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Tag: Michel Parmigiani

  • Tonda PF Chronograph Rattrapante: la lezione di Parmigiani Fleurier

    Tonda PF Chronograph Rattrapante: la lezione di Parmigiani Fleurier

    Un gigante del design come Bruno Munari sosteneva che «tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare». Non so se Michel Parmigiani abbia mai letto questa frase, ma guardando il Tonda PF Chronograph Rattrapante di Parmigiani Fleurier qualche dubbio mi viene. Un orologio che abbiamo conosciuto nel 2021 nella versione in platino e che abbiamo ritrovato lo scorso anno vestito di oro rosa. Stesso approccio minimale nel design, superbo nella meccanica.

    Michel Parmigiani si era già cimentato con il cronografo rattrapante nel 2016, una creazione nata allora per celebrare i 20 anni del Marchio. Si trattava del Tonda Chronor Anniversaire, limitato a 25 pezzi, che ospitava nella cassa in oro bianco o rosa il calibro PF361, un movimento cronografico rattrapante a carica manuale totalmente sviluppato in manifattura. Un assaggio di come Parmigiani Fleurier era in grado di maneggiare la complicazione cronometrica rattrapante.

    Che cosa sia un cronografo rattrapante (o sdoppiante, è lo stesso) non sto a riscriverlo. Quanti di voi lo sanno passeranno oltre, chi non lo conosce o non se lo ricorda darà una lettura a questo pezzo per rinfrescarsi la memoria. Posso dire che si tratta con pochi dubbi di una complicazione eccelsa, non per tutti, e che proprio per questo motivo è ancora più eccellente se resa con la semplicità d’uso e di lettura che troviamo nel Tonda PF Chronograph Rattrapante.

    Armonia di contrasti

    A prima vista, per come pare a me, ciò che salta all’occhio tenendo l’orologio tra le mani è una strana sensazione di contrasto. Tra l’opulenza della cassa e del bracciale integrato in oro rosa e l’essenzialità, quasi la nudità del quadrante. Fateci caso. Non siamo ai livelli dell’oro giallo, ma in un orologio full gold anche l’oro rosa chiama spesso quadranti e lunette ricche, gridate, opulente. Qui no. Il grido dell’oro è soffocato dal silenzio del quadrante.

    Del resto, la collezione Tonda PF incarna quel concetto di “ricco minimalismo” che il Ceo di Parmigiani Fleurier, Guido Terreni, persegue fin dal suo ingresso in azienda tre anni fa. E il quadrante grigio argento del Tonda PF Chronograph Rattrapante è una sintesi di questa visione. La sua finitura sabbiata, con una sottile texture sulla base in platino massiccio, fa in modo che si mantenga una sensazione opaca uniforme anche sulle parti incassate dei contatori, posti su un piano leggermente inferiore.

    Un’omogeneità che si ritrova anche nella periferia del quadrante, dove la scala tachimetrica è affiancata da una scala pulsometrica calibrata su 30 pulsazioni. L’anello periferico è organico all’intero quadrante non solo per la finitura sabbiata, ma anche grazie ai dodici indici in oro rosa applicati a mano che lo collegano al centro del quadrante stesso. La lavorazione sfaccettata di questi indici gioca con la luce, illuminando l’insieme dell’orologio.

    Lancette ipnotiche

    Quello che poi interessa, sul quadrante, è anche il gioco delle lancette. Premendo il pulsante sul lato cassa a ore 2 si disingaggiano le due lancette del cronografo, che partono insieme. Premendo il pulsante a ore 4, si ferma quella superiore mentre quella inferiore continua a correre. Un’altra pressione a ore 4 porta la lancetta superiore a raggiungere l’altra. Il tempo parziale viene misurato al primo stop. 

    È un giro ipnotico, forse più elegante che utile, ma è la bellezza di questa complicazione raffinata. Girando girando, le due lancette cronografiche fanno poi muovere le lancette dei contatori. Il contatore dei 30 minuti a ore 3, dei secondi continui a ore 6 e delle 12 ore a ore 9 hanno i numeri arabi e gli indici stampati in nero.

    Le lancette dei contatori dei 30 minuti e delle 12 ore sono in acciaio come la lancetta cronografica superiore; quella dei secondi e la lancetta cronografica inferiore sono placcate oro. Un modo intuitivo per distinguere le loro funzioni.

    I codici di Parmigiani Fleurier

    Detto del quadrante, la parte soft dell’orologio, diamo anche un’occhiata a quella hard, ossia all’insieme di bracciale e cassa. Quest’ultima misura 42 mm di diametro per 15 di spessore, non pochi ma comunque corretti per consentire una visione pulita delle informazioni e per incassare un movimento dall’architettura complessa. Più che le misure, quello che fa sentire al polso la presenza dell’orologio è il peso dell’oro rosa.

    La lunetta è quella caratteristica zigrinata di Parmigiani Fleurier, che presenta finiture a contrasto spazzolate e lucidate a mano. Altri dettagli di design che inseriscono il Tonda PF Chronograph Rattrapante in pieno nella tradizione del Marchio sono i pulsanti a forma di goccia per l’avvio, l’arresto e l’azzeramento del cronografo, e le anse, sempre a goccia. 

    Le anse sono lucide, una finitura che va in continuità con quella della carrure e della parte esterna del bracciale. Le maglie interne hanno invece una finitura verticale che pare allungare le forme dell’orologio. Lucida è anche la corona, sovradimensionata (ha un diametro di 7,2 mm) e dotata di un pulsante integrato per la funzione rattrapante.

    La difficoltà del Tonda PF Chronograph Rattrapante

    La difficoltà di concepire e realizzare un movimento cronografico rattrapante, torno a sottolinearlo, è pari circa a quella che comporta la creazione di una ripetizione minuti o di un tourbillon. Già farlo non è semplice, farlo anche bello è poi una ulteriore sfida. Vinta da Parmigiani Fleurier, perché il calibro PF361 che muove il Tonda PF Chronograph Rattrapante è anche esteticamente impeccabile.

    Basta girare l’orologio sottosopra e dare un’occhiata al lato B attraverso il fondello trasparente per rendersene conto. L’architettura scheletrata del calibro è a due strati e consente di vedere molte parti tecniche del movimento, una cosa non usuale nei movimenti cronografici integrati. Saltano subito all’occhio la platina e i ponti del movimento in oro rosa, anche questo un fatto non usuale, che rimanda ad altri marchi eccelsi.

    La platina ha una lavorazione satinata opaca, mentre i ponti traforati, al contrario, hanno superfici spazzolate, i bordi smussati e gli spigoli lucidati manualmente. C’è un grandissimo numero di angoli esterni e interni sui ponti, delicatamente rifiniti a mano. Le svasature delle viti e le viti stesse sono lucidate e smussate, le ruote sono rifinite con una lavorazione circolare e le parti in acciaio hanno finiture diritte.

    La bellezza è ovunque

    Parmigiani Fleurier aveva già movimenti cronografici in collezione prima del 2016, ma erano modulari. La cosa eccezionale del PF361 sta nel fatto che il Brand ha scelto di creare da zero un nuovo cronografo rattrapante, per di più integrato. Quindi assai più complesso e delicato di un normale cronografo, non tanto per il numero dei componenti, quanto in termini di precisione e regolazione.

    Il calibro PF361 è dotato di due ruote a colonne: una per attivare la normale funzione cronografica, l’altra per dividere il tempo o recuperare il tempo dell’evento cronometrato attraverso la funzione rattrapante. Le due ruote sono collegate a un innesto verticale, che garantisce il funzionamento regolare della cronografia.

    Il bariletto della spirale è decorato con la firma di Michel Parmigiani e con dei disegni a forma di goccia. Tutti elementi che concorrono al totale di 309 componenti di cui è formato il calibro PF361. Per aggiungere ulteriore eccellenza al tutto, segnalo che il movimento del Tonda PF Chronograph Rattrapante è pure ad alta frequenza, perché lavora a 36.000 alternanze/ora. In quest’ottica le 65 ore di autonomia sono quasi un prodigio. Va da sé che tale velocità aggiunge precisione alla rilevazione cronometrica, perché consente di misurare intervalli di 1/10 di secondo, rispetto a 1/8 di secondo di un classico cronografo a 28.800 alternanze.

    Tonda PF Chronograph Rattrapante: valore nel tempo

    Concludo con due luoghi comuni che si adattano a questo pezzo strepitoso di Parmigiani Fleurier e che, come spesso accade, sono anche pillole di buon senso. Uno: la qualità si paga. Due: come diceva mia nonna, chi più spende, meno spende.

    In effetti 155mila franchi pochi non sono. Perché, come penso abbiate capito, da un lato c’è qualità in abbondanza, dall’altro c’è però la certezza di mettersi al polso un oggetto fatto per durare e, magari, anche per rivalutarsi nel tempo. Di sicuro c’è la firma di un guru che, grazie alla lunga esperienza di restauratore, ha capito che in orologeria la forma vale spesso quanto la sostanza. Il Tonda PF Chronograph Rattrapante ne è la prova.

  • I calendari Parmigiani Fleurier #2. Uno specchio delle civiltà

    I calendari Parmigiani Fleurier #2. Uno specchio delle civiltà

    Ci siamo lasciati ieri parlando nel dettaglio del primo dei tre calendari Parmigiani Fleurier in platino che il brand ha presentato a Watches and Wonders 2023, in edizione limitata di tre cofanetti. Si trattava del Tonda PF Calendario Gregoriano, che noi occidentali comunemente utilizziamo, qui nella forma del calendario annuale con fasi di luna astronomiche. Come avevo anticipato, dopo il calendario annuale abbiamo un calendario completo e un calendario perpetuo.

    Il Tonda PF Xiali Calendario Cinese Completo è dedicato alla cultura del Dragone, che misura il tempo combinando un calendario solare e uno lunare. Il Tonda PF Hijri Calendario perpetuo islamico guarda invece alla cultura musulmana, che basa lo scorrere degli anni su una serie di cicli lunari.

    Le finiture del bracciale, del quadrante e della cassa sono per entrambi gli orologi le medesime del Tonda PF Calendario Gregoriano. Il diametro della cassa rimane di 42 mm mentre cambia lo spessore: 12,2 mm per lo Xiali, 11,2 per l’Hijri. Comunque incredibilmente sottili. Conviene dunque, per ciascuno dei due pezzi, concentrarsi sulle indicazioni del quadrante e sui movimenti e lasciare ulteriori descrizioni nelle didascalie. Parto dal Tonda PF Hijri.

    I calendari Parmigiani Fleurier guardano al Medio Oriente

    A differenza del calendario gregoriano, il calendario Hijri è puramente lunare. Fu introdotto dal profeta Maometto al tempo dell’Egira (o Hijra, da cui il nome), il momento in cui si traferì dalla Mecca a Medina nel 622 d.C. Segnò una rottura rispetto ai precedenti sistemi utilizzati dalle tribù arabe, alcune delle quali utilizzavano calendari lunari, altre calendari lunisolari.

    Secondo tra i calendari Parmigiani Fleurier, ecco dunque che il Tonda PF Hijri riflette gli aspetti storici delle tradizioni nomadi musulmane e delle pratiche religiose. Basato sul ciclo lunare, è organizzato in 12 mesi, ciascuno denominato in caratteri arabi in base a precetti o compiti dettati dalle stagioni o dal Corano.

    Il secondo mese, per esempio, è Safar, che si traduce più o meno come “vuoto”: in quel periodo dell’anno le case erano vuote perché i loro abitanti erano fuori, a raccogliere cibo. L’ottavo mese, Sha’ban, significa “sparso”, perché segnava il periodo dell’anno in cui le persone si disperdevano per raccogliere l’acqua. 

    Un quadrante ricchissimo

    Tutto questo è ben presente sul quadrante dell’orologio che, lo ricordo, è un calendario perpetuo e quindi tiene automaticamente conto della differente durata dei mesi anche negli anni bisestili. E non potrebbe essere diversamente, visto che il calendario islamico conta diverse eccezioni. Il ciclo lunare Hijri è di 30 anni e consiste in 19 anni comuni con 354 giorni e 11 anni abbondanti con 355 giorni. Questo perché dei 12 mesi che compongono l’anno, 6 hanno 30 giorni, 5 ne hanno 29 e uno è variabile a 29 o 30. Per cui c’è una differenza annuale da -10 a -12 giorni.

    Oltre alle ore e ai minuti, quindi, il complesso Tonda PF Hijri indica le varie informazioni su diversi contatori. Quello a ore 3 riporta i 12 mesi dell’anno in numeri: il 9° mese, il Ramadan, sacro per i musulmani, è in verde, il colore dell’Islam. Il contatore a ore 9 indica la data fino al 30. La piccola apertura all’interno segnala la differenza tra mesi di 30 e 29 giorni: se è verde, il mese è da 30. Infine il contatore a ore 12 segnala il ciclo lunare di 30 anni.

    Anche il materiale dell’orologio ha un significato culturale. Poiché il Corano istruisce gli uomini a non adornarsi con l’oro, non è stato possibile utilizzarlo per la cassa né per il bracciale. Né l’oro giallo, né l’oro rosa. Seguendo i dettami della cultura islamica, si è scelto dunque il platino e sulle fasi lunari dell’Hijri è stato usato l’oro bianco anziché quello giallo utilizzato per gli altri.

    Calibro che vince, non si cambia

    Come alcuni di voi sapranno, l’Hijri non è una novità assoluta tra i calendari Parmigiani Fleurier. È infatti stato introdotto per la prima volta in collezione nel 2019 e nel 2020 ha vinto il premio per l’innovazione nel Grand Prix d’Horlogerie de Genève. A sua volta, quel pezzo si basava sulla tecnologia che Parmigiani Fleurier aveva originariamente sviluppato per un orologio da tavolo del 2011, ispirato da un antico orologio da tasca con calendario arabo restaurato da Michel Parmigiani.

    La nuova edizione in platino armonizza l’orologio del 2019 alla trilogia di calendari perpetui sotto il profilo dell’estetica. Quella referenza era infatti diversa in quanto a colori e visualizzazione delle informazioni, pur mantenendo la medesima impostazione del quadrante. La cassa era anch’essa in platino ma più ampia, 44,5 mm, e più spessa, 14,09 mm.

    Lavorando su quell’orologio, Parmigiani Fleurier ha avuto modo di affidarsi al medesimo calibro di manifattura PF009, un movimento automatico con modulo calendario perpetuo. L’autonomia arriva fino a 48 ore e la frequenza di oscillazione è a 28.800 alternanze/ora. Le dimensioni totali di movimento e modulo insieme sono di 33,8 mm di diametro e 5,7 di spessore. Come nel calibro del calendario gregoriano, la decorazione prevede Côtes de Genève e ponti smussati, massa oscillante in platino scheletrata, lucidata e sabbiata.

    La sfida più dura per i calendari Parmigiani Fleurier

    Così come l’Hijri, anche il Tonda PF Xiali Calendario Cinese Completo non è una prima assoluta tra i calendari Parmigiani Fleurier. Lanciato all’inizio di quest’anno, ne abbiamo già scritto qui. Ragion per cui invito a rileggere almeno la prima parte di quell’articolo per capire come funziona in Cina la misurazione del tempo attraverso i calendari. In questo modo potrete intuire come mai per un orologiaio è un vero rompicapo infilarla in un orologio da polso.

    Come accaduto con il primo Hijri, anche tra questa versione dello Xiali e la precedente c’è un’importante differenza. Là era la dimensione della cassa (44,5 mm contro 42), qui è il materiale: perché dall’acciaio dello Xiali precedente si è passati al platino dell’attuale, per armonizzarlo con la trilogia dei calendari Parmigiani Fleurier. Il diametro da 42 mm è rimasto lo stesso.

    Non è cambiata nemmeno la disposizione dei contatori sul quadrante, mentre tra i due Hijri qualche differenza c’era. A ore 12 ci sono l’indicazione del nome dell’anno/animale e del relativo elemento, oltre all’associazione con il ciclo yīn-yáng. Troviamo a ore 3 l’indicazione del numero del giorno del mese (da 1 a 29 o da 1 a 30, a seconda della lunghezza del mese) e una finestrella che segnala la lunghezza di quello corrente. A ore 6 si trova l’indicazione della fase lunare, sincronizzata con il numero del giorno. A ore 9 l’indicazione del numero del mese da 1 a 12 e una finestrella con l’indicazione del mese extra-lunare, che resta vuota quando questo non c’è.

    Ottimizzare le risorse

    Anche con il Tonda PF Xiali di questa trilogia in platino, Parmigiani Fleurier ha ottimizzato gli sforzi tecnici servendosi dello stesso calibro utilizzato nell’orologio lanciato all’inizio del 2023. Parlo del calibro di manifattura PF008, che lavora a 28.800 alternanze/ora e ha un’autonomia di 54 ore.

    Qui le dimensioni totali di movimento e modulo insieme sono di 32,6 mm di diametro e 6,9 di spessore: oltre un millimetro in più di altezza rispetto all’Hijri, vista la quantità di informazioni che il calibro deve gestire, è comunque un’inezia. Anche qui, stessa attenzione alle decorazioni: massa oscillante in platino scheletrata, lucidata e sabbiata, Côtes de Genève e ponti smussati.

    Come avrete capito, il Tonda PF Xiali nasconde un meccanismo molto sofisticato che serve a visualizzare le informazioni in caratteri cinesi classici. Poiché il calendario cinese non è ciclico, la complicazione è programmata meccanicamente e copre un periodo di 12 anni, utilizzando un sistema a camme. Alla fine di questi 12 anni, l’orologio dev’essere ripristinato per un nuovo periodo equivalente.

    Durante questo periodo, l’orologio fornisce tutte le informazioni senza alcuna necessità di intervento, purché sia sempre tenuto in funzione. Se si ferma, le informazioni si ripristinano correggendo il numero del giorno e del mese con un correttore rapido, se necessario, per facilitare la rimessa in linea su lunghi periodi.

    Un omaggio culturale

    Un’informazione di servizio: il prezzo del cofanetto che comprende la straordinaria trilogia di calendari Parmigiani Fleurier non è disponibile se non su esplicita richiesta del diretto interessato. Detto ciò, penso abbiate capito che con questo sforzo meccanico la Maison abbia prima di tutto voluto compiere una operazione culturale. Lo ha fatto mettendo a disposizione il proprio savoir-faire e la propria perizia tecnica.

    Credo quindi che il modo migliore per chiudere la mia carrellata sia quello di prendere in prestito le parole di Guido Terreni: «La storia dell’orologeria è strettamente intrecciata con la storia della civiltà umana e riflette i progressi della tecnologia e i mutevoli valori culturali delle diverse epoche. Pertanto, l’orologeria è un’espressione culturale, poiché i calendari sono lo specchio delle civiltà, rappresentano per Parmigiani Fleurier un segno di rispetto multiculturale. Vogliamo interpretare le caratteristiche di una società creando un orologio che integri tutte le informazioni permettendoci di comprenderne l’organizzazione e la storia».

  • I calendari Parmigiani Fleurier #1. Un ponte fra culture

    I calendari Parmigiani Fleurier #1. Un ponte fra culture

    «Venite, scendiamo e confondiamo il loro linguaggio, affinché l’uno non capisca il parlare dell’altro». Sono le parole che, secondo la Bibbia, Dio avrebbe pronunciato prima di punire l’uomo, reo di voler toccare il cielo con la Torre di Babele. Sappiamo come è finita. Oltre che per le lingue, però, alcune fette di umanità hanno qualche problemino di comprensione anche sui calendari. Ecco, con i calendari Parmigiani Fleurier prova a gettare un ponte fra tre grandi culture – occidentale, araba e cinese – che misurano il tempo con metodi diversi. E lo fa da par suo.

    I calendari Parmigiani Fleurier e la visione di Michel Parmigiani

    Non è un caso che Michel Parmigiani definisca il calendario «una complicazione orologiera affascinante, in quanto è davvero lo specchio delle civiltà». La Maison da lui fondata è di fatto l’unica a essersi cimentata con i sistemi gregoriano, arabo e cinese, in una trilogia della collezione Tonda che è un omaggio non solo all’orologeria, ma all’intera umanità.

    Sviluppati negli ultimi anni e orgoglio del Ceo Guido Terreni, i calendari Parmigiani Fleurier Tonda hanno trovato nel 2023 la migliore espressione in una speciale edizione limitata di tre cofanetti, ciascuno dei quali li include tutt’e tre. Presentati a Watches and Wonders Geneva la scorsa primavera, sono un incrocio tra cultura, civiltà e storia, una prova di Alta Orologeria cui il Marchio conferisce un significato unico.

    Oltre al fatto di leggere e misurare il tempo con specifiche differenti, i tre calendari hanno in comune anche un’altra caratteristica: il materiale di cui sono fatti. Gli orologi della trilogia sono in platino. Una scelta non casuale, perché è ormai questo il metallo scelto da Michel Parmigiani per le referenze più prestigiose del catalogo. Un segno identificativo, al pari della lunetta zigrinata e del quadrante guilloché con motivi Grain d’orge.

    Perché il platino?

    E pensare che non sempre il platino ha goduto di grande fortuna: lo si evince anche dal nome, che deriva dallo spagnolo plata e letteralmente significa “piccolo argento”, o “argento di poco valore”. Scoperto dai conquistadores in Sudamerica sul finire del XVI secolo, questo metallo bianchiccio simile all’argento all’inizio era considerato una scocciatura. Spesso era rinvenuto insieme all’oro, del quale alterava la purezza e ostacolava l’estrazione.

    Con il tempo, però, si è cominciato ad apprezzarne le caratteristiche e a utilizzarlo per realizzare monete, gioielli e anche strumenti scientifici. Ma quali sono le proprietà che lo rendono ideale anche per l’impiego nell’alta orologeria?

    Intanto il platino è resistente all’usura, all’ossidazione e alla corrosione. È amagnetico: una manna per i calibri degli orologi. È biocompatibile, non dà reazioni a contatto con il corpo umano. In più, è molto denso, pesante, ideale per chi vuole sentire bene ciò che indossa al polso. Ha un’altissimo punto di fusione ma allo stesso tempo è estremamente malleabile, facile da lavorare: basti pensare che con un grammo di platino si può ricavare un filo lungo due chilometri. Infine è raro, quindi prezioso: per produrre 30 grammi di platino, devono essere estratte circa 10 tonnellate di minerale. Quale alleato migliore per i calendari Parmigiani Fleurier?

    Il Tonda PF Calendario Gregoriano

    Comincio il racconto della trilogia dal calendario gregoriano. Siamo in Occidente, partiamo da qui, con il Tonda PF Gregorian Calendar, che in realtà è un Tonda Calendario Annuale. Un orologio caratterizzato da due complicazioni principali: la data retrograda e la fase lunare di precisione. Insieme orientano nettamente questo pezzo verso l’astronomia, con la riproduzione delle rivoluzioni della Terra intorno al Sole e in relazione alla Luna.

    Il quadrante in platino con finitura sabbiata è un vero pannello di controllo dell’anno in corso. A ore 3 si trova il contatore che indica i mesi, bilanciato a ore 9 da quello con i giorni della settimana. In entrambi, sia la parte centrale sia l’anello con le indicazioni mantengono la finitura sabbiata dell’intero quadrante, dando omogeneità visiva al tutto.

    A ore 6 c’è una delle due complicazioni protagoniste: la fase lunare di precisione. Impostata all’interno di una finestra circolare, mostra il cammino della Luna visto da entrambi gli emisferi della Terra, in modo da corrispondere alla posizione geografica di chi indossa l’orologio. Il cielo stellato in avventurina blu e i dischi della Luna in oro rosa danno un tocco di colore al quadrante, altrimenti monocromatico. 

    Le fasi lunari astronomiche

    Ma perché si chiama “fase lunare di precisione”? Non si tratta di un vezzo di Michel Parmigiani, ma di una caratteristica sostanziale presente in certi esemplari astronomici. Grazie al fatto che necessita di un’unica correzione ogni 122 anni, il sistema compensa la discrepanza tra quello che è il ciclo lunare convenzionale – 29 giorni e 12 ore – e il ciclo lunare reale. Quest’ultimo, detto anche mese sinodico, dura infatti in media 29 giorni, 12 ore, 44 minuti e 2,8 secondi: differenza che si accumula e, a lungo andare (ogni 122 anni, appunto), provoca una lunazione sfasata di un giorno in avanti. 

    Per non oscurare la precisione e la poeticità della prima complicazione, i designer di Parmigiani Fleurier hanno ideato per la seconda – la data retrograda – una soluzione ottimale. Indicato da una lancetta centrale con la punta a forma di mezzaluna, il datario è infatti disposto su un arco di cerchio alla periferia del quadrante, così da occuparne i due terzi superiori. In questo modo, la lancetta (che torna con uno scatto fulmineo all’1 allo scoccare della mezzanotte del 31) non passa mai al di sopra della finestra delle fasi lunari, per non ostacolarne la vista.

    Uno sguardo alla cassa

    La cassa del Tonda PF Calendario Gregoriano, lo avete letto, è in platino, così come la lunetta zigrinata, firma dei calendari Parmigiani Fleurier e non solo. Misura 42 mm di diametro e ha l’impressionante spessore di 11,1 mm. Perché impressionante? Provate a pensare alla quantità di componenti presenti nel calibro e a quello che significa farli stare in uno spazio così minuscolo…

    La lavorazione alterna, come spesso accade, finiture lucide (parte superiore e inferiore delle anse e lunetta) e satinate (lato cassa e lati delle anse). Gli stessi effetti sono riservati al bracciale a tre file – anch’esso in platino – ma qui sono ancora più ricercati. La satinatura è riservata alle maglie centrali mentre quelle laterali sono lucide. La finitura opaca torna sul profilo laterale del bracciale e ne accompagna la rastrematura fino alla fibbia pieghevole in oro bianco. Basterebbe questo a definire l’attenzione che Parmigiani Fleurier ha riservato al Tonda PF Calendario Gregoriano.

    Un calibro degno dei calendari Parmigiani Fleurier

    Arrivo infine al calibro, che nel caso del Tonda PF Calendario Gregoriano è il PF339, un movimento di manifattura a carica automatica con, appunto, calendario annuale retrogrado e fasi lunari di precisione. Il calibro lavora alle canoniche 28.800 alternanze orarie e ha un’autonomia di 50 ore circa a carica completa. Prestazione interessante, alla luce delle tante indicazioni che la meccanica dell’orologio è chiamata a mostrare.

    Come detto, l’unica correzione delle fasi lunari avviene ogni 122 anni. Il calibro, però, non riconosce la diversa durata del mese di febbraio (proprio perché è un calendario annuale, non perpetuo), per cui è necessaria una regolazione manuale una volta all’anno. Tutte le regolazioni dei contatori e della data retrograda possono essere effettuate utilizzando i pulsanti discretamente incassati nella carrure.

    Parmigiani Fleurier ha sviluppato il calibro PF339 a partire dal calibro automatico PF331, dotandolo di un modulo aggiuntivo per il calendario annuale retrogrado e le fasi lunari di precisione. La caratteristica principale del movimento è il doppio bariletto montato in serie, che stabilizza la distribuzione dell’energia così da trasmetterla all’organo regolatore in modo costante. Naturalmente anche il grado di finitura è ai massimi livelli: Côtes de Genève e ponti smussati, massa oscillante in platino scheletrata, lucidata e sabbiata. Un gran bel pezzo dunque, che costituisce il primo orologio dei tre calendari Parmigiani Fleurier dedicati alle grandi culture del mondo. Per i prossimi due, Hijri (mondo arabo) e Xiali (Cina), vi do appuntamento a domani.

  • Guido Terreni e “l’orchestra” Parmigiani

    Guido Terreni e “l’orchestra” Parmigiani

    Parlare con Guido Terreni non è mai banale. Il Ceo di Parmigiani Fleurier è uno dei pochi manager dell’orologeria con un’idea di prodotto che è anche, soprattutto, un’idea di futuro. Il suo è un approccio al mercato e all’industria indirizzato da una visione lucida e netta, riflessa nella chiarezza degli orologi che l’azienda ha cominciato a realizzare dal momento del suo arrivo, un paio di anni fa.

    Una visione che non prescinde dai valori che Michel Parmigiani ha trasmesso a Terreni e che lui ha fatto propri con una rapidità e una facilità che non mi stupiscono, conoscendo la persona. Con lui, a Watches and Wonders, ho fatto una bella chiacchierata, piena di spunti preziosi che mi piace condividere con voi.

    Michel Parmigiani ama dire che non bisogna pensare che in orologeria sia già stato inventato tutto. E allora, che cosa manca da inventare?
    Tantissimo. Abbiamo progetti in cantiere fino al 2029 e quello di quest’anno è il Minute Rattrapante, una prima mondiale. La nostra filosofia è quella di pensare al futuro. Ciò che ho sempre fatto nella gestione dell’orologeria è utilizzare l’arte meccanica per creare qualcosa che sia proiettato in avanti. L’industria ha un po’ rallentato sotto questo aspetto, perché negli ultimi 20-30 anni abbiamo visto molti orologi che sono riedizioni di se stessi e questo per me non è interessante. Siamo forse l’unica categoria merceologica in cui nove prodotti su dieci non sono stati disegnati dalla nostra generazione. Certo, questo è anche un valore, perché poter dare a un prodotto un ciclo di vita praticamente infinito è affascinante, ma ogni pietra miliare del nostro settore al momento della sua uscita era di rottura, innovativa: non vedo perché non si possa continuare a fare questo.

    Gli orologi Parmigiani sono capolavori di sottrazione. Togliere il più possibile per arrivare all’essenziale. Come ci riuscite?
    È una mia fissazione. Io penso che il superfluo non serva a nulla. In un orologio come il Tonda PF – che è apparente semplicità, perché in realtà non è per nulla semplice – la bellezza di un disegno minimalista è stata la cosa più difficile da ottenere. Ma non è minimalismo brutale, come poteva essere un certo purismo del secolo scorso. La semplicità è una questione di misura e la misura è una questione di gusto. Esiste una componente emotiva e razionale nel design per la quale non c’è una ricetta ma solo sensibilità, la coerenza di ciò che stai facendo. Per essere interessante devi sapere quando fermarti nel momento in cui togli e sapere che cosa tenere.

    Come il GMT Rattrapante dello scorso anno?
    In quell’orologio abbiamo operato la rivisitazione di una funzione molto comune, senza seguire un libro già scritto ma partendo dal concetto di una funzione che quando non ti serve non c’è. Per ottenere questo risultato, in Parmigiani dovevamo non mettere delle cose che spesso in un GMT ci sono. Se vuoi avere l’esperienza di un orologio che quando non viaggi è un due lancette pulito ed elegante, non puoi avere funzioni superflue sul quadrante. Quindi le tolgo per puntare al bello e alla facilità d’uso. È una questione solo di equilibrio e gusto. 

    Tempo fa mi raccontasti di aver passato i primi mesi in Parmigiani a studiare. Che cosa hai imparato?
    In realtà ho iniziato a studiare il marchio tre mesi prima di entrare in azienda e ho imparato un sacco di cose. Ho potuto respirare i valori di Michel grazie al solo fatto di averlo presente tra noi, anche se con un ruolo non operativo. Questi valori sono due, molto forti, e sono il fondamento della marca. Uno è un patrimonio culturale enorme. Michel Parmigiani è un’enciclopedia vivente, non solo di nozioni ma anche di capacità di gestire l’arte meccanica in tutte le fasi della sua storia. Un quadrante del ‘700 da restaurare necessita di tecniche diverse da uno del ‘900 e lui le padroneggia tutte. Ha una conoscenza di una profondità incredibile.

    E il secondo?
    Il secondo è legato al primo, è la non ostentazione. Chi restaura lavora sul lavoro di qualcun altro, per cui la sua mano deve sparire; significa che hai competenze e capacità enormi, però il tuo ego non deve essere visibile. 

    Understatement come quello dei vostri orologi. E dei vostri clienti.
    Un cliente Parmigiani ama possedere un oggetto colto, raffinato, rifinito ai massimi livelli ma non ostentato. È un cliente discreto, perché il vero lusso non è mostrare il proprio potere d’acquisto ma avere la consapevolezza di ciò con cui ci si accompagna. Quindi è cultura del prodotto in generale, non solo dell’orologio. Un cliente educato al bello e alla capacità di goderne, non lo fa in piazza ma in privato. Questo è il nostro cliente, perché il vero lusso è dietro le quinte.

    Questa filosofia vi aiuta anche in mercati dove invece l’ostentazione è un valore?
    Fortuna vuole che questo tipo di persona è trasversale alle culture, anche in mercati nuovi come la Cina, dove ho avuto modo di incontrare collezionisti raffinatissimi, anche più formali di noi. Sono curiosi, cercano marchi meno conosciuti e lo fanno con competenza. Sono molto attratti dagli indipendenti e da chi ha uno stile che non è stravagante, ma che ha quella singolarità nella proposta che lo rende interessante.

    Dove finisce il Ceo e dove inizia il creativo in Guido Terreni?
    Per come intendo il ruolo del Ceo, io sono un direttore d’orchestra che però scrive anche la musica ogni tanto. Non posso però essere anche l’interprete, ho bisogno di persone che suonino a tempo, che interpretino le emozioni che cerchiamo di sviluppare. Tutto questo ha necessitato un periodo di focalizzazione su ciò che, come Parmigiani, avremmo voluto fare e avremmo voluto essere. Il credo di questa nuova direzione è stato difficile all’inizio, ma ora siamo allineati. Ormai penso che sia chiaro a tutti qual è il nostro messaggio in orologeria. 

    Che cosa ti manca da imparare ancora in Parmigiani?
    Moltissime cose, perché è una storia appena iniziata, è il rinascimento di un marchio che deve durare nel tempo. Siamo stati tutti sorpresi, io per primo, dalla rapidità dell’apprezzamento verso di noi. Per il GMT Rattrappante dello scorso anno abbiamo sette volte la domanda rispetto a quello che abbiamo messo in produzione. La dimensione di questa domanda rispetto a ciò che immaginavamo un anno fa è frutto della creatività, del desiderio che c’è attorno alla marca. Il rovescio della medaglia è che si è creato questo desiderio e si è un po’ frustrati perché i clienti devono attendere il loro orologio per alcuni mesi.

    Un problema comune a tanti marchi, purtroppo…
    È un aspetto non facile da gestire, dobbiamo imparare a essere più vicini ai nostri clienti finali in attesa, far loro capire che cosa comporta, in termini di filiera e di investimenti industriali, dover accelerare la produzione. Mettere tutto in sincronia nella supply chain o nella produzione è molto complesso, è un lavoro di organizzazione produttiva che stiamo cercando di gestire nella maniera meno problematica possibile. Dobbiamo migliorare anche la capacità di dire esattamente a un cliente in attesa quando arriverà il suo orologio.

    Non è che poi a forza di aspettare, certi clienti mollano il colpo?
    Un’altra cosa che dobbiamo fare è proprio continuare a mantenere la desiderabilità nel lungo periodo. Non ci interessa avere triplicato il business in tre anni: è bello, ma è un punto di partenza, non di arrivo. E poi un cliente come il nostro va continuamente stimolato e interessato. L’asticella si alza ogni anno di più, creando prodotti che non si devono cannibalizzare. Ciò che ho fatto in passato deve rimanere interessante, in modo da dare un’offerta il cui contenuto orologiero continui a essere al cuore di quello che realizza Parmigiani, in una maniera molto fresca.

    Un esempio di questa freschezza, Guido Terreni lo aveva raccontato qualche tempo fa direttamente ad Augusto Veroni, parlando del Tonda PF Automatic da 36 mm. Un orologio reinventato da Parmigiani in una dimensione di cassa che ne ha reso le proporzioni ancora più equilibrate, con un dettaglio prezioso. Sono i diamanti taglio baguette che costituiscono gli indici, nelle versioni Warm Grey e Deep Ruby, quest’ultima premiata al GPHG 2022 nella categoria Ladie’s Watch.

    Una scelta e una lavorazione non banali, che Terreni spiegava così a Veroni: «La forma rettangolare riproduce lo stile degli indici della collezione e in base a questa disegniamo la baguette. Usare un diamante taglio baguette costa due volte e mezzo un diamante rotondo, ma non è il prezzo che conta. La baguette è giusta per quello stile, per quell’orologio. L’abbiamo chiamata “baguette misteriosa” perché abbiamo usato la tecnica del sertissage invisibile, con il quadrante che funge da binario. Dentro di esso viene fatta scorrere la baguette, tagliata apposta solo nella sua parte non visibile. Nessuno l’aveva fatto prima per gli indici, infatti c’è un brevetto che stiamo depositando. In questo tipo di affichage non è più la griffe che tiene la pietra ma è come se la pietra disegnasse l’indice, rispettando lo stile dell’orologio».

    Se non è coerenza questa…

  • La Rose Carrée: Parmigiani Fleurier fra arte e restauro

    La Rose Carrée: Parmigiani Fleurier fra arte e restauro

    Qualche tempo fa, sentendomi con Guido Terreni sono stato avvisato che stava per uscire una “bomba”, qualcosa di eccezionale. Pensavo ad una nuova collezione, a varianti sul tema della bellissima collezione precedente. Pensavo banale.
    Per celebrare il 25° anniversario di Parmigiani Fleurier, Michel Parmigiani e Guido Terreni – rispettivamente fondatore e Ceo di Parmigiani Fleurier – hanno deciso di realizzare un orologio in equilibrio fra il passato (il restauro di un grande movimento) e il presente dell’arte applicata all’orologeria. La Rose Carrée, questo il nome.

    Un orologio sul quale sarebbe giusto scrivere un intero libro, che intitolerei appunto “Parmigiani Fleurier fra arte e restauro”. Ma io faccio il giornalista e non lo scrittore di libri, anche se qualcosa ho scritto. E come giornalista mi limito a tagliar corto per tracciare una sorta di indice dei capitoli e degli argomenti che potrebbero essere alla base del libro. Perché Guido aveva proprio ragione: quest’orologio è una bomba.

    Una bomba culturale, non commerciale. Un’operazione di sensibilità artistica, in cui alla storia dell’orologeria viene reso un omaggio ricco di amore e competenza. A quanti sono davvero interessati alla grande orologeria chiedo di seguirmi con un po’ di pazienza: alla fine credo ne sarà valsa la pena. Non per quel che scrivo, ma per quanto Parmigiani Fleurier ha scelto come proprio simbolo del 25° anniversario. Un orologio in cui il restauro si fa arte.

    Esemplare unico

    Chiariamo subito, a scanso di equivoci, che La Rose Carrée è un esemplare unico. Non replicabile. Probabilmente è già stato venduto e anche ad un prezzo molto elevato. Ma non è con queste operazioni che Parmigiani Fleurier può “far fatturato”. Direi che non ci siano dubbi: questa è un’operazione in cui conta la cultura e non si contano i soldi.

    Partiamo dal movimento, si stima realizzato da Louis-Elisée Piguet fra il 1898 e il 1904. Tu mi dirai: “E chi caspita è Louis-Elisée Piguet?”. Brevemente, ti rispondo che è un grande orologiaio nato il 13 giugno 1836 (a Le Brassus, cuore pulsante dell’alta orologeria svizzera) e morto a Losanna il 27 giugno 1924, a 88 anni. Su di lui l’esperto di orologeria Fritz Von Osterhausen ha scritto (in francese) uno splendido libro: Six générations d’horlogers de la Vallée de Joux.

    Si parte da Jacques Piguet, nato nel 1720: fu probabilmente uno degli Ugonotti emigrati in Svizzera dopo l’Editto di Fontainebleau (1685) che toglieva ai protestanti la libertà di culto. Gli Ugonotti riparati in Svizzera si erano sistemati al confine, sperando di poter tornare. Perché il loro diritto di culto veniva ogni tanto tolto e poi restituito. Sono ancora lì, sempre a pochi metri dal confine con la Francia. Furono proprio gli Ugonotti a portare in Svizzera l’Orologeria – e la maiuscola non è un refuso di scrittura.

    All’estremo opposto troviamo l’omonimo Jacques Piguet, discendente ed erede nel frattempo di quel Frédéric che aveva appunto fondato la Frédéric Piguet. Manifattura di movimenti venduta nel 1995 a Swatch Group. Bella storia, vero? Ah, tieni presente che non esiste alcun legame diretto fra Louis-Elisée Piguet e Audemars Piguet (beh sì, ha realizzato movimenti per Audemars, ma senza il diritto di firmarli); né risultano legami con quell’Albert Piguet che inventò il Lemania 27CHR C12, progenitore del movimento montato dall’Omega Speedmaster.

    Benché non si possa mai dire: la prima volta che sono andato a Le Brassus il breve elenco telefonico era per tre quarti diviso fra nomi ben conosciuti nell’orologeria (come Meylan, Audemars, LeCoultre e Piguet, appunto), quasi tutti discendenti di Ugonotti scappati dalle sanguinose persecuzioni francesi.

    Bene, ora che abbiamo sia pure sommariamente fatto i conti con un passato straordinario, passiamo ad un presente altrettanto straordinario. Che un giorno sarà anch’esso passato illustre.

    Perché un restauro e non un movimento nuovo?

    È quel che – ne sono certo – ti starai chiedendo. Visto che hanno a disposizione un Maestro dell’orologeria come Michel Parmigiani, perché “limitarsi” a un restauro? Cultura, è la mia risposta. Cultura limpida e pura come l’acqua delle montagne svizzere. Una cultura che Michel Parmigiani ha fatto propria e che Guido Terreni si sta tatuando sul cuore.

    Michel nasce proprio come restauratore e sa bene come questo peculiare lavoro possa far nascere grandi tecnici progettisti (aggiungerei François-Paul Journe, tanto per non far nomi), la cui abilità viene guidata dai Maestri del passato. Perché fare restauro con un certo spirito equivale, appunto, a farsi insegnare il mestiere dai grandi protagonisti della storia dell’orologeria.

    Questo modo d’essere Guido Terreni (ne ha parlato qui proprio lui) lo ha subito cominciato a capire. E credo che per lui La Rose Carrée abbia avuto anche la funzione d’un corso accelerato di cultura dell’orologeria e di come questa cultura possa essere applicata nell’attualità.

    Direi anche di tener presente che gli orologi da tasca non costituiscono un richiamo commerciale poi così forte. Per quanto La Rose Carrée possa avere un valore elevato, si tratta solo della frazione di quanto si sarebbe potuto ricavare da un movimento nuovo di pacca con cui realizzare una serie limitata, dalla quale far discendere orologi in normale (ma comunque limitata) produzione.

    Ma cosa è, precisamente, La Rose Carrée?

    La Rose Carrée è un orologio da tasca con grande suoneria e ripetizione minuti, basato su un movimento (numero 5802) di Louis-Elisée Piguet. Grande bilanciere da 18.000 alternanze/ora, realizzato dallo stesso Piguet, 331 componenti (perni esclusi), 27 rubini. La cassa (64 mm di diametro per 20 di spessore) è realizzata in oro bianco, come la catena.

    Una caratteristica tecnica di particolare interesse sta nella presenza di due bariletti, caricati dalla corona. Due bariletti concepiti non tanto per aumentare l’autonomia (che nella Rose Carrée è di 32 ore – soltanto, direbbe qualcuno), quanto per regolare al meglio e in modo relativamente semplice la costanza di marcia. Con una cessione d’energia anch’essa, appunto costante.

    A guardar bene, è una delle caratteristiche principali dei movimenti progettati da Michel Parmigiani. Direi che non si sbaglia a supporre si tratti di un omaggio sincero, incondizionato, a Louis-Elisée Piguet e all’eredità tecnica da lui lasciata. Un’eredità fatta di razionale “semplicità”, ma in condizioni di assoluta eccellenza realizzativa. Chi ha effettuato il restauro era sbalordito per la qualità del lavoro, eseguita con tolleranze minime pur non disponendo delle attrezzature moderne.

    Michel aveva acquistato questo calibro, senza cassa, verso la metà degli anni Novanta. Negli ultimi dodici mesi il movimento è stato restaurato al meglio e poi inciso con il motivo a quadrati concentrici sfalsati che ricorda quella Successione Aurea di Fibonacci. Saccheggiando ancora una volta l’insostituibile Treccani faccio notare che la sequenza scoperta da Leonardo Fibonacci, matematico pisano vissuto più o meno fra il 1170 e il 1240, “si presta a descrivere alcune regolarità osservabili in fenomeni naturali di crescita” specialmente nel mondo vegetale. Si vede bene quanta Italia ci sia in questo capolavoro dell’orologeria svizzera.

    Titoli di coda

    Uff, avrei avuto ancora moltissimo da dire e scrivere. E però un giornalista non deve mai approfittare troppo della pazienza di chi lo legge, per cui passo direttamente ai titoli di coda. Che sono una cosa rara, in orologeria. Tutto sembra fatto solo dai capi (e ne sapeva qualcosa lo stesso Louis-Elisée Piguet), ma Michel Parmigiani e Guido Terreni hanno voluto spezzare questa ferrea tradizione citando espressamente, anche nella cartella stampa, i protagonisti di questa avventura. Cultura, appunto, cultura onesta e trasparente.

    Anne-Laure Parmigiani, tecnico specializzato e incisore, cui si deve il coordinamento del gruppo di lavoro (sì, è la figlia di Michel).
    Anne-Marie Moser, designer.
    Francis Rossignol, restauratore.
    Christie Girel, restauratore.
    Bernard Muller, specialista di anglage.
    Laurent Jolliet, orafo che ha realizzato a mano la catena dell’orologio.
    Eddy Jaquet, incisore.
    Vanessa Lecci, artista dello smalto.
    Les Artisans Boîtier, che hanno realizzato la cassa.
    LM Cadrans, cui si deve lo spettacolare quadrante in onice.

    E se adesso non vi alzate in piedi per una “standing ovation” sbagliate in maniera umiliante. Vi fate del male.

  • Guido Terreni, Michel Parmigiani e la forza del pensiero lento – 2

    Guido Terreni, Michel Parmigiani e la forza del pensiero lento – 2

    E ora arriva il cuore del discorso. Già nella parte pubblicata ieri, Guido Terreni, attuale Ceo di Parmigiani Fleurier, accennava all’importanza di compenetrarsi nell’anima di un marchio. In questa seconda parte va oltre

    Come chiave di lettura vi prego di notare quante volte Guido Terreni ripete questo concetto, inserendo in questa “anima” anche il pubblico finale, quello dei compratori. È una visione corretta quando, come in questo caso, il compratore non viene vissuto come persona da spingere al desiderio; non viene vissuto come il tentativo di sedurre qualcuno che non ha alcuna voglia d’essere sedotto. Terreni, al contrario, considera questa persona come interlocutore essenziale per il dialogo, per la comunicazione fra Michel Parmigiani, i tecnici, i disegnatori. Ancora una volta Terreni interpreta il proprio ruolo come quello di un direttore d’orchestra. Con la modestia di chi sta ancora studiando lo spartito, certo, ma è ben consapevole che la musica è buona e il proprio ruolo è importante per farlo comprendere.

    La seconda chiave di lettura la troverete nel discorso che Guido Terreni fa sul restauro degli orologi. Sul significato dell’opera di chi restaura, forse considerando se stesso come la persona che deve appunto fare un certo tipo di restauro (sul marchio), ma nel rispetto dell’iniziale bellezza. L’opera deve essere riportata all’originale bellezza dopo una serie di interventi di qualità, certo, ma non sempre in sintonia con l’idea iniziale.
    E per poterlo fare Guido Terreni – che sarà pure il Ceo di Parmigiani Fleurier, ma è innanzitutto una persona di valore – studia, studia il marchio, studia le opere, studia il percorso compiuto dalla “leggenda vivente”, come giustamente definisce Michel Parmigiani.

    Guido Terreni: «Sai, la fortuna di essere un marchio di nicchia ha aspetti eccezionali. Vedi, superando il concetto di marketing io voglio creare una relazione più umana con gli appassionati del marchio. Più “inclusiva”, come si dice oggi. Chi vuole un Parmigiani Fleurier ha chiaramente in Michel la figura chiave del marchio. E io mi rendo conto che Michel ha ancora molta voglia di dare, che è ancora la chiave, il solista del marchio. Per questo il suo ruolo deve essere riportato in primo piano, nella vita futura del marchio. La sua eccezionale conoscenza dell’orologeria è un patrimonio trascinante, una ricchezza sincera, autentica.

    Un esempio che mi piace fare si riferisce a quando gli ho chiesto come mai lui preferisse le normali fibbie ad ardiglione rispetto alle più “pregiate” chiusure pieghevoli. Lui mi ha guardato con un sorriso appena accennato e mi ha detto che aprire il cinturino ti consente di ammirare al meglio, attraverso il vetro sul fondello, il movimento. Perché rendere la vita difficile ad una persona che conosce e vuole apprezzare la qualità del movimento? Questo la dice tutta. Io non sto vendendo un prodotto perché è la somma di aspetti preziosi che fanno tanto full-optional. No, io ti metto una normale fibbia ad ardiglione perché voglio consentirti di aprire il cinturino e osservare la bellezza del movimento, tutto il lavoro di cui è il frutto.

    Parmigiani Fleurier, è questo il punto, è un orologio per persone che hanno la cultura giusta per apprezzare una scelta di questo tipo. Sembra banale, ma ovviamente non lo è. Anzi, complica molto le cose e per questo il mio dovere è studiare. Per fortuna non devi cercare un pubblico molto più ampio, per tornare a una crescita importante. Devi però saper parlare, creare un dialogo con persone poco propense a farsi affascinare dalle promesse del marketing così com’è inteso attualmente. No, devi imparare a parlare con persone che cercano cose esclusive, oggetti che nessuno ha. Una persona un po’ snob, nel senso positivo nel termine, non che guarda nessuno dall’alto in basso proprio per far spaziare il proprio sguardo. È il suo modo di cercare e trovare oggetti non banali, di valore. Un valore che non è dato dalla cosmesi della comunicazione, ma è intrinseco nell’oggetto».

    Pane per i tuoi denti, direi. Hai sempre avuto la vocazione all’orologeria “sartoriale”. Mi sembra una combinazione molto positiva perché non ostante il marchio avesse comunque fatto orologi straordinari, ogni tanto aveva perso un po’ dello spirito originario. A proposito, tu che hai lo spirito del motociclista d’avventura, tu che hai fatto persino il giro della Patagonia in moto, hai già sperimentato i vorticosi tornanti intorno a Fleurier?

    Guido Terreni: «A dirti la verità conoscevo bene la zona già da prima di venire a lavorarci. Conosco ogni centimetro di queste valli. Non si può sperare in un paesaggio migliore e il traffico è scarso. Non è che ci siano frotte di persone che vengono a Fleurier. Le strade sono ben tenute e in moto è un piacere pazzesco. Lo consiglio vivamente.

    Chiaro, Fleurier non è certo una località mondana e piena di vita sociale, però c’è una sobrietà incredibile. Non ho ancora capito bene quale sangue giri nelle vene di questa gente… Ma c’è comunque una sensibilità al ben fatto, alla credibilità, alla cura di un’idea creativa che, del resto, è trasversale e si trasmette anche agli altri marchi basati a Fleurier. C’è un occhio di riguardo, un grande rispetto per la tradizione, ma anche il desiderio di non fare solo passato. Secondo me chi vive nel passato non sta vivendo. A me piace che il passato sia la base su cui per creare qualcosa di un po’ più fresco, ma radicato in quel che l’Unesco ha appena dichiarato patrimonio dell’umanità. L’insieme della sapienza dell’orologeria meccanica svizzera».

    E ciò riconosce all’orologeria lo status di una forma culturale, certamente, ma capace di trasformarsi in autentica opera d’arte.

    Guido Terreni: «Assolutamente sì. Un paio di settimane fa mi hanno mostrato un orologio da tavolo pazzesco, che pesava 55 chili. Raffigurava una giumenta d’argento con il suo puledrino. Azioni il meccanismo e la giumenta si muove con grande eleganza tenendosi vicina al puledrino che però ha un’andatura incerta, proprio come deve essere. E tutto questo è frutto di un lavoro meccanico in grado di farti percepire persino certe sfumature del moto. Sono oggetti che non hanno prezzo, sono opere d’arte, appunto.

    Qualche giorno fa ho seguito Michel negli archivi. Che non sono dati digitalizzati sul computer, no. Siamo andati nel solaio, con un freddo pazzesco perché non era riscaldato. Mi ha mostrato i lavori che ha fatto da quando, a 25 anni, ha iniziato la propria carriera di restauratore. 45 anni di attività. Ci sono oggetti che tolgono il fiato quando ti rendi conto di cosa si possa fare con la meccanica; ma soprattutto quando ti rendi conto che Michel ha studiato e restaurato questi oggetti. Diventando, appunto, una leggenda del restauro.

    Questo ti porta valori coinvolgenti, valori che non basta studiare in una grande scuola di orologeria. Ci vuole molto, molto di più e solo due o tre persone al mondo hanno questo patrimonio di cultura. E a ben vedere non è nemmeno solo cultura, sia pure immensa. È di più. Un restauratore deve sapersi annullare nell’opera, deve sparire per rinascere in chi l’ha creata. Deve in qualche modo trascendere nel creatore di questi pezzi eccezionali cui Michel ha restituito vita. “Restaurare”, mi ha detto Michel, “è una tensione emotiva pazzesca”. Mi vengono i brividi, a pensarci, perché un po’ comincio a comprendere.

    Una persona che lavora con lui nell’atelier di restauro mi ha spiegato: “Quando perdo una vite io la cerco con ansia. Perché se non la trovo, allora avrò bisogno di un’altra giornata di lavoro per rifarla. Non posso usarne una qualunque, magari simile all’originale. No, io devo rifarne una proprio come le faceva l’autore dell’opera. Devo rifare un originale, in un certo senso, perché fino alla fine dell’Ottocento la filettatura non era standardizzata. Ogni vite era unica, ogni filettatura diversa, e ogni orologiaio faceva la propria. Questo è il senso del restauro come me lo ha insegnato Michel”. Che non a caso ripete come sia una pressione psicologica pazzesca perché non puoi permetterti nessuna distrazione, nessun errore. “Nel restauro vivo la tensione emotiva di evitare l’irreparabile. Perché se creo l’irreparabile è finita: la mia traccia resterà visibile nel mio errore e l’oggetto non potrà più essere riportato alla sua autenticità”.

    Comprendo ora come la tecnica del restauro sia una forma di filosofia. Si tratta di tecnica applicata a un’emozione che è sopraffina, che trascende. È molto più difficile restaurare che creare, in un certo senso, perché devi seguire passo per passo il sentiero tracciato dal creatore, ma devi saperlo seguire lasciando tracce identiche e quindi invisibili. Se devi ricostruire delle componenti devi farlo impiegando le tecniche dell’epoca per annullare ogni segno del tuo passaggio. Il restauro è lo Zen della meccanica. Quando uno ha questa competenza dentro di sé, allora impara ad essere una presenza discreta, nascosta. Non è lui l’eroe. Il restauratore vive per dare un futuro ad un oggetto del passato. E quando si trasforma in creatore di oggetti, allora capisce anche come fare meccanica che un restauratore, in futuro, possa comprendere e far tornare a nuova vita».

    Il sogno di eternità – impossibile – che anima ogni grande orologiaio.

    Guido Terreni: «Certo. Dopodiché bisogna tornare con i piedi in terra e pensare anche ai numeri. Perché pure loro fanno parte del processo creativo. E allora, visto che anche a te piacciono queste cose, voglio condividere una piccola ricerca che ho fatto fare sul mercato del lusso. In particolare, il mercato degli orologi con un prezzo superiore ai 10mila franchi svizzeri equivale a solo 1,1 milioni di pezzi – sui poco meno di 14 milioni d’orologi esportati dalla Svizzera. Ma rappresenta il 68 per cento del valore complessivo. E questo è già impressionante.

    Ma se andiamo a vedere cosa vogliano dire gli orologi di prezzo superiore ai 30mila franchi svizzeri, il numero scende verticalmente: circa 250mila pezzi; ma non così il valore, che rappresenta il 40 per cento delle esportazioni svizzere in termini monetari. Questa ricerca, che ho commissionato recentemente, mi serve per comprendere meglio ogni aspetto di un segmento piccolo, ma importantissimo anche per i valori culturali che coinvolge. Sono dati, insomma, che non mi servono solo per fare considerazioni e previsioni economiche, ma soprattutto per inquadrare ancor meglio un pubblico che, in generale, è più attento. Più consapevole: sa quel che desidera. Un pubblico al quale non devi spiegare le basi, un pubblico, proprio per questo, al quale devi saper parlare in modo diverso, più mirato.

    E quando dico parlare intendo riferirmi ad una comunicazione che parte dall’orologio stesso. Dai suoi valori, dalle sue qualità. È necessario, in pratica, approfondire il lavoro per comprendere meglio questa nicchia del mercato. Siamo in un momento storico particolare. Credo che questa nicchia possa avere un futuro di grande interesse per un marchio in grado di stabilire una comunicazione positiva con questo tipo di pubblico. Trovo ci sia bisogno, in pratica, di una messa a fuoco fine sulla comunicazione. E sulla stessa ragion d’essere del marchio».

    Bisogna far percepire che si tratta di opere d’arte. E chi colleziona questo tipo di orologi deve essere a tutti gli effetti considerato un collezionista d’arte. Al netto dei fenomeni speculativi.

    Guido Terreni: «Sì, certo. E questa sua competenza coinvolge anche oggetti di uso quotidiano come gli orologi. Perché il punto è creare orologi d’arte non solo per quanto riguarda le grandi complicazioni, ma anche l’orologio che indossi tutti i giorni. In questo periodo sto cercando di definire esecuzioni che non solo rispettino la tradizione orologiera, ma si spingano a sublimare ogni singolo componente dell’orologio. Però non devi immaginare un esercizio barocco: non è questo che intendo. Non dobbiamo spingerci a un mero esercizio di tecnica fine a se stessa. Dobbiamo piuttosto usare la tecnica per dare emozioni tramite qualcosa che è certo anche difficile da realizzare, ma con il fine di uscire dalla banalità. Di offrire, indipendentemente dalla sua complicazione, anche un significato culturale.

    Sto cercando l’alchimia di un piacere sofisticato nel quale però i valori non provengono dagli orpelli o dalla quantità di materiali preziosi che ci metti dentro, ma viene piuttosto da una idea semplice, forte, che mostri l’arte necessaria per realizzare un certo tipo d’orologio.

    Un esempio su tutti è l’Hijri Perpetual Calendar, quello premiato a Ginevra nello scorso novembre. È un ottimo esempio di come un orologio possa dialogare con una cultura diversa dalla nostra: si tratta di un calendario perpetuo basato sul calendario musulmano. È di una complessità per noi sorprendente, perché bisogna periodicamente aggiungere interi mesi visto che si basa sul calendario lunare. Un modo di vedere il tempo diverso dal nostro. Ma quel che conta è che, realizzando questo orologio, metti a disposizione di una cultura differente l’orologeria, rispettandone le regole. Un patrimonio dell’intera umanità, appunto».