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Tag: OISA 1937

  • Oisa 29-60 Automatico: il 2° capitolo dell’orologeria Made in Italy

    Oisa 29-60 Automatico: il 2° capitolo dell’orologeria Made in Italy

    La rivoluzione Locman – Oisa 1937 è compiuta. Ci sono ora tutte le carte sul tavolo per una nuova era dell’orologeria italiana, al cento per cento Made in Italy. Oggi (alle ore 16) a VicenzaOro/VO’ Clock Privé, nell’area “Esperienze”, l’annuncio di Una vittoria italiana (questo il titolo dell’incontro): il primo movimento automatico di manifattura tricolore, l’Oisa 29-60 Automatico. Una novità assoluta, di cui vi raccontiamo il contesto in questa doppia intervista esclusiva.

    A poco più di due anni e mezzo dal lancio sul mercato del primo (o meglio: il primo dopo quasi 50 anni) movimento meccanico di manifattura italiana, a carica manuale, è questo il secondo, decisivo, passo previsto nella sfida lanciata da due imprenditori visionari. Parliamo, naturalmente, di Marco Mantovani, fondatore e Presidente di Locman, e Benedetto Perrotta, socio e Amministratore unico di Oisa 1937. Una coppia vincente che oggi ha preso la scena con due notizie bomba: l’arrivo del movimento Oisa 29-60 Automatico, come dicevo, e l’uscita di Locman dal capitale di Oisa 1937.

    Chi – crediamo in pochi – abbia perso i capitoli precedenti di questa storia, può ricostruirla su questo sito, a cominciare dall’articolo scritto da Augusto Veroni nel 2021 e quello successivo del nostro Direttore. Basti qui dire che Oisa 1937 è un’azienda storica (fondata appunto nel 1937, da Domenico Morezzi) che arrivò a produrre fino a 10 mila calibri al mese. Un unicum italiano, piegato dalla crisi del quarzo, che la portò a chiudere nel 1978.

    Quarant’anni dopo, Carlo Boggio Ferraris (nipote del fondatore) ha fatto ripartire la produzione in uno stabilimento attiguo alla Officine Meccaniche Futura di Benedetto Perrotta, specializzata in lavorazioni meccaniche di precisione. È in quei capannoni di Albuzzano, a una decina di chilometri dal centro di Pavia, che viene lanciata la sfida di far ripartire la grande tradizione dell’orologeria italiana. Con Marco Mantovani che affianca, consiglia, sprona, condivide entusiasmi con Benedetto Perrotta e tutta la squadra. Fino al lancio sul mercato di Montecristo Oisa 1937, la prima collezione di orologi che monta il calibro Oisa 29-50 Cinque Ponti. 

    È arrivato il momento per un primo bilancio…
    Perrotta: «Quando ho scoperto che in Italia non c’era nessuno che producesse movimenti meccanici per orologi sono rimasto molto sorpreso. Io non nasco esperto di orologeria, il mio mondo è la meccanica di precisione. Grazie alle competenze di una grande squadra, a cominciare dal direttore tecnico Fausto Berizzi, siamo riusciti a ottenere un risultato eccellente, in termini di prestazioni, design e finitura, così come di reclutamento e formazione delle maestranze. In verità, pensavo che il movimento sarebbe stato accolto con maggiore entusiasmo, soprattutto dalle ditte italiane che non avevano prima a disposizione un calibro Made in Italy. Allo stato attuale, la produzione supera le richieste».

    All’annuncio dell’industrializzazione del processo produttivo avevate posto l’obiettivo di 10 mila pezzi all’anno entro il 2025…
    Perrotta: «Ci siamo fermati prima: sarebbe al momento inutile raggiungere quei numeri. Oggi abbiamo una capacità produttiva di 2mila movimenti all’anno, e ne vendiamo 1.200». (Un plauso alla sincerità e alla trasparenza, ndr).

    Primo cliente: Locman… 
    Mantovani: «Dopo il lancio di Montecristo Oisa 1937, abbiamo montato il calibro anche in edizioni limitate, create per conto terzi. Come l’Amerigo Vespucci Island ref. 613 realizzato per il 93° compleanno della nave scuola della Marina Militare e poi rimasto come regalo diplomatico. E come la collezione per i 70 anni di Editalia realizzata da Tellus in collaborazione la Zecca dello Stato, con una Lira del 1946 in oro incastonata sul quadrante. Locman, per conto suo, ha poi dedicato al Cinque Ponti anche la collezione Decimo Canto, di cui in questi giorni presentiamo nuovi modelli, ancora più preziosi».

    Oltre Locman, sono arrivate richieste da altre marche?
    Perrotta: «Tre aziende, di cui non posso fare nomi, hanno iniziato a montare il nostro modello, personalizzato». 
    Mantovani: «Oisa 1937 non è gelosa: ogni azienda può personalizzare il movimento, e dargli il suo nome. Io credo che chiunque acquisti il calibro debba sentirsi onorato di poter scrivere, davvero, “Made in Italy” sul suo orologio. Questa non vuole essere una sfida alla Svizzera. È una sfida con noi stessi, che vogliamo fare le cose per bene, a un rapporto qualità/prezzo difficile da ottenere al di là delle Alpi. Mi auguro che le aziende italiane colgano le opportunità della rivoluzione appena avvenuta».

    L’arrivo dell’automatico è la ciliegina sulla torta…
    Perrotta: «Solo i veri appassionati scelgono la carica manuale. Il 90 per cento delle persone preferisce l’automatico. Il suo arrivo sul mercato, previsto per il 2025, quintuplicherà le nostre potenzialità».

    Uno degli obiettivi del calibro automatico è, per Oisa 1937, conquistare gli acquirenti più giovani?
    Perrotta: «Sicuramente. Sta all’orologiaio riuscire a trovare un modello che conquisti i giovani. Loro non comprano un orologio per leggere l’ora, bisogna farli sognare».
    Mantovani: Gli smartwatch hanno conquistato molti mercati, non l’Italia. Molti giovani hanno iniziato a guardare, studiare e apprezzare gli orologi dei nonni. Ho incontrato tanti ragazzi che guardano gli esemplari meccanici con lo stesso entusiasmo che colse me quando visitai per la prima volta la fiera di Basilea. Quello stupore e quella passione sono i motivi per cui l’orologeria continua e continuerà a prosperare».

    Locman ha previsto una o più collezioni dedicate al nuovo calibro automatico italiano?
    Mantovani: «Partiremo da un Montecristo. D’altra parte era automatico il primo orologio di quella collezione. Poi si vedrà. Oisa 1937 ha realizzato un calibro automatico che rispecchia gli stessi criteri di qualità del manuale e ne amplifica le potenzialità. Ora è arrivato il momento che che si presenti sul mercato come società pienamente indipendente, quale è di fatto sempre stata. Perciò Locman esce dal capitale e diventa un cliente».

    Dunque, vi separate?
    Mantovani: «Come previsto, abbiamo accompagnato Oisa nella parte più faticosa del percorso, controlli tecnici e supervisioni compresi. Ora il rodaggio è finito. La macchina produttiva è molto ben lubrificata. Il nostro compito esaurito. Restiamo però affezionati clienti. Abbiamo già fatto, per primi, gli ordini per il calibro Oisa 29-60 Automatico. Mi auguro che altri marchi italiani colgano quest’opportunità».

    Cosa vi mancherà del partner Locman?
    Perrotta: «L’esperienza di Marco, innanzitutto. Ma resteremo sempre in contatto».
    Mantovani: «Benedetto è molto umile. Oisa 1937 ha raggiunto livelli di eccellenza, con grossissimi investimenti in macchinari di altissima tecnologia e nella formazione del personale. Comunque, i nostri rapporti non cambiano con l’annuncio di oggi. Una giornata importantissima, perché, al di là del nuovo assetto societario, presentiamo il primo automatico della storia dell’orologeria italiana. Ed è giusto che questo lancio venga fatto alla fiera di Vicenza, che tanto ha investito sulla valorizzazione della filiera».

    Dopo l’automatico, aspettiamo le complicazioni…
    Perrotta: «Gran Data praticamente pronto, e condiviso con Locman. Su Fasi Lunari, Piccoli Secondi o altre complicazioni lavoreremo quando arriveranno richieste dal mercato. Nel frattempo, stiamo attrezzando un laboratorio di finiture a mano».

    E Locman presenta nuove collezioni a VicenzaOro?
    Mantovani: «Come sempre, settembre è per noi un mese ricco di novità. Tra le altre, una nuova referenza della collezione Montecristo, da sempre nostro core business, altre in collaborazione con Sandro Fratini e con Ducati. E poi, come anticipato, la versione super-preziosa del Decimo Canto, con quadrante full pavé».

  • Locman Aethalia: estetica, meccanica e coerenza

    Locman Aethalia: estetica, meccanica e coerenza

    La strada intrapresa da Locman per valorizzare la bella orologeria italiana sa prendere direzioni inaspettate. Una di queste si chiama Locman Aethalia. Un tributo alla culla del marchio, l’Isola d’Elba, che nel nome rimanda proprio alla storia millenaria di questo pezzo di terra a un tiro di schioppo dalle coste toscane, con vista sulla Corsica.

    Per dare il nome al Locman Aethalia Marco Mantovani, il Presidente del marchio, e il suo team sono andati a ripescare antiche testimonianze storiche. Sono tornati a un’epoca in cui Roma ancora doveva nascere e l’Italia era terreno di conquista per i Greci in cerca di nuovi spazi. Proprio i navigatori ellenici, veleggiando sotto costa davanti all’isola, videro bagliori e scintille sprigionate dai forni che gli antichi abitanti dell’Elba utilizzavano per lavorare il ferro, di cui il territorio era ricco. Scintilla, αιθαλία, appunto, era il nome perfetto per quella terra che sorgeva dal mare come un miraggio.

    Il progetto LocmanX

    Locman, un marchio attentissimo non solo al made in Italy ma anche alle forti tradizioni locali, non poteva certo lasciarsi sfuggire questo riferimento colto e prezioso. Tanto più che serve a connotare una collezione, Aethalia, che è preziosa di suo. E un progetto, LocmanX, che lo è ancora di più.

    Come mi aveva raccontato lo stesso Mantovani lo scorso anno durante un’intervista, LocmanX individua le collezioni che montano movimenti di manifattura e che già solo per questo parlano a clienti con una particolare passione per la meccanica e orientati su una fascia prezzo importante. Insieme a Aethalia, a LocmanX appartiene anche la collezione Decimo Canto.

    Con un movimento di manifattura, nel caso del Locman Aethalia lo stacco rispetto alla fascia prezzo degli orologi con calibri standard diventa evidente, così come cambiano le dinamiche industriali di prodizione. È un tipo di approccio completamente differente ed è giusto, per come la vedo io, che il Brand abbia creato all’interno della propria offerta una distinzione ben chiara.

    Un calibro italiano

    Nel caso di Locman, se parliamo di movimenti di manifattura parliamo di Oisa. La partnership con questa storica azienda produttrice di calibri è stata raccontata con cura sulle nostre pagine, come potete leggere qui. Una collaborazione che è diventata una storia industriale da studiare, che si pone come obiettivo la rinascita e il rilancio della filiera dell’orologeria made in Italy.

    Una storia che ha portato come primo risultato alla creazione di un movimento 100% italiano, il calibro 29-50 Cinque Ponti a carica manuale, che abbiamo già ampiamente descritto in questo articolo. È il cuore meccanico della collezione Locman Aethalia, oltre che di altri orologi di fascia alta del Brand elbano. E non penso sia il caso di ritornare sulle sue caratteristiche tecniche, che potete scoprire leggendo il pezzo linkato poco più su.

    Quello su cui vale la pena insistere è invece la volontà di Locman di collocare questa collezione nel segmento più alto. Un posizionamento dettato sì dall’impiego di un calibro pregiato, ma anche dal valore storico e celebrativo di Locman Aethalia, cui ho fatto cenno all’inizio, dalla preziosità dei materiali utilizzati, dai dettagli di stile, dal design decisamente audace.

    Il quadrante del Locman Aethalia

    Mi focalizzerò proprio su questi ultimi punti, perché sono gli aspetti qualificanti dell’orologio, al di là della preziosità meccanica. Parto dal quadrante, che Locman ha strutturato in modo piuttosto complesso, dividendolo sostanzialmente in tre zone: parte centrale, disco della minuteria, réhaut, ciascuna caratterizzata da un’estetica differente.

    La parte centrale è a mio parere la più interessante, caratterizzata da una bella lavorazione a Clous de Paris; anche se effettuata a macchina e non a mano, l’effetto estetico è notevole. In questa zona trova spazio a ore 12 il logo Locman, mentre a ore 6 il logo Oisa 1937 ricorda a tutti qual è il calibro meccanico che si cela al di sotto del quadrante. Sotto a questo logo non può mancare, orgogliosamente, il Tricolore italiano.

    Il disco della minuteria ha invece una lavorazione liscia, con gli indici stampati, che porta l’occhio verso il réhaut, strutturato su due livelli. Una parte inclinata verso il disco liscio riporta i pallini luminescenti in corrispondenza degli indici; una parte piatta esterna, a contatto con la lunetta, ha la minuteria a chemin-de-fer. Le lancette a daga, luminescenti, di ore e minuti e la lancetta dei secondi centrali completano la struttura del quadrante.

    Un’estetica inedita

    Notevole l’architettura della cassa. Per realizzare il Locman Aethalia, il marchio ha puntato su una cassa in tre parti: lunetta, carrure e fondello a vite. Ciò che salta all’occhio è proprio la carrure, caratterizzata dal design ipertrofico delle anse. Un’estetica ardita, che individua in maniera netta questa collezione, anche e soprattutto nelle proporzioni. A fronte di una cassa da 40 mm, la distanza da ansa ad ansa (il cosiddetto lug-to-lug) arriva a 49 mm: un rapporto che, sulla carta, non favorisce certo la migliore vestibilità.

    Sulla carta. Locman ha infatti adottato alcuni accorgimenti per consentire di mantenere l’estetica particolare dell’orologio senza sacrificarne, per quanto possibile, l’indossabilità. Intanto, la cassa è in titanio, quindi particolarmente leggera. Poi è stata disegnata una buona curvatura delle anse in modo che possano seguire il più possibile la forma del polso.

    Infine, il cinturino non è agganciato sul bordo dell’ansa ma più o meno a due terzi della distanza tra il bordo stesso e la cassa; in questo modo, lo spazio tra cassa e cinturino è quasi impercettibile e si accentua l’avvolgenza di quest’ultimo. Come saprà chi di voi legge i miei articoli, io ho un polso piccolo. Ho provato l’orologio e devo dire che non è scomodo, nonostante l’impatto visivo rimanga piuttosto importante.

    Resta comunque la volontà di differenziare il Locman Aethalia in maniera netta, soprattutto nell’estetica, dal resto dell’assortimento. Sia con questa collezione sia con Decimo Canto, il lavoro fatto dal Brand sul design delle casse traccia una linea di demarcazione piuttosto netta con quello che è, da sempre, il percepito di Locman da parte degli appassionati. Una scelta che, come mi ha ricordato Mantovani nell’intervista citata all’inizio, rafforza la mission dell’azienda senza snaturarla.

    Locman Aethalia e la sfida alle convenzioni 

    Chiudo segnalando che l’orologio è disponibile con il cinturino in pelle naturale italiana pienofiore, prodotta da concerie toscane e lavorata a mano. In alternativa c’è un bracciale in titanio a tre file. Esiste anche una preziosissima versione con cassa in oro 18 carati e cinturino in alligatore color testa di moro.

    Naturalmente cinturino, bracciale e materiale della cassa incidono sul prezzo finale dell’orologio. La versione con cassa in titanio e cinturino in pelle costa 3.980 euro, che diventano 4.158 se si sceglie il bracciale. La cassa in oro fa lievitare il costo del Locman Aethalia fino a 18.900 euro: una bella sfida, che parla a un target decisamente di nicchia.

    Una sfida che ha portato Locman a sterzare decisamente verso un nuovo pubblico e una nuova concezione di orologeria. Una concezione nella quale l’eccellenza meccanica e il design distintivo diventano i pilastri su cui costruire non una nuova identità di brand, ma un posizionamento alternativo e coraggioso. In bocca al lupo per la nuova avventura.

  • Locman Decimo Canto: la “divina” orologeria

    Locman Decimo Canto: la “divina” orologeria

    Che cosa lega Locman e Dante Alighieri, a parte la comune origine toscana? Per quanto possa sembrare strano, a unirli sono gli orologi. Sul marchio dell’Elba pochi dubbi, visto che li produce da quasi quarant’anni. Ma Dante, che cosa c’entra? C’entra se scrivo Locman Decimo Canto, la nuova collezione che, come ci ha detto il Presidente del marchio, Marco Mantovani, «segna l’ingresso del Brand in un segmento luxury, senza abbandonare la propria fascia core». Ma faccio un passo indietro e vado a riprendere per mano Dante.

    L’orologio… poetico

    Forse non è così noto il fatto che uno dei primi riferimenti letterari a un orologio meccanico non da campanile è proprio all’interno della Divina Commedia, nel X Canto del Paradiso: “Indi, come orologio che ne chiami / ne l’ora che la sposa di Dio surge / a mattinar lo sposo perché l’ami”. Si tratta del riferimento alle suonerie dei cosiddetti svegliatori monastici, che servivano a richiamare i monaci dal sonno alle loro funzioni mattiniere. (Chi volesse approfondire l’argomento, può andare a leggere quanto scritto sul Giornale degli Orologi in occasione dell’anniversario di morte del Sommo Poeta, un paio di anni fa: basta cliccare qui).

    Comunque, da questo punto Marco Mantovani è partito per ideare Locman Decimo Canto. Lo ha fatto insieme a Sandro Fratini, toscano come lui oltre che uno dei più importanti collezionisti al mondo di orologi e ideatore del marchio L’O. «Dal fatto che l’Italia è stata protagonista della nascita degli orologi e noi italiani, oltre che noi toscani, abbiamo questa passione perché sentiamo da secoli l’arte dell’orologeria», ha affermato ancora il Presidente di Locman.

    LocmanX e Locman Decimo Canto

    Detto questo, è importante scrivere che, oltre a essere la collezione a oggi più preziosa del marchio, Locman Decimo Canto è anche un tassello all’interno di un progetto più strutturato chiamato LocmanX. Si tratta di una linea che comprende in sé le collezioni mosse da calibri di manifattura: al momento ci sono il Montecristo Oisa, il Montecristo per l’Amerigo Vespucci, la nuova collezione Aethalia e, appunto, Decimo Canto.

    I più attenti di voi hanno letto qualche riga più sopra un nome familiare, Oisa. È il calibro 29-50 Cinque Ponti della manifattura lombarda il cuore meccanico di LocmanX e quindi anche di Locman Decimo Canto. Continua infatti la collaborazione tra il marchio elbano e Oisa, iniziata proprio un paio di anni fa con l’obiettivo di riportare a splendere la filiera dell’orologeria made in Italy. E i cui frutti cominciano a vedersi ora.

    Non torno sulle caratteristiche tecniche del calibro 29-50 Cinque Ponti: potete leggerle qui in maniera esaustiva. Quello che voglio sottolineare, prima di passare al racconto di Locman Decimo Canto, è la coerenza industriale che ha mosso ancora una volta Marco Mantovani in questa avventura di prodotto. Il fatto che si trovi in una fascia prezzo non familiare per il cliente Locman è giustificato sì dalla preziosità dei materiali, ma anche dal calibro, quello che più fa battere il cuore all’appassionato e che legittima ai suoi occhi il posizionamento alto della collezione.

    Quadranti preziosi

    E vediamola allora Locman Decimo Canto. Parto da quello che maggiormente mi ha impressionato quando ho avuto il privilegio di vederla in anteprima e un po’ “aumm aumm” a Vicenza Oro, lo scorso settembre: i quadranti. Per i quali il brand ha scelto il sorprendente effetto delle pietre dure: lapislazzuli, malachite, occhio di tigre, diaspro rosso e turchese, affiancate dalla madreperla.

    La lavorazione artigianale di queste pietre e della madreperla è un’impresa certosina; ridurle in lastre sottili pochi decimi di millimetro significa rischiare di spezzarle con uno starnuto, dovendo ripartire da capo e buttando via materiale prezioso. Come si suol dire, però, il gioco vale la candela: alla fine ogni quadrante, e di conseguenza ogni orologio, è un pezzo unico.

    Proprio la matericità di questi orologi è ciò che li rende pregiati, prima ancora che preziosi. Il quadrante ha gli indici applicati, il logo Locman a ore 12 e il logo L’O a ore sei. Nelle referenze più preziose, Locman Decimo Canto ha gli indici in diamanti naturali incolore. Per la scelta e la lavorazione di queste pietre, Locman si è rivolta a Crivelli, un’azienda italiana capace di interpretare al meglio i concetti di alta gioielleria che la collezione vuole esprimere. La scritta Made in Italy a ore 6, all’interno della minuteria chemin de fer, ribadisce il concetto alla base non solo di questo orologio, ma dell’intera filosofia aziendale.

    Naturalmente il quadrante non è “sporcato” dalla presenza di un datario, per due motivi abbastanza logici. Primo, il movimento 29-50 Cinque Ponti di Oisa non ha il disco data. Secondo, solo un maestro Takumi giapponese che volesse fare harakiri potrebbe pensare di intagliare con una finestrella la fragilissima pietra del quadrante…

    Parlando (poco) del calibro

    Come scritto sopra, non torno sui dettagli delle caratteristiche del calibro montato nella collezione Locman Decimo Canto. Ricordo solo che è un movimento nato per la personalizzazione, sia nei materiali sia nelle finiture. Platina e ponti possono essere fabbricati in ottone, titanio, oro o alpacca ed essere decorati con incisioni, rilievi, smalti o trattamenti Pvd.

    Inoltre, il calibro 29-50 è stato concepito come movimento di base da declinare in quattro versioni. Oltre al classico Cinque Ponti può essere a Ponte Unico, con Doppio Bariletto e Riserva di Carica oppure, come vogliono la logica e anche il mercato, a Carica Automatica.

    La cassa di Locman Decimo Canto

    Ciò che invece vale la pensa sottolineare è la lavorazione della cassa. Intanto è in titanio, materiale per il cui utilizzo in orologeria Locman è stata pioniere. Titanio lucidato quasi a specchio, e voi sapete che infame d’un materiale è il titanio da lavorare (prende fuoco più facilmente di Vittorio Sgarbi), e soprattutto da lucidare.

    Poi ha un design unico, una lavorazione a tre balze fatta apposta per ricordare le tre cantiche della Divina Commedia. A fare da elemento connettivo ci sono le quattro anse, molto pronunciate e la cui forma si restringe dal cinturino verso la lunetta. Abbracciano la cassa ed enfatizzano la peculiarità del design e dei volumi. Nelle referenze più preziose hanno i diamanti incastonati.

    La cassa è impermeabile fino a 5 bar grazie alla corona con guarnizione interna o-ring. La corona stessa è decorata con una pietra che richiama il materiale del quadrante: dà un tocco elegante ulteriore oltre a uniformare l’estetica di ciascun orologio Locman Decimo Canto.

    Qualità italiana

    Per la sua collezione più preziosa, il Marchio ha fatto le cose in grande anche con la varietà delle referenze. Ce ne sono decine, ciascuna diversa in base al materiale del quadrante, all’utilizzo o meno dei diamanti, alla presenza del bracciale in titanio a sette file o del cinturino in pelle di caimano.

    Un particolare quest’ultimo, che lega ulteriormente la collezione alle radici di Locman. Di quell’azienda che, quasi quarant’anni fa, cominciò con la pelletteria e con i cinturini per poi trasformarsi in un’eccellenza del made in Italy.

    Un vantaggio competitivo, quest’ultimo, anche per posizionare in modo corretto sul mercato sia LocmanX sia Locman Decimo Canto. «I mercati di partenza sono soprattutto l’Italia e gli Stati Uniti, sono quelli al momento più giusti secondo noi per queste collezioni, oltre a essere i nostri mercati core», ci ha detto ancora Mantovani. «Abbiamo contatti con altri mercati europei interessati e con il Giappone, poi valuteremo dove sarà corretto esserci con questo tipo di prodotti».

    Insomma, va bene la Svizzera ma anche gli italiani “do it better” quando si tratta di lancette. A maggior ragione se pensiamo che con ruote e pignoni abbiamo a che fare dal Duecento e forse anche prima. Dante docet.

  • Il calibro 29-50 Cinque Ponti. Il made in Italy torna in orologeria

    Il calibro 29-50 Cinque Ponti. Il made in Italy torna in orologeria

    «Ne siamo orgogliosi. E ci teniamo molto a far parte con Locman del progetto Oisa», mi raccontava Marco Mantovani durante un’intervista uscita poi sul Rapporto Orologi del Sole 24 Ore del 23 novembre scorso. «Ma l’obiettivo è quello di mettere questo movimento made in Italy di alta gamma al servizio di tutto il settore». Beh, sarebbe fantastico, pensavo fra me e me. Per farlo però bisogna industrializzarlo: avere le risorse tecniche ed economiche per produrlo su ampia scala e fare in modo che sia competitivo almeno con i movimenti svizzeri. Solo così il calibro 29-50 Cinque Ponti potrà essere una risorsa per l’intera orologeria.

    Erano i primi di novembre. Pochi giorni dopo, quasi in risposta alle mie perplessità, un comunicato stampa di Locman annunciava l’inizio di una nuova fase per il progetto Oisa. La creazione di un polo industriale dedicato proprio alla produzione del calibro 29-50 Cinque Ponti con annessi sviluppi. Per essere più precisi, la sede di Oisa 1937, ad Albuzzano (in provincia di Pavia), ampliata di 500 metri quadri. Uno spazio allestito appositamente per raggiungere un obiettivo ambizioso: produrre 10mila unità all’anno entro il 2025. Tempi stretti di chi ha le idee chiare e un programma ben definito.

    Gli esordi

    Rewind. Credo sia opportuno fare un breve riassunto delle puntate precedenti, per quanti non capiscano a cosa mi riferisco. Un anno fa, una cordata di imprenditori presenta un nuovo movimento meccanico, ideato e realizzato in Italia, con l’intento dichiarato di rilanciare l’orologeria made in Italy. Il gruppo è composto da Marco Mantovani di Locman, Carlo Boggio Ferraris di Oisa 1937 e Benedetto Perrotta di Officina Meccanica Futura. Partner finanziari, Andrea Morante e Daniela Berizzi Roux. Direttore tecnico Fausto Berizzi. Per saperne di più su di loro vi rimando a quanto scritto in quell’occasione da Augusto Veroni.

    Il movimento in questione è il calibro 29-50 Cinque Ponti, basato su un progetto anni ’60 del nonno di Ferraris, Domenico Morezzi, maître horloger e fondatore nel 1937 a Milano di Oisa (Orologeria Italiana Società Azionaria). Quel calibro originario ultrapiatto è stato quindi opportunamente riprogettato nella meccanica, riaggiornato nei materiali e rivisitato nell’estetica. E oggi è un bel movimento a carica manuale di 13 linee, che misura appunto 29,50 mm di diametro per 3,5 mm di spessore, montato su 19 rubini e con 60 ore di autonomia.

    Il calibro 29-50 Cinque Ponti va a equipaggiare in primis il Locman Montecristo e l’Oisa Extra in edizione limitata, poi piccole serie millesimate per collezionisti. Come quella per i 70 anni di Editalia realizzata da Tellus in collaborazione la Zecca dello Stato, con Una Lira del 1946 in oro incastonata sul quadrante. Del resto fin dall’inizio la produzione programmata per questo 2022, secondo quanto dichiarato dalla stessa Oisa, si aggirava attorno ai mille movimenti. Poi, a partire dal 2023, era previsto uno sviluppo graduale per arrivare a numeri decisamente più importanti. Che sono proprio quelli dichiarati di recente.

    Il calibro 29-50 sulla via dell’industrializzazione

    Con l’acquisizione di quei 500 metri quadri all’interno della manifattura ad Albuzzano – sede dell’Officina Meccanica Futura di Benedetto Perrotta, socio e Amministratore unico di Oisa 1937 -, i progetti a breve scadenza sembrano possibili. Lo spazio è sufficiente per ospitare nuove macchine a controllo numerico e manodopera specializzata così da aumentare la produzione. E poter avere a disposizione del mercato quantità sufficienti del calibro 29-50 Cinque Ponti e delle sue elaborazioni meccaniche. Da parte sua, del resto, il movimento è nato per la personalizzazione, sia nei materiali sia nelle finiture. Platina e ponti possono essere realizzati in ottone, ma anche in oro, titanio o alpacca; possono essere decorati con incisioni, rilievi, smalti di vario tipo o colorati con trattamenti Pvd.

    Non solo. Il calibro 29-50 è stato concepito come movimento di base da declinare in quattro versioni: a Cinque Ponti, oppure a Ponte Unico, con Doppio Bariletto e Riserva di Carica, e ovviamente a Carica Automatica. «L’obiettivo a lungo termine è di arrivare a produrre una gam­ma di movimenti meccanici che non solo siano simbolo del made in Italy e della sua tradizione orologiera, ma che garanti­scano anche un alto livello di qualità, precisione e affidabilità», conferma Mantovani. E le sue parole trovano un’eco nei commenti di Fausto Berizzi: «L’obiettivo era quello di arrivare a un movimento perfetto che integra diversi punti fondamentali. Come il bilanciere senza racchetta, le viti antiallentamento e l’Incablock dimensionata appositamente per il bilanciere. Tutti elementi che offrono la garanzia di un movimento performante, bello e affidabile».

    Risorge l’orologeria italiana?

    «Con Oisa 1937 vogliamo ripercorrere la strada del maestro Morezzi. Un genio italiano, che è riuscito a creare straordinari calibri», aggiunge Mantovani. «Calibri che oggi vogliamo mettere a disposizione di tutti i brand interessati a movimenti meccanici di alta gamma. Oltre a Locman, altre importanti aziende italiane ed internazionali stanno acquistando i movimenti Oisa per dare qualità e prestigio ai propri orologi. Questo è il vero obiettivo del progetto ed è per noi motivo di grande soddisfazione». Del resto, come raccontava nel suo articolo Veroni, il sogno di un movimento meccanico italiano gli appartiene da tanti anni. Ed è ormai diventato una realtà. L’importante ora è poterlo industrializzare, così da ricollocare il nostro prodotto di qualità, simbolo del made in Italy, almeno a livello europeo. Sarebbe davvero l’avvio della tanto agognata rinascita dell’orologeria italiana.

    Non a caso, il Ceo di Locman per tutto l’anno si è fatto promotore di una serie di dibattiti – nelle fiere di settore, da VicenzaOro al Woi, e in altre occasioni – proprio sul tema della storia dell’orologeria italiana. «Che ha radici molto antiche. Alcune tra le prime testimonianze documentali le offre Dante Alighieri nel Paradiso, in cui paragona i ruotismi degli orologi meccanici all’armonia dei movimenti delle anime beate. Per non parlare di orologiai famosi come Brunelleschi o Leonardo e del contributo straordinario di Galileo, inventore dell’isocronismo del pendolo», conclude Mantovani. «Dunque la ben nota passione degli italiani per l’orologeria analogica è un valore culturale e ancestrale che ha sempre animato imprenditori e collezionisti. Quest’arte sublime si è evoluta in un’imponente filiera produttiva molto spesso al servizio delle marche svizzere. Crediamo sia venuto il momento di sottolineare il valore dell’Italia anche in questo settore».

  • L’orologeria fra sport, cultura e mondanità. News & previews – 14/06/2022

    L’orologeria fra sport, cultura e mondanità. News & previews – 14/06/2022

    Tornano le notizie dal mondo dell’orologeria. O meglio, del marketing dell’orologeria, più che mai impegnato a dare il meglio di sé. Prima di tutto in ambito sportivo, dove a farla da padrone è il cronometraggio di eventi di diverso genere, dall’automobilismo all’atletica leggera. Ma fra le news di oggi si trova anche un po’ di cultura, con una bella mostra itinerante e un convegno tutto all’insegna dell’italianità. Per concludere con una nuova esperienza di acquisto. Perché senza le vendite, non ci sarebbe nulla di cui parlare… O no?

    Brescia-Roma e ritorno

    Dal 15 al 18 giugno, la Mille Miglia tornerà ad attraversare l’Italia con un percorso storico in senso orario, su e giù per i passi dell’Appennino, fra città d’arte e borghi pittoreschi. Giunta alla 40a edizione, “la corsa più bella del mondo” anche quest’anno avrà come partner e Cronometrista ufficiale Chopard. E sarà scandita dalla versione del Mille Miglia 2022 Race Edition: un cronografo automatico, certificato cronometro dal Cosc, in 1000 esemplari con cassa in acciaio, e altri 250 con cassa in oro rosa. Solo per veri appassionati.

    Tradizione o innovazione?

    Roger Dubuis è diventato partner del Goodwood Festival of Speed, confermato dal 23 al 26 giugno prossimi. Da sempre al vertice dell’automotive nel Regno Unito, l’evento 2022 farà da vetrina sia per le vetture storiche sia per le innovazioni tecnologiche – tra il Future Lab dedicato alla mobilità del futuro e la Electric Avenue con vetture a emissioni zero. In quanto Cronometrista ufficiale del Festival e sponsor del Drivers’ Club, la Maison pigerà l’acceleratore sulle emozioni e sull’adrenalina… c’è da scommetterci.

    Fra le stelle dell’atletica

    Foto Srdjan Stevanovic / Getty Images for World Athletics courtesy Omega

    Si è tenuto a Roma il 9 giugno il Golden Gala Pietro Mennea, unica tappa italiana della Diamond League. Dove, nel ruolo di Cronometrista ufficiale della manifestazione, c’era ancora una volta Omega. Che allo Stadio Olimpico ha così schierato non solo la modernissima tecnologia necessaria a misurare tutte le gare in programma, ma anche alcuni dei propri ambasciatori dell’atletica. Da Allyson Felix, all’ultima corsa romana prima del ritiro, a Gimbo Tamberi, che si è piazzato al terzo posto perché si è “fermato” a 2,24. Lo amiamo comunque…

    Roba da rifarsi gli occhi

    Foto Juan Naharro Gimenez / Getty Images for Omega

    S’intitola Her Time la mostra dedicata da Omega all’orologeria femminile. Che di recente è stata esposta a Madrid, in Calle de Larra, aperta al pubblico per una settimana. A inaugurarla, una cena di gala nell’elegante Palacio de Liria, con tanta bella gente: a partire da Alessandra Ambrosio (accanto) e Miriam Leone – rimaste estasiate di fronte agli orologi-gioiello, ai pezzi storici e agli esemplari contemporanei. Ma c’erano anche attori e modelli spagnoli, come Miguel Bernadeau, Manu Ríos e Xavier Serrano. Una festa per gli occhi delle signore…

    Lectio magistralis

    Da sinistra. Auro Montanari, Marco Mantovani, Sandro Fratini e il professor Ugo Pancani.

    Il 1° giugno, a Firenze, si è svolta la tavola rotonda L’orologeria italiana e i suoi segreti, voluta da Marco Mantovani per promuovere la nostra tradizione nel mondo delle lancette. Tra gli ospiti, tanti personaggi noti nel settore: oltre al Ceo di Locman, Carlo Boggio Ferraris di Oisa 1937, gli orologiai Luca Soprana e Carlo Berizzi, i collezionisti Auro Montanari e Sandro Fratini, e ancora Sante Castignani, Piero Superchi, Carlo Fontana e Ugo Pancani, il cui discorso ha incantato gli astanti. Location dell’evento: l’Hotel dell’Orologio. E dove se no?

    Nel tempio dello shopping

    Rocca “si allarga”. La catena di orologeria e gioielleria che fa capo al Gruppo Damiani amplia spazi e offerta all’interno della Rinascente di piazza Duomo a Milano. Nell’area a pianterreno, i nuovi corner di recente inaugurati, oltre ai gioielli Damiani e Salvini, ospitano così i brand di Swatch Group (Omega e Longines, cui si aggiungono ora Hamilton e Tissot nella zona centrale), di Richemont (Cartier, IWC, Panerai), LVMH (Hublot, Tag Heuer, Zenith, Fred), e qualche indipendente (Breitling, Chopard, Ulysse Nardin). Per la gioia dei turisti e non solo.

  • Il Locman Montecristo Oisa 1937 nella storia dell’orologeria italiana

    Il Locman Montecristo Oisa 1937 nella storia dell’orologeria italiana

    Della collaborazione Locman/OISA 1937 Il Giornale degli Orologi ha già pubblicato il 18 novembre dello scorso anno (articolo a firma Augusto Veroni, con considerazioni e approfondimento da par suo). Io che ne scrivo ora non voglio quindi entrare nuovamente nel merito della tecnica e del valore di questo progetto industriale italiano. Piuttosto ritorno sull’argomento perché esattamente quattro mesi dopo quell’annuncio, il 18 marzo di questo 2022 e nel contesto di Vo’Clock Privé, è stato presentato l’orologio che accoglie la prima serie di movimenti OISA 1937. Il Montecristo Oisa 1937 (si chiama proprio così), che vedete illustrato nella gallery qui sopra.

    Solo una breve premessa. Ricordo che VO’Clock Privé è la manifestazione promossa da Vicenzaoro, dedicata all’orologeria contemporanea e nata sull’esperienza del salone vintage avviato nel 2020, presentata su questo sito da Marco Carniello. E che a tenere a battesimo l’operazione, in un’interessante e seguita conferenza stampa, c’erano Marco Mantovani, Presidente di Locman, e al completo i responsabili di OISA 1937: Carlo Boggio Ferraris, Franco Berizzi e Andrea Morante.

    Dunque, il Made in Italy in orologeria, di nome e di fatto

    Ed è proprio su questo che Mantovani ha focalizzato il suo appassionato intervento. Si tratta di un nuovo capitolo che ha l’onore di aggiungersi alla ricca e grande storia dell’industria del tempo del nostro Paese.
    Gloriosa, ben presente nei secoli passati, ma che ultimamente si era un po’ persa con il prevalere dello Swiss Made e delle influenze sui gusti (e le convenienze, potremmo benissimo aggiungere) dettate dai mercati asiatici. In quell’immenso continente, apparso da pochi decenni sulla scena, solo il Giappone conserva infatti il gusto e il senso della tradizione come la si intende in Europa; mentre gli altri Paesi hanno visioni estetiche e funzionali completamente differenti.

    Interessante anche il momento in cui Mantovani ha ricordato quanta Italia ci sia comunque dietro ai successi dell’orologeria svizzera; per stare in argomento, basta citare il direttore tecnico di OISA 1937, Fausto Berizzi, con i suoi trascorsi in Frédéric Piguet, Voucher/Parmigiani Fleurier e Atokalpa. Mantovani ha quindi messo l’accento su quanto d’italico sia storicamente documentato. A partire dai primi meccanismi – e parliamo dell’anno Mille – che apparvero in Europa come “svegliarini” all’interno dei monasteri. Tante di queste laboriose e pie istituzioni avevano sede proprio in Italia.

    Una storia lunga secoli

    E poi i primi orologi pubblici, quelli dei campanili, nel cui ristretto elenco e con datazione ai primi del ‘300 compare la Basilica di Sant’Eustorgio, a Milano. Interviene perfino Dante Alighieri, che con un celebre verso della Divina Commedia (Paradiso, canto XXIV) testimonia come nella sua epoca fossero già diffusi gli orologi, descrivendone con ammirazione l’ingegnoso movimento di ruote e ingranaggi. E poi ancora il trecentesco Astrario di Giovanni de’ Dondi (la cui ricostruzione di Luigi Pippa è al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano); la quattrocentesca Torre dell’Orologio di Piazza San Marco a Venezia e il cinquecentesco Orologio dei Pianeti di Lorenzo della Volpaia.

    Senza parlare dei “notturni”, ambìti da aristocratici e pontefici, e del fondamentale contributo di Galileo Galilei – con studi sul pendolo – allo sviluppo dell’orologeria di precisione. Il tutto con attenzione all’estetica, grazie all’innato senso del bello presente in molti comparti del fare arte, artigianato o industria in Italia. Come magnificamente rappresentato dal quadrante dipinto nel 1443 da Paolo Uccello, allievo del Masaccio, situato nel Duomo di Firenze, Santa Maria del Fiore. Tutti temi variamente approfonditi su questo sito nella serie di articoli scritti da Marisa Addomine. Con l’obiettivo di colmare le lacune di quanti poco conoscono l’illustre storia dell’orologeria italiana.

    Per tornare a oggi

    Il capoluogo toscano offre lo spunto – giustamente non citato da Mantovani, ma qui ricordato a onor di cronaca – per un accenno a Panerai. Che in epoca recente (siamo già all’orologeria da polso), rappresenta l’unico episodio rilevante di recente produzione nostrana. Ma se intorno agli anni Trenta del ‘900 si trattava di casse che adottavano movimenti svizzeri, dal 1997 (e con l’acquisizione da parte di Richemont Group) l’intera produzione diventa elvetica. Insomma, l’Italia è ben presente all’inizio dell’orologeria meccanica, ma poi ha ceduto il passo a Germania, Francia e Inghilterra; fino al predominio assoluto, coinciso con l’avvento dell’orologeria da polso, dello Swiss Made.

    La digressione avvalora la sostanza di questo nuovo e tutto italiano progetto industriale. Il quale, come ha ben raccontato Mantovani a Vicenza, si fonda su competenza, memoria storica e passione per l’argomento. Aggiungendo che il primo risultato è un movimento indubbiamente bello da vedere, realizzato sul principio della massima affidabilità e base di sviluppo per eventuali altri calibri. La produzione marcata Made in Italy (solo bilanciere e spirale sono Swiss Made), oggi è attestata su un migliaio di pezzi all’anno; ma con proiezione a dieci volte tanto e in linea di principio al servizio dell’intero settore: sono molte infatti le marche d’origine italiana con produzione svizzera che potrebbero farci una riflessione.

    Il Montecristo OISA 1937

    Ma tanto per cominciare – ed è quello che più conta -, Mantovani si è esposto in prima persona facendo propria la prima produzione OISA 1937. Ovvero il calibro 29-50 a carica manuale, disposto su 5 ponti, con 60 ore di autonomia e una precisione con tolleranza cronometrica giornaliera di +/- 10 secondi. La collezione Locman che l’adotta è appunto una serie speciale del Montecristo, chiamato proprio Montecristo OISA 1937 – come scrivevo poc’anzi.

    Un esemplare con la cassa in acciaio oppure in oro dal diametro di 42 millimetri, impermeabile fino a 100 metri e – ça va sans dire – con fondello a vista sul movimento. Il quadrante smaltato presenta numeri romani sul réhaut; e riporta la sezione occidentale e quella orientale di uno stilizzato mappamondo attraversata da un veliero – forse un’allusione all’avventura appena intrapresa. Mentre un tricolore a ore 6 sottolinea senza mezzi termini che questa missione è tutta italiana. Ne siamo orgogliosi.

  • News & previews – 12/03/2022. Notizie varie e brevi di cronaca

    News & previews – 12/03/2022. Notizie varie e brevi di cronaca

    Partnership nuove e rinnovate, sportivi e musicisti nel ruolo di ambasciatori, mostre monografiche e iniziative benefiche. Da qualche settimana non vi raccontavamo le novità dal mondo delle lancette, ma rimediamo subito. Ed è opportuno che voi restiate aggiornati su quanto succede in orologeria, perché le ultime notizie tratteggiano un panorama quanto mai multiforme, per interessi e attività. Notizie varie ed eventuali, s’intende…

    L’altra Pechino 2022

    Chiude domani la 13a edizione dei Giochi Paraolimpici Invernali, che ha visto ancora una volta Omega nel ruolo di official timekeeper. Dopo le Olimpiadi di Pechino 2022, infatti, la Maison di Biel ha cronometrato anche i 78 eventi in calendario disputati nelle sei discipline sportive: sci alpino e di fondo, snowboard, biathlon, para hockey su ghiaccio e curling in sedia a rotelle. Garantendo che ogni risultato fosse registrato con impareggiabile precisione, ha così supportato gli atleti nel loro sogno. Come recita il motto dei Giochi: Flying High.

    Al polso di Gimbo

    Sempre in tema di Olimpiadi, Omega di recente ha siglato una partnership con Gianmarco Tamberi. L’atleta – medaglia d’oro per il salto in alto a Tokyo 2020, quindi orgoglio nazionale – d’ora in poi sarà seguito dal marchio svizzero negli eventi mondiali dell’atletica leggera. Però intanto Omega gli ha già messo al polso un bel Moonwatch Master Chronometer. Forse impressionato dalle prestazioni all’ultimo Nba Celebrities All Star Game, dove il campione olimpico ha effettuato un paio di memorabili schiacciate. Grande Gimbo!

    Rock Watch

    Brian May, l’immarcescibile chitarrista dei Queen, porta al polso un Seiko fin dagli anni ’70, quando ha acquistato un esemplare subacqueo durante il primo tour in Giappone della band. E il marchio nipponico lo ha ripagato nel 2020 con una special edition dedicata alla sua chitarra, la leggendaria Red Special. Che ora è seguita da un nuovo Seiko 5 Sport x Brian May, prodotto in 12.500 esemplari e ricco di dettagli evocativi dello strumento. Parte del ricavato della vendita andrà a finanziare il Mercury Phoenix Trust per la lotta all’Hiv.

    Meccaniche benefiche

    Foto courtesy charitybuzz.com

    Lo avevamo annunciato lo scorso autunno. Ora, il primo calibro made in Italy è una realtà: lo esporrà Locman al VO’Clock Privé. Ma il primo orologio a montarlo è un pezzo unico dedicato all’Andrea Bocelli Foundation: un Montecristo con la cassa da 42 mm, il movimento a carica manuale Oisa 1937 visibile dal fondello in vetro zaffiro e il quadrante personalizzato. Che è andato all’asta sul sito Charity Buzz lo scorso 10 marzo. Non si sa chi si sia aggiudicato l’esemplare, stimato 25mila dollari. È certo però che l’intera cifra finanzierà la ricostruzione post-sisma dell’Istituto superiore di San Ginesio, nelle Marche.

    Rarità in mostra

    A Londra, c’è ancora qualche giorno per visitare la mostra Made in Germany, a Tribute to the Early Lange 1 and Datograph. Allestita nello showroom di Phillips Perpetual (30 Berkeley Square, fino al 14 marzo), è dedicata appunto ai due storici modelli di A. Lange & Söhne. Riunisce infatti una ventina di rari esemplari creati fra il 1994 e il 2008, amati dai collezionisti (per alcuni quasi un’ossessione). Un percorso fisico sull’evoluzione dei caratteri e dei quadranti degli orologi a produzione limitata della Maison tedesca. Da vedere.

  • OISA 1937, Locman e il calibro meccanico Made in Italy

    OISA 1937, Locman e il calibro meccanico Made in Italy

    Ho visto la Storia. Ho visto il futuro dell’orologeria italiana. Io l’ho visto: si chiama OISA 1937.
    Tu mi dirai: ma cosa caspita ti sei calato per scrivere ’ste robe? No, al mio cervello ci tengo molto, ti rispondo. Ci vado pianissimo persino con la birra, figurati il resto. È che ho visto realizzarsi un mio vecchio sogno. Ancora non posso raccontare tutto nei dettagli e non sono nemmeno riuscito a convincerli – loro di Locman e di OISA 1937, che hanno fatto questo piccolo miracolo italiano – che almeno la foto di un ponte potevano darmela…

    Ma io ho visto. E non solo io, ovviamente. C’era un nutrito gruppo di giornalisti specializzati. Il problema è che per ora non se ne può parlare più di tanto. Fino a gennaio. Quando uscirà il primo movimento meccanico italiano prodotto, dopo tanti anni di assenza, da OISA 1937. Ma andiamo con ordine.

    Premessa. Il sogno

    Ho conosciuto Marco Mantovani tanti anni fa. Quanti non conta, ma tanti. Marco ha fatto parecchie cose per primo, zitto zitto. Il primo a usare l’erica dell’Elba per un orologio e poi il primo, con il designer Fulvio Locci, a sdoganare l’uso del colore in un certo tipo d’orologio, ai confini fra tradizione e fashion, il primo a usare il titanio per orologi italiani. Già, perché è stato anche il primo a dichiarare orgogliosamente la nazionalità italiana dei propri orologi. Prima o poi faremo un bell’Amarcord delle nostre discussioni e dei nostri sogni. Il più importante dei quali era la produzione di un movimento italiano. Un movimento meccanico italiano.

    A naso direi che abbiamo cominciato a parlarne una ventina d’anni fa. Forse qualcosa in più. Marco Mantovani, che sa e vuole costruire cose solide con un solido futuro, l’ha presa alla lontana. Piano piano, mattone dopo mattone, con l’aiuto delle persone che riteneva giuste – sia per quanto riguarda il fondamentale progetto economico, sia per quello tecnico. Ora ci siamo ed io ho visto un bellissimo movimento meccanico a carica manuale. Che l’avessero fatto gli svizzeri diremmo tutti: «Oh, che gran bel movimento… E che finiture di grande qualità!».

    Il gruppo di lavoro

    Gente seria, maledettamente seria. Di Marco Mantovani abbiamo già detto, ma la parte finanziaria, e non solo, è da molti anni affidata ad Andrea Morante, uomo dal passato, presente e futuro importante. AD storico di Pomellato, lascia il marchio quando passa al gruppo Kering per diventare AD di Sergio Rossi (calzature) e Presidente di QuattroR Sgr, società indipendente di gestione del risparmio, con la quale entra anche in Trussardi. Un dirigente che è una certezza assoluta. E che comprende pienamente il potenziale di un movimento Made in Italy per gli orologi.

    La produzione di OISA 1937 si svolge in uno stabile attiguo alla Officine Meccaniche Futura di Benedetto Perrotta, azienda fondata nel 1991 e specializzata in lavorazioni meccaniche di precisione. La sede è ad Albuzzano, ad una decina di chilometri dal centro di Pavia. Una bella caratteristica dell’azienda è di possedere – fisicamente – anche le macchine a controllo numerico necessarie per produrre (immagino in piccola serie, all’inizio) i movimenti Made in Italy. E non finisce qui.

    Ma da dove viene, ’sto movimento?

    Pochi lo sanno, ma l’Italia produceva movimenti per orologi già tanti anni fa. Nel 1937 Domenico Morezzi apre l’unica fabbrica italiana di movimenti per orologi da polso. Che arriverà a produrre una decina di calibri diversi. La OISA, fondata nel 1937, ha prodotto orologi e movimenti non soltanto per le marche di cui era proprietaria, ma li ha ceduti anche ad altri. La OISA era in grado di produrre grandi quantità di movimenti (fino a 10mila al mese), suddivisi fra diversi calibri. Tutti progettati da Domenico Morezzi, tecnico orologiaio e fondatore dell’azienda poi passata al nipote, Carlo Boggio Ferraris.

    Carlo termina la produzione nel 1978, nel pieno di quella “crisi del quarzo” che aveva quasi sterminato i movimenti meccanici anche in Svizzera. Sostituiti, appunto, da quelli elettronici. L’arrivo poi dei circuiti integrati di produzione giapponese aveva fatto diventare obsoleti anche i quarzi svizzeri. Con conseguenze spaventose per la Svizzera degli orologi. Ma questa è un’altra storia. Ma poi l’OISA rinasce nel 2018 sempre grazie alla ferrea volontà di Carlo Boggio Ferraris.
    A far da ciliegina su una torta già di per sé sontuosa c’è il Direttore tecnico, Fausto Berizzi. Però ti sento già dire: e chi diavolo è, Fausto Berizzi?

    Il tecnico inflessibile

    L’ho incrociato tante volte, negli ultimi 35 anni. Fausto Berizzi – italiano in Svizzera – era autore di movimenti complicati in Frédéric Piguet, la fabbrica di calibri sulle quale è stata fondata la rinascita di Blancpain e in seguito, molto in seguito, venduta a Swatch Group insieme alla stessa Blancpain.

    Fra le altre tappe della vita professionale di Berizzi mi piace ricordare poi il primo calibro di manifattura per Hublot. Allora lavorava con altri due grandi tecnici: René Maillefer e Cédric Grandperret (oggi direttore tecnico della Scuola d’orologeria di Ginevra e sindaco del paese in cui vive). Nomi sconosciuti al grande pubblico, ma indimenticabili per chiunque abbia una buona conoscenza dell’orologeria non solo attraverso la facciata.

    Ah, Fausto Berizzi passa in seguito alla Voucher, la fabbrica di movimenti proprietà della Fondazione Sandoz e quindi strettamente legata a Parmigiani Fleurier. Berizzi, fra l’altro, è la persona che per prima è riuscita a trovare un metodo di produzione che consentisse di realizzare ponti e platine in titanio. Come non bastasse, Fausto Berizzi si trasferisce (sempre nell’ambito delle fabbriche che fanno capo alla Fondazione Sandoz) all’Atokalpa, la fabbrica che produce spirali, bilancieri e altre delicatissime parti dei movimenti.

    Per capire l’inflessibilità di Berizzi, chiacchierando con lui, alla presentazione del Calibro OISA 1937, notavo l’impiego del sistema antiurto Kif sul bilanciere. E gli chiedevo il perché di questa scelta. La risposta: «Kif costa un po’ di più, è vero. Ma mentre altre fabbriche producono pezzi che devi usare così come sono, Kif te li personalizza, te li fa delle dimensioni che vuoi tu. E questo ti consente una libertà progettuale notevole. Necessaria per fornire la massima qualità. Noi non vogliamo scorciatoie passibili di critiche tecniche». Un tecnico inflessibile, appunto.

    OISA 1937, un progetto da approfondire

    Vorrei che consideraste questo articolo come niente più che una sorta di indice per il lavoro che faremo nel futuro. La realizzazione di movimenti italiani (che in un certo senso era nell’aria: altri stanno scaldando i muscoli, ma siamo ancora a moduli specializzati) è un fatto storico con un potenziale assolutamente straordinario. Non va dimenticato infatti che il mercato italiano dell’orologeria (che in passato era il secondo mercato mondiale) continua ad avere una importanza fondamentale che va oltre i numeri.

    L’Italia continua, nell’orologeria come in molti altri settori, ad orientare i gusti del pubblico internazionale. E questo primo movimento Made in Italy consentirà una libertà di progettazione che potrebbe trasformarsi in una solida, consistente nicchia di mercato. Un mercato che sta sempre più premiando i produttori in grado di offrire oggetti in qualche modo personalizzato.
    Il primo orologio con il nuovo calibro, che è meccanico a carica manuale, lo ricordo, sarà disponibile a gennaio.