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Tag: Le cronache di PDV

  • Le cronache di PDV. A Milano, serata Omega a Villa Necchi Campiglio

    Le cronache di PDV. A Milano, serata Omega a Villa Necchi Campiglio

    Terminata l’emergenza pandemica che aveva impedito lo svolgersi di meeting ed eventi mondani, riprendiamo Le cronache di PDV, interrotte a febbraio dello scorso anno. Ovvero i racconti del nostro inviato, Paolo De Vecchi, che condividerà con voi i suoi Percorsi di Viaggio. A cominciare da questa esclusiva serata Omega

    Le cronache di PDV – Percorsi di Viaggio XVII

    Lo scorso giovedì 23 settembre, a Milano, si è tenuta la presentazione di un nuovo modello Omega, lo Speedmaster Chronoscope. Rivolta a piccoli gruppi di giornalisti sia italiani che stranieri presso l’Hotel Il Duca, è stata organizzata dallo staff (al gran completo) che eravamo abituati a vedere in occasione di Baselworld. Un gradito ritorno al futuro di quella che si preannuncia essere la rinnovata e reinventata normalità. Con la ripresa degli incontri per l’esposizione e la spiegazione delle novità, ulteriormente rafforzati da un evento internazionale. La serata Omega, con il Presidente e Amministratore delegato Raynald Aeschlimann a fare da padrone di casa, era immersa in un meraviglioso contesto che ne ha esaltato la bellezza.

    La serata Omega a Villa Necchi Campiglio

    Il momento culminante è stato infatti l’appuntamento a Villa Necchi Campiglio, con la suggestione del farsi sera nell’incantevole giardino con piscina e una miriade di candele accese. E poi la possibilità di visitare quella è stata un’abitazione a lungo vissuta dalla ricca borghesia industriale milanese. Una casa su due piani, progettata nel 1930 dall’architetto Piero Portaluppi, uno dei massimi interpreti del Razionalismo Italiano. Percorrendone le sale, si percepisce ancora l’eco del bel vivere dei proprietari. Tra la passione collezionistica per oggetti e opere d’arte, la cura per la “moderna” coerenza dell’arredamento e i fastosi ricevimenti con amici e personalità nei più disparati campi.

    Nella piacevolezza del clima settembrino, non più caldo né umido, la cena è stata servita in una struttura creata per l’occasione nel giardino. Apparecchiata su un unico tavolo, lungo e stretto, ha visto i commensali gli uni di fronte agli altri, separati da una sola fioriera, lunga come il tavolo. Maestro di cerimonia Carlo Cracco. Che ha proposto, con il suo ormai proverbiale gusto estetico e culinario, caviale e risotto con l’astice accompagnati da Sauvignon Terlano; filetto gratinato e Pinot Noir Lechburg; quindi dolce di mascarpone e frutto della passione, con Moscato d’Asti Saracco.

    Alla serata Omega hanno partecipato un centinaio di invitati, tra giornalisti di settore (i soliti noti italiani, ma anche molti provenienti dai maggiori mercati europei) e “amici della marca”. Come l’influencer Beatrice Valli (quasi 3 milioni di follower che, aggiunti a quelli del marito Marco Fantini, pure lui presente, raggiungono quota 4 milioni); l’ostacolista statunitense medaglia d’argento a Tokyo 2020 Dalilah Muhammad; o ancora il nuotatore olimpico Alex Di Giorgio e il modello americano Alton Mason.

    Lo Speedmaster Chronoscope

    La giornata dedicata al nuovo cronografo Speedmaster Chronoscope non avrebbe davvero potuto avere miglior lieto fine, visto che questo orologio s’ispira a un modello degli anni 1940… E l’originale sarebbe stato certamente ben visto al polso degli esigenti e raffinati signori che all’epoca frequentavano Villa Necchi Campiglio.

    L’orologio riprende dagli esemplari d’antan la presenza sul quadrante delle tre scale di misurazione (tachimetrica, telemetrica e pulsometrica) concentriche e i due contatori; aggiornato invece il diametro della cassa, portato a 43 millimetri. Il movimento meccanico a carica manuale è il calibro Omega 9908, corredato dell’ormai consueta certificazione Master Chronometer, rilasciata dal Metas. Abbellito dalla decorazione a raggiera del grande ponte, visibile dal fondello, per lo smistamento delle funzioni cronografiche adotta il sistema di ruota a colonne; mentre un particolare trattamento Diamond Like Carbon riveste i bariletti, come protezione antiusura.

    Fin dal giorno della presentazione il cronografo è disponibile nelle boutique Omega. Quattro le referenze, con la versione basica in acciaio accompagnata da una ben più ricca. Che mette in scena l’ultima esclusiva della maison di Bienne: la nuova lega Bronze Gold, in cui il rame (componente del bronzo) non si ossida. Ed è nobilitata – anche allo sguardo – dalla presenza di materiali pregiati come l’oro (37,5 per cento), l’argento e il palladio.   

  • Le cronache di PDV: “Le Voyage”. In volo con Patek Philippe

    Le cronache di PDV: “Le Voyage”. In volo con Patek Philippe

    Le cronache di PDV – Percorsi di Viaggio XVI: Le Voyage Patek Philippe

    L’immenso spazio del Megawatt Court di Milano trasformato in una lussuosa lounge d’aeroporto. Con tanto di vista sulle piste, hostess e steward in abito blu, camerieri in nero che servivano champagne Ruinart ai circa 300 ospiti (divisi in due serate); e perfino la fusoliera di un aereo, in scala reale, parcheggiata sullo sfondo. È quanto è andato in scena la scorsa settimana – martedì 11 e mercoledì 12 per l’esattezza – per volontà di Patek Philippe, nel format battezzato “Le Voyage“. 

    Un evento dedicato a una selezionata cerchia di clienti e concessionari, con qualche invito particolare in rappresentanza di giornalismo e comunicazione. Che comprendeva anche un set fotografico allestito dallo Studio Ummarino e diverse vetrine di prodotto. L’idea di “Le Voyage” era infatti quella di rinfrescare la memoria sugli strumenti del tempo da viaggio di Patek Philippe. Una delle produzioni più originali e interessanti della storica manifattura elvetica d’alta gamma, a buon diritto considerata da appassionati, collezionisti e addetti ai lavori la più aristocratica realtà dell’orologeria.

    Meccaniche complicate e quadranti con soluzioni artistiche come la raffigurazione in smalto del globo terrestre, e le ore universali rappresentate dalle più importanti città dei cinque continenti. Oppure semplicemente, ma ingegnosamente funzionali, con le indicazioni del doppio fuso orario. Produzioni che hanno dato vita a collezioni denominate rispettivamente World Time e Travel Time. E a molteplici record d’asta, cui la maison è ormai abituata, ma che sempre raggiungono somme da capogiro. Come la referenza 1415, pezzo unico in platino che nel 2002 è stato aggiudicato a 6,6 milioni di franchi. Cifra rimasta imbattuta per un modello con le ore del mondo.

    Madrina della molto divertente e altrettanto elegante serata è stata Laura Gervasoni. Ma “Le Voyage”, evento studiato con una formula inedita e anticonvenzionale per Patek Philippe,  ha avuto comunque uno svolgimento come sempre serio e compassato. Dopo l’aperitivo, si è svolta su grande schermo la proiezione di un bel documentario sulle relazioni intrattenute nel mondo dalla famiglia proprietaria Stern; dagli anni ’50 ai giorni nostri, a cavallo delle tre generazioni rappresentate da Henry, Philippe e Thierry.

    Quindi il Direttore generale di Patek Philippe Italia ha lasciato che si aprisse il sipario sulla fino a quel momento tenuta ben nascosta fusoliera, per invitare gli stupiti, increduli e divertiti ospiti a prendere posto a bordo. Ovvero in un’unica grande cabina di prima classe, interamente foderata con pregiato tessuto Reda e con triplice fila di comode poltrone, poste di fronte a una parete attrezzata per la proiezione video. Dove Laura Gervasoni ha intrattenuto i passeggeri sulla nascita e lo sviluppo degli orologi da viaggio Patek Philippe, con un bel racconto fatto di parole e immagini. E simulando quell’ora circa di attesa per l’arrivo a Ginevra dell’aereo partito da Milano.

    Durante il volo è stato servito un vassoio con deliziosi amuse bouche preparati da Vittorio, lo stesso famoso chef stellato artefice poi della cena di gala. Che gli ospiti, una volta “sbarcati a terra”, hanno trovato sfarzosamente imbandita tra candele, argenti, porcellane, fiori e cristalli sulle rotonde tavole apparecchiate in sala. La musica dal vivo ha infine accompagnato le portate di risotto con carciofi e chips di topinambur, morbido di manzo con salsa alle prugne, e sfera di cioccolato – abbinate a vini Sauvignon e Merlot veneti, e Moscato d’Asti.

  • Le cronache di PDV: a Roma con Patek e Hausmann & Co

    Le cronache di PDV: a Roma con Patek e Hausmann & Co

    Le cronache di PDV – Percorsi Di Viaggio XIV

    L’occasione è stata l’apertura ufficiale della prima boutique Patek Philippe nella Città eterna, in collaborazione con Hausmann & Co., la storica orologeria che ha aperto i battenti nel lontano 1794. Un nome d’origine germanica, ma perfettamente radicato nel contesto romano, come ci tengono a sottolineare Francesco Hausmann e Benedetto Mauro, co-amministratori delegati di un’azienda che oggi conta ben quattro punti vendita (i negozi di Via del Corso e del Babuino e la boutique Patek Philippe di Via dei Condotti adiacente a quella Rolex).

    Raccontano che tutto ebbe inizio grazie all’intraprendenza di Giovanni Ricci e del figlio Innocenzo, molto introdotti nell’alto clero e nell’aristocrazia. Clienti ideali per gli strumenti del tempo di quell’epoca, che facevano parte dei lussuosi arredamenti delle residenze di nobili, ambasciatori, prelati e persino pontefici. Veri e propri pezzi unici che segnavano l’ora con complessi meccanismi, frutto dei più svariati mestieri d’arte, oltre che d’ampie conoscenze di matematica e fisica.

    A questo nobile e storico incipit, si sono poi aggiunte le relazioni con il mondo dello spettacolo, degli affari e della politica, che sono l’odierna evoluzione di quelle della Roma dei secoli scorsi. Con in più la spinta modernista, sia a livello di mentalità che d’iniziative, perseguita dagli eredi dei fondatori, gli attuali co-titolari. Che amano raccontare con passione questa loro storia, ben più interessante, articolata e ricca d’aneddoti di quanto possa sembrare da queste righe.

    Una storia che porta dritta a incrociare – come fosse già scritto, un fatto ineluttabile, più che cercato e voluto – le vicende di un’altra blasonata realtà dell’orologeria antica e contemporanea. Quelle della manifattura Patek Philippe, fondata nel 1839 a Ginevra. E ritenuta da appassionati, collezionisti e addetti ai lavori la più aristocratica maison di alta orologeria al mondo, con una produzione basata sull’eccellenza meccanica e la classicità estetica.

    L’incontro che ha portato all’apertura della boutique è dunque avvenuto su un terreno del tutto naturale, basato su tradizioni e qualità condivise. Cui si aggiunge il fatto d’avere una gestione ancora di carattere famigliare. E non è cosa da poco, in un mondo sempre più globalizzato e dominato dai grandi gruppi finanziari e industriali – come ha avuto modo di precisare in conferenza stampa Thierry Stern, Presidente di Patek Philippe e a sua volta terza generazione del fondatore.

    Si è infine svolta, nel pomeriggio del 16 settembre, la cerimonia dell’apertura ufficiale al numero civico 28 di via dei Condotti; presenti i ruoli più alti in grado della Manifattura ginevrina e dell’orologeria romana, di fronte a gruppo selezionato di giornalisti di settore. In cui è stata anche presentata una collezione realizzata da Patek Philippe espressamente per l’occasione. Disponibile solo in boutique, oltre a celebrare l’evento, sottolinea il fatto che nel 2019 ricorre il memorabile 225° anno di fondazione di Hausmann & Co.

    Si tratta di 2 esemplari unici con vedute di Roma in smalto, e 2 collezioni limitate e personalizzate su base Calatrava e Ore del Mondo rispettivamente di 100 e 25 pezzi. Brillante idea di Benedetto Mauro, quell’insieme numerico, pronunciato per esteso, riprende appunto la data dell’anniversario di nascita della ditta capitolina. Provare per credere.

    Ma a Roma con la mondanità non si scherza. Ed ecco che ai momenti dell’impegno lavorativo sono felicemente seguiti quelli di una festosa e rilassata serata; in una cornice di rara suggestione – quella del Ninfeo di Villa Giulia – come solo la Città Eterna può offrire. Pochi, ma eccellenti, gli ingredienti. Le musiche di Vivaldi, Bach e Debussy, eseguite dagli studenti del Conservatorio di Santa Cecilia; una coreografia che, su quelle note soffuse, ha portato in scena varie allegorie del Tempo; cena firmata dallo chef stellato Heinz Beck. E, ancora, il mondo dello spettacolo rappresentato da Carlo Verdone; mentre quello della politica dal neocommissario agli Affari economici e finanziari dell’Unione Europea Paolo Gentiloni.

    Circa 200 gli ospiti, tra cui Gianni e Maddalena Letta, Aura e Allegra Caltagirone, tutti a gustare fin verso la mezzanotte ottimi vini; che hanno accompagnato gamberi rossi marinati, gnocchetti di zita cacio e pepe, vitello ripieno di cipolla brasata e per finire sfera ghiacciata ai frutti rossi con lamponi cristallizzati. Svelati con proiezioni sui muri del Ninfeo anche i soggetti degli orologi. In particolare quelli che più incuriosivano, i due pezzi unici: le vedute di Piazza di Spagna e di Castel Sant’Angelo. Realizzate in smalto policromo con la tecnica cloisonné e Grand Feu, grande e inarrivabile specialità di Patek Philippe.

  • Le cronache di PDV: a Venezia sul red carpet con Jaeger-LeCoultre

    Le cronache di PDV: a Venezia sul red carpet con Jaeger-LeCoultre

    Le cronache di PDV – Percorsi di Viaggio XIII

    Chiude proprio oggi 7 settembre la 76a edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Chi scrive ha avuto il privilegio – insieme a pochi altri giornalisti, tra cui Ettore Mocchetti e Augusto Veroni – d’essere invitato alla cerimonia d’apertura e alla serata di gala di quello che, da sempre, è un evento che sa legare cultura e mondanità.

    Il cammino che, la sera del 28 agosto, portava alla visione del primo film della rassegna, vedeva signore in lungo e signori in smoking dirigersi, sul far del tramonto, lungo la litoranea del Lido; con il lento ed elegante passo che spontaneamente si assume quando s’indossano abiti da cerimonia, per arrivare al Palazzo del Cinema. Con tanto di passaggio sul più famoso Red Carpet del mondo.

    L’invito ad affrettarsi nell’entrare in Sala Grande, gentilmente sollecitato dal personale di servizio per non togliere la scena ai soliti e attesissimi noti, non impedisce un certo brivido d’emozione al pensiero di chi ci è passato e chi ci passerà, su quella passerella di celebrità. In primis e soprattutto Catherine Deneuve e Julette Binoche, le fantastiche protagoniste del film d’apertura, “La Vérité” del raffinatissimo regista giapponese Kore-eda-Hirokazu. E, perché no, suscita anche un certo appagamento narcisistico di fronte a un pubblico tanto folto quanto curioso; soprattutto rispetto alla leggendaria parete dei fotografi accreditati, che lanciano continuamente richiami d’attenzione e lampi di flash in direzione del tappeto rosso.

    Il film ha molto emozionato – un sentimento condiviso con colleghe e colleghi – e ha lasciato la bella impressione di una storia di vita vera, grazie anche alla divina recitazione della Deneuve che non ha dovuto fare altro che interpretare se stessa. Con la sua spontanea ironia condita da quella classe, sensualità e impertinenza tutte francesi, le tante sigarette fumate, il disincanto dell’età, i sorrisi e le malinconie… Come solo una donna che abbia vissuto una vita come la sua, ed è stata l’attrice che è stata – e che sembra essere tuttora -, può trasmettere alla platea.

    A proiezione terminata – con attori, regista, scenografo e altri importanti collaboratori presenti in sala accanto alle autorità – tutto il pubblico presente si è avviato alla cena di gala, preparata sotto grandi tendoni stesi sull’esclusiva spiaggia dell’Excelsior, in una dolce serata di fine estate.

    Scendendo la grande scalinata che porta al mare, un’ordinata sequenza di camerieri porgeva, gradino dopo gradino, vassoi con piccole bottiglie di champagne gelato e uno speciale tappo da cui si poteva bere direttamente dal vetro. Un’inusuale e molto gradita idea di Moet & Chandon, uno degli sponsor dell’evento veneziano, insieme ad altri importanti marchi del lusso, tra cui la maison d’alta orologeria Jaeger-LeCoultre, cui siamo debitori dell’ospitalità.

    Qualcosa di più di un semplice esborso di denaro a favore di un’iniziativa. Si tratta a tutti gli effetti di una presenza che offre grande visibilità, sull’incantevole e unica passerella della Laguna, in cambio della partecipazione alla macchina organizzativa del maggiore festival del cinema italiano. Ed è quanto ha ormai da tempo compreso e intrapreso Jaeger-LeCoultre, storica manifattura d’orologeria elvetica. Che non solo da 15 anni è partner della manifestazione veneziana, ma ha anche il patrocinio del premio “Glory to the Filmmaker”, omaggio a personalità che abbiano contribuito all’arte del cinema. E soprattutto gratificando con un proprio orologio i vincitori della prestigiosa “Coppa Volpi”. Una versione speciale e unica del Reverso, modello iconico della Maison, che reca sul fondo della cassa basculante un’incisione commemorativa comprendente il Leone di San Marco, antico simbolo di Venezia.

    Per Jaeger-LeCoultre, in particolare, si tratta di una gran bella occasione di comunicare il proprio mondo d’appartenenza, fatto di bellezza e attenzione ai dettagli, di cultura e mondanità, di tradizione locale e grande vocazione all’internazionalità. Tutte emozioni abbondantemente presenti a Venezia e che giungono fino alle specifiche situazioni riguardanti l’ospitalità ricevuta da amici della marca e giornalisti. L’utilizzo di motoscafi privati, ad esempio, o l’elegante raffinatezza degli arredi e dei giardini dell’Hotel San Clemente Palace Kempinski in cui abbiamo alloggiato. A suo tempo convento, poi luogo di accoglienza per personaggi illustri e infine casa di cura per malati di mente, è un’imponente struttura immersa nella quiete verde e monacale che avvolge la piccola isola privata, con tanto di portici, approdo e chiesa.

    La Mostra cinematografica, come si diceva, offre particolari opportunità. Che nel caso di Jaeger-LeCoultre si traducono anche nell’occasione di svelare le ultime novità di prodotto su un palcoscenico d’eccezione. E la Maison quest’anno ha messo in scena un vero capolavoro di micromeccanica, versione contemporanea del Master Grande Tradition Tourbillon Céleste. Un orologio astronomico in oro bianco, con la realistica rappresentazione del cielo notturno nell’emisfero nord e complicato dalla presenza del tourbillon; un regolatore di marcia che effettua un’orbita completa, all’interno del quadrante, nel tempo corrispondente alla lunghezza del giorno siderale (23 ore, 56 minuti, 4 secondi).

    Momenti che hanno molto gratificato gli ospiti e possiamo ben immaginare anche la stessa maison Jaeger-LeCoultre, rappresentata ai massimi livelli dall’Amministratore delegato Catherine Rénier. Perché un evento del genere, e per di più ambientato a Venezia – come lei stessa ha avuto modo di sottolineare in una conversazione con i giornalisti prima della serata di gala – è l’ideale non solo per suggestionare appassionati e addetti ai lavori italiani ed europei, che quelle atmosfere ben conoscono, ma anche per attrarre l’interesse dei mercati emergenti come quelli asiatici. I cui rappresentanti, una volta arrivati in Laguna, rimangono come incantati. E come non dargli ragione.

  • Le cronache di PDV: l’anteprima di “Men in Black: International”

    Le cronache di PDV: l’anteprima di “Men in Black: International”

    Arriva domani in prima visione nelle principali sale cinematografiche italiane “Men in Black: International”, sequel della saga sull’organizzazione segreta che controlla il flusso degli extraterrestri sulla Terra. Pellicola che chi scrive ha potuto vedere in anteprima a Milano, il 18 luglio al cinema Gloria, su invito di Hamilton. Sì, perché la rigorosa uniforme nera dei protagonisti è completata, anche questa volta e per la quarta consecutiva, da un orologio del marchio americano – oggi parte di Swatch Group.

    Ma andiamo con ordine. Girato da Felix Gary Gray, lo spin-off della trilogia “Men in Black”, iniziata nel 1997 e conclusasi nel 2012, non è più interpretato dalla coppia Will Smith/Tommy Lee Jones. Fa brillare invece due stelle in ascesa nel firmamento hollywoodiano: Chris Hemsworth e Tessa Thompson. Più che credibili nei panni rispettivamente dell’agente H e dell’agente M, forse per i trascorsi nella fantascienza Marvel con i ruoli di Thor e Valkyrie (nei film “Thor: Ragnarok” e “Avengers: Endgame”). Da citare anche la presenza nel cast di Emma Thompson (agente O) e Liam Neeson (High T).

    Qui però non vogliamo svelare nulla sulle (dis)avventure dei paladini della difesa del nostro pianeta dalle minacce aliene. In fondo altro non è che un blockbuster ricco di effetti speciali, conforme come una copia ai precedenti. Tra sequenze d’azione e battute da commedia. Con un unico aggiornamento: il punto di vista femminile. Introdotto dalla nuova eroina che rivendica il diritto delle donne di entrare a far parte dei Men in Black, rendendo superato lo stesso titolo. E di imbracciare enormi fucili per fare piazza pulita dei cattivi, diventando un’eccellente giustiziere. Ma la trama non va oltre.

    Piacevole comunque vedere la peregrinazione degli “uomini in nero” ai quattro angoli del globo. Da New York a Londra, da Parigi a Marrakech, passando anche per l’Italia. Alcune scene infatti si svolgono all’isola d’Ischia: più precisamente, tra Ischia Ponte e Sant’Angelo. Dove l’agente H ha sfrecciato sulle onde a bordo di un luccicante Riva d’epoca attorno al Castello aragonese; e, insieme alla collega M, ha passeggiato nel porticciolo del piccolo borgo marinaro, fra i turisti e la gente comune, i fruttivendoli e i pescatori. Breve parentesi personale: per chi conosce bene l’Isola Verde, rivederla sul grande schermo regala sempre una certa emozione.

    D’obbligo poi una nota tecnica sugli orologi Hamilton apparsi nei diversi capitoli di “Men in Black”. In tutti i casi si tratta di modelli della collezione Ventura. Scelti, probabilmente, per la forma futuristica della cassa. A scudo, è subito riconoscibile e ben si accorda con le atmosfere sci-fi e le scenografie a tema high-tech dei film. In quest’ultimo episodio, in particolare, si tratta di un Ventura Quartz per l’agente M e di un Ventura Automatic per l’agente H. Il primo ha un movimento elettronico e il quadrante con il flash dell’elettricità, del tutto simile all’originale, uscito nel 1957.

    A proposito del Ventura, va ricordato che lo stesso esemplare era stato indossato anche da Elvis Presley nel film “Blue Hawaii” del 1961. Del resto, il marchio fondato a Lancaster, Pennsylvania, nel 1892, da sempre ha un rapporto privilegiato con il cinema. Iniziato un’ottantina di anni fa, ha all’attivo la partecipazione in circa 500 pellicole, con una certa predilezione per la fantascienza.  Sempre negli anni ’60, il grande Stanley Kubrick aveva chiesto a Hamilton di studiare un prototipo da mettere al polso dei cosmonauti nel celebre “2001: Odissea nello Spazio”. Mentre in tempi più recenti merita almeno un cenno “Interstellar”, in cui l’Hamilton Khaki svolge un ruolo di assoluto rilievo. E “The Martian”, con un Hamilton BeLOWZERO che la dice lunga sulla sopravvivenza in ambienti estremi.

    Senza dimenticare che lo storico legame del marchio americano con la settima arte si esprime anche attraverso i  Behind the Camera Awards. Una serie di premi prestigiosi nati nel 2006 e rivolti alle professionalità che lavorano sui set, dietro l’obiettivo delle telecamere. “Nel cuore del cinema”, appunto. In Italia, dal 2013, Hamilton li affianca ai Nastri d’Argento, con l’intento di gratificare chi si è distinto dietro la macchina da presa. Lo scorso giugno, per esempio, l’ultima edizione ha visto premiare Stefano Sollima nella magica cornice dell’antico Teatro Greco. Proprio in quell’occasione, abbiamo avuto l’opportunità di passare del tempo conversando con Matteo Sovera, Brand manager per l’Italia. Che ci ha ricordato come in passato abbiano ricevuto lo stesso riconoscimento anche Luca Zingaretti, Alessandro Gassmann o Gabriele Muccino.

  • Le cronache di PDV: con Chopard alla Mille Miglia

    Le cronache di PDV: con Chopard alla Mille Miglia

    È stato Enzo Ferrari in persona, tra gli anni ’20 e  ‘30 – quando era prima pilota e poi direttore sportivo di Alfa Romeo -, a definire la Mille Miglia “la corsa più bella del mondo”. Nella consueta forma di rievocazione storica, quest’anno si è svolta tra il 15 e il 18 maggio e si è snodata come sempre per circa 1.600 chilometri, sul tragitto Brescia-Roma-Brescia lungo strade provinciali, quelle che più di tutte ricordano il percorso originario. Oltre 400 gli equipaggi iscritti alla celeberrima competizione, che nel 2018 ha festeggiato il 90° anno di vita. E la fama internazionale la rende d è molto seguita anche dagli appassionati provenienti dall’estero, in particolare da Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti e Giappone.

    A proposito di piloti e navigatori, perché è con tale formazione che gareggiano le macchine in questo tipo di gara, i vincitori dell’edizione 2019 sono stati Giovanni Moceri e Daniele Bonetti, a bordo di un’Alfa Romeo 6C 1500 SS. In seconda posizione Andrea Vesco e Andrea Guerini, su Alfa Romeo 6C 1750 SS Zagato. Mentre la terza posizione se l’è aggiudicata la Bugatti Type 40 di Juan Tonconogy e Barbara Ruffini. Il premio speciale “Coppa delle Dame”, riservato al primo equipaggio femminile, ha visto infine al traguardo l’Aston Martin Speed Model con a bordo Silvia Marini e Ruggeri Francesca.

    Tra gli iscritti anche Karl-Friedrich Scheufele, co-presidente della maison di gioielleria e orologeria Chopard, che da oltre 30 anni è sponsor ufficiale della Mille Miglia. Una partnership che ha ovviamente anche risvolti commerciali e d’immagine, ma soprattutto è basata sulla sua passione per le auto d’epoca, di cui è anche importante collezionista. Un vero “gentleman driver” che, spesso e volentieri, partecipa alla Mille Miglia con una rara Porsche 550 Spyder RS. Solitamente in equipaggio con l’ex-pilota di F1 Jacques Bernard Ickx, detto Jacky, che quest’anno ha però cavallerescamente lasciato il posto alla figlia di Karl-Friedrich Scheufele, Caroline Marie.

    La sentita partecipazione alla Mille Miglia di Chopard si è ogni anno tradotta in una serie speciale di orologi dedicati, sempre diversi e anche per questo da collezione. La versione 2019 è un cronografo dall’importante cassa di 44 millimetri di diametro, realizzata sia in acciaio sia in acciaio e oro rosa, in edizioni limitate rispettivamente a 1.000 e 250 esemplari. Riporta la scala tachimetrica sulla lunetta e il fondello personalizzato dal logo Mille Miglia e dalla bandiera a scacchi. Monta un movimento automatico dotato di certificato ufficiale di cronometria rilasciato dal Cosc. Un modello di gusto vintage sottolineato dal cinturino in pelle traforata, come i guanti da automobilista d’antan, foderato in caucciù e sagomato come il battistrada dei pneumatici Dunlop d’epoca.

    Ma quest’anno alla Mille Miglia c’è stata una storia dentro la storia e riguarda Zagato. L’azienda milanese, famosa in tutto il mondo per il design e la produzione di carrozzerie, nel 2019 festeggia il 100° anniversario di fondazione. Un evento che a Chopard è piaciuto celebrare con la produzione di un cronografo espressamente dedicato, realizzato in una serie limitata appunto di 100 pezzi. Battezzato Mille Miglia Classic Zagato 100th Anniversary Edition, è un cronografo automatico con possibilità di conteggio dei tempi brevi fino a 60 minuti e 12 ore, sempre fornito di certificato ufficiale di cronometria del Cosc. Ha la cassa in acciaio di 42 millimetri di diametro e, tra i molti dettagli vintage-automobilistici, particolarmente suggestivo è il largo cinturino sportivo a cinghia “da giorno”, intercambiabile con uno classico “da sera”.

    Un’iniziativa ancora una volta basata sostanzialmente sulla relazione tra i discendenti delle famiglie proprietarie dei due marchi e nata sulle strade dei raduni d’auto d’epoca. Da una parte quindi Karl-Friedrich Sheufele, quarta generazione dei gioiellieri e orologiai svizzero-tedeschi, e dall’altra Andrea Zagato, nipote del fondatore della carrozzeria italiana, entrambi da molti anni al volante di prestigiose vetture storiche in occasione della Mille Miglia. Una sfida tra “gentlemen driver” che nel corso del tempo è diventata sincera amicizia, basata sui comuni valori per l’eccellenza meccanica e stilistica delle proprie produzioni.

    Le cronache di PDV – Percorsi di Viaggio X

  • Le cronache di PDV: alla Design Week di Milano. Fra il Salone e i dintorni

    Le cronache di PDV: alla Design Week di Milano. Fra il Salone e i dintorni

    Le Cronache di PDV – Percorsi di Viaggio IX – Design Week 2019

    È andata in scena, dal 9 al 14 di aprile, la 58a edizione del Salone del Mobile di Milano. Nato come appuntamento fieristico di settore, negli ultimi anni l’evento si è trasformato in un’occasione mondana e culturale, molto vasta e altrettanto internazionale. La cosiddetta Design Week, appunto. Con tutti gli spazi del capoluogo lombardo che hanno a che fare in qualche modo con l’arredamento, il design, l’architettura o il sistema espositivo a fungere da contenitore. E con incontri e mostre che animano tutte le ore del giorno e della notte nelle varie zone cittadine. In particolare il “quartiere latino” e i Navigli, con gli appuntamenti del Brera Design District e del Fuorisalone.

    L’industria del tempo, completamente assente alle prime edizioni, in queste ultime ha invece partecipato con sempre maggiore risonanza. E non si intende solo la possibilità di imbattersi, ad esempio, negli orologi di design appesi alle pareti dello showroom di Alessi. Si tratta soprattutto di eventi creati ad hoc.

    Se vogliamo fare il breve racconto di una giornata passata sulle tracce di quadranti e lancette alla Design Week, quindi, non possiamo non iniziare che da Audemars Piguet, per la seconda volta “Official Time” del Salone del Mobile. La manifattura d’alta orologeria ha portato in Fiera, dove si concentra la parte espositiva e commerciale dell’arredamento, una selezione dei propri pezzi più importanti. Protagonista di quest’esposizione, aperta al pubblico e allestita nella Red Lounge progettata da Piero Lissoni, era l’ultima collezione Code 11.59 by Audemars Piguet, dalla valenza non solo tecnica, ma anche estetica. Per la maison, un nuovo progetto – dopo quello del Royal Oak degli anni ’70 – che vuole ridefinire l’orologio d’alta gamma contemporaneo.

    Passando per le strade del Brera Design District, oppure navigando sulla piattaforma Fuorisalone.it, non si poteva invece non notare la presenza di Rado. Che di queste realtà è stato sponsor e che ha importanti credenziali nel mondo del design. Innanzitutto per la ricerca sui materiali innovativi – in particolare la ceramica, di cui è stato capostipite nell’applicazione in orologeria -, e poi per l’effettiva collaborazione con professionisti del progetto, come Jasper Morrison, Philippe Nigro o Konstantin Grcic.

    Sempre in zona Brera ci si poteva anche imbattere nell’allestimento curato da Montblanc all’interno di una vasta corte. Con suggestioni che non alludevano soltanto al proprio nome – evocazione della montagna più alta e spettacolare d’Europa -, ma anche al messaggio dell’ultima campagna di comunicazione. Quel #Reconnect1858 in cui i protagonisti ritrovano se stessi e nuove emozioni riconnettendosi, appunto, con la Natura.

    Spostandosi invece lungo Corso Sempione si arrivava dritti da Garage Italia. Una straordinaria location, nata fuori e dentro una grande stazione di servizio automobilistica degli anni ’60, oggi vera e propria opera d’archeologia industriale. Riadattata a bar e ristorante su un’idea di Lapo Elkan, con il suo brand Italia Independent e con l’appoggio di Hublot, per l’occasione e in quel contesto, ha visto il lancio di un nuovo cronografo Classic Fusion dedicato.

    Ma alla Design Week hanno partecipato anche Panerai e Roger Dubuis negli spazi di prestigiosi marchi d’arredo come Turri e Visionnaire, dove hanno rispettivamente presentato i propri esemplari più iconici e la nuova collezione serie bronzo. Girard-Perregaux in Galleria Vittorio Emanuele, nelle stanze dell’hotel 5 stelle lusso Vik. E Masera Design nella Zona K del Fuorisalone, con il suo orologio di design Atto Verticale.

    Dulcis in fundo Seiko. Il marchio giapponese, già nel 2018, era entrato in contatto con l’evento milanese attraverso momenti espositivi al Palazzo della Triennale. E quest’anno ha portato la propria mostra “The Nature of Time” nelle sale del Poldi Pezzoli, la “casa del collezionista”, dove sono presenti anche raccolte d’orologi antichi. E dove ha ambientato il proprio innovativo meccanismo “ibrido” Spring Drive, all’interno di un’installazione d’immagini e suoni messa in scena per Grand Seiko con il raffinatissimo senso estetico del Sol Levante. 

  • Le cronache di PDV: con Swatch a Biel per il FlyMagic

    Le cronache di PDV: con Swatch a Biel per il FlyMagic

    Le cronache di PDV – Percorsi di Viaggio VIII – Swatch

    La nuova sede Swatch – ancora in fase d’ultimazione, ma quello che si è visto basta e avanza per rendersi conto della straordinarietà dell’opera – è stata il palcoscenico di un evento internazionale, avvenuto lo scorso 14 febbraio a Biel, storico borgo industriale della Svizzera tedesca. Durante il quale è stata presentata in anteprima alla stampa l’ultima novità del Marchio. Ovvero un nuovo e molto intrigante orologio – dal punto di vista estetico e meccanico, ma anche concettuale – battezzato Swatch FlyMagic.

    La grandiosa cattedrale del design sarà ultimata per marzo ed è stata progetta dall’architetto giapponese Shigeru Ban, universalmente riconosciuto come strenuo cultore della sostenibilità e raffinato specialista delle tensostrutture. Basate in questo caso su legname “Swiss Made” – così come gli orologi Swatch -, disposto a forma di celle d’un immenso alveare. Pur nella sua imponenza, come ha avuto modo di raccontarci in una conversazione a fine evento Carlo Giordanetti, che del marchio è Direttore creativo, trasmette al visitatore trasparenza, leggerezza, colore e una certa trasgressione nel progetto. Riportando immediatamente ai parametri stilistici su cui da sempre si fonda la peculiarità di Swatch.

    Lo Swatch FlyMagic

    A raccontare alla stampa la nascita e lo sviluppo dello Swatch FlyMagic, era presente lo stato maggiore del Marchio, nato nel 1983 con un nome di battesimo che era l’acronimo di “second watch”. Ma che con questa novità non sembra affatto un orologio di ripiego, sostitutivo o per divertimento. Tutt’altro: costituisce una vera e propria prima scelta. Sia per la produzione in serie limitata e numerata a 500 pezzi per ognuno dei 3 modelli della collezione, sia per il prezzo di 1.500 euro: soluzioni più uniche che rare per una marca come Swatch (disponibilità a partire dal mese di aprile).

    Già al primo colpo d’occhio, almeno quello di un esperto o di chi abbia avuto la giusta spiegazione, alcune parti meccaniche a vista e posizionate sulla parte frontale del movimento (bilanciere, treno degli ingranaggi e rotore di carica, in questo caso trasparente e in corrispondenza del giro delle ore, componenti che solitamente si trovano su lato posteriore), offrono la prospettiva di un’idea rivoluzionaria. Che è effettivamente tale perché c’è stato un “rovesciamento” meccanico: cosa che se fosse stata fatta senza speciali accorgimenti, porterebbe le lancette a girare alla rovescia.

    Ribaltare l’idea

    Ci si potrebbe domandare perché andarsi a cercare una complicazione apparentemente inutile o comunque dettata da un capriccio di design. La ragione è che il bilanciere messo in bella vista non è il solito, ma un nuovo organo regolatore con spirale progettata e realizzata all’interno di Swatch Group. Battezzata Nivachron (cui Augusto Veroni, pure lui presente all’evento, ha dedicato uno specifico articolo), è realizzata con un materiale innovativo a base di titanio. Ed è ad alta resistenza contro ogni genere di sollecitazione, soprattutto contro gli influssi negativi del magnetismo sulla regolarità di marcia dell’orologio.

    Il tutto è poi inserito nel già sperimentato movimento del Sistem51, presentato nel 2014 e formato solo da 51 elementi. Nel caso dello Swatch FlyMagic, il numero cresce di altri di 15 componenti per ottenere quel “rovesciamento” cui si è accennato. Riguardo al Sistem51, a questo punto, è d’obbligo una breve digressione, che renda ancora una volta evidente la stretta connessione tra Swatch e il mondo dell’architettura e del design. Il Sistem51 è un progetto che, con la sua rivoluzionaria innovazione, evoca i primi esemplari della marca e lo sconvolgimento che provocarono nel tradizionale mondo dell’orologeria. Si tratta di un movimento automatico prodotto in Svizzera con una catena di montaggio completamente automatizzata e su un modulo formato da soli 51 elementi.

    Questa esclusione di qualsiasi tipo d’intervento manuale infrange uno dei tabù dell’industria del tempo. E rende possibile una costruzione tanto semplificata da poter essere imperniata su un’unica vite centrale. Un’innovazione che inserisce il Sistem51 nel panorama degli oggetti ad alta riproducibilità industriale e che ha comportato lo studio ex-novo di tutti i componenti e i criteri d’assemblaggio dell’orologio. Come dire che la miglior sperimentazione di settore non avviene solo lungo le ardue vie della complicazione meccanica, ma anche percorrendo quelle non meno difficili della semplificazione.

  • Le cronache di PDV: in Giappone con Seiko, la “casa della precisione”

    Le cronache di PDV: in Giappone con Seiko, la “casa della precisione”

    Le cronache di PDV – Percorsi di Viaggio VII

    Sul finire dello scorso anno, un viaggio di lavoro in Giappone proposto da Seiko è stato un’occasione unica per ampliare gli orizzonti non solo geografici e culturali, ma anche strettamente legati all’orologeria. Il che, pur in mezzo a molti altri interessi, è il mio mestiere: quindi ben venga ogni genere di aggiornamento. Oltretutto, proprio in quest’inizio di anno nuovo, appassionati e addetti ai lavori sono appena tornati dal Salone di Ginevra, tripudio dell’orologeria elvetica orientata al lusso. E la cosa mi ha portato a riflettere – con ancora i bagliori del Sol Levante negli occhi e con rispetto parlando – sul fatto che non esiste solo lo Swiss Made e il resto della produzione che passa in secondo piano.

    Anzi, nel caso specifico verificato sul campo, esiste un importante Made in Japan che, sia pur su parametri differenti, niente ha da invidiare ai prodotti della Confederazione. Anche se, in un certo qual modo – complice una forma di consuetudine, la mai tramontata visione eurocentrica e, non ultima, l’intensa propaganda d’Oltralpe a fronte della proverbiale riservatezza dell’arcipelago nipponico – la produzione giapponese viene come sottovalutata e messa in ombra, relegata a pura tecnologia a basso costo. Su questo mi sono dovuto ricredere, piacevolmente e con sorpresa. E qui cercherò di raccontarlo brevemente, senza pretesa di convincere nessuno, ma solo a onore della curiosità.

    Tra l’altro ho anche scoperto, comunque la si voglia vedere, che c’è un’interessante coincidenza di date e percorsi storici tra Giappone e Svizzera. E la cosa potrebbe significare una sorta di comune orientamento dell’arte e nella scienza della misurazione del tempo: una via obbligata – almeno da quando, per conoscere l’ora, si adottano appositi strumenti -, al di là delle differenti posizioni culturali e geografiche. Entrando nel merito della recente e prima “Seiko Media Experience” (una decina di giornalisti invitati, uno per paese, tra Europa, Stati Uniti e Singapore), la storica marca ha aperto le porte della sede di Tokyo, del museo e dei siti produttivi di Morioka (il quartier generale), di Shiojiri (metallurgia e meccanica) e di Shizuku-ishi (assemblaggio e regolazione), svelando grandi tradizioni e competenze.

    Partendo dal nome, si viene a sapere che si tratta della contrazione di “Seiko-Sha”, il cui significato è “casa della precisione”. Un concetto logico parlando d’orologi, ma pensando alla produzione giapponese è opinione comune abbinarla al quarzo, tecnologia che assicura appunto grande esattezza. Venendo in contatto con Seiko ci si rende invece conto di quanto, fin dalle origini, la marca abbia coltivato passione e competenza per la meccanica. Parallelamente a quanto documentato nei tradizionali siti produttivi elvetici e delineando un comune denominatore tra culture così lontane.

    La “casa della precisione” è stata fondata ad opera di Kintaro Hattori – e tuttora governata dal discendente Shinji Hattori – nel 1881, con l’apertura di un negozio a Tokyo che importava e riparava orologi d’arredamento, per poi iniziarne la produzione nel 1892 e ingrandirsi fino a potersi trasferire nella Clock Tower di Ginza, ancora oggi uno dei simboli della città. Risale invece al 1924 la produzione del primo orologio da polso con marchio Seiko, mentre altre pietre miliari sono il Grand Seiko del 1960, ancora in catalogo in versione aggiornata, e l’Astron del 1969, il primo orologio al quarzo del mondo.

    Una supremazia elettronica frutto d’importanti studi e investimenti sulla precisione, oggi trasferiti alla meccanica con risultati che non hanno deluso le aspettative. Come dimostrato – solo a titolo d’esempio – dal Calibro 9S86: il nuovo movimento automatico montato nel Grand Seiko, dallo scarto medio giornaliero di +4/-2 secondi (meglio del Cosc, i cui parametri – per intenderci – si aggirano sui +6/-4 secondi al giorno). Sul versante estetico, dove tutto è declinato con un attento gusto del dettaglio e l’immenso amore per la natura, Seiko sembra attingere a piene mani dal proverbiale senso del bello giapponese, incrociando design tecnologico e minimalismo, concetti trasversalmente presenti in tutte le collezioni. Bisogna dire infine che gli accenni decorativi sono sempre molto sobri, ispirati al ricco patrimonio simbolico e metaforico del Sol Levante, secondo il concetto chiamato “mitate”.

  • Le cronache di PDV: al cinema, a vedere “First Man”

    Le cronache di PDV: al cinema, a vedere “First Man”

    Le cronache di PVD – Percorsi di Viaggio VI

    È arrivato in programmazione, nelle principali sale cinematografiche d’Italia, il nuovo film di Damien Chazelle: “First Man”, adattamento cinematografico della biografia ufficiale di Neil Armstrong, il “primo uomo”, appunto, a mettere piede sulla Luna. Chi scrive ha avuto il piacere di vedere la pellicola già due volte: ad agosto, in occasione della serata inaugurale della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (ospite Jaeger-LeCoultre), e a metà ottobre, all’anteprima per la stampa all’Anteo di Milano (su invito Omega). Una vera e gioiosa fortuna per chi è da sempre appassionato di fantascienza e della reale, ma non meno immaginifica, epopea spaziale. E che sedicenne, in villeggiatura con la famiglia, era stato sveglio tutta la notte del 20 luglio 1969 per seguire, dal televisore in bianco e nero dei vicini di casa, la diretta dello sbarco sul nostro satellite degli astronauti a stelle e strisce della missione Apollo 11.

    “Un piccolo passo per un uomo, ma un salto gigantesco per tutta l’umanità”. È la frase che Neil Armstrong, scomparso nel 2012, pronunciò appena sbarcato – dopo interminabili istanti in cui aveva cercato di rendersi conto, dalla scaletta della capsula spaziale, dell’effettiva tenuta del suolo polveroso – sulla Luna. E che echeggia in sala anche per lo spettatore, con pacata e suggestiva solennità, nel silenzio assoluto in cui sono immerse le ultime sequenze del film, quelle che riguardano appunto lo sgancio del modulo lunare dal velivolo rimasto in orbita e l’allunaggio. Il regista ha pensato bene di evitare ogni retorica tipicamente americana della serie “arrivano i nostri” e ancor più gli “effetti speciali” possibili oggi con le nuove tecnologie, per renderci invece in tutta la sua realistica intensità la concentrazione, l’emozione e la preparazione militare di quel primo uomo in avvicinamento e poi con gli stivali sulla Luna.

    Assenza di rumori e oscurità squarciata da rare visioni fantascientifiche, con il comandante dell’Apollo 11, magnificamente interpretato da un magnetico e impassibile Ryan Goslin, taciturno e sempre pervaso da ironico disincanto. Attore e allo stesso tempo spettatore di questo universo perennemente immaginato, ma mai visto prima di quel momento, inquadrato sempre e solo da un

  • Le cronache di PDV: nella Swinging London di Vacheron Constantin

    Le cronache di PDV: nella Swinging London di Vacheron Constantin

    Le cronache di PDV – Percorsi di viaggio V

    La scelta degli Abbey Road Studios, come inedita ambientazione per il lancio della nuova campagna di una marca d’orologeria d’alta gamma, significa da una parte che quei luoghi sono diventati santuari di classicità, e dall’altra che la maison in questione ha voluto ritagliarsi un nuovo abito sulle note della “Swinging London”. Tanto più che stiamo parlando degli spazi dove sono stati registrati alcuni leggendari brani della musica rock e pop anni ’60/’70: in queste sale hanno inciso molti gruppi, tra cui The Shadows e Pink Floyd, ma soprattutto i Beatles, che hanno loro dedicato l’omonimo album (la cui copertina li ritrae sulle strisce pedonali proprio di fronte agli Studios). E poi si tratta di Vacheron Constantin, storicamente considerata – per la fondazione datata 1755 – la più antica industria del tempo al mondo. E andata in scena per l’occasione con la nuova collezione FiftySix arricchita di un Tourbillon ExtraPiatto.

    L’evento ha rappresentato la parte finale di una tre giorni londinese – avvenuta ormai all’inizio di settembre, ma che a livello dell’effetto di comunicazione comincia a farsi sentire proprio in quest’ultima parte dell’anno -, cui sono stati invitati un centinaio di giornalisti provenienti da ogni parte del mondo. Gli ospiti hanno avuto l’occasione d’immergersi pienamente in un’atmosfera London Style, non solo perché non si è trattato di un viaggio mordi e fuggi, ma anche perché si albergava in pieno centro (all’Hotel Café Royal, nonostante il nome e una storia francese, di gusto decisamente British, non solo per il tipico breakfast). E si è avuto modo di godere di una serie di

  • Le cronache di PDV: a Milano con Patek Philippe. Tra moda, arte e design

    Le cronache di PDV: a Milano con Patek Philippe. Tra moda, arte e design

    Le cronache di PDV – Percorsi di Viaggio IV

    È avvenimento raro il fatto che Patek Philippe, a buon diritto considerata la più aristocratica maison d’orologeria al mondo, scelga per un proprio evento internazionale un’ambientazione distante da Ginevra. Non solo perché nella città elvetica di lingua francese ha il proprio storico quartier generale, ma anche per quella voluta dose di calvinismo che, da sempre, è nelle corde del marchio con la Croce di Calatrava. L’eccezione, come comunemente si dice, sempre conferma la regola e puntualmente si è verificata lo scorso 10 ottobre, in occasione del lancio della nuova collezione Twenty∼4 Automatic – ultima erede della produzione di punta da donna firmata Patek Philippe e questa volta equipaggiata con movimento automatico –, avvenuto a Milano. Celebrato in grande stile e tenuto a battesimo dal presidente Thierry Stern, terza generazione della famiglia proprietaria, accompagnato dalla deliziosa moglie Sandrine. Ne è nata una serata esclusivamente ad inviti e tutta volta al femminile, in modo da comunicare un mondo fatto di grazia, avvenenza, delicatezza e amabilità durante lo svolgimento della serata, senza bisogno di volerlo raccontare ai presenti, ma avvolgendoli in una realistica atmosfera di seduzione.

    Il luogo prescelto per l’evento è uno dei “salotti buoni” del capoluogo lombardo, quel Palazzo Serbelloni che ospita luoghi di lavoro e di ricevimento, dove tra l’altro ha sede anche Patek Philippe Italia, e che si affaccia su Corso Venezia, a suo tempo un elegante “viale delle carrozze”. Un palazzo settecentesco e di gusto neoclassico, cui apparteneva anche un ampio giardino – poi assimilato dalle architetture circostanti – e una corte con colonnato, oggi luogo ideale per allestire eventi d’alto livello. Come effettivamente è stato con Patek Philippe, che ha scelto Milano anche e soprattutto per essere capitale della moda e del design, e che ha intrattenuto gli ospiti – circa duecento giornalisti, di cui la maggior parte proveniente dai più importanti mercati orologieri del mondo – con animazioni di vario genere. Sullo sfondo di vetrine e gigantografie con i nuovi orologi e una selezione di storici modelli della maison, come i pezzi unici appartenuti alla regina Vittoria o alla contessa Koscowicz: il primo, da persona, del 1851/52, il secondo datato 1868 e realizzato con bracciale d’oro su commissione della nobildonna ungherese, considerato il primo orologio da polso di cui si abbia documentazione storica.

    Ecco allora in scena le danzatrici, gli abiti di carta di Valentina Crepax, le illustratrici Sophie Griotto e Alessandra Scandella che eseguivano ritratti dei presenti – bastava un gesto d’assenso e via partiva rapida sulla carta la matita -, l’artista d’origini iraniane Borojeni e il giapponese Ohgushi, che pennellavano in mezzo alla sala rispettivamente bozzetti di moda e dipinti con soggetto la splendida modella della campagna Twenty∼4 Automatic. Il tutto con il sottofondo musicale di famose “cover” interpretate da Alexandra Miller Band, il set fotografico allestito dallo Studio Ummarino e l’ottima cena servita tra gli invitati da Vittorio che, con il suo famoso risotto giallo, ha aggiunto una nota molto milanese a questa elegante serata internazionale.

  • Le cronache di PDV: al Gran Premio Nuvolari, per seguire le auto d’epoca

    Le cronache di PDV: al Gran Premio Nuvolari, per seguire le auto d’epoca

    Le cronache di PDV – Percorsi di Viaggio III

    Oltre mille chilometri, suddivisi in tre giornate (da 14 al 16 settembre) e con un percorso che attraversa le campagne, le colline e le più attraenti città di Emilia Romagna, Marche, Umbria e Toscana. È questo il senso più genuino del Gran Premio Nuvolari, quest’anno giunto alla 28a edizione, uno degli appuntamenti più attesi per gli appassionati d’automobilismo d’epoca. Che, pur nella fatica della guida, provano esaltazione e godimento nello stare letteralmente per ore e ore al volante delle loro vetture storiche – con data di costruzione rigorosamente compresa tra il 1919 e il 1972, l’inizio e la fine dell’era meccanica delle quattro ruote -, in questa competitiva gara di regolarità (nata dalle costole della 1000 Miglia).

    Certo, sullo sfondo c’è anche la piacevolezza dei magnifici paesaggi italiani, con le macchine che si muovono quasi esclusivamente su strade tanto impervie e suggestive, quanto poco battute e secondarie, in molti casi tracciate proprio negli stessi anni d’immatricolazione delle vetture d’epoca che oggi le percorrono. La partenza e l’arrivo sono su Mantova, la città nella cui provincia è nato il grande e mai dimenticato pilota Tazio Nuvolari (1892-1953), tanto vittorioso e altrettanto temerario, cui il gran premio è appunto dedicato.

    Bisogna dire che quest’anno il Gran Premio Nuvolari si è dimostrato particolarmente seguito, con la partecipazione di circa 300 equipaggi, in gran parte stranieri, provenienti da ogni parte del mondo, e una ventina di Paesi rappresentati. Equipaggi che hanno sfilato tra le vie di città incantevoli, agli occhi dei forestieri, ma anche degli stessi italiani: come Gonzaga, Urbino, Città di Castello, Arezzo… E Siena, con la sosta in piazza del Campo (la stessa in cui si corre il Palio), a forma di conchiglia, che è uno dei momenti più suggestivi e memorabili del Gran Premio Nuvolari. Magnifica anche la serata di gala al Grand Hotel Rimini, con qualche equipaggio che si presenta con la polvere e la fatica della strada ancora addosso, ma che viene ugualmente e ben volentieri ammesso, con gli onori che si merita chi ha lottato tutto il giorno con i molti imprevisti del percorso. Le auto sono ordinatamente parcheggiate all’esterno, per la gioiosa curiosità del pubblico e l’intrattenibile felicità – tra ricordi nostalgici e giochi di fantasia – di anziani e bambini. Un momento da “Amarcord”, uno dei più famosi film del grande Federico Fellini, riminese di nascita, che ha girato alcune scene di quella pellicola proprio tra le sale del Grand Hotel, splendido e storico edificio costruito nel 1908 e oggi monumento nazionale.

  • Le cronache di PDV: tra le stelle del cinema, a Venezia

    Le cronache di PDV: tra le stelle del cinema, a Venezia

    Le cronache di PDV – Percorsi Di Viaggio II

    “Buona la prima” si dice nel mondo dello spettacolo, quando una scena funziona subito dopo aver dato il “ciak si gira”. E a giudicare dagli applausi in sala e dagli articoli degli addetti ai lavori, quest’anno la prima è stata più che buona: stiamo parlando della proiezione che ha aperto la 75a edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, organizzata al Lido dalla Biennale di Venezia, dal 29 agosto all’8 settembre. Il film in questione è stato “First Man”, opera del regista Damien Chazelle (già autore di “Whiplash” e “La La Land”), interpretato da Ryan Gosling nei panni dell’astronauta Neil Armstrong (1930-2012) e da Claire Foy in quelli di sua moglie. E narra appunto le vicende del primo uomo che ha messo piede sulla Luna, protetto dalla tuta pressurizzata della Nasa, il 20 luglio del 1969.

    Chi scrive ha avuto il piacere e l’onore di esserci, alla serata di gala della proiezione, in compagnia dei colleghi Augusto Veroni e Matteo Zaccagnino, in rappresentanza del mondo dell’orologeria e di un nutrito numero di autorevoli giornaliste della moda, tra cui Antonella Bussi, Paola Ventimiglia e Nicoletta Ferrari. E con gli attori, il regista e i personaggi più importanti della macchina produttiva di “First Man” presenti in Sala Grande. “Deus ex machina” di una serata molto mondana e con un’importante partecipazione, a livello sia numerico sia qualitativo, è stato Jaeger-LeCoultre, marchio elvetico d’alta orologeria che da ben 14 anni è “main sponsor” della manifestazione lagunare, prima rassegna cinematografica al mondo.

    L’inaugurazione di Venezia 75 – com’è stata concisamente ribattezzata l’attuale edizione dell’evento lagunare – prevede per consuetudine la proiezione in prima mondiale del film d’apertura e una cena sulla spiaggia dell’Excelsior, il magnificente Grand Hotel del Lido la cui darsena interna è storicamente approdo di molti volti noti dello spettacolo, dell’arte, della politica e della cultura. Una serata strettamente a inviti e che ha inizio con il passaggio sul red carpet, quel mitico tappeto rosso steso davanti all’ingresso del Palazzo del Cinema, percorso dalla prima all’ultima giornata della Mostra da attrici, registi e attori. Che sfilano in passerella con abiti e gioielli da sogno, per la schiera ammassata dei fotografi in cerca dello scatto giusto e per i moltissimi fan che si fanno ore d’attesa per un selfie, un autografo o anche solo per poter dire “io c’ero”.

  • Le cronache di PDV: amici, orologi e barche d’epoca

    Le cronache di PDV: amici, orologi e barche d’epoca

    Le cronache di PDV – Percorsi Di Viaggio I

    L’estate, tra caldo e vacanze, ferma le lancette della maggior parte degli eventi e degli incontri legati all’orologeria. Riprenderanno poi a muoversi in settembre, ma possiamo fin d’ora citare, tra gli altri, la rinnovata sponsorizzazione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia da parte di Jaeger-LeCoultre, e una serata di gala – al momento di soggetto ancora misterioso – ambientata nella “Swinging London” e tenuta a battesimo da Vacheron Constantin. Altro discorso riguarda invece le regate, molto amate e frequentate dall’industria del tempo, che dispiegano le vele proprio tra giugno e settembre: con i marchi Rolex e Panerai che s’imbarcano rispettivamente sui più prestigiosi scafi moderni e d’epoca, tanto per citare le presenze più seguite e rilevanti. E appunto in questo contesto è avvenuto un episodio che ci piace poter raccontare: non si tratta di un evento, piuttosto di un piccolo momento di grande gioia, slegato da scopi pratici, ma profondamente emozionale, un po’ come lo è quella magia che avvolge e fa amare gli orologi.

    L’occasione è stata la tappa nelle acque dell’Argentario (a Porto Santo Stefano, dal 13 al 17 di giugno) del Panerai Classic Yachts Challenge, considerato il più importante circuito mondiale per barche storiche. E se la data è ormai lontana, poco importa: il racconto non vuole parlare d’attualità, ma di un istante senza tempo, sospeso in un conviviale e sentito rito di passaggio. Una sorta di Amarcord dell’orologeria, dove il capitano di lungo corso che lascia il timone – per sopraggiunti limiti di età – è Angelo Bonati, alla guida di Panerai fin dalla prima ora, e i compagni di viaggio, invitati a cena sul terrazzo della sua casa in Argentario, con vista mozzafiato che scoscende fra terreni coltivati fino al mare, sono Augusto Veroni, Giampiero Negretti, Paolo “Pooh” Maccione e chi scrive, veterani della carta stampata e di svariata competenza nell’industria delle lancette.

    Delizioso momento privato, lontano dall’ufficialità – anche per correttezza nei confronti del successore, Jean-Marc Pontroué – e graditissima sorpresa per tutti noi: con la netta sensazione che quell’invito avesse valore di sincero riconoscimento per qualche merito acquisito sul campo, fosse anche solo quello di essere stati presenti, tra i primi nel 1997, al momento del rilancio di Officine Panerai da parte di Richemont Group. Testimoni di un’avventura tutta italiana, così come lo è stata quella progressiva e felice trasformazione di uno strumento militare e molto nazionale in un orologio prestigioso e di successo mondiale. Un senso di gratitudine che è stato da noi altrettanto sinceramente contraccambiato, visto che le vicende legate a quel marchio – come è ampiamente documentato – hanno offerto molto materiale di studio, scrittura e immaginazione a tutti gli appassionati e i professionisti dell’orologeria, da oltre vent’anni a questa parte.

    “Lo sai, Angelo, già un invito a cena al ristorante, per raccontarcela tra amicizia e professionalità, sarebbe stato di grande piacere e altrettanto onore: ripercorrere tutto questo tempo, il cammino fatto insieme e le cose successe… ma vedi, siamo qui, a casa tua, e questa bella familiarità, per chi si è incontrato sul lavoro, è un fatto davvero raro”. Si è detto anche questo, sottolineando quanta genuinità e italianità ci fosse in quell’incontro, quella stessa genuinità e italianità – dagli incursori di marina alle influenze dell’architettura razionalista, passando per episodi di grande genialità e creatività, o incrociando originalità stilistica ed eccellenza meccanica – che sono i presupposti della nascita e dello sviluppo di Panerai. Una coerenza con le origini e le tradizioni toscane del marchio che è finita fin sulla tavola dei convitati, apparecchiata con magnifica semplicità e imbandita da Gianluca Rende – fautore di una cucina subito riconoscibile alla vista e al gusto – con verdure, pesci, vini e frutta di provenienza strettamente locale.

    Le cronache di PDV – Percorsi Di Viaggio I – (continua…)