Giornale Degli Orologi
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Tag: heritage

  • Oris Big Crown Pointer Date Bullseye: dritto al bersaglio

    Oris Big Crown Pointer Date Bullseye: dritto al bersaglio

    In un avvio di 2026 piuttosto avaro di lanci, la presentazione dell’Oris Big Crown Pointer Date Bullseye è stata una bella novità, per diversi motivi. Intanto, per un fatto oggettivo, ossia perché dimostra come Oris continui a lavorare bene, sfruttando al meglio la propria indipendenza industriale e attingendo in maniera intelligente al ricco patrimonio di meccanica e di design. Poi, per un fatto del tutto soggettivo: l’estetica “bullseye” a me personalmente piace molto e questo orologio la esprime ottimamente.

    Si tratta di una tipologia di design che si ritrova già negli orologi degli anni ’20 del secolo scorso. E l’Oris Big Crown Pointer Date Bullseye la fa propria anche in virtù del fatto che, in passato, è stata molto presente nei cataloghi della Maison, almeno fino alla fine degli anni ’80. Prende il nome dal termine che in inglese indica il centro di un bersaglio, tipicamente per le frecce e per le fremette. Infatti, i quadranti degli orologi bullseye riportano dei cerchi concentrici di diametri diversi, che fanno convergere al centro lo sguardo di chi li osserva, come in un bersaglio.

    La cassa dell’Oris Big Crown Pointer Date Bullseye

    Venendo all’Oris Big Crown Pointer Date Bullseye, ricordo che, al di là del design distintivo, abbiamo a che fare con un modello ricco di storia, che si è rivelato cruciale per l’azienda. Introdotto per la prima volta nel 1938, è stato il primo orologio che il Brand ha creato pensando ai piloti. Corona oversize, numeri leggibili, minuteria chemin-de-fer, lancette “cattedrale” e datario a lancetta lo hanno reso da subito un utile tool watch.

    Periodicamente rivisto con casse di dimensioni differenti, calibri e materiali aggiornati e migliorati, il modello esiste con vari diametri, 40 mm, 36 mm e persino 34 mm. Il nuovo Oris Big Crown Pointer Date Bullseye ha una cassa compatta, 38 mm, una misura molto equilibrata. Attualmente, gli unici altri Big Crown da 38 mm sono il Cervo Volante e i modelli più costosi alimentati dai calibri di manifattura 473 e 403. La cassa in acciaio è dotata della caratteristica corona scanalata oversize e della lunetta zigrinata, ha uno spessore di 12,2 mm e una misura da ansa ad ansa di 45,5 mm. Dimensioni, che insieme al diametro, la rendono vestibile anche da polsi sottili.

    Il destino nel quadrante

    Come ho accennato all’inizio, parlando dell’estetica riconoscibile, l’Oris Big Crown Pointer Date Bullseye fa del quadrante il proprio punto di forza. Sebbene abbia elementi molto simili a quelli del modello Cervo Volante, l’orologio colpisce immediatamente per il layout a settori. Come se fosse un bersaglio da freccette, la serie di cerchi concentrici di dimensioni decrescenti che indicano il centro, articola il quadrante in quattro anelli.

    A partire dall’anello periferico grigio chiaro con i numeri rossi della data indicati dalla lancetta centrale con punta rossa – Pointer Date -, la successiva scala dei minuti/secondi ha uno sfondo grigio chiaro, chemin-de-fer nero, con cunei triangolari neri a intervalli di 5 minuti e un doppio indicatore a mezzogiorno. Invertendo la combinazione di colori, l’anello più largo è nero, con numeri arabi bianchi nitidi e incornicia il centro del “bersaglio”, grigio chiaro.

    Il bilanciamento del quadrante non ha solo un valore grafico. Importante è anche la funzione di migliorare la leggibilità e di sottolineare la vocazione originaria dell’orologio, ossia quella di strumento professionale da utilizzare nelle cabine di pilotaggio. Le lancette sono in stile “cattedrale”, classico della collezione, con punte affilate e segmenti interni riempiti con Super-LumiNova. Il quadrante è protetto da un vetro zaffiro bombato d’ispirazione rétro trattato internamente con un rivestimento antiriflesso.

    Oris Big Crown Pointer Date Bullseye tra meccanica e sostenibilità

    Sul fondello c’è un vetro minerale attraverso il quale è visibile la massa oscillante bidirezionale rossa di Oris, che genera energia per il calibro automatico 754. È il movimento che dà vita ai Big Crown Pointer Date ed è stato ottimizzato da Oris partendo da una base Sellita SW200 modificata con il datario. Lavora a 28.800 alternanze/ora e ha una riserva di carica piuttosto contenuta di 38 ore. Più che le prestazioni, ciò che distingue il calibro sono l’affidabilità e la facile manutenzione, che contribuiscono a contenere il prezzo: l’Oris Big Crown Pointer Date Bullseye costa 1.950 euro.

    Segnalo che anche per questo orologio (come per altri della collezione) il cinturino in pelle di cervo è realizzato da Cervo Volante, azienda elvetica che produce cinturini in pelle di cervo proveniente da piani di controllo della popolazione animale svizzera. Una partnership, quella con Cervo Volante, che si inquadra nel piano Change for the Better, un programma globale di attività intrapreso da Oris per preservare e proteggere il pianeta. Il Marchio collabora infatti con aziende e organizzazioni ambientaliste pioniere nell’azione sociale e nella difesa dell’ambiente.

    Qualche paragrafo sopra ho scritto che il Big Crown Pointer Date è un modello cruciale per Oris. Oltre 40 anni fa, Rolf Portmann, ex dipendente Oris e attuale Presidente onorario, organizzò un management buyout per salvare il Marchio dal fallimento a seguito della crisi del quarzo. Con la grande quantità di movimenti al quarzo a basso costo, puntare sugli orologi meccanici parve un’impresa rischiosa, ma la decisione di rendere il Big Crown Pointer Date il modello di punta del Brand anticipò il successo postumo e ancora attuale degli orologi da pilota sul mercato. L’Oris Big Crown Pointer Date Bullseye è solo l’esempio di quanto quella scelta fu lungimirante.

  • Heritage Tropic-Proof: gli anni ’60 secondo Alpina

    Heritage Tropic-Proof: gli anni ’60 secondo Alpina

    Sto seguendo con interesse il lavoro di Alpina dal momento in cui, lo scorso anno, è entrata sul mercato italiano. Un interesse nato perché, in passato, mi sono imbattuto in alcuni orologi vintage del Marchio come il Tropic-Proof e l’Alpina 4, decisamente affascinanti. Il mix di modernità e storicità che caratterizza le collezioni attuali del Brand deve molto a quella tradizione e il fatto che a Watches and Wonders Geneva Alpina abbia rilanciato proprio il Tropic-Proof mi è sembrato una mossa intelligente.

    Oggi l’interesse per le reinterpretazioni di orologi storici (non copie, attenzione) è in costante crescita. Il fatto che le nuove generazioni interessate all’orologeria vi si avvicinino molto spesso attraverso il canale del vintage, rende queste riedizioni ancora più “utili” per i brand che decidono di realizzarle. Sempre ammesso, naturalmente, che abbiano una storia credibile e autorevole che giustifichi queste operazioni. Alpina ce l’ha, perché il Tropic-Proof è stato per il Brand uno degli orologi simbolo degli anni ’60, oggi molto apprezzato dai collezionisti. Ecco perché ho deciso di dedicargli queste righe.

    Da dove viene il Tropic-Proof?

    Come ricorda il Marchio nella comunicazione a supporto del lancio, il Tropic-Proof nacque in un’epoca, gli anni ’60, nella quale i confini del mondo si allargarono definitivamente. Questo grazie soprattutto al boom dell’aviazione commerciale, iniziato un decennio prima. Regioni come, appunto, i Tropici, cominciarono a essere meta di un turismo d’avventura che necessitava di strumenti, come gli orologi, in grado di affrontare un clima particolarmente sfidante per la meccanica e la tecnologia.

    Ecco perché la scelta del nome Tropic-Proof. Per definire un orologio “a prova di Tropico”, un accessorio costruito con criteri e materiali affidabili. Una sorta di tool watch o adventure watch ante litteram, come lo chiamerebbe oggi chi parla bene. Un nome che compare sui quadranti di Alpina intorno alla metà degli anni ’60 ma le cui origini restano tuttora in parte oscure, come comunicano con onestà dalla Maison. 

    Se, infatti, è attestato un lancio ufficiale nel 1968, vi sono tuttavia indizi che suggeriscono come il nome Tropic-Proof fosse già attestato all’inizio del decennio stesso. Come si fa con un testo antico, in Alpina hanno svolto un’analisi filologica sui numeri di serie degli orologi, che si collocano tra il 760XXX e l’809XXX. Ebbene, da questa sequenza pare che la produzione di questo particolare orologio sia stata avviata a partire dall’anno 1965. 

    Ora come allora

    Sia come sia, oggi siamo nel 2025 e mi piace pensare che il Tropic-Proof compia 60 anni. L’occasione migliore per festeggiare con una riedizione che, per come la vedo io, è di una pulizia disarmante. In senso buono, si intende. Alpina ha realizzato il nuovo Heritage Tropic-Proof sia con il quadrante bianco, sia con quello nero. In entrambe le referenze l’aspetto richiama il modello del ’65 nelle lancette dauphine, negli indici sottili, sfaccettati e allungati (doppi al 3, 6, 9 e 12), e ancora nell’assenza del datario. Per fortuna, aggiungo, in Svizzera non hanno ceduto alla tentazione di mettercelo, in nome di chissà quale utilità o modernità, a scapito della cura filologica.

    Anche le proporzioni della cassa sono piuttosto fedeli all’originale, a partire dalla misura assai poco contemporanea – 34 mm – fino ad arrivare alle anse, allungate ma non troppo. Per quanto ne so, l’unica differenza sta nella bella finitura, perché nella nuova edizione abbiamo la cassa satinata rispetto a quella lucida di 60 anni fa. Anche il vetro, che oggi è in zaffiro con trattamento antiriflesso e ieri era in resina, mantiene la stessa forma cosiddetta glassbox degli anni ’60.

    Torno un attimo alla cassa per ricordare che la realizzazione di quella del Tropic-Proof del passato era stata affidata a uno dei maestri di questa parte fondamentale degli orologi: lo svizzero François Borgel. Attivo a Ginevra tra la fine del XIX e e i primi decenni del XX secolo, François Borgel lavorò per tutti i più importanti marchi elvetici registrando diversi brevetti. Ancora oggi, nelle referenze vintage, il punzone FB all’interno del fondello è sinonimo di cassa di altissima qualità. A proposito di fondello, qui è giustamente chiuso. Se riedizione deve essere, che lo sia fino in fondo.

    Il calibro dell’Heritage Tropic-Proof

    O, almeno, fin dove si può arrivare. Perché, per forza di cose, il calibro del nuovo Heritage Tropic-Proof di Alpina è un movimento moderno, erede di quello che era al cuore dell’antenato negli anni ’60. Allora si trattava del calibro a carica manuale Alpina 598R, progettato a partire dagli anni ’50 e diventato nel 1965 un modello di affidabilità e robustezza. Oggi è il calibro AL-480 che, come nella versione originale dell’epoca, è a carica manuale. Dotato di 17 rubini, lavora a 28.800 alternanze/ora e offre 42 ore di autonomia. Nasce su base Sellita ed è stato appositamente rilavorato da Alpina.

    Oltre che dal quadrante il movimento è protetto, come ho scritto, dal fondello chiuso in acciaio. Anche per questo, Alpina ha attinto a piene mani dal modello delle tradizione riprendendone l’estetica e decorandolo in maniera misurata. Oltre alla scritta “Heritage”, al numero della referenza e all’indicazione dell’impermeabilità (3 bar), ha al centro il logo storico di Alpina. A proposito, dimenticavo: lo stesso logo storico caratterizza il quadrante insieme alla scritta Tropic-Proof ma, rispetto alla referenza del 1965, è meno sottile e più ingombrante.

    Per concludere

    Entrambe le referenze hanno il medesimo cinturino in Alcantara beige con impunture tono su tono e fibbia ad ardiglione in acciaio. E costano 1.795 euro. 

    Visti e toccati con mano a Watches and Wonders Geneva, che dire? Credo che l’operazione nostalgia che Alpina ha messo in moto con l’Heritage Tropic-Proof, oltre ad avere un senso, come ho già scritto, potrà avere anche successo. Ottimo rapporto qualità-prezzo, estetica minima e curatissima, rigore storico e modernità; tutto questo va nella direzione di ciò che si proponeva il fondatore del Marchio, Gottlieb Hauser: creare orologi robusti e resistenti che fossero antimagnetici, impermeabili, antishock e in acciaio. Direi che ci siamo.

  • Longines Conquest Heritage e la riserva di carica “poetica”

    Longines Conquest Heritage e la riserva di carica “poetica”

    Secondo la saggista americana Adrienne Rich, «the moment of change is the only poem», ossia «il momento del cambiamento è l’unica poesia». Il fatto che Longines definisca “poetica” la complicazione che caratterizza il nuovo Longines Conquest Heritage Central Power Reserve, sembra dare ragione alla scrittrice.

    Perché questa particolare indicazione della riserva di carica dà continuamente un volto nuovo al quadrante dell’orologio. Come accade, lo ha spiegato in maniera impeccabile durante la presentazione dell’orologio alla stampa Giuseppe Miccio, Head of Product Development di Longines. Ma prima è meglio se facciamo un passo indietro.

    L’importanza del Longines Conquest

    Il Longines Conquest Heritage Central Power Reserve nasce da un obiettivo che il Brand si è dato – semplice, almeno sulla carta: sviluppare i migliori prodotti rimanendo autentico e fedele alla propria storia. Una storia che parla principalmente di tool watch dedicati all’aviazione e alla navigazione, con lunette girevoli, funzioni flyback, indicazioni Gmt ecc.

    Questo, invece, è un orologio classico, ma con un’accortezza, che Miccio ci ha ricordato: «Longines non crea repliche ma opera reinterpretazioni a livello di design e di qualità dei materiali». Nello specifico, il progetto del Longines Conquest Heritage Central Power Reserve è iniziato nel 2020 con lo sviluppo del movimento, a cui è seguito quello dell’orologio nel suo insieme. Ed è un progetto che viene da lontano, come la collezione Conquest.

    È un nome forte, perché fu il primo dato da Longines a un orologio nel 1954. Prima del Conquest gli orologi erano infatti identificati con i numeri di serie. Dopo soli cinque anni dal lancio della collezione, nel 1959 fu introdotta la complicazione della riserva di carica centrale, indicata sul quadrante tramite l’impiego di due dischi girevoli. Un modello unico che, allora come oggi, nessun altro brand aveva in portafoglio. Con il quale Longines festeggia i 70 anni della collezione.

    Come si legge la riserva di carica

    Il funzionamento della complicazione, mossa da un calibro automatico, è semplice e intuitivo. Il volto dell’orologio presenta un disco centrale che riporta l’indicatore della riserva di carica di forma rettangolare; un disco esterno con le ore di autonomia residua; il resto del quadrante.

    Quando non si indossa l’orologio, il disco centrale ruota in senso orario fino a quando termina la riserva di carica e l’indicatore arriva a 0, mentre il disco esterno rimane fermo. Quando si carica, indossandolo o utilizzando la corona, il disco esterno gira in senso orario e quello interno rimane fisso, fino a che l’indice della massima autonomia – 64 ore – torna a coincidere con l’indicatore rettangolare.

    Se, quando ha raggiunto la massima autonomia, si continua a caricare l’orologio tenendolo al polso, entrambi i dischi girano. Così, come ha sottolineato Miccio, «il quadrante è vivo, in movimento, con un aspetto sempre differente».

    Il lavoro sul design

    Come ho scritto sopra, si tratta della medesima complicazione adottata sul modello del 1959 (da 35 mm), aggiornata però nelle dimensioni e nelle proporzioni. Perché il lavoro fatto sul Longines Conquest Heritage Central Power Reserve è proprio di un bilanciamento tra il diametro della cassa (38 mm) e quello dei dischi. Con una cassa più grande, i dischi sarebbero stati troppo piccoli, con una cassa più piccola, gli elementi sul quadrante sarebbero risultati troppo affollati a scapito della leggibilità. E poi, 38 mm sono adeguati a un orologio che vuole essere classico, un dress watch.

    Un diametro la cui scelta è stata dettata sì dall’estetica, ma prima di tutto dal movimento ospitato dalla cassa. Tutto è partito dal calibro Longines L896.5, sviluppato ex novo sulla base del calibro L.888 (su base ETA) al quale è stata aggiunta la complicazione della riserva di carica. Quella indicata sul quadrante è di 64 ore, ma Longines fa sapere che può arrivare fino a 72 ore, un’autonomia di tutto rispetto e adeguata agli standard qualitativi degli orologi del Brand.

    La qualità costruttiva

    A proposito di qualità, come è ormai comune per i movimenti di Longines, anche il calibro L896.5 è dotato della spirale in silicio che lo rende immune agli effetti nefasti del magnetismo terrestre sulla regolarità di marcia. Ma, come ha detto Miccio durante la presentazione, ci sono molti altri componenti antimagnetici nel calibro (senza però specificarli), i quali gli consentono di soddisfare ampiamente la normativa ISO 764:2020 che impone i parametri minimi di antimagnetismo agli orologi meccanici.

    I due livelli di test di resistenza al magnetismo cui sono sottoposti i calibri si riferiscono ai valori dettati dalla normativa rispettivamente di 4.800 Ampère/metro (circa 60 Gauss) oppure di 16.000 Ampère/metro (circa 200 Gauss). Ebbene, il calibro L896.5 è risultato resistente fino a 800 gauss, un ottimo valore per un orologio classico pur appartenente a una collezione dal Dna sportivo.

    Il posizionamento del Longines Conquest Heritage Central Power Reserve

    Per i dettagli delle finiture di cassa e quadrante vi rimando alle didascalie. Chiudo con qualche informazione di servizio. Intanto, per il Longines Conquest Heritage Central Power Reserve non è previsto un bracciale ma solo un cinturino in pelle nera o grigia. Il colore va in base a quello del quadrante, che è disponibile in tre versioni: opalino, grigio antracite o nero.

    Non contenti di aver messo sul mercato un orologio così importante per la storia del Marchio, a Saint-Imier hanno anche pensato di creare due edizioni limitate, ciascuna di 70 esemplari. Una in oro giallo, l’altra in oro rosa. Dello stesso metallo sono le fibbie dei cinturini e, dettaglio di stile non banale, le masse oscillanti del movimento, che è a vista. Naturalmente i prezzi sono ben diversi a seconda delle referenze: quelle in oro costano entrambe 18.450 euro, quella con cassa in acciaio scende alla cifra più abbordabile di 4.300 euro.

    Un prezzo al top nella collezione Conquest, dove solo l’edizione del cronografo creata insieme allo sciatore Marco Odermatt, ambassador del Brand, costa di più. E che è spostata verso l’alto all’interno del portafoglio di Longines, in cui attualmente la maggior parte delle referenze si trova tra i 1.000 e i 5.000 euro. Un posizionamento, quello del Longines Conquest Heritage Central Power Reserve, dettato sia dal lungo lavoro di ricerca e sviluppo che l’ha portato a vedere la luce, sia dal prestigio della collezione. Per valutare se è corretto o meno, vi invito come sempre a farvi un giro da un concessionario a vederlo da vivo: è già disponibile. Io l’ho toccato con mano, l’ho analizzato, squadrato, indossato: vi assicuro che Longines lo ha messo esattamente dove è giusto che stia.

  • Longines Flagship Heritage, stregato dalla Luna

    Longines Flagship Heritage, stregato dalla Luna

    Lo scrittore americano John A. Shedd avrebbe potuto cedere una delle sue più celebri frasi come payoff per il Longines Flagship: «A ship in harbor is safe, but that’s not what ships are built for». Vale a dire, «una nave in porto è al sicuro, ma non è per questo che le navi sono costruite».

    Come le grandi navi sfidano le onde, uno dei più celebri orologi prodotti dalla Casa della Clessidra alata sfida il mare del tempo, forte di un fondello e di un nome che lo hanno sempre reso riconoscibile. Ma vado con ordine.

    Il successo negli anni del Boom

    Quando fu presentata, nel 1957, la collezione Longines Flagship voleva essere il segmento alto di gamma degli orologi a carica manuale del Marchio. L’investimento in termini di qualità fu notevole, poiché tutti i primi modelli prodotti erano animati o dal calibro 30L (con il contatore dei piccoli secondi), o dal calibro 30LS (con i secondi centrali). Movimenti robusti, affidabili e soprattutto precisi, poiché derivavano dal cronometro da competizione 30Z.

    Il successo del Longines Flagship fu subito importante, perché si poneva in un segmento di eccellenza come alternativa manuale all’automatico Conquest. In breve, il successo di cui godette indusse il management di Longines a introdurre anche una versione automatica. Si scelse il calibro 34x, che muoveva un altro top seller del marchio: l’Admiral. 

    Questo modello, prodotto in oro giallo o in acciaio, aveva il proprio segno distintivo sul retro. Il fondello aveva un medaglione ad altorilievo in smalto blu che raffigurava una nave ammiraglia, “flagship” in inglese, e che lo rese celebra tra i collezionisti e gli appassionati.

    Con il crescere del favore del pubblico e il conseguente aumento della produzione, dopo il 1963 Longines cercò di ottimizzare i costi sostituendo i calibri manuali 30L e 30LS con il calibro 490, mentre il calibro 380 automatico prese il posto del 34x. Alle casse in oro e in acciaio si affiancarono quelle in oro laminato o placcato.

    I nuovi Longines Flagship Heritage

    Lungo gli anni il Longines Flagship ha subito diversi aggiornamenti nell’estetica e nei materiali, rimanendo comunque fedele alla sua vocazione di dress watch. Lo testimoniano le più recenti versioni che lo hanno inserito nella collezione Heritage del marchio, quella con i caratteri più spiccatamente legati ai modelli storici. Tra gli aggiornamenti più recenti, quello del 2014 e del 2020 (vestito di nero) sono a mio parere i più riusciti.

    Proprio nel solco di questi ultimi si inseriscono i tre nuovi modelli appena svelati del Longines Flagship Heritage. Le referenze L4.815.4.78.2, L4.815.4.72.2 e L4.815.4.92.2 si distinguono tra loro principalmente per la finitura del quadrante che, a differenza delle ultime uscite del Flagship, ospita la complicazione delle fasi lunari, molto amate dal Brand. Presente nelle linee Master Collection, Primaluna, 1832, la complicazione necessita di un movimento ad hoc. Parto da qui.

    Un calibro prezioso

    I nuovi Longines Flagship Heritage sono animati dal calibro L899.5, che troviamo già in alcune referenze della collezione 1832. Si tratta di un movimento sviluppato su base Eta A31.L91, grazie alle sinergie che il produttore di calibri può garantire ai marchi di Swatch Group. Dal medesimo movimento Eta deriva il calibro Longines L899.2 che dà vita alle fasi lunari nella linea Master.

    Tornando al L899.5, il movimento da 11 linee ½ e 21 rubini ha una frequenza di 25.200 alternanze/ora ed è dichiarato da Longines con un’autonomia di 72 ore, anche se spesso gli è attribuita una riserva di carica di 64 ore.

    Poco importa. Ciò che conta è che il calibro L899.5 adotta alcuni di quelli che sono ormai gli standard tecnici per i movimenti di Swatch Group. Il più importante di essi è la spirale in silicio che, come credo ormai molti di voi sanno, è resistente ai campi magnetici e dà quindi all’orologio una maggiore accuratezza nella misurazione del tempo, con scarti minimi su base giornaliera.

    Guarda che Luna

    Detto questo, le fasi lunari sono appunto le vere protagoniste dei nuovi Longines Flagship Heritage. Si trovano sul quadrante a ore 6, posizione consueta anche per le referenze di altre collezioni, e fanno capolino dalla classica finestra bilobata. Intorno ad essa c’è l’anello del datario, in cui il giorno del mese è indicato da una lancetta.

    Gli indici dei cinque minuti sono sfaccettati e applicati mentre il giro della minuteria è stampato, in modo da rendere il quadrante molto leggero e arioso. Eleganti le lancette di ore e minuti, a daga, trattate con Super-LumiNova. La loro forma richiama quella delle lancette dei Longines anni ’60, una scelta di stile coerente con l’insieme dell’orologio.

    A proposito di coerenza, la misura della cassa in acciaio è la medesima della referenza del Longines Flagship Heritage attualmente in collezione. Il modello senza fasi lunari, con il datario e il contatore dei piccoli secondi a ore 6 misura infatti 38,5 mm di diametro, come le nuove referenze. Una taglia vicina a quelle dei pezzi delle origini, di cui richiama l’eleganza. Il fondello? Una chicca. Scopritelo nelle immagini della gallery.

    Il coraggio della qualità

    Come ho scritto sopra, i tre nuovi orologi si distinguono per la finitura dei quadranti e per i relativi cinturini abbinati. I quadranti sono opalino argentato, argentato soleil o blu soleil, tutti bombati come si conviene a un vero pezzo heritage.

    Il primo dei tre è molto classico e ricorda, in combinazione con gli indici e le lancette dorate, il Flagship Heritage piccoli secondi che è un caposaldo della collezione. Marrone, grigio o blu è il colore del cinturino in tinta.

    Eccoci al prezzo. I nuovi Flagship Heritage costano (l’un per l’altro) 3.300 euro. Una cifra importante per quella che è la scala prezzo di Longines, che dimostra come il Brand stia seguendo una strategia di posizionamento verso l’alto, almeno per quel che riguarda le collezioni principali. Una crescita dei prezzi non fine a sé stessa, ma dettata da un’offerta di contenuti tecnici migliorata rispetto alle referenze del passato.

    Posizionare questi tre orologi a un prezzo così impegnativo è anche un segnale di come Longines si fidi della sua collezione più rappresentativa, soprattutto se consideriamo che il 1832 con fasi lunari, sempre con calibro L899.5 ma con cassa da 40 mm, è proposto al pubblico a 2.550 euro. Introdotto nel 1957, il Longines Flagship del resto ha rappresentato una nuova visione per gli orologi ideati nella coraggiosa era del Boom economico. Orologi unici, progettati per la prima volta con nomi distintivi, che hanno consolidato negli appassionati il nuovo concetto di collezione, diventato la chiave di volta della pubblicità di Longines. Un marchio da percepire forte e sicuro come una nave ammiraglia.