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Quadranti Tropical: perché il sole rende unici gli orologi

La radiazione solare cambia la materia, ma non lo fa sempre allo stesso modo. Sulla pelle umana stimola la melanina e regala una temporanea abbronzatura. Invece negli orologi da polso prodotti fra gli anni ’40 e ’70 innesca una reazione chimica permanente: fa virare la vernice dei quadranti in ottone. Il nero profondo e specchiato delle lacche originali si degrada lentamente, e acquista sfumature marroni che variano dal nocciola al cioccolato.
Eppure, quello che per decenni i reparti tecnici delle maison hanno considerato un banale difetto di fabbricazione – il rivestimento protettivo incapace di resistere all’azione combinata di luce, calore e umidità –, oggi è diventato uno dei fenomeni più celebrati dai collezionisti. Nel linguaggio delle grandi aste internazionali, i rari esemplari che subiscono la trasformazione assumono un nome preciso, quasi esotico: quadranti Tropical. Ma come fa un’imperfezione a diventare un valore aggiunto? La risposta si trova nell’equilibrio tra fisica e imprevedibilità.

La chimica dietro l’imprevisto

Per capire come nascono i quadranti Tropical è necessario guardare alla chimica industriale del secondo dopoguerra. In quegli anni, la fabbricazione di un quadrante seguiva un protocollo rigoroso. La base in ottone riceveva dapprima uno strato di fondo, poi era rivestita dai pigmenti di colore e infine sigillata con una vernice trasparente di protezione – di solito resine sintetiche o lacche zapon. Formule eccellenti per l’epoca, ma del tutto prive dei moderni filtri e stabilizzatori contro i raggi Uv.

Quando gli orologi erano esposti al sole o utilizzati in climi tropicali per lungo tempo, i raggi ultravioletti penetravano nella finitura protettiva e spezzavano i legami molecolari dei pigmenti neri. Questo processo, sommato alla naturale ossidazione dei metalli e alle radiazioni emesse dalle paste luminescenti dell’epoca – a base di radio prima e di trizio poi -, modificava in modo permanente la rifrazione della luce sulla superficie.

La variazione cromatica dipendeva dall’esatta formulazione chimica utilizzata dai grandi produttori specializzati – come Stern Frères, Singer o Beyeler. Minime differenze nella percentuale di solventi usata in un lotto di produzione potevano cambiare il destino di un quadrante. E determinavano la capacità della lacca di resistere al sole o di virare verso nuance tendenti al dattero piuttosto che al cacao.

Le referenze più famose

L’invecchiamento non colpiva quindi ogni orologio in modo identico. Alcuni modelli specifici oggi presentano una metamorfosi migliore, che ne ha ridefinito i canoni estetici e ne ha causato quotazioni da capogiro nelle aste e dagli antiquari.

Per esempio, il Rolex Submariner Ref. 1680 e 5513. Negli esemplari prodotti tra la fine degli anni ’60 e i primi ’70, la caratteristica vernice nera opaca ha risposto al sole con una costanza e una bellezza sorprendenti. Il fondo originario si è trasformato in un marrone pieno e vellutato che la comunità dei collezionisti chiama chocolate, capace di far risaltare per contrasto le scritte serigrafate, rimaste incredibilmente nitide e bianche.

Un altro esemplare degno di nota è poi l’Omega Speedmaster Professional Ref. 145.022-69. Nel “biennio d’oro” a cavallo tra il 1969 e il 1970, la Maison di Biel affidava a Singer i quadranti del celebre cronografo. In questa particolare referenza, il viraggio regala una tonalità tabacco intensa, priva di riflessi, in grado di creare uno stacco netto con la minuteria bianca e la lunetta nera con scala tachimetrica. L’effetto finale è carico di personalità.

Da citare ancora il Rolex GMT-Master Ref. 1675 “Nipple Dial”. Nelle declinazioni in oro o in acciaio/oro degli anni ’70, i famosi indici applicati a forma di cono poggiano su superfici che nel corso dei decenni hanno abbandonato il nero per accogliere sfumature bronzee e nocciola. Una tavolozza quasi autunnale, perfettamente calibrata sui riflessi della cassa in metallo prezioso.

Infine l’Audemars Piguet Royal Oak Ref. 5402 “A-Series”. Nel tempo, il quadrante con il celebre motivo Petite Tapisserie dei primissimi esemplari del 1972 ha subito una peculiare trasformazione verso un grigio-marrone cangiante. In questo caso, la luce non ha cambiato solo il colore, ma ha ridefinito il gioco di ombre e di riflessi geometrici della creazione di Gérald Genta.

Quadranti Tropical o danneggiati?

Nel mercato del collezionismo vintage, la differenza tra un quadrante virato e uno semplicemente rovinato si traduce in decine di migliaia di euro. I periti più esperti e i collezionisti navigati non premiano l’anomalia fine a se stessa, ma cercano l’armonia della mutazione.

I quadranti Tropical autentici si riconoscono dalla superficie, che si presenta perfettamente piana, liscia, priva di bolle, increspature o esfoliazioni della pellicola protettiva. Il colore deve mostrare un degrado coerente e omogeneo, che spesso sfuma con grazia dal centro verso i bordi.

Al contrario, la presenza di aloni asimmetrici – che ricordano una mappa geografica – concentrati vicino alla cassa o al foro delle lancette, è sintomo di una semplice infiltrazione di umidità o a un danno da agenti salini. Anche la tenuta della grafica è un eccellente indicatore: nel processo causato dai raggi Uv, le scritte e la minuteria rimangono nitide, sbalzate e perfettamente leggibili, mentre l’umidità tende a sbiadirle e a scioglierne i contorni.

Come smascherare i falsi quadranti Tropical

L’esplosione delle quotazioni dei quadranti Tropical ha spinto molti falsari a ricreare artificialmente in tempi brevi ciò che la natura e l’atmosfera hanno prodotto in decenni. Cotture in forno ad alta temperatura, bagni in soluzioni acide ed esposizioni forzate sotto lampade UV industriali sono ormai pratiche diffuse. Nel caso si voglia smascherare simili manipolazioni, l’analisi deve concentrarsi su alcuni dettagli fondamentali.

L’incoerenza dei materiali: il tempo non è selettivo, invecchia tutti i componenti con coerenza. Se ci si trova di fronte a un quadrante virato in un marrone profondo, ma gli indici in trizio o le lancette mostrano una pasta luminescente candida e intonsa, l’orologio è quasi di sicuro un esemplare alterato in laboratorio. Oppure un “Franken”, come si dice in gergo per indicare un pezzo assemblato con componenti di orologi diversi.

La prova del réhaut: dopo aver smontato l’orologio, si esamini il perimetro del quadrante. Questa zona – che non ha mai subito l’esposizione diretta alla luce del sole perché protetta dal réhaut – deve mostrare la tonalità nera originale o comunque un netto stacco cromatico rispetto al centro. Un disco uniformemente marrone fino all’ultimo millimetro nascosto tradisce un’immersione in un reagente chimico.

La risposta alla luce di Wood: sotto una lampada Uv a 365 nanometri, la lacca virata dal tempo assorbe la luce in modo uniforme. Al contrario, i solventi o i protettivi moderni applicati artificialmente per fissare una cottura mostrano fluorescenze e macchie luminescenti anomale.

L’ispezione della grafica: sotto un forte ingrandimento (almeno 10x o al microscopio stereoscopico), il viraggio termico e chimico del tempo mostra che il colore di fondo è mutato attorno alle scritte serigrafate. Invece nei falsi realizzati in laboratorio, l’agente chimico o il calore eccessivo intaccano quasi sempre anche l’inchiostro bianco o argento delle scritte. In questo modo producono micro-sbavature o screpolature sulla vernice delle lettere e ne alterano la nitidezza originaria.

Per concludere

In fondo, il fascino dei quadranti Tropical risiede proprio nella vulnerabilità originaria. Tutto qui: è la dimostrazione di come il tempo e gli elementi siano stati in grado di correggere l’austera precisione della meccanica. E quindi di trasformare quello che era nato come un errore chimico in una firma estetica irripetibile.


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