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Tag: James Bond

  • Spy watch camera: gli orologi per le spie

    Spy watch camera: gli orologi per le spie

    Per gli appassionati dei romanzi di spionaggio, James Bond, alias Agente 007, è un mito, così come sono mitiche tutte le figure a contorno delle sue avventure. A me, ingegnere, ha sempre affascinato Q, inventore geniale di tutti gli innumerevoli gadgets che-sembrano-qualcosa-ma-fanno-qualcos’altro e che salvavano Bond da situazioni impossibili. Oggetti quotidiani, in apparenza normalissimi e invece capaci di altre funzioni e operazioni. Chi presterebbe attenzione a un orologio, indossato da un distinto signore? Infatti, anche gli esemplari di Bond non erano mai banali segnatempo. Ma questi orologi per le spie, le cosiddette spy watch camera, sono un’invenzione di Ian Fleming o sono veramente esistiti?

    Un po’ di storia

    Come molte buone idee, anche quella di celare un dispositivo di cui si vuole nascondere la presenza all’interno di un oggetto comune, ha origini antiche. Chi colleziona bastoni da passeggio conosce i cosiddetti animati, al cui interno si celava un pugnale o altre diavolerie: ne ho visto personalmente uno che conteneva un intero kit per topografo!

    Se a volte i più abili Maestri nascondevano un orologio dove uno non lo avrebbe immaginato, per esempio in una bella moneta d’oro (si veda qui), ci fu chi ebbe l’idea, poco dopo la scoperta della fotografia, di creare macchine fotografiche “segrete”. Naturalmente, non era immaginabile nascondere una macchina fotografica dell’epoca, date le dimensioni. Nessuno, quindi, avrebbe potuto supporre che un gentiluomo che stava consultando l’ora stesse in realtà fotografando quanto gli interessava.

    Quando Q si chiamava Lancaster

    Cercare negli archivi spesso porta frutti inaspettati. Riguardo alle spy watch camera, sembra che il primato tocchi alla Gran Bretagna. L’inventore era riuscito a inserire nella custodia di un comune orologio da tasca proprio una macchina fotografica a soffietto funzionante, con tanto di micro-lastra come supporto per l’immagine. La scoperta fu brevettata nel Regno Unito alla fine del XIX secolo.

    In una pubblicità della ditta Lancaster del 1893, si parla già di un modello “avanzato”, evidentemente migliorativo rispetto a un precedente. L’azienda di Birmingham J. Lancaster & Son – leggiamo nei cataloghi – offriva una serie di modelli diversi, tra cui persino uno da signora, ancora più minuscolo del modello da uomo.

    A corredo della spy watch camera, una piccola custodia permetteva di portare con sé anche un paio di lastre di scorta. Si trattava di oggetti delicatissimi, com’è facile immaginare. Degno di nota è l’esemplare passato in asta da Bonhams nel 2007, che potete vedere nella galleria delle immagini. Non sono una che si stupisce facilmente, ma quel pezzo di grande qualità mi ha lasciato senza parole.

    La copia in tono minore

    Contemporaneamente, anche negli Stati Uniti c’era chi cercava di realizzare qualcosa di analogo, magari meno rifinito, ma a un prezzo più accessibile. Nel 1894, tale John Hegelein depositò a New York un brevetto, in cui sostanzialmente andava a rivendicare la paternità di un vero e proprio plagio.

    Si trattava, infatti, di una copia eseguita in modo meno raffinato della spy watch camera di Lancaster. Né la cassa, né la meccanica potevano competere con l’originale inglese. Comunque riuscì a produrne un certo numero di esemplari, anche grazie al prezzo di vendita contenuto (5 dollari di allora, equivalenti a circa 750 euro odierni) e al fatto che sul prodotto locale non gravavano le tasse di importazione, che rendevano ogni oggetto proveniente dall’estero molto più caro.

    La risposta “all’americana”: la Ticka e la Expo

    Di rarità in rarità, passiamo ora a due veri miti, entrambi americani per impostazione progettuale, ma sviluppati a livello industriale anche in Inghilterra, oltre che negli States. Di fatto, due figli di uno stesso padre. 

    Mentre Lancaster realizzava i propri mini capolavori, a New York un inventore svedese, Magnus Niéll, brevettava nel 1904 una propria macchina fotografica sotto forma di orologio da tasca. L’anno prima, aveva depositato e ottenuto il brevetto per la stessa idea nel Regno Unito, con il nome commerciale di Ticka: un gioco di parole sul termine Tick, cioè “scatto”. Lo slogan era infatti: “Ogni scatto (tick), una foto”. Il successo della Ticka fu notevole e la realizzazione proseguì fin verso il 1914. La ditta produttrice, la britannica Houghton Company Ltd, aveva infatti assunto Magnus Niéll, assicurandosi la sua inventiva e le sue capacità.

    Costruita in Inghilterra, ma sulla base di un progetto più “americano”, la spy watch camera Ticka non aveva la raffinatezza dei modelli di Lancaster, ma era più robusta e costava meno. Ben presto ebbe un caricatore che permetteva un’autonomia maggiore per gli scatti e fu subito, a propria volta, oggetto di concorrenza.

    Nacque infatti un’azienda statunitense, la Expo Camera Company che, basandosi sempre su un brevetto di Niéll, produsse la Expo, in molteplici varianti. Queste versioni economiche, più moderne e molto meno delicate del loro progenitore, ebbero un successo molto più ampio di quanto avesse riscosso l’originale. Di fatto, con diverse evoluzioni, la loro produzione proseguì in buone quantità fino alla fine della Prima Guerra Mondiale.

    Alcuni modelli della Expo, dopo l’acquisizione dell’azienda da parte di un nuovo proprietario, continuarono a essere prodotti fino al 1935. Si distinguono per il fatto di essere colorati e sono ricercatissimi dagli appassionati del genere, in quanto molto rari.

    Le repliche nel Sol Levante

    Negli anni Sessanta del secolo scorso, sottovalutando le capacità industriali del Paese del Sol Levante, si era soliti ripetere che i Giapponesi copiavano tutto. Salvo poi dover fare ammenda – moralmente parlando – e dover riconoscere loro capacità tecniche e industriali che hanno fatto scuola anche in Occidente. Parlando di macchine fotografiche in forma di orologi, però, bisogna ammettere che proprio di plagio si trattasse.

    Siamo negli anni Dieci del XX secolo, quindi poco dopo il lancio di Ticka ed Expo.
    Una fantomatica azienda nipponica si celava sotto il nome di un misterioso agente (commerciale, non segreto!), la T.U. Camera Company. Di fatto, produceva repliche degli originali Expo, presentandoli sotto il nome di Moment. Inutile ripetere che si tratta di oggetti di grandissima rarità, anche perché prodotti in numeri veramente esigui.

    Le spy watch camera fotografavano?

    A questo punto, visti i progetti e visti gli esemplari, ci sarebbe da domandarsi se poi questi finti orologi fossero capaci di fotografare qualcosa, al di là di uno scatto amatoriale. È lecito chiedersi, insomma, se fossero oggetti utili per chi voleva, per esempio, fare davvero spionaggio industriale. La risposta è sì.

    Si trattava, naturalmente, di fotografie in bianco e nero, ma la qualità delle immagini ottenute, di cui trovate in galleria un saggio, a oltre cent’anni di distanza ci colpisce ancora. Certo, può farci sorridere, abituati come siamo a immortalare anche il gelato, con il cellulare in mano. Ma per allora si trattava veramente di un prodigio.

    In tempi recenti

    Se all’epoca dell’invenzione della spy watch camera l’orologio da tasca era accessorio indispensabile per ogni gentiluomo, col progresso dei tempi le cose cambiarono. Oggi, chiunque estragga dal panciotto un orologio, anche vero, attira l’attenzione: ma si sa, primo dovere della spia è passare inosservata. Fu giocoforza, quindi, cercare di celare una macchina fotografica in un orologio da polso. Missione ancora più difficile.

    Nel secondo dopoguerra, ecco quindi un’ennesima macchina fotografica che si finge orologio: una spy watch camera da polso, questa volta. Siamo nell’allora Germania Ovest: a produrla è la ditta Steineck Kamerawerk di Tutzing, in Baviera, poco lontano da Starnberg. L’anno è il 1948, l’inventore è l’ingegner Rudolph Steineck e il modello viene battezzato A-B-C.

    Non aveva mirino, registrava le immagini su un dischetto speciale e chi la utilizzava doveva avere esperienza. Bisognava puntarla basandosi sull’intuito, dato che chi la usava non poteva fare altro che azionare un pulsante per scattare la foto. La produzione cessò nel 1951.

    Comunque, le spy watch camera non erano orologi. O sì?

    Siamo ormai negli anni Settanta: la Guerra Fredda è in corso, quando dall’Ufficio Servizi Tecnici della CIA, noto come OTS, Office of Technical Services, parte una richiesta molto particolare a Seiko. I tecnici del Marchio giapponese dovranno riuscire a modificare un modello comune dei loro orologi da polso elettronici di ultima generazione, facendo in modo di incorporare una vera micro-fotocamera, un oggetto esistente e creato per fini speciali. Quasi una sfida.

    Ed ecco che le capacità dei giapponesi raggiungono lo scopo: ben oltre l’imitazione, entra in gioco l’ingegno progettuale. Ne nascerà un orologio comune, che segna (finalmente!) il tempo, ma con un segreto. Ruotando la lunetta, ruota anche il quadrante, elegantissimo, e la finestrella che prima mostrava il display con ore e minuti lascia libero l’obiettivo della microscopica fotocamera. Basta azionare un pulsante, a ore 4, e si scatta la foto.

    Si trattava di un dispositivo che aveva molte limitazioni: fondamentalmente, fotografava a fuoco tra i 30 e i 50 centimetri. Era nato per poter tranquillamente copiare documenti classificati mentre si era magari seduti in biblioteca, appoggiando il gomito e fingendo di toccare i tasti dell’orologio per settarlo.

    Una sua caratteristica distintiva era la più totale silenziosità, che permetteva di usarlo anche durante riunioni, o in locali in cui fossero presenti altre persone o microfoni. Montava una pellicola che permetteva fino a 100 scatti ad alta risoluzione ed era indistinguibile da un comune Seiko.

    Ma, allora, James Bond cosa indossava?

    Nel 1977, in una scena del film The Spy Who Loved Me (in Italia La spia che mi amava), James Bond riceve un messaggio in un modo strano. Il testo, infatti, è scritto a rilievo su un nastrino che fuoriesce in tempo reale dall’orologio che porta al polso – un po’ come le vecchie etichette Dymo, per i più agés tra noi.

    Nel messaggio, M, il mitico capo in testa dell’organizzazione, gli dice di mettersi immediatamente a rapporto con il Quartier Generale. Il nastrino, testualmente, riporta: “007 to report HQ. Immediate M”.
    L’orologio? Era un Seiko. Per chi a questo punto si è incuriosito, diciamo che era un Seiko 0874 5009 Quartz LC.

    Da quel momento, per molti film, orologi Seiko furono al polso dell’inimitabile spia al servizio di Sua Maestà. Se pensiamo che il buon James Bond sfoggiava, in alternativa, Rolex, Omega e altre marche elvetiche, è curioso trovarlo in così importante compagnia, no? Senza nulla togliere al Brand nipponico, s’intende.
    Forse è proprio vero, come diceva un mio vecchio amico molto esperto nel settore, che «talvolta nei film ci sono messaggi»…

  • Seamaster Bronze Gold, l’evoluzione dell’Omega “James Bond”

    Seamaster Bronze Gold, l’evoluzione dell’Omega “James Bond”

    La collezione Omega Seamaster Diver 300M si amplia con due nuovi modelli che abbinano il Bronze Gold, un materiale speciale a cui dedico sotto un intero paragrafo, al color borgogna della lunetta in alluminio. Il primo (ref. 210.92.42.20.01.003) unisce alla cassa in Bronze Gold un cinturino in caucciù di colore nero, il secondo (ref. 210.90.42.20.01.003) punta interamente sulla pregiata lega metallica, sia per quanto riguarda la cassa, sia per il bracciale in maglia milanese. Entrambi prendono ispirazione dal famoso Seamaster Diver 300M 007 Edition in titanio del 2020, indossato da Daniel Graig/007 durante le riprese di No Time do Die, 25° film della saga cinematografica legata a James Bond, l’agente segreto più famoso del cinema.  

    I precedenti   

    Un esemplare, quest’ultimo, che negli ultimi tempi ha dato vita ad almeno due versioni degne di nota, attualmente in catalogo. In primis il Seamaster Diver 300M in acciaio. Avvistato in anteprima al polso dello stesso attore britannico la scorsa estate, durante le Olimpiadi di Parigi, ha suscitato scalpore fra gli appassionati del Brand, che si sono calmati solo con il lancio ufficiale dell’orologio, in autunno. O, meglio, degli orologi, quattro in tutto (li vedete nella gallery in alto), con la cassa di 42 mm dal vetro zaffiro a box. Maggiore apprezzamento sembra aver avuto la referenza più marcatamente vintage: con il quadrante e l’inserto della lunetta realizzati in alluminio anodizzato nero, e il bracciale in maglia milanese. Proprio come quello di James Bond.

    Un’altra variazione sul tema è poi uscita in dicembre. In questo caso la gamma del Seamaster Diver 300M è stata arricchita da un esemplare dal look verde con dettagli color oro. Stessa cassa in titanio grado 2 spazzolato, stesso diametro da 42 mm, stesso vetro zaffiro a box del James Bond. Cambia però la lunetta, che è in Bronze Gold, anche se mantiene l’inserto in alluminio anodizzato. Sempre in alluminio anodizzato anche il quadrante, mentre la corona e la valvola di decompressione sono in Bronze Gold, riportato in Pdv anche su lancette e indici applicati. Due le opzioni per allacciarlo al polso: bracciale in maglia milanese o cinturino in caucciù. Vi rimando al sito ufficiale di Omega per conoscere i prezzi e soprattutto vedere l’intera collezione, per cogliere a colpo d’occhio le differenze fra i tanti modelli.

    Affinità

    Anche i due nuovi Omega Seamaster Diver 300M Bronze Gold ripropongono i tratti salienti dell’originale di James Bond cui si ispirano. Per esempio, la vocazione alle immersioni – tratto storicamente distintivo della linea – è confermata dall’impermeabilità fino a 30 bar (come si evince dal nome) e dalla valvola di decompressione, posta a ore 10 e ad azionamento manuale.
    Il materiale luminescente che riveste gli indici applicati, le tre lancette, nonché gli elementi grafici della lunetta, è riproposto ancora nel suggestivo color sabbia dall’effetto vintage. Che, in condizioni di scarsa luminosità ambientale, si “accende” di azzurro per consentire una facile lettura dell’ora e dei tempi di immersione. La lancetta dei minuti invece ha un’emissione verde.

    Rimane immutato anche il materiale del quadrante e della lunetta: l’alluminio anodizzato. Nero sabbiato per il quadrante, un bel borgogna – il bordeaux tipico dei vini dell’omonima regione francese – per l’inserto della lunetta. Si tratta, per essere precisi, di un processo di anodizzazione che utilizza come elettrolita l’acido ossalico. Meno diffuso del metodo che si serve di acido solforico, è stato brevettato in Giappone nel 1923 e ampiamente adottato in Germania, soprattutto nelle applicazioni architettoniche. Ricordo che l’anodizzazione offre molteplici vantaggi: crea uno strato notevolmente più sottile rispetto alla vernice o alla polvere, ma estremamente persistente e duro, resistente all’abrasione, all’usura, ai graffi e alla corrosione. Oltretutto non sbiadisce nemmeno in tempi lunghi.

    Il calibro 8806 montato nel Seamaster Bronze Gold

    Il movimento, di manifattura, è il noto Calibro 8806, derivato dall’8800 del 1999 e caratterizzato, come quest’ultimo, dall’implementazione di uno scappamento coassiale (Co-Axial), messo a punto dalla stessa Omega. Più nel dettaglio, il calibro 8806 si distingue dall’8800 per l’assenza della data. Ed è uno dei più affidabili e di pregio nella sua fascia di prezzo, non solo per l’uso dello scappamento Co-Axial in luogo del più diffuso scappamento ad àncora svizzera, ma anche per le finiture che lo impreziosiscono, in molti punti realizzate a mano. Lo si capisce non appena lo si osserva attraverso il fondello in vetro zaffiro. Le lavorazioni artigianali eseguite sulla platina e sulla massa oscillante (ad azione di carica bidirezionale) e le viti brunite ne sono un chiaro indizio.

    Senza entrare nel merito delle peculiarità costruttive, è bene ricordare che lo scappamento Co-Axial è stato sviluppato da Omega per garantire ai propri orologi una maggiore precisione e una migliore resistenza meccanica. Lo scappamento ad àncora svizzera comporta infatti una maggiore quantità di attriti fra gli elementi che lo compongono (ruota, ancora, ponte e plateau), favorendone l’usura e richiedendo interventi di lubrificazione più frequenti. Lo scappamento coassiale invece, benché più complesso dal punto di vista strutturale, riduce gli attriti in favore della costanza di marcia e della minore usura meccanica.

    Se ciò non bastasse, aggiungo che il calibro Omega 8806 sfrutta un bilanciere a inerzia variabile con spirale in silicio, resistente ai campi magnetici, ed è certificato Master Chronometer dall’Istituto Federale Svizzero di Metrologia (Metas). Una certificazione che riguarda l’impermeabilità, le prestazioni cronometriche, l’autonomia (55 ore nel caso dell’Omega Seamaster Diver 300M) e l’antimagnetismo.              

    Il Bronze Gold di Omega

    A scanso di equivoci, faccio una precisazione: il Bronze Gold di cui Omega fa ampio uso con i nuovi Omega Seamaster Diver 300M non è uno speciale tipo di oro color bronzo. Al contrario, è una variante di bronzo color oro. Lo sottolineo perché qualora foste attratti dalla referenza in Bronze Gold totale (la 210.90.42.20.01.003), vi trovereste di fronte a un modello con cassa e bracciale in bronzo. Un bronzo speciale, sì, che contiene oro in piccola percentuale, ma pur sempre un bronzo. Mi spiego meglio.

    Il bronzo altro non è se non una lega metallica ottenuta mettendo insieme e fondendo rame e stagno. Quest’ultimo, in percentuale che di solito non supera il 9%. Ai due componenti principali se ne aggiunge spesso un terzo (e anche un quarto se serve), in proporzioni variabili per ottenere leghe che soddisfino determinate proprietà chimico-fisiche. Nel caso di Omega e del Bronze Gold, i componenti che si aggiungono al rame e allo stagno sono l’oro 9K (9 carati), il palladio e l’argento. L’oro 9K, a sua volta, è una lega di oro e argento, in cui il metallo nobile per eccellenza rappresenta il 37,5% del totale.

    Ne deriva una lega metallica ricercata, che risponde ai requisiti di resistenza alla corrosione e di durata nel tempo. Il Bronze Gold infatti, anche se indossato ogni giorno, non risente dell’effetto ossidante dell’ambiente (che spesso nel bronzo si manifesta con patine di colore verdastro), mantenendo invariato il colore nel tempo. Un materiale, quindi, fuori dall’ordinario, messo a punto negli anni dal team di ricerca e sviluppo di casa Omega. E come tale, anche abbastanza costoso. Tanto più se si considera che viene finemente lavorato per dar vita a un bracciale in maglia milanese.

    Considerazioni e prezzi

    La serie Omega Seamaster Diver 300M è fra le più apprezzate sul panorama degli orologi subacquei di alta orologeria. L’ampia varietà di materiali e colori che si ritrovano in collezione (al momento in cui scrivo conta quasi 60 referenze) permette a chiunque di individuare la propria combinazione preferita. L’abbinamento del Bronze Gold con il quadrante nero e la lunetta borgogna a mio avviso è particolarmente azzeccato. Il contrasto cromatico si accentua ancora di più nel modello con cinturino nero in caucciù. I prezzi sono quelli a cui Omega ci ha ormai abituati: 15.600 euro per la referenza col cinturino; 31.200 euro per quella col bracciale.

  • Omega Seamaster 007: l’orologio di Bond, James Bond

    Omega Seamaster 007: l’orologio di Bond, James Bond

    Ho già scritto molto sul film, sul personaggio e sul suo rapporto con Omega. Detto questo, passiamo all’orologio.
    Mai come questa volta il concetto di “Bond Watch” è stato vicino al pubblico comune, a tutti noi. E questo – lo dico subito – mi piace. Mi piace sia questo concetto, sia l’orologio. Mi lascia più freddo il lunghissimo nome (Omega Seamaster Diver 300m Co‑Axial Master Chronometer 42 mm 007 Edition) che preferisco abbreviare in Omega Seamaster 007.

    Ma come, mi dirai, tu che hai sempre detto di non voler intervenire sui gusti estetici, mi cadi sull’orologio di 007 dicendo che ti piace? È vero, ti rispondo. Hai ragione. Ma a parte il fatto che l’eccezione conferma la regola, in questo caso dovete un po’ difendervi da quel che dico, almeno relativamente all’estetica “pura”. Effettivamente le mie perversioni relative al gusto non sono poche e potrebbero spingermi in direzioni da non condividere. Mi piace, sì, ma io mi riferisco soprattutto a quella parte di estetica che sconfina con la tecnica, trovando in questo caso un equilibrio interessante.

    Bilanciamento tecnico-estetico

    Sembra il solito Seamaster, ma non lo è. Parlo di estetica. Il bracciale, ad esempio. Per trovarne uno simile (ma non uguale) in maglia milanese di titanio bisogna andare sul Seamaster Ploprof 1200m. Che però non ha quell’effetto di “pressato” che rende l’Omega Seamaster 007 più comodo al polso del Ploprof. Probabilmente il Ploprof ha bisogno di un bracciale più sviluppato in verticale rispetto a quanto avviene sul Seamaster 007. Altrimenti tende a sbilanciarsi sul polso. Non che un cinturino in maglia milanese sia particolarmente originale, lo so, ma se è realizzato in filo di titanio lo diventa. Non voglio dire che quello dei due orologi citati (Ploprof e 007) sia unico, ma raro, rarissimo, lo è di certo.

    E poi – attenti – non è che la cassa dell’Omega Seamaster 007 sia di quelle che vedi tutti i giorni. Per trovare una cassa in titanio del diametro di 42 millimetri, devi scomodare il modello in titanio (appunto) e tantalio, che però ha un cinturino totalmente diverso, meno originale. E comunque qui la cassa è stata rivista e modificata nelle dimensioni. Non parlo di diametro, ma di spessore. Il “trucco” sta nell’aver utilizzato non il solito vetro bombato, ma uno di quelli, sempre in zaffiro sintetico, a forte curvatura periferica. Un vetro “box”, tanto per intenderci.

    Non è un cambiamento di poco conto. Perché questo minor spessore della cassa, unito al minor peso del titanio, rende più stuzzicante alternare l’uso del bracciale con quello di un cinturino Nato. Che è una buona idea non solo per risparmiare più di mille euro: l’Omega Seamaster Diver 300m Co‑Axial Master Chronometer 42 mm 007 Edition costa 9.200 euro che scendono a 8.100 per quella con cinturino Nato. Ma anche per scapricciarsi con varianti cromatiche personali. Altre notazioni tecniche le lascio, come al solito, per le didascalie alle foto, così non appesantisco troppo il testo.

    L’Omega Seamaster 007: caratteristiche…

    Parlando in generale, l’Omega Seamaster 007 non si discosta poi molto dalla collezione Seamaster di serie. Anche se l’impressione è che alcuni dettagli potrebbero far parte di una evoluzione gradualmente applicata a tutti i modelli.

    L’Omega Seamaster 300m è una collezione d’orologi con tenuta stagna garantita, appunto, fino alla pressione di 30 atmosfere. Tanta impermeabilità serve davvero a chi scende in profondità con uno scafandro sul quale è fissato l’orologio, oppure per chi lavora in ambienti iperbarici “asciutti”. Non a caso è presente la valvola di decompressione, che serve per la fuoriuscita dell’elio eventualmente penetrato nella cassa: di solito in quelle condizioni si respira infatti una miscela di ossigeno ed elio.

    La valvola non è automatica, ossia non è composta da una molla che scatta da sé quando la pressione interna alla cassa supera di circa 3 atmosfere la pressione esterna alla cassa. Si tratta di una scelta spesso effettuata da professionisti che preferiscono fidarsi di sé stessi piuttosto che di una molla non direttamente controllabile. Che, magari nel tempo, potrebbe bloccarsi o avere difficoltà nel tornare in sede dopo l’uso. La soluzione manuale viene semplicemente considerata più affidabile da molti professionisti. Ma solo perché più facilmente controllabile.

    …e dettagli che mi piacciono

    Un altro dettaglio molto interessante dell’Omega Seamaster 007 è l’uso del Super-LumiNova di un colore definito “vintage”. Un color sabbia che al buio si illumina tutto di azzurro, eccezion fatta per il punto luminescente al 12, sulla lunetta girevole, e per la lancetta dei minuti. In questo caso al buio il colore è verde.

    Personalmente, poi, apprezzo moltissimo la chiusura Naiad del fondello. Si tratta di una variante della chiusura a baionetta, apprezzabile non soltanto perché consente di posizionare in modo sempre uguale il fondello (cosa che con quelli avvitati è di fatto impossibile), ma anche perché elimina il rischio di maltrattamenti alla guarnizione di tenuta.

    Una bella soluzione che sarebbe fantastico adattare un giorno anche sulla corona. Oggi come oggi è praticamente impossibile per via del rapporto fra dimensioni e robustezza del dispositivo; ma sembra che in parecchi ci stiano lavorando attivamente e magari gli sforzi saranno coronati da successo. Jaeger-LeCoultre aveva proposto anni fa la chiusura Compressor, ma sembra averla abbandonata proprio per le critiche sulle “eccessive” dimensioni.

    Due parole sul titanio

    Negli orologi vengono generalmente utilizzate leghe di titanio fra la 2 e la 5. La scelta viene fatta, di solito, in base ad esigenze di lavorazione (la 2, ad esempio, viene considerata dai tecnici più facile da spazzolare, la 5 più facile da lucidare) e meno in relazione alla resistenza, che comunque è elevatissima. Il titanio più puro va dal grado 1 al 4, ma non è detto che sia la purezza a determinarne il valore. Dal grado 5 iniziano le leghe che si suddividono in una enorme quantità di gradi. Circa 40, ma la catalogazione delle leghe è in continua evoluzione.

    Ognuno di questi gradi, più o meno come avviene per la catalogazione degli acciai, ha poi la possibilità di trasformarsi in varianti concepite per usi specifici. Ad esempio, sia l’acciaio 316L (usato da quasi tutta l’industria orologiera) che il 904H (usato quasi esclusivamente da Rolex) sono leghe “di base” sulle quali le singole marche possono chiedere ai fornitori specifiche varianti. Altrettanto avviene per il titanio, con la differenza di una situazione che oggi appare ancora molto aperta a soluzioni sperimentali.

    Riguardo al Seamaster 007, in cui Omega ha utilizzato un titanio grado 2, mi chiedo con quale diavolo di pressione e temperatura si sia riusciti a dare al bracciale l’effetto “appiattito” che non era presente nel Ploprof. E mi chiedo anche come si sia riusciti a lavorare le piccole parti che compongono la chiusura pieghevole del bracciale. Ma io sono solo un divulgatore, non un tecnico specifico. Io posso solo notare e far notare alcuni dettagli. Sui quali però mi riprometto di tornare.

    Il Calibro 8806

    È una variante aggiornata del Calibro 8806, uno dei migliori movimenti meccanici industriali – se non il migliore – attualmente in produzione. Spirale in silicio, bilanciere ad inerzia variabile, scappamento Co-Axial, automatismo di carica efficace in entrambe le direzioni, anti-magnetismo ai massimi livelli, finitura di notevole qualità… È un movimento che Omega utilizza in una vasta gamma di orologi, che spazia dal Railmaster al Seamaster 007, appunto.

    Ah, dimenticavo che la frequenza di funzionamento è di 25.200 alternanze/ora. Ma la percezione – guardando la lancetta dei secondi – è di una velocità superiore, perché il Co-Axial fornisce alla ruota di scappamento tre impulsi ad alternanza invece dei soliti due. La differenza con il Calibro è l’assenza di datario. Una scelta che condivido dal momento che il datario (piccolo) è una delle poche cose migliorabili di questo movimento. Sul quale c’è ben poco da dire: frutto di investimenti colossali, è ai massimi livelli, almeno per quanto riguarda la produzione industriale. Ho provato a sottoporlo a parecchie “torture” (qui abbiamo verificato la resistenza ai campi magnetici di un suo “cugino”), ma senza mai riuscire a metterlo in crisi.

    L’Omega Seamaster 007 insomma è un orologio degno di Bond, James Bond. Ma soprattutto degno del nostro polso, anche in virtù di un rapporto eccellente fra prezzo e qualità.

  • James Bond, Omega e il tempo (per morire) che non c’è

    James Bond, Omega e il tempo (per morire) che non c’è

    Omega entra nella vita di James Bond in una fase avanzata della sua maturità: l’agente segreto ne ha già passate tante e le esperienze ne hanno mutato il carattere. Si intuisce, insomma, la dimensione profonda che prenderà di lì a qualche tempo. E sceglie il proprio orologio al di fuori di ogni schema, di ogni moda, di ogni consuetudine.

    Parlare di James Bond come fosse una persona reale può apparire strano: tutti sappiamo che si tratta di un personaggio nato dalla fantasia di Ian Fleming. Al tempo stesso è uno dei rari personaggi “di fantasia” a possedere una tridimensionalità, una completezza rara per i protagonisti della letteratura e del cinema.

    Una profondità di campo che ha origini precise: Ian Fleming – che non è certo un grande scrittore, ma piuttosto un affabulatore di grande fascino – usa molti elementi autobiografici, sui quali innesta i propri desideri (Bond è quel che Fleming sogna d’essere). Vi aggiunge probabilmente alcuni ricordi del fratello maggiore (Robert Peter Fleming, vero agente dell’MI6 ed anche lui scrittore). Per spingersi infine nel tentativo di trasformare se stesso in Bond, innescando un logico processo distruttivo che lo porterà a morire giovane, d’infarto, e comunque molto, molto prima di Bond, James Bond.

    Fleming muore nel 1964, mentre al cinema impazza Goldfinger, il terzo film della serie. Wikipedia apre la biografia dello scrittore con una frase tanto melodrammatica da far comprendere in quale misura Bond e Fleming si fossero fusi. Nella fantasia di Fleming, ovviamente. “I have always smoked and drunk and loved too much. In fact I have lived not too long but too much. One day the Iron Crab will get me. Then I shall have died of living too much”. (“Ho sempre fumato e bevuto e amato troppo. In effetti ho vissuto non troppo a lungo, ma troppo. Un giorno il Granchio d’acciaio mi agguanterà. Allora sarò morto per troppo vivere”).

    La profondità del personaggio

    Bond, James Bond nasce da questo mosaico d’elementi. Ed è un personaggio di forza straordinaria, a patto però di avere un interprete completo, in grado di rendere, sia pure senza velleità intellettuali, questa completezza.

    Il lusso è importante, per Bond, forse addirittura essenziale, ma c’è anche la profondità del Bello che viene prima del Costoso. Quando deve servire la patria Bond lo fa senza limiti e senza risparmiarsi scomodità e ristrettezze, perché sa sempre scovare qualcosa di buono, un lusso, appunto, anche nella periferia economica del mondo.

    Persino quando usa il proprio fascino sulle donne Bond non è un banale sciupafemmine: attira l’attenzione con il suo aspetto, certo, ma conquista le Bond girls con qualcosa di ben più profondo della comune seduzione fisica. Nei film c’è sempre un momento magico in cui non si uniscono solo i corpi, ma si instaura una profonda sintonia di cuore e mente. Bond non è un volgare collezionista di donne, ma un serio amante; talvolta estemporaneo, come usava a quei tempi, però un amante che incide spesso sulla vita delle Bond girls; e fa persino affiorare il buono che c’è nelle eroine apparentemente negative, talvolta facendole cambiare in modo radicale. Bond, James Bond rispetta le donne e loro se ne rendono conto. Non è un volgare ammaina mutande, lui.

    Bond quello vero, e Bond quelli finti

    Ma c’è pure, sempre, un velo di sarcasmo. Che è sostanziale. Molti lo definiscono humour britannico, ma ancora una volta la realtà di Bond è più complessa del British style. Del resto non è un caso se Sean Connery era scozzese fino al midollo, la meteora George Lazenby australiano, Dalton gallese, Brosnan irlandese e Craig cresce in quel laboratorio di personalità umane che è Liverpool.

    Solo Roger Moore è un vero British, ma ciò non porta nulla di buono. Benché il Bond di Moore sia piuttosto apprezzato nei “leggeri” anni Ottanta, c’è qualcosa in lui che non torna. Non è il fisico da “bello, sì, ma con preoccupante tendenza alla pinguedine”; e forse non è nemmeno quel tocco caricaturale da londinese un po’ arrogante. Piuttosto Moore è Roger Moore che finge d’essere James Bond: piace a chi sogna d’essere un agente segreto, ma toglie spessore, toglie vita al personaggio.

    Moore, che pure sarà Bond per sette volte (un primato) delude. Ma certo non quanto Timothy Dalton che, pur essendo un buon attore, “entra” in Bond come l’olio nell’aceto. Un’esperienza fallimentare che dura due film soltanto (nel 1987 e 1989) e richiede un’indispensabile pausa rigenerativa di sei anni. Solo il tempo fa metabolizzare certe brutte esperienze.

    Omega adotta Bond, James Bond

    Bond rinasce nel 1995, sorprendentemente, con Pierce Brosnan. La sorpresa, in realtà, è solo per il pubblico: la produzione ci crede tanto da combattere ferocemente per avere Brosnan, allora ingabbiato da problemi contrattuali. Ma dovrà aspettare più di due anni per ottenerlo. I produttori sanno che Brosnan è quello giusto: riesce ad avere le due espressioni essenziali di Bond (sarcastica e seria), senza bisogno di recitare, perché le ha fin dalla nascita. Il sopracciglio mobile ma non altezzoso, già usato espressivamente da Sean Connery, fa tornare Bond ad essere persona più che personaggio.

    E Brosnan non è una sorpresa nemmeno per Omega, che proprio a partire da lui adotta James Bond. “Adotta” non è una parola esagerata perché quella di Omega non è una semplice sponsorizzazione, che altrimenti verrebbe usata in ben altro modo. Bond non sventola il proprio orologio come faceva l’attore Moore, ma lo tiene al polso come ciascuno di noi. È una parte di sé che non ha bisogno d’ostentare e che entra in azione solo se e quando la storia lo richiede. Non è una scelta da poco, negli anni in cui la televisione ci ha ormai abituati a continue interruzioni pubblicitarie e a un product placement spudorato.

    Omega non lavora con Brosnan, non “compra” Brosnan né il personaggio. Il Seamaster di Bond è una presenza discreta (come nella vita di qualunque persona al mondo) che entra in scena poche volte, solo quando è necessario. Bond, lo capiscono tutti, non passa la vita a consultare il proprio orologio, nemmeno per esigenze commerciali. Ed è interessante notare che i tanti Bond watches prodotti da Omega in serie speciale non compaiono quasi mai nei film: sono edizioni speciali per i collezionisti, che proprio per questo li apprezzano. Bond, James Bond, solitamente porta al polso un modello rigorosamente di serie.

    James Bond e Nicolas G. Hayek

    Si può obiettare che tanta discrezione potrebbe non essere farina del sacco di Omega: magari è stata imposta dai produttori. Ma la cosa non è credibile sia alla luce dei non brillanti trascorsi immediati (due film oggettivamente scarsi e sei anni di pausa per farli dimenticare) che in relazione alle abitudini dell’epoca. Nessuno dirà mai la verità sull’argomento, ma è probabile che, al momento del contratto, si sia parlato molto di Bond e poco di invadenti presenze pubblicitarie. Tutto lascia supporre, insomma, che il rispetto dei produttori per James Bond sia stato serenamente condiviso dai dirigenti di Omega. E io ne ho la prova indiziaria.

    Durante una manifestazione a Bregenz, Austria, nel settembre 2008, venne presentata una collezione di Swatch ispirati ai cattivi dei film di Bond, alcuni dei quali erano presenti a firmare i “loro” orologi. Nell’intervista a Nicolas Hayek (intervista che verteva più che altro su temi economici: Hayek aveva previsto l’entità della crisi economica allora alle porte) feci anche domande “di alleggerimento”: gli chiesi, ad esempio, se ci sarebbero stati orologi dedicati alle Bond girls. Mi guardò stupito: «Ma sei pazzo, Augusto? Bond è un gentiluomo: non lo permetterebbe mai».

    Poco dopo chiesi se potesse aver senso uno Swatch Bond. «Credo di no», mi rispose Hayek. «Bond ha uno stile di vita che non gli consente distrazioni. Il pericolo, per lui, può arrivare in qualunque momento e quindi ha bisogno di un orologio pressoché indistruttibile in ogni istante. Lui non può permettersi preziosi orologi complicati, eleganti ultrasottili e nemmeno momenti di gioco con Swatch: ne va della sua vita».

    Anche per Hayek (proprietario, fra l’altro, di Omega come di Swatch) Bond, James Bond, era prima personalità a tutto tondo e poi personaggio. Una personalità così forte che quando il vero (vero?) James Bond, un ornitologo piuttosto apprezzato cui Fleming aveva scippato il nome (il suo libro Birds of the West Indies, compare nella scena iniziale di Die Another Day – La morte può attendere), presentò il passaporto al gate di un aeroporto, gli venne negato l’imbarco. Bond, James Bond, era un altro e lui un impostore tanto fuori di zucca che avrebbe anche potuto presentarsi con i documenti di Napoleone o Leonardo da Vinci.

    E poi arriva Craig il misterioso

    Dopo quattro film, Pierce Brosnan lascia Bond a Daniel Craig. Comincia con il rifacimento di Casino Royale (2006), di cui c’era una versione televisiva del ’54 ed una comica del ’67, con David Niven. Il giovane Bond si guadagna il doppio zero della licenza d’uccidere. Contestato dai fan prima dell’uscita del film, Craig ad alcuni appare subito dopo tanto credibile da far sospettare d’essere il migliore in assoluto.

    Il film successivo, Quantum of Solace (2008), conferma la maggior profondità di campo del Bond/Craig. È un film di vendetta, con aspetti cupi, ma sembra anche essere quello in cui Bond, ancora giovane, perde la spensieratezza per acquisire un cinismo talvolta così disperato da apparire debolezza umana. Parte delle riprese si svolge in quella stessa Bregenz in cui, pochi mesi dopo, Nicolas Hayek presenterà gli Swatch dei “cattivi”.

    Infine, Skyfall (2012) e Spectre (2015). In quattro film con Daniel Craig, Bond passa dalla giovinezza alla fase matura della vita; dall’entusiasmo alla testardaggine di un uomo adulto che vorrebbe portare a termine il proprio lavoro (liberare il mondo dai cattivi) pur rendendosi conto che è impossibile.

    È questo l’uomo di cui Omega condivide con grande rispetto l’evoluzione. L’impressione è che sarebbe ormai sciocco parlare di sponsorizzazione: Bond, semmai, sembra scegliere da sé l’orologio di una marca che, nella sua lunga storia, ha raggiunto una maturità stabile; eppure, ancor ricca di futuro. Come lui.

    Perché è Lui, qualunque maschera indossi, comunque si travesta (da bolso Moore, da ironico Brosnan o da saggio Craig), che osserviamo sullo schermo, con ammirazione crescente. Lui, Mister Bond, James Bond. Che torna a fine settembre 2021 con No Time to Die, 25° episodio della vita di Bond, quinto e ultimo film di Daniel Craig come agente 007, nel quale… Muore o non muore? Non voglio anticipare nulla, ma solo suggerirvi di andare a leggere il testo della canzone di Billie Eilish.

    Detto questo, la prossima volta parliamo dell’orologio.

  • Torna Bond con il suo Seamaster. E Omega lo anticipa con uno spot tv

    Torna Bond con il suo Seamaster. E Omega lo anticipa con uno spot tv

    Eccolo finalmente! Con tutti gli scongiuri del caso, dal 30 settembre (dall’8 ottobre negli Stati Uniti) arriverà al cinema l’ultimo sofferto episodio della serie 007 No time to die. In coincidenza con l’evento – ma con qualche settimana di anticipo sulla data di uscita della pellicola in sala – Omega lancia la nuova campagna dedicata al Seamaster Diver 300M 007 Edition. Come abbiamo già avuto modo di scrivere qui, è infatti questo l’orologio che vedremo al polso di James Bond in azione nella sua 25a avventura. Le caratteristiche dell’esemplare realizzato dalla casa orologiera svizzera sono anticipate nel nuovo spot televisivo.

    Cassa di 42 mm di diametro e bracciale in maglia milanese, il Seamaster Diver 300M 007 Edition è interamente realizzato in titanio (grado 2). Il movimento è il calibro 8806 Co-Axial Master Chronometer, con scappamento Co-Axial, spirale in silicio e 55 ore di autonomia. A carica automatica, è certificato cronometro dal Metas; ha superato cioè i severi test imposti dall’Istituto svizzero di metrologia circa precisione, affidabilità e resistenza ai campi magnetici, certificati fino a 15mila gauss. È quindi perfetto per resistere alle acrobatiche azioni che impegneranno l’agente segreto nato dalla penna di Ian Fleming in missione dalla Giamaica a Londra, dai Sassi di Matera alla Norvegia.

    Lo spot televisivo del Seamaster Diver 300M 007 Edition offre un eloquente spoiler di quanto ci attende sul grande schermo. Le immagini derivano infatti direttamente dalla pellicola diretta da Cary Joji Fukunaga e mostrano il cast completo degli attori. Daniel Craig, protagonista per la quinta volta consecutiva nei panni dell’agente segreto James Bond 007. Rami Malek (premio Oscar per Bohemian Rapsody) nella parte del super-cattivo Safin. Ralph Fiennes nel ruolo di M. Léa Seydoux nei panni della donna di Bond, Madeline Swann. E poi Naomie Harris nel ruolo di Miss Moneypenny e la nuova Bond Girl Ana De Armas.

    A causa della pandemia, l’uscita al cinema di No time to die è saltata più volte, e posticipata dal mese di aprile del 2020 fino a questi giorni. E sarà molto probabilmente anche l’ultima volta che vedremo l’attore inglese Daniel Craig interpretare il rude James Bond. In molti stanno infatti puntando su Regé Jean-Page, super-sexy e garbato duca di Hastings della serie Netflix Bridgerton, come futuro interprete di 007. Nel caso, vedremo con quale stile porterà al polso il prossimo Omega a tema. 

    Omega firma, infatti, gli orologi dell’agente segreto al servizio di sua Maestà fin da GoldenEye, avventura del 1995. E da allora il Seamaster fa parte dei must di Bond, insieme alle Aston Martin e al Vesper Martini. Ma ne riparleremo. L’importante è poter finalmente andare al cinema per vedere sul grande schermo No time to die (e gustare la colonna sonora interpretata dal nuovo fenomeno della musica pop Billie Eilish). Nell’attesa possiamo goderci la nuova campagna di Omega, anche sui social. Mentre quei fortunati dei londinesi – fino al 12 settembre – vedono la proiezione dello spot sugli schermi giganti di Piccadilly Circus.

  • Hamilton PSR, il ritorno al futuro del Pulsar

    Hamilton PSR, il ritorno al futuro del Pulsar

    Un’allerta per gli appassionati dello stile vintage: è uscito l’Hamilton PSR. Ovvero una fedele riedizione dell’Hamilton Pulsar Time Computer, il primo orologio digitale della storia. Negli anni Settanta, il non plus ultra della modernità: con la cassa a televisore e le cifre rosse sul quadrante, per l’epoca era un oggetto avveniristico, simbolo di quell’era spaziale che dominava cronache e costumi.

    Già dal nome: le pulsar sono stelle di neutroni dalla densità enorme, in cui la rotazione e il campo elettromagnetico provocano l’emissione di onde radio a intervalli regolari, estremamente precisi. Un oggetto cosmico che sembra frutto della fantascienza, proprio come l’esemplare di Hamilton. Lo definivano un “computer da polso allo stato solido”. E doveva essere davvero eccezionale, visto che a quel tempo l’ingombro di un computer occupava almeno mezzo tavolo.

    Presentato con una conferenza stampa all’Hotel Four Seasons di New York il 6 maggio 1970, il Pulsar apparve subito come qualcosa di innovativo, una tecnologia senza precedenti. Non solo era animato da un movimento al quarzo (allora all’avanguardia), ma era privo di lancette e ticchettii. Al posto del tradizionale quadrante, aveva un display nero in cui comparivano (su richiesta) i Led rossi delle indicazioni orarie.

    Bastava infatti premere il pulsante sulla cassa (alle ore 6) per visualizzare ore e minuti; se poi si prolungava il tempo di pressione, ecco anche i secondi. Il consumo eccessivo di energia da parte dei Led (la sigla sta per Light Emitting Diodes, in italiano diodi a emissione di luce) e la scarsa durata delle batterie d’antan non consentivano infatti di mostrare l’orario in modo permanente.

    Comunque, con quelle inedite indicazioni digitali che sembravano ipnotizzare lo sguardo, il Pulsar cambiò davvero il modo di leggere l’ora. Ed ebbe un tale effetto a livello sociale da entrare a far parte degli strumenti per la misura del tempo esposti allo Smithsonian Institution, il più importante istituto di istruzione e di ricerca americano.

    Il primo modello, chiamato P1, venne messo in commercio nel 1972. Il lancio conobbe un’ampia eco, con numerosi passaggi televisivi – come l’apparizione al “Tonight Show” di Johnny Carson – che ne accrebbero la notorietà. Anche se, a dire il vero, non era proprio alla portata di tutti. Realizzato interamente in oro giallo e in una serie limitata di 400 esemplari, aveva un prezzo di 2.100 dollari. Per intenderci, costava 10 volte un Rolex Submariner, più di un’automobile come la Ford Pinto.

    Alla fine del 1972, poi, uscì il P2, con la cassa leggermente arrotondata, il pulsante sulla carrure a destra, e il modulo elettronico perfezionato. Fu prodotto in diversi materiali, anche in acciaio (con un prezzo di 295 dollari, che comunque non erano pochi, per un orologio). Ed ebbe un successo notevole: lo acquistarono nelle tante varianti numerosi personaggi celebri – da Keith Richard a Elton John, da Sammy Davis Jr. fino al Presidente degli Stati Uniti Gerald Ford o allo Scià di Persia. E, in Italia, Gianni Agnelli.

    Ebbe perfino un cammeo nel film di 007 “Vivi e lascia morire”, del 1973, in cui appare, nelle scene iniziali, al polso di James Bond/Roger Moore. Che viene svegliato da un campanello insistente prima dell’alba, mentre è in dolce compagnia; e, per vedere l’ora, illumina il display in cui risaltano con nitidezza le 5:48. (A riprova, se mai ce ne fosse bisogno, del legame storico che esiste fra Hamilton e il mondo di Hollywood).

    Nonostante il successo, però, nel 1977/78 il marchio Pulsar è acquisito dalla Seiko, che ne possiede tuttora i diritti legali (anche se lo utilizza per modelli di fascia bassa di tipo analogico). Per questo, nel 2010, in occasione dei 40 anni del primo esemplare digitale a Led, Hamilton creò un esemplare celebrativo, ma lo chiamò Pulsomatic. Ispirato nell’estetica al famoso predecessore, il Pulsomatic aveva però un formato più grande e un movimento meccanico a carica automatica.

    E siamo a oggi. Il nuovo Hamilton PSR festeggia il 50° anniversario del Pulsar, di cui è una versione aggiornata ma più coerente con l’originale. La cassa ha le stesse dimensioni (40,8 x 37,4 mm) e la stessa forma a televisione. Ed è sempre equipaggiata da un modulo elettronico, anche se ora è fabbricato in Svizzera, all’interno di Swatch Group. Ovviamente di moderna concezione (e precisione), ha preso il posto di quello con 25 chip integrati e uno scarto di un minuto l’anno, montato in passato.

    Ma la tecnologia attuale comporta inevitabili differenze che ne migliorano le prestazioni. L’impermeabilità dell’Hamilton PSR ora raggiunge le 10 atmosfere (contro le 3 del passato); il vetro zaffiro si trova al posto di quello minerale; un display ibrido Oled/Lcd a basso consumo ha sostituito il vecchio a Led e offre una lettura perfetta in tutte le condizioni di luce, anche in pieno giorno; la batteria del quarzo ha una durata di 5 anni.

    Una differenza notevole rispetto al passato riguarda la regolazione dell’orario. I primi modelli avevano infatti un insolito sistema magnetico in grado di modificare la progressione delle indicazioni. La parte bassa del fondello ospitava infatti due zone preposte all’avanzare delle ore e dei minuti, su cui si agiva tramite un piccolo magnete, che si smontava  dall’interno del bracciale (più precisamente era inserito nella fibbia). Ora invece la regolazione avviene “normalmente”, attraverso il pulsante posto sulla carrure a ore 3.

    Il nuovo Hamilton PSR è declinato in due versioni. La prima, “di serie”, è interamente in acciaio spazzolato e ha un prezzo al pubblico di 695 euro. La seconda, in edizione limitata di 1970 esemplari, è invece in acciaio Pvd oro giallo e costa 945 euro. Entrambe sono già in vendita presso i concessionari e sul sito di e-commerce del marchio. 

  • Amarcord: gli orologi di 007 “Thunderball”

    Amarcord: gli orologi di 007 “Thunderball”

    Proseguono i racconti sull’orologeria del nostro storico, Giampiero Negretti. Che, dopo aver rivisto “Thunderball” alla tv, si concede alcune divertenti considerazioni sul quarto episodio della saga dell’agente segreto più famoso del mondo

    Probabilmente lo sarebbe diventato già di suo. Ma il fatto di essere apparso al polso di Sean Connery durante le riprese del film Dr. No del 1962 lo ha reso famoso, più di una celebrità. Tanto che quel modello di Rolex da allora è noto con il soprannome di Submariner James Bond. Ora, prima che Omega monopolizzasse in pratica tutti i polsi degli attori che hanno successivamente interpretato 007, sono stati diversi gli orologi che hanno avuto un ruolo nel corso della lunga – forse fin troppo, visto che continua – saga dedicata all’agente con licenza di uccidere.

    Ma il punto non è questo: per conoscere nomi e modelli, infatti, basta cercare su internet per trovare di tutto e anche di più. La riflessione attuale deriva invece da una recente visione di Thunderball, operazione tuono girato nel 1965; e, dato che siamo in piena estate e anche i programmisti sono in vacanza, replicato più volte in televisione. Ebbene, nel rivederlo mi sono accorto non solo che in un ipotetico derby Breitling batte Rolex 2 a 1, ma anche di numerose disattenzioni da parte del regista stesso, dei suoi assistenti o del montaggio.

    Il Rolex che vi appare è il Submariner 6358: lo stesso – solo come referenza, sia chiaro, perché non è detto che sia proprio quello – del Dr. No. Però ha un ruolo altalenante perché scompare quando dovrebbe esserci e viceversa. Mi spiego meglio. In Thunderball vi sono alcune scene – come quella in cui Connery si tuffa e nuota verso la base della Spectre – in cui l’attore entra in acqua senza orologio, poi riemerge e ce l’ha al polso. Poi l’orologio scompare nuovamente per riapparire più tardi. Oppure – nel caso la memoria mi tradisca – avviene il contrario: Bond si tuffa con l’orologio e quando esce dall’acqua non ce l’ha. In ogni caso, il fatto è curioso, no?

    Quanto a Breitling, due sono i modelli che figurano nel cast di Thunderball. Uno è il Navitimer 806, che appare una prima volta al polso di un pilota che poi sarà ucciso e sostituito da un sosia; e un’altra verso la fine del film, quando Bond consegna alla sorella del pilota l’orologio che lui ha strappato dal polso del sosia, ucciso a sua volta (dai suoi complici della Spectre, però, non da 007). L’altro è un cronografo a due contatori della collezione Top Time, cui è stata sovrapposta una grande sovracassa di forma tonneau e che nel film funge anche da contatore Geiger.

    Quindi l’ipotetica partita delle presenze relativamente alle marche finisce 2 a 1 per Breitling. Che però, provvisoriamente, si aggiudica anche il derby del prezzo. Infatti, il Submariner 6358 – che si suppone soltanto sia stato proprio quello del film Dr. No – è stato venduto in asta anni addietro per circa 60.000 dollari. Mentre del Breitling contatore Geiger si persero le tracce per anni, fino a quando non venne fortunosamente scovato in un mercato delle pulci e comprato per 25 sterline. Messo successivamente all’asta, ha spuntato ben 160.000 dollari. Ma la partita è ancora aperta, perché pare che il James Bond Submariner di cui sopra venga nuovamente messo all’incanto. Solo allora si saprà chi ha veramente vinto.

  • Seamaster Diver 300M, il subacqueo secondo Omega

    Seamaster Diver 300M, il subacqueo secondo Omega

    Il 2018 che si avvia a concludersi ha marcato i primi 25 anni del Seamaster Diver 300M, modello professionale di Omega ben conosciuto tra gli appassionati del genere in quanto titolare, a suo modo, di un “brevetto” da sub. Ora, va da sé che oggi la tendenza è quella di festeggiare ogni minima ricorrenza, e che un quarto di secolo costituisce sicuramente un discreto traguardo, ma in fondo è anche vero che, a ben vedere, a livello anagrafico la longevità del Diver 300M non rappresenta certo un primato tale da essere inciso nella pietra ad imperitura memoria.

    Perché allora tanta risonanza? Perché a voler essere pignoli, per la collezione, l’anno in corso ha riservato una serie di celebrazioni a matrioska. I 25 anni del Seamaster Diver 300M vanno ricercate infatti all’interno di quelle per i primi 60 anni del Seamaster 300, che a loro volta ricadono all’interno di quelle dei 70 del Seamaster, il primo Seamaster (per chi volesse approfondire l’argomento consigliamo di farlo attraverso le pagine della monografia dedicata fresca di stampa). Quello cioè nato nel ’48, alla fine della guerra, sulla sponda dell’expertise maturato dalla marca durante il conflitto. Subacqueo sì, in quanto capace di difendersi dall’acqua (come i capitolati degli eserciti esigevano che fosse), ma insospettabile, in quanto non ancora “diver”. Qualifica ricevuta solo 10 anni dopo, come detto, con il “300”, vero predecessore della collezione contemporanea.

    Di stazioni intermedie, dagli Anni 60 ad oggi, ce ne sono poi state tante, e i modelli Seamaster – quelli destinati alle immersioni – sono arrivati gradualmente a spingersi a profondità via via sempre superiori (o sarebbe meglio dire, a resistere a pressioni via via sempre maggiori), eppure tra questi il “300” ha sempre mantenuto uno status a suo modo unico. Perché prima di tutto ha sempre rappresentato un buon compromesso. Resistente, insomma, ma non esasperato. E, di conseguenza, relativamente costoso (anche da produrre) ma non inarrivabile. Un perfetto modello commerciale, insomma, spendibile in virtù della sua sportività anche con chi non lo avrebbe mai indossato nemmeno in una vasca da bagno.

    Poi è anche vero che per fare carriera bisogna spesso nascere con la camicia. Ed è quello che è successo al “nostro” Seamaster Diver 300M. Quando nel 1993, ossia 25 anni fa, a Bienne ci si siede a un tavolo per siglare l’accordo che avrebbe legato la marca a Mr. James Bond, emerge infatti come diretta conseguenza la necessità di ricercare una collezione pertinente da associare al personaggio. Scartato lo Speedmaster, già forte di suo grazie all’heritage derivato dal suo impiego nelle missioni spaziali, la scelta ricade così quasi automaticamente sul Diver 300M. È fresco di fabbrica, è sporty-elegant, ed è anche legato al mare, cosa che va a braccetto con i gradi ottenuti al servizio della Royal Navy del comandante Bond. Di punto in bianco anche il Seamaster Diver 300M si lega insomma ad una storia di successo.

    Da quel giorno, nonostante l’arrivo nella collezione di modelli come l’Aqua Terra o il Planet Ocean, nell’immaginario collettivo il vero Seamaster è sempre lui, il Diver 300M. Che ora, appunto, è tornato. Identico a se stesso, o forse no. Perché se un prodotto è a suo modo iconico, è più che comprensibile che si presenti relativamente “conservatore” sul fronte dell’approccio