Giornale Degli Orologi
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Tag: Arnaud Chastaingt

  • Mademoiselle Privé Lion, il segno del Leone secondo Chanel

    Mademoiselle Privé Lion, il segno del Leone secondo Chanel

    Un sautoir, due manchette e un montre-bracelet. Quattro nuovi esemplari-gioiello compongono la nuova collezione Mademoiselle Privé Lion di Chanel. Che è stata presentata all’ultima edizione di Watches and Wonders Geneva, ma è così preziosa ed esclusiva da risultare perfetta per le feste di fine anno. Del resto la famiglia di orologi Mademoiselle Privé ben si presta a interpretare la magia e le atmosfere natalizie, perché è realizzata con quei Métiers d’art che fanno parte della grande tradizione orologiera. E che danno un valore aggiunto, trasmettono un calore umano capace di rendere unico ogni esemplare.

    Il Leone di Mademoiselle Coco

    Ma la collezione Mademoiselle Privé è anche quella più rappresentativa della personalità di Gabrielle Chanel. Una sorta di ritratto privato, quasi intimo, della grande couturière, che fa riferimento non solo agli oggetti da lei più apprezzati, ma anche alle sue passioni, alle sue manie, ai suoi portafortuna. «Simboli del mondo mistico di Mademoiselle Coco», li chiama Arnaud Chastaingt, Direttore dello Studio des Créations Horlogères Chanel. Ecco quindi per esempio la camelia, gli astri, il numero 5, le perle, le catene e, appunto il Leone – il suo segno zodiacale.

    Gabrielle Chanel era nata il 19 agosto e – per chi ci crede – presentava tutte le caratteristiche tradizionalmente attribuite a chi, nel tema natale, ha il Sole nella grande costellazione dell’emisfero Nord. Ma, soprattutto, lei stessa era affascinata dall’astrologia: donna superstiziosa, era fermamente convinta dell’influenza delle stelle sul destino umano. Perciò amava circondarsi di suppellettili e complementi d’arredo a forma di leone – tuttora presenti nello studio di rue Cambon. Non a caso, poi, aveva eletto Venezia a proprio luogo del cuore: tra le calli e i canali, si sentiva protetta dal simbolo di Marco evangelista.

    I bottoni di Monsieur Arnaud

    Non solo. Il Leone è parte integrante anche della moda da lei creata. Mademoiselle Coco lo aveva introdotto come soggetto degli elementi decorativi imprescindibili nei suoi celeberrimi tailleur: i bottoni dorati e lavorati a rilievo. Ed è proprio dai bottoni delle storiche giacche di tweed che Monsieur Arnaud ha preso ispirazione per realizzare i Mademoiselle Privé Bouton. Quest’anno declinati appunto nei quattro esemplari decorati proprio con l’effigie del Leone.

    Al di là della diversa tipologia di orologio, infatti, i Mademoiselle Privé Lion hanno tutti in comune la testa del regale felino. In oro giallo, scolpita a sbalzo da un maestro incisore, con una finitura lucida o completamente tempestata di diamanti taglio brillante, risalta in 3D con una straordinaria forza espressiva che cattura gli sguardi. Posta al centro del bottone, su uno sfondo d’onice, fa da cover al prezioso quadrante dei montre-à-secret, nascosto o rivelato con un semplice gesto.

    I Mademoiselle Privé Lion

    A cominciare dall’esemplare da polso, il più semplice dei quattro ma non per questo meno originale. La cassa in oro giallo e titanio nero è sottolineata da una catena, mentre il bottone è incastonato al centro di un giro di diamanti. Altri diamanti si trovano attorno al quadrante laccato nero, e sulla fibbia del cinturino in pelle di vitello effetto satin. L’orologio, impreziosito da 0.66 carati in totale, è realizzato in 555 esemplari.

    Poi ci sono i due modelli a manchette. Entrambi interamente in titanio (così da risultare leggeri e confortevoli una volta indossati al polso) rivestito di lacca nera, si distinguono per l’altezza del bracciale rigido e per la differente decorazione. Il primo è ornato da un cordoncino d’oro con diamanti, effetto passamaneria; quando si solleva il bottone, mostra il quadrante full pavé. Riunisce 196 gemme per un totale di 0.98 carati ed è disponibile in 20 esemplari. Il secondo invece è un pezzo unico: più simile a una polsiera per dimensioni, con tutti i profili sottolineati dal cordoncino in oro, ha la testa del Leone più grande e incastonata di diamanti: basta farla ruotare su sé stessa per mostrare il quadrante, anch’esso bordato di brillanti. Le 284 gemme raggiungono i 2.49 carati.

    Infine il sautoir. Dallo stile vagamente Art Déco, vede l’orologio al centro di un medaglione in oro giallo double face. Che presenta da un lato il bottone con la testa leonina e dall’altro un disco in onice sfaccettato con un “solitario” al centro. In oro giallo anche la collana, tipo rosario: formata da grani di onice sfaccettato, alternati a boule d’oro e brillanti inscritti in una montatura quadrata, si conclude con un pendente fatto da un grande briolette in onice. Qui le pietre sono 336, 7.9 i carati totali e l’edizione è limitata a 20 esemplari. In realtà riservati a poche, i Mademoiselle Privé Lion tuttavia sono oggetto del desiderio di molte. Anche di quante non sono nate sotto il segno del Leone.  

  • Chanel Wanted, la logomania diventa sempre più esclusiva

    Chanel Wanted, la logomania diventa sempre più esclusiva

    Wanted nel senso di ricercato, come nei film western. Ma anche in quello di desiderato, bramato come solo certi oggetti possono essere. Si chiama proprio Chanel Wanted la nuova collezione di orologi inventata da Arnaud Chastaingt. Una capsule collection che reinterpreta le famiglie di esemplari già in catalogo con il logo come protagonista.

    Il messaggio del logo

    L’ispirazione, è chiaro, proviene dalla “logomania”, tendenza che si è affermata con i rapper degli anni Ottanta a definire l’estetica street-style; quindi, nel decennio successivo, diffusa soprattutto nei look dei marchi del lusso. Negli anni Novanta e nei primi Duemila il logo diventa non solo una dichiarazione di stile ma anche di potere (quasi un “vesto dunque sono”). E da allora rimane come presenza ricorrente nella moda, un po’ come “un classico”, per poi tornare in auge negli ultimi anni con un nuovo significato.

    Non più ostentazione di chissà che, ma segno che rivela l’appartenenza a un gruppo, a una fashion community. Simbolo di uno stile di vita che infonde sicurezza, specie tra i giovani, perché trasmette l’idea di adesione a un brand (ri)conosciuto, alla sua storia e al patrimonio di valori portati avanti nel tempo. Non un fenomeno nuovo, neppure nell’industria delle lancette: ne parlavamo qui, qualche anno fa. In orologeria il logo diventa un segno grafico ben visibile, diretta espressione di creatività e inventiva.

    Proprio come nella nuova collezione Chanel Wanted. Che rielabora lo storico lettering, nell’ancora attualissimo restyling fatto da Jacques Helleu nel 1974 – dopo che quelle sei letterine magiche erano rimaste a lungo immutate. Ai nostri giorni diventate esse stesse un “cult” – un idolo, un feticcio – in grado di dare un valore aggiunto a qualsiasi oggetto. Di scatenare la bramosia delle fan di Chanel – e sono tante! –, capaci di qualunque cosa pur di mettere le mani su qualcosa di firmato dalla Casa della doppia C. Soprattutto se esclusivo.

    Un episodio di quotidiana follia

    E non da oggi. Vi faccio un esempio. Sfilata Chanel Autunno-Inverno 2014/15. Karl Lagerfeld trasforma il Grand Palais di Parigi in un supermarket, lo Chanel Shopping Center. Le corsie, gli scaffali, i carrelli sono stipati di prodotti d’uso quotidiano ma griffatissimi, “ricodificati in Chanelspeak” (per citare Tim Blanks di Vogue America). Tra la merce esposta, si trovano il Little Black Tea, le uova Le Noeuf de Chanel, i cereali Coco Flakes; le sac poubelle (il sacchetto della spazzatura) che diventa le sac plus belle, i cotton fioc neri etichettati come bâtonnets élégants; e ancora le latte di vernice Gris Jersey e perfino una motosega con la tipica catena Chanel. Tutto con il logo impresso in bella vista.

    Il pubblico, numeroso come al solito in quell’epoca, non pensa al significato della scenografia, negli intenti di Lagerfeld celebrazione e insieme satira del consumismo. Divertito ed estasiato allo stesso tempo, al termine dello show si lancia precipitosamente sui prodotti e cerca di accaparrarsene il più possibile, senza ritegno, per poi tentare di varcare l’uscita.

    Mi ha sempre fatto sorridere l’immagine delle chic-chissime signore vestite Chanel da capo a piedi, assatanate come “un’orda di locuste” (è sempre Tim Blanks a definirle così). Letteralmente impazzite, incuranti dell’educazione e del decoro, davvero pronte tutto pur di conquistarsi un ambito trofeo. Che poi cercano di sfuggire al personale di sicurezza piantonato davanti alle porte, e di passare inosservate con lo zerbino “Mademoiselle Privé” sotto il braccio…

    Chanel Wanted, non solo per fashion addicted

    Chiamatele come volete: Coco Girls, Chanel maniacs, Chanel addicted… Le fan della Casa sono una categoria di persone (non solo donne) di ogni età e nazionalità. E saranno proprio loro (anche se, ne sono certa, non le uniche) le prime ad apprezzare gli esemplari della linea Chanel Wanted. Irresistibilmente attratte – come api dal miele – dal lettering del logo, fulcro del processo creativo operato dal Watch Creation Studio di Chanel.

    Come scrivevo prima, infatti, Monsieur Chastaingt e compagni si sono dilettati a inserire l’inconfondibile scritta “Chanel” all’interno delle quattro collezioni di orologi più celebri della Maison: il J12, il Première, il Boy٠Friend e il Code Coco. Ciascuno in modo diverso, con il ricorso a particolari savoir-faire per rendere ogni modello unico, e ciascuno in edizione limitata, a sottolinearne l’esclusività.

    Ecco quindi il J12 Wanted de Chanel 38 mm in ceramica nera lucida con il logo a contrasto stampigliato al centro del quadrante; in contraltare, la versione da 33 mm in ceramica bianca con il marchio ossessivamente ripetuto in caratteri metallizzati. Mentre il Première presenta le lettere cubitali appese alla catena a mo’ di charms, il Boy٠Friend e il Code Coco sono decorati dal lettering applicato sul cinturino o sul bracciale.

    Per le caratteristiche tecniche, i dettagli costruttivi e i prezzi vi rimando alle didascalie. Qui concludo con un’ultima info. La collezione è completata dal coffret J12 Highly Wanted de Chanel, composto da sei modelli di Alta Orologeria in ceramica nera opaca, con il nome che risalta sul quadrante in smalto nero brillante. Acquistabili anche separatamente, ma ciascuno riprodotto solo in 5 esemplari. Ancora più esclusivi, e quindi più ambiti. Wanted, appunto.

  • Chanel Electro: un viaggio nel tempo, nei suoni e nei colori

    Chanel Electro: un viaggio nel tempo, nei suoni e nei colori

    Il tipico nero dell’orologeria Chanel ravvivato da una gamma luminosa di colori al neon. Rosa shocking, verde fluo, azzurro elettrico, giallo laser… Sfumature acide, sature e brillanti reinterpretano i “classici” della casa e li rinnovano completamente. È la caspule collection Chanel Electro, che prende nome e ispirazione dal fenomeno musicale di moda negli anni Novanta.

    Il background

    In quell’epoca si afferma infatti la musica elettronica in senso lato, prodotta con sintetizzatori o drum machine, campionamenti, loop di sequenze, ritmi ossessivi e voci metalliche. Declinata in innumerevoli generi – dall’house alla techno – e miriadi di sottogeneri – dall’electro, appunto, al French touch -, trascende però il mero ambito sonoro per diventare un’espressione artistica a 360°. Una forma di cultura in cui convergono le notti dei rave party e i video dei Daft Punk, gli anime giapponesi e la narrativa cyberpunk, i film con gli androidi e i videogiochi un po’ fantasy un po’ sci-fi.

    Si stava allora affermando un nuovo immaginario a metà fra tecnologia e fantascienza, influenzato dalla rivoluzione informatica accessibile a un pubblico sempre più vasto. «Un universo estetico radicale ed eccentrico, riflesso della vita notturna e dell’atmosfera in cui si è sviluppato», ha confermato in una recente intervista il Direttore dello Studio de Création Chanel Horlogerie, Arnaud Chastaingt. Che ha preso spunto proprio da qui per creare la mini-collezione Chanel Electro, in vendita da pochi giorni online e nelle boutique della casa.

    Il boost del lancio di Chanel Electro

    Ma non si tratta di “un’operazione nostalgia” dettata da ragioni anagrafiche del creativo; piuttosto di un’attenta sensibilità verso i trend del momento. Perché quel tipo di musica elettronica è più vivo e vitale che mai. Poco importa dell’epilogo “con botto” dei Daft Punk; un membro del loro team, Gildas Loaëc, ha fondato per esempio Maison Kitsuné, marchio di moda e lifestyle franco-nipponico, nonché label discografica che rappresenta musicisti come La Roux, Two Door Cinema Club o Digitalism. Ovvero l’élite di una nuova generazione di artisti che sta dominando le scene della musica contemporanea internazionale.

    Da parte sua, invece, la maison della doppia C ha potenziato il lancio degli orologi Chanel Electro con un’omonima playlist. Una colonna sonora composta dalla Ed Banger Records, l’etichetta parigina fondata dal dj e produttore Pedro Winter (aka Busy P.) nel 2003, tuttora promotrice dei maggiori artisti del genere. Una raccolta di brani attualissimi – firmati dallo stesso Busy P., da Boston Bun e Gaspard Augé, tra gli altri – che si possono ascoltare in streaming su Spotify, Apple Music e sulle principali piattaforme musicali asiatiche.

    Formata da cinque modelli e trasversale alle altre collezioni della Maison, Chanel Electro è una storia a sé, un unicum dalla precisa connotazione cromatica. «Il confronto tra nero e colore è al centro di questa storia. Il colore illumina il nero, la profondità del nero sottolinea il colore. L’unione è radicale e il contrasto è grafico», spiega ancora Chastaingt. «Ritmato dalla danza delle lancette, “Le Temps Chanel” vibra al suono della musica electro. Per questa collezione, J12, Première, Code Coco e Boy·Friend vengono svelati in un’atmosfera grafica, vibrante, ipnotica».

    J12 Electro

    Nero ma con un tocco arcobaleno. L’orologio più iconico di Chanel come non si era mai visto: interamente in ceramica ad alta resistenza (come sempre), ma con i numeri sul quadrante e gli indici sulla lunetta in gradazione cromatica; tonalità in successione circolare e continua, che va dal rosso al viola, passando per il giallo, il verde, il blu. Dodici sfumature che scandiscono le ore e il trascorrere del tempo.

    Due le versioni: con la cassa di 33 o di 38 mm di diametro. Ciascuna realizzata in un’edizione limitata di 1.255 esemplari. Mentre il modello più piccolo è animato da un movimento al quarzo, quello più grande monta il Calibro 12.1, sul quale ci siamo già ampiamente soffermati altrove. Qui basti ricordate le caratteristiche essenziali: meccanico a carica automatica, di manifattura, con autonomia di 70 ore e certificato ufficiale di cronometro rilasciato dal Cosc.

    Première Electro & Première Electro Box

    L’orologio storico della Maison (uscito nel lontano 1987) in passato ha già conosciuto alcuni “arrangiamenti musicali”, rock e pop. Ora ritorna con un total look nero e un cinturino a triplo giro, in cui la catena (che ricorda la celeberrima 2.55) s’intreccia con un laccio in technicolor. Anche in questo caso il passaggio cromatico è in dégradé e copre l’intera superficie della lunga, lunghissima e sottile striscia di pelle morbida. Il Première Electro è riprodotto in una serie limitata di 555 esemplari.

    Non solo. Lo stesso principio è rivisitato in chiave monocromatica, a comporre un ensemble ancora più esclusivo. Un “polittico grafico”, come lo definisce Arnaud, costituito da sette orologi, in cui ciascun Première adotta un cinturino a triplo giro di un determinato colore fluo: rosa, viola, blu, verde, giallo, arancione e rosso. L’arcobaleno creato dalla successione degli esemplari ne amplifica “l’effetto wow”. Attenzione però: il box è riservato solo a 5 fortunate.

    Code Coco Electro e Boy·Friend Electro

    Ma la capsule collection Chanel Electro non sarebbe completa senza il Code Coco e il Boy·Friend. In entrambi i casi il protagonista è il rosa shocking, che tinge il cinturino trapuntato in un violento contrasto con il nero dominante tutt’attorno.
    Oltre alla diversa tiratura limitata (255 esemplari l’uno, 55 l’altro), i due modelli hanno un’altra sostanziale differenza. Mentre da un lato il colore trasforma in modo plateale il look dell’orologio, dall’altro è più discreto.

    Nel Code Coco infatti il cinturino interamente in pelle fluo è profilato di vernice nera e cattura con audacia l’attenzione. Nel Boy·Friend invece la tonalità elettrica riveste solo l’interno del cinturino, e quando l’orologio è al polso si intravvede appena lungo il bordo. Sul quadrante spicca però l’effigie di un robot, realizzata con un pixel di diamanti. Un motivo che rimanda all’immaginario anni Novanta, all’arte digitale e alla fantasia elettronica popolata di cyborg e macchine antropomorfe.

  • Code Coco: variazioni sul tema, chez Chanel

    Code Coco: variazioni sul tema, chez Chanel

    Si chiamano Code Coco Oversize, Code Coco Leather e Code Coco So Black. Sono tre edizioni limitate che vanno ad arricchire la collezione Code Coco, lanciata nel 2017, in occasione dei 30 anni dell’orologeria Chanel. E seguono un altro esemplare uscito la scorsa primavera, il Code Coco Pixel. Insieme stanno a dimostrare non solo la fantasia dei progettisti della casa – Arnaud Chastaingt e il suo team –, ma anche la versatilità della collezione stessa. Capace di cambiare aspetto, di assumere stili diversi e intanto di acquisire nuovi significati: di far riferimento ai ricordi personali di Mademoiselle, o ai valori storici e alle tendenze fashion di Chanel.

    Un pezzo di storia del costume

    Del resto il Code Coco nasce proprio come orologio ispirato – o forse dovrei dire dedicato – alla 2.55. E qui concedetemi una divagazione, necessaria perché la 2.55 non è una semplice borsa: è “la” borsa di Chanel. Creata proprio nel febbraio del 1955 (ecco spiegato il nome), è dotata di tracolla perché la grande couturière, ormai 72enne, si dichiarava «stanca di dover tenere le borse in mano e di perderle». È rettangolare, essenziale, di pelle morbida matelassé (cioè trapuntata, a losanghe). Un decoro derivato dalle giacche dei fantini di Chantilly o dei garzoni di scuderia, che la giovane Gabrielle aveva visto quando frequentava il beau monde, parigino e non; sempre rimasto nella sua immaginazione, diventa poi un emblema della moda Chanel.

    A dispetto dello stile lineare, però, la 2.55 richiede l’impegno di sei persone, dieci ore di lavoro e centottanta passaggi di fabbricazione. E proprio come accessorio prezioso, metafora di una femminilità indipendente, diventa un riconosciuto status symbol. Ieri come oggi è la borsa preferita di attrici e celebrities, da Liz Taylor a Brigitte Bardot fino a Renée Zellweger, tanto per citarne alcune; e soprattutto è l’oggetto del desiderio della maggior parte delle donne. All’inizio è in pelle nera, ma Karl Lagerfeld la trasforma in un caleidoscopio di colori, dimensioni e materiali diversi. Ed è proprio Lagerfeld a sostituire la classica fibbia sul battente con un’altra fatta con il logo della doppia C intrecciata.

    Il Code Coco nasce da un dettaglio

    Ma quella clip tradizionale, a forma di T, fa scattare qualcosa nella mente di Arnaud Chastaingt. Diviene il nucleo di un esemplare dall’architettura inedita. Il Code Coco è costruito proprio attorno al fermaglio a barretta che ruota su se stesso; e che, applicato sulla cassa, è allo stesso tempo un elemento decorativo del quadrante e un ingegnoso sistema di chiusura. Il Code Coco infatti non si allaccia al polso con una comune fibbia (tipo ad ardiglione o déployante). Integrato a un’estremità del bracciale, ha invece un grande occhiello che, una volta avvolto l’orologio al polso, si incastra perfettamente attorno alla lunetta. Questa caratteristica rende il Code Coco non solo originalissimo nel design, ma anche estremamente pratico da indossare.

    Oltre al fermaglio della chiusura, però, il Code Coco presenta altri dettagli che qualsiasi fashionista sa riconoscere al primo sguardo. Il bracciale, per esempio, ha lo stesso motivo trapuntato della 2.55, riprodotto in orizzontale nel metallo. A me oltretutto ricorda altri due orologi storici di Chanel: il Matelassé e il Chocolat; realizzati tra gli anni ’90 e i primi 2000, da tempo non sono più in produzione, ma si possono ricondurre allo stesso gusto per gli esemplari di forma, dal bracciale fasciante e, appunto, matelassé. Infine c’è quel solitario incastonato al centro della parte superiore del quadrante, chiaro riferimento alla passione per i diamanti di Mademoiselle Gabrielle. Che non a caso intitolò proprio Bijoux de Diamants la sua prima collezione di gioielleria, datata 1932.

    Un Code Coco extralarge 

    Ma il gioco dei rimandi continua – anzi si amplia – nei tre nuovi esemplari. Il Code Coco Oversize è una manchette che veste letteralmente il polso. In assoluto più grande di qualsiasi precedente in collezione, riprende lo stile macro di certi accessori Chanel, nel recente passato come in quello più remoto. Penso ad alcune borse dell’ultimo decennio, da quella del 2013 che sembra un hula-hoop a un’altra del 2015 simile a un’enorme perla. Ma anche ai bracciali “barocchi” disegnati per lei da Fulco di Verdura, sempre negli anni ’30 – “alla schiava”, li definivano allora –, che Gabrielle sovrapponeva per amplificarne l’effetto. (Ne indossava due insieme, a coprire quasi interamente l’avambraccio: li si vede anche in numerosi, celebri ritratti di Cecil Beaton).

    La 2.55 al polso

    Mentre il Code Coco Leather è ancora più celebrativo della 2.55. Come la borsa è fatto di pelle: per la prima volta sostituisce al bracciale un cinturino matelassé, con l’identico pattern a diamante riprodotto in miniatura (anche se disposto in senso orizzontale). Oltretutto l’effetto trapuntato, pur in dimensioni ridotte, dona maggiore solidità e resistenza al cinturino stesso. E come la borsa l’orologio è foderato di pelle bordeaux. Un colore funzionale, scelto da Mademoiselle Coco per rendere più evidenti gli oggetti contenuti all’interno della borsa, e facilitarne così la ricerca; (insieme alla struttura, suddivisa in due scomparti e cinque tasche). E voluto da Monsieur Arnaud per fedeltà storica all’originale. 

    The little black watch

    Quindi il Code Coco So Black, un orologio interamente nero, come indica il nome, anche se con sfumature e riflessi diversi. Beh, qui l’attinenza è fin troppo facile: il nero era il colore prediletto da Gabrielle Chanel (insieme al bianco). Ma il ricordo delle uniformi dell’orfanatrofio di Aubergine, dove aveva trascorso l’infanzia, nelle sue mani assume una valenza rivoluzionaria. Prima di lei nessuno aveva osato vestire le donne di nero, fino ad allora colore riservato ai domestici o al lutto. Ma la sua petite robe noire, disegnata nel 1926, è destinata a cambiare irreversibilmente l’eleganza femminile. (Ancora oggi, quale donna non ha almeno un tubino nero nell’armadio?).

    Un’ultima informazione pratica: i tre nuovi Code Coco sono già in vendita. Per i dettagli tecnici e i prezzi vi rimando alle didascalie qui sopra. Qui voglio però ricordare che si tratta di tre serie limitate, quindi la disponibilità è decisamente contenuta. Anche perché ridotti sono i numeri delle tirature: ciascuno è riprodotto in 255 esemplari. Quanti, se no?

  • Mademoiselle Privé Bouton, il tempo couture di Chanel

    Mademoiselle Privé Bouton, il tempo couture di Chanel

    I bottoni fanno parte del “patrimonio spirituale” di Chanel. Segni di stile di Mademoiselle Coco, appartengono a quell’eredità trasmessa prima a Karl Lagerfeld e ora a Virginie Viard. E raccolta anche da Arnaud Chastaingt, Direttore del Watch Creation Studio di Chanel, che li ha posti al centro dei nuovi Mademoiselle Privé Bouton. Sette esemplari-gioiello dalla forma insolita: «Ho sognato un bottone come un orologio. Ho sognato di scucire la manica da una giacca e di lasciare solo il polsino, con il bottone e l’asola», ha spiegato Monsieur Chastaingt. Secondo cui si tratta di «creazioni audaci nel mondo delle lancette, ma una mossa ovvia per Chanel». A riprova di quanto l’orologeria e la moda della Maison siano strettamente legate.

    Per secoli simbolo di ricchezza, i bottoni in passato erano appannaggio dei reali e dei nobili. Cesellati nell’oro o intagliati nelle pietre preziose, erano usati come decorazione, applicati soprattutto (ma non solo) alle maniche delle camicie e dei farsetti. Si dice che Francesco I di Francia ne avesse fatti cucire 13.600 su un abito di velluto nero… Fu però solo con l’invenzione delle asole, nel Cinquecento, che se ne sfruttò l’utilità: realizzati via via in materiali più poveri, a poco a poco divennero a tutti gli effetti elementi funzionali nell’abbigliamento. A recuperarne la valenza ornamentale ci pensò secoli dopo Coco Chanel, che li trasformò di nuovo in dettagli gioiello.

    Rigorosamente rotondi e dorati, i bottoni di Chanel apparvero fin dai primi tailleur di tweed, nel 1954. Probabilmente derivavano da quelli delle uniformi degli ufficiali incontrati per le strade di Vichy, dove la piccola Gabrielle abitava con la nonna, o di Moulins, dove diciottenne faceva la commessa. Sta di fatto che in ogni collezione di Mademoiselle degli anni Cinquanta si trovavano da sei a dieci modelli diversi di bottoni. Tutti color oro, talmente splendenti che talvolta, sui set fotografici o durante le sfilate, si dovevano annerire per limitarne la luminosità (per interventi rapidi si ricorreva perfino al mascara).

    Sui bottoni Mademoiselle trasferiva il proprio immaginario: sbalzati al centro, li faceva decorare con i suoi portafortuna e li trasformava in magici amuleti. Autentici bijoux che raffiguravano teste di tartaruga o di leone, fiori, trifogli e foglie di acanto, fino alle sue iniziali intrecciate. E proprio da questi temi, sintetica espressione dell’universo estetico di Gabrielle Chanel, ha preso spunto Arnaud Chastaingt per comporre i Mademoiselle Privé Bouton. Una collezione di montre-à-secret costruiti come polsini dell’emblematica giacca, chiusi da strategici bottoni gioiello.

    “Bottoni” a forma di perla, di camelia, di testa di leone, di croce bizantina, in oro e diamanti… C’è perfino il ritratto di Mademoiselle, inciso in un cammeo, a sottolineare gli aspetti scaramantici della sua personalità. È il «mondo mistico di simboli» di Coco Chanel, come lo definisce Arnaud Chastaingt. Ma in realtà non si tratta di semplici bottoni: basta sollevarli per scoprire il piccolo quadrante interamente tempestato di brillanti. «Prima lo stile, poi il tempo – se ne avete voglia, oppure no!», ha commentato Monsieur Chastaingt al riguardo. «Solo Chanel conosce il segreto di questo tempo couture».

    Omaggio al mestiere della grande couturière, in effetti, i Mademoiselle Privé Bouton sembrano proprio dei polsini staccati da una tipica little black jacket di Chanel. Cinque modelli su sette sono fatti con un alto bracciale di tweed, nero con trame d’oro: lo stesso tweed già utilizzato anche per i cinturini del Boy·Friend. E lo stesso tweed dei celebri tailleur, simile a quelli realizzati a mano sui telai di legno negli atelier di Lesage. Foderati in morbida pelle di vitello e profilati da un bordino d’oro, sempre in pelle, si possono stendere come strisce di tessuto, per cogliere l’esatta corrispondenza dell’orologio-bottone da un lato e della chiusura ad asola all’estremità opposta. Struttura che ricorda un altro esemplare di Chanel Horlogerie: il Code Coco. Ma, per saperne di più, vi rimando alle didascalie.

    Gli ultimi due Mademoiselle Privé Bouton sono invece veri e propri pezzi di alta gioielleria, realizzati con sottili lamine d’oro. Uno annerito da un trattamento di superficie, l’altro completamente incastonato di diamanti “a neve”, riprendono il motivo della perla e della croce bizantina. Troverete informazioni tecniche più dettagliate, di nuovo, nella gallery posta in alto in questa pagina. Qui basti aggiungere che i Mademoiselle Privé Bouton sono tutti realizzati in edizione limitata (con diverse tirature, fino al pezzo unico). E sono animati da un piccolo movimento al quarzo (ovviamente di produzione svizzera). La scelta tecnica più opportuna, viste le dimensioni ridotte della cassa: 25 mm di diametro.

  • J12·20, lo stile Chanel in versione street art

    J12·20, lo stile Chanel in versione street art

    Se c’è una cosa dell’orologeria Chanel che mi ha sempre colpito, è la capacità di reinventarsi. Di saper riutilizzare gli stessi “ingredienti” di base, di dosarli e miscelarli ogni volta in modo diverso, per ottenere un risultato del tutto nuovo. Lo si vede in particolare nell’ultimo J12·20 – un esemplare in edizione limitata (anzi, quattro edizioni limitate), già in vendita nelle boutique monomarca e presso selezionati rivenditori. Che è il J12 di sempre ma con un look inedito, giocato tutto sui simboli della maison.

    Un passo indietro. Quest’anno il J12 è già uscito in altre due versioni: il J12 Paradoxe, con la cassa bianca e nera definita da un taglio netto; e il J12 X-Ray in vetro zaffiro, interamente trasparente (movimento e bracciale compresi). Perché questo 2020 segna il 20° anniversario dell’orologio creato da Jacques Helleu, ex Direttore artistico di Chanel Horlogerie, e ispirato al mondo delle automobili e delle barche. Il cui nome deriva proprio da una classe velica dell’America’s Cup dell’epoca.

    Ma qui non ho intenzione di dilungarmi sulla storia del J12, né di ripercorrere le infinite variazioni sul tema in cui è stato declinato nelle due decadi scorse. Magari ne riparleremo in un altro momento. Ora è la volta del J12·20, terzo modello dell’anno (e siamo solo in giugno), dedicato appunto alle celebrazioni dell’emblematico esemplare. Un’autentica icona (mi ripeto: l’ho già scritto in tante occasioni) non solo di Chanel ma di tutta l’orologeria del Terzo Millennio. Perché è stato capace di fare della ceramica un materiale nobile, metafora di modernità e di tecnologia.

    Come sempre realizzato in ceramica ad alta resistenza, il nuovo J12·20 però è diverso dai tanti, innumerevoli precedenti. Ha infatti la cassa e il quadrante decorati da segni e disegni “pop”. Doodle, verrebbe da chiamarli. Veri e propri pittogrammi, dai tratti semplici e un po’ naïf – a metà fra il tatuaggio e il fumetto – che ritraggono gli elementi costitutivi dell’universo di Mademoiselle Coco. E, in sintesi, l’essenza stessa dello stile Chanel. Una grafica che raffigura un mondo, il non plus ultra dello chic sintetizzato in un’estetica da street art.

    In quei disegni, immediatamente riconoscibili a colpo d’occhio (almeno dalle Chanel addicted e dalle esperte di moda), si ritrovano quindi i motivi caratteristici, i capi più classici, gli oggetti cari a Gabrielle Chanel, talvolta espressione delle sue passioni e delle sue manie. Venti in tutto, per ovvie ragioni. Ecco allora la camelia, il fiore prediletto da Mademoiselle e da lei adottato fin dal 1923, oggi reinterpretato nei bijoux, nei gioielli e negli orologi.

    Quindi i diamanti, le sue gemme preferite, che utilizzò in quantità anche nella prima collezione di alta gioielleria, Bijoux de Diamants appunto, datata 1932. E la stella, uno dei cinque temi di quella collezione: il cui pezzo più celebre è il preziosissimo collier a forma di cometa, alla base anche della recente (e omonima) linea di gioielli. Oppure la croce maltese, che rimanda alla storia del Mediterraneo (alla Repubblica marinara di Amalfi, ai Cavalieri di San Giovanni); altrimenti detta croce bizantina, richiama gli alti bracciali rigidi e le spille disegnate insieme a Fulco di Verdura, sempre negli anni ’30 del secolo scorso.

    Ancora, l’orologio Première, prima escursione della maison nell’orologeria (1987), con la cassa ottagonale derivata dal perimetro di place Vendôme, a Parigi; uno dei “luoghi del cuore” di Gabrielle Chanel, che vi trascorse buona parte della propria vita. E le perle, compagne inseparabili – quasi un amuleto – per Mademoiselle, ma anche accessori indispensabili per la donna Chanel. “Con un pull nero e dieci fili di perle ha rivoluzionato la storia della moda”, diceva di lei Christian Dior.

    Dai gioielli alla moda, tra le illustrazioni appaiono anche i pezzi simbolo del suo guardaroba. Come la giacca di tweed, quella dei celeberrimi tailleur, introdotta nel 1954 e rimasta una costante (seppur reinterpretata) in tutte le collezioni di prêt-à-porter e di Alta Moda della maison. Le scarpe bicolori, beige e nere, altra invenzione degli anni ’50, ideate per migliorare l’aspetto delle donne, perché fanno sembrare le gambe più lunghe e i piedi più piccoli. O ancora la 2.55, la borsa matelassé creata proprio nel febbraio del 1955 (da cui il nome), anch’essa declinata nel tempo in una miriade di varianti, colori e materiali. Ma sempre fornita di chiusura a battente con la fibbia girevole, diventata a sua volta sinonimo di una gestualità femminile  misurata e misteriosa.

    A proposito di femminilità, le immagini comprendono anche diversi riferimenti allo charme e agli strumenti di seduzione consigliati alle signore da Mademoiselle Coco. Per esempio il fiocco, romantico dettaglio design, ieri come oggi ricorrente nella moda della maison. Il rossetto, requisito imprescindibile nel make-up (“Metti il rossetto e attacca”: sembra fosse un suo motto). Fino al profumo, il famosissimo Chanel N°5, lanciato nel 1921 e da allora rimasto inalterato come quintessenza olfattiva di un’art de vivre à la Chanel. Il 5, oltretutto, fa riferimento alla numerologia, in cui Mademoiselle credeva fermamente. Era molto superstiziosa e si circondava di portafortuna: fra i tanti, le spighe di grano, simbolo di operosità e di abbondanza, ricompensa al duro lavoro.

    Del resto ci sono anche i suoi attrezzi del mestiere: forbici, ditale, ago e filo. Un set da cucito completato dai bottoni, oggetti funzionali che la grande couturière seppe trasformare in una vera e propria cifra stilistica. Dorati, a rilievo, decorati da foglie di acanto, tartarughe, trifogli, dalle sue iniziali o dalla testa del leone, sono l’espressione più sintetica dello stile Chanel. Proprio il Leone, il suo segno zodiacale nonché emblema di Venezia (città da lei amata), non poteva mancare tra i doodle del J12·20. Così come il viso della stessa Gabrielle Chanel, il suo ritratto immortalato con la paglietta. A ricordare che ormai la sua figura e la sua personalità sono entrate nel mito.

    Noto però con piacere che tra i simboli del J12·20 manca il logo, la doppia C: troppo scontato, forse, e la maison rifugge dall’ovvio (lo ha dimostrato più volte). Ci sono invece, incastonati qua e là senza un ordine apparente, 12 (o 20) piccoli diamanti – probabile omaggio allo stesso J12 (e al suo compleanno). Gli stessi disegni del resto sono disseminati sulla cassa dell’orologio quasi in modo casuale, come se Arnaud Chastaingt – il Direttore del Watches Creation Studio di Chanel che li ha creati – li avesse tracciati a mano libera, di getto, senza pensare. Visto in quest’ottica, il J12·20 diventa in pratica una sorta di tela, di foglio bianco pronto a ricevere i segni grafici, i graffiti (in senso letterale) dell’artista.

    E questa impressione è accentuata da due delle quattro referenze del J12·20, in cui i pattern sono localizzati in porzioni delimitate di lunetta e quadrante, rodiati sulla superficie laccata. Per saperne di più sull’intera collezione, vi rimando alle didascalie. Qui basti invece aggiungere che nelle altre due referenze, i disegni rivestono interamente “il volto” dell’orologio e sono realizzati in smalto champlevé. Diverse anche le tirature limitate: 2.020 esemplari per la prima versione, solo 5 l’altra.

    In tutti i casi, comunque (lo ribadisco), il J12·20 è sempre sé stesso, immutato e identificabile: solo più giovane e più irriverente del solito. In linea con il proverbiale spirito ribelle di Coco Chanel: una donna capace di sfidare le convenzioni e ignorare i formalismi, di abbracciare le novità e anticipare le tendenze. In questo senso il J12·20 recupera i codici più classici della casa, li reinterpreta in chiave grafica, ne fa un mix modernissimo e un po’ sfrontato. Immanente, più che mai attuale, è un J12 aggiornato con i tempi. È il tempo secondo Chanel.