Giornale Degli Orologi

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  • Bulova Racer Chronograph, operazione motorsport

    Bulova Racer Chronograph, operazione motorsport

    Prima di parlarvi del Bulova Racer Chronograph, devo fare una premessa: ho un debole per Bulova, almeno per tre motivi. Il primo: Bulova ha legato il suo nome a imprese epiche, come la missione spaziale Apollo 15 del 1971, organizzata e condotta dalla Nasa. Missione che, per la prima volta, prevedeva spostamenti a bordo di un rover (l’LRV-1) sul suolo lunare. Ebbene sì, un astronauta che prese parte all’impresa aveva al polso un orologio Bulova, modello Lunar Pilot. E per me, che sono sempre stato affascinato da tutto ciò che riguarda lo spazio e l’astronomia, una simile avventura significa partecipare a un sogno.

    Il secondo: Bulova ha ufficialmente presentato e messo in commercio, nel 1960, il primo orologio elettronico della storia, l’Accutron, basato sulla tecnologia del diapason. Innovativo in termini di precisione e design, l’Accutron, nelle sue varianti, precedeva di circa dieci anni i primi orologi al quarzo. Ora, non sto qui a raccontarvi la rava e la fava, se n’è già scritto tanto su questo sito. Ma chi mi conosce sa che la consumer electronics e la tecnologia in senso lato sono stati il mio primo amore professionale e fanno ancora parte del mio lavoro. Quindi è naturale che quella pietra miliare dell’orologeria abbia un certo peso nella considerazione che ho per il Marchio.

    Il terzo motivo: gli orologi Bulova propongono da sempre alta qualità a prezzi accessibili. Una cosa importante per chi non naviga nell’oro ma deve fare i conti con il portafoglio, come càpita a quasi tutti noi comuni mortali (me compreso).
    Anche se i motivi personali mi portano a essere un po’ di parte, è comunque un dato di fatto che la storia di Bulova sia costellata da una serie di record come quelli che vi ho appena descritto. Una storia iniziata nel 1875 da Joseph Bulova, un 23enne emigrato dal suo Paese d’origine (l’attuale Repubblica Ceca) negli Stati Uniti, dove aprì la sua prima gioielleria. Fu infatti a New York che ebbe inizio la produzione dei primi orologi da tasca e da tavolo a marchio Bulova.

    Un passato nell’automotive

    L’orologio di cui vi parlo oggi, da pochissimo entrato a far parte del catalogo Bulova, è il Bulova Racer Chronograph, un cronografo al quarzo ispirato al mondo dei motori e dal forte impatto visivo. Lo so, ve lo state chiedendo: che legame ha Bulova con il mondo delle corse automobilistiche? Perché non ne ho fatto cenno nella breve introduzione che avete appena letto? La risposta è la seguente: è impossibile in poche righe riassumere tutto ciò che una casa orologiera come Bulova ha fatto in 150 anni di storia.
    Anche se – al cospetto delle imprese spaziali che vedono coinvolta la Luna – tutte le altre iniziative tendono a sbiadire, il legame tra Bulova e il motorsport è forte. Ed esiste da oltre 70 anni.

    Correva l’anno 1957 quando Bulova si presentava come cronometrista ufficiale della Nascar, la National Association for Stock Car Auto Racing, società americana – ancora in attività – che organizza e gestisce diversi campionati automobilistici negli Stati Uniti e in Canada. Anche se le partnership e le sponsorizzazioni hanno riguardato soprattutto il panorama motoristico a stelle e strisce, dopo quel 1957 e in particolare negli anni Settanta, ce ne sono state altre: la Soap Box Derby, la Formula Ford, il Mosport Park Championship e via dicendo.

    Bulova Racer Chronograph, tre referenze per tre look diversi

    Il Bulova Racer Chronograph nasce con l’intento di onorare e riportare alla memoria questo glorioso passato. E lo fa con tre esemplari dallo stile rétro, in grado di declinare lo stesso orologio con look fra loro diversi. Due con cinturino stile racing in pelle e quadrante nero (le referenze 98B427 e 98B428), uno con bracciale in acciaio a tre file e quadrante azzurro cielo (la referenza 98B432). Le due versioni con cinturino, oltre a differenziarsi per il colore di quest’ultimo (marrone o nero), si distinguono per la finitura della cassa: acciaio per la prima, Ip nero per la seconda.

    Ip sta per “Ion Plating” e indica lo speciale processo di colorazione chiamato appunto “placcatura agli ioni“. Si tratta di una tecnica molto usata in orologeria per ricoprire superfici metalliche tramite la deposizione fisica del vapore. Nella fattispecie, un flusso di particelle ionizzate attecchiscono alla cassa e ne definiscono la colorazione definitiva. Un processo simile, ma non uguale, al Pvd, di cui abbiamo in più occasioni parlato. 

    Le principali caratteristiche

    Diametro della cassa, spessore e lunetta sono invece gli stessi per tutt’e tre le varianti. La cassa tonneau del Bulova Racer Chronograph ha un diametro di 42 mm e uno spessore di 12,95 mm. La lunetta mette in bella mostra la scala tachimetrica, con il primo quarto su sfondo arancione e la parte restante su sfondo nero. Ricordo che la scala tachimetrica serve a misurare la velocità media del proprio veicolo sulla distanza di un chilometro o di un miglio. Basta attivare, alla partenza, il cronografo e arrestarlo nel momento in cui si è percorso il chilometro o il miglio di riferimento. Il numero indicato dalla lancetta centrale dei secondi indica le velocità di percorrenza media.   

    L’arancione della scala tachimetrica è lo stesso della lancetta centrale dei secondi e di quella dei minuti crono, della sottile circonferenza tratteggiata che corre esternamente agli indici dei minuti e del pulsante che avvia il cronografo. Corona a pressione e fondello fissato alla cassa tramite quattro viti assicurano all’orologio Bulova Racer Chronograph un’impermeabilità massima di 10 bar. Il vetro piatto, posto a protezione di quadrante e lancette, è in zaffiro sintetico, mentre logo e scritta Bulova si ritrovano sulla corona, in corrispondenza dell’ansa inferiore destra e sulla carrure, a sinistra della cassa. Lancette e indici sono ricoperti di Super-LumiNova, una delle sostanze luminescenti con più lunga permanenza al buio. Il datario è a ore 6.

    Il movimento del Bulova Racer Chronograph

    Sul sito ufficiale, scorrendo le caratteristiche tecniche dell’orologio Bulova Racer Chronograph, alla voce movimento si legge: “Quarzo”. Nulla di più. Idem nei documenti informativi rilasciati a noi giornalisti. L’azienda non fornisce alcuna indicazione aggiuntiva. L’ho dovuta cercare in prima persona, analizzando i vari movimenti Miyota con complicazione cronografica oggi disponibili e riuscendo, con molta probabilità, ad assegnare un nome al calibro utilizzato dalle nuove referenze. Si tratta del Miyota OS21, la cui precisione dichiarata è di +/- 20 secondi al mese, e 5 anni di durata massima della batteria. Perché Miyota? Perché la nota azienda giapponese produttrice di movimenti appartiene al Gruppo Citizen, di cui fa parte anche Bulova dal 2007.

    È un movimento standard, affidabile, ben lontano da quello ad alta frequenza (Precisionist, Hpq, chiamatelo come volete) montato a bordo degli attuali modelli Lunar Pilot. Ma pur sempre un movimento che vi permette di misurare con praticità e affidabilità i vostri intervalli di tempo.
    I due contatori a ore 3 e a ore 9 indicano rispettivamente le 24 ore che compongono la giornata e i 60 minuti crono. Poiché manca il contatore dei secondi continui e la lancetta centrale dei secondi si attiva solo con il cronografo, quando il cronografo è fermo, sul quadrante non si percepisce alcun moto. Una scelta secondo me in contrasto con la filosofia alla base della nuova collezione, evidentemente ispirata al mondo delle corse e dell’alta velocità.

    L’utilizzo di un movimento al quarzo ha permesso all’azienda americana di contenere il prezzo dei tre nuovi orologi. Il Bulova Racer Chronograph costa infatti 429 euro nella versione in acciaio, 399 euro nella versione con cassa Ip black, 379 euro nella versione con cassa in acciaio “non trattato”. In questo modo, mi sembra evidente, Bulova mira a catturare cuore e attenzione del pubblico giovane, attento alla moda neo-vintage ma anche alla tradizione.

  • Cronache dell’orologeria. News & previews – 12/12/23

    Cronache dell’orologeria. News & previews – 12/12/23

    Consueto appuntamento con le Cronache dell’orologeria. Che vi raccontano cosa c’è di nuovo nell’industria del tempo, fra notizie di gossip, novità di prodotto ed esperienze di shopping. Il che, in vista delle prossime festività, può essere considerato anche come suggerimento in tema di regali da fare, agli altri e a sé stessi. Fate vobis…

    In viaggio

    Dopo il successo di The Longines Heritage Classic Limited Edition, Longines e Hodinkee tornano a collaborare. E realizzano una special edition del Longines Spirit Zulu Time: interamente in titanio grado 5, con la cassa di 39 mm di diametro (47 mm lug-to-lug, dal fondello personalizzato), e il calibro automatico con 3 giorni di autonomia e il consueto doppio, anzi triplo fuso orario. In edizione limitata di 500 esemplari, lo si trova in vendita ovviamente nello shop del sito newyorkese. Conteso, pare, dai globetrotter d’Oltreoceano.

    Cronache dell’orologeria… vinicola

    Le commistioni fra il mondo del vino e quello delle lancette non sono certo una novità. Però è del tutto nuovo che un pezzo di vigna possa letteralmente finire dentro un orologio. Lo ha fatto Girard-Perregaux con un inedito 1966, il cui quadrante è stato realizzato con frammenti di sassi provenienti dai vigneti di Château Latour. L’antichissima e nobilissima tenuta – che gode di un terroir straordinario, nella regione del Bordeaux, o meglio nel cuore del Médoc – è di François Pinault, fondatore del gruppo Kering, cui GP apparteneva… Tutto quadra.

    Shopping a Manhattan

    Se siete a New York, magari per Natale, andate a visitare il nuovo flagship store aperto a Manhattan da Citizen Watch America. Inaugurato lo scorso 8 dicembre, si trova al 605 di Fifth Avenue, non lontano dal Rockefeller Center e da Saks, e riunisce tutti i marchi del colosso giapponese: Citizen, Bulova, Accutron, Frederique Constant e Alpina, di cui mette in scena la storia e le collezioni attuali attraverso display video e tecnologia 3D. Il tutto con la suggestiva installazione artistica Light is Time di Citizen sullo sfondo. Da non perdere.

    Restyling strategico

    Nel mondo delle lancette è un’istituzione. La famiglia Bartorelli, giunta ormai alla terza generazione, oggi gestisce otto punti vendita, da Cortina a Forte dei Marmi, ma è ancora in fase di sviluppo. Ha già in programma altre due aperture e di recente ha anche ampliato la boutique di Riccione, quartier generale dell’azienda, che ora si sviluppa su due livelli per un totale di 600 metri quadri. Concessionario di prestigiose case di orologi e gioielli, nella Diamond Room espone anche la propria linea Bartorelli Rare and Unique. Per far felici le signore.

    On tour

    Foto Shane Anthony Sinclair/Getty Images courtesy Iwc

    Aquaman e il regno perduto è sicuramente uno dei titoli più attesi dai fan dei supereroi. E Aquaman/Jason Momoa lo sta promuovendo a livello globale con un tour che ieri ha toccato Londra e la scorsa settimana San Paolo in Brasile. Appassionato di orologi, grande collezionista nonché Friend of the Brand di Iwc, l’attore hawaiano in queste occasioni ha sfoggiato un bel Portugieser Perpetual Calendar con la cassa in oro rosa. E l’ha indossato sul tatuatissimo polso sinistro mentre in mano teneva il Tridente dorato. Quando si dice nonchalance…

    Ultim’ora

    Chi non conosce Universal Genève? Marchio rinomato per i calibri di manifattura come per i modelli mitici, nel 1989 è passato a Stelux Group, azienda di Hong Kong, ed è caduto un po’ nel dimenticatoio. Ma finalmente è giunto il momento della riscossa: proprio oggi Breitling ne ha dichiarato l’acquisizione. Nulla si sa (per ora) sui termini dell’affare, ma tutti sperano che la Maison di Grenchen lo riporti ai fasti di un tempo – quando le due marche erano concorrenti. Se così fosse ne vedremo delle belle: i collezionisti già esultano. E noi con loro.

    N.B. Le nostre Cronache dell’orologeria non dormono mai… E spesso sono riaggiornate durante la settimana. Continuate a seguire il nostro appuntamento per non perdervi nessuna novità.

  • Citizen Series 8 GMT: viaggiatore di carattere

    Citizen Series 8 GMT: viaggiatore di carattere

    Guardo i nuovi Citizen Series 8 GMT e non posso fare a meno di pensare che il marchio giapponese sia davvero intelligente. Perché ha sempre mantenuto un posizionamento corretto in termini di fascia prezzo, senza derogare sulla qualità. Perché negli anni ha saputo conquistare appassionati in diversi segmenti, con il caso clamoroso della competentissima community di fan dei suoi diver.

    E perché ha fatto tutto questo contando sulle sinergie che gli derivano dall’essere un colosso industriale e diversificando in modo strategico la propria offerta in termini di materiali, complicazioni, movimenti e design. Sotto questi ultimi due aspetti, la collezione Series 8 e il Citizen Series 8 GMT nello specifico sono un caso di scuola.

    Series 8: giovane rampante

    La linea Series 8 ha debuttato nel 2008, ma era per la maggior parte destinata al mercato interno giapponese. Caratterizzata da orologi con un prezzo piuttosto alto, incassava principalmente movimenti Eco-Drive. Una collezione che è rimasta silente per oltre un decennio e che, sul mercato dell’usato, ha mantenuto un certo valore.

    A inizio 2021, Citizen ha annunciato una serie di nuovi orologi meccanici, alcuni mossi da calibri automatici. Sebbene la fabbrica di movimenti Miyota, che appartiene al Gruppo, produca continuamente movimenti al quarzo e meccanici, erano passati più di dieci anni da quando Citizen, come marchio, aveva introdotto un nuovo calibro meccanico. Una stasi interrotta dal calibro 0200 che in seguito aveva portato al debutto dei nuovi Citizen Series 8, più convenienti dei predecessori e in grado di rilanciare alla grande la collezione. Il cui punto di forza era e rimane, oltre al movimento, il design, appunto.

    Benché figlia del Terzo Millennio, la cassa della linea Citizen Series 8 ha un forte sapore anni ’70. Linee spigolose, anse corte, bracciali integrali ma non integrati e lunetta tonda inscritta in una cassa ottagonale: l’orologio fa di tutto questo un formidabile strumento d’acchiappo per gli amanti di un certo tipo di estetica. Che si accompagna alla precisione di un movimento meccanico ad alte prestazioni e a un’affidabilità che, in quanto giapponese, è a prova di bomba, almeno sulla carta. 

    Mentre modelli come l’ultramoderno 870 (40,8 x 10,9 mm) e l’elegante 831 (40 x 10,1 mm) hanno fornito una solida base per il rilancio, è stato l’830, con il design accattivante del quadrante, che ha suscitato il maggior entusiasmo. Con uno spessore di 11,7 mm era il più grosso del gruppo, ma il quadrante a più livelli con lo sfondo blu/viola iridescente, sormontato da un motivo a rete, ha posto il Citizen Series 8 tra i migliori sportivi in acciaio sul mercato in una fascia prezzo ragionevole.

    Visto e considerato tutto ciò, i nuovi Citizen Series 8 GMT hanno le carte in regola per sfondare sia sul mercato europeo sia su quello italiano. Dove, si sa, la complicazione GMT è sempre apprezzata, al di là dell’utilizzo concreto che se ne può fare. E vediamoli un po’ allora. 

    Collezione in continuità

    Intanto, c’è da dire che sono i primi orologi della collezione Series 8 a ospitare questa complicazione da globetrotter. Cosa che influisce anche sulle dimensioni. I nuovi modelli sono leggermente più grandi rispetto ai predecessori, con un diametro di 41 mm e uno spessore di 13,5 mm. Anche se il diametro maggiore aiuta a smorzare l’impatto dell’aumento di spessore, l’impressione è che i Citizen Series 8 GMT offrano un’esperienza al polso “importante”.

    La cassa è bella spigolosa, come nella tradizione della linea, e alterna finiture lucide e satinate, con una prevalenza di queste ultime. La lunetta a 48 scatti, dalla dentellatura piuttosto larga, è bidirezionale e consente la lettura del terzo fuso orario. Questo anche grazie al fatto che la lancetta GMT può essere regolata indipendentemente da quella delle ore.

    Oltre alla cassa, anche la lavorazione del bracciale è prevalentemente satinata. Tuttavia, il fatto che Citizen abbia riservato la lucidatura alle zone di giunzione delle maglie centrali fa in modo che il bracciale stesso risulti tutt’altro che piatto, ma ben mosso e ottimamente rifinito.

    Il movimento dei Citizen Series 8 GMT

    In termini di movimento, gli orologi della collezione Citizen Series 8 GMT sono alimentati dal calibro automatico 9054, che può essere caricato anche manualmente. Considerando che Miyota ha in scuderia un eccellente calibro GMT, il 9075, ci si poteva aspettare che Citizen lo impiegasse su questo nuovo orologio. Come ha fatto Bulova, altro marchio del Gruppo giapponese, che lo ha incassato nel nuovo Wilton GMT.

    Invece per i Series 8 GMT, Miyota ha sviluppato il 9054 in esclusiva per Citizen. L’architettura è praticamente la stessa, ma in questo caso il movimento ha un’autonomia di 50 ore e lavora a 28.800 alternanze/ora. Ha una resistenza al magnetismo di 16.000 Ampère/metro o 200 Gauss ed è visibile attraverso il fondello trasparente.

    Risponde quindi alle specifiche ISO 764:2020, in vigore dal febbraio 2020, secondo le quali esistono due gradi di resistenza degli orologi agli effetti dei campi elettromagnetici. Il primo mette il limite a 4.800 Ampère/metro e il secondo a 16.000.

    Del fatto che abbia la lancetta GMT indipendente da quella delle ore ho già scritto. Ed è cosa buona e giusta per un orologio pensato per viaggiatori di professione. Un po’ meno buona e giusta la precisione del calibro 9054: Citizen la accredita a +20/-10 secondi al giorno, quindi molto al di fuori delle specifiche del COSC, indicate tra +6/-4 secondi al giorno.

    Orgogliosamente Citizen

    Come avrete intuito, non ho ancora scritto nulla riguardo a materiali, quadranti e colori. Per i nuovi Series 8 GMT Citizen ha scelto di lanciare tre referenze: due sono in acciaio, una in acciaio con tonalità color oro, quest’ultima in edizione limitata. Tutt’e tre, a prima vista, hanno un aspetto familiare perché, inutile nasconderlo, le tre lunette in configurazione Pepsi, Batman e Root Beer richiamano esattamente quello che state pensando voi. Ma le analogie finiscono al colore. Stop.

    Intanto, come ho scritto prima, la dentellatura della lunetta è grande e ha un grip bello solido. Poi, il carattere tipografico dei numeri è chiaro e peculiare. Infine, nessun triangolo luminescente a sostituire il 24, che rimane ben visibile. Insomma, un orologio che strizza l’occhio a un mito ma che sottolinea con orgoglio la propria personalità.

    Altrettanto originali sono i quadranti delle tre referenze, per i cui dettagli vi rimando alle didascalie. Quelli delle versioni in acciaio sono nero e blu, con una trama che, dice Citizen, “si ispira allo skyline notturno di Tokyo delineato dai suoi innumerevoli grattacieli e finestre di diverse dimensioni, creando una svolta moderna sui tradizionali motivi a quadri usati da tempo in Giappone per rappresentare la prosperità”.

    Restando più sul prosaico, ricordano un po’ un tetto a scacchi. Entrambi hanno un tocco di colore nella scritta GMT in arancione e nella punta della lancetta del secondo fuso orario, dello stesso colore. Mentre il quadrante nero è semplicemente nero, trovo che quello blu risalti meglio e dia un po’ di vivacità all’orologio. Peccato che il blu della lunetta non sia lo stesso: forse un abbinamento più stretto avrebbe elevato ulteriormente il modello.

    La referenza del Citizen Series 8 GMT in acciaio con finiture in diverse tonalità dell’oro ha un quadrante chiaro con una trama erbosa. Secondo Citizen ricorda “il motivo creato dall’alternarsi di luce e ombra tra le piante nei prati giapponesi in autunno, illuminate dal caldo bagliore del tramonto”. Una seconda scivolata poetica che ricorda quelle di un altro Marchio giapponese. Può piacere o far sorridere, ma tutto sommato la trovo appropriata. Per essere un quadrante lavorato a macchina, il risultato è a mio avviso ricco e innalza di molto il percepito dell’orologio.

    Citizen Series 8 GMT: prezzi e… unicità

    Infine, prima di lasciarvi alle didascalie, un’occhiata ai prezzi e una considerazione finale. Le due referenze in acciaio escono al pubblico a 1.090 euro, quella color oro a 1.190. Si tratta di un’edizione limitata a 1.300 esemplari/mondo e, con tutta probabilità, i pezzi che arriveranno sul mercato italiano si conteranno sulle dita di una mano. Se a qualcuno interessa è meglio che faccia quattro chiacchiere con il proprio rivenditore. Alla svelta.

    Di sicuro con i Citizen Series 8 GMT, il Brand ha deciso di cavalcare più di una tendenza: bracciale integrato, GMT automatico, quadrante testurizzato, lunetta bicolore. Non mancheranno i soliti individui con il ditino alzato, pronti a fare la voce grossa e a parlare di mancanza di ispirazione perché hanno notato una o due somiglianze. Spero perciò che il breve e non esaustivo esame che ho fatto dei tre modelli possa farvi capire che questi modello sono, in realtà, una novità per Citizen. Una novità che conferma come il marchio abbia una forte capacità di indirizzare il mercato, mantenendo la propria vocazione a creare orologi moderni. E anche belli.

  • Lunar Pilot: Bulova nello spazio

    Lunar Pilot: Bulova nello spazio

    Tra le novità presentate quest’anno da Bulova, in uscita proprio quest’estate, c’è uno degli orologi più amati dai fan della Marca: il Lunar Pilot. Un esemplare che prende ispirazione dall’originale datato 1971 e il cui lancio è un’occasione perfetta per rievocarne la lunga storia

    Quando si parla di “Moonwatch”, ovvero di orologi che sono stati sulla Luna, la mente si fissa su un nome solo: Omega. È ovvio che indossando un Moonwatch si vuole in un certo qual modo far parte della leggenda, ma non si può entrare in possesso di uno degli esemplari che davvero ci sono andati. Quelli erano stati forniti agli astronauti dalla Nasa e perciò sono di proprietà governativa.
    C’è stato però recentemente un momento in cui si è potuto acquistare un orologio che davvero è stato sulla Luna: l’anno era il 2015 e l’orologio un prototipo Bulova. Un prototipo del Lunar Pilot, per essere precisi.

    Come c’è arrivato?

    Come si sa – e Il Giornale degli Orologi lo ha raccontato qui -, nel 1965 la Nasa selezionò degli orologi da polso adatti alle missioni spaziali. I test furono effettuati in segreto, tanto che i vari candidati furono acquistati privatamente nei negozi. Vinse l’Omega Speedmaster, ma la Casa elvetica lo seppe solo l’anno successivo.

    Bulova, che era americana, mal digerì questa sconfitta. Eppure, i suoi orologi non mancavano certo nello spazio. Fin dal 1960 la Nasa aveva incaricato la Casa americana di studiare e fornire esemplari per le strumentazioni di bordo. Aveva equipaggiato almeno 46 missioni grazie all’Accutron, che era diventato persino il primo movimento a rimanere sulla Luna, anche se in forma di orologio interno del sismografo lasciato nel Mare della Tranquillità. Mancava solo il posto più prestigioso (e più spendibile nel marketing): volare al polso degli astronauti.

    Volere la Luna

    Nel 1970 il generale Omar Bradley, veterano della II Guerra mondiale e dal 1958 vulcanico Presidente di Bulova, mise in campo qualunque mezzo per poter finalmente avere un “vero” moonwatch. Richiese alla Nasa di effettuare una nuova selezione ed effettuò un’azione di lobbying con i senatori perché fosse applicato il Buy American Act del 1933, che imponeva che i beni acquistati dal Governo fossero realizzati almeno al 51% negli Stati Uniti. (Qualcuno ha parlato di protezionismo? Potremmo prendere esempio).

    Così, Bradley sperava di far fuori la concorrenza svizzera, e in effetti eliminò dalla competizione 14 marche su 15. Rimase in corsa Omega. La Maison di Biel non si fece prendere in castagna: mandò a produrre casse e vetri alla Starr Watch Case Company di Luddington, Michigan, e successivamente a controllarli alla Hamilton di Lancaster, Pennsylvania. I componenti infine erano inviati in Svizzera per l’incassatura del movimento.

    Dopo aver sbaragliato quasi tutte le marche concorrenti, il passo successivo per Bulova era altrettanto importante, direi fondamentale: avere un movimento. Bulova infatti non produceva cronografi. Bradley quindi si fece inviare 16 movimenti dalla consociata svizzera Universal Génève. E pare ormai certo che quei movimenti fossero dei Valjoux 72.

    Finalmente a bordo

    Nonostante gli sforzi profusi, i test effettuati dalla Nasa misero i prototipi dei Lunar Pilot in difficoltà. In particolare pare che abbiano fallito i test di accelerazione e di tenuta all’umidità, anche se i risultati ufficiali non sono mai stati resi noti. L’Agenzia quindi continuò a utilizzare gli Speedmaster. Bradley la prese elegantemente, anziché no. Pressò persino la Nasa per sapere quanti erano e che fine avevano fatto gli Speedmaster. Dopo una serie di ricerche risultò che fino al 1968 ne erano stati acquistati 97: di cui 17 erano rotti o persi, 60 erano in uso o in revisione e 20 ancora da utilizzare.

    Ma Bradley non si rassegnava a rimanere a terra. Regalò quindi un prototipo all’astronauta David Scott affinché lo portasse nello spazio come orologio personale. Cosa che avvenne nella missione Apollo 15.

    Sepolto in cassaforte

    Una volta tornato sulla terra, Scott potè ovviamente riportarsi a casa il suo Bulova. Curiosamente l’orologio finì dimenticato in cassaforte per oltre 40 anni, tanto che in alcune interviste l’astronauta sostenne di aver indossato un Waltham.

    Come mai Bulova non abbia sfruttato questo avvenimento e dove siano finiti gli altri prototipi è ancora avvolto dal mistero. Si sa però che un esemplare di questi – presentato semplicemente come prototipo – è stato battuto all’asta nel 1994, staccando un prezzo di vendita di circa 3mila dollari.

    Nel 2015, poi, l’esemplare di Scott viene riesumato e messo all’asta da RR Auction, il 15 ottobre, con una previsione di 50mila dollari. Il prezzo di vendita finale è un impressionante milione e 300mila dollari. Con le commissioni il totale sale a un milione 592mila e 500 dollari.

    E arriviamo al 2016

    Bulova coglie la palla al balzo. E nel 2016, sulla scia di questo exploit, presenta il modello “di serie”, chiamato Lunar Pilot. L’estetica riprende fedelmente quella dell’antenato, compresi i pulsanti cronografici ad aletta. Una concessione alla praticità è l’inserimento del datario tra il 4 e il 5, che si nota a malapena. Le dimensioni sono superiori all’originale: 45 mm contro i 43,3 dell’epoca. Lo spessore è 13,3 mm. I 52 millimetri lug-to-lug non lo rendono proprio adatto a tutti i polsi.

    Il movimento non è quello originale e non è neppure meccanico. È il quarzo ad alta frequenza (262 KHz) introdotto nel 2010, capace di misurare i decimi di secondo e forte di una precisione di 10 secondi all’anno. Ne abbiamo recentemente tratteggiato la storia parlando dei nuovi modelli di Bulova Curv.

    Sì, ma che movimento è?

    La differenza è che in questo caso abbiamo il calibro NP20, la versione meno rifinita e con zero rubini.
    Peraltro Bulova ha ingenerato una certa confusione sul nome, perché il movimento è marcato 8136, numerazione tipica dei Citizen, e con ogni probabilità è un derivato dal Miyota 6S20 con la sola differenza del quarzo Uhf. Perché definire NP20 un movimento che comunque il Gruppo Citizen – proprietario tanto di Bulova quanto di Miyota – utilizza solo sui Bulova? Forse proprio per non suonare troppo Citizen…

    Ma lasciamo perdere il discorso sulle origini del calibro… Trovo sensato risparmiare sul movimento, che non si vede, per mantenere una buona fattura sul resto e un prezzo accessibile su vasta scala.

    L’operazione ha avuto senso?

    Dipende da come la si vede. Ci sono state molte critiche sul fatto che dell’orologio che è andato sulla Luna, alla fine, ci sia solo l’aspetto estetico e il movimento sia del tutto diverso. Se si vuole indossare un calibro selezionato per andare nello spazio dovremmo cercare un Accutron 214, un Omega 321 o persino un quarzo tedesco Ruhla UMF-28. Ma si tratta sempre e comunque di esemplari di secondo polso (o anche di terzo), adatti a chi apprezza il fascino del vintage. Si deve però essere consapevoli che l’affidabilità relativa e le prestazioni dei pezzi d’epoca non sono affatto all’altezza degli standard attuali. Regola valida sempre, quando si compra un orologio del passato.

    Anche la discussione sulla “nobiltà” del movimento lascia il tempo che trova. Qualsiasi riedizione contemporanea di un orologio d’epoca non adotta mai lo stesso calibro dell’originale. Non avrebbe senso montare in una nuova produzione meccaniche obsolete, che appaiono superate sia dal punto di vista tecnico sia concettuale. Piuttosto, in questo caso, è coerente che il Lunar Pilot sia dotato della tecnologia più avanzata prodotta “in casa”. Il calibro ad alta frequenza infatti può essere visto come lo sviluppo di quell’Accutron che per anni fu alla base dei rapporti fra Bulova e la Nasa. Meglio un movimento al quarzo Uhf di un anonimo movimento meccanico che comunque non sarebbe fedele all’originale. Del resto, Bulova oggi ha una reputazione e una collocazione di mercato ben definite: produce orologi noti per il design e la buona qualità costruttiva, a prezzi onesti.

    In ogni caso l’operazione ha funzionato ed è stata coronata da un vasto successo di mercato. Tant’è che finora ha avuto un seguito commerciale, anzi due.

    Il Lunar Pilot del 2021…

    Il 2021 è l’anno in cui esce un’edizione speciale, limitata a 5.000 esemplari e dedicata al 50° anniversario dell’Apollo 15. Si distingue dal precedente di cinque anni prima per la cassa in titanio con corona, pulsanti, contatori crono e lancetta centrale dei secondi crono dorati. Sul fondello, anch’esso dorato, è inciso in bassorilievo un astronauta sul suolo lunare, nonché varie scritte commemorative. Il prezzo era di 890 euro.

    …E quello del 2023

    Ed eccoci finalmente al motivo per cui abbiamo ripercorso dall’inizio questa storia. Nel febbraio di quest’anno Bulova presenta due nuovi Lunar Pilot che arrivano in distribuzione nei negozi proprio per l’estate e vanno subito esauriti. Leggermente rivisti, riprendono esattamente il diametro del crono del 1971: 43,3 mm. Per la prima volta, con la referenza 98A305 Bulova introduce anche un quadrante “panda blu”, ovvero bicolore con fondo chiaro e totalizzatori blu, così come i pulsanti crono ad aletta.

    Gli altri modelli invece sono più simili all’originale: hanno lo stesso quadrante nero con la scala tachimetrica sul réhaut. Entrambi presentano una configurazione tricompax con lancette e indici a bastone, rivestiti di materiale luminescente. E sono equipaggiati sempre dal calibro NP20 Uhf, la cui frequenza elevata conferisce alla lancetta dei secondi un moto fluido (e non a scatti, come gli altri quarzi), proprio come in un movimento meccanico. Per le altre caratteristiche dei nuovi Lunar Pilot vi rimando alle didascalie.

    Qui concludo con un specchietto sintetico sulla gamma 2023, che è così composta:
    96B251: 45 mm, datario, quadrante nero, cinturino di pelle, 529 euro.
    96B258: 45 mm, datario, quadrante nero, bracciale d’acciaio, 579 euro.
    96A299: 43,3 mm, senza data, quadrante nero, bracciale d’acciaio, 579 euro.
    98A305: 43,3 mm, senza data, quadrante “panda”, bracciale d’acciaio, 579 euro.

    Come si vede, prezzi alla portata di tutte le tasche per una qualità percepita decisamente buona. Se poi si considera l’omaggio a un pezzo di storia della conquista dello spazio, non c’è da stupirsi che il Lunar Pilot sia andato sold-out.