Giornale Degli Orologi
Menu
Menu

Tag: Cronografi

  • I cronografi F.P.Journe: una storia al contrario

    I cronografi F.P.Journe: una storia al contrario

    Una lezione di pura meccanica. Ecco come ho sempre considerato le creazioni di François-Paul Journe. Ma non si tratta delle solite banalità del marketing né della trita retorica da cartella stampa. Journe non copia, non si adegua alle convenzioni. Mai, nemmeno quando decide di misurare i tempi brevi. E la storia dei cronografi F.P.Journe lo dimostra perfettamente.

    Perché anche in questo caso il Maestro segue una strada personale, che sovverte perfino la normale successione delle complicazioni. Non parte da un cronografo semplice per arrivare, con il tempo, a costruzioni sempre più sofisticate. Fa esattamente il contrario. Prima il flyback automatico, poi i centesimi di secondo, quindi il rattrapante. Solo oggi, nella collezione classica, compare il cronografo nella forma più tradizionale.

    Basta ripercorrere l’evoluzione dei cronografi F.P.Journe per rendersene conto. Con una precisazione: lasceremo da parte la collezione LineSport, nata secondo logiche diverse, per concentrarci sull’anima classica, intellettuale e “purista” della Maison. Vediamoli.

    Il paradosso d’inizio Millennio: l’Octa Chronographe

    Per capire da dove nasce questa storia bisogna però tornare indietro, a quando la F.P. Journe era ancora molto lontana dal diventare la Marca celebre che conosciamo oggi. Torniamo a un François-Paul Journe degli esordi che Augusto Veroni aveva conosciuto di persona: e ne aveva raccontato carattere, idee e orologi in un Amarcord che vale la pena rileggere.

    Quindi, all’epoca, tutto comincia non con un “normale” tre contatori a carica manuale, dal quale poi derivano versioni più complicate. No, al contrario. La produzione dei cronografi F.P.Journe debutta nel 2001 direttamente con la funzione flyback, all’interno del calibro automatico Octa 1300. Nasce l’Octa Chronographe.

    Anche l’estetica rompe le consuetudini: si basa su un design asimmetrico. Il quadrante presenta le ore e i minuti decentrati, i piccoli secondi a ore 6, la grande data tipica della collezione, la lancetta centrale dei secondi cronografici e il contatore dei minuti crono a ore 9.

    Un millimetro per le complicazioni

    Ma la parte più interessante è quella che non si vede. Journe aveva concepito il calibro 1300 con uno spazio supplementare di circa un millimetro sotto il quadrante, destinato ad accogliere future complicazioni. Del resto per F.P.Journe il rapporto fra il quadrante e il movimento è da sempre strettissimo, come abbiamo raccontato a proposito dell’estetica degli orologi del Maestro.

    Se scelta si lasciare il millimetro vuoto permetteva di aggiungere nuove funzioni senza aumentare le dimensioni di base del movimento, lo spazio a disposizione per il cronografo era però ridottissimo. Journe dovette quindi “appiattire” la tradizionale ruota a colonne fino a trasformarla, di fatto, in una ruota a camme. Una costruzione che rende difficile perfino stabilire dove finisca il movimento di base e dove cominci il modulo cronografico.

    L’autonomia resta quella eccezionale dell’architettura Octa. Nel calibro 1300 originale raggiunge 160 ± 12 ore, quindi oltre sei giorni e mezzo, grazie anche alla particolare costruzione del bariletto. Il movimento lavora a 21.600 alternanze/ora e utilizza un rotore decentrato per la ricarica automatica.

    E qui vale la pena essere precisi anche sui numeri. Dell’Octa Chronographe furono prodotti appena 313 esemplari fra il 2001 e il 2008. Una quantità che spiega almeno in parte l’interesse dei collezionisti e le rare apparizioni del modello nelle aste internazionali.

    Non mi soffermo sulle numerose varianti. Chi volesse approfondire l’argomento può consultare l’esauriente guida di Shawn Metha, fondatore del retailer di Singapore Watch4Moi. Qui mi limito a elencare le diverse generazioni del movimento. Prima il calibro 1300 in ottone. Poi, nel 2004, il 1300.2 in oro rosa. Infine il 1300.3, con rotore unidirezionale al posto di quello bidirezionale. Nel 2008 l’Octa Chronographe esce di scena.

    Gli estremi del tempo frazionato: il Centigraphe Souverain

    Nel 2007, intanto, Journe presenta un nuovo capitolo nella storia dei cronografi F.P.Journe: il Centigraphe Souverain. La produzione vera e propria inizierà nel 2008 e proseguirà fino al 2018. L’idea nasce da una conversazione con Jean Todt, allora alla guida della Ferrari, sul cronografo ideale per il mondo delle corse automobilistiche.

    La cassa resta quella classica della Maison, ma il calibro 1506, meccanico a carica manuale, porta il concetto di cronografo su un terreno completamente diverso. Misura intervalli compresi tra un centesimo di secondo e dieci minuti attraverso tre contatori.

    La lancetta del contatore a ore 10 compie un giro in un secondo su una scala graduata al centesimo. Quella a ore 2 completa il giro in 20 secondi, mentre la lancetta a ore 6 misura fino a dieci minuti. Le relative scale tachimetriche trasformano il tempo in velocità: da 6 km/h, il passo di una persona, fino ai 36.000 km/h indicati sul quadrante.

    La meccanica del centesimo di secondo

    Un dato che merita una precisazione. Al momento del lancio F.P. Journe dichiarava una “velocità” teorica di 360.000 km/h, quella che corrisponde a un chilometro percorso in un centesimo di secondo. Il calibro 1506 lavora però a 3 Hz e la lancetta foudroyante non avanza per cento scatti al secondo: compie un giro al secondo e può essere arrestata anche fra due impulsi dello scappamento. La scala tachimetrica effettivamente riportata sul quadrante arriva quindi a 36.000 km/h, valore che corrisponde a un decimo di secondo.

    Del resto è proprio la meccanica a rendere il Centigraphe davvero particolare. Journe elimina i tradizionali pulsanti a pompa e li sostituisce con una leva a bascula sulla carrure, a ore 2. Con un unico comando le funzioni cronografiche si avviano, si arrestano e si azzerano. La soluzione tecnica, insieme all’architettura del cronografo, è protetta da brevetto.

    C’è poi un altro dettaglio, forse ancora più interessante. Il treno del cronografo è separato da quello del tempo ed è alimentato direttamente dalla molla motrice. In questo modo l’attivazione della funzione non altera l’ampiezza del bilanciere.

    L’autonomia è di 80 ± 2 ore a misurazioni ferme, ma scende a 24 ± 2 ore quando il cronografo rimane costantemente in funzione. Una differenza notevole, che si spiega proprio con la quantità di energia richiesta dalla complicazione.

    Del Centigraphe esiste anche una rara versione F, riservata alle boutique e disponibile su richiesta fra il 2008 e il 2017. Si distingue soprattutto per il quadrante rosso cromato, le lancette gialle e i tre contatori in oro annerito. Poi, nel 2018, il Centigraphe Souverain esce dalla collezione classica.

    La storia della complicazione, però, non finisce qui: in seguito il Centigraphe troverà posto nella LineSport, che – come scrivevo sopra – ho volutamente escluso da questa ricostruzione. L’architettura resta fedele ai principi del calibro 1506, compresi il treno cronografico separato e le 80/24 ore di autonomia.

    Lo sdoppiante “isolato” fra i cronografi F.P.Journe

    Nel 2017, tra i cronografi F.P.Journe, compare il Chronographe Monopoussoir Rattrapante Bleu, creato come pezzo unico per l’asta benefica Only Watch.

    La cassa in tantalio ospita il calibro 1517, a carica manuale e realizzato in oro rosa. Il movimento dispone di due ruote a colonne e offre 80 ore di autonomia, sufficienti per utilizzare cronografo e funzione sdoppiante anche dopo due giorni al polso.

    Quel cronografo monopulsante segue i canoni della grande tradizione orologiera, ma rimane un’eccezione nella produzione classica. In seguito Journe riserverà infatti anche la declinazione di serie del rattrapante alla collezione LineSport.

    Bisogna aspettare il 2024 per incontrare un altro episodio nella storia dei cronografi F.P.Journe. È il Chronographe FB, una serie limitata di 200 esemplari nata per celebrare i vent’anni della boutique monomarca di Tokyo.

    Il Maestro torna alla carica manuale con il calibro 1518.2, ma conserva la funzione flyback e la abbina alla grande data. Il movimento in oro rosa lavora a 21.600 alternanze/ora e dispone di 80 ore di autonomia.

    Anche l’estetica dell’orologio merita qualche parola. La cassa da 40 mm è in titanio lucidato, mentre corona e pulsanti sono in oro 6N. Il quadrante guilloché in argento riceve un rivestimento in rutenio; i contatori sono in zaffiro e i numeri arabi arancioni introducono una nota decisamente più sportiva.

    La tiratura si ferma a 200 esemplari. Ma non si tratta soltanto un’edizione celebrativa: il Chronographe FB chiude il ciclo delle Limited Series nate per gli anniversari della boutique di Tokyo.

    Finalmente il cronografo “puro”

    Ed eccoci ai giorni nostri. Dopo il flyback automatico, il Centigraphe e il monopulsante rattrapante, Journe arriva finalmente al cronografo nella forma più classica: carica manuale, due contatori e nessuna funzione cronografica aggiuntiva.

    All’inizio di settembre 2026, infatti, la Maison annuncia il Chronographe Fondation Prince Albert II de Monaco, un altro pezzo unico destinato a fini benefici. Ed è la stessa Casa a sottolineare la particolarità dell’operazione: è il primo cronografo “puro” mai realizzato da François-Paul Journe.

    Per l’occasione il Maestro elimina la funzione flyback dal movimento a carica manuale. Nasce così il calibro 1518.3, sempre in oro rosa, con ruota a colonne e 80 ore di autonomia.

    Il quadrante riprende l’impostazione tradizionale del cronografo: scala tachimetrica esterna, contatore dei 30 minuti a ore 3 e piccoli secondi a ore 9. A ore 6 compare la grande data, ormai una presenza familiare nelle creazioni della Maison.

    La cassa misura 42 mm e combina platino e oro 6N, utilizzato per carrure, corona e pulsanti. Il quadrante laccato bordeaux ospita contatori in zaffiro grigio e una scala tachimetrica argenté. Al posto dei consueti numeri compaiono le “ossa oracolari”, la più antica forma conosciuta di scrittura cinese.

    L’orologio sarà battuto da Phillips il 25 novembre 2026 a Singapore e il ricavato sarà interamente devoluto alla Fondation Prince Albert II de Monaco.

    Per concludere

    Resta una domanda. Il Chronographe Fondation Prince Albert II de Monaco rimarrà davvero un caso isolato oppure anticipa qualcosa che vedremo in futuro nella produzione dei cronografi F.P.Journe?

    Difficile dirlo. Ma forse è proprio questo il punto. Journe ha impiegato venticinque anni per arrivare al cronografo più semplice della storia della Marca, e per farlo è partito dal più complicato. Può sempre stupirci.

  • Versace Tolomeo Chrono: quando la Medusa impara a sussurrare

    Versace Tolomeo Chrono: quando la Medusa impara a sussurrare

    Il quiet luxury non è certo il primo concetto che viene in mente quando si pensa a Versace. Per decenni, la Casa della Medusa ha costruito la propria identità su un’estetica esuberante, barocca, spesso volutamente sopra le righe – e proprio per questo capace di conquistare i protagonisti del cinema e della moda mondiale. Lo stesso linguaggio si ritrova anche nel mondo delle lancette della Maison, come le pagine del nostro Giornale degli Orologi hanno puntualmente registrato: per esempio nel Greca Reaction o nel V-Real Active Chrono, in cui il carattere sportivo si mescola a quello più spiccatamente fashion.
    Ma la moda cambia, e insieme (anche se su tempi più lunghi) cambiano i codici estetici dell’orologeria. Oggi il gusto guarda sempre più a forme pulite, proporzioni equilibrate e minore ostentazione. Per Versace, da sempre legata a uno stile ricco e appariscente, la sfida è trovare un nuovo equilibrio senza perdere riconoscibilità. Il nuovo Versace Tolomeo Chrono va proprio in questa direzione.

    Un Versace più misurato

    Il nuovo cronografo appartiene alla collezione Tolomeo, presentata per l’autunno/inverno 2025 in versione “solo tempo”. Ne riprende l’impostazione, ma la interpreta in modo più essenziale, meno decorativo.

    La cassa, formata da tre parti, ha un aspetto ben strutturato, o per meglio dire architettonico, scandito da piani e profili lucido-satinati. In acciaio bicolore, accosta l’austera solidità del metallo ai riflessi caldi dell’oro giallo Ip. Il diametro di 40 millimetri – di per sé trasversale ai generi – è riconosciuto da un ampio pubblico come una misura ideale, perché mantiene una presenza evidente al polso senza eccessi.

    Il design quindi rimanda alla tradizione estetica della Maison, senza ricorrere ai particolari più vistosi dei modelli precedenti, come la Greca incisa lungo il bordo della lunetta. Il Tolomeo Chrono, insomma, conserva tutto il carattere di Versace, ma lo spoglia del superfluo e dei tratti più ridondanti.

    I pattern del quadrante

    Ad attirare maggiormente l’attenzione, com’è ovvio, è il quadrante verde, dalla superficie texturizzata: un motivo a righe orizzontali che richiama celebri esemplari dell’orologeria sportiva de luxe. Non un semplice vezzo ornamentale: incavi e rilievi catturano la luce e restituiscono riflessi diversi a seconda dell’inclinazione.

    A regalare al lay-out una profondità visiva in continua mutazione, contribuiscono anche le decorazioni a cerchi concentrici dei tre contatori. Certo, si tratta di lavorazioni industriali, ma che rendono l’idea della cura progettuale con cui è stato realizzato il Versace Tolomeo Chrono.

    Anche i dettagli del branding sono stati gestiti con sapienza e discrezione. A ore 12 compaiono il lettering del logo e la caratteristica testa di Medusa, disposti in modo ordinato e senza aggiungere ulteriori fattori grafici. La composizione rimane quindi più pulita, a dispetto delle tante informazioni.

    Precisione e versatilità

    Dal punto di vista tecnico, il Versace Tolomeo Chrono monta un movimento al quarzo Swiss Made, che completa le funzioni cronografiche con i secondi continui e il datario. Una scelta in linea con la fascia di prezzo dell’orologio – che costa 1.510 euro – e punta sulla praticità d’uso, sulla precisione e sulla semplicità di gestione.

    I pulsanti crono sulla carrure si integrano con fluidità nelle linee della cassa, e si raccordano agli elementi proteggi-corona come una naturale estensione.

    Il bracciale dalla costruzione rastremata riprende la combo bicolore della cassa, con le maglie ad H in acciaio e i link interni Ip oro giallo, sempre dalle finiture lucide e satinate. La fibbia a farfalla, una volta chiusa, risulta praticamente invisibile così da conservare la continuità del metallo.

    Versace Tolomeo Chrono: conclusioni

    È proprio qui che il Tolomeo Chrono racconta un Versace diverso: quello che riduce il volume dei propri codici stilistici senza rinunciarvi. L’oro e la Medusa restano, ma il tono generale è più discreto. Il risultato è un orologio che non rinnega l’identità della Maison, ma la rivisita con una sensibilità più attuale. Ed è un cambio di registro tutt’altro che scontato. Versace resta riconoscibile, ma non cerca l’effetto a tutti i costi. Questa volta non ha bisogno di alzare la voce: le basta sussurrare la propria identità.

  • Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams: la lezione di Audemars Piguet

    Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams: la lezione di Audemars Piguet

    Quando ho visto in anteprima il nuovo Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams di Audemars Piguet, ho ripensato a ciò che la Ceo del marchio, Ilaria Resta, mi ha detto in una recente intervista-chiacchierata che abbiamo avuto: «La distinzione tra orologi da uomo o da donna è un linguaggio che non risponde alle esigenze dei clienti né all’attualità». Perché la sua idea di «cambiare la narrativa» delle collezioni femminili trova in questo orologio, a mio avviso, una delle espressioni più compiute.

    Ceramica, madreperla, diametro contenuto, colori soft. Tutto sembra remare nella direzione del polso del gentil sesso. Eppure, se penso a ciò che oggi è il mercato, prima ancora che alle parole di Ilaria Resta, sono pronto a scommettere che vedremo il Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams al polso di molti maschietti. Non è solo una questione di moda, di estetica o di “gender fluidity”, come direbbero i paladini della cultura woke. È una questione di contenuti.

    I materiali del Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams

    E vediamoli allora questi contenuti. Tenendo per assodato il fatto che l’orologio discende in maniera esplicita, per estetica e proporzioni, dal primo cronografo Royal Oak – la ref. 25860 -, lanciato nel 1997 in occasione del 25° anniversario della collezione. Quella referenza ospitava l’allora nuovo Calibro 2385, uno dei movimenti cronografici automatici più sottili mai realizzati, nato dalla collaborazione tra Audemars Piguet e il produttore di calibri Frédéric Piguet.

    Comincio dai materiali, cui ho accennato qualche riga più sopra. La ceramica, innanzitutto. Non è un materiale nuovo per Audemars Piguet, ma la lavorazione che ne ha fatto con questa referenza è di gran pregio. Intanto, il bianco candido caratterizza la cassa, il bracciale, la lunetta e la corona. A fare la differenza non è tanto il colore della ceramica – peraltro amato da Serena Williams – quanto la sua lavorazione. La superficie del Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams è infatti in gran parte satinata e la finitura lucida è riservata ad alcune delle parti più complesse da lavorare, come i fianchi della lunetta, gli smussi della cassa, i pulsanti del cronografo, gli spigoli e le parti interne delle maglie del bracciale.

    Lavorare così la ceramica non è una banalità: servono macchinari adeguati e precisi e, soprattutto, serve la capacità di usarli in maniera impeccabile. Il risultato è una continuità estetica, quasi morbida, tra bracciale, carrure e lunetta, enfatizzata anche da una fibbia pieghevole a farfalla che contiene il profilo dell’orologio e lo accomoda sereno al polso. Grazie anche – quasi dimenticavo – ai 38 mm di diametro della cassa.

    Quadrante elegante e minimale

    Oltre alla ceramica, c’è la madreperla del quadrante, in questo caso rosa. Un colore che ormai non definisce più un genere nella vita quotidiana, figuriamoci in orologeria. L’accostamento con il bianco è stato pensato per dare al Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams un aspetto omogeneo, delicato ma non statico. La natura stessa della madreperla e la lavorazione del quadrante realizzato con questo materiale naturale lo rendono infatti cangiante, vivo, come nelle intenzioni di Serena Williams al momento di abbinare il proprio nome al cronografo.

    La collaborazione tra la campionessa americana di tennis e il Marchio svizzero è infatti di lunga data e nasce dalla passione di Serena Williams per gli orologi. Qualche anno fa, il suo ex allenatore Patrick Mouratoglou mi raccontò che, in occasione di importanti vittorie, lei stessa lo invitava, se lo voleva, a comprarsi uno o più orologi al posto dei bonus in denaro che gli sarebbero spettati.

    Naturalmente, l’uso della madreperla ha implicato la sparizione del classico motivo Grande Tapisserie che caratterizza il quadrante del Royal Oak Selfwinding Chronograph. Anche il disegno dei contatori si discosta da quello del cronografo 38 mm come abbiamo imparato a conoscerlo nella versione che ha debuttato nel 2019. Lascio alle didascalie la descrizione più dettagliata; mi limito a sottolineare che la scelta di Audemars Piguet è stata quella di pulire al massimo il quadrante, per allinearne l’estetica al principio di minimalismo che ispira l’intero cronografo.

    Il Calibro 6401 di Audemars Piguet

    Nella cassa del Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams lavora il Calibro 6401, automatico. Sebbene al momento del lancio la cassa da 38 mm fosse stata ben accolta e lodata per la fedeltà al classico Royal Oak, furono espressi alcuni commenti riguardo al movimento “datato”. Dal 1997, Audemars Piguet si era affidata a un cronografo automatico con ruota a colonne FP 1185 di produzione esterna, dotato di innesto verticale, un profilo sottile di 5,5 mm, una frequenza di 3 Hz e un’autonomia di carica di 40 ore. Modificato e rinominato Calibro AP 2385, l’opinione generale era che il movimento fosse antiquato, avesse una riserva di carica modesta e non rispecchiasse il posizionamento di alta gamma e la tradizione del Royal Oak.

    Ebbene, come è solita fare, la Manifattura ha ascoltato il mercato. E lo scorso febbraio, al lancio di due nuovi 38 mm in acciaio e oro rosa, ha abbinato quello del nuovo Calibro 6401. È un cronografo integrato con ruota a colonne e sistema a innesto verticale brevettato da Audemars Piguet per ridurre il numero di componenti ed eliminare i giochi superflui. Descritto come un cronografo robusto, affidabile e reattivo, richiede una pressione minore per azionare i pulsanti, cosa che, credetemi, per i nerd dell’orologeria è molto importante. Oltre che essere d’aiuto nel prevenire l’usura della parti meccaniche.

    Con una frequenza attuale di 28.800 alternanze/ora, lo spessore del calibro è aumentato di poco rispetto al predecessore, passando da 5,5 mm a 5,7 mm. Tuttavia, il miglioramento più significativo è rappresentato dalla maggiore autonomia, cresciuta da 40 a 55 ore.

    Che cosa impariamo dal Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams

    Al di là delle valutazioni fatte dalla tennista in sede di presentazione dell’orologio – «la ceramica bianca trasmette una sensazione di robustezza e resistenza, mentre il quadrante in madreperla rosa conferisce calore e morbidezza. Ogni dettaglio è stato studiato con cura» -, ciò che a mio parere è rilevante nel Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams è l’idea di base, quella da cui sono partito citando le parole di Ilaria Resta. Quella di creare un orologio che non faccia, per così dire, selezione all’ingresso.

    Colori, materiali, finiture, movimento non hanno tanto la funzione di definire un obiettivo di mercato o una precisa tipologia di appassionato, quanto quella di ribadire lo status dell’orologio e la direzione che la Manifattura continua a seguire: qualità meccanica e formale ai massimi livelli e un’identità definita e riconoscibile. Tutto questo, nell’ondivaga situazione attuale dell’orologeria, aiuta Audemars Piguet a tenere la barra dritta e a dare una lezione di coerenza a tutta l’industria delle lancette. Non è una banalità.

  • Tiffany Timer: meno forma, più sostanza

    Tiffany Timer: meno forma, più sostanza

    Dici Tiffany e pensi a gioielli da sogno, a diamanti, a Audrey Hepburn davanti alle vetrine della gioielleria sulla Fifth Avenue di New York, mentre addenta un croissant avvolta nel tubino nero firmato Givenchy. Non pensi a un orologio – o almeno non subito. Eppure la celeberrima Maison americana ha una lunga tradizione in questo campo che, nel caso del cronografo, risale a ben 160 anni fa. Il cronografo Tiffany Timer da poco presentato è lì a ricordarcelo.

    Il Tiffany Timer di cui sto parlando è il “fratello” del cronografo svelato lo scorso gennaio a Milano, durante la LVMH Watch Week. Cassa in platino, quadrante Tiffany Blue (ma guarda un po’…), indici in diamanti, edizione limitata di 60 esemplari. Quella era la prima limited edition dedicata al 160° dei cronografi del Brand. L’attuale tiratura conta invece 100 pezzi e affianca al platino il titanio. Prima di vedere come, farei un piccolo excursus storico.

    Tiffany & Co. e l’orologeria

    Tiffany iniziò a vendere orologi nel 1847, guadagnandosi rapidamente una reputazione per la capacità di selezionare orologi europei di alta precisione. Nel 1866, la Maison presentò quello che oggi riconosce come il suo primo cronografo: un orologio da tasca progettato sia per uso scientifico, sia per il cronometraggio di eventi sportivi. Due anni dopo, apparve il nome Tiffany & Co. Timer, in concomitanza con l’apertura di un laboratorio di assemblaggio di orologi in Svizzera.

    L’evoluzione fu rapida, tanto che nel 1874 Tiffany aveva già inaugurato a Ginevra una manifattura a tutti gli effetti, che produceva orologi dotati di complicazioni, tra cui i cronografi. I primi realizzati erano concepiti per contesti scientifici, sportivi e professionali, e venivano venduti a clienti che comprendevano il valore della precisione ed erano disposti a pagare per averla. In occasione del lancio, la Maison affiancò a quel Tiffany Timer tre cronografi del XIX secolo, tra cui due modelli rattrapanti con la scritta “Geneva” sul quadrante.

    Da tutto questo, giù giù per oltre un secolo e mezzo, deriva il nuovo Tiffany Timer, sia quello di gennaio – super-esclusivo e preziosissimo –, sia quello appena presentato. Il nome deriva direttamente dalla storia della Maison, ma non va interpretato come un ritorno al passato. Al contrario, riporta Tiffany in un ambito che ha occupato per molti più lustri di quanto l’attuale produzione orologiera lasci intendere: la misurazione del tempo in modo serio e professionale, affrontata dal punto di vista di un gioielliere.

    Tiffany Timer, cassa e quadrante

    La cassa del nuovo Tiffany Timer misura 40 mm di diametro per 13 di spessore ed è impermeabile fino a 10 bar, valore più che apprezzabile per un cronografo. È realizzata prevalentemente in titanio grado 5, con superfici satinate, per un look più sportivo e un maggiore comfort al polso. La lunetta è invece in platino 950, lucido, a contrasto con la finitura spazzolata della cassa.

    Molto ben pensati, a mio avviso, i due pulsanti cronografici: curvi e sovradimensionati, fungono quasi da protezioni per la corona, la cui forma riprende quella della montatura a sei griffe dei solitari di Tiffany. Le anse sono sottili e ben curve e conferiscono all’orologio un aspetto morbido e una buona vestibilità, aiutata dal titanio. A gennaio avevo indossato la versione in platino: comoda al polso, ma il peso del metallo si sentiva tutto.

    L’altra novità di questa nuova edizione limitata del Tiffany Timer riguarda il quadrante. Nella versione vista alla LVMH Watch Week era interamente laccato in color Tiffany Blue con indici in diamanti. Qui ha un look più sobrio e al contempo più sportivo, con una base blu navy con finitura soleil. Naturalmente il Tiffany Blue non è stato trascurato, ma è presente sugli anelli dei contatori del cronografo, sul giro esterno della minuteria e sul disco del datario, che si amalgama proprio alla minuteria. Gli indici applicati non sono più in diamanti ma in acciaio, lucidi, e le lancette – sia quelle di ore e minuti, sia quelle del cronografo – sono in oro bianco.

    Nella cassa c’è l’El Primero

    Oltre all’aspetto intrigante, però, quello che conta è nella cassa o, come si dice nell’automotive, sotto al cofano. Il riferimento alle auto non è casuale, perché siamo in presenza di un cronografo e di un signor movimento cronografico: l’El Primero 400 di Zenith. Del resto, è proprio la scelta del calibro a determinare la credibilità di un cronografo e la decisione di Tiffany di rivolgersi a Zenith dà al Tiffany Timer una base solidissima. In questo caso l’El Primero 400 personalizzato non è impiegato solo perché vien facile sfruttare le sinergie interne al gruppo LVMH, ma per la struttura: è un calibro integrato, automatico e progettato fin dalle origini per misurare il tempo in modo chiaro e preciso.

    Tiffany, però, non lo ha trasformato in un elemento decorativo: lo ha lasciato relativamente semplice, in modo che faccia ciò che deve fare, ossia misurare il tempo. Una scelta che rimanda ai tempi in cui commercializzava cronografi equipaggiati con alcuni dei migliori movimenti, prodotti da realtà solide come Lemania o Valjoux. Realtà che erano meno interessate a ricercare lo status di manifattura che a garantire la qualità del prodotto.

    L’unica concessione all’estetica è l’emblematico “Bird on a Rock”, motivo che risale a una spilla disegnata dallo storico designer di gioielli francese Jean Michel Schlumberger che lavorò per decenni con Tiffany & Co. L’uccellino, in oro giallo 18 carati e scolpito a mano, è fedele al disegno di Schlumberger e spicca sulla massa oscillante scheletrata. L’integrazione del pennuto ha fatto venire il mal di testa ai tecnici di Zenith perché ha richiesto una ricalibrazione della massa del rotore. Per Tiffany, però, il fatto che ci fosse era un requisito non negoziabile. Questa versione del calibro è rifinita con una palette sobria, monocromatica, in modo che il volatile resti l’unico punto di colore.

    Conclusioni: perché il Tiffany Timer non è per tutti

    In sostanza, dunque, per come la vedo io, il Tiffany Timer non è destinato a chi acquista un orologio per la prima volta. Presuppone che si conoscano la struttura di un cronografo, il ruolo che ha avuto e che ha l’El Primero nell’orologeria e i vantaggi di lavorare con materiali nobili come il platino e tecnici come il titanio.

    Questo cronografo non vuole riassumere la storia orologiera della Maison né autoproclamarsene l’erede. E neppure vuole avere successo sfruttando la logica del revival dei bei tempi che furono. Proprio perché il legame di Tiffany & Co. con i cronografi non deriva da logiche industriali improvvisate ma, come abbiamo visto, si è evoluto attraverso una selezione attenta, sapendo che cosa produrre e, all’occorrenza, che cosa non produrre. Se ti chiami Tiffany, te lo puoi permettere.

  • Patek Philippe 5924G: il cronografo Calatrava per grandi viaggiatori

    Patek Philippe 5924G: il cronografo Calatrava per grandi viaggiatori

    Ci sono orologi che per tradizione, eleganza e quantità di complicazioni non risentono del tempo che passa. Patek Philippe, per esempio, ne ha diversi in collezione. La referenza di cui vi parlo in questo articolo, grazie alla maestria riposta nella realizzazione del calibro CH 28-520 C FUS a carica automatica, è tanto attuale oggi quanto lo sarà negli anni a venire. È il Patek Philippe 5924G Calatrava Pilot Travel Time Flyback Chronograph. Il nome, di per sé, ne anticipa il fascino: identifica l’orologio come Calatrava e lo colloca quindi in una delle collezioni storiche più apprezzate e riconosciute della Manifattura ginevrina. Ma svela anche di più: il termine Pilot lo riporta ai modelli del 2015 ispirati agli orologi per aviatori che la stessa Patek ha introdotto negli anni Trenta del secolo scorso. Gli ingredienti per fare del Patek Philippe 5924G un complicato senza tempo, quindi, ci sono tutti. Vediamo perché.

    Complicazioni ed estetica in stile Patek

    La Referenza 5924G, che a catalogo identifica il Calatrava Pilot Travel Time Flyback Chronograph – ed è declinata nelle due varianti “-010”, con quadrante blu-grigio soleil, e “-001”, con quadrante laccato verde kaki -, è la prima della collezione a integrare un cronografo. Non un cronografo qualsiasi, ma un cronografo flyback (o, come dicono i francesi, retour en vol). Che, nel caso dell’esemplare in questione, affianca il doppio fuso orario, l’indicazione giorno/notte per le ore di casa e locali, oltre al datario a lancetta a ore 6. Caratteristiche ricercate da chi, orologio al polso, si sposta continuamente da un lato all’altro del mondo.

    Noto subito, mettendo a confronto questo modello con quello del 2018 (Ref. 5524R-001), senza cronografo e con cassa in oro rosa, che la Manifattura ha sostituito i due pulsanti di sinistra deputati alla regolazione dell’ora locale con due correttori inseriti nella carrure che scompaiono alla vista. Una soluzione che preserva l’armonia estetica dell’orologio, vista la presenza dei due pulsanti a destra del cronografo flyback.

    Cos’è e a cosa serve il cronografo flyback

    Prima di spiegarvi in cosa consiste un cronografo flyback, riporto quanto Patek Philippe suggerisce nel manuale di istruzioni dell’orologio. E cioè che il cronografo può restare sempre in funzione senza inficiare sull’autonomia, che complessivamente si attesta fra 45 e 55 ore. A patto che l’orologio sia indossato regolarmente e caricato a fondo, mantenendo la molla nel suo range di funzionamento ottimale. Tenere il cronografo sempre attivo significa far sì che la lancetta centrale dei secondi cronografici funga da “normale” lancetta dei secondi. In questo modo Patek accontenta chiunque voglia vedere qualcosa muoversi ogni volta che punta gli occhi sul quadrante dell’orologio.

    Ma torniamo al cronografo flyback e vediamo cosa lo differenzia da un cronografo tradizionale. O, per meglio dire,” semplice”. In genere, il cronografo si attiva e si arresta con il pulsante a ore 2. Dopo che è stato fermato, il pulsante a ore 4 riporta a zero le lancette crono. Premere il pulsante di azzeramento senza che il cronometraggio sia stato arrestato può addirittura danneggiare il calibro. Tutto questo in un cronografo flyback non succede. Mentre il pulsante al 2 avvia e arresta il cronografo, quello al 4 azzera e fa ripartire istantaneamente il cronografo a ogni pressione. Il che permette di misurare intervalli di tempo in sequenza e senza sosta, agendo su un solo pulsante. Anche infinite volte, senza rischiare di danneggiare l’orologio.

    La funzione flyback affonda le origini nei primi decenni del secolo scorso, quando la navigazione aerea dipendeva esclusivamente da mappe cartacee, bussole e orologi da rilevamento. Questa complicazione permetteva gli aviatori di cronometrare singole tratte di volo o virate senza perdere quei secondi necessari ad arrestare e azzerare continuamente le misurazioni. Forse, oggi, un cronografo simile non serve a tutti, ma in termini di capacità realizzative si colloca nell’olimpo dell’alta orologeria.

    Come funziona la funzione Travel Time di Patek Philippe

    Introdotta proprio con la serie Pilot, la funzione Travel Time si traduce nella presenza di due distinte lancette delle ore. La prima, quella traforata, indica l’ora di casa, cioè del luogo di partenza, quello in cui si vive di solito, ed è intesa come punto di riferimento. La seconda lancetta, piena e rivestita di materiale luminescente (come quella dei minuti), indica invece l’ora locale, ossia l’ora del luogo in cui, per piacere o per lavoro, ci si trova. È evidente quanto la funzione Travel Time sia dedicata a chi viaggia.

    Non solo. È anche estremamente facile da regolare, in accordo con la filosofia della Maison che ha fatto della “semplicità d’uso” delle complicazioni un proprio mantra. Se ci si sposta verso ovest, rispetto alla propria residenza, occorre premere il correttore contrassegnato dal simbolo “-” (a ore 10) tante volte quante sono le ore di differenza fra i due fusi. Se si viaggia verso est, si deve agire sul correttore “+” (ore 8) per avanzare in senso orario del numero di ore necessarie. La lancetta delle ore locali è saltante, nel senso che scatta di un’ora esatta alla pressione del correttore. Quando si torna a casa, basta riportare la lancetta dell’ora locale sotto quella dell’ora di casa: la sovrapposizione è perfetta al punto di farla scomparire.

    Ma come sapere, quando si è in viaggio, se ci si riferisce a un orario prima o dopo mezzogiorno? Il dubbio dell’AM (ante meridiem) o PM (post meridiem) è importante soprattutto per stabilire che ore sono “a casa” (perché per l’ora locale basterebbe guardar fuori dalla finestra). Ma per amor di simmetria, Patek fornisce la risposta per entrambi i fusi orari. Sempre in modo semplice, affidata com’è alle due piccole finestrelle rotonde contrassegnate rispettivamente dalle scritte “local” e “home”. Il blu indica la notte, il bianco il dì.

    E la data?

    In un orologio pensato per garantire una perfetta collocazione temporale a ognuna delle nostre azioni, non poteva certo mancare il datario, sempre riferito all’ora locale. Patek Philippe, nella collezione Calatrava Pilot Travel Time, lo ha concepito a lancetta e lo ha collocato in un contatore a ore 12, con lo stesso diametro di quello dei minuti cronografici. Il numero 1 è di colore rosso. Non vi è una ragione particolare: semplicemente, gli orologiai di Patek hanno voluto far risaltare visivamente il primo giorno del mese.

    A parte questo, il datario non è in grado di correggersi autonomamente nel passare da un mese di 30 giorni a uno di 31, tantomeno nel passaggio da febbraio a marzo. Ricordiamoci che non siamo di fronte a un calendario annuale, né a un calendario perpetuo, che aggiungerebbero complicazioni alla complicazione. La correzione quindi deve essere effettuata manualmente, cinque volte l’anno, alla fine dei mesi con meno di 31 giorni, con una piccola pressione sul correttore invisibile posto sulla carrure tra le ore 12 e le ore 1. Importante: come in tutti gli orologi meccanici, la correzione non va fatta in corrispondenza del cambio effettivo di data, quindi tra le ore 22 e le 2 del mattino seguente.

    Il prezzo del Patek Philippe 5924G

    Sarà che quando scrivo di un orologio finisco per innamorarmene, sarà che alla Manifattura svizzera per eccellenza concediamo quasi tutto, ma gli 84.229 euro necessari per comprare il Patek Philippe 5924G Calatrava Pilot Travel Time Flyback Chronograph non mi sembrano poi così tanti, considerata “la sostanza” dell’orologio.

    Il prezzo è lo stesso per entrambe le versioni ed è almeno in parte giustificato dalla notevole quantità di oro utilizzata per costruirlo. Sono infatti realizzati in oro bianco la cassa da 42 mm di diametro per 13,05 mm di spessore, le lancette e gli indici delle ore, i pulsanti crono, la corona e la fibbia ad ardiglione. In più il prezioso metallo si ritrova anche nel rotore di carica, in oro giallo 21 carati (con tanto di Croce di Calatrava).

    Tutto il resto lo fanno le complicazioni a bordo. Il movimento CH 28-520 C FUS, rigorosamente ideato e costruito in-house, integra un cronografo flyback di ultima generazione. Lo si ritrova anche nel Nautilus Ref. 5990, ma non è il caso di parlarne qui. Lascio la descrizione dettagliata alle didascalie delle immagini nella galleria in alto.

    In sintesi

    CaratteristicheSpecifiche del Patek Philippe 5924G
    NomeCalatrava Pilot Travel Time Flyback Chronograph
    Referenza5924G-001 verde kaki / 5924G-010 blu-grigio
    CassaOro bianco, 42 mm di diametro x 13,05 mm di spessore
    CalibroCH 28-520 C FUS a carica automatica
    FunzioniOre, minuti, cronografo flyback, secondo fuso orario con doppia funzione giorno/notte, datario
    Autonomia55 ore
    Prezzo84.229 euro

  • Quadranti Tropical: perché il sole rende unici gli orologi

    Quadranti Tropical: perché il sole rende unici gli orologi

    La radiazione solare cambia la materia, ma non lo fa sempre allo stesso modo. Sulla pelle umana stimola la melanina e regala una temporanea abbronzatura. Invece negli orologi da polso prodotti fra gli anni ’40 e ’70 innesca una reazione chimica permanente: fa virare la vernice dei quadranti in ottone. Il nero profondo e specchiato delle lacche originali si degrada lentamente, e acquista sfumature marroni che variano dal nocciola al cioccolato.
    Eppure, quello che per decenni i reparti tecnici delle maison hanno considerato un banale difetto di fabbricazione – il rivestimento protettivo incapace di resistere all’azione combinata di luce, calore e umidità –, oggi è diventato uno dei fenomeni più celebrati dai collezionisti. Nel linguaggio delle grandi aste internazionali, i rari esemplari che subiscono la trasformazione assumono un nome preciso, quasi esotico: quadranti Tropical. Ma come fa un’imperfezione a diventare un valore aggiunto? La risposta si trova nell’equilibrio tra fisica e imprevedibilità.

    La chimica dietro l’imprevisto

    Per capire come nascono i quadranti Tropical è necessario guardare alla chimica industriale del secondo dopoguerra. In quegli anni, la fabbricazione di un quadrante seguiva un protocollo rigoroso. La base in ottone riceveva dapprima uno strato di fondo, poi era rivestita dai pigmenti di colore e infine sigillata con una vernice trasparente di protezione – di solito resine sintetiche o lacche zapon. Formule eccellenti per l’epoca, ma del tutto prive dei moderni filtri e stabilizzatori contro i raggi Uv.

    Quando gli orologi erano esposti al sole o utilizzati in climi tropicali per lungo tempo, i raggi ultravioletti penetravano nella finitura protettiva e spezzavano i legami molecolari dei pigmenti neri. Questo processo, sommato alla naturale ossidazione dei metalli e alle radiazioni emesse dalle paste luminescenti dell’epoca – a base di radio prima e di trizio poi -, modificava in modo permanente la rifrazione della luce sulla superficie.

    La variazione cromatica dipendeva dall’esatta formulazione chimica utilizzata dai grandi produttori specializzati – come Stern Frères, Singer o Beyeler. Minime differenze nella percentuale di solventi usata in un lotto di produzione potevano cambiare il destino di un quadrante. E determinavano la capacità della lacca di resistere al sole o di virare verso nuance tendenti al dattero piuttosto che al cacao.

    Le referenze più famose

    L’invecchiamento non colpiva quindi ogni orologio in modo identico. Alcuni modelli specifici oggi presentano una metamorfosi migliore, che ne ha ridefinito i canoni estetici e ne ha causato quotazioni da capogiro nelle aste e dagli antiquari.

    Per esempio, il Rolex Submariner Ref. 1680 e 5513. Negli esemplari prodotti tra la fine degli anni ’60 e i primi ’70, la caratteristica vernice nera opaca ha risposto al sole con una costanza e una bellezza sorprendenti. Il fondo originario si è trasformato in un marrone pieno e vellutato che la comunità dei collezionisti chiama chocolate, capace di far risaltare per contrasto le scritte serigrafate, rimaste incredibilmente nitide e bianche.

    Un altro esemplare degno di nota è poi l’Omega Speedmaster Professional Ref. 145.022-69. Nel “biennio d’oro” a cavallo tra il 1969 e il 1970, la Maison di Biel affidava a Singer i quadranti del celebre cronografo. In questa particolare referenza, il viraggio regala una tonalità tabacco intensa, priva di riflessi, in grado di creare uno stacco netto con la minuteria bianca e la lunetta nera con scala tachimetrica. L’effetto finale è carico di personalità.

    Da citare ancora il Rolex GMT-Master Ref. 1675 “Nipple Dial”. Nelle declinazioni in oro o in acciaio/oro degli anni ’70, i famosi indici applicati a forma di cono poggiano su superfici che nel corso dei decenni hanno abbandonato il nero per accogliere sfumature bronzee e nocciola. Una tavolozza quasi autunnale, perfettamente calibrata sui riflessi della cassa in metallo prezioso.

    Infine l’Audemars Piguet Royal Oak Ref. 5402 “A-Series”. Nel tempo, il quadrante con il celebre motivo Petite Tapisserie dei primissimi esemplari del 1972 ha subito una peculiare trasformazione verso un grigio-marrone cangiante. In questo caso, la luce non ha cambiato solo il colore, ma ha ridefinito il gioco di ombre e di riflessi geometrici della creazione di Gérald Genta.

    Quadranti Tropical o danneggiati?

    Nel mercato del collezionismo vintage, la differenza tra un quadrante virato e uno semplicemente rovinato si traduce in decine di migliaia di euro. I periti più esperti e i collezionisti navigati non premiano l’anomalia fine a se stessa, ma cercano l’armonia della mutazione.

    I quadranti Tropical autentici si riconoscono dalla superficie, che si presenta perfettamente piana, liscia, priva di bolle, increspature o esfoliazioni della pellicola protettiva. Il colore deve mostrare un degrado coerente e omogeneo, che spesso sfuma con grazia dal centro verso i bordi.

    Al contrario, la presenza di aloni asimmetrici – che ricordano una mappa geografica – concentrati vicino alla cassa o al foro delle lancette, è sintomo di una semplice infiltrazione di umidità o a un danno da agenti salini. Anche la tenuta della grafica è un eccellente indicatore: nel processo causato dai raggi Uv, le scritte e la minuteria rimangono nitide, sbalzate e perfettamente leggibili, mentre l’umidità tende a sbiadirle e a scioglierne i contorni.

    Come smascherare i falsi quadranti Tropical

    L’esplosione delle quotazioni dei quadranti Tropical ha spinto molti falsari a ricreare artificialmente in tempi brevi ciò che la natura e l’atmosfera hanno prodotto in decenni. Cotture in forno ad alta temperatura, bagni in soluzioni acide ed esposizioni forzate sotto lampade UV industriali sono ormai pratiche diffuse. Nel caso si voglia smascherare simili manipolazioni, l’analisi deve concentrarsi su alcuni dettagli fondamentali.

    L’incoerenza dei materiali: il tempo non è selettivo, invecchia tutti i componenti con coerenza. Se ci si trova di fronte a un quadrante virato in un marrone profondo, ma gli indici in trizio o le lancette mostrano una pasta luminescente candida e intonsa, l’orologio è quasi di sicuro un esemplare alterato in laboratorio. Oppure un “Franken”, come si dice in gergo per indicare un pezzo assemblato con componenti di orologi diversi.

    La prova del réhaut: dopo aver smontato l’orologio, si esamini il perimetro del quadrante. Questa zona – che non ha mai subito l’esposizione diretta alla luce del sole perché protetta dal réhaut – deve mostrare la tonalità nera originale o comunque un netto stacco cromatico rispetto al centro. Un disco uniformemente marrone fino all’ultimo millimetro nascosto tradisce un’immersione in un reagente chimico.

    La risposta alla luce di Wood: sotto una lampada Uv a 365 nanometri, la lacca virata dal tempo assorbe la luce in modo uniforme. Al contrario, i solventi o i protettivi moderni applicati artificialmente per fissare una cottura mostrano fluorescenze e macchie luminescenti anomale.

    L’ispezione della grafica: sotto un forte ingrandimento (almeno 10x o al microscopio stereoscopico), il viraggio termico e chimico del tempo mostra che il colore di fondo è mutato attorno alle scritte serigrafate. Invece nei falsi realizzati in laboratorio, l’agente chimico o il calore eccessivo intaccano quasi sempre anche l’inchiostro bianco o argento delle scritte. In questo modo producono micro-sbavature o screpolature sulla vernice delle lettere e ne alterano la nitidezza originaria.

    Per concludere

    In fondo, il fascino dei quadranti Tropical risiede proprio nella vulnerabilità originaria. Tutto qui: è la dimostrazione di come il tempo e gli elementi siano stati in grado di correggere l’austera precisione della meccanica. E quindi di trasformare quello che era nato come un errore chimico in una firma estetica irripetibile.

  • Gli orologi dedicati al ciclismo: la volata di 7 special edition

    Gli orologi dedicati al ciclismo: la volata di 7 special edition

    Barcellona, sabato 4 luglio 2026. Inizia il Tour de France, che vede ancora una volta Tissot nel ruolo di Official Timekeeper. Ma la partenza della più prestigiosa corsa su strada è solo un pretesto per introdurre l’argomento di oggi. Perché qui non ci occuperemo di nuovo dell’ormai storico legame che unisce l’industria del tempo a quella delle due ruote, di cui abbiamo scritto più volte in diverse occasioni. Vogliamo invece concentrarci espressamente sugli orologi dedicati al ciclismo: sempre più numerosi, soprattutto di recente – ma vale la pena ricordare anche i precedenti, usciti fino a un anno fa.

    In effetti gli orologi dedicati al ciclismo non sono proprio una novità. Basti pensare al cronografo rattrappante da tasca, realizzato da Longines negli anni ‘60 (ref. 7411), che aveva un movimento così preciso (il calibro 262) da essere utilizzato dai cronometristi ufficiali, a bordo pista o sulle auto al seguito dei ciclisti. Qui ci riferiamo invece agli esemplari celebrativi, frutto di partnership tecniche o strategiche. Che ai nostri giorni danno vita a una tendenza conclamata, trasversale ai generi e ai segmenti di mercato, come dimostrano i pezzi usciti nelle ultime settimane. Vediamoli.

    Tissot, dal Tour de France a Pinarello

    Cominciamo proprio da Tissot, profondamente legato al mondo del ciclismo ormai da decenni, tant’è che ha in catalogo un’intera collezione a tema. Che ora amplia con due nuovi modelli. Il primo è il PR 100 Tour de France 2026 Special Edition, definito dai colori della Grande Boucle, giallo e nero: cassa di 40 mm di diametro in acciaio Pvd nero sabbiato, ha il quadrante dalla texture effetto asfalto, il réhaut personalizzato e la scala pulsometrica sull’area perimetrale, a evocare forse gli sforzi affrontati dagli atleti nei 3.321 chilometri di gara, come i 54.450 metri di dislivello o i 5 arrivi in salita. La scala pulsometrica si trova anche nel PR 100 Cycling Edition, con la cassa in acciaio declinata in due formati – 40 o 34 mm di diametro – e il quadrante decorato da un motivo che ricorda la catena di una bici.

    A proposito di componenti meccanici delle due ruote, Tissot ha anche stretto una partenership con uno dei produttori di biciclette da corsa più vincenti e performanti di sempre: Pinarello. Nel Tissot Pinarello Special Edition, la Casa di Le Locle ha quindi voluto trasferire le caratteristiche principali delle bici che escono dall’officina di Villorba: innovazione tecnologica, alte prestazioni, design italiano. E c’è riuscita: la cassa in carbonio forgiato, dalle linee asimmetriche con la corona al 10, prende ispirazione dall’aletta terminale aerodinamica ForkFlapTM della forcella anteriore Onda. L’identità unica a inconfondibile è sottolineata anche dal contrappeso della lancetta centrale dei secondi decorato con la Pi del logo. L’orologio monta l’esclusivo Powermatic 80 con spirale in Nivachron, 80 ore di autonomia e certificato ufficiale di cronometro rilasciato dal Cosc.

    Breitling e l’epopea dei miti

    Tra gli orologi dedicati al ciclismo, una news assoluta lanciata pochi giorni fa è il Breitling Top Time B01 Eddy Merckx, evidente tributo al campione belga. Protagonista negli anni ’60/’70 di indimenticabili imprese, da molti è considerato il più grande ciclista di tutti i tempi per l’incredibile palmarès: 525 vittorie, 11 Grandi Giri, 3 Campionati del Mondo e 19 Classiche Monumento. Non a caso l’orologio sfoggia una vistosa livrea gialla, in riferimento ai cinque Tour de France vinti e al suo record di 96 giorni in Maglia gialla. Con la cassa di 41 mm in acciaio, il cronografo è equipaggiato dal Calibro B01 di manifattura, con autonomia di 70 ore e ruota a colonne a innesto verticale, anch’esso dotato di certificato ufficiale di cronometro rilasciato dal Cosc. Per la cronaca, si tratta di una tiratura limitata di 525 esemplari.

    All’interno del catalogo Breitling, però, il nuovo Top Time B01 Eddy Merckx è il successore di altri modelli presentati lo scorso anno: il Top Time B01 Fausto Coppi e il Top Time B01 Gino Bartali. Due edizioni limitate dedicate appunto alle leggende del ciclismo italiano, al centro di una rivalità sportiva (ma confinata dal fair-play) che divise in due la Penisola nel Dopoguerra. Le caratteristiche tecniche sono le stesse dell’esemplare più attuale, ma cambiano i colori: turchese per Coppi e blu per Bartali. Anche se una narrazione più filologica avrebbe preferito il verde ramarro della Legnano a fare il paio con il verde/celeste della Bianchi… Diversi anche gli aggettivi stampati sul réhaut, come incipit della scala tachimetrica: “il campionissimo” per Coppi e “l’intramontabile” per Bartali, versus un più prosaico Eddy Merckx sul cronografo di oggi. Chi fosse interessato, può trovare ancora qualche pezzo disponibile dei 750 originari sull’e-commerce di Breitling.

    Richard Mille e la Colnago da polso

    Ma nei giorni scorsi è uscito anche il Richard Mille RM 64-01 Tourbillon Colnago, in edizione limitatissima di 50 esemplari. Presentato dal nuovo ambasciatore Tadej Pogačar, sancisce l’inedita partnership attraverso un processo di sviluppo che mixa i codici tecnico- estetici di entrambi i Marchi. Anche qui l’orologio traspone l’ingegneria ciclistica e l’architettura delle bici del costruttore italiano direttamente sul polso. Per intenderci, la cassa in Quartz TPT accosta le tonalità bianco e azzurro (Azure Blue) distintive della Colnago C68. Non una semplice bici ma il modello di punta della serie C. Un progetto nato originariamente dalla storica collaborazione fra Ernesto Colnago ed Enzo Ferrari, con il numero 68 che celebra gli anni trascorsi dalla nascita del Marchio fino al lancio di questo specifico telaio. Le lancette ricordano la forma delle pedivelle e la corona in oro rosso 5N sfoggia l’Asso di Fiori, storico simbolo della casa di Cambiago.

    L’assenza di quadrante rivela i ponti superiori dalla sezione stellata che rendono omaggio ai tubi Gilco dei telai Colnago Master degli anni ’80. Merita un cenno ovviamente anche il movimento, meccanico a carica manuale: il calibro RM 64-01, appunto. Scheletrato, con platina e ponti in titanio grado 5, mostra una simmetria fra i bariletto a ore 1 e il tourbillon a ore 7, che richiama visivamente la trasmissione di una bicicletta. Ma ne riparleremo.

  • Locman Montecristo Yachting: tre novità per velisti

    Locman Montecristo Yachting: tre novità per velisti

    La collezione Locman Montecristo Yachting si rinnova. Dopo essere uscita dai radar per un po’, ora ritorna con un modello dalla cassa Pvd blu e altri due sulla scia degli esemplari precedenti. Tutt’e tre con un diametro di 42 mm e le caratteristiche di sempre. Lanciata nel 2020, oggi come ieri la collezione Locman Montecristo Yachting è fatta di strumenti da regata pratici e intuitivi, dall’identità unica e dal buon rapporto qualità/prezzo. Tre cronografi dedicati a chi ama andar per mare, a vela o a motore.

    Mare come musa, missione, laboratorio

    Del resto, come abbiamo scritto più volte su questo sito, se c’è un marchio ad avere un rapporto privilegiato con il mare, è proprio Locman. Un legame indissolubile, quasi fosse stretto da una gassa d’amante in tiro da decenni. Vale la pena di ripetere i perché? Locman è stata fondata nel 1986 – esattamente 40 anni fa – sull’Isola d’Elba, con la sede a Marina di Campo. All’interno, i laboratori si affacciano proprio sul porticciolo e hanno una piena vista aperta sul golfo.

    Poi ha sempre sponsorizzato regate: dal Trofeo Locman – Elba Cup dei primi anni Duemila, che richiamava sull’isola toscana i velisti della Coppa America, all’Antigua Classic Yacht, raduno caraibico di fascinosi scafi d’epoca. Ancora, vanta una partnership di lunga data con la Marina Militare Italiana, iniziata nel 2007 e tuttora in corso. E collabora periodicamente con associazioni per la tutela dell’ambiente e dell’ecosistema subacqueo, come Marevivo. Tutto questo si traduce concretamente in una produzione che verrebbe da definire “dal piede marino”.

    Basta guardare come sono fatti gli orologi Locman, che utilizzano materiali resistenti alla corrosione salina, e alle “famiglie” di esemplari in catalogo. Dalla stessa collezione Montecristo, dal 2010 icona del marchio, il cui nome rende omaggio all’isola selvaggia dell’Arcipelago Toscano, alla linea di subacquei professionali Mare, che non ha certo bisogno di spiegazioni, fino all’Amerigo Vespucci, che celebra la prestigiosa Nave-scuola ambasciatrice dell’Italia nel mondo.

    Locman Montecristo Yachting in sintesi

    Inquadrato il contesto, passiamo al Locman Montecristo Yachting, di cui riporto i dettagli tecnici nelle didascalie. La cassa è realizzata in acciaio 316L, non a caso chiamato “acciaio marino”, con il fondello in titanio decorato dall’incisione di una stella marina. Il quadrante – bianco o blu – è ricco di dettagli che richiamano la navigazione. A cominciare dalla rosa dei venti che si staglia nel contatore dei secondi continui a ore 6. Per passare alle coordinate geografiche dell’isola di Montecristo che si leggono sul réhaut, fra le ore 6 e le ore 8.

    Sempre sul réhaut, ma da ore 12 a ore 3, è ben evidente la peculiarità della collezione: l’indicazione cromatica a fascia che segna gli ultimi 15 secondi delle fasi di pre-partenza di una regata. Locman la definisce funzione intertempo. Si tratta, in pratica, di un contasecondi da 1 a 15, suddiviso in intervalli di 5 evidenziati dai diversi colori, che – una volta avviato il cronografo – scandisce il fatidico istante in cui la prua può oltrepassare la linea di partenza. Un sistema semplice e intuitivo per misurare i tempi parziali senza interrompere la marcia.

    Oltretutto, la precisione quasi assoluta della misurazione è garantita dal movimento al quarzo Swiss made. E devo aggiungere che nei nuovi Montecristo Yachting Locman monta un Ronda 3540.D1 (mentre neille versioni precedenti un altro Ronda, il 5030.D, con una configurazione simile). Immagino comunque che questa scelta farà mugugnare qualche purista della meccanica. De gustibus, certo… Ma se così non fosse, dovremmo scordarci il prezzo più che accessibile del cronografo: 845 euro (895 per la versione Pvd blu). E poi chi l’ha detto che in futuro non usciranno anche versioni automatiche? Chissà…

  • F-80 Tonneau: storia e design del nuovo crono Ferragamo

    F-80 Tonneau: storia e design del nuovo crono Ferragamo

    Ho sempre trovato interessante seguire l’evoluzione delle collezioni di orologi nel tempo. Il susseguirsi dei vari modelli – diversi per estetica, materiali, meccanica, perfino segmenti di prezzo – può dare indicazioni precise non solo sulle tendenze “filosofiche” ed economiche delle aziende produttrici, ma anche – più in generale – sui cambiamenti di gusto e sugli aggiornamenti tecnici nel corso degli anni. Come nel caso della collezione F-80 di Ferragamo, nata nel 2008 in collaborazione con la divisione Luxury di Timex Group e diventata ben presto un bestseller della Casa fiorentina. Trasformatasi nel 2025 nell’F-80 Tonneau, per la stagione in corso ha assunto la funzione di cronografo.

    Una collezione articolata

    Non ho intenzione di ripercorrere tutti gli esemplari prodotti in queste (quasi) due decadi attraversate dalla famiglia di orologi. Mi basta ricordarne soltanto i tratti essenziali. A cominciare dal nome, facile da ricordare e fortemente evocativo: rimandava infatti all’80° anniversario dalla fondazione della Maison, all’epoca appena celebrato. E poi portava in sé il riferimento al numero 8, considerato di buon auspicio nei Paesi asiatici – ieri come oggi un mercato strategico per Ferragamo (pur nella complessità della situazione attuale).

    All’esordio, gli esemplari interpretavano il tema del travel luxury e (già allora) della sperimentazione materica, in linea con il Dna della Marca. Cassa rotonda in titanio e ceramica, e movimenti automatici (anche complicati) caratterizzavano la prima produzione. In seguito la collezione ha conosciuto diverse declinazioni: dai più sportivi cronografi al quarzo alle referenze femminili, coloratissime e perfino ornate di pietre preziose. Senza dimenticare l’adozione di materiali compositi, come la fibra di carbonio o il titanium ceramic, piuttosto che del bronzo marino.

    Se l’impronta sport-chic è sempre stata un punto fermo nella collezione, su di essa ha influito anche la sensibilità per l’innovazione e per le tematiche ESG (Enviromental, Social & Governance) della Casa. Tra i modelli che entrarono via via in catalogo, ecco allora l’F-80 Motion, il primo smartwatch firmato Ferragamo, datato 2016; e l’F-80 Skeleton Sustainable, lanciato nel 2021 in occasione della Giornata della Terra. Realizzato con materiali a basso impatto ambientale, come il sughero e il Pet riciclato, quest’ultimo esemplare era frutto della particolare attenzione verso i problemi della sostenibilità che tuttora appartiene alla Maison.

    Un’attualissima forma storica

    Una sostanziale svolta estetica avviene però lo scorso anno, quando la collezione F-80 abbandona le linee rotonde per acquisire una cassa tonneau. Una scelta in bilico fra tradizione e modernità. Ricordo infatti che la forma tonneau fu introdotta in orologeria da Cartier nel 1906, in rottura totale con gli orologi da tasca tondi, e poi fu adottata anche da altre case, come Vacheron Constantin nel 1912. Allora, indossare un orologio dalla silhouette a botticella era una dichiarazione di anticonformismo, perpetrata da chi voleva distinguersi ed evidenziare il proprio senso estetico ricercato e fuori dal comune.

    D’altra parte, è vero anche che la diffusione durante l’Art Déco da un lato, e dall’altro l’utilizzo in preziose creazioni da sera da parte di maison storiche hanno fatto sì che la forma tonneau diventasse nel tempo simbolo di “classico” e di eleganza old school. Ma.. c’è un ma. Marchi come Franck Muller prima e Richard Mille poi l’hanno usata in esemplari modernissimi, aggressivi e tecnologici, spesso con la cassa massiccia e in materiali d’avanguardia. Proprio grazie a loro, la percezione del tonneau oggi è sinonimo di design audace e contemporaneo. Ed è con questa accezione che lo intende anche Ferragamo.

    L’F80 Tonneau in versione chrono

    Per averne conferma, basta guardare il nuovo F-80 Tonneau – soprattutto nella versione cronografo uscita di recente, più ancora che nel “solo tempo” presentato l’anno scorso. La cassa XL ispira solidità e robustezza, realizzata com’è in acciaio Ip nero e alluminio colorato – nero, verde scuro o bordeaux. Presenta i dettagli caratteristici della collezione – la carrure dalla ampie scanalature orizzontali, le viti sulla lunetta e sull’attacco del cinturino -, che qui sembrano però assumere una valenza ancora più tecnica. I pulsanti geometrici inclinati, dalle linee ad H, e la corona scanalata accentuano la sensazione di dinamismo.

    Anche il quadrante nero, a tre contatori, è decorato da scanalature che donano un senso di profondità all’intero lay-out. Le lancette scheletrate, gli indici obliqui e il numero arabo sovradimensionato, posto a ore 12, sono rivestiti di materiale luminescente – in sintonia con l’essenza sportiva dell’orologio. All’interno, monta un movimento al quarzo Swiss made, calibro Ronda 5030.D, con secondi continui e datario, estremamente pratico e preciso. Infine, il cinturino in PU riciclato rimanda a un uso responsabile delle risorse – punto fermo, come dicevo, nella politica della Maison. Concludo con un’ultima informazione: il prezzo. Il cronografo F-80 Tonneau costa 1.700 euro.

  • Versace Greca Reaction, la Medusa personalizza lo stile sport-chic

    Versace Greca Reaction, la Medusa personalizza lo stile sport-chic

    Il nome – Versace Greca Reaction – è già di per sé emblematico. Perché sprigiona energia, rievoca una forza uguale e contraria, esprime la capacità di rispondere e replicare con passione. A cosa? Alle avversità, alla quotidianità o semplicemente a ciò che accade, nel bene o nel male. In virtù dei principi e del potere della Casa della Medusa, certo, che ha fatto del dinamismo e del controllo dell’impulso la propria bandiera. “La potenza è nulla, senza controllo”, recitava il claim di una celebre campagna pubblicitaria degli anni ’90. Del resto la stessa estetica della Maison è sempre stata un perfetto equilibrio fra spinte contrapposte: grazia e vigore, sensualità ed eleganza, couture e streetwear, classicità e attualità…

    Versace Greca Reaction è una nuova collezione di cronografi costruita con lo slancio e l’impeto necessari alla realtà contemporanea. Presentata per la primavera-estate, interamente realizzata in acciaio, interpreta lo stile sport-chic di oggi attraverso le linee scultoree di cassa e bracciale integrati, un design curatissimo e d’effetto, una progettualità dei dettagli del tutto originale. Basta dare infatti un’occhiata al quadrante per notare una serie di caratteristiche peculiari, se non uniche. Alle quali il segno grafico della Greca – che si staglia in rilievo sulla zona periferica, mentre la parte centrale è lavorata a righe orizzontali – attribuisce una personalità inconfondibile.

    L’identità del Versace Greca Reaction

    A cominciare dal grande datario, insolitamente posto a ore 6 – anziché a ore 12, come nella maggior parte dei casi – a fare da contraltare all’iconica testa di Medusa. Per passare al cronografo bicompax, in cui i contatori sono leggermente decentrati verso l’alto e messi in evidenza dal contrasto cromatico. A ben guardare, poi, ore e minuti cronografici sono visualizzati insieme in un unico totalizzatore, quello a ore 9, un po’ come fosse un orologio nell’orologio. Mentre a ore 3 spicca il contatore dei secondi continui – anche questo in una posizione insolita perché in genere si trova a ore 9.

    Il segreto di questo lay-out anomalo – in senso positivo, come sinonimo di eccezionale – sta ovviamente nel contenuto tecnico: un movimento al quarzo, rigorosamente Swiss made (come d’abitudine per i quarzi scelti dalla Maison), calibro Ronda 5020.B. Che, oltre a indicare le 12 ore crono e i 30 minuti crono, proprio grazie alla gestione elettronica è fornito anche di funzioni Add e Split: vale a dire, riporta anche i tempi parziali cumulativi e i tempi intermedi. Utili, rispettivamente, per misurare la durata totale di eventi successivi, escludendo gli intervalli, e per cronometrare per esempio i tempi su giro o i passaggi di molteplici corridori.

    Ulteriori informazioni

    Un’altra prerogativa del movimento al quarzo è poi quella di rendere più sottile il profilo del Versace Greca Reaction, il che va a vantaggio delle stesse proporzioni del cronografo. A fronte di un diametro di 43 mm, infatti, la cassa non raggiunge neppure i 10 mm di spessore e si può quindi comodamente indossare sotto il polsino della camicia. Oltretutto il profilo liscio della lunetta in ceramica scivola sotto il tessuto ed evita di consumarlo (come farebbe invece se fosse zigrinato). A proposito di lunetta, va sottolineata la presenza della scala tachimetrica, che accentua il rimando alla velocità e al dinamismo, ed è anch’essa personalizzata dal lettering del marchio.

    Infine il bracciale: integrato, rastremato, a tre file e con le maglie ad H, è decorato da superfici spazzolate in senso verticale, ad eccezione delle estremità dei link centrali e di tutti i profili laterali che invece sono lucidi. Il cronografo è declinato in tre versioni: in acciaio con quadrante e lunetta blu, protagonista di questa recensione; in acciaio bicolore, con corona, pulsanti e dettagli del bracciale Ip oro giallo, quadrante e lunetta verdi; o interamente Ip oro giallo, con lunetta e contatori neri. Variano chiaramente i prezzi, che vanno da 1.540 a 1.680 euro. Versace Greca Reaction è già in vendita sull’e-commerce ufficiale, nelle boutique monomarca e nei negozi di selezionati rivenditori.

  • American Classic Chronograph H, Hamilton fra attualità e vintage

    American Classic Chronograph H, Hamilton fra attualità e vintage

    Dire Intra-Matic significa ripercorrere un pezzo di storia dell’orologeria. Tornare agli anni Sessanta, agli albori dei cronografi automatici, all’acquisizione di Büren da parte di Hamilton, al Progetto 99 del consorzio Chronomatic. Fast Forward, con il proposito di tornare presto sull’argomento. Nel 2012 Hamilton ha riportato in vita l’Intra-Matic come linea di solo tempo, poi evoluta nel 2017 in un cronografo a carica manuale e ulteriormente sviluppata nel 2021. Oggi la collezione si chiama Hamilton American Classic Chronograph H, in riferimento ai Chronograph A e B del 1968 e alla famiglia di “grandi classici” d’Oltreoceano presente in catalogo. La stessa, per intenderci, in cui si trovano anche i PSR (i discendenti del Pulsar), e i vari Boulton o Ardmore di ultima generazione.

    Quest’anno, l’American Classic Chronograph H conosce nuovi esemplari. Che ho potuto provare qualche giorno fa, a Milano, all’evento di presentazione delle novità per il primo semestre, organizzato da Hamilton per i clienti e la stampa. Dove, a fare gli onori di casa, c’era anche Francesca Ginocchio, fresca di nomina nel ruolo di Ceo. Un incontro molto piacevole (da parte mia), e un ritorno in grande stile in Swatch Group (da parte sua), ai vertici di una marca che conosce benissimo per esserne già stata, in passato, Brand Manager in Italia e Marketing Manager a livello internazionale. Ed è stata proprio lei, oltretutto, a presentarci con entusiasmo le prossime uscite.

    Estetica neo-vintage

    I nuovi American Classic Chronograph H, però, non si limitano a interpretare lo stile rétro della collezione: aggiungonono contenuti inediti. Vale a dire: una più accentuata ispirazione ai motorsport e scelte cromatiche dal sapore contemporaneo, che inseriscono gli ultimi modelli nella tendenza del neo-vintage più riuscito. Costruite con estrema coerenza, le tre ultime versioni sono giocate sul colore: verde, marrone o blu, declinati in monocromia o in studiati contrasti. Che si aggiungono ai più classici Panda, Reverse Panda (anche in blu) e all black, finora presenti in catalogo. Per diversificare l’offerta in modo intelligente.

    La cassa in acciaio misura 40 mm di diametro e presenta tutti i dettagli del design d’epoca: lunetta sottile, vetro bombato, pulsanti a pompa, corona zigrinata. Il quadrante sfumato riporta la scala tachimetrica periferica, i contatori panna decorati a cerchi concentrici e un sapiente uso del materiale luminescente agli indici e sulle lancette a bastone. La referenza con quadrante blu si distingue per l’arancione delle lancette – quella centrale dei secondi e quelle dei due contatori -, tono su tono con il marrone chiaro del cinturino in nabuk, vellutato al tatto. Dettagli che ne enfatizzano la vocazione sportiva.

    A proposito, i nuovi American Classic Chronograph H hanno il cinturino coordinato al colore del quadrante (con l’eccezione di quello blu, appunto). In pelle traforata, rimanda ai guanti da pilota usati in passato dai gentleman driver ed è un dettaglio importante a comporre l’estetica vintage dell’esemplare. Altrettanto si può dire per il bracciale aggiuntivo in acciaio tipo maglia milanese. Incluso nel packaging insieme all’apposito strumento per la sostituzione, permette di cambiare (o forse dovrei dire rinnovare) del tutto l’aspetto dell’orologio, fermo restando il gusto sport-chic tipicamente d’epoca.

    Meccanica modernissima

    Importante è il movimento. Anche i nuovi American Classic Chronograph H montano il calibro H-51, a carica manuale (come indica la lettera H del nome, che sta per Handwind). Si basa sul calibro H-31, privo però dell’automatismo di carica, che a sua volta è uno sviluppo dell’Eta Valjoux 7753 (ed è quindi “pronipote” del celeberrimo 7750). Un movimento che non solo è realizzato in esclusiva per Hamilton, ma è anche dotato di quelle caratteristiche ormai considerate indispensabili nell’ottica di una meccanica aggiornata, in linea con le esigenze attuali. Ovvero: una lunga autonomia, che qui è di 60 ore, e una buona resistenza ai campi magnetici, offerta dalla spirale in Nivachron. Quest’ultima rappresenta un vero e proprio upgrade rispetto ai modelli del passato.

    Sempre riguardo al calibro a carica manuale, voglio aggiungere una cosa. Se effettuato ogni giorno, l’intervento di ricarica contribuisce notevolmente alla costanza di marcia dell’orologio, perché permette al movimento di rimanere in un “delta” energetico ottimale, con la molla del bariletto sempre nella giusta tensione e una coppia costante. Non per niente, certi puristi dell’orologeria preferiscono di gran lunga la carica manuale e considerano il rotore un elemento in qualche modo “di perturbazione” all’interno della meccanica. Senza dimenticare l’importanza del gesto: l’azione quotidiana della ricarica crea un legame tattile, quasi intimo, con il proprio orologio. Un prendersi cura, rinnovato di continuo, che dimostra tutta la propria passione, immutabile nel tempo.

    American Classic Chronograph H: informazioni pratiche

    Concludo come sempre con le ultime, necessarie indicazioni. I tre nuovi modelli dell’American Classic Chronograph H sono già in vendita, sia nei negozi fisici dei rivenditori Hamilton sia sull’e-commerce del Marchio. Hanno tutti lo stesso prezzo: 2.295 euro, in linea con il segmento premium del catalogo. Da notare comunque che costano qualche centinaio di euro in meno rispetto ai modelli precedenti, il che è una piacevolissima sorpresa per i potenziali acquirenti. E ribadisce – se mai ce ne fosse bisogno – l’ottimo rapporto qualità/prezzo da sempre caratteristico di Hamilton.

  • Contodat Chronographe e Automatic: Eberhard & Co. reinventa la tradizione

    Contodat Chronographe e Automatic: Eberhard & Co. reinventa la tradizione

    La rilettura del proprio passato, per un’azienda di orologi, è più che lecita: è cosa buona e giusta. Soprattutto se fatta in modo intelligente: non in senso pedissequo, con semplici riedizioni che ripropongono il modello originale, ma con nuove interpretazioni che portano a ulteriori sviluppi ed evoluzioni. Come nel caso di Eberhard & Co., che quest’anno ha riportato in vita il Contodat: presentato in anteprima a Watches and Wonders Geneva, la scorsa primavera, in autunno è arrivato fisicamente dai concessionari. E in questo periodo è protagonista delle campagne social della Casa, cui facciamo riferimento nella gallery qui sopra.

    Del resto, la Maison de l’Aigle non è nuova a questo genere di operazioni. Lo ha già fatto per esempio con il Contograf o con lo Scientigraf, due grandi classici reinterpretati – in momenti diversi della storia attuale di Eberhard & Co. – con il gusto di oggi e spirito di intraprendenza. Il che significa non solo compiere un restyling estetico, necessario per riaggiornare forme e proporzioni che ai nostri giorni apparirebbero datate, ma anche creare qualcosa di inedito, eppure perfettamente coerente con i precedenti, quasi fosse una logica, fatale conseguenza. In concreto, sto pensando a esemplari come lo Scientigraf Chrono o il Contograf Dallara, che rendono bene l’idea di questo processo di rielaborazione. E sono abbastanza recenti da non aver bisogno di grandi sforzi di memoria…

    Il Contodat d’epoca…

    Ma concentriamoci sul Contodat. Il nome deriva dalla combinazione di due funzioni ben precise. Il “conto” rimanda al contatore del cronografo, alla capacità di misurare brevi intervalli di tempo. Il “dat” è l’abbreviazione di datario, che ieri come oggi appare sul quadrante. Il Contodat delle origini infatti fu uno dei primi cronografi a integrare la piccola complicazione utile, nel 1957, oltretutto a scatto rapido. Eberhard & Co. registrò il marchio Contodat nel 1955 e due anni dopo mise sul mercato un cronografo bicompax animato dal calibro 14001 a carica manuale, con ruota a colonne e datario, appunto. Commissionato alla Dépraz & Cie nel 1950, oggi è considerato uno dei movimenti cronografici più prestigiosi del secolo scorso.

    Fast forward. Dobbiamo fare un salto temporale di una ventina d’anni, però, per incontrare il diretto predecessore del Contodat di oggi. Nella seconda metà degli anni Settanta, Palmiro Monti – dal 1969 titolare e “anima” di Eberhard & Co. – timonava la Marca nelle acque agitate della crisi del quarzo. Convinto sostenitore delle tradizioni meccaniche dell’orologeria elvetica, un giorno fu informato del ritrovamento in azienda di una grossa fornitura di calibri a carica manuale, fra cui il 310-8, il movimento che negli anni Sessanta era stato montato nel Contodat. Ci pensò su, poi decise di rimettere in produzione un cronografo dalla meccanica “all’antica”. E reinventò proprio il Contodat, con un design modernissimo e vivaci tocchi di colore, arancione.

    …e quello di oggi

    Da qui deriva il nuovo Contodat Chronographe versione 2025. Realizzato in acciaio, con la cassa compatta di 39 mm di diametro, di forma tonneau e dai pulsanti a pompa, presenta sul quadrante una serie di rimandi all’originale. A cominciare proprio dalla visualizzazione delle funzioni crono – bicompax -, con la lancetta centrale dei secondi crono arancione e il contatore minuti a ore 3 che registra fino a 45 minuti, sottolineato da profili sempre arancioni. Poi la scala tachimetrica per il calcolo della velocità, su base 1000, anch’essa colorata di arancione sul primo quarto. Quindi il “famoso” datario a ore 6 inserito in una finestrella trapezoidale. Per ulteriori dettagli rimando alle didascalie.

    Il Contodat Chronographe è declinato in quattro referenze, che si distinguono per la tonalità del quadrante soleil: una blu, una verde e due argenté, in cui è inclusa la variante denominata “sport” per via degli indici arancioni. Tutt’e quattro si allacciano al polso con un bracciale integrato, a tre file, con la maglia centrale lucida e l’esclusiva fibbia 2Click®, estremamente pratica e sicura, decorata con il simbolico Scudo Eberhard. E tutt’e quattro sono equipaggiate da un movimento meccanico a carica automatica, calibro Sellita SW510 BH, che però è nascosto alla vista dal fondello pieno, in acciaio. Il quale è personalizzato dal motto latino Ubi Tu Ibi Ego, che significa “ovunque tu sarai, lì sarò io”, a sottolineare la vocazione dell’orologio essere un compagno inseparabile per chi lo indossa.

    Il Contodat Automatic

    Un’assoluta novità è infine la versione solo tempo: il Contodat Automatic. Che presenta la stessa ispirazione del cronografo, tradotta però in termini più essenziali, quasi ne sintetizzasse le caratteristiche ai minimi termini. L’impermeabilità, per esempio, è confermata di 10 atmosfere e il quadrante mantiene la stessa impronta sportiva, con lancette e indici luminescenti, ma ora esibisce un solo contatore per i piccoli secondi a ore 9, mentre il datario è trasferito a ore 3. Anche la cassa si sviluppa sugli stessi canoni – base tonneau e linee compatte – e condivide lo stesso diametro di 39 mm. Però è più sottile – 11, 3 mm contro i 13, 9 del Contodat Chronograph – dato che ospita (ovviamente) un movimento diverso, sempre a carica automatica e sempre Sellita: il calibro SW290-1.

    Molteplici, anche in questo caso, le declinazioni cromatiche, articolate in cinque modelli: blu (ma in una sfumatura più “elettrica”, meno profonda, rispetto al blu del cronografo), verde, grigio e nero in monocromia, cioè con il contatore nella stessa tonalità dello sfondo; e una particolare versione argenté con il contatore blu (sempre nello stesso blu brillante di cui sopra). Tutti gli esemplari concentrano i dettagli arancioni nel contatore dei piccoli secondi, in particolare nella lancetta e nel numero 60. Identici al Contodat Chronograph sono poi il fondello “pieno” e il bracciale a tre file, dalle finiture – anche qui – curatissime: i link centrali e gli smussi esterni lucidi, le maglie laterali spazzolate in verticale. Lavorazioni che ritornano anche nella cassa.

    Conclusioni

    Mancano, a questo punto, solo i prezzi al pubblico. Il Contodat Chronograph costa 3.980 euro, l’Automatic 2.860 euro. Entrambi in linea con la politica di prezzi accessibili perseguita ormai da tempo da Eberhard & Co., in grado di offrire dei buoni prodotti, per stile e personalità, senza svuotare il protafoglio. In questo caso penso sia vincente l’abbinata “vintage ma originale”, cioè la capacità di recuperare il gusto dell’epoca e insieme di renderlo contemporaneo, di reinterpretarlo per restituire qualcosa di completamente nuovo. E non è poco.

  • Omega Dark Side of the Moon, guida ai nuovi modelli in ceramica

    Omega Dark Side of the Moon, guida ai nuovi modelli in ceramica

    Ci sono molti lati oscuri e sconosciuti nel nostro Universo, nello spazio infinito del sistema solare, della nostra galassia e dei gruppi di galassie di cui conosciamo l’esistenza. Insomma, luoghi lontani, lontanissimi da raggiungere. Persino per la luce. E poi ce n’è uno, carico di fascino e mistero, vicino a noi più di quanto immaginiamo. Ne avvertiamo l’invisibile esistenza soprattutto di sera, in quelle notti in cui la Luna si manifesta ai nostri occhi in tutta la sua bellezza. È il lato oscuro, nascosto, della Luna, opposto a quello che riusciamo a vedere. Perché, si sa, la Luna impiega lo stesso tempo a ruotare su se stessa e a girare intorno a noi, quindi mostra alla Terra sempre la stessa “faccia”. L’altra, quella opposta, sfugge alla vista ma non all’immaginazione.

    Ed è questa che nel 2013 ha ispirato Omega a dar vita, all’interno della linea di orologi Speedmaster, alla collezione Dark Side of the Moon, il “Lato oscuro della Luna” per l’appunto. Quello cantato anche dai Pink Floyd nell’omonimo album del 1972, rimasto nella memoria collettiva e non solo dei rockettari. Una collezione che, vuoi per il soggetto extraterrestre cui si ispira, vuoi per il legame stretto che dai primi anni Sessanta a oggi Omega mantiene con la Luna, è subito diventata iconica. Non quanto la collezione dei Moonwatch, ma quasi. Perché, voglio sottolinearlo, gli Omega Dark Side of the Moon, pur essendo degli Speedmaster, non sono Moonwatch.

    Omega e la Luna, un legame indissolubile

    La collezione non nasce solo per celebrare il lato oscuro della Luna in sé. Ha origine da una missione spaziale, non di secondaria importanza: l’Apollo 8 del 1968. La prima del programma spaziale americano Apollo, con equipaggio, a lasciare l’orbita terrestre e a entrare in quella della Luna, orbitandole intorno per poi tornare sulla Terra. Gli astronauti a bordo – Frank Borman, Jim Lovell e William Anders – sono stati quindi i primi esseri umani a uscire dalla gravità terrestre, a osservare la Terra dallo spazio nella sua interezza e a entrare nel campo gravitazionale lunare. Non solo. Furono anche i primi a osservare con i loro occhi il lato nascosto della Luna, il famoso Dark Side of the Moon.

    E fra i primi a vagare nello spazio interrompendo ogni contatto radio con la Terra. Prima che ciò accadesse, Lovell, pilota del modulo di comando, comunicando con il Kennedy Space Center, pronunciò la celebre frase: «We’ll see you on the other side», ossia «Ci vediamo dall’altra parte». Lui e gli altri astronauti, in quella missione, avevano al polso un orologio Omega Speedmaster. Ecco, il primo Omega Dark Side of the Moon nasce nel 2013 per ricordare quell’impresa. Poi – lo sanno tutti – altri Speedmaster avrebbero accompagnato, a luglio del 1969, gli astronauti della successiva missione Apollo 11, Neil Armstrong e Buzz Aldrin, nel primo allunaggio della storia.

    Alla versione già in commercio Dark Side of the Moon Apollo 8, Omega affianca oggi sette nuove referenze, di cui vi descrivo alcune particolarità.

    Una meccanica esclusiva

    Tutt’e sette i nuovi orologi hanno la cassa in ceramica di 44,25 mm di diametro e, come da tradizione Speedmaster, tutt’e sette sono cronografi. In più sono certificati Master Chronometer e incassano movimenti di manifattura dotati dell’esclusivo scappamento Co-Axial. Ora, i fan di Omega, i lettori più affezionati del Giornale degli Orologi così come i più esperti e informati in orologeria sanno benissimo di cosa sto parlando. Per tutti gli altri credo sia opportuno almeno ricordare in breve di cosa si tratta, rimandando comunque i più interessati a eventuali approfondimenti.

    Lanciato nel 1999, lo scappamento Co-Axial è stato inventato dal maestro orologiaio George Daniels e messo a punto dalla stessa Omega. Ha una costruzione tale da permettere un minor attrito fra i suoi componenti e una minore lubrificazione, che si traducono in una maggiore affidabilità e costanza di marcia. Di conseguenza riduce anche la necessità di eseguire nel tempo interventi di manutenzione. La questione ovviamente è molto complessa di come ve la sto raccotando in queste righe. Per saperne di più, potete andare a leggere la spiegazione scritta in queste pagine da Augusto Veroni.

    La definizione Master Chronometer invece si riferisce a una certificazione di cronometria rilasciata dal Metas (Istituto Federale di Metrologia), che è un ente indipendente – come del resto è indipendente il Cosc (Contrôle Officiel Suisse des Chronomètres). Rispetto alla certificazione di cronometro del Cosc, però, si basa su un più rigido protocollo di test, si applica all’intero orologio e non solo al movimento, richiede requisiti più severi e garantisce scarti di minore entità: 0/+5 secondi al giorno (contro i -4/+6 del Cosc). È stata introdotta da Omega nel 2015, dapprima su alcuni esemplari e poi via via su un numero sempre più ampio di orologi con l’obiettivo di raggiungere l’intera produzione.

    Omega Dark Side of the Moon: quattro movimenti di manifattura

    I nuovi Omega Dark Side of the Moon, dicevo, si differenziano fra loro sia per quanto riguarda l’estetica che per la meccanica. Li possiamo suddividere in quattro gruppi: Dark-Dark, Dark-Red, Dark-White e Grey-Grey. Non si tratta di categorie ufficiali, mi raccomando: ma solo di indicazioni utili a riconoscere le sette diverse versioni.

    Dark-Dark. Cominciamo dalla prima variante (che comprende le referenze 310.92.44.51.01.005 e 310.92.44.51.01.003). I due orologi hanno total look nero e sono animati dal calibro Omega 9900 Black Edition, a carica automatica: in cui il nero si ritrova sulle platine, sui ponti, sulla massa oscillante e su tutti gli altri elementi del movimento osservabili attraverso il fondello in vetro zaffiro. Entrambi mostrano due contatori – con i secondi continui a ore 9, mentre quello a ore 3 ha le lancette dei minuti e delle ore cronografiche coassiali – e il datario a ore 6. Si distinguono tra loro per il cinturino in caucciù oppure in tessuto, per essere più precisi in nylon che riveste un interno in caucciù.

    Dark-Red. Passiamo quindi al modello che dispone della lancetta centrale dei secondi cronografici di colore rosso (referenza 310.92.44.51.01.001). Integra il calibro Omega 9908 a carica manuale, anch’esso interamente brunito. Si tratta ancora di un cronografo bicompax, con ore e minuti crono in un unico contatore e i secondi continui nell’altro, tuttavia privo di datario. Ed è disponibile solo con il cinturino in caucciù.

    Dark-White. Altri due esemplari (referenze 310.92.44.51.01.004 e 310.92.44.51.01.002) rappresentano la versione rivisitata dell’Omega Dark Side of the Moon originale. Molto simili ai modelli all black, sono caratterizzati però da indici e lancette in oro bianco che offrono un’ottima visibilità. Montano lo stesso movimento dei precedenti, il calibro Omega 9900 a carica automatica – qui però in versione non annerita -, e riportano quindi ore e minuti crono in un unico contatore, secondi continui e datario. Anch’essi sono corredati di due cinturini, in caucciù o in tessuto.

    Grey-Grey. Gli ultimi due, infine, inaugurano la sotto-collezione Grey Side of the Moon (referenze 310.92.44.50.06.00 e 310.92.44.50.06.001). Sono equipaggiati dal calibro Omega 3869 a carica manuale, senza data, che ricrea sul quadrante la classica configurazione tricompax 3-6-9 – tanto amata dagli appassionati di cronografi -, con ore e minuti crono in due contatori separati e i secondi continui. Anche qui la differenza fra i due esemplari sta nel diverso materiale dei cinturini.

    La ceramica Omega

    Non temete per i tanti numeri: quello che ho appena scritto risulta molto intuitivo se guardate le immagini sopra e leggete le rispettive didascalie. Ci tengo però a sottolineare che tutti i nuovi Omega Dark Side of the Moon presentano un’architettura ridisegnata, dai profili più sottili rispetto ai modelli del passato. Il che è stato possibile anche grazie alle migliorate tecniche di lavorazione della ceramica, che Omega ha affinato in quattro anni di sviluppo.

    In effetti, la maestria con cui la Maison di Biel produce e lavora la ceramica è evidente. Per esempio, il doppio strato (in ceramica, appunto) di cui si compongono i quadranti ripropone il già apprezzato effetto di profondità che si osserva negli altri Speedmaster. Aggiungo poi che le versioni Dark-White utilizzano per la scala tachimetrica della lunetta e per il logo sulla corona il Liquidmetal. Ricordo che è un materiale ceramico speciale contenente zirconio, titanio, rame, nichel e berillio, tre volte più resistente ai colpi e ai graffi dell’acciaio inossidabile.

    La funzione fuso orario

    Se leggete le specifiche dei modelli con movimento Omega 9900, Omega 9900 Total Black e Omega 9908, vi trovate di fronte alla funzione fuso orario. Che può essere, a una prima osservazione, attribuita al contatore a ore 9, con le lancette di ore e minuti crono coassiali. Scambiare quel contatore per un secondo fuso orario è davvero un attimo. In realtà, l’Omega Dark Side of the Moon può mostrare un fuso orario per volta.

    Ma se volate da un capo all’altro del mondo, vi basterà, una volta giunti a destinazione, estrarre la corona in posizione 2 (le posizioni sono in tutto tre), e ruotarla in avanti o indietro per far scattare la lancetta delle ore di un’ora in avanti o di un’ora indietro, senza modificare la posizione dei minuti. Al passaggio, in un verso o nell’altro, delle ore 24, la data avanza oppure indietreggia. Si tratta quindi di una caratteristica aggiuntiva per rendere più facile la vita dei grandi viaggiatori che posseggono un Dark Side of the Moon e altri Omega. L’attenzione al cliente si rivela anche in queste “piccole cose”.

    Omega Dark Side of the Moon: dal contrasto bianco-nero al total black

    Dal punto di vista estetico, la nuova collezione può davvero soddisfare tutti i gusti. Se i modelli con contrasto bianco-nero sono leggibili con ogni tipo di luce, la versione total black però mi ha lasciato un po’ perplesso. La scelta di proporre in nero qualsiasi elemento visibile sul quadrante, dalle lancette agli indici al lay-out, può rendere difficile la consultazione delle informazioni. L’unico aiuto alla leggibilità arriva dalla differente riflessione della luce da parte delle superfici lucide e di quelle opache. La finestrella della data per esempio fa luce su un disco in cui il nero è usato tanto per lo sfondo quanto per i numeri. Se avete qualche problema di presbiopia, l’assoluta mancanza di contrasto potrebbe non fare al vostro caso.

    Opinione personale, s’intende. Il nostro Direttore, Daniela, Fagnola, afferma al contrario di apprezzare le versioni total black, da lei soprannominate Phantom. Sostiene che si tratta di una delle tendenze più affermate nell’orologeria contemporanea. Una tendenza che, in fondo, è figlia del nostro tempo. Proprio perché ormai leggere l’ora al polso è quasi pleonastico, visto che la si ritrova ovunque negli strumenti tecnologici di cui siamo circondati (dallo smartwatch al computer al forno a micronde…), l’orologio assume altre valenze. Per esempio di accessorio che cattura l’attenzione, e in questo senso può anche essere in qualche modo “misterioso”. Fermo restando il suo valore di “status“, di oggetto che trasmette, a chi li sa cogliere, messaggi di cultura, passione, possibilità economiche. Ma non divaghiamo.

    Decisamente più leggibile l’esemplare Dark-Red con lancetta centrale rossa. Che è anche una delle più sottili: 13,02 mm contro i 15,09 mm dei modelli total black e di quelli con contrasto bianco-nero.

    Grey Side of the Moon, le due facce della Luna sullo stesso orologio

    Se parliamo di spessore, che di un orologio determina spesso la vestibilità e la praticità d’uso, a spiccare è la versione Grey Side of the Moon a carica manuale. Con i suoi 12,97 mm surclassa la referenza da 13,02 mm e stacca nettamente i restanti modelli che si attestano sui 15,09 mm di spessore. L’assenza infatti di un rotore di carica, come spesso capita, permette ai progettisti di ridurre lo spessore del calibro e, di conseguenza, quello della cassa destinata a ospitarlo.

    Ma la versione Grey Side of the Moon ha a mio parere un altro plus dalla propria parte. Prende spunto dalla frase pronunciata da Jim Lovell, quando la navicella, dopo aver sorvolato il lato nascosto della Luna, riprese i contatti con la Terra: «The Moon is essentially grey». Ossia «La Luna è essenzialmente grigia». Questo speciale modello esibisce, grazie a precise incisioni laser, entrambe le facce della Luna. La faccia visibile si trova sul quadrante parzialmente scheletrato; quella invisibile su platina e ponti del movimento, ed emerge osservando l’orologio dall’oblò in vetro zaffiro sul fondello. La stessa frase è incisa lungo l’anello in acciaio che incastona il vetro.

    Considerazioni finali e prezzi

    Per riassumere: sulla qualità dei materiali impiegati e sulla maestria di Omega nella lavorazione e finitura degli elementi in ceramica, c’è poco da dire. I nuovi Dark Side of the Moon esaltano entrambi gli aspetti più di quanto facessero i precedenti. Costano più dei Moonwatch, ma hanno un diametro maggiore e vantano lo scappamento Co-Axial e la certificazione Master Chronometer. Premessa indispensabile per introdurre i prezzi. Vale a dire: 15.600 euro per i Dark-White, 15.900 euro per i total black e il Dark-Red, 16.300 euro per le varianti Grey Side of the Moon. Siamo mediamente al doppio di un Moonwatch di base. A decidere se tale prezzo è giustificato o meno sarà lo stesso mercato.                           

  • Excalibur Spider Flyback Chronograph, la tecnologia Roger Dubuis

    Excalibur Spider Flyback Chronograph, la tecnologia Roger Dubuis

    Chi ricorda il Monovortex™ Split-Seconds Chronograph? Il concept-watch presentato nel 2023 da Roger Dubuis a Watches and Wonders Geneva, simbolo dell’Hyper Horology™ perseguita dall’allora Ceo Nicola Andreatta. Un concetto che rendeva bene l’idea di spingere l’orologeria oltre i limiti, per trovare soluzioni sempre nuove in fatto di materiali, tecnologie, metodi di costruzione. Bene. Quel cronografo sdoppiante, ipertecnico per quanto era ricco di innovazioni e peculiarità meccaniche, l’estate successiva trovò un discendente diretto nell’Excalibur Spider Flyback Chronograph. Un altro cronografo, questa volta con funzione flyback, che vedeva applicate nella pratica alcune caratteristiche sperimentate nel precedente pezzo unico.

    Realizzato con la cassa XL in carbonio e un total look nero, appena illuminato da flash rossi, quell’esemplare tradiva una chiara ispirazione all’ingegneria delle super-car. Tant’è che nel 2024 conobbe un seguito dedicato alla Lamborghini Squadra Corse, nella palette cromatica della SC63 – Verde Mantis, Nero Noctis e Tricolore -, la vettura con cui la scuderia partecipò alla 24 Ore di Le Mans. In edizione limitata di 88 esemplari, era in vendita come il predecessore esclusivamente nelle boutique monomarca. Quest’anno l’Excalibur Spider Flyback Chronograph ritorna quindi con un nuovo habillage, sempre molto sportivo ma dallo stile meno estremo, più “cittadino”. Con la cassa in oro rosa, come i dettagli sul quadrante, sempre in tiratura limitata di 88 esemplari, ma non più come esclusività boutique.

    Il quadrante multilivello

    Che poi definirlo “quadrante” non sarebbe propriamente corretto, non nel senso letterale del termine: il quadrante vero e proprio è ridotto all’osso, alla flangia periferica in cui si trovano gli indici. Qui invece è sostituito dalla visione dei componenti del movimento, completamente scheletrato e organizzato su diversi livelli. Ma al calibro meccanico arriveremo dopo, gradatamente. Qui preferisco descrivere ciò che si vede dall’esterno, dal cosiddetto quadrante appunto, perché mostra la prima delle innovazioni fondamentali contenute nell’Excalibur Spider Flyback Chronograph. Quindi andiamo oltre i ponti e le strutture architettoniche che lo compongono e guardiamolo con attenzione.

    A ore 6 è evidente la ruota a colonne (ne riparleremo altrove), a ore 3 si trova il bilanciere (idem), a ore 12 si intravvedono i due bariletti, a ore 3 il contatore dei minuti crono… Ecco, ci siamo: il contatore dei minuti crono è molto strano, ha una struttura quasi tridimensionale. I tecnici di Roger Dubuis l’hanno chiamato RMC, acronimo che sta per Rotating Minute Counter (contatore rotante dei minuti), che però non restituisce la complessità della costruzione. Si tratta comunque del primo dispositivo dell’orologio derivato direttamente dal Monovortex Split-Seconds Chronograph, per il quale la Manifattura ha depositato domanda di brevetto. Provo a spiegarvelo in modo semplice, comprensibile a tutti.

    Una complicazione nella complicazione

    L’RMC ha gli indici delle unità fissi (da 0 a 9, con quattro cifre in rilievo) che si leggono sulla destra, lungo un settore di 120°. Invece a sinistra ci sono i numeri delle decine (0-1-2), posti su tre lancette satellite. Immaginiamo di avviare il cronografo: man mano che il tempo passa, i satelliti ruotano in senso orario e, quando si ferma la misurazione, vanno a comporre il numero dei minuti trascorsi. Ma non finisce qui. I satelliti non ruotano in modo complanare: quello che riporta la decina corretta è sollevato rispetto agli altri due (uno visibile, l’altro nascosto), così da indicare più agevolmente la lettura. Per questo motivo la Manifattura definisce l’RMC “di forma isotossale”: un termine che deriva dal greco τοξον e significa arco, proprio come la figura a parabola formata dalla traiettoria di ciascun satellite.

    È chiaro che l’RMC così concepito comporta implicazioni e difficoltà costruttive che si sommano a quelle solite del cronografo, per esempio la collocazione fisica dei componenti aggiuntivi o un maggior consumo di energia rispetto a una semplice lancetta. E poi c’è la complicazione dichiarata già nel nome dell’orologio: la funzione flyback. Che, è sempre bene ricordarlo, abbrevia la normale successione di operazioni del cronografo (avvio – stop – rimessa a zero – riavvio), in modo tale che l’azzeramento e il nuovo avvio siano istantanei. Nata in ambito militare, risulta tuttora utile quando si vogliono misurare degli eventi che avvengono in rapida successione.

    Il calibro RD780SQ

    A questo punto è proprio ora di dare spazio al movimento dell’Excalibur Spider Flyback Chronograph. Ovvero al calibro RD780SQ, versione scheletrata (come le lettere nel nome lasciano intendere) del movimento montato nel modello del 2023 e come quello ovviamente realizzato in casa. In realtà sembra identico al predecessore: sempre a carica automatica e dalla costruzione integrata, come quello presenta alcune particolarità degne di nota. Prima di tutto il dispositivo che controlla le leve del cronografo: la ruota a colonne (cui già accennavo prima). Fra i vari sistemi di gestione delle funzioni crono, sicuramente quello più costoso e raffinato.

    La ruota a colonne aziona il cronografo in maniera fluida e reattiva, e restituisce una sensazione più “morbida” quando si fa pressione sui pulsanti. ln questo caso, poi, ha un innesto verticale, che permette un avvio più preciso del cronografo ed evita oscillazioni o sfarfallamenti della lancetta centrale dei secondi crono. Proprio per questo, i tecnici della Manifattura hanno messo a punto anche un “sistema frenante” SBS, sigla che ricorda quella delle automobili. Qui però sta per Second Brake System ed è un componente integrato nella frizione verticale proprio per dare maggiore stabilità alla lancetta dei secondi. Poco si conosce al riguardo, se non che anch’esso è in attesa di brevetto.

    Altra caratteristica da citare è poi la Cryptodate – o cripto-data, se preferite. Non so se l’avete notata a ore 6, sotto la ruota a colonne. Difficilmente cattura l’attenzione: un po’ per la quantità di elementi presenti sul quadrante, un po’ per come è fatta. L’anello del datario, infatti, non riporta come al solito il numero stampato su fondo bianco o nero. È invece direttamente “ritagliato”, traforato all’interno (non mi stupirei se fosse inciso al laser) con un carattere modernissimo, e poggia su un segmento chiaro per poter essere visualizzato meglio. Niente di tecnologicamente rivoluzionario, certo, ma è comunque un altro dettaglio che contribuisce all’identità dell’Excalibur Spider Flyback Chronograph. Sul quale ci sarebbe ancora molto da dire, riguardo al bilanciere, ai bariletti, alla scala tachimetrica… Ma non vorrei esagerare. Trovate tutto nelle didascalie.

  • Diving Heritage Collection, i quadranti “virati” di Unimatic

    Diving Heritage Collection, i quadranti “virati” di Unimatic

    Sono tutti uguali: ecco la critica rivolta più di frequente agli orologi subacquei. Vera almeno in parte, perché tante marche, per adeguarsi alle norme ISO 6425/NIHS 92-11, scelgono le stesse soluzioni tecniche, senza preoccuparsi di personalizzare dettagli o componenti. Un discorso che sicuramente non vale per gli esemplari da immersione di Unimatic, in generale. E in particolare per i nuovi Diving Heritage, che mantengono inalterata l’identità del Brand, forte e chiara: la cui filosofia di design si focalizza sì sulla funzionalità, ma con cifre stilistiche uniche e ben riconoscibili.

    La collezione Diving Heritage

    Unimatic definisce la collezione Diving Heritage “un moderno omaggio alla tradizione intramontabile degli orologi subacquei classici”, dato che non si discosta dai canoni estetici codificati negli ultimi 70 anni, ma li interpreta appunto a modo proprio. E intende anche “catturare la patina unica creata dal tempo e dall’esposizione” all’acqua salata, alla luce e agli agenti atmosferici. Ogni modello quindi riprende “il carattere dei quadranti scuri vintage, naturalmente invecchiati da sole, sale e umidità”. O forse sarebbe meglio dire che si distingue per il quadrante virato nelle cromie del nero, del blu e del marrone, definite dal Marchio matte black, vintage navy e tropical brown.

    Tre le versioni in collezione: automatico solo tempo, automatico con funzione Gmt e cronografo con movimento meca-quartz. Ciascuna appunto è declinata nelle diverse tonalità, con il quadrante coordinato al cinturino, a creare un’armoniosa monocromia. Quindi nove referenze in totale, ciascuna realizzata in edizione limitata di 300 esemplari. Partiamo quindi dall’allestimento “di base”, solo tempo: dal subacqueo “in purezza” – concedetemi una metafora enologica – più in linea con il momento dell’anno. Per saperne di più sugli altri modelli, vi invitiamo a visitare il sito ufficiale di Unimatic.

    Il Diving Heritage Modello Uno

    La cassa di 41,5 mm di diametro in acciaio 316L rispecchia la forma tonneau tipicamente Unimatic, tosta e massiccia per resistere fino a una pressione di 30 bar. Le finiture sono spartane, come ci si aspetta da un tool watch, anche se tutte le superfici sono spazzolate per evitare fastidiosi riflessi. La lunetta girevole unidirezionale è uno dei segni distintivi del Brand, con l’inserto in alluminio nero sottolineato da due evidenti profili in acciaio (quello esterno è zigrinato, per permetterne un uso agevole anche con le mani bagnate o i guanti della muta). La corona è circondata da spallette di protezione prominenti, per scongiurare qualsiasi manomissione accidentale. La corona e il fondello sono ovviamente a vite, e quest’ultimo è decorato da un’incisione che ritrae oggetti d’uso comune in mare: una maschera e una pinna da sub, un remo e un fucile con fiocina.

    L’elemento più emblematico è comunque il quadrante, opaco in tutte le versioni. Essenziale e minimal, offre un’ottima leggibilità, tra gli indici (a bicchierino, a bastone orizzontale e a triangolo al 12) e le lancette a matita, mentre quella centrale dei secondi è di tipo lollipop ribaltato (cioè con il “lecca-lecca” sul contrappeso e non in punta). Il tutto reso ancora più evidente da un’abbondante quantità di Super-LumiNova color crema: che accentua l’aspetto vintage, ma al buio si trasforma in verde brillante per garantire massima visibilità. Infine il cinturino in Tpu (poliuretano termoplastico): morbido e flessibile, ma resistente ai graffi e alla corrosione. Devo sottolineare che le caratteristiche elencate fin qui si ritrovano anche negli omologhi Gmt e Cronografo. Quindi eviterò di ripeterle, quando descriverò gli altri due modelli.

    Specifica e non riscontrabile altrove in collezione è invece la meccanica. Il Diving Heritage Modello Uno “solo tempo” monta “un classico” di produzione giapponese, il celeberrimo calibro automatico NH35A. Il pezzo forte di Seiko noto per la robustezza, l’affidabilità e la facilità di manutenzione. Per rendere l’idea, qualcuno lo ha definito un “cavallo di battaglia” del produttore nipponico, altri un “muletto”: il concetto credo sia chiaro. Ma non mitizziamolo, si tratta di un movimento economico e dalle prestazioni basic: l’autonomia, per esempio, è limitata a 41 ore. Un po’ pochine, oggi, ma da un entry level non ci si può aspettare chissà che, sebbene non sia di vecchia concezione. È stato lanciato infatti nel non lontano 2011-2012.

    Il Modello Uno Gmt e il Modello Tre

    Passiamo quindi agli altri due esemplari. Il Diving Heritage Modello Uno Gmt è chiaramente dedicato ai grandi viaggiatori che amano fare immersioni nei mari lontani. O a quanti hanno a che fare di frequente con i fusi orari: per esempio chi lavora abitualmente con l’estero o si vuole tenere in contatto con un proprio caro che vive magari agli antipodi. Come di consueto l’orologio visualizza un secondo fuso orario tramite l’apposita lancetta centrale a freccia che rileva le 24 ore poste sulla lunetta. In questo caso il movimento automatico è un Seiko NH34A, basato sempre sull’NH35A cui però è stato aggiunto il modulo della complicazione. Quindi presenta le stesse caratteristiche tecniche del precedente, come la carica automatica e l’autonomia di 41 ore.

    Infine c’è Diving Heritage Modello Tre, un cronografo che per coerenza con l’essenzialità Unimatic riporta un unico totalizzatore – quello dei 60 minuti – a ore 9. Quindi è utile esclusivamente per la misurazione di tempi brevi, fino a un’ora. Geniale, a mio parere, la soluzione di adottare un movimento elettro-meccanico, sempre un Seiko ma calibro VK64A. Meca-quartz – come lo chiama il Brand – significa che utilizza un movimento al quarzo come base e un modulo cronografico meccanico. In questo modo supplisce innanzitutto alla perdita di costanza di marcia che possono avere i cronografi meccanici tout-court, soprattutto quando li si attiva. E contemporaneamente permette alla lancetta dei centrale dei secondi crono di muoversi al ritmo del 5° di secondo, che agli occhi dell’osservatore appare come un moto fluido e continuo.

    Epilogo

    E siamo alla fine del discorso. Mancano ancora i prezzi, accessibili pressoché a tutte le tasche come vuole la filosofia del Marchio. Il Diving Heritage “solo tempo” costa 650 euro (più Iva). Stessa cifra per il cronografo, mentre il Gmt costa qualcosa in più: 750 euro (sempre tasse escluse). Il che è una bella sorpresa per quegli appassionati che hanno una certa disponibilità di spesa e si possono permettere l’acquisto di tutte le versioni. La collezione Diving Heritage diventa allora un’occasione imperdibile per arricchire la propria collezione con tre subacquei sui generis, dalla spiccata personalità.

  • Patek Philippe 5370R, il cronografo (sdoppiante) rivisitato

    Patek Philippe 5370R, il cronografo (sdoppiante) rivisitato

    È incredibile. Mi occupo di orologi da quasi trent’anni, eppure mi stupisco ancora ogni volta che vedo la trasformazione di qualche esemplare. Come nel caso del Patek Philippe 5370R, presentato a Watches and Wonders Geneva la scorsa primavera. Che non è affatto una novità – è uscito una prima volta nel 2015 e poi ancora nel 2020 – ma lo sembra proprio, tanto importante è il ruolo dell’estetica… Mi spiego meglio.

    Il nuovo habillage del Patek Philippe 5370R

    Il Patek Philippe 5370R ha seguito il percorso codificato dalle consuetudini dell’orologeria elvetica. Quindi è apparso prima con la cassa in platino, in assoluto il metallo più prezioso, e poi in oro, per ora nella tonalità più calda del rosa. In futuro chissà: sarà probabile vederlo in oro giallo, difficile in oro bianco, praticamente impossibile in acciaio. Perché si tratta di una Grande Complicazione, che la Manifattura ginevrina per tradizione non declina mai nel metallo più comune… .

    Le due versioni del passato, dicevo, avevano entrambe la cassa in platino e si differenziavano per il colore del quadrante in smalto Grand Feu: dapprima nero, poi blu. Risultato: un look estremamente sobrio e formale, certo elegantissimo, ma – a guardarlo col senno di poi – forse un po’ freddo, proprio per lo splendore algido del metallo e per il rigore della monocromia. Ora invece non solo ha la cassa in oro rosa – lega dai toni più ricchi e solari – ma ha anche il quadrante bicolore: sempre in smalto Grand Feu, ma giocato nei toni del panna e del cioccolato.

    Sfumature complementari, che trasmettono sensazioni di chic rilassato e insieme di saldo, potente vigore. Sono certa di non aver mai visto prima un cronografo Patek bicolore, almeno non fra i modelli di produzione contemporanea (se l’effetto è questo, mi auguro che non sarà l’unico). Però ciò che mi ha colpito a Ginevra è stata la consapevolezza di trovarmi davanti a qualcosa di assolutamente nuovo, ma allo stesso tempo inconfondibilmente Patek. Non so se rendo l’idea, è difficile da spiegare. Un senso di modernità ma ugualmente rassicurante. Qualcosa di inedito, ma nato già come “grande classico”.

    Lo smalto Grand Feu

    Ora, il fascino sprigionato dal Patek Philippe 5370R deriva proprio dallo smalto Grand feu del quadrante, me ne rendo conto. Un quadrante realizzato a partire da un disco d’oro, naturalmente. Ma dalla realizzazione complessa, perché è suddiviso in quattro parti: l’anello perimetrale in smalto champlevé, lo sfondo del display, i due contatori per i secondi continui e i minuti crono. Il che significa che ciascun elemento è stato dipinto a mano, ha subito le numerose fasi di lavorazione richieste dallo smalto, e poi assemblato. Fino a comporre l’armonia racchiusa all’interno della cassa.

    Non mi stancherò mai di ripetere le difficoltà implicite nella tecnica dello smalto. I tanti passaggi necessari fra preparazione, trattamento, cottura in forno, ciascuno eseguito più volte prima di arrivare alla finitura finale. E le ripetizioni che amplificano i rischi, li sommano in modo esponenziale. Perché non sai mai come lo smalto reagirà alla temperatura, se ne uscirà integro o si gonfierà, si fessurerà, se il colore sarà quello desiderato… Incognite che si ripetono ancora e ancora per ogni singolo componente. Vita dura quella del maestro smaltatore, che a un certo punto può essere costretto a buttar via ore di lavoro e dover ripartire da capo.

    Il cronografo rattrapante. O meglio sdoppiante

    Alle difficoltà insite nell’habillage però vanno aggiunte quelle della meccanica. Il cronografo à rattrapante, per definizione, è un orologio complicato – difficile da progettare e da realizzare. Perché in pratica è un doppio cronografo – non a caso i tedeschi lo chiamano doppelchronograph -, che permette di misurare eventi che iniziano simultanteamente e finiscono in momenti diversi. Per esempio, i tempi intermedi di una gara su circuito o il taglio del traguardo di diversi concorrenti. È dotato infatti di due lancette dei secondi cronografici che funzionano in sincrono ma, su richiesta, si possono separare per compiere misurazioni differenti. La lancetta centrale dei secondi crono cioè “si sdoppia“: ecco perché in italiano lo si definisce più correttamente “cronografo sdoppiante“.

    Ve la faccio breve. Come in qualsiasi cronografo, premo il pulsante al 2 per far partire la misurazione. Se poi a un certo punto, quando voglio/quando serve, premo il pulsante al 3 coassiale alla corona di carica, una lancetta centrale dei secondi crono si ferma, e ti consente di prendere il tempo. L’altra, invece, continua regolarmente il proprio moto finché non la arresto, come sempre con il pulsante al 2. Infine, una pressione sul pulsante al 4 azzera come al solito tutte le lancette. Ovviamente posso ripetere la sequenza quante volte voglio, e quindi leggere i relativi risultati. Se infatti premo una seconda volta il pulsante sulla corona, la lancetta dei secondi sdoppianti si riallinea a quella che ha continuato a marciare. In francese del resto rattraper significa proprio recuperare, raggiungere, riprendere.

    Va da sé che questa sequenza di operazioni, quando attivata, richiede il consumo di grandi quantità di energia, improvvise e non pianificabili. E la cosa va a influire in un sistema – il cronografo – energivoro (e poco preciso) già di suo. Di conseguenza il dispositivo sdoppiante pone anche problemi di gestione dell’energia, oltre a quelli costruttivi di leve, camme e molle, caratteristici della funzione stessa. Ora, io qui semplifico al massimo il discorso, per questioni di spazio. Ma se andate a rileggere quello che aveva scritto Augusto Veroni a proposito del 5370P con quadrante blu, potrete capire maggiormente la complessità della situazione. E vi chiarirete un po’ le idee.

    Il movimento del Patek Philippe 5370R

    Devo dire che la Maison padroneggia perfettamente la complicazione. Ha firmato il suo primo cronografo à rattrapante da polso nel lontanissimo 1920, quindi ha alle spalle un secolo di esperienza al riguardo. Che ha concentrato proprio nel calibro CHR 29-535 PS montato all’interno del Patek Philippe 5370R, un movimento concepito e fabbricato “in casa”. Presentato nel 2015, è lo sviluppo dell’omonimo calibro cronografico “semplice” lanciato nel 2009, cui appunto è stata aggiunta la funzione sdoppiante dotata di una serie di migliorie. Ed è un movimento cronografico à rattrapante definito “a due tempi”, per distinguerlo dal cronografo monopulsante à rattrapante “a tre tempi”. In quest’ultimo le tre funzioni del cronografo si attivano con il pulsante e integrato nella corona e con l’apposito pulsante per la funzione sdoppiante.

    Per saperne di più sono andata a recuperare i documenti ufficiali divulgati da Patek nel 2015, in cui era descritto come “un connubio di tradizione e innovazione”. Qui sotto vi riporto qualche stralcio, così da farvi conoscere le innovazioni (brevettate) e le ottimizzazioni: “Il collegamento con il passato lo si legge nell’architettura di base con carica manuale, comando con ruote a colonne e innesto orizzontale a ruote, che per numerosi appassionati di meccanica orologiera rimane il nec plus ultra del cronografo”. I meno tecnici dei nostri lettori, cui non interessano i dettagli costruttivi, possono saltare il prossimo paragrafo e passare direttamente all’ultimo. Le righe che seguono sono riprese pari pari dalla cartella stampa.

    Informazioni tecniche

    • Le ruote d’innesto sono dotate di profili brevettati dei denti che aumentano il rendimento nella trasmissione dell’energia e riducono l’usura.
    • La regolazione della penetrazione tra le ruote d’innesto non viene effettuata, come di consueto, mediante un eccentrico posto a fianco della bascula d’innesto, bensì, molto più precisamente e semplicemente, grazie a un grande “cappello eccentrico” posizionato sopra la ruota a colonne all’estremità della bascula d’innesto.
    • I martelli di azzeramento autoregolanti, che ruotano “tra rubini”, riducono il bisogno di manutenzione.
    • La leva di blocco (per arrestare il mobile del cronografo) è direttamente sincronizzata con la bascula d’innesto.
    • La camma del contatore dei minuti è traforata in modo da ammortizzare gli urti durante l’operazione di azzeramento, invece di bloccare bruscamente la lancetta del cronografo e la lancetta sdoppiante.

    Le novità a livello del meccanismo sono accompagnate da innovazioni che riguardano esclusivamente la funzione sdoppiante:

    • Un isolatore innovativo per la leva della rattrapante separa il mobile della rattrapante da quello del cronografo, quando la lancetta sdoppiante viene fermata per indicare un tempo intermedio. E ciò evita inutili frizioni e non incide sull’ampiezza del bilanciere quando la lancetta sdoppiante è ferma.
    • La leva della rattrapante con rullo tra due superfici piane garantisce il posizionamento perfetto delle lancette del cronografo e della rattrapante quando queste si trovano sovrapposte.

    Conclusioni

    Concludo come d’abitudine con alcune informazioni pratiche. Il Patek Philippe 5370R è andato a sostituire le precedenti versioni in platino, ormai fuori catalogo. Non è in tiratura limitata, ma in produzione limitata, nel senso che la quantità è naturalmente circoscritta dalle capacità pratiche di produzione. Costa 291.057 euro, più o meno quanto un appartamento di un certo tipo. Un prezzo elevato, siamo tutti d’accordo, che solo pochi fortunati si possono permettere. Ma che andrà a rivalutarsi nel tempo, come tutti i complicati di Patek Philippe, questo è certo. Così come è sicuro che ad acquistarlo saranno quei collezionisti che non solo hanno le capacità economiche, ma soprattutto la cultura orologiera per comprenderlo.

  • Independence Skeleton Chrono 42mm, il flyback di Norqain

    Independence Skeleton Chrono 42mm, il flyback di Norqain

    La luce danzava sul quadrante traforato dell’Independence Skeleton Chrono 42mm, trasformando l’orologio in una scultura cinetica. A Watches and Wonders 2025, lo spettacolo attirava i visitatori nella booth di Norqain come falene alla fiamma. Lo sguardo veniva prima catturato dai vibranti toni viola o verde, poi si immergeva nel labirinto meccanico del Calibro 8K, seguendo il profilo delle montagne inciso nel movimento. L’occhio percorreva le curve dei ponti scheletrati, le intersezioni dei ruotismi e il battito costante del bilanciere. Questo viaggio visivo dall’estetica alla tecnica manifestava la vera essenza del Brand: l’orologeria rivelata, non celata.

    Norqain e la collezione Independence

    Fondata nel 2018 dalla famiglia Küffer, con sede a Nidau (non lontano da Biel/Bienne), Norqain rappresenta un’anomalia nel panorama orologiero elvetico: una giovane marca indipendente che ha saputo affermarsi in un settore dominato da gruppi industriali e maison centenarie. La presenza al Salone di Ginevra per la seconda volta consecutiva ne testimonia l’ascesa in appena sette anni. L’assenza di rigide strutture corporate le permette di esplorare soluzioni originali, differenziandosi nel mondo conservatore dell’orologeria. Norqain sfida così i giganti del settore, reinterpretando in questo caso l’estetica del cronografo contemporaneo.

    La collezione Independence è rapidamente diventata il simbolo della filosofia aziendale, bilanciando tradizione manifatturiera e design contemporaneo. Il nome stesso riflette sia lo status indipendente dell’azienda sia l’approccio distintivo all’orologeria. Possiamo considerare questa famiglia di orologi come il laboratorio creativo di Norqain, in cui si fondono tecnica e audacia estetica. L’Independence Skeleton Chrono, che ha debuttato a New York nell’autunno scorso, ha segnato un’importante evoluzione per il Brand, introducendo il primo movimento cronografico flyback scheletrato sviluppato internamente.

    Le due versioni dell’Independence Skeleton Chrono

    Nel cuore del prestigioso Salone ginevrino, Norqain ha rotto i codici dell’alta orologeria con due nuove referenze dell’Independence Skeleton Chrono 42mm. Nelle quali il viola profondo e il verde giada non sono semplici variazioni cromatiche, ma manifesti d’indipendenza creativa. I colori scelti per le nuove edizioni riflettono l’identità del Marchio, costruita attorno al concetto di “libertà di esplorazione”, sia fisica che concettuale. Il verde evoca i paesaggi alpini svizzeri, mentre il viola è piuttosto un elemento urbano e cosmopolita.

    Applicati sugli elementi del quadrante scheletrato, i colori creano un effetto tridimensionale che enfatizza il profilo montano. Prendere ispirazione dalla montagna, anziché dalle automobili o dagli aerei come fanno molti altri cronografi, crea un racconto personale coerente con l’identità svizzera di Norqain, e rimanda silenziosamente a una storia di esplorazione e di avventura. Il contrasto cromatico con il titanio della cassa (soprattutto nel caso del trattamento Dlc nero che caratterizza la versione verde) esalta le tonalità vivaci e le rende protagoniste della composizione.

    Le caratteristiche essenziali…

    La scelta del titanio grado 5 costituisce già di per sé una soluzione tecnica sofisticata. Non a caso utilizzato in particolare nell’industria aerospaziale, è un materiale dall’eccellente rapporto resistenza-peso. In più è dotato di proprietà ipoallergeniche e anticorrosive, che lo rendono perfetto per un orologio sportivo di qualità. Il rivestimento Dlc, là dove presente, ne aumenta ulteriormente la durezza superficiale senza comprometterne la leggerezza.

    Se l’evoluzione si manifesta nell’interpretazione cromatica, i nuovi Independence Skeleton Chrono conservano gli elementi distintivi della collezione, già presenti nei modelli del 2024: la cassa da 42 mm dalle proporzioni equilibrate, l’impermeabilità fino a 10 bar, il quadrante scheletrato, l’esclusivo movimento. Indici e lancette sfaccettati da un taglio diamante conferiscono all’orologio un aspetto più tecnico, mentre l’X1 Super-LumiNova® consente un’ottimale visibilità in tutte le condizioni di luce. Ci tengo a sottolineare quanto l’Independence Skeleton Chrono mantenga un’eccellente leggibilità a dispetto della scheletratura. Il cinturino in caucciù integrato, dall’effetto maglia milanese, unisce estetica, comfort e praticità.

    …e la meccanica dell’Independence Skeleton Chrono

    Attraverso il vetro zaffiro, il Calibro 8K rivela la propria anima: un cronografo flyback scheletrato il cui nome rende omaggio agli “Ottomila”, le 14 montagne più alte del mondo. Sviluppato in collaborazione con Manufacture AMT (il dipartimento interno a Sellita, specializzato in movimenti personalizzati), il calibro a carica automatica dimostra l’approccio pragmatico e innovativo di Norqain: formare partnership strategiche per combinare expertise tecnica e visione creativa. Oltretutto ha partecipato alla creazione Jean-Claude Biver, eminenza grigia del settore nonché membro del Consiglio di Amministrazione di Norqain, che deve aver contribuito all’ideazione delle specificità costruttive identitarie.

    Se si guarda il movimento dal lato fondello, infatti, si nota la particolare silhouette del ponte superiore, a forma di montagna. Il logo Norqain, che a sua volta ricorda un monte creato dall’incontro delle due N maiuscole, è poi intagliato nella massa oscillante. In questo modo, quando quest’ultima è “a riposo”, posta in basso, il ripetersi delle vette crea l’effetto di una catena montuosa meccanica in 3D. E poi ci sono le altre caratteristiche. La funzione flyback aggiunge all’orologio un valore d’uso concreto, con una risposta tattile precisa e soddisfacente dei pulsanti. La ruota a colonne mantiene una precisa funzionalità cronografica durante tutta la misurazione. Le 62 ore di autonomia contribuiscono alla costanza di marcia e ottimizzano le prestazioni, garantite anche dal certificato ufficiale di cronometro ottenuto dal Cosc.

    La mia opinione

    Durante le giornate primaverili di Ginevra, sotto le luci di Watches and Wonders, i due nuovi Independence Skeleton Chrono risplendevano con una vivacità inusuale per l’alta orologeria. I colori freschi e moderni, particolarmente il verde giada, sembravano catturare perfettamente l’energia della stagione estiva alle porte. Nonostante lo spessore di quasi 14 mm, l’orologio si adattava naturalmente alla forma del mio polso e mi è sembrato sorprendentemente comodo da indossare.

    La scelta di diversificare cromaticamente un modello affermato riflette un approccio strategico all’espansione del catalogo, consolidando l’identità del prodotto mentre offre nuove opzioni ai collezionisti. L’edizione verde giada, con una tiratura limitata a soli 500 esemplari, occupa una nicchia particolarmente interessante nel mercato, mentre la variante viola amplia l’offerta della collezione “regolare”. In quest’ottica consideriamo i prezzi al pubblico: 6.600 euro la versione viola, 6.800 la versione verde.

    Questa strategia di prodotto crea un equilibrio tra esclusività e accessibilità che distingue l’Independence Skeleton Chrono dai cronografi scheletrati di altre marche, generalmente più costosi. Proprio questo equilibrio posiziona il Brand come alternativa interessante sia per i collezionisti esperti in cerca di originalità, sia per i neofiti che desiderano un primo orologio alto di gamma significativo. La narrazione dell’azienda familiare indipendente risuona in un mercato sempre più attento all’autenticità. In un’epoca dominata da tendenze rétro, Norqain guarda avanti creando orologi che rispettano la tradizione senza esserne prigionieri.

  • Riviera Flyback 10828, l’estetica rétro di Baume & Mercier

    Riviera Flyback 10828, l’estetica rétro di Baume & Mercier

    Quando hai in catalogo un orologio che in cinquant’anni di storia ha saputo rinnovarsi ben cinque volte senza mai tradire la propria essenza, puoi e devi introdurre complicazioni sempre più raffinate. Sto parlando di Baume & Mercier e della collezione Riviera, nata nel 1973 dalla matita di Jean-Claude Gueit – designer che ha firmato, fra gli altri, il Polo per Piaget e il Cellini per Rolex. La Maison ginevrina consegnerà nei negozi a giugno prossimo quattro nuovi cronografi Riviera, tutti con cassa da 41 mm, tre dei quali – i più tradizionali – si trovano già in vendita online. Però oggi voglio soffermarmi sulla versione top di gamma, il Riviera Flyback 10828 dotato di calibro cronografico con funzione flyback. Un orologio dal sapore vintage molto accentuato e che, insieme alla variante 10786 del 2023 con calendario perpetuo, eleva il prestigio della Maison e della colllezione Riviera in generale.

    Riviera Flyback 10828, quadrante vintage irresistibile

    Lo so, non dovrei scriverlo: la professione impone imparzialità. Eppure, più guardo il Riviera Flyback 10828, e più mi piace. Trovo che sappia coniugare perfettamente classico e moderno. Il quadrante oro per esempio, e la grafica che sembra realizzata a mano con uno di quei pennini Isograph che usavo ai tempi del liceo per i miei disegni tecnici, gli donano un fascino unico, cui è difficile resistere.

    E lo penso ancor prima di capire cosa sia quell’insieme di numeri, cerchi, tacche e indici – che in un primo momento non ho messo ben a fuoco – e di realizzare che al di sotto c’è un calibro cronografico evoluto. Pensato nella sua funzione quasi un secolo fa, il cronografo con funzione flyback fungeva infatti da strumento prezioso per i primi aviatori. Ma andiamo con ordine.

    Telemetro e tachimetro

    Il Riviera Flyback 10828, oltre a essere un cronografo speciale, esibisce sul quadrante due scale. La prima, sul réhaut, trasforma l’orologio in un telemetro. La seconda, invece, riportata sui tre cerchi concentrici in posizione centrale sul quadrante e intersecante i contatori dei piccoli secondi (a sinistra) e dei minuti cronografici (a destra), lo trasforma in un tachimetro.

    Ma cos’è un telemetro? È un dispositivo che permette di misurare la distanza da un punto in cui si verifica un evento preceduto prima da un segnale visivo, poi da uno acustico. L’esempio più classico? Quello del temporale. Fate partire il cronografo quando vedete il lampo, arrestatelo quando sentite il tuono. La lancetta centrale dei secondi cronografici indica sulla scala del telemetro la distanza che vi separa dal punto in cui imperversa il maltempo. Con il Riviera Flyback 10828 ogni giro completo di 60 secondi equivale a 2 km.

    A cosa serve invece un tachimetro? A misurare la velocità media, espressa in chilometri all’ora, mantenuta su una data distanza di 1 km. In pratica, basta avviare il cronografo quando si parte e arrestarlo dopo aver percorso 1.000 metri. La lancetta centrale dei secondi cronografici segna la velocità media mantenuta. Faccio notare a tal proposito che, coerentemente con l’anima vintage che alloggia nel Riviera Flyback 10828, la scala tachimetrica conduce addirittura al valore minimo di 20 km/h. Sì, perché in passato i mezzi procedevano adagio.

    La funzione flyback…

    Ma veniamo al punto di forza dell’orologio, ossia alla funzione flyback che contraddistingue le funzioni cronografiche. Il significato è presto detto, in tutte le lingue: flyback in inglese, così come la traduzione letterale in francese retour-en-vol, o il nostro “ritorno in volo” in italiano rendono subito l’idea. Il flyback è infatti un cronografo che può essere arrestato, azzerato e riavviato alla pressione di un singolo pulsante. Quindi, in un solo istante. Mi spiego meglio. Premendo il pulsante a ore 2, il cronografo parte. Ora, se vogliamo misurare rapidamente intervalli di tempo che si susseguono senza sosta, basta premere al momento opportuno il pulsante a ore 4 per arrestare, azzerare e far ripartire il cronografo istantaneamente.

    Questa operazione può essere eseguita infinite volte, e serve per compiere una serie di misurazioni che si susseguono in modo repentino. In origine si trattava appunto delle manovre durante le fasi di volo, mentre oggi può essere utile per esempio per prendere i tempi dei giri su pista di un’auto o di una moto. È chiaro che un cronografo flyback può funzionare anche in modo tradizionale, utilizzando il pulsante al 2 per farlo partire e arrestare, quindi il pulsante a ore 4 per riportarlo a zero.  

    … e il movimento La Joux-Perret 8147

    Il movimento cui si affida il Riviera Flyback 10828 è il calibro La Joux-Perret 8147, a carica automatica, frequenza di 4 Hz e la consueta autonomia di 42 ore (un po’ meno di 2 giorni). Non un calibro di manifattura, quindi, ma un meccanismo già ampiamente testato dalla Casa ginevrina, visto che da anni anima i modelli delle collezioni Clifton e Capeland con cronografo flyback.

    Più nel dettaglio, è una rivisitazione in chiave flyback del calibro cronografico Eta 7750 che si ritrova a bordo di una miriade di cronografi di marchi appartenenti al Gruppo Swatch (di cui la stessa Eta fa parte). La Joux-Perret, manifattura con sede a La Chaux-de-Fonds, in Svizzera, è invece sotto l’egida di Citizen Group e come tale può beneficiare del supporto di uno dei più grandi colossi orologieri del Sol Levante.

    Riviera Flyback 10828, il prezzo

    Messo a confronto con gli altri cronografi appena lanciati da Baume & Mercier, il Riviera Flyback 10828 colpisce anche per un altro motivo. Ha un prezzo di listino di 8.200 euro, 4.000 euro in più dei fratelli minori. Stesse dimensioni della cassa, stessa impermeabilità fino a 10 bar, stesso bracciale, ma movimento, quadrante e appeal diversi. Integrare la funzione flyback in un calibro cronografico ha un costo, anche e soprattutto progettuale. Se poi ci aggiungete la tiratura limitata di 73 esemplari, avrete un quadro completo delle caratteristiche dell’orologio. Con questa piccola consapevolezza in mente, preferisco che siate voi, in virtù delle attitudini e dei gusti personali, a trarre le vostre conclusioni.

  • Versace V-Real Active Chrono, l’evoluzione del cronografo

    Versace V-Real Active Chrono, l’evoluzione del cronografo

    Rosa e turchese: due tra i più gioiosi e al tempo stesso delicati colori della Primavera/Estate 2025 sono adottati dai Versace V-Real Active Chrono, i più dinamici, sportivi e anticonvenzionali orologi della Casa della Medusa. Insieme all’immancabile bianco e nero, trasfigurazione di luce e ombra.

    Tra il color lavanda e il fucsia, che dominano le collezioni primaverili del prêt-à-porter Versace, potremmo collocare quel delicato rosa polvere che, guarda caso, richiama la tonalità delle rose canine, il fiore preferito da Donatella Versace. Dal canto suo, l’azzurro cielo, che in svariate sembianze (dalle tinte unite al motivo Wave, dalle fantasie fiorate a quelle con le iconiche catene) ricorre tra outfit e accessori della prossima stagione, si delinea in un turchese che porta idealmente i sensi a un tuffo nel mare più allettante che possiamo immaginare.

    Quindi il nero e il bianco, da sempre imprescindibili nell’immaginario Versace. Cromie assolute, altere, che rimandano a un’energia grafica fatta di contrasti ed evocano i grandi classici della moda della Maison. Da un lato la forza dei completi di pelle, espressione di una sensualità potente e primitiva, audace e autoritaria. Dall’altro le camicie impeccabili, morbide e tagliate in sbieco, oppure gli abiti da sera sontuosi e fluidi, i cui drappeggi esaltano la seduzione del corpo. Belli e lussuosi, ma allo stesso tempo pratici e facili da portare, sono colori che affermano un’eleganza disinvolta e sicura di sé, destinata a chi è capace di osare e realizzare decise scelte estetiche.

    Versace V-Real Active Chrono, nuovi materiali

    La preferenza del rosa e del turchese, del bianco e del nero, con un full color interrotto solo dai dettagli dorati, appare come un’ulteriore provocazione per una collezione che fin dal primo lancio, nell’autunno 2021, condivide attitudine, colori e segni distintivi con la linea activewear della Casa. E si è definita e affermata per un design che anticipa i tempi e abbatte tutti i confini, a cominciare da quelli di genere. 

    La cassa grande – 45 mm – si presta a vestire in ugual modo il polso maschile come quello femminile. Purché il polso in questione appartenga a una persona che predilige uno stile grintoso, contemporaneo, avveniristico. Proprio come il materiale con cui è realizzata la cassa dei nuovi Versace V-Real Active Chrono: l’ecoceramica. Leggerissima ma resistente, inscalfibile ai graffi, immutabile nel tempo, è un’autentica novità, coerente con la scelta aziendale di rispettare le risorse ambientali, senza sacrificare lo stile. Un impegno confermato anche dalla realizzazione del cinturino in poliuretano riciclato, articolato come un bracciale.

    Già nelle precedenti versioni con cassa in policarbonato, i cronografi Active avevano sondato diverse possibilità cromatiche, trasparenze comprese. Negli anni abbiamo intravisto anche tonalità pastello, però mischiate con tante altre sfumature in sgargianti camouflage. Adesso è il tempo della tinta unita (full color, come dicevo). Monocromie che enfatizzano la struttura scultorea e bold, imponente a dispetto del peso piuma. Un’architettura complessa, fatta per stupire. Cui si aggiunge un dettaglio “stiloso”: anche il packaging è in tinta con l’orologio.

    Ricorrenti segni grafici

    Varianti cromatiche a parte, i nuovi modelli confermano tutte le caratteristiche che hanno portato al successo questo genere di cronografi Versace, trasformandoli in must have. Tuttavia le fanno evolvere: come nel caso della gabbia metallica, fissata con quattro viti alla lunetta, che qui si trasforma in una maxi-ghiera svasata, dal volume rialzato, posizionata al di sopra della lunetta vera e propria. Ma come quella svolge una doppia funzione: elemento decorativo e insieme sistema di protezione antiurto.

    È sempre sorprendente notare quanto una meticolosa ricerca sui materiali (performanti e leggerissimi) e su dettagli di stile innovativo si sposi perfettamente con quei richiami al mito e alla tradizione che Versace ha adottato come àncora al proprio heritage aziendale. Ritroviamo dunque anche in questi cronografi quei particolari emblematici che rendono gli orologi Versace un unicum in tutta l’orologeria. Subito riconoscibili, anche a distanza, sottolineano il valore degli accessori nell’universo Versace.

    Il motivo della Greca, prima di tutto, che nei nuovi Versace V-Real Active Chrono fa da cornice al quadrante, diventa il fregio del réhaut su cui si trovano gli indici metallici, e si trasforma in anello alla base della corona. Poi l’inevitabile simbolo della Medusa, che come sempre si staglia in 3D a ore 12, va a decorare in rilievo la corona di carica e una sorta di “borchia” posta sulla carrure a ore 9. In più è inciso pure sul fondello, come una personalizzazione “segreta”, quasi fosse dedicato solo a chi indossa l’orologio. Infine il lettering Versace, presente sul quadrante e ben visibile anche sulla seconda maglia del cinturino strutturato.

    Note finali

    I Versace V-Real Active Chrono hanno un prezzo al pubblico di 990 euro. Per ora sono in vendita in una serie selezionata di boutique monomarca e presso i rivenditori autorizzati, ma presto saranno disponibili anche sull’e-commerce ufficiale di Versace. A livello globale.

  • Heritage Chronograph: il fascino del vintage di Lebois & Co.

    Heritage Chronograph: il fascino del vintage di Lebois & Co.

    Oggi parliamo di Lebois & Co. Un Marchio praticamente sconosciuto al grande pubblico, ma che meriterebbe fama e onori. Perché sembra avere tutto, tutto quello che può piacere a noi appassionati. Un lungo passato, una produzione Swiss made e orologi ben fatti, dal design curato, dalla meccanica di pregio e dall’ottimo rapporto qualità/prezzo. Dove sta la sòla?, mi potrebbe chiedere qualcuno di voi… Il punto è questo: non c’è. Ve lo posso assicurare personalmente, dopo aver visto – toccato, provato, per un pomeriggio intero – gli orologi Lebois & Co.: vale a dire l’Heritage Chronograph (il modello ora in collezione, anche se in pentola bolle già tanto altro). Che è esattamente quello che promette: niente di più, niente di meno. Se avete tempo e voglia di leggermi, ve lo racconto. A cominciare dalla storia.

    Quasi un secolo

    Lebois & Co. è stato fondato nel 1934 a Besançon, in Francia, per volere di Raymond Dodane, terza generazione di una famiglia di orologiai (il marchio Dodane 1857 esiste ancora oggi), con l’obiettivo di fabbricare orologi di qualità a un prezzo accessibile. Durante la Seconda Guerra Mondiale – un po’ come succede all’intero settore – converte la produzione per l’industria bellica, e realizza strumenti di precisione (tipo i telemetri usati dall’artiglieria). Devo citare però un episodio degno di nota. Nel 1940, l’Aeronautica militare svedese commissiona alla Caproni – all’epoca fiore all’occhiello dell’industria metalmeccanica del nostro Paese – dei bombardieri da ricognizione Ca.313. Manda allora a Somma Lombardo uno squadrone di piloti, così da recuperare gli aerei e portarli in patria. Per ringraziarli, gli italiani omaggiano gli aviatori svedesi di cronografi Lebois & Co. Grazie a questo dono, Lebois & Co. riemerge di recente in un’asta a Stoccolma.

    Nel 1947, il Marchio passa di mano all’importatore italiano (non sono ancora riuscita a identificare chi fosse, ma appena lo scopro correggerò queste righe), che durante la Guerra aveva dato un sostegno notevole a Dodane. Credo sia questo il motivo per cui ogni tanto, in Italia, ancora oggi a qualche fortunato càpita di ritrovare nei cassetti di casa qualche Lebois & Co., acquistato dal nonno o dal prozio tra gli anni Cinquanta e Sessanta (basta fare un giro sui principali forum e se ne ha la prova). In genere si tratta di cronografi equipaggiati da un Valjoux 22 o da un Landeron 39, entrambi con ruota a colonne – giusto per capire con che cosa si ha a che fare. In seguito però il Brand non sopravvive alla crisi del quarzo: e nel 1972 termina definitivamente le attività.

    La rinascita

    Per 40 anni il vuoto assoluto. Poi, nel 2012, da Christie’s viene battuto per oltre 6mila dollari un cronografo Lebois & Co. del 1945. Ed è proprio mentre sfogliano il catalogo dell’asta che due appassionati di orologi, Tom ed Eveline van Wijlick, s’innamorano di quel cronografo e iniziano a far ricerche sul Marchio. L’imprenditore olandese (con esperienze come IT manager) e la moglie decidono di raccoglierne l’eredità e di riportarlo in vita: riescono a contattare i Dodane e ne acquisiscono i diritti. Stessa sorte, poco dopo, per un altro brand di proprietà della medesima famiglia: Airain, specializzato in orologi da aviatore. Ma ne riparleremo in un’altra occasione.

    Per finanziare l’operazione di rilancio e la produzione del primo esemplare, l’Avantgarde Date, i van Wijlick organizzano una campagna di crowdfunding su Kickstarter e raccolgono in breve il 126 per cento del necessario. L’orologio è quindi venduto in 20 Paesi in tutto il mondo. Nel 2018 è poi la volta di un’altra campagna, “Diventa un azionista” (cui hanno aderito 75 persone), che ha permesso agli appassionati di orologi di investire nel Marchio e al Marchio stesso di mantenere la propria indipendenza. Nello stesso anno esce il secondo modello, il Venturist, come il precedente dallo stile contemporaneo, ma che in più ottiene da Timelab la certificazione di cronometro (OC+, Observatoire Chronometrique +).

    L’Heritage Chronograph e le scelte condivise

    Penso che l’attitudine “comunitaria” degli esordi, la proprietà “allargata” abbiano contato molto sul recente destino di Lebois & Co. Nel 2021, infatti, Tom van Wijlick istituisce il primo CoLab per condividere progetti e idee con la community di appassionati. Nasce così l’Heritage Chronograph, ispirato agli eleganti esemplari prodotti negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso. Nel processo creativo di questo orologio, van Wijlick ha coinvolto il pubblico in ogni aspetto, dal design alle caratteristiche tecniche. Nel 2022 sono pronti i primi prototipi, sviluppati con il designer ginevrino Matthieu Allègre, mentre la produzione – per rispettare i canoni dello Swiss made – avviene nel Canton Ticino.

    Per una descrizione più dettagliata dell’Heritage Chronograph vi rimando alle didascalie, qui accenno solo alle caratteristiche principali. La cassa, realizzata in acciaio 316L, misura 39 mm di diametro e presenta le lunghe anse e i pulsanti rettangolari tipici della prima metà del Novecento. E, proprio come certi modelli d’epoca, il display bicompax – con i minuti al 3 e i secondi continui al 9 – è circondato dalla minuteria e, poi lungo il perimetro, dalla scala tachimetrica e/o telemetrica (in certi modelli da entrambe, in altri da una sola delle due). Il quadrante è declinato in sei versioni: una color crema, due salmone, un’argenté, una nera (ormai sold-out) e una dedicata a Indian Motorcycle. Per vedere le differenze, date un’occhiata alle fotografie della gallery in alto.

    Questioni di tecnologia

    Anche la scelta della meccanica è stata determinata dalla community di appassionati. Che ha optato per un movimento prodotto da La Joux-Perret, un calibro a carica manuale con ruota a colonne, e lo ha preferito ai più consueti e diffusi Eta o Sellita. Mi piace pensare che il pubblico lo abbia voluto per rispetto alla fedeltà storica, per coerenza con gli originali del passato, anche a costo di aumentare il prezzo dell’orologio. Lo ha spiegato lo stesso van Wijlick in un’intervista: «Gli appassionati di orologi non sono solo clienti: sono custodi dell’arte e della storia dell’orologeria. Coinvolgendoli nel processo creativo, abbiamo visto trasparire la loro passione e la loro competenza (…). A volte le idee migliori provengono da coloro che amano e comprendono veramente il prodotto».

    Ma non si creda “all’operazione nostalgia”, tanto romantica quanto evanescente: non lo è affatto. Lebois & Co. è invece ben ancorato alle tecnologie del presente. Tutti gli Heritage Chronograph sono infatti dotati di passaporto digitale, basato sull’Nft e sulla blockchain. In pratica, all’acquisto dell’orologio, si riceve una carta con un QR code, che (previa registrazione) permette l’accesso a una piattaforma crittografata in cui sono contenute tutte le informazioni sull’esemplare in questione: i dati della produzione, i dettagli della garanzia, le date della manutenzione. Al tempo stesso una prova dell’autenticità e della proprietà del nostro orologio, è utile per esempio in caso di vendita.

    L’Heritage Chronograph: prezzo e disponibilità

    Chiudo, come sempre, con qualche indicazione pratica. Indispensabile, prima di tutto, è darvi il prezzo: l’Heritage Chronograph costa (in tutte le referenze) 3.075 euro. Lo si può acquistare sul sito ufficiale, mentre la rete di rivenditori nel nostro Paese è ancora in costruzione. Se volete vedere e toccare fisicamente l’orologio – e l’esperienza merita -, dovete necessariamente recarvi a Bergamo, da Portanuova Gioielli, per ora l’unico concessionario ufficiale del Brand in Italia. Se invece siete un negoziante interessato alla distribuzione, scrivete in redazione e vi metteremo in contatto con chi di dovere. Perché Lebois & Co. è uno di quei pochi marchi capaci di riaccendere gli entusiasmi un po’ sopiti – per i contenuti tecnici ed estetici, la qualità, le cose da raccontare… Proprio come è successo a me.

    Concludo con quanto ha detto Tom van Wijlick riguardo al posizionamento “nell’orologeria artigianale indipendente accessibile”: «Non si tratta tanto di una dichiarazione politica quanto di una filosofia personale. Credo che il vero artigianato e l’arte debbano essere accessibili a più persone, non solo a pochi eletti. Detto questo, “accessibile” non significa scendere a compromessi. Il minimo che possiamo fare è dare il meglio di noi stessi per creare orologi che siano allo stesso tempo tecnicamente eccezionali e belli. La mediocrità non è un’opzione: il nostro obiettivo è creare orologi che le persone siano orgogliose di possedere e tramandare, di generazione in generazione».

  • Jazzmaster Performer Auto Chrono, l’Hamilton ispirato ai motorsport

    Jazzmaster Performer Auto Chrono, l’Hamilton ispirato ai motorsport

    Ricordo bene quando Hamilton presentò il Jazzmaster. Era il 2005, eravamo tutti a Baselworld: e la Casa americana (ormai naturalizzata svizzera) tracciava un parallelo fra la propria storia e quella della musica jazz – entrambe nate Oltreatlantico alla fine dell’Ottocento. Festeggiava così le “proprie radici ritmiche” con una collezione che adottava “i ritmi spasmodici delle città del Ventunesimo secolo” (nel virgolettato riporto testualmente il comunicato dell’epoca: sono andata a scartabellare nel mio archivio di cartelle stampa per recuperarlo). Quel lancio di vent’anni fa mi è venuto in mente non appena ho visto il nuovo Jazzmaster Performer Auto Chrono, in cui mi è sembrato di ritrovare la stessa attitudine al dinamismo e lo stesso spirito metropolitano delle origini.

    Certo, il nuovo cronografo automatico ha un’estetica attualissima che ricorda esemplari più recenti, come vedremo tra poco. Ma l’ispirazione motorsport è innegabile: nella lunetta con la scala tachimetrica, chiaro rimando alla velocità, come nel cinturino in pelle traforata, simile ai guanti dei gentleman driver del passato. Codici di stile che saltano subito all’occhio e sono naturalmente processati dal nostro cervello per portarci diretti in un preciso immaginario: gremito di auto sportive di grossa cilindrata, con il rombo dei motori a fare da colonna sonora, mentre l’aria si riempie di odore di gomma, di olio e di benzina, e l’adrenalina scorre nelle vene. Forse ho esagerato un po’, ma almeno ho reso l’idea…

    L’estetica particolare

    In effetti il nuovo Jazzmaster Performer Auto Chrono si inscrive nell’omonima famiglia di orologi uscita due anni fa, anche se il quadrante sembra piuttosto derivare da una particolare tiratura limitata, sempre del 2023. In pratica direi che si tratta proprio di un mix fra questi due precedenti. Presenta infatti i contatori al 3-6-9 della collezione Jazzmaster Performer, ma il display “aperto” sul disco della data del Jazzmaster Face-to-Face III, indimenticabile con quella cassa reversibile, ribaltabile lungo l’asse orizzontale. Una sintesi ben riuscita ed efficace, qui giocata su nuove forme, sfumature, finiture che – di fatto – la rendono del tutto nuova.

    La cassa, innanzitutto, ha un diametro di 42 mm: grande sì, ma non eccessiva, può essere comodamente indossata dalla maggior parte dei polsi maschili. È realizzata in acciaio rivestito da un trattamento Pvd nero, colore che crea un bel gioco di cerchi concentrici fra la lunetta e l’anello della data, sui quali risalta ancora di più sotto gli indici e i numeri bianchi. In mezzo, in sequenza, l’anello argenté spazzolato della minuteria e un altro anello opaco, fra il nero e il grigio antracite, posto sotto gli indici applicati. Altri cerchi, stavolta pieni, sono i tre contatori, diversi per tonalità ma accomunati da una spazzolatura circolare. Lavorazione che dona ulteriore rilievo a un quadrante profondo già di suo, grazie al disco del datario naturalmente posto a un livello inferiore.

    Il movimento del Jazzmaster Performer Auto Chrono

    E passiamo al movimento, il calibro H-31, meccanico a carica automatica. Lo si vede attraverso l’oblò trasparente posto sul fondello, che mostra in primo piano la massa oscillante a tre razze, anch’essa di matrice automobilistica (potrebbe ricordare parte del volante di certe vetture d’antan, o un dettaglio del cerchione di una ruota). In pratica il calibro H-31 è uno sviluppo dell’Eta Valjoux 7553, a sua volta un’evoluzione del celeberrimo 7750. Non credo che questo movimento – considerato un autentico “trattore”, più che rodato, di comprovata affidabilità – abbia bisogno di presentazioni. Nel caso, vi rimando alla lettura di un’altra recensione apparsa di recente sulle pagine del nostro Il Giornale degli Orologi, in cui l’argomento è trattato in modo abbastanza approfondito. E vado oltre.

    Per il calibro H-31, dicevo, i tecnici di Eta (leggi Swatch Group) hanno rielaborato il 7753 in chiave moderna, così da renderlo ancora più efficiente e in linea con le esigenze del pubblico contemporaneo. Prima di tutto sono intevenuti sull’organo motore, ovvero sul bariletto, e hanno aumentato l’autonomia fino a raggiungere le 60 ore. A prova di weekend, direbbero alcuni. E poi hanno lavorato sull’organo regolatore, nel quale hanno sostituito la tradizionale spirale con una spirale in Nivachron. Vale la pena di ricordare che la spirale in questo materiale, a base di titanio, regala al movimento una maggiore resistenza ai campi magnetici nonché alle escursioni termiche e agli urti (almento fino a una certa forza).

    Infine, il prezzo

    Per ulteriori informazioni, vi rimando, come sempre, alle didascalie. Qui concludo con il prezzo: 2.595 euro. Poco più degli altri Jazzmaster Performer Auto Chrono, da cui si distingue – insisto – per l’originalità stilistica e l’estetica d’impatto. Un prezzo del tutto in linea, comunque, con la politica del Brand. Hamilton non si smentisce mai.

  • Black Bay “Flamingo Blue”: il cronografo turchese di Tudor

    Black Bay “Flamingo Blue”: il cronografo turchese di Tudor

    Prima il rosa, ora l’azzurro. Anzi, il turchese: un colore saturo, che secondo Tudor rimanda alle atmosfere “soleggiate ed effervescenti” di South Beah, Florida. E ci sta, la zona sud di Miami comprende zone chiamate proprio Flamingo Park, Flamingo West, ed è intrisa quel kitch anni Cinquanta dalle sfumature vibranti e divertenti. Ma non lasciamoci ingannare dalle storielle del marketing. Il nuovo cronografo Black Bay “Flamingo Blue” risponde piuttosto alla tendenza dell’orologeria contemporanea in cui vincono i quadranti impregnati dalle cromie accese. Il che vuol dire flash di verdi, di fucsia, di gialli, quei toni acidi e artificiali che la moda definisce lollipop perché ricordano i lecca-lecca dell’infanzia.

    Una palette “sintetica” che va dall’arancione al bordeaux (oggi chiamato da tutti burgundy) e arriva al blu elettrico, come se l’esigenza primaria degli orologi fosse quella di farsi vedere, di catturare l’attenzione. Non a caso Tudor stessa li definisce Daring watches, proprio per sottolinearne il carattere audace, rivolto a “coloro che vogliono essere diversi”, che amano distinguersi e sfidare le convenzioni. Tant’è che li mette al polso di David Beckham, modello di stile e icona glamour più ancora che campione di calcio, ambasciatore Tudor dal 2017. Lo si è visto sfoggiare proprio il cronografo Black Bay “Flamingo Blue” qualche giorno fa, durante il lancio della sua nuova linea di integratori – come ha raccontato di recente un noto magazine maschile. Se vi sembra un déjà vu, avete ragione: aveva fatto la stessa cosa in passato con la versione Pink.

    Le caratteristiche del Black Bay “Flamingo Blue”

    Colore a parte, per il resto il Black Bay Flamingo Blue si inscrive nel solco della collezione. Cassa in acciaio 316L lucido e satinato, di 41 mm di diametro, impermeabile fino a 20 bar, a sottolineare la vocazione sportiva dell’orologio. Lunetta fissa con inserto in alluminio anodizzato nero, che riporta la scala tachimetrica per il calcolo della velocità, comme-il-faut a un cronografo tradizionalmente legato al mondo dei motori. Quadrante bombato con i contatori scavati, neri a contrasto, che enfatizzano lo sfondo turchese e riportano rispettivamente al 9 i secondi continui e al 3 i minuti crono. Da non dimenticare le tipiche lancette Snowflake, apparse nel lontano 1969 e diventate cifra stilistica di Tudor.

    Merita qualche riga descrittiva il bracciale. Anch’esso in acciaio 316L, è composto da cinque file – tipo Jubilée. Ma si distingue per la particolare chiusura T-Fit, sviluppata dai tecnici Tudor come sistema di regolazione rapida. Si tratta in pratica di un fermaglio in grado di scorrere su cuscinetti a sfera, che permette di variare la lunghezza del bracciale stesso con step di cinque posizioni, all’interno di uno scostamento massimo di 8 mm. Il sistema, intuitivo e immediato, risulta appunto facile da usare senza ricorrere a strumenti appositi. Ed è particolarmente utile non solo nel caso estremo dei subacquei che indossano la muta, ma anche nella vita di tutti i giorni, ogni volta che si ha bisogno di allargare la circonferenza del bracciale, magari quando il caldo e l’umidità gonfiano il polso…

    Il movimento di manifattura

    All’interno del Black Bay “Flamingo Blue” si trova una vecchia conoscenza non solo dei fan della Marca ma di tutti gli appassionati di orologeria. Un movimento meccanico a carica automatica celeberrimo, lanciato nel 2017: il calibro MT5813. Uno dei primi movimenti in-house di Tudor, nato ben prima dell’apertura della manifattura di Le Locle sotto lo stesso tetto con Kenissi, e che segnò l’avvio della collaborazione con Breitling. Sviluppato proprio a partire dal calibro B01 di Breitling, come ammetteva la stessa Tudor con la massima trasparenza al momento della presentazione, è un calibro cronografico integrato, tecnicamente evoluto. Se volete saperne di più al riguardo, trovate tutto nelle didascalie sotto la gallery in alto.

    Qui mi soffermo solo su un paio di dettagli importanti. Uno: il calibro MT5813 è fornito di ruota a colonne a innesto verticale, il dispositivo più raffinato per lo smistamento delle funzioni crono, e che evita fastidiosi “salti” della lancetta centrale dei secondi all’avvio della misurazione. Due: ha ottenuto il certificato ufficiale di cronometro del Cosc, ma non si limita agli standard di prestazione dell’Istituto elvetico. Si spinge oltre: la variazione di marcia dell’intero orologio assemblato si attesta sui -2/+4 secondi al giorno (contro i -4/+6 di un movimento non incassato del Cosc). Ricordo del resto che la costanza di marcia è una questione cui Tudor tiene molto, tant’è vero che in qualche caso si è avvalso perfino della certificazione Metas…

    Conclusioni

    Prima di chiudere, credo sia ancora indispensabile darvi qualche informazione in più. Innanzitutto il prezzo: il crono Black Bay “Flamingo Blue” costa 6.050 euro. Che non sono pochi – è vero -, almeno in senso assoluto. Ma considerato il calibro di manifattura e l’andazzo dei prezzi nella Svizzera degli orologi, beh, diventa comprensibile. Poi, contrariamente al precedente rosa, non si tratta di un’edizione limitata. Quindi dovreste teoricamente trovarlo almeno nelle boutique monomarca, se non dai concessionari, senza lunghe attese. Infine, un’ultima considerazione. Credo che il colore lo renda accattivante non solo per il pubblico giovane, ma anche per quello femminile: scommettiamo che lo vedremo al polso di molte donne? Soprattutto di quelle signore/ine che non si lasciano scoraggiare dalle dimensioni grandi…

  • Tissot PR516 Cronografo Automatico. L’upgrade della collezione

    Tissot PR516 Cronografo Automatico. L’upgrade della collezione

    La storia del Tissot PR516 inizia ufficialmente nel 1965. Fu in quell’anno che la casa di Le Locle promosse il primo esemplare di una serie che nel tempo sarebbe diventata una delle più apprezzate dal pubblico. Per tornare poi, negli ultimi anni, con modelli rivisitati in chiave moderna, ma fedeli allo spirito sportivo originario. Un po’ come è accaduto alla collezione PRX: la quale, forte di una grande tradizione, si ripresenta oggi con versioni “solo tempo” e cronografi. Allo stesso modo, nei giorni scorsi è uscito un nuovo Tissot PR516 Cronografo Automatico, che amplia ulteriormente la linea, insieme a due cronografi al quarzo e quattro modelli a tre lancette animati dal super-collaudato Powermatic 80.

    Tissot PR516 Cronografo Valjoux in bianco e blu

    Tralascio i crono al quarzo e liquido velocemente i “solo tempo”, per i quali trovate comunque qualche rimando alle didascalie, dicendo che il design è stato ritoccato. Il nuovo Tissot PR516 Powermatic 80 ha un formato ridotto a 38 mm secondo le tendenze più attuali ed è disponibile con cinturino traforato o con bracciale in acciaio (anche bicolore, con i link in Pvd oro giallo). Il quadrante blu, nero o bianco presenta un tocco accattivante nella lancetta centrale dei secondi in tonalità contrasto (rossa, gialla o nera), che accentua lo spirito dinamico dell’orologio.

    Qui mi concentro invece sul nuovo Tissot PR516 Cronografo Automatico, che ha particolarmentE colpito noi della redazione per lo stile tra lo chic e lo sportivo. Oltretutto ringiovanito, rinfrescato da nuovi colori: quadrante bianco con contatori profilati di blu, anello perimetrale e lunetta sempre blu. O meglio azzurro cielo, dalla sfumatura intensa. Inutile sottolineare il fascino di questa livrea: allo stesso tempo attuale ma intramontabile, discreta ma capace di attirare gli sguardi. Rassicurante e ben leggibile, potrebbe essere garanzia di successo.

    La cassa in acciaio misura 41 mm di diametro per 14 di spessore e si adatta bene anche ai polsi meno importanti. Di forma tonneau, ispirata agli anni 60/70, presenta dettagli coerenti, come i pulsanti cronografici a pompa e il vetro zaffiro a box. Il bracciale in acciaio, a cinque file, è ben articolato, e alterna le maglie centrali sottili a quelle esterne più massicce. L’impermeabilità raggiunge i 10 bar, come si confà alla vocazione sportiva dell’orologio. Ricordo che la sigla PR, come Tissot ha sempre voluto sottolineare, sta per “Particolarmente Robusto” – o anche “Precisione Resistenza”, secondo alcuni studiosi della Casa.

    Questione di movimenti

    Ma parliamo di meccanica. Se seguite il mercato e siete assidui lettori del nostro giornale, ricorderete con buona probabilità che nella stessa collezione un cronografo meccanico esiste già. Mi riferisco all’omonimo Tissot PR516 Chronograph, uscito la scorsa primavera (referenza T149.459.21.051.00). Ma si tratta di un esemplare equipaggiato da un calibro a carica manuale, il Valjoux A05.291. Il cronografo appena introdotto (referenza T149.462.11.011.00), ne ripercorre i tratti stilistici ma si distingue proprio per il diverso movimento. Automatico, appunto, come riporta il nome. E che in effetti va a colmare una lacuna tra le referenze in catalogo.

    Il nuovo esemplare monta infatti un Valjoux A05.231, fornito di un rotore di carica a tre razze, di chiara ispirazione automobilistica. La presenza di questo dispositivo ovviamente va a incidere sullo spessore complessivo dell’orologio che, vetro anteriore e fondello a vista compresi, si attesta sui 14,19 mm. Di contro, il precedente ha uno spessore di 13,67 mm. Ma se il nome A05.231 vi ricorda qualcosa, avete ragione. Lo stesso movimento – dotato però di datario – è racchiuso anche nel PRX Automatic Chronograph: un altro panda della Casa, ma nel classico bianco e nero…

    Forse i meno esperti fra voi si staranno chiedendo come mai un calibro Valjoux sia incassato in un orologio Tissot, brand del Gruppo Swatch. Che, si sa, da tempo utilizza solo movimenti Eta, altra azienda del Gruppo Swatch. La risposta è presto data: da anni Valjoux è parte di Eta, tanto che alcuni movimenti in passato erano spesso indicati dalla dicitura Eta Valjoux, seguita dalla sigla alfa-numerica del calibro. Come in questo caso: sia il calibro A05.231 sia il calibro A05.291 hanno un’origine comune: sono derivati dall’Eta Valjoux 7753.

    Il calibro 7753 e derivati

    Per i pochi che ancora non lo sapessero, il calibro 7753 è un’evoluzione del famosissimo 7750, con i contatori posti al 3/6/9 (in orizzontale, nella metà inferiore del quadrante, per intenderci), anziché al 12/9/6 (in verticale, nella metà a sinistra). Sviluppato nei primi anni Duemila, il 7753 cambiò la configurazione al lay-out forse per rispondere alle preferenze del pubblico in epoca più recente, rispetto al 7750 datato 1974. Il che comunque conferma la validità del progetto di Edmond Capt: non solo rimasto in uso nel tempo, ma diventato uno dei movimenti cronografici più diffusi in tutta l’orologeria contemporanea.

    Le comuni origini del calibro A05.231 e del calibro A05.291 spiegano perché i due movimenti non mostrano evidenti differenze, al di là del sistema di ricarica e dell’autonomia leggermente ridotta: 60 ore, contro le 68 del precedente. Per conoscere le caratteristiche vi rimando alle didascalie. In queste righe mi limito a sottolineare che entrambi misurano l’ottavo di secondo. Ed entrambi resistono bene a campi magnetici di una certa intensità grazie all’uso di un bilanciere con spirale Nivachron. La quale, vale la pena ricordarlo, è realizzata con un materiale a base di titanio resistente anche alle variazioni di temperatura e agli urti, almeno in condizioni normali di utilizzo.

    Tissot PR516 Cronografo Automatico: non solo tachimetro…

    Un’altra caratteristica degna di nota del nuovo Tissot PR516 Cronografo Automatico riguarda la lunetta. Come quella montata nel carica manuale, anche questa ha l’inserto in vetro che riporta contemporaneamente due scale: tachimetrica e pulsometrica. Il più diffuso tachimetro, compreso fra le ore 3 e le ore 12, permette di rilevare la velocità media mantenuta lungo un percorso di un chilometro. L’altra, compresa fra le ore 12 e le 3, riguarda invece i battiti cardiaci.

    Meno usuale ma altrettanto utile, la scala pulsometrica risponde a un’antica necessità. È un’invenzione che risale addirittura al XVII secolo, e rimanda soprattutto ai cronografi degli anni Venti/Trenta del secolo scorso usati dai medici e dai professionisti della sanità. Sempre attraverso la lancetta centrale cronografica dei secondi, consente di misurare in modo approssimato la frequenza cardiaca, cioè il numero di battiti del cuore per minuto. In questo caso è graduata su base 15: dopo aver azionato il cronografo, basta quindi contare 15 pulsazioni del nostro polso per dedurre il valore indicato dalla lancetta centrale dei secondi, evidentemente compreso fra 60 e 180 battiti al secondo.

    Conclusioni e prezzo

    Il Tissot PR516 Cronografo Automatico è un orologio sportivo, tanto nel look quanto nell’essenza. Solido e ben costruito, dotato di un movimento più che rodato, promette di accompagnare il proprietario per decenni. Costa 1.975 euro, come il cronografo manuale presentato l’anno scorso: stesso prezzo per due orologi diversi con due movimenti diversi. I fan lo apprezzeranno. Da parte mia non posso che sottolineare l’atteggiamento più che corretto, onesto. A rigor di cronaca, aggiungo infine che il dispositivo di ricarica automatica non è amato dai puristi dell’orologeria meccanica. Tuttavia la maggioranza degli appassionati predilige nel proprio orologio un calibro automatico perché lo considera più avanzato e indubbiamente più pratico di un manuale. E voi cosa ne pensate?

  • Breitling Avenger B01 Frecce Tricolori: la collaborazione si rinnova

    Breitling Avenger B01 Frecce Tricolori: la collaborazione si rinnova

    Le attività umane in genere – si sa – sono spesso terreno di incontro fra i produttori di orologi e il loro pubblico. Non a caso, sport, nautica e automotive sono spesso al centro della nostra narrazione, al pari dell’aviazione civile e militare. La quale, quando si è trattato di movimenti e complicazioni di supporto ai piloti, ha portato di frequente a Breitling.
    Consolidando una partnership commerciale iniziata nel 1984, la Casa di Grenchen ha appena presentato un nuovo orologio dedicato alla Pattuglia acrobatica nazionale italiana: il Breitling Avenger B01 Frecce Tricolori – o, per usare il nome completo, Avenger B01 Chronograph 42 Frecce Tricolori. Un’edizione speciale dotata di movimento cronografico di manifattura e che va a coincidere con il 140° anniversario della Maison elvetica.

    “In volo” da una collezione all’altra

    Il legame tra le Frecce Tricolori e Breitling non si è però materializzato, sin dagli esordi, in esemplari della collezione Avenger. Che – nata nel 2001 e attualmente composta da 25 referenze, tra cronografi e “solo tempo” – può fregiarsene solo a partire dall’oggetto del nostro articolo (ossia la referenza SB01462A1L1X1). Già, perché ad aver ospitato il logo e i colori del 313° Gruppo Addestramento Acrobatico – questa la denominazione ufficiale della celebre squadra aerea italiana – sono stati finora solo modelli della collezione Chronomat, rilanciata 5 anni fa e che ora conta oltre 120 varianti in catalogo.

    Del resto, Chronomat è un nome importante per Breitling, fin da quando ha rappresentato, negli anni Ottanta, la rinascita del Brand dopo gli anni bui della crisi del quarzo. Ricordo benissimo che, in quel decennio e nel successivo, nel nostro Paese ci fu una vera e propria mania per i cronografi dell’Azienda svizzera. Grazie anche all’ottimo lavoro di comunicazione e diffusione del Marchio portato avanti dall’allora importatore italiano, la Tradema di Gino Macaluso, chi poteva permettersi di acquistare un orologio di lusso, optava spesso per un Breitling. Oltretutto la Tradema siglò accordi con le Forze armate italiane per la produzione e la distribuzione di esemplari dedicati a vari corpi militari e specifici reggimenti, dalla Folgore all’Arma dei Carabinieri.

    Il primo Breitling per le Frecce Tricolori risale 1983. Disegnato insieme ai piloti stessi della Pattuglia acrobatica nazionale, era il precursore del Chronomat uscito l’anno successivo, in occasione del centenario del Marchio fondato da Léon Breitling. Mentre l’ultimo della collezione è datato 2020: lo potete vedere in quest’articolo uscito in epoca Covid. Si chiamava proprio Chronomat B01 42 Frecce Tricolori Limited Edition e rimandava per caratteristiche al modello originario. Oggi invece le Frecce Tricolori migrano appunto su un modello della collezione Avenger. Un’operazione spiazzante, per certi versi, ma attuata sul filo della continuità più di quanto non si pensi. Perché, come la collezione Chronomat, anche l’Avenger è in grado di offrire prestigio e qualità. E l’orologio è equipaggiato dallo stesso movimento di manifattura del precedente.

    Materiali e personalizzazione

    Anche se le descrizioni dettagliate del nuovo Breitling Avenger B01 Frecce Tricolori sono affidate alle immagini e alle didascalie qui sopra, vale la pena di sottolineare alcune peculiarità. A iniziare dalla realizzazione, che vede ceramica e titanio a farla da padrone. La prima è utilizzata per la cassa da 42 mm di diametro e per la lunetta girevole unidirezionale, mentre la lega metallica è impiegata per la corona, i pulsanti cronografici, il fondello fissato con sei viti e la fibbia pieghevole. Due materiali di pregio, leggeri ma resistenti, chiaramente derivati dall’industria aeronautica.

    Il quadrante è verde opaco, in una sfumatura ricorrente nelle creazioni Breitling ma che appare qui per la prima volta nella serie Avenger. Le lancette a bastone e gli indici applicati sono riempiti di abbondante materiale luminescente, come tradizione aeronautica vuole. Il contatore dei piccoli secondi, a ore 9, sfoggia il logo delle Frecce Tricolori. La lunetta nera, unidirezionale, esibisce, a ore 3, 6, 9 e 12, i famosi “cavalieri”, tratto distintivo del Marchio. Elementi, va ricordato, che non hanno solo funzione estetica, ma che facilitano la rotazione della lunetta quando si opera con i guanti da pilota.

    Sul retro, il bel movimento di manifattura Breitling B01 è visibile grazie al fondello in vetro zaffiro. Che consente di apprezzare l’architettura dei componenti e la massa oscillante traforata, sulla quale campeggiano le scritte “Breitling” e “Chronomètre Officiellement Certifié”. Sul bordo in metallo è incisa la dicitura “Frecce Tricolori” ed è riportato anche il dato di resistenza all’acqua, garantita fino a 30 atmosfere.

    Il celebre calibro B01

    Il calibro B01 che dà vita al Breitling Avenger B01 Frecce Tricolori ne accresce il valore. Lanciato nel 2009, quindi non recentissimo, è stato il primo movimento di Breitling realizzato completamente “in-house”. Se prima di introdurlo la Casa svizzera si affidava a movimenti di fornitura, con il B01 assumeva il pieno controllo dei propri calibri e, di conseguenza, degli orologi che di lì in avanti avrebbe consegnato ai clienti.

    Il Breitling B01 è infatti un calibro cronografico a carica automatica di pregevole fattura, non solo per il fatto di affidarsi a una ruota a colonne che migliora la precisione delle misurazioni, ma anche per l’intera costruzione. Alla certificazione COSC (Contrôle Officiel Suisse des Chronomètres, che ne attesta la precisione cronometrica), aggiunge una costruzione basata su 45 rubini per la massima durata nel tempo.

    La frequenza di funzionamento di 4 Hz, in termini di risoluzione temporale si traduce in 28.800 alternanze l’ora. E permette al cronografo di misurare fino all’ottavo di secondo. Il che significa garantire alla piccola sfera dei secondi continui e alla lancetta centrale dei secondi cronografici un avanzamento fluido e, apparentemente, privo di scatti. Se osservate il réhaut di colore nero e gli indici dei secondi su di esso stampati, noterete appunto anche la sottoscala degli ottavi di secondo.

    Conclusioni sul Breitling Avenger B01 Frecce Tricolori

    Sebbene il Breitling Avenger B01 Frecce Tricolori nasca, come gli altri modelli che lo hanno preceduto, per onorare la storia della Pattuglia acrobatica nazionale, resta un cronografo da indossare facilmente nella vita di ogni giorno. Le soluzioni tecniche tipiche del settore aeronautico che si riscontrano nella costruzione gli danno un valore aggiunto. Oltre a vantare un valore collezionistico, può contare su un movimento di manifattura ampiamente rodato e su materiali di pregio, che ne accrescono la ricercatezza. Tutto questo, a mio avviso, giustifica ampiamente il prezzo di 9.350 euro. Chi fosse interessato lo può già trovare in vendita online, sull’e-commerce di Breitling, o presso i rivenditori autorizzati.

  • Speedmaster Moonphase Meteorite: Omega, la Luna e lo Spazio

    Speedmaster Moonphase Meteorite: Omega, la Luna e lo Spazio

    Prima o poi doveva succedere. Perché è un’associazione naturale, quasi ovvia: se c’è un orologio che è legittimato ad ammantarsi di materiale extraterrestre non può che essere questo. Lo Speedmaster, certo – e cos’altro, se no? L’esemplare che nello Spazio c’è andato davvero: e ha partecipato a innumerevoli missioni della Nasa, non solo al polso degli astronauti del programma Apollo, ma anche di quelli del programma Gemini e prima ancora del programma Mercury, sin dalla fine degli anni Cinquanta. Ecco allora che Omega presenta finalmente una speciale versione dello storico modello con quadrante e altri dettagli in “roccia spaziale”: lo Speedmaster Moonphase Meteorite, appunto.

    Una complicazione appropriata

    Ma – come il nome lascia intendere – in questa inedita interpretazione dell’orologio che è andato sulla Luna c’è un altro elemento importante da sottolineare. Niente che riguardi l’estetica, intendiamoci. Invece una particolarità meccanica che qui trova (mi ripeto) una collocazione appropriata e quanto mai plausibile: le fasi lunari. La complicazione astronomica più poetica, incastonata a ore 6, diventa l’essenza meccanica (concedetemi l’ossimoro) del nuovo esemplare. Tanto più che è parte di un movimento che appare ora per la prima volta e che quindi potrebbe essere stato messo a punto ad hoc. Il calibro Co-Axial Master Chronometer 9914, di cui parleremo poi, a carica manuale come vuole la tradizione del Moonwatch.

    Sia chiaro, non è la prima volta che le fasi di luna appaiono nello Speedmaster. Avevano esordito in passato, nel lontano 1985, con il calibro 866 che le esponeva in un’insolita posizione a ore 12, e tornarono in diverse referenze degli anni Ottanta e Novanta. Poi, dal 2003, rieccole in vari modelli Professional, equipaggiati dal calibro 1866, evoluzione del precedente movimento su base Lemania. Più di recente, le fasi lunari si ritrovano nello Speedmaster Moonphase presentato a Baselworld nel 2016. Animato dal calibro 9904, potrebbe essere considerato l’immediato predecessore del nuovo Speedmaster Moonphase Meteorite, sebbene le differenze fra i due esemplari non siano poche. C’è da dire infatti, che rispetto a quello, Omega ha apportato numerosi cambiamenti…  

    Le caratteristiche dello Speedmaster Moonphase Meteorite

    La cassa, prima di tutto. In acciaio, misura 43 mm di diametro (contro i precedenti 44,25 mm e più coerente con i 42 degli altri Speedmaster in catalogo, in quell’ottica contemporanea di revisione delle dimensioni). Dall’architettura asimmetrica come di consueto e con le caratteristiche anse “a lira”, ha la lunetta in ceramica blu oppure nera con la scala tachimetrica impressa in smalto bianco. Completa il look il bracciale in acciaio, a tre file, del genere definito “Nixon” dai fan di Omega (dal nome del Presidente americano cui fui offerto un Moonwatch nel 1969). Infine, il vetro zaffiro a box che fornisce maggior profondità al quadrante in meteorite.

    Già, il quadrante in meteorite, protagonista assoluto dell’habillage. Ho chiesto informazioni a Omega sulle origini del materiale ferroso: e la risposta è che proviene dalla meteorite Muonionalusta, proprio come i display dei Constellation Meteorite, la collezione uscita più o meno un annetto fa. Ma il legame fra le due famiglie di orologi va anche oltre. Perché l’esperienza accumulata in quell’occasione nel trattamento cromatico delle meteoriti è stata utile anche adesso. Il quadrante dello Speedmaster Moonphase Meteorite è stato infatti colorato di grigio o di nero con un rivestimento galvanizzato.

    Sempre a proposito di meteoriti, Omega dichiara invece la provenienza di quella utilizzata per le due Lune poste a ore 6, che indicano rispettivamente le fasi percepite nell’emisfero settentrionale e meridionale del Pianeta. Si tratta proprio di una meteorite lunare, appositamente tagliata in due minuscoli cabochon che così forniscono una rappresentazione realistica del nostro Satellite. E, per accentuare ancora di più il senso dello story-telling (potenza del marketing!), lo sfondo che le circonda riproduce esattamente la collocazione delle stelle nel cielo di Biel/Bienne la notte dell’allunaggio dell’Apollo 11, in quel 20 luglio 1969.

    Un movimento evoluto

    Passiamo dunque al calibro Co-Axial Master Chronometer 9914, che chiaramente appartiene alla famiglia di calibri 99XX, montati all’interno di altri esemplari in catalogo. Tipo il 9908 dello Speedmaster Chronoscope del 2021 (o anche dell’ultima versione uscita l’estate scorsa per le Olimpiadi). Oppure il 9906 degli Speedmaster 57 “colorati” lanciati nel 2022. A carica manuale, come scrivevo sopra, è uno sviluppo del calibro 9900, con la platina della complicazione sovrapposta al movimento cronografico di base. Il che comunque non va troppo a influire sul volume complessivo, visto che il movimento ha uno spessore di 7,15 mm. La cassa invece misura 13,6 mm (di spessore) contro i 16,85 dello Speedmaster Moonphase del 2016, che però era un automatico.

    La costruzione rimane quella degli altri esemplari. Dal fondello dell’orologio si vede la platina aperta sul bilanciere, fissato con un grande ponte massiccio e fulcro della decorazione. In sintesi, si tratta di un cronografo con ruota a colonne, spirale in silicio e autonomia di 60 ore. Altre particolarità tecniche sono sottintese alla definizione Co-Axial Master Chronometer. Quindi, scappamento Co-assiale e certificazione del Metas, l’Istituto federale di metrologia che lo ha sottoposto a 8 rigorosissimi test (dopo che il movimento è stato certificato dal Cosc). E che ne garantisce non solo la costanza di marcia ma anche la resistenza ai campi magnetici fino a 15mila gauss. Trovate comunque ulteriori dettagli nelle didascalie della gallery.

    Prezzo e disponibilità dello Speedmaster Moonphase Meteorite

    Mancano ancora le ultime informazioni, quelle che tanti appassionati vorrebbero sapere per prime. Il prezzo dello Speedmaster Moonphase Meteorite è di 19.100 euro, indipendentemente dalla versione. Che non sono pochi, ve ne do atto, ma sui quali influisce non solo il quadrante in meteorite ma ancor più lo sviluppo del movimento. Poi la disponibilità: l’orologio non è ancora in vendita online, ma come al solito sarà innanzitutto distribuito nei negozi monomarca. Quindi il consiglio agli interessati è di recarsi in boutique (in Italia sono quattro: Roma, Milano, Firenze e Venezia) a chiedere informazioni. E valutarne l’acquisto dopo averlo attentamente analizzato con un lentino. Anche a costo di restare incantati fra le figure di Widmanstätten e le Côtes de Genève arabescate. Quando si dice stregati dalla Luna…

  • Chronographe 1887: l’anima rétro di Eberhard & Co.

    Chronographe 1887: l’anima rétro di Eberhard & Co.

    «Impara a essere calmo e sarai sempre felice»: è una massima dello yogi indiano Paramahansa Yogānanda, vissuto nel secolo scorso. Mi è venuta alla mente pochi giorni fa, con l’uscita sul mercato dei nuovi Chronographe 1887 di Eberhard & Co. Per la messa a punto di questi due orologi la Maison de l’Aigle si è presa tutta la calma e il tempo di cui aveva bisogno, dal momento che li aveva presentati, poco più che prototipi, lo scorso aprile, a Watches and Wonders Geneva.

    Quasi otto mesi di attesa, però, sono stati ben ripagati. Perché quello che avevamo avuto la possibilità di provare al polso, ben sapendo che si trattava di qualcosa di provvisorio, pare non tradire le attese, ora che è diventato un prodotto finito. Scrivo pare perché ancora non ho avuto la possibilità di toccare con mano le due versioni dei Chronographe 1887 definitivi, ma l’impressione è quella che il loro look and feel – come dice chi sa le lingue – sia il medesimo di quello provato nei saloni ginevrini la scorsa primavera.

    Chronographe 1887: comodità e stile

    Parto proprio da qui, da quell’esperienza di indosso, per dire che i Chronographe 1887 di Eberhard & Co. sono due orologi ben vestibili. Il diametro delle casse in acciaio, in entrambe le versioni, è di 41,5 mm, mentre varia lo spessore. Nelle referenze con calibro manuale, limitate a 250 pezzi, è di 13,9 mm, che salgono di un mezzo millimetro netto a 14,4 nella versione automatica, non limitata. Inutile sottolineare come un calibro manuale necessiti di minore spazio per via dell’assenza della massa oscillante, consentendo uno spessore della cassa più contenuto.

    La comodità che ricordo al polso è data anche dalla curvatura delle anse, leggera quanto basta per evitare che diventino spigolose alle estremità, ma che fasciano il polso nella maniera corretta. Nel dare forma alla cassa, Eberhard & Co. si è ispirata al suo ampio retaggio storico, con un disegno che ricorda alcuni modelli del Brand degli anni ’30. Il tocco di modernità è dato dall’alternanza di finiture lucide e satinate tra lunetta, ansa e carrure.

    Buona parte dell’aura vintage dei Chronographe 1887 deriva anche dalla corona. Ha il design conico, le dimensioni sovradimensionate e la zigrinatura bella tosta tipiche di un tempo. E ospita all’interno un pulsantone decorato con la E di Eberhard incisa: serve ad attivare la funzione flyback o ad azzerare il cronografo dopo che questo è stato attivato o fermato con il pulsante rettangolare a ore 2. Sì, perché su entrambe le referenze del Chronographe 1887, il calibro è arricchito dalla complicazione flyback.

    Il lavoro sui calibri

    Non torno sulle caratteristiche di questa complicazione, di cui potete leggere qui. Quello che mi interessa sottolineare è il fatto che Eberhard & Co. l’ha introdotta sia sull’automatico sia sul manuale – quando, in un’ottica di esclusività e anche di “risparmio”, avrebbe potuto utilizzarla solo nell’edizione limitata. Invece no. Io leggo questa scelta come un segno di fiducia nel proprio prodotto e, soprattutto, come una forma di rispetto per l’appassionato, al quale offrire una complicazione top di gamma indipendentemente dalla volontà di acquisto o capacità di spesa.

    Il discorso sul flyback mi porta dritto dritto a parlare del movimento dei due orologi. Quello a carica manuale è il calibro EB 280, cronografo meccanico da 28.800 alternanze/ora e circa 63 ore di autonomia. Quello a carica automatica è l’EB 380, che lavora anch’esso a 4 Hz, ma ha una riserva di carica leggermente inferiore: 60 ore. Entrambi i movimenti sono stati appositamente sviluppati da Eberhard & Co. in collaborazione con Manufacture AMT e creati sulla base del calibro AMT 5100 con complicazione flyback e ruota a colonne. Nel cronografo manuale, quest’ultima è blu, a dare al calibro un ulteriore tocco di esclusività.

    Manufacture AMT è una consociata di Sellita che ha sede a Granges, in Svizzera, e che ha in produzione anche movimenti di fascia alta. Sviluppa e produce calibri proprietari di livello superiore per terze parti che vogliono personalizzare i movimenti con il proprio design e le proprie specifiche anziché utilizzare calibri standard impiegati da altri. L’idea, nemmeno tanto nascosta, è che Manufacture AMT possa competere con produttori come Kenissi o La Joux-Perret. Oltre ai due movimenti del Chronographe 1887, uno dei progetti recenti di Manufacture AMT reso noto è il calibro TAG Heuer TH31-00, movimento proprietario con certificazione COSC incassato nell’Aquaracer 200 in oro massiccio.

    L’estetica dei Chronographe 1887

    Nella galleria fotografica trovate altre informazioni sul calibro e alcuni dettagli in più. Mi preme qui arrivare all’aspetto a mio avviso più interessante dei Chronographe 1887, al di là delle finezze tecniche della meccanica: il quadrante. O meglio, i quadranti. Perché per ciascuna delle due referenze, Eberhard & Co. ha scelto diverse versioni: guscio d’uovo o nero semi-opachi nella Édition Limitée (con una variante color bronzo e contatori cronografici argenté); bianco o nero lucido, argenté o blu Clous de Paris nell’Automatique. Tutte le versioni sono coerenti, ciascuna a proprio modo, con la vocazione heritage degli orologi.

    Nello specifico, il quadrante guscio d’uovo è tremendamente vintage ed esalta la grafica scelta da Eberhard & Co. che, a parte pochi dettagli, si ritrova sugli orologi. La caratteristica principale è la presenza contemporanea di una scala telemetrica periferica e di una tachimetrica interna a chiocciola (assenti però sui quadranti Clous de Paris) che ricorda quelle degli anni ’30. Per un veloce ripasso sulla differenza tra scala tachimetrica e telemetrica andate a questa pagina. 

    A differenziarli, invece, ci sono gli indici. Per l’edizione limitata del Chronographe 1887, Eberhard & Co. ha optato per gli indici a bastone, con la versione bronzo che reca al 12 e al 6 i numeri arabi. Nella versione automatica, gli indici sono in numeri arabi, lucidi e a rilievo; nelle referenze con quadrante a Clous de Paris coesistono indici romboidali sfaccettati e numeri romani applicati. Diverse opzioni in base al gusto di chi si avvicina a questi orologi.

    Inequivocabilmente Eberhard

    Il pensiero che mi è venuto vedendo finalmente sul mercato i nuovi Chronographe 1887 è che, in fin dei conti, ciò che rende piacevoli gli orologi di Eberhard & Co. è il loro stile riconoscibile. Il quale, a dirla tutta, ha sempre un non so che più italiano che svizzero, che gli deriva dalla storia e dal management attuale. Di conseguenza gli orologi del Marchio, che siano solo tempo o cronografi, da uomo o da donna, hanno personalità e stile.

    Trovo la presenza audace e il look rétro di questa collezione divertenti e ammalianti. Così come trovo filologica la scelta di associare una fibbia ad ardiglione al cinturino in alligatore. Sono esemplari allo stesso tempo conservatori e massimalisti, contemporanei e vintage, essenziali e complicati. Queste contraddizioni intrinseche rendono tanti orologi di Eberhard & Co. affascinanti, cosa particolarmente vera per questi nuovi Chronographe 1887.

  • RM 032 Automatic Flyback Chronograph Ultimate Edition: puro Richard Mille

    RM 032 Automatic Flyback Chronograph Ultimate Edition: puro Richard Mille

    Fa sempre una certa impressione quando un marchio mette sul mercato la versione “ultima e definitiva” di un orologio. Ancora di più se si tratta dell’RM 032, per molti il Richard Mille meno Richard Mille di tutti. Un po’ per via della cassa tonda anziché tonneau, quella che ha reso il Marchio unico e riconoscibile; un po’ per via del legame con il mare, all’apparenza distante dal mondo delle corse automobilistiche cui Richard Mille è da sempre legato, nella Formula 1 ma anche tra le ruote classiche. Eppure l’RM 032, oggi nella veste di Automatic Flyback Chronograph Ultimate Edition, rimane uno dei pezzi più distintivi del Brand, perciò sono certo che a qualche appassionato una lacrimuccia sia scappata nel sapere che non sarà più prodotto.

    Tredici anni di RM 032

    Che gli orologi della collezione RM 032 siano particolari e a modo loro straordinari è evidente fin dal primo sguardo. Ho avuto l’opportunità di tenerne tra le mani un paio durante una mia visita alla boutique Ninety di Ginevra, che gestisce il secondo polso certificato del Brand, e lo confermo. Così come confermo che il loro Dna è tremendamente Richard Mille per la ricerca della precisione tecnica e della perfezione formale, in un design che, pur se tondo, trascende la banalità in cui scivolano altri marchi.

    La collezione RM 032 nasce nel 2011 con la prima referenza e, trattandosi del primo subacqueo di Richard Mille, la scelta della forma, per quanto spiazzante, risultò coerente con la funzione per la quale l’orologio era stato progettato. Del resto è meno complesso impermeabilizzare una cassa tonda rispetto a una di forma, perché priva di angoli o spigoli che sono punti di debolezza in balia della pressione dell’acqua. Detto questo, la Manifattura non poteva limitarsi a riprendere pedissequamente i codici dei diver tradizionali ma doveva piegarli alla propria visione.

    Ecco dunque la cassa oversize tipica dei subacquei forgiata in materiali tecnologici e leggerissimi quali il carbonio o il titanio. Ecco la scheletratura del quadrante che, invece di penalizzare la leggibilità delle informazioni – questione di vita o di morte nella progettazione di un diver -, la esaltava grazie all’utilizzo intelligente del materiale luminescente. Il tutto abbinato a dimensioni maschie e vistose, perfettamente in linea con la storia e l’immagine del Marchio.

    Un sistema raffinato

    L’RM 032 Automatic Flyback Chronograph Ultimate Edition si inserisce senza tentennamenti all’interno di questo solco estetico e tecnico. Specialmente da quest’ultimo punto di vista, la maestria degli ingegneri di Richard Mille è più che evidente e mi piace partire da un dettaglio che dà l’idea di quanto pensiero ci sia dietro a un orologio così. Perché da sempre chi progetta diver si concentra sulla tenuta stagna di corona e pulsanti: ma chi pensa alla pressione che l’acqua esercita su questi ultimi? E che, se potente, può azionarli involontariamente?

    Ebbene, per questo RM 032 Richard Mille ha sviluppato e brevettato un sistema che può bloccare i pulsanti e garantire impermeabilità fino a 30 bar. Si aziona ruotando un apposito anello posto all’interno della corona: se sull’anello compare un indice verde, il sistema è sbloccato, se l’indice è rosso è azionato. In questo modo eventuali sovrapressioni o urti sulla corona non danneggiano il movimento e si migliora la resistenza all’acqua grazie a una maggiore pressione sulle guarnizioni.

    Questo sistema è la punta di diamante del lavoro compiuto da Richard Mille sulla cassa dell’orologio, ben presente al polso grazie ai 50 mm di diametro e ai 17,8 di spessore. Come nelle precedenti referenze dalla collezione, la cassa ha un design curvo ed è realizzata in tre parti. Sia la lunetta fissa sia quella girevole unidirezionale sono in titanio grado 5; mentre la prima è satinata con smussi lucidati, la seconda è micropallinata e con trattamento superficiale Dlc. Anche la parte centrale della cassa è in titanio grado 5 con inserti in Carbon Tpt, materiale di cui sono composti anche il fondello e le anse: se non vi ricordate che cosa è, rinfrescatevi la memoria qui.

    Due parole sul cuore dell’RM 032

    Il movimento racchiuso nella cassa è il calibro automatico RMAC2 sul quale si potrebbero scrivere un sacco di cose perché racchiude alcune delle soluzioni tecniche che hanno reso unico il lavoro di Richard Mille. A partire dal rotore a geometria variabile che ottimizza il processo di ricarica del doppio bariletto. Grazie al design esclusivo, l’impostazione delle alette può essere regolata in modo da adattare la velocità di riavvolgimento delle molle dei bariletti al livello di attività di chi indossa l’orologio. A seconda di come sono posizionate le alette, l’inerzia del rotore fa in modo che la ricarica sia accelerata in caso di attività sedentaria o rallentata in caso di attività dinamica.

    Non si tratta di una novità, in quanto il sistema è già presente su diverse referenze. In sostanza, aiuta a migliorare l’uniformità della coppia erogata dalle molle per un periodo più lungo. Un risultato che si ottiene moltiplicando il numero di rotazioni in modo da ridurre la pressione e l’attrito sui denti, sui cuscinetti e sui perni. In questa maniera, si ottiene un consistente miglioramento delle prestazioni a lungo termine del calibro. Per la cronaca, l’autonomia complessiva è di 50 ore.

    Al perfetto funzionamento del movimento nel cuore dell’RM 032 Automatic Flyback Chronograph Ultimate Edition contribuiscono anche altri importanti accorgimenti tecnici. Per esempio, ponti e platina in titanio grado 5, una lega composta da un 90% di titanio, un 6% di alluminio e un 4% da vanadio. Si tratta di un bilanciamento che migliora le proprietà meccaniche del materiale di base e dà all’intero movimento rigidità e superfici perfettamente piane, fondamentali per il funzionamento impeccabile del treno del tempo. Il calibro è un cronografo flyback. La pressione del pulsante a ore 4 a cronografo avviato consente di azzerarlo senza premere il pulsante di stop, posizionato a ore 1.

    Uno sguardo al quadrante

    Prima di lasciarvi alle didascalie con dettagli ulteriori, passo al quadrante. Come ho scritto sopra, la scheletratura estrema non va a danno della leggibilità delle informazioni, che non sono poche. Oltre a essere un cronografo, l’RM 032 Automatic Flyback Chronograph Ultimate Edition è anche un calendario annuale con gran data. Quest’ultima è ben visibile a ore 12 in una finestra ed è composta da una coppia di dischi rotanti. Sia il cambio data sia il cambio mese (indicato con numeri arabi) sono istantanei.

    L’indicazione del mese è forse quella meno evidente, posizionata com’è in una piccola finestrella a ore 4:30. Se non altro, però, la regolazione dei mesi è automatica e tiene conto della lunghezza diversa di 30 o 31 giorni, ad eccezione del passaggio da febbraio a marzo, quando è necessario l’intervento manuale. Poca roba, considerando l’architettura complessiva dell’orologio.

    Anche in questa referenza, come nelle altre della collezione RM 032, è presente a ore 3 un ingegnoso sistema che consente di verificare a colpo d’occhio se l’orologio sta funzionando: l’indicatore di marcia. Poco utile per chi dovesse indossarlo in ambito urbano, decisamente di più per chi in immersione, magari con poca visibilità, dipende dall’orologio per non rischiare la pelle.

    Graficamente si presenta quasi come fosse un’elica ed è costituito da un disco rotante che si muove alla velocità di due giri al minuto al di sotto di un disco fisso finestrato. Sulla superficie del disco mobile si susseguono settori ricoperti di Super-LumiNova e settori neri, visibili alternativamente attraverso le aperture del disco fisso. In questo modo, è facilmente vedere se il disco ruota, sia di giorno sia di notte. E se il disco ruota, il sub può stare tranquillo: l’orologio funziona.

    RM 032: l’“elefante” di Richard Mille?

    Detto che l’RM 032 Automatic Flyback Chronograph Ultimate Edition è disponibile sia con cinturino nero sia con cinturino giallo, che è in edizione limitata di 80 esemplari, che costa 210.000 franchi svizzeri escluse le tasse, per una volta chiudo un articolo con una citazione presa in prestito da altri. Non per pigrizia, ma perché è esattamente il mio punto di vista su questo orologio. Il fatto che provenga da un sito come Hodinkee, per molti una bibbia del settore, è puramente casuale.

    Chiude così il suo pezzo, parlando dell’RM 032 Automatic Flyback Chronograph Ultimate Edition, Malaika Crawford: «Quello che non si può mai mettere in discussione di Richard Mille è l’identità di marchio davvero singolare. Nonostante l’uso di una tradizionale forma circolare (perché si tratta di un orologio subacqueo), rispetto alla più comune forma tonneau, è inconfondibilmente Richard Mille. Il materiale, la tipografia, l’estetica spudoratamente forte. Ma parliamo di un elefante di 50 mm nella stanza! Un Richard Mille rotondo è un Richard Mille? Direi di sì».

  • Faubourg de Cracovie Crossroads, il crocevia di Czapek

    Faubourg de Cracovie Crossroads, il crocevia di Czapek

    Crossroads (in inglese incroci, crocevia) è il titolo di un vecchio brano di Robert Johnson, poi ripreso anche da Eric Clapton. Datato 1937, fu fondamentale per la nascita del rock’n’roll, così come lui – chitarrista leggendario, incarnazione del Delta Blues nonché artista maledetto – fu una delle figure più influenti sulla scena musicale del Novecento. Invece, nel nuovo orologio di Czapek – lanciato a Watch Time New York nei giorni scorsi -, il termine si riferisce più concretamente alla lavorazione del quadrante guilloché. Ma a me piace pensare che il Faubourg de Cracovie Crossroads si chiami così anche perché è il punto di incontro tra stili, generi, tensioni opposte. Un cronografo classico e allo stesso tempo modernissimo, innovativo nel suo far appello alla tradizione, sportivo sì, ma indubbiamente chic.

    Due parole sul Brand

    Per i pochi che non lo conoscessero, Czapek & Cie è un marchio di alta orologeria con sede a Ginevra. Prende nome da Franciszek Czapek, orologiaio di talento emigrato nel 1932 dalla Boemia in Svizzera, dove cambiò il proprio nome in François. Lì incontrò un altro emigrato polacco, Antoine Norbert de Patek, e insieme diedero vita alla Patek, Czapek & Cie (vi ricorda qualcosa?). La loro società durò sei anni, dal 1839 al 1845, e realizzò orologi eccezionali – tra i più quotati oggi sul mercato antiquario. Al termine della partnership, Patek fondò la Patek Philippe insieme a un nuovo socio, Adrien Philippe, mentre Czapek fondò la Czapek & Cie con Juliusz Gruzewski.

    L’impresa ebbe successo. Czapek divenne prima orologiaio di corte poi fornitore ufficiale di Napoleone III. Nel 1850 scrisse un trattato di orologeria (in polacco) e aprì una delle prime boutique in place Vendôme, a Parigi. Nel ’55, oltre all’atelier ginevrino, aveva anche un negozio a Varsavia. Vantava un’illustre clientela, tra cui si annoverano il Pasha d’Egitto Khedive Ismail e la nobile casata russa di Golitzyn, seconda soltanto ai Romanov. Poi, nel 1871, Czapek scompare misteriosamente, e con lui la sua attività, che gli sopravvisse per pochi anni. Il Marchio torna a nuova vita solo un secolo e mezzo dopo. Finanziato con un’ampia operazione di crowdfunding azionario, è lanciato ufficialmente a Ginevra nel 2015.

    Dietro la rinascita ci sono tre soci: l’esperto d’arte Harry Guhl, l’imprenditore Xavier de Roquemaurel e l’orologiaio Sébastien Follonier. Con l’obiettivo di reinterpretare in chiave attuale lo stile e lo spirito delle origini, esordiscono con un orologio ispirato a un “tasca” del 1850, la referenza 3430. Lo chiamano Quai de Bergues, l’indirizzo del primo atelier aperto da Czapek sulle rive del Rodano, a Ginevra. E mettono a punto un movimento ad hoc insieme a Jean-François Mojon, il calibro SXH1, ispirato proprio al movimento di quel tasca, con due bariletti e un’autonomia di 7 giorni. Nascono poi altri progetti, altre collezioni – tra cui la famosa Antartique, con il primo movimento concepito e prodotto in casa. Ma per saperne di più sull’intero catalogo vi rimando al sito ufficiale.

    La collezione di cronografi

    La collezione Faubourg de Cracovie è la terza sviluppata nel nuovo corso di Czapek. Presentata nel 2018, prende nome dal luogo in cui si trovava la boutique aperta da François Czapek a Varsavia, nel 1854. Composta esclusivamente da cronografi, è animata dal terzo movimento sviluppato dal Marchio – ma ne parleremo poi. Ora preferisco soffermarmi sul design, a partire dalle dimensioni: 41,5 mm di diametro per 13,9 mm di spessore. Ma la costruzione è tale da farlo sembrare più sottile.

    Fin dalla prima occhiata è evidente la diretta discendenza dalla cassa Revolution del Quai de Bergues, solo lievemente modificata. I fianchi scavati e sabbiati, lungo tutta la carrure e fino alle anse, sono gli stessi. Gli elementi proteggi-corona, già presenti in quel precedente, qui si sono trasformati nei pulsanti integrati, mentre i due contatori dei piccoli secondi e dei giorni della settimana/autonomia sono diventati totalizzatori delle ore e dei minuti crono. E si sono “sollevati”, per passare dalla parte bassa del quadrante alla consueta posizione a ore 3 e 9. In mezzo, a ore 6, c’è invece il contatore dei secondi continui, molto discreto.

    Anche la decorazione del quadrante, sviluppato con l’azienda Metalem, sembra derivare dal Quai de Bergues. Il motivo originario, chiamato Ricochet, nel Faubourg de Cracovie si evolve nel motivo Résonance. Un altro particolare guilloché in cui le linee circolari si incrociano per formare dei quadrati in bassorilievo – lavorato come vuole la tradizione con le antiche macchine da guillochage. In più c’è da dire che la base è un disco realizzato in lega 401, composta da oro, platino, palladio e argento in percentuali “segrete”. Lucidata prima dell’incisione, regala riflessi intensi e variabili in rapporto all’incidenza della luce. Il colore è invece ottenuto con la consueta elettrodeposizione.

    Il quadrante del Faubourg de Cracovie Crossroads

    Nel Faubourg de Cracovie Crossroads il pattern del quadrante muta ancora. In questo caso le linee sono rette, convergono verso il centro dei due contatori e si intersecano a comporre una sorta di scacchiera fatta di elementi trapezoidali, più dilatati o schiacciati a seconda della posizione. Come una “rete” che si fa più fitta nella zona centrale. Sono gli incroci, appunto, che danno il nome all’orologio. E che potrebbero ricordare il battistrada di ipotetici pneumatici, vista la vocazione per i motorsport sottesa all’orologio.

    La caratteristica distintiva del Faubourg de Cracovie Crossroads è infatti la scala tachimetrica posta sul réhaut, utile (lo sanno tutti) per misurare la velocità. Simbolo di dinamismo, evoca il mondo delle corse e rimanda allo stile racing di generazioni di cronografi. Per inserire questo elemento, in realtà, l’intero quadrante è stato ristudiato nelle proporzioni: la flangia è stata accentuata, ingrandita, e di conseguenza il quadrante ridotto, contatori compresi. Eppure la leggibilità non è stata minimamente compromessa…

    Due le versioni di colore: Deep Blue, ovvero blu profondo con contatori argenté; oppure Secret Alloy, che richiama proprio la “lega segreta” di cui è fatto il quadrante, con i contatori in ton-sur-ton. In questultimo caso si tratta però di una tiratura limitata di 50 esemplari – che, per la cronaca, in pochi giorni sono già andati quasi del tutto esauriti.

    …E la meccanica del Faubourg de Cracovie Crossroads

    E arrivo al movimento. Come gli altri modelli della collezione, il Faubourg de Cracovie Crossroads monta il calibro SHX3, sviluppato con Vaucher Manufacture (e basato sul Vaucher Seed VMF 6710). A carica automatica, è un cronografo integrato che concentra una serie di attributi tecnici qualificanti, in linea con le esigenze del pubblico contemporaneo. L’alta frequenza, per esempio: il bilanciere lavora a 36.000 alternanze orarie e permette misurazioni precise a 1/5 di secondo.

    Oppure la ruota a colonne, il dispositivo più raffinato per la gestione delle funzioni crono, in questo caso a innesto verticale. Quindi l’autonomia: 65 ore, quanto basta per definirlo “a prova di weekend”. E il certificato ufficiale di cronometro rilasciato dal Cosc, garanzia di costanza di marcia. Senza dimenticare ovviamente le finiture curatissime, di gusto attuale: i ponti sabbiati e diamantati, color antracite, contrastano con la massa oscillante traforata, in oro rosa.

    Per concludere

    Le due versioni del Faubourg de Cracovie Crossroads hanno entrambe lo stesso prezzo: 36mila franchi svizzeri (con l’Iva italiana, 43.920 franchi svizzeri). Il che, in tutta sincerità, mi ha stupito: altri marchi avrebbero di sicuro aumentato il costo dell’edizione limitata… Ma evidentemente Czapek ha un rapporto particolare con il proprio pubblico, cui fa riferimento anche lo slogan “collezioniamo persone rare”. A proposito, il Marchio dichiara in modo esplicito di realizzare gli orologi su commissione: quindi, il nuovo cronografo attualmente è in pre-ordine. Per averlo si dovrà aspettare qualche mese: le consegne dovrebbero avvenire la prossima primavera, da maggio. Un plauso anche alla trasparenza.

  • Longines Conquest, versatilità a tutto colore

    Longines Conquest, versatilità a tutto colore

    L’occasione per il lancio dei nuovi Longines Conquest è una di quelle che ogni casa orologiera vorrebbe vantare: 70 anni dalla nascita di una collezione. Certo, le maison di grande rilievo hanno storie antiche, alcune delle quali iniziate addirittura nel Settecento, ma 70 anni di vita ininterrotta, per una linea di orologi, non sono pochi. Longines, la cui storia affonda le radici nel lontano 1832 (quasi due secoli fa), lo sa bene e vuole festeggiare il traguardo in grande. Lo fa ampliando la collezione Conquest con 30 nuove referenze, distribuite su diametri, colori, materiali e movimenti diversi.

    L’intento è quello di raggiungere sia il pubblico maschile, sia quello femminile. D’altronde è ormai assodata la consapevolezza che quest’ultimo da un po’ abbia riscoperto il piacere di indossare orologi meccanici, come dimostrazione di cultura e di buon gusto. Tanto che la casa di Saint-Imier ha affidato l’immagine dei nuovi Longines Conquest a tre Ambasciatrici d’eleganza: l’attrice e cantante cinese Zhao Liying, la supermodella ungherese Barbara Palvin e la cantante e attrice sudcoreana Suzy. Sono loro le protagoniste di A life in a day: una campagna di respiro internazionale, girata fra Shanghai, Seoul e Budapest, che mette al centro dell’attenzione alcuni nuovi Longines Conquest da 34 mm di diametro.

    Nuovi Longines Conquest: diametri di 30, 34, 38 e 42 mm

    Le dimensioni, i materiali utilizzati e i movimenti meccanici a carica automatica (dal “solo tempo” con data al cronografo) dei nuovi Longines Conquest parlano chiaro. Chiunque voglia un Longines troverà nella collezione Conquest l’orologio per la vita quotidiana più adatto al proprio stile. L’acciaio e il caucciù, i diamanti (per alcuni modelli femminili) e i movimenti automatici fanno da sfondo a uno spettro di colori – per il quadrante, la lunetta e il cinturino – davvero ampio. Vista nell’insieme, la collezione è improntata alla versatilità, intesa come possibilità di indossare i singoli esemplari in ogni occasione, con qualsiasi look e a qualsiasi ora del giorno o della notte. Ma anche – almeno in certi casi – come capacità di adattarsi ai diversi generi in modo trasversale.

    Versatili, quindi, nel senso di eclettici, poliedrici, in una parola modernissimi. In particolare, due formati inediti – da 30 e 38 mm – entrano a far parte della collezione. Nel dettaglio comunque, se considerati nei valori assoluti, i diametri da 30 mm e 34 mm si rivolgono alle donne. Molti degli abbinamenti cromatici, come quelli scelti per le tre ambasciatrici (azzurro, verde e rosa su acciaio), lo confermano. Mentre i 38 mm risultano in ugual modo adatti sia ai polsi femminili sia a quelli maschili, tant’è che si basano su scelte cromatiche più sobrie e affatto modaiole. Espressamente dedicati agli uomini, invece, sono i Longines Conquest da 42 mm in versione cronografo.  

    I cronografi Longines Conquest

    E cominciamo proprio da questi ultimi: tricompax, sono sviluppati in cinque nuove referenze. Due con quadrante argenté e contatori blu (una con cinturino in caucciù dal colore coordinato, l’altra con bracciale in acciaio). Due con quadrante argenté e contatori verdi (idem). E infine una con quadrante color champagne e contatori neri, abbinati al cinturino in caucciù nello stesso colore (modello che va ad affiancare la variante con bracciale lanciata lo scorso anno).

    Per tutti, la lunetta in ceramica lucida è caratterizzata dalla scala tachimetrica, che consente di misurare la velocità media mantenuta fra il momento in cui si attiva la lancetta centrale dei secondi cronografici e quello in cui la si arresta. A ore 3, si trova il contatore dei secondi continui. A ore 9 e 6, rispettivamente, il contatore dei minuti crono e quello delle ore crono, entrambi con sfere di colore rosso. L’impermeabilità fino a 10 bar, garantita dalla corona e dal fondello a vite, si ritrova non solo nelle versioni cronografo ma in tutte le referenze della collezione.

    Le caratteristiche del movimento

    Qui il movimento meccanico a carica automatica è il calibro L898.5, realizzato in esclusiva da Eta sulla base del calibro A31.L01, che a sua volta è una rielaborazione del celebre 2892-A2 con applicato un modulo della cronografia (probabilmente prodotto sempre da Eta). Di conseguenza attraverso il fondello in vetro zaffiro si vede solo un “semplice” automatico. La scelta di preferire questo movimento ad altri presenti in catalogo – di costruzione integrata e magari dotati del dispositivo più raffinato per lo smistamento delle funzioni crono, la ruota a colonne – deriva forse dalla disponibilità di produzione o, più probabilmente, dalla volontà di non aumentare i prezzi. Che, per la cronaca, sono compresi fra 4.150 euro per i modelli con cinturino in caucciù, e 4.300 euro per quelli con bracciale in acciaio.

    Tra le caratteristiche qualificanti del calibro, comunque, ci sono l’autonomia di 59 ore e la spirale in silicio con altri componenti amagnetici. Ecco, la resistenza al magnetismo è una delle prerogative di tutti i nuovi Longines Conquest. Il che non è poco, visto che la Casa elvetica dichiara una resistenza ai campi magnetici più di 10 volte superiore a quella fissata dallo standard ISO 764:2020. Quali conseguenze comporta la cosa nella vita di ogni giorno? Poter, per esempio, aprire e chiudere il proprio forno a microonde con il Longines Conquest al polso senza temere che la precisione di marcia venga in qualche modo compromessa.   

    Il Longines Conquest da 38…

    Nei nuovi Longines Conquest da 38 mm compaiono tre abbinamenti classici e intramontabili: cassa e bracciale in acciaio con quadrante blu; cassa e bracciale in acciaio con quadrante nero; cassa e bracciale in acciaio con quadrante bianco. Per i più attenti alle tendenze di oggi c’è invece un modello con quadrante verde, mentre gli amanti del vintage si ritroveranno nel quadrante color champagne. Le cinque referenze da 38 mm costano tutte 2.350 euro.  

    Il movimento incassato nei nuovi Longines Conquest da 38 mm risponde alla sigla L888.5, anch’esso realizzato da Eta. Sviluppato sulla base dell’A31.L11, vanta una notevole autonomia di 3 giorni – 72 ore, quanto basta per vivere il weekend in libertà: se si toglie l’orologio il venerdì sera, lo si ritrova il lunedì mattina perfettamente funzionante. Senza dimenticare che una lunga autonomia influisce pure sulla costanza di marcia… Anche in questo caso la spirale del bilanciere è in silicio, quindi il movimento è resistente ai campi magnetici. Ed è visibile attraverso il fondello trasparente, che permette di apprezzare la massa oscillante personalizzata.

    …e da 34 mm

    Sempre il calibro L888.5 è montato anche all’interno delle nuovi Longines Conquest da 34 mm, la cui gamma è una delle più ampie nel portafoglio della Casa della Clessidra Alata. Le 15 referenze disponibili presentano combinazioni di colori e materiali in grado di forgiare realmente l’orologio perfetto per chiunque. Quadranti blu, rosa, verdi, argenté e porpora sono accostati all’acciaio lucido e/o satinato del bracciale e della lunetta, declinata anche in oro rosa grazie a un rivestimento da 200 µm (micrometri, chiamati micron in passato). I cinturini in caucciù sono perfettamente coordinati al quadrante: rosa, verde acqua, rosso corallo, verde oliva e porpora. Variegati i prezzi: dai 2.200 euro degli esemplari “basic” ai 3.400 delle versioni con trattamento oro rosa.

    Esiste anche una versione dal total look candido, con cinturino in caucciù e lunetta tempestata di diamanti taglio brillante. Longines non si limita a fornirne il numero e la caratura complessiva, 48 gemme per un totale di 0.403 carati, ma ci dice qualcosa in più sulla loro qualità: Top Wesselton per quanto riguarda il colore; IF-VVS per quanto attiene invece la purezza. Il che significa essere al top, almeno per quanto riguarda gli usi delle pietre preziose in orologeria. Sul quadrante in madreperla bianca sono incastonati altri 15 diamanti più piccoli (per un totale di 0.037 carati; colore Top Wesselton; purezza fra VS e S). Questa referenza costa 4.450 euro.    

    I Longines Conquest da 30 mm

    Concludo con gli esemplari di taglia più piccola, i Longines Conquest da 30 mm. Anche qui si contano cinque referenze, tutte dotate di bracciale in acciaio. Due hanno il quadrante argenté, una ha il quadrante blu e un’altra verde. C’è anche una versione che esibisce la lunetta impreziosita di diamanti. Il quantitativo di pietre è lo stesso del precedente, ma la caratura ovviamente è minore, visto che la circonferenza è più piccola. Le gemme quindi sono sempre 48, ma hanno un peso complessivo di 0.326 carati, mentre colore e purezza restano invariati, Top Wesselton e IF-VVS. Anche in questo caso, il quadrante in madreperla bianca è impreziosito da diamanti agli indici: 14 in tutto, di colore Top Wesselton e purezza compresa fra la VS e S (per un totale di 0.035 carati).

    Riguardo alla meccanica, invece, i Longines Conquest da 30 mm montano il movimento automatico L592.5. Anch’esso è derivato da un calibro Eta, l’A20.L11, con l’aggiunta della spirale in silicio e vari miglioramenti, tra cui un rotore di carica personalizzato Longines. Il fondello con oblò trasparente permette alle signore che apprezzano la micromeccanica di vederne i componenti. Infine, i prezzi: che per i nuovi Longines Conquest da 30 mm oscillano fra i 2.350 euro e i 2.900 euro. Quella in acciaio con diamanti raggiuge però i 4.600 euro.

  • La collezione Marine di Breguet si veste di oro e diamanti

    La collezione Marine di Breguet si veste di oro e diamanti

    Oro e diamanti sono sempre stati simbolo di ricchezza e potere, anche in orologeria. Per tutto il secolo scorso, però, le pietre preziose sono state una prerogativa quasi assoluta degli esemplari femminili. Il discrimine è caduto attorno agli anni Dieci del nuovo Millennio, quando anche gli orologi maschili hanno cominciato a sfoggiare diamanti taglio baguette. E, di questi tempi che vogliono annullare le differenze di genere, la tendenza è ormai assodata. Lo dimostrano anche i due nuovi modelli che ampliano la collezione Marine di Breguet.

    Il Breguet Marine 9518, dedicato alle signore, è un “solo tempo” con datario, con cassa e quadrante impreziositi da diamanti. Il Breguet Marine Chronographe 5529 punta invece al cuore dell’uomo che, nell’abbinamento di un movimento cronografico con oro e pietre preziose, individua il modo migliore per esprimere la propria personalità.

    Sono due esemplari importanti, di alta orologeria, entrambi con movimento di manifattura e radici profonde nello spirito creativo della Maison di L’Abbaye. La collezione Marine di Breguet, nata nel 1990, esprime infatti, attraverso le tante complicazioni a catalogo, tutto il know-how che Abraham-Louis Breguet, fondatore della Manifattura e padre del tourbillon, mette a disposizione di chi naviga e ama il mare.

    Il Breguet Marine in versione lady

    Il Breguet Marine 9518 è disponibile in due varianti: l’una con quadrante blu, l’altra argenté, ambedue con effetto a raggi di sole (finitura soleil). Per il resto le due referenze (9518ST/YD/S80/D001 e 9518ST/1D/S80/D001) sono identiche. Fondano su una cassa da 33,8 mm di diametro, una lunetta impreziosita da 50 diamanti taglio brillante, per un totale di 1,16 carati, e un bracciale in acciaio. Altri otto diamanti, sempre taglio brillante, fanno da indici, per ulteriori 0,09 carati.

    A ore 12, 3 e 9 ci sono invece i numeri romani applicati, coerenti allo stile della famiglia Marine, riempiti di materiale luminescente per poter leggere l’ora anche al buio. Lo stesso che riempie i cerchi tipici delle lancette à pòmme evidée, universalmente conosciute come “lancette Breguet”. A ore 6 si trova invece il datario a finestrella, con numeri bianchi su sfondo blu (per la variante con quadrante blu) e neri su sfondo bianco (per la versione con quadrante argenté). Da notare che il contrappeso della lancetta centrale dei secondi riporta il simbolo B (Bravo) dell’alfabeto fonetico della nautica.

    Capovolgendo l’orologio si scorge infine il movimento a vista, con il rotore di carica in oro bianco 18 carati lavorato a mano. Trattasi del calibro di manifattura Breguet 591A, composto da 188 elementi e 25 rubini. Con il silicio a farla da padrone per quanto riguarda la spirale del bilanciere, l’àncora e la ruota di scappamento (in casa Breguet raramente si fa eccezione), lavora a 28.800 alternanze l’ora (4 Hz). Il fondello, in zaffiro sintetico come il vetro anteriore, è fissato alla cassa da sette viti, l’impermeabilità è di 5 atmosfere.

    Un magnifico gioco di colori

    L’eleganza del Breguet Marine 9518 è evidente sin dal primo sguardo. Occupano un ruolo di primo piano i diamanti con taglio brillante della lunetta, i quali – grazie anche alla finitura soleil del quadrante – sembrano un tutt’uno con quelli applicati agli indici. A dare armonia alla vista d’insieme ci pensano poi le spallette della corona di carica, asimmetriche e a forma d’onda marina. La carrure dell’orologio riprende le scanalature tipiche del mondo Breguet, che da un lato rendono il Marine 9518 più dinamico, dall’altro ne esaltano la manifattura.

    Tenendolo fra le dita e guardandolo nelle giuste condizioni di luce, si apprezza il “fuoco” di ciascun diamante. Ossia quel magnifico gioco di colori prodotto dall’elevato indice di dispersione che caratterizza la preziosa gemma. La luce bianca infatti, attraversando ogni pietra, viene scissa nelle diverse lunghezze d’onda che la compongono (ciascuna corrispondente a un colore dello spettro visibile), restituendo un effetto ottico unico. Più di tante parole, sarebbe opportuno verificarlo con i propri occhi: e andare da un concessionario Breguet, se non direttamente nella boutique milanese. Il prezzo, per chi fosse interessato, è di 29.800 euro.

    Il Breguet Marine Chronographe 5529

    Con il modello 5529, declinato a sua volta in quattro varianti, si entra di diritto nell’Olimpo dell’orologeria. I nuovi Marine Chronographe 5529 arricchiscono l’offerta dei cronografi della collezione Marine di Breguet riprendendo i codici tipici della Manifattura. L’oro – bianco (per le referenze 5529BB/YD/5WV/D0 e 5529BB/YD/9WV/D0, che si differenziano per il materiale del cinturino), o rosa (per le 5529BR/YD/5WV/D0 e 5529BR/YD/9WV/D0, idem) – regna sovrano. Rappresenta infatti il materiale con cui sono realizzate la cassa, i quadranti, le lancette e la massa oscillante del movimento meccanico a carica automatica.

    A queste si abbinano cinturini in caucciù di colore blu scuro, oltre a quelli “classici” in pelle di alligatore, quasi a voler ricordare che si tratta comunque di orologi dal carattere sportivo. Lo sottolineo perché, pur rivolgendosi al pubblico maschile (il diametro cassa di 42,3 mm non tradisce), la presenza massiccia di diamanti con taglio baguette eleva i nuovi Marine Chronographe al mondo dell’eleganza e della preziosità.

    Qui si trovano infatti ben 90 diamanti sulla lunetta, per un peso complessivo di 3,62 carati, accanto agli 8 applicati agli indici (0,24 carati). Le spallette della corona a vite, a forma d’onda, viste sul Breguet Marine 9518, qui fanno posto ai due pulsanti del cronografo: quello superiore convesso, quello inferiore concavo. Ancora una volta l’intento è quello di ricordare le onde del mare.

    Onde marine stilizzate appaiono anche nella parte centrale del quadrante e nei tre contatori (ore e minuti crono, secondi continui). La lavorazione guilloché dell’oro è naturalmente artigianale. Le lancette centrali riprendono in toto gli stilemi del Breguet Marine 9518. Il datario è tra le 4 e le 5.

    Un movimento con rotore a forma di timone

    ll calibro Breguet 582QA è invece più complesso. Con 346 componenti e 28 rubini, si avvale di uno scappamento ad àncora in linea inversa con anse e spirale in silicio. Bellissima infine la massa oscillante a forma di timone (con quattro razze), trattata nelle parti periferica e centrale con Dlc nero (Diamond Like Carbon). Si tratta di un rivestimento in carbonio amorfo che riproduce al tempo stesso la durezza del diamante e la facilità di scorrimento della grafite.

    Senza addentrarci in questioni di cristallografia, vi ricordo che il diamante e la grafite sono due varianti polimorfe dello stesso elemento chimico: il carbonio. Sono in pratica due minerali con la stessa composizione chimica, ma differente struttura cristallina (sistema cubico per il primo, esagonale per la seconda). Il prezzo delle quattro referenze del Breguet Marine Chronographe 5529 non è alla portata di tutti: 142.700 euro. 

    Qualcosa in più

    È un approfondimento a mio avviso utile, visto che per entrambe le new-entry della collezione Marine di Breguet ho parlato di oro e diamanti, citando i carati. Oro 18k, oro 22k, diamante da 0,6 ct e via dicendo. Ma cos’è il carato? È bene fare chiarezza perché il significato del termine cambia drasticamente se usato in riferimento all’oro (o più in generale ai metalli preziosi) o alle pietre preziose.

    Nel primo caso, indica la purezza della lega d’oro su una scala 24/24 (oro puro). In gioielleria infatti l’oro non è usato allo stato puro, ma in abbinamento, in proporzioni variabili, ad altri metalli. La quantità di oro presente nelle leghe si esprime appunto in carati. L’oro 18k prevede per esempio 750 grammi d’oro su 1.000 grammi di lega complessiva. L’oro 22k invece 916,667 grammi d’oro su 1.000 grammi di lega complessiva.

    Quando invece il carato è chiamato a definire una pietra preziosa, di quest’ultima indica il peso. Un carato è infatti pari a un quinto di grammo (0,2 grammi). Un diamante quindi da mezzo carato è un diamante che pesa 0,1 grammi. Uno da cinque carati pesa un grammo (1 g). Perciò la lunetta del nostro Breguet Marine 9518 esibisce 50 diamanti per un peso complessivo di 1,16 carati ossia 0,232 grammi. Sembra poco ma non lo è.

    Una considerazione storica

    La scritta – Horloger de la Marine – che invece campeggia sui fondelli dei due nuovi modelli (e dell’intera collezione Marine) ci dà la misura dell’importanza che Abraham-Louis Breguet e la Manifattura da lui fondata rivestono a livello storico. Date le sue straordinarie capacità di orologiaio, innovatore e inventore, il 27 ottobre 1815, Abraham-Louis Breguet riceveva da Luigi XVIII di Francia il titolo di Horloger de la Marine Royale, il più prestigioso che un orologiaio potesse a quei tempi conseguire. Stava a significare che alla Maison Breguet era riconosciuto il ruolo di fornitore ufficiale di orologi per la Marina Militare del Regno di Francia (Marine Royale). In pochi possono vantare così tanto.    

  • Tonda PF Sport Chronograph, l’edonismo sportivo di Parmigiani

    Tonda PF Sport Chronograph, l’edonismo sportivo di Parmigiani

    «Ricchi si diventa, eleganti si nasce». Lo ricordava spesso Honoré de Balzac per dire che l’eleganza non la impari a un corso, né te la costruisci leggendo un libro. L’eleganza è innata. Ce l’hai o non ce l’hai. È meglio farsene una ragione. La celebre frase mi viene in mente ogni volta che osservo una creazione firmata Parmigiani Fleurier. All’eleganza, infatti, la Manifattura svizzera – e chi sceglie di indossarne un orologio – non può proprio sfuggire. Parmigiani potrebbe disegnare orologi sportivi di ogni genere: eppure, spiccherebbero sempre e comunque per il loro carattere chic.
    Lo penso ancora una volta quando osservo l’estensione di gamma dei Tonda PF Sport Chronograph, tre cronografi che ampliano lo spettro cromatico della linea già esistente, presentata a marzo dello scorso anno nelle varianti in acciaio o in oro rosa.

    Tre nuovi abbinamenti cromatici

    Le tre nuove referenze, tutte con cassa in acciaio, puntano su varietà cromatiche raffinate: Milano blue, Artic grey e London grey. Tre abbinamenti che piaceranno a chi vuole indossare un orologio di gran classe anche nel tempo libero, nel weekend, negli ambienti informali. Guido Terreni, Ceo di Parmigiani Fleurier, usa l’espressione the sporting hedonist (l’edonista sportivo) per sottolineare i destinatari dei nuovi orologi, capaci di coniugare l’essenza sportiva con la ricercatezza, la bellezza formale con l’eleganza dégagé. 

    Rispetto alle varianti “panda” che fino a oggi componevano il catalogo dei Tonda PF Sport Chronograph, i nuovi esemplari si distinguono per i colori dei contatori crono e dei cinturini, coordinati allo sfondo della scala periferica dei secondi centrali. Una coerenza cromatica che predispone l’occhio all’osservazione della lunetta la quale, nei Tonda PF Sport Chronograph, abbandona il platino e la fitta zigrinatura in favore di un numero più ridotto di scanalature (160 invece di 225), dando corpo e solidità alla cassa. Non dimentichiamo che si tratta di cronografi: per quanto mantengano inalterato il carattere distintivo della Manifattura, devono sapersi integrare in contesti sportivi e, più in generale, dinamici.

    Il Tonda PF Sport Chronograph fra semplicità e ricercatezza

    La cassa misura 42 mm di diametro, un valore che assegna i nuovi orologi soprattutto all’utenza maschile, ed è impermeabile fino a 10 atmosfere. Il quadrante con lavorazione guilloché e pattern clou triangolaire rinuncia a ogni scritta che possa distogliere lo sguardo dalla bellezza dell’insieme, eccetto per il logo applicato. I tre contatori indicano i secondi continui (a ore 6), i minuti cronografici (alle 3) e le ore cronografiche (alle 9).

    Tra gli indici 4 e 5, con fare discreto, si presenta il piccolo datario a finestrella con caratteri bianchi su sfondo nero. Qualche dettaglio in più, gli indici sono applicati, sfaccettati e fluorescenti: al buio il rivestimento nero in Super-LumiNova emette luce verde. Come le lancette delle ore e dei minuti, traforate e dalla caratteristica forma a delta, sono in oro 18 carati.

    Anche sul cinturino in caucciù è bene spendere qualche parola. È un multi-strato. L’aspetto ricorda i cinturini in cordura, ma la lavorazione è quella tipica dei cinturini in pelle: tra lo strato esterno, vulcanizzato, e quello interno, con superficie liscia, c’è un’imbottitura che assicura consistenza ma al tempo stesso morbidezza al polso. I tre strati sono tenuti insieme da una cucitura realizzata a mano. La fibbia in acciaio, con chiusura déployante, riporta il logo PF. 

    Il movimento di manifattura

    Il movimento incassato nel Tonda PF Sport Chronograph è il calibro PF070. A carica automatica, è ideato e costruito “in casa”, da Vaucher Fleurier, la manifattura di Parmigiani Fleurier. La Maison lo ha progettato da zero per animare i cronografi della collezione PF Sport. Trattasi infatti di un calibro con funzione cronografica integrata, non modulare. Qual è la differenza? Ve la spiego subito. E non è da poco. Un movimento cronografico modulare è in origine un “solo tempo” al quale sia stato adattato in un secondo momento un modulo cronografico. Un calibro con cronografo integrato invece è nato come un tutt’uno sin dall’inizio, nella testa di chi lo ha progettato. Ne deriva una maggiore affidabilità complessiva e precisione di marcia. Oltre che un poderoso investimento economico.

    D’altronde Parmigiani Fleurier, a dispetto della sua storia piuttosto recente (esiste così come la conosciamo dal 1996), ci ha già abituati a calibri alto di gamma. Calendari perpetui con datario retrogrado, cronografi rattrapanti, esclusivi GMT con ripetizione dei minuti e GMT rattrapanti sono solo alcuni esempi. Come lo è il PF511 dei primi anni 2000 con otto giorni di carica e tourbillon, la cui gabbia compie un giro completo non in 60, ma in 30 secondi. Roba da lustrarsi gli occhi.   

    Se guardiamo i numeri alla base del PF070 ci rendiamo subito conto di essere di fronte a un pezzo di alta orologeria: 315 componenti, 42 rubini, dispositivo cronografico con ruota a colonne a innesto verticale, frequenza di funzionamento di 5 Hz e autonomia di 65 ore. L’alta frequenza fa “battere” il bilanciere del Tonda PF Sport Chronograph 36.000 volte in un’ora, quanto basta per far marciare la sfera dei secondi continui con la massima fluidità e la lancetta centrale dei secondi cronografici a passi di 1/10 di secondo. Prerogativa di precisione, quest’ultima, che si riscontra nella scala periferica sotto il réhaut, in cui ogni secondo è suddiviso in cinque tacche.

    Riguardo alla costanza di marcia, poi, il Tonda PF Sport Chronograph ha ottenuto la certificazione di cronometro rilasciata dal Cosc (Contrôle Officiel Suisse des Chronomètres). Il rotore di carica realizzato in oro 22 carati è il fiore all’occhiello di un movimento che non scende a compromessi con la qualità. L’aspetto traforato ricorda il volante a tre razze di un’auto Granturismo degli anni ’60 – la Ferrari 250 GTO per essere precisi -, mentre le finiture realizzate a mano confermano l’importanza che Parmigiani Fleurier attribuisce all’artigianalità dei suoi orologi. Il che ci porta dritti al prezzo al pubblico: 27.900 franchi svizzeri.   
     

  • Speedmaster 38, il lato glamorous di Omega

    Speedmaster 38, il lato glamorous di Omega

    Non è certo la prima volta che Omega presenta lo Speedmaster in formato ridotto. Già negli anni Novanta del secolo scorso aveva prodotto lo Speedmaster Reduced, con la cassa di 39 mm di diametro. Ma non c’è bisogno di spingersi tanto indietro nel tempo. In epoca più recente ha lanciato infatti lo Speedmaster 38, di 38 mm di diametro appunto, declinato in 14 referenze. Famosa la cosiddetta versione Cappuccino: con la cassa in acciaio e oro SednaTM, quadrante argenté dai riflessi panna e contatori color tortora, coordinati alla lunetta in alluminio e al cinturino in pelle di alligatore. Tuttora in collezione, nella versione priva di diamanti, a testimoniarne il grande successo.

    A quella prima tranche uscita nel 2017, ha fatto poi seguito una seconda nel 2020, con altri 4 modelli ad ampliare la collezione. E ora i nuovi esemplari, 8 in tutto: 4 in acciaio, 2 con la cassa in oro SednaTM e altrettanti in oro MoonshineTM, le leghe sviluppate in esclusiva da Omega. Non si tratta però di una semplice estensione di linea: piuttosto di uno step ulteriore. Un’evoluzione che prende spunto da quei precedenti e li sviluppa in qualcosa di nuovo. Al di là delle differenze fisiche, quest’ultima generazione di Speedmaster 38 colpisce per il mood inedito, quel certo non so che che li rende più preziosi, eppure non femminei, inclini alla fluidità di genere, coerenti con i gusti e la sensibilità dei nostri giorni. Soprattutto, considerate anche le modalità di lancio, ad alto tasso di glamour.

    Un lancio stellare

    Prima di tutto perché a dare un volto alla nuova collezione Speedmaster 38 sono Kaia Gerber, Han So-hee e Liu Shishi – ambasciatrici della Casa alle diverse latitudini. E poi per il grande evento internazionale organizzato a Milano lo scorso 23 aprile, in concomitanza con la presentazione degli orologi. Breve parentesi: non è stata la prima volta in cui Omega ha scelto il capoluogo lombardo per battezzare una novità a livello mondiale. A settembre 2021 fu Villa Necchi Campiglio a ospitare una cena esclusiva con invitati da tutto il mondo, in occasione del lancio dello Speedmaster Chronoscope. Questa volta invece la cornice è stata il Maka Loft al quartiere Isola, dove si sono ritrovati amici del Brand, giornalisti e influencer da ogni angolo della Terra. E c’eravamo anche noi.

    A fare gli onori di casa il Ceo Raynald Aeschlimann, accompagnato da numerose celebrità internazionali. Tra cui le ambassador Naomie Harris e Alessandra Ambrosio, gli amici del Marchio Hero Fiennes-Tiffin, Alisha Boe e Jonathan Bailey, e l’attore francese Niels Schneider. Numerose anche le stelle italiane dello spettacolo e dello sport. Tra le prime, le attrici Miriam Leone, Valentina Romani, Matilda Lutz e gli attori Stefano Accorsi e Pierpaolo Spollon, oltre al cantante Marco Mengoni. Insieme a loro, gli atleti Omega: la biathleta Dorothea Wierer, i nuotatori Federica Pellegrini e Thomas Ceccon e la campionessa paralimpica Bebe Vio. Musica e glamour sono stati accompagnati da un catering di altissimo livello creato da Carlo Cracco, anch’esso friend of the Brand. Lo chef non ha mancato di presentarsi in sala per salutare le celebrities e intrattenersi con gli ospiti.

    Luce à go-go

    Del resto, il côté glam (come direbbero i francesi) dello Speedmaster 38 è evidente fin dalla prima occhiata. Rispetto alle versioni già in catalogo, infatti, gli esemplari più attuali presentano dettagli in grado di cambiare i segni distintivi della collezione stessa, senza snaturarla. Via la caratteristica doppia lunetta del passato, per esempio. Definita dalla scala tachimetrica interna circondata all’esterno da piccoli diamanti, lascia ora il posto a un singolo giro di diamanti di grandi dimensioni, che in totale raggiungono addirittura un carato e mezzo. Di elevata qualità, con il loro fuoco sprigionano bagliori iridescenti che fanno brillare ogni orologio di luce propria.

    Quindi i tipici contatori cronografici di forma ovale, ispirati a certi modelli d’antan della collezione De Ville. I contatori, a dire il vero, sono circolari, ma si trovano inscritti all’interno di un profilo ellittico. Bene. Nei nuovi Speedmaster 38, gli estremi arrotondati sono sottolineati da due parentesi di diamanti fissati da griffe e posizionati a scalare, più grandi al centro e via via più piccoli verso le estremità, fino a diventare semplici punti metallici. Non un lavoro da poco per il maestro incastonatore… Ma di sicuro di grande efficacia, visti gli effetti luminosi creati all’interno dei contatori stessi.

    Qualcosa del genere si era già visto sullo Speedmaster 38 del 2017, nella versione dal total look bianco. Lì, però, il quadrante e i totalizzatori erano in madreperla: un materiale che dava una connotazione fortemente femminile all’orologio. Adesso invece il quadrante è interamente decorato da una finitura spazzolata soleil, che si staglia come sfondo sotto la lavorazione azuré (a cerchi concentrici) dei tre contatori. E, sotto l’incidenza dei riflessi esterni, conferisce al lay-out una luminosità diffusa, emblematica degli orologi eleganti della tradizione e priva di qualsiasi prerogativa di genere. Questo indipendentemente dal colore: verde scuro o marrone cioccolato, le due cromie che caratterizzano le ultime referenze.

    La collezione Speedmaster 38 in sintesi

    Per riassumere, dunque, gli 8 esemplari della nuova linea Speedmaster 38 si distinguono per il metallo della cassa e la tonalità del quadrante. I modelli in oro Moonshine si abbinano al quadrante verde, quelli in oro Sedna al quadrante marrone, mentre quelli in acciaio esistono in entrambe le cromie. Ciascuna variante è poi disponibile sia con il cinturino in pelle di alligatore coordinato al quadrante, sia con il bracciale Nixon nello stesso metallo della cassa. Non è questa la sede per rievocare la storia del bracciale Nixon. Ci limitiamo dunque a ricordare che ne era dotato lo Speedmaster celebrativo dell’Allunaggio donato nel 1969 all’allora Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon. Il quale dovette però rifiutare l’orologio, nel rispetto delle norme in vigore. Ma non divaghiamo…

    La presenza del bracciale o del cinturino chiaramente influisce sui prezzi, che vanno da 19.500 a 51.900 euro. Nelle didascalie in alto riportiamo le indicazioni più precise per alcuni esemplari, ma per avere il quadro complessivo è opportuno consultare l’e-commerce ufficiale, che riporta l’intera collezione. Riguardo al movimento, infine, nulla cambia rispetto ai precedenti di qualche anno fa. Oggi come ieri gli Speedmaster 38 montano il calibro Co-Axial 3330, ovviamente di manifattura. A carica automatica, è fornito di scappamento Co-Axial e spirale in silicio, e di ruota a colonne per la gestione delle funzioni crono. Ed è dotato anche di certificato ufficiale di cronometro rilasciato dal Cosc. Oggi come ieri, però, il movimento è nascosto dietro il fondello pieno, decorato con l’effigie dell’Ippocampo. Ovvero il logo storico della collezione, condiviso con la famiglia di Seamaster. Ma anche questa è un’altra storia…

  • Extra-fort Vitré, l’aggiornamento di un classico di Eberhard & Co.

    Extra-fort Vitré, l’aggiornamento di un classico di Eberhard & Co.

    Nata nel secolo scorso, per la precisione negli anni ’40, come simbolo della nuova era seguente al Secondo conflitto mondiale, la collezione Extra-Fort di Eberhard & Co. è passata indenne attraverso il nuovo Millennio e continua a crescere. Nessun timore legato al passare del tempo che, direte voi, è cosa piuttosto normale per una collezione composta da cronografi. Ma, considerando quanto il mondo è cambiato, quanto i gusti sono cambiati, il fatto che i successi di Extra Fort continuino ad arrivare, è sintomatico di un progetto rivoluzionario in origine e con basi estetiche e tecnologiche di assoluto rilievo. Di recente la Maison de l’Aigle ha presentato tre nuove referenze nella versione Extra-Fort Vitré, ossia con fondello in vetro zaffiro e movimento a vista.

    ll quadrante dell’Extra-Fort Vitré

    I tratti e le geometrie non cambiano, e rimangono inalterate anche le equilibrate proporzioni che rendono Extra-Fort a tutti gli effetti una creazione adatta a ogni polso. La cassa è in acciaio, rotonda con diametro da 39 millimetri. E si porta in dote i caratteristici pulsanti cronografici di forma rettangolare, che affiancano la corona di generose dimensioni.

    Ciò che cambia in queste tre nuove versioni di Extra-Fort Vitré è il quadrante. In primis per le colorazioni moderne e accattivanti, ma anche per una serie cospicua di dettagli che contribuiscono ad aumentare l’appeal. Percorriamolo dunque interamente, in una sorta di viaggio dalla periferia verso il centro. E notiamo innanzitutto l’immancabile scala tachimetrica racchiusa da una lunetta lavorata a specchio. Proseguendo, troviamo il primo evidente cambiamento: la scelta dei numeri romani per gli indici (applicati).

    Mentre nelle esistenti referenze l’unica cifra era il 12 in numeri arabi, qui si è creata una piacevole simmetria, con le cifre inserite alle ore 2, alle 4 (con l’originale forma additiva IIII e non quella sottrattiva IV introdotta solo nel Medioevo), alle ore 8 e alle 10. Non cambia invece la posizione della data, la cui indicazione è fornita attraverso una finestra di forma rettangolare posta alle ore 6. Anche il contatore dei 30 minuti e l’indicatore dei secondi continui rimangono immobili nelle loro abituali posizioni, ad affiancare il fulcro delle lancette Dauphine e della lancetta dei secondi cronografici.

    Le finiture accurate

    In questo spostare la vista sul quadrante, si apprezzano particolarmente le lavorazioni. Le quali da un lato consentono a ogni sezione di ritagliarsi il proprio spazio ben definito – e dall’altro, grazie all’alternanza di geometrie, regalano una piacevole sensazione di tridimensionalità. La scala tachimetrica e la parte centrale del quadrante hanno decorazione frappé a linee verticali, mentre la fascia delle ore e i due contatori hanno finitura azurée con linee circolari.

    A fornire ulteriore risalto alle lavorazioni contribuiscono le tonalità scelte a La Chaux-de-Fonds per i nuovi quadranti, che offrono una certa varietà di scelta e strizzano l’occhio a un vasto pubblico. C’è una versione completamente argenté, più sobria e a suo modo classica. Poi la cosiddetta versione panda con base argenté e contatori neri, altrettanto classica ma che richiama un gusto neo-rétro oggi di grande tendenza. Per finire con un’accattivante e inedita colorazione, in cui i contatori argenté sono associati a un azzurro deciso. Ulteriore tocco che rende questa referenza davvero particolare è il cinturino proposto in alligatore bianco, mentre alle altre due è stato abbinato il tradizionale nero.

    Un movimento celebre

    A far battere il cuore di Extra-Fort Vitrée ci pensa il movimento meccanico a carica automatica, di derivazione Eta 7750. Si tratta forse del più famoso calibro cronografico sulla faccia del pianeta, ma del quale forse non tutti conoscono la storia. A partire dal produttore: Valjoux, una fabbrica di movimenti fondata nel 1901 nella Vallée de Joux, appunto. Dopo vari passaggi di proprietà confluita in Eta, che ai nostri giorni fa parte della galassia Swatch Group.

    Il 7750 nacque esattamente 50 anni fa per mano del progettista Edmund Capt, ma entrò in regolare produzione solo a metà degli anni ’80, con il rilancio dell’orologeria meccanica dopo la crisi del quarzo. Nel tempo conobbe opportuni aggiornamenti: per esempio nella frequenza, che dagli originari 3,5 Hz (21.600 a/h) è poi passato ai 4 Hz (28.800 a/h), o nel numero dei rubini, accresciuti da 17 a 25. Ma ha sempre conservato la caratteristica costruzione “a navette”, o a camme che dir si voglia, per lo smistamento della cronografia. Grazie alla comprovata robustezza e affidabilità, è diventato uno dei più diffusi nell’orologeria elvetica.

    Nell’Extra-Fort Vitrée di ultima generazione, Eberhard & Co. ne fornisce una versione personalizzata, che si può apprezzare attraverso il vetro zaffiro del fondello. In primo piano la massa oscillante, con la denominazione del modello e l’inconfondibile “E” in colorazione blu sulla coiffe che protegge il cuscinetto. A caratterizzare l’intero movimento è la finitura perlage, utilizzata sia per la suddetta massa oscillante, sia per i ponti e la platina. Senza dimenticare le viti, anch’esse blu. Un chiaro riferimento al colore ufficiale del Marchio, ma non solo. Anche un indice della cura delle finiture di tutti i componenti – non a caso il movimento è definito soigné. Blu quindi come segno distintivo dei calibri meccanici di qualità, rimando alla grande orologeria di tradizione.

    Conclusioni e prezzi dell’Extra-fort Vitré

    Per quanto riguarda la disponibilità, i diversi modelli di Extra-Fort Vitré sono già in vendita presso i rivenditori autorizzati di Eberhard & Co. Il prezzo al pubblico di 4.150 euro appare del tutto in linea con le altre produzioni della Casa. Ma a questo punto credo piuttosto sia opportuno soffermarsi su un’ultima considerazione.

    Extra-Fort Vitré si porta nel Dna il legame di Eberhard & Co. con lo sport. La sezione cronografica e la scala tachimetrica ci portano in particolare alle discipline motoristiche e dai dettagli traspare in generale una connotazione tipicamente sportiva. Ciò non significa però trascurare l’eleganza: che, soprattutto nei nuovi colori proposti, è ancora più evidente che in passato. E rende queste referenze davvero versatili, adatte a ogni occasione.

  • Hellenyium Chrono: lo sportivo eclettico di Versace

    Hellenyium Chrono: lo sportivo eclettico di Versace

    No, il tempo non si è fermato. Versace ce lo ricorda presentando un nuovo arrivo: l’Hellenyium Chrono. Forse in queste giornate di piena estate siamo riusciti a rallentare il ritmo, persino a distrarci dall’incessante rincorsa del ticchettio. Ma anche il doveroso (per chi può permetterselo) stand-by concesso da questi giorni di sospensione richiede misura. In senso duplice: equilibrio ma anche misurazione. Perché mai come in vacanza c’è sempre un momento da immortalare, agganciandolo al qui e ora. Che sia un’immersione subacquea o una scalata in montagna, un’escursione, una gara sportiva o goliardica, una corsa, una serata dance o – perché no – un bacio appassionato. Cronometriamo. Non per sfidare gli altri e noi stessi; non per dimostrarci più bravi, più veloci… Ma per il gusto di sentirci appagati da momenti vissuti con consapevolezza, facendo ciò che ci piace, con le persone che amiamo.

    Ecco allora che un cronografo assume un ruolo particolare. Lo si può indossare in qualunque momento della giornata, soprattutto se ha un look alieno da mode, tendenze, abbinamenti o stagioni. Come il Versace Hellenyium Chrono, che ricalca le linee pulite ed essenziali dell’omonima linea già in catalogo. Perché non è un orologio estivo, ma all’estate s’ispira per i colori di punta: verde come una distesa di rigogliosa vegetazione; oppure blu come il cielo di una calda serata di luna piena. Sull’onda lunga delle collezioni di prêt-à–porter, la casa di moda milanese estende queste due tonalità al quadrante del nuovo cronografo, comunque disponibile anche in versioni più “neutre”: bianco-argento oppure nero.

    In ogni caso, il Versace Hellenyium Chrono è un orologio classico e al tempo stesso contemporaneo: linee pulite, dicevamo, arricchite da dettagli che richiamano i motivi tipici del Brand. A cominciare dalla Medusa tridimensionale a ore 12 (sopra al logo Versace), che da simbolo di bellezza femminile è diventata emblema di autorità impenitente e forza di carattere. Da notare che la presenza “imponente” della Medusa ribadisce che alle donne non sono certamente preclusi i cronografi, tradizionalmente appannaggio esclusivo degli uomini. E poi, sempre sul quadrante, ritorna anche la Greca che, come un labirinto, richiama l’idea di infinito, spezzato dagli indici.

    Un ultimo dettaglio, infine, è il bracciale a cinque file, dalle tre centrali più fitte per offrire maggior comfort al polso. In alternativa esiste anche il cinturino in pelle dagli inserti in tela, un dettaglio di stile che ben si sposa con la vocazione agonistica degli elementi funzionali: dai tre contatori alla scala tachimetrica. Cos’altro dire? Con l’Hellenyium Chrono la maison Versace ha fatto un ulteriore passo avanti nell’evoluzione di un nuovo lusso sportivo. Senza tempo. Per misurare il nostro tempo migliore.

  • I cronografi del momento: prezzi e caratteristiche

    I cronografi del momento: prezzi e caratteristiche

    Sui social capita davvero di imbattersi nelle opinioni più strampalate. Qualche giorno fa, un forumista chiedeva consiglio sull’acquisto di un cronografo: con un certo budget a disposizione (non esagerato), aveva individuato due modelli in particolare, ma era incerto sulla scelta e voleva un riscontro dalla community. “Per quella cifra io comprerei sicuramente un vintage”, gli risponde un tale. Come se i cronografi del passato fossero da preferire a quelli di oggi.

    Possiamo capire il fascino degli esemplari d’epoca: per estetica piacciono anche a noi… Ma è la meccanica che spesso e volentieri lascia a desiderare. Perché i cronografi (per definizione, sembra assurdo ma è così) sono sempre stati orologi poco precisi di default; e poi perché i metodi di produzione di una volta non erano proprio il massimo. Sta di fatto che i crono vintage montavano movimenti imprecisi e soggetti a vari problemi. Invece, nel contesto dell’orologeria industriale (cui ci riferiamo qui), la diffusa automazione ha migliorato notevolmente la qualità.

    Negli ultimi decenni l’uso di computer e robot sempre più sofisticati, i passi da gigante compiuti dalla ricerca e dalla tecnologia (si pensi agli oli), hanno molto influito sull’affidabilità di ogni singolo componente (e quindi sulla precisione complessiva). Non a caso sempre più numerose marche sono in grado di corredare i propri orologi di una garanzia di cinque anni (se non di più). Ma allora perché incaponirsi sugli esemplari del passato, quando a parità di spesa possiamo avere qualcosa di più funzionale e performante?

    A meno che non si voglia per forza un determinato modello d’antan – per motivi particolari, fissa personale o valore affettivo -, di sicuro è meglio prendere “il nuovo” piuttosto che “l’usato”. Ci siamo quindi guardati attorno per vedere cosa offre il mercato in tema di cronografi “basici” come quelli proposti dalla discussione in quel forum. Niente di trascendentale: cassa rigorosamente in acciaio e quadrante nero (molto maschile). Unica concessione: i contatori a contrasto, tipo “reverse Panda”. E, a volte, la scala tachimetrica a ribadire l’impronta sportiva.

    Ok, abbiamo ampliato il range di prezzo per dare una scelta maggiore, ma ci siamo volutamente imposti un tetto massimo di 10mila euro. Che è già un bello spendere… Ci siamo poi concentrati sulle novità di quest’anno o tutt’al più del 2020, consapevoli che l’anno scorso i negozi sono rimasti chiusi per parecchio tempo, con gli orologi “fermi” in cassaforte. E il risultato della nostra ricerca è notevole, per le caratteristiche di qualità riscontrate in generale. Impressionante, per esempio, quanti cronografi oggi abbiano un movimento con una “lunga” autonomia (quella che dura per il weekend, per intenderci).

    Rimandiamo alle prossime settimane una ricerca equivalente per fasce di prezzo superiori, in cui si trovano cronografi realizzati anche in altri materiali (come l’oro o il titanio); e dotati esclusivamente di movimenti di manifattura, magari con un surplus di complicazioni (tipo funzione flyback o sdoppiante, data panoramica e così via). Ma intanto restiamo sui modelli più essenziali e “democratici”. Date un’occhiata qui sotto e, se potete, fateci un pensierino. E comunque poi fateci sapere – tramite Facebook o Instagram – cosa ne pensate.

    BREITLING Super Chronomat B01 44
    Cassa (44 mm) in acciaio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro B01 di manifattura, con autonomia di 70 ore, cronografo con ruota a colonne, secondi continui e datario; certificato cronometro dal Cosc. Quadrante opaco con contatori argenté e azuré, indici applicati e lancette luminescenti, lunetta girevole unidirezionale con inserto in ceramica, réhaut con scala tachimetrica, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in caucciù ispirato al bracciale “Rouleaux”. 8.150 euro.

    BELL & ROSS BR05 Chrono Black Steel
    Cassa (42 mm) in acciaio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, cronografo con secondi continui e datario. Quadrante opaco con contatori azuré, numeri e indici applicati e lancette luminescenti, vetro zaffiro anche sul fondello, bracciale in acciaio. 5.900 euro.

    CORUM Admiral 42 Chronograph
    Cassa dodecagonale (42 mm) in acciaio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, cronografo con secondi continui e datario. Quadrante grené, indici applicati a forma di gagliardetti nautici, lancette luminescenti, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in caucciù. 5.600 euro.

    EBERHARD & CO. Extra-Fort Grande Taille Roue à Colonnes
    Cassa (41 mm) in acciaio, impermeabile fino a 5 atm. Movimento meccanico a carica automatica, cronografo con ruota a colonne, secondi continui e datario. Quadrante frappé con scala tachimetrica e contatori argenté e azuré, numeri e indici applicati, vetro zaffiro bombato, fondello inciso, cinturino in pelle di alligatore. 3.740 euro.

    HAMILTON Intra-Matic Chronograph H
    Cassa (40 mm) in acciaio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro H51 realizzato da Eta in esclusiva, con autonomia di 60 ore e secondi continui. Quadrante opaco con contatori azuré, indici applicati e lancette luminescenti, vetro zaffiro, cinturino in pelle. 1.895 euro.

    LONGINES Spirit
    Cassa (42 mm) in acciaio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro L6884 realizzato da Eta in esclusiva, con spirale in silicio, autonomia di 66 ore, cronografo con ruota a colonne, secondi continui e datario; certificato cronometro dal Cosc. Quadrante opaco, numeri applicati, indici e lancette luminescenti, vetro zaffiro, fondello inciso, bracciale in acciaio. 2.980 euro.

    OMEGA Speedmaster Moonwatch Professional Co-Axial Master Chronometer Chronograph 42
    Cassa (42 mm) in acciaio, impermeabile fino a 5 atm. Movimento meccanico a carica manuale, calibro 3861 di manifattura, con spirale in silicio, autonomia di 50 ore, cronografo con secondi continui e datario; antimagnetico fino a 15mila gauss. Quadrante opaco, indici applicati e lancette luminescenti, lunetta con inserto in ceramica e scala tachimetrica, vetro in esalite, fondello inciso, bracciale in acciaio. Certificato dal Metas. 6.300 euro.

    PANERAI Luminor Chrono
    Cassa (44 mm) in acciaio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, cronografo con ruota a colonne, secondi continui e datario. Quadrante opaco con struttura a sandwich, numeri, indici e lancette luminescenti, réhaut con scala tachimetrica, ponte proteggi-corona, vetro zaffiro, fondello inciso, cinturino in pelle di alligatore. 8.900 euro.

    TAG Heuer Carrera Porsche Special Edition
    Cassa (44 mm) in acciaio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro Heuer 02 di manifattura, con autonomia di 80 ore, cronografo con ruota a colonne, secondi continui e datario Quadrante grené effetto asfalto, numeri applicati e lancette luminescenti, lunetta in ceramica con scala tachimetrica, vetro zaffiro anche sul fondello, bracciale in acciaio. 5.700 euro.

    TUDOR Black Bay Chrono
    Cassa (41 mm) in acciaio, impermeabile fino a 20 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro MT5813 di manifattura, con spirale in silicio, autonomia di 70 ore, cronografo con secondi continui e datario; certificato cronometro dal Cosc. Quadrante bombato con contatori azuré, indici applicati e lancette luminescenti, lunetta con inserto in alluminio anodizzato e scala tachimetrica, vetro zaffiro bombato, bracciale in acciaio. 4.960 euro.

    ZENITH Chronomaster Sport
    Cassa (41 mm) in acciaio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro El Primero 3600 di manifattura, ad alta frequenza (36.000 A/h), con autonomia di 60 ore, cronografo al 10” con ruota a colonne, secondi continui e datario. Quadrante laccato con contatori azuré applicati, indici applicati e lancette luminescenti, lunetta in ceramica e scala tachimetrica, vetro zaffiro, cinturino in caucciù effetto cordura. 9.200 euro.

  • Gli orologi sportivi, parte 3: i cronografi

    Gli orologi sportivi, parte 3: i cronografi

    E ora mettiamo le due cose insieme: orologi sportivi più orologi subacquei e cosa ottieni? I cronografi, i cronografi a forte impermeabilità.

    Innanzitutto è bene ricordare che i cronografi sono orologi specializzati nel rilevamento di intervalli di tempo. Nascono per misurare le corse di cavalli e da lì ogni altro tipo di gara. Nessun altro tipo di orologio, quindi, merita più del cronografo la qualifica di “sportivo”. Ma c’è una controindicazione: l’attivazione delle funzioni cronometriche è vissuta dall’orologio come una improvvisa richiesta d’energia che, in estrema sintesi, rende la parte orologio molto meno precisa di quanto vorremmo.

    I cronografi, in pratica, sono eccellenti quando si tratta di rilevare un intervallo di tempo. Molto meno quando vogliamo usarli per indicare il tempo che scorre quotidianamente. Mi dirai: anche le funzioni di calendario (solo datario o altro, fino al calendario perpetuo) richiedono energia. Perché loro sì e i cronografi no? Perché quelle sono richieste d’energia piuttosto prevedibili e costanti. Le indicazioni scattano ogni 24 ore richiedendo sempre la stessa quantità d’energia. Ciò consente di intervenire sulle regolazioni per compensare con buona precisione queste “irregolarità”.

    Nessuno sa, invece, quante volte verrà azionata la funzione cronografica, per cui si procede ad una compensazione stimata, il che vale a dire approssimativa. Ciò non toglie che – in condizioni di laboratorio, si badi bene – alcuni cronografi non riescano ad ottenere dal Cosc il certificato ufficiale di cronometro, ossia di orologio particolarmente preciso. Ma stiamo parlando di condizioni di laboratorio, appunto, e questa è una delle ragioni per cui molte marche stanno cominciando a fare propri test, ritenuti più significativi. Ne riparleremo.

    E poi c’è il capitolo impermeabilità. La regola primaria è che più buchi fai in una cassa e più è probabile che l’acqua ne usi uno per farsi strada. Il comma 1.1, però, dice che se sai rendere a tenuta stagno un buco, allora li sai tappare bene tutti. Ma la Legge di Murphy dice che se qualcosa può andar male, allora andrà male. E così via. Perché, come al solito, l’impermeabilità è testata a orologio nuovo, con guarnizioni nuove e – ancora una volta – in condizioni di laboratorio. Fai passare qualche anno, un po’ di urti sui pulsanti e riparliamone…

    Per questa ragione alcuni produttori hanno seguito la strada di Rolex, che sul Daytona è stata la prima marca a serrare a vite non solo la corona di regolazione, ma anche i pulsanti crono. Questo però ne impedisce l’uso in immersione. E costringe il proprietario del suddetto cronografo a evitare, saggiamente, di attivare le funzioni cronografiche sott’acqua, di solito per vedere quanto riesce a trattenere il respiro. Una sciocchezza che può essere pagata a caro prezzo: allagamento e successiva revisione completa.

    In questo caso, quindi, il comma 1.2 dice: mai, mai e poi mai premere i pulsanti cronografici sott’acqua, anche se l’impermeabilità del cronografo è eccellente. È pur sempre un rischio, specialmente man mano che passano il tempo, gli urti e la mancata manutenzione. Compreso il cambio delle guarnizioni di tenuta. Dopodiché se volete provare a premere i pulsanti crono sott’acqua, fatelo e probabilmente vi andrà bene, perché di solito i produttori si tengono un margine di sicurezza. Probabilmente, però, per molti non è abbastanza.

     

    LOCMAN Mare Marina Militare Cassa (44 mm) in acciaio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento al quarzo con secondi continui e datario. Quadrante soileil con lo stemma della Marina Militare, lancette e indici luminescenti, fondello in titanio, cinturino in silicone soft-touch. 495 euro

    LONGINES Spirit Cassa (42 mm) in acciaio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro L.688.4 realizzato in esclusiva, cronografo con secondi continui e datario; certificato cronometro dal Cosc. Quadrante satinato soleil, lancette e indici applicati e luminescenti, vetro zaffiro, fondello inciso, cinturino in pelle di vitello. 2.980 euro.

    LOUIS VUITTON Tambour Damier Cobalt Chronograph Cassa (46 mm) in acciaio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica con secondi continui e datario. Quadrante con motivo Damier Cobalt e logo stampato, lancette e indici applicati luminescenti, vetro zaffiro, fondello inciso, cinturino in gomma bicolore, intercambiabile. 6.220 euro

    MIDO Multifort Chronograph Special Edition Cassa (44 mm) in acciaio Pvd nero, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, base Eta 7750, cronografo con secondi continui e funzione day-date. Quadrante a Côtes de Genève, indici applicati, réhaut con scala tachimetrica, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle stampa alligatore, intercambiabile. In vendita con un cinturino aggiuntivo in pelle arancione. 1.880 euro

    MONTBLANC 1858 Monopusher Chronograph Cassa (42 mm) in acciaio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, cronografo monopulsante con ruota a colonne e secondi continui. Quadrante opaco con contatori azuré, lancette e numeri luminescenti, réhaut con scala telemetrica, vetro zaffiro, fondello inciso, bracciale in acciaio. Certificato dal Montblanc Laboratory Test 500. 5.100 euro

    NOMOS GLASHUETTE Club Campus 38 night Cassa (38,5 mm) in acciaio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica manuale, calibro Alpha di manifattura, con piccoli secondi. Quadrante opaco, lancette, numeri e indici luminescenti, vetro zaffiro anche sul fondello, cionturino in pelle scamosciata. 1.200 euro

    OMEGA Seamaster Diver 300 Co-Axial Master Chronometer Chronograph Cassa (44 mm) in acciaio, impermeabile fino a 30 atm e con valvola di decompressione. Movimento meccanico a carica automatica, calibro 9900 di manifattura, con spirale in silicio, doppio bariletto, autonomia di 60 ore, ruota a colonne, cronografo con secondi continui e datario. Quadrante decorato a onde, lancette e indici applicati luminescenti, lunetta girevole unidirezionale con inserto in ceramica, pulsanti in ceramica, vetro zaffiro anche sul fondello, vracciale in acciaio. Certificato Master Chronometer. 7.500 euro

    ORIS Hölstein Edition 2020 Cassa (43 mm) in bronzo, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, cronografo con secondi continui. Quadrante placcato oro con contatori azuré, lancette e indici applicati luminescenti, ghiera girevole unidirezionale, vetro zaffiro, fondello inciso in acciaio, bracciale in bronzo. Edizione limitata di 250 esemplari. 4.600 euro

    PANERAI Submersible Chrono Guillome Néry Edition Cassa (47 mm) in titanio satinato, impermeabile fino a 30 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro P.9100 di manifattura, cronografo con ruota a colonne, due bariletti, autonomia di 3 giorni, funzione flyback e secondi continui. Quadrante grené, lancette e indici applicati luminescenti, ghiera girevole unidirezionale con inserto in ceramica, vetro zaffiro, fondello inciso, cinturino in gomma. Dedicato al campione francese di apnea. 18.900 euro

    PARMIGIANI FLEURIER Tondagraph GT Steel Cassa (42 mm) in acciaio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro PF043 di manifattura, cronografo con calendario annuale, secondi continui e grande datario. Quadrante guilloché a Clous triangulaire, lancette e indici applicati luminescenti, lunetta zigrinata, vetro zaffiro anche sul fondello, bracciale integrato in acciaio. Edizione limitata di 200 esemplari. 19.500 euro

    PATEK PHILIPPE Aquanaut Ref. 5167 Cassa (40 mm) in acciaio lucido e satinato, impermeabile fino a 12 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro 324 S C di manifattura, con secondi centrali e datario. Quadrante con motivi a rilievo, lancette, numeri e indici luminescenti, vetro zaffiro anche sul fondello, bracciale in acciaio lucido e satinato. 20.920 euro

    PAUL PICOT Crono Minoia-Morandi Cassa (43 mm) in acciaio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica con secondi continui e funzione day-date. Quadrante opaco, lancette e indici luminescenti, lunetta con scala tachimetrica, vetro zaffiro, fondello inciso, bracciale in acciaio. Edizione limitata di 100 esemplari. 3.385 euro

    PHILIP WATCH Blaze Cassa (41 mm) in acciaio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento al quarzo con secondi continui e datario. Quadrante opaco con contatori azuré, bracciale in acciaio. 445 euro

    PORSCHE DESIGN 1919 Chronotimer Flyback Blue & Leather Cassa (42 mm) in titanio sabbiato e lucidato a specchio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica con funzione flyback, secondi continui e datario; certificato cronometro dal Cosc. Quadrante grené con contatori azuré, vetro zaffiro, fondello trasparente, cinturino in pelle (la stessa degli interni delle auto). 5.950 euro

  • Riedizioni: tornano i cronografi del passato. Famosi e non

    Riedizioni: tornano i cronografi del passato. Famosi e non

    Il vintage piace. Ormai da parecchi anni, è un’affermata tendenza. Perché rassicura: nei periodi di crisi, (ri)vedere forme note e modelli famosi infonde un senso di sicurezza. Emotiva, perché calma i nervi e risulta in qualche modo consolatorio, a ricordo “dei bei tempi che furono”. Ma anche economica, perché si traduce in “spendo bene i miei soldi in qualcosa che non passerà mai di moda”. Per questo le marche di orologeria guardano sempre più spesso al passato. E, se sono di recente fondazione, producono esemplari d’ispirazione rétro. Mentre, se un passato ce l’hanno davvero, si dedicano alle riedizioni dei propri orologi d’epoca.

    Le case che hanno alle spalle una lunga tradizione, in effetti, risultano in qualche modo avvantaggiate. Vanno a scavare nei propri archivi, rieditano i successi d’antan, riprendono i progetti lasciati in sospeso e rielaborano vecchi prototipi. Tutto rivisitato con l’attuale tecnologia, cioè con la progettazione al computer e i processi produttivi offerti dalle macchine a controllo numerico. Per farla breve, con i materiali, la meccanica, le conoscenze di oggi: punti di forza che rendono i nuovi esemplari molto più precisi (e talvolta perfino fatti meglio) dei loro predecessori.

    È vero, c’è chi dice che gli originali siano sempre più belli delle moderne riedizioni. Ma come sempre qui non entriamo in merito alle questioni estetiche. Non vogliamo etichettare un orologio con giudizi soggettivi, consapevoli che l’affermazione “mi piace/non mi piace” è personale e quindi del tutto relativa. “De gustibus non disputandum”, recitava un antico adagio, a sottolineare che mettersi a discutere i gusti delle persone è solo tempo perso. (O, se preferite la versione goliardica studentesca: “Sui gusti non si sputa”, come traduceva liberamente un compagno di liceo della Fagnola 😉).

    Sta di fatto che i lanci delle riedizioni continuano a fare notizia. Se ne trovano ovunque, in ogni segmento di mercato e in tutte le tipologie: dai solo tempo ai complicati, dagli eleganti agli sportivi, dagli ultrapiatti ai subacquei fino ai pilot’s watch. Proprio per dare una coerenza tecnica a questa vetrina, ci siamo concentrati quindi sulle riedizioni di un genere ben preciso: i cronografi. Perché sono tra gli orologi più amati dal pubblico italiano, forse per quell’aria virile insita perfino nei modelli più chic; o forse perché, tra pulsanti e contatori, alludono alle conoscenze tecniche possedute implicitamente da chi li indossa.

    Che poi, a ben guardare, gli stessi cronografi non sono una categoria uniforme: ci sono i bicompax e i tricompax (cioè a due o a tre contatori); alcuni più semplici e altri arricchiti di funzioni aggiuntive come il flyback; ci sono i monopulsanti, quelli forniti delle tradizionali camme e quelli animati da una più raffinata ruota a colonne. Differenze meccaniche e costruttive che si traducono non solo in un’evidente difformità estetica ma anche in una notevole disparità di prezzi. Siamo consapevoli di non offrirvi qui un insieme organico di modelli equivalenti, ma la nostra scelta è stata come sempre dettata dalla volontà di darvi un assaggio delle riedizioni che potrete trovare nei negozi. Poi sarà il vostro orologiaio di fiducia a dirvi cosa ha già casa o cosa vi può procurare…

    Un’ultima considerazione riguardo alle riedizioni che vedete qui sotto. Abbiamo riunito una decina di cronografi: alcuni così famosi da non aver bisogno di presentazioni, altri meno noti o perfino sconosciuti al grande pubblico. Tutti però hanno fatto la storia dell’orologeria e tutti meriterebbero un approfondimento, impossibile da sviluppare in questa occasione. Per il momento ci limitiamo quindi a indicare il precedente storico di ciascuno, poche righe informative in fondo alle didascalie per soddisfare le curiosità. Ma in futuro cercheremo di dedicare a ogni singolo modello uno spazio adeguato. Promesso.

    AUDEMARS PIGUET [Re]master01 Cassa (40 mm) in acciaio e oro rosa. Movimento meccanico a carica automatica, calibro 4409 di manifattura, con 70 ore di autonomia, cronografo flyback con ruota a colonne e secondi continui. Quadrante con scala tachimetrica, vetro zaffiro anche sul fondello, doppio cinturino in pelle vitello e in pelle di alligatore. Edizione limitata di 500 esemplari, reinterpretazione del prototipo 1533 del 1943. 54.800 euro

    BLANCPAIN Air Command
    Cassa (42,50 mm) in acciaio. Movimento meccanico a carica automatica, calibro F388B di manifattura, con 36.000 A/h, massa oscillante a forma di elica, cronografo con ruota a colonne e funzione flyback. Quadrante con scala tachimetrica, ghiera girevole bidirezionale con disco in ceramica, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di vitello. Edizione limitata di 500 esemplari. Reinterpretazione del modello creato per l’U.S. Air Force negli anni ’50. 18.770 euro

    BREITLING AVI Ref. 765 1953 Re-edition Cassa (41 mm) in acciaio. Movimento meccanico a carica manuale, calibro B09 di manifattura, con 70 ore di autonomia, cronografo con ruota a colonne e frizione verticale, secondi continui e certificato ufficiale di cronometro (Cosc). Quadrante opaco, ghiera girevole bidirezionale, vetro  zaffiro, cinturino in pelle di vitello. Serie limitata di 1953 esemplari. Riedizione del Co-Pilot Ref. 765 AVI del 1953. 7.800 euro

    HAMILTON Intra-Matic Automatic Chronograph Cassa (40 mm) in acciaio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro H-31, con 60 ore di autonomia, cronografo con secondi continui e datario. Quadrante “Panda” con scala tachimetrica, vetro zaffiro, cinturino in pelle di vitello. Riedizione del Chronograph A del 1968. 1.995 euro

    LONGINES Heritage Classic Chronograph 1946 Cassa (40 mm) in acciaio. Movimento meccanico a carica automatica, calibro L895.5 sviluppato in esclusiva, cronografo con secondi continui. Quadrante opalino, vetro zaffiro, cinturino in pelle di vitello. Reinterpretazione di un esemplare del 1946. 2.930 euro

    MONTBLANC Heritage Manufacture Pulsograph
    Cassa (40 mm) in oro rosa, impermeabile fino a 5 atm. Movimento meccanico a carica manuale, calibro MB M13.21 di manifattura, cronografo monopulsante con ruota a colonne, accoppiamento orizzontale e secondi continui. Quadrante con scala pulsometrica, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. Edizione limitata di 100 esemplari. Ispirato ai cronografi Minerva degli anni ’40/’50.

    OMEGA Speedmaster Moonwatch 321 Cassa (39,7 mm) in acciaio, impermeabile fino a 5 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro 321 di manifattura, cronografo con ruota a colonne e secondi continui. Quadrante opaco, lunetta con anello in ceramica e scala tachimetrica, vetro zaffiro anche sul fondello, bracciale in acciaio. Ispirato al Moonwatch di III generazione indossato da Ed White nel 1965, durante la prima passeggiata americana nello spazio. 13.400 euro

    ROLEX Cosmograph Daytona Cassa (40 mm) in acciaio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro 4130 di manifattura, con autonomia di 3 giorni, cronografo con ruota a colonne e innesto verticale, secondi continui. Quadrante opaco, ghiera con disco in ceramica e scala tachimetrica, vetro zaffiro, bracciale in acciaio. Certificato Cronometro Superlativo, è l’erede del modello del 1965. 12.600 euro

    TAG HEUER Carrera 160 Years Silver Limited Edition
    Cassa (39 mm) in acciaio, impermeabile fino a 10 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro Heuer 02 di manifattura, con 80 ore di autonomia, cronografo con ruota a colonne e frizione verticale, secondi continui. Quadrante soleil, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di alligatore. Edizione limitata di 1860 esemplari. Riedizione dell’Heuer Carrera del 1964, realizzata per celebrare i 160 anni del marchio. In vendita da giugno, 6.300 franchi svizzeri

    VACHERON CONSTANTIN Historiques Cornes de Vache 1955 Cassa (38,5 mm) in acciaio. Movimento meccanico a carica manuale, calibro 1142 di manifattura, cronografo con ruota a colonne e secondi continui. Quadrante con scala tachimetrica, vetro zaffiro anche sul fondello, cinturino in pelle di vitello realizzato da Serapian. Riedizione della Ref. 6087 datata 1955. 42.300 euro

    ZENITH El Primero A384 Revival Cassa (37 mm) in acciaio, impermeabile fino a 5 atm. Movimento meccanico a carica automatica, calibro El Primero 400 di manifattura, con 36.000 alternanze/orarie, cronografo con ruota a colonne, secondi continui e datario. Quadrante con scala tachimetrica, vetro zaffiro anche sul fondello, bracciale in acciaio effetto “scala”. Riedizione dell’El Primero A384 del 1969. 8.300 euro