibile, i danni. Credo un primo serio miglioramento potremmo averlo tra settembre e ottobre, sempre che non tornino ondate di pandemia. E comunque ci vorranno anni, per raggiungere i livelli precedenti, che comunque non erano esaltanti.

    Questo vuol dire che Assorologi e i suoi aderenti stanno attuando una politica di nuova collaborazione con i negozianti?

    Mario Peserico: Più che Assorologi – cui non è certo demandata la strategia delle singole marche – registro una situazione che mi viene riferita. E la sensazione è che comunque, in questo momento in cui il web in una certa fascia prezzo non è decollato, è però in netto incremento il suo utilizzo nel percorso di acquisto (sia pure non necessariamente per arrivare all’acquisto sul web). Questo aiuta a cambiare strategie commerciali, a trovare nuove alleanze, tenendo anche presente il fatto che molti mercati esteri vivono situazioni pesanti.

    Parlo di mercati su cui tanta parte dell’orologeria ha puntato nei decenni scorsi: pensiamo alle difficoltà di Hong Kong, pensiamo alle difficoltà che ci sono state in Cina anche legate alla tassa sul lusso e così via; pensiamo al Medio Oriente che vive sul petrolio – che è arrivato a un terzo del proprio valore; e ancora pensiamo alla Russia con il rublo che ha un terzo del valore di 6, 7 anni fa. Oggi credo che molti stiano tornando a pensare in maniera un po’ più “europocentrica”, se possiamo usare questa parola, e a pensare agli Usa, il mercato in assoluto più resiliente di tutti.

    Ricordiamo cosa fa la borsa americana in questo periodo: nonostante gli annunci di milioni di posti di lavoro persi continua a salire… È il mercato più resiliente, sicuramente il mercato in cui c’è ancora possibilità di penetrazione orologiera. Credo che molti stiano facendo un po’ marcia indietro sulla scelta dei mercati da promuovere e da sostenere. E questo è un bene anche per noi, perché devi prima seminare bene, se vuoi far rinascere un mercato.

    Sì, la Cina, Greater China, rappresentava il 50 per cento delle esportazioni svizzere. Decisamente troppo per un mercato sano. Cos’altro c’è da fare? Non mi sembra che il governo abbia grande interesse per questo segmento di mercato.

    Mario Peserico: Salvo in Svizzera, chiaramente. Ma per il resto gli altri governi non hanno grandissima attenzione.

    Sembra si stiano penalizzando gli acquisti “voluttuari” in generale. L’orologeria, come tante altre tipologie che alla fine sono importanti.

    Mario Peserico: Assolutamente sì! Sono importanti sia nell’immediato che in prospettiva. In parte starà a noi – e ne abbiamo parlato tante volte – saper dare il giusto valore all’acquisto del prodotto orologiero. La cultura, la storia, certo, ma anche aspetti più pratici e immediati come la tracciabilità di ciascun orologio. È un argomento del quale si discute molto sia in Assorologi che per quanto riguarda le singole marche. Dobbiamo offrire maggiori garanzie per non danneggiare l’immagine del settore.

    Ci vorrà magari un po’ di tempo, ma è un buon sistema per migliorare la reputazione dell’intera orologeria. Senza la fiducia del compratore non si va lontano. E questo vale anche per il “secondo polso”. Gli orologi vanno tracciati perché anche l’orologio usato finisce per contribuire alla buona o cattiva fama dei marchi. Tracciarlo può costituire un valore aggiunto per l’acquirente finale anche quando rivende: è soprattutto una garanzia! È un’attività che quindi è bene torni sotto il controllo dei produttori, per quanto possibile. Perché evita fenomeni speculativi, limita l’azione di operatori non corretti e infine può portare introiti interessanti, il che non è certo un male.

    E anche a questo proposito arriviamo ad un altro punto sul quale discutiamo da molti anni: la limitazione all’uso del contante, che è scesa a 2.000 euro. Sia ben chiaro: tutta Assorologi è contro l’evasione, che oltretutto costituisce una forma di concorrenza sleale per quanto riguarda la vendita sia di orologi nuovi che usati. Chi gioca sporco è nostro nemico. Punto. E chi combatte l’evasione è nostro amico. Punto. Ma pensiamo davvero che qualcosa cambi se il tetto del contante scende da 3.000 a 2.000 euro? Chi ha denaro contante continuerà a spendere il contante e se ne fregherà delle disposizioni governative. Chi non lo aveva prima, chi non ne aveva 3.000 non ne ha nemmeno 2.000.

    Noi crediamo sia meglio favorire, in ogni settore, l’uso di altri metodi di pagamento − cosa che ad oggi non avviene. Senza contare quanto è facile aggirare le regole in altri segmenti di mercato. Ti faccio un esempio: se voglio fare una festa e innaffiarla con 10 bottiglie di champagne da 600 euro l’una, mi faccio fare 10 scontrini fiscali e ho speso non 2.000, ma 6.000 euro senza colpo ferire. Ma se vado a comprare un orologio da poco più di 2.000 euro, allora devo pagarlo con un sistema tracciabile. Perché?

    Posso capire che non ci sia poi tanta attenzione verso l’orologeria, in Italia, perché la produzione italiana è molto marginale. Ma la nostra gioielleria? È apprezzata in tutto il mondo e ha una forte produzione in tre distretti fondamentali come Vicenza, Arezzo e Valenza. Cose di questo genere costringono le aziende di gioielleria italiane alla marginalità, dal momento che non possono competere ad armi pari con i produttori stranieri. E questo mette a rischio una gran quantità di posti di lavoro.

    Recentemente ero in Austria dove vive mia figlia, e davanti ad alcune orologeria c’era una bella targhetta di ottone con la scritta “qui gli italiani sono benvenuti”.

    Mario Peserico: Grazie per avermelo ricordato. Perché è vero che in molti Paesi europei questo limite non c’è. Per non parlar del fatto che qui in Italia non posso spendere più di 2.000 euro, ma posso superare il confine a Chiasso con 9.999 euro in tasca e spenderli serenamente in Svizzera. Che senso ha? Abbiamo dato tutta una serie di note al viceministro Antonio Misiani, ma ci sembra che siano state tenute in scarsissimo conto. Perché sono sempre vive logiche…

    Punitive?

    Mario Peserico: Esatto. E questo è sbagliato. Io credo dovemmo essere contenti se, chi può, spende a casa propria i propri soldi. Certo: va fatto nei modi giusti, combattendo l’evasione fiscale e ogni illegalità. Ma vorrei ricordare che l’Italia è famosa nel mondo per la sua cultura dei piccoli e grandi lussi veri, per la qualità dei suoi artigiani ma anche per la capacità da parte del pubblico di sceglierli. Non saremmo il Paese del buon gusto se non avessimo le scarpe più belle, gli orologi migliori, le camicie, gli abiti, gli accessori… Il lusso – specialmente quello di un certo tipo – è una forma di cultura che ci rende unici. E questo andrebbe valorizzato, non depresso. È una grande risorsa per il nostro Paese e lo sanno bene le multinazionali che comprano i nostri marchi.

  • Mario Peserico: le fiere, le vendite online e la qualità dell’informazione

    Mario Peserico: le fiere, le vendite online e la qualità dell’informazione


    Una conversazione libera, al limite consentito delle “funzioni ufficiali”. Che sono tante perché Mario Peserico è contemporaneamente Amministratore delegato di Eberhard Italia e Direttore generale della casa madre svizzera Eberhard & Co.; è Presidente di Indicam, l’associazione che riunisce oltre 140 imprese per la tutela della proprietà intellettuale e per la lotta alla contraffazione e ai traffici illeciti; e infine Presidente di Assorologi, l’organizzazione di categoria che riunisce produttori e importatori di orologi. Mi direte voi: “Buon per lui, ma a noi cosa importa?”.

    Beh, a parte il fatto che la conoscenza di alcuni “dietro le quinte” è utile per comprendere alcune realtà altrimenti fumose, l’aspetto più importante è sapere cosa pensano di noi, pubblico, i professionisti del settore. Perché se mi limitassi a raccontarvelo io, che il compratore è il Santo Graal, potreste anche non credermi. Ma se giorno dopo giorno scoprite che ne parla serenamente persino il Presidente di Assorologi, allora vuol dire che l’orologeria è un settore che ha ben poco da nascondere. E – detto incidentalmente – è proprio per questo che ancora mi piace, l’orologeria, dopo più di trent’anni che me ne occupo. Vivo tranquillo perché non devo nascondere nessuna fetenzia. Pur se – da bravi italiani auto-fustigatori – spesso anche i protagonisti dell’orologeria tendono a parlar male di sé.

    Peserico mi conosce bene e mi anticipa: «Partiamo da Basilea? I dirigenti della fiera di Basilea purtroppo non hanno fatto scelte giuste, nel tempo. Sembrava fossero sulla buona strada per recuperare, ma… Come Eberhard l’abbiamo già lasciata da un po’, la manifestazione che era il perno dell’intero settore. Eppure, al tempo stesso, noi siamo sempre stati consapevoli di quanto una fiera sia necessaria. Ma dagli errori di Basilea nasce quella che sembra una seria riunione del settore a Ginevra. La mia unica riserva è sul fatto che non è prevista l’apertura al pubblico al momento».

    Credo che alla fine il pubblico dei compratori sarà accolto. Covid permettendo, è chiaro. Già Watches & Wonders aveva aperto al pubblico, e ora che le fiere saranno due, a Ginevra, ed entrambe praticamente nello stesso luogo, sono certo che questo non sarà un problema. «Me lo auguro, però avevo sentito il contrario. Capisco che l’anno prossimo potremmo essere ancora sotto minaccia Covid, ma al di là delle difficoltà non vedo perché il pubblico non debba accedere. Perché il vero problema non è tanto riempire i negozi di orologi, ma di portare il pubblico verso di noi».

    E il web? In certi casi ha fatto miracoli. «Credo dipenda molto dalle fasce di prezzo in cui operi», spiega Peserico. «Se sei alla base della piramide, se devi vendere tanti oggetti di prezzo molto contenuto, allora può anche andare. Ma già dalla fascia media le cose si fanno più complesse. Abbiamo fatto un po’ di test, e anche un sondaggio aziendale, per capire se e quanto l’online avesse aiutato le vendite in questo periodo. Per quanto riguarda Eberhard, il nostro cliente più importante in termini di utilizzo dell’online ha detto che ha avuto un calo del 75 per cento».

    «Non solo, ma sembra che pure le grosse piattaforme – come Chrono24 e Chronext – abbiano avuto dei cali importanti», continua Peserico. «Il dato è avvalorato peraltro da quanto avevano sempre evidenziato le indagini di Assorologi: e cioè che il prezzo medio stentava a crescere. Gli orologi di prezzo medio non crescono alla stessa velocità del fatturato dell’online. Bisogna rivedere il nostro modo di comunicare con il compratore e trovo che questa sia una buona occasione. Superata la fase in cui il web era dominato dalle foto, ora c’è bisogno di informazione seria e completa. Sia se vuoi vendere direttamente viso a viso, in negozio, sia se vuoi vendere sul web».

    Sì, credo sia una questione di credibilità, di fiducia, di reputazione. Se il negoziante ha già un proprio seguito di clienti che per qualche ragione – come il Covid, appunto – non possono andare in negozio, ma lo conoscono talmente bene da sapere che non gli darà mai una fregatura, allora la vendita online avrà già un senso. Ma per tutto il resto credo sia necessario scrivere nuove regole di comportamento, creare un nuovo patto con il compratore. «Sono assolutamente d’accordo. Noi in questi anni abbiamo sempre – e parlo per Eberhard – abbiamo sempre cercato di spingere i negozianti a fare il proprio sito, a vendere online o almeno a mettere online una vetrina», conferma.

    «L’idea è che oggi la vetrina fisica non basta più per veicolare il messaggio del negozio e da sola non è più sufficiente per arrivare alla vendita. È l’unione delle due cose che ti consente di avere visibilità, di creare una immagine ben messa a fuoco. Il momento attuale ha ulteriormente evidenziato questa situazione e oggi dobbiamo tutti lavorare nella stessa direzione: marchi, associazioni, negozi, tutti. L’obiettivo è conservare la fiducia dei compratori di lunga data e conquistare quella di compratori nuovi. Sia chiaro: non sarà facile perché di cose storte da raddrizzare ce ne sono. Però al tempo stesso sono fiducioso».

    «E sai perché? Perché noi, ormai da molti anni, vendiamo un prodotto che nessuno potrebbe definire “di primaria importanza”, dal momento che ormai l’ora te la dicono persino i forni. Ma è un prodotto di qualità straordinaria, pensato per essere il contrario dell’obsolescenza programmata; un prodotto che si basa su una lunga serie di virtù che devono essere reali. Altrimenti il passaparola boccerebbe l’orologio come prodotto non solo inutile, ma anche mal fatto», racconta.

    «Ecco, tutto sommato noi dobbiamo “semplicemente” aumentare la qualità dell’informazione, la capacità di spiegare ciò che a ben vedere è già in quasi tutti gli orologi», conclude Peserico. «Dobbiamo solo riuscire a far comprendere che noi non imbrogliamo, non bariamo – perché darebbe la morte del nostro settore. Ecco, se riusciremo a lavorare con veri professionisti della comunicazione, allora ancora una volta l’orologeria avrà superato una delle tante crisi che ha affrontato negli ultimi cinque secoli almeno».