Giornale Degli Orologi
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Tag: quarzo

  • Bulova Jet Star e la nobiltà del quarzo

    Bulova Jet Star e la nobiltà del quarzo

    Appena ho visto il nuovo Bulova Jet Star mi sono fatto una domanda che mi pongo spesso. Da addetto ai lavori o sedicente tale, mi sono chiesto come mai il glorioso Marchio, fondato da Joseph Bulova nel 1875 e oggi appartenente a Citizen Group, non gode sempre della considerazione che merita. Anzi, che stramerita.

    La storia di Bulova è infatti ricchissima, sia dal punto di vista dei modelli prodotti, sia da quello dei movimenti. Basta dire Accutron e si apre un mondo di ricerca, sviluppo e tecnologia, che nella seconda metà del secolo scorso ha cambiato del tutto il mondo dell’orologeria. Ma non è certamente solo questo.

    Oggi parlo del Bulova Jet Star, ma modelli come il Lunar Pilot, l’Oceanographer o il Computron sono pietre miliari non solo del Marchio, ma dell’intero mercato. Soprattutto grazie alla capacità del Brand di investire in tecnologia, per stare al passo con i tempi e rispondere in modo efficace ai cambiamenti del mercato.

    Lavoro a più livelli

    Un mercato che negli anni ’70, quando il Bulova Jet Star vide la luce, puntava su orologi con caratteristiche tecniche ed estetiche ben definite. Così definite che questo pezzo, nato nel 1973, le possedeva tutte e oggi le porta nel Terzo Millennio intatte nell’essenza e modernizzate nei materiali e nel design. Operazione non banale, nonostante l’estetica anni ’70 sia ancora tanto apprezzata dagli appassionati.

    Non basta, infatti, prendere un orologio di 50 anni fa, fargli un minimo di maquillage e buttarlo in pasto agli appetiti di chi ama le forme rétro. Il lavoro da fare è a più livelli, a partire dai materiali e dai movimenti, per arrivare solo da ultimo all’estetica. Che è sì la prima molla che nella stragrande maggioranza delle persone, appassionate e non, fa scattare l’acquisto; ma che è anche la punta dell’iceberg, il traguardo finale che completa un oggetto che è, non di rado, un organismo perfetto.

    Il Bulova Jet Star e la precisione

    Ecco perché il nuovo Bulova Jet Star va conosciuto per bene. E credo che il modo migliore per farlo sia partire dall’interno della cassa: dal movimento. Dal ben noto Bulova HPQ Precisionist. Un calibro che, fino ad ora, era impiegato in orologi di dimensioni notevolmente maggiori rispetto a quelle del nuovo Jet Star. La cui introduzione consente dunque a questa tecnologia proprietaria di essere indossata da uno spettro molto più ampio di polsi. 

    Dotato di cristallo di quarzo a tre rebbi, l’HPQ Precisionist (dove l’acronimo sta per “high precision quartz”) è un movimento che vibra a 262kHz, una frequenza che spinge la lancetta dei secondi a battere 16 volte al secondo, ed è preciso entro cinque secondi al mese. La frequenza, otto volte superiore a quella di un quarzo standard, potrebbe far pensare a un movimento energivoro, mentre in realtà la durata della batteria è simile a quella di altri calibri al quarzo standard. 

    Che si tratti della precisione di movimenti termocompensati come il Superquartz di Breitling o dell’intrigante miscela di quarzo e tecnologia meccanica alla base della serie Spring Drive di Seiko, il quarzo high-tech occupa oggi più che in passato un posto d’onore tra le collezioni degli appassionati più irriducibili.

    Finora la serie di movimenti al quarzo ad altissima frequenza di Bulova è stata in gran parte limitata alla serie Precisionist, aggressiva e polarizzante. Con l’introduzione nella collezione Bulova Jet Star per il 2023, tuttavia, il Marchio mira a portare questa tecnologia in orologi con un design dal fascino più ampio.

    Comodo e rifinito

    E vediamo allora questo design. Come scritto sopra, la cassa riprende nelle forme quella del Jet Star presentato nel 1973. Sebbene misuri 40 mm di diametro, al polso l’orologio ha una dimensione più vicina ai 38 mm grazie alle anse relativamente corte. Ho avuto la possibilità di provarlo sul mio polso da 16,5 cm e lo confermo: il nuovo Bulova Jet Star è comodo e vestibile.

    La forma a tartaruga della cassa armonizza dolci curve inclinate e ampi piani angolari. Il contorno è vagamente ottagonale, in contrasto con la forma circolare continua dell’originale del 1973, con ciascuno dei lati della cassa spazzolati verticalmente e suddivisi in tre sfaccettature distinte. Le superfici della parte superiore e le anse sono modellate da ampi piani lucidati che si allargano in modo deciso e creano un insieme brillante.

    Vi sono dettagli straordinariamente d’effetto nei punti più fini del design del Bulova Jet Star. Uno di questi si trova sotto la lunetta lucida e inclinata. Piuttosto che una semplice finitura spazzolata o lucida, il sottile anello tra la lunetta e gli smussi della superficie inferiore è rifinito con un’esclusiva spazzolatura soleil, che richiama quella del quadrante e crea una sensazione omogenea.

    I quadranti del Bulova Jet Star

    Sebbene il disegno del quadrante del Bulova Jet Star possa essere relativamente semplice, l’esecuzione di ottima fattura gli consente di risaltare. È disponibile nelle tonalità del rosso, del nero, del grigio e del bianco. Il rosso, che Bulova chiama merlot, è lavorato con una tonalità dégradé che scurisce man mano che dal centro si passa alla periferia, dove diventa nero. Stesso trattamento per il grigio, che al centro è quasi bianco. Il nero è invece omogeneo.

    Interessante la versione con il quadrante bianco, che Bulova ha realizzato in edizione limitata di 7300 pezzi (un po’ tantini, credo, per una limited edition…), di cui 150 destinati all’Italia. Intanto, a differenza delle altre referenze, ha una bella lavorazione soleil che rende il quadrante luminoso. Gli indici applicati (come negli altri modelli), le grandi lancette a bastone e il giro della minuteria sono rossi e blu. Insieme al bianco del quadrante, sono una reminiscenza dei colori della bandiera americana, Paese natale del Marchio.

    Rosso e blu è anche il logo dell’infinito che distingue il movimento HPQ Precisionist, posto a ore 6. I medesimi colori si ritrovano nel cinturino in pelle aggiuntivo, con cui è venduto l’orologio, che è in pelle blu con le impunture rosse. È l’unico dei quattro modelli del Bulova Jet Star ad avere l’accoppiata bracciale-cinturino: le referenze con quadrante nero e merlot hanno solo il bracciale in acciaio, quella con quadrante grigio dégradé ha un cinturino nero in pelle con fibbia ad ardiglione.

    Puntini sulle i

    Per concludere, quindi, il mio giudizio su questo orologio è positivo, indipendentemente dal fatto che possa piacermi o meno. Credo di aver provato a illustrarvi i suoi molti pro, mentre per i contro, ora che rileggo quanto ho scritto, mi accorgo di non averne indicato nessuno.
    A voler essere rompiballe, posso segnalare che la versione braccialata non è proprio leggerissima: al polso i suoi 150 grammi circa si sentono tutti. Va meglio per la referenza con il cinturino, per la quale il peso si dimezza.

    Oppure, ancora, ammetto che il 12,5 mm di spessore non sono pochissimi per un solo tempo al quarzo, per quanto sappiamo di quale quarzo si parla. Se non altro, però, la percezione dell’altezza della cassa è mitigata dalla vestibilità al polso di cui ho scritto sopra. Di certo, come spesso accade con gli orologi del Marchio americano, il rapporto qualità-prezzo è insuperabile. Parliamo infatti di 429 euro per le versioni braccialate e di 399 euro per quella con il cinturino. La limited edition esce invece al pubblico a 499 euro. Cifre più che concorrenziali considerando i contenuti del Bulova Jet Star. Ho scritto sopra che l’estetica è spesso la prima molla che fa scattare l’acquisto: se abbinata a un giusto prezzo, è ancora più efficace.

  • Lip Quartz: l’evoluzione, dall’elettrico al quarzo

    Lip Quartz: l’evoluzione, dall’elettrico al quarzo

    Continua… In Lip ci si interessava al quarzo già dalla fine degli anni ‘50. Nel 1954 il fisico tedesco Auguste Karolus (1893/1972) presentò al Congresso Internazionale della Cronometria di Parigi un quarzo in forma di diapason delle dimensioni di una penna. Paul George, insieme ai consulenti Yves Rocard e Pierre Mesnage del laboratorio Lip, decise di intraprendere gli studi per miniaturizzarlo fino a farlo entrare in un orologio. 

    Teniamo presente che fino ad allora i quarzi erano tagliati a forma di barretta e che la frequenza di vibrazione era funzione diretta di lunghezza e larghezza (ma non di altezza): difatti i primi orologi svizzeri e giapponesi avevano quarzi da 8.192 Hz perché, per alzare la frequenza, occorrevano dimensioni che eccedevano le possibilità di un orologio da polso. Si era invece scoperto che tagliando i quarzi in forma di diapason, si ottenevano frequenze più alte a parità di volume.

    Lip Quartz: si parte dal mare

    Come sempre accade, la prima tappa furono i cronometri da Marina. Perché, dal punto di vista di un orologiaio, hanno due grandiosi pregi: sono molto grossi e possono essere venduti a prezzi alti.

    Il primo di questi vide la luce nel 1957 e fu il primo al mondo con un quarzo in forma di diapason.  Solo che eravamo ancora sui tre litri di volume. Nel 1959, con uno di questi Lip ottenne il primo certificato di cronometro al mondo per un orologio al quarzo.

    Nel 1963 si arrivò a scendere sotto il litro di volume complessivo. Si comprese come la strada per arrivare ai 3,75 cm cubici fosse ancora lunga: nel 1965 si arrivò a 0,75 (quanto una bottiglia bordolese, insomma) e a 1,5 kg. Mancava ancora un po’, ma intanto si iniziavano a realizzare degli orologi da tavolo. Però, già nel 1962 George – grazie a un nuovo procedimento di taglio a ultrasuoni – era riuscito a ottenere un quarzo di 15 mm e 1.920 Hz: la divisione fino a 60 Hz avvenne tramite uno dei primi chip usciti dalle officine del CEH di Neuchâtel.

    Nel 1965 si raggiunsero gli 8.192, i 16.384 e i 32.768 Hz. Come già sappiamo, negli stessi anni tutti gli altri produttori stavano battendo la testa sugli stessi problemi: dimensioni e consumi.

    Le invenzioni moderne sono un lavoro corale

    Oltre ad alzare la frequenza del quarzo si dovette persino risolvere il problema di riuscire a mettere sottovuoto un tubetto così piccolo, cosa che lo specialista elettronico Gabriel Cart realizzò con l’aiuto di IBM. Il disegnatore Paul Landarchet migliorò il processo fotolitografico dei circuiti. Jean Tortey mise a punto il taglio a ultrasuoni del quarzo e François Jouffroy la metallizzazione sottovuoto a freddo dello stesso. Charles Naly mise a punto il motore.

    In quel periodo storico erano già esistenti i motori Lavet, ma consumavano ancora troppo. Lip mise a punto un motore con 4 bobine fisse sul ponte e 8 poli di samario-cobalto incollati a polarità alternate sul rotore: a ogni impulso, il motore effettuava un ottavo di giro. Questo tipo di motore, chiamato – ça va sans dire – Lip e presentato al Congresso di Friburgo del 2 giugno 1972, ebbe vita breve ma lo utilizzarono anche altri produttori, come ESA sui calibri 9180 e 9240. Aveva il pregio di essere molto silenzioso, ma per contro era complesso e costoso da costruire.

    Il 14 settembre 1971 Jacques Saintesprit e Jean-Georges Laviolette presentarono in una conferenza stampa un prototipo, che prese il nome di Exachron, con quarzo a diapason di 8.192 Hz di frequenza, motore Lip e chip Motorola MC61. Laviolette spiegò: «Il fattore di qualità di un bilanciere a spirale è nell’ordine di 300 nel migliore dei casi. Quello di un diapason si avvicina a 3.000. Un quarzo si posiziona tra 50.000 e 100.000».

    Che cosa cambiava

    In termini di precisione, si passò dai 5 minuti/settimana di un meccanico al minuto/settimana dell’elettrico, al minuto/mese di un orologio diapason per arrivare ai due minuti/anno del quarzo. Un prototipo successivo fu mostrato il 25 novembre alla Società di Cronometria di Parigi.

    Nel 1973 si arrivò al prototipo Isochronic, presentato al Salone di Basilea. Rispetto all’Exachron guadagnava il quarzo a 32.768 Hz, i secondi centrali ma non ancora il datario, che entrò nella versione R32, finalmente definitiva. La “R”, invece, come tutti i calibri Lip, indicava la forma rotonda, mentre il 32 il diametro e la frequenza in KHz del quarzo. Se ne produssero i primi mille esemplari su un’ébauche prodotta da Durowe. Finalmente il quarzo era pronto per la commercializzazione, ma a bloccare tutto arrivò…

    L’Affaire Lip

    La casa orologiera fu suo malgrado al centro di uno dei più imponenti movimenti operai degli anni ‘70 in tutta Europa, il cui esito finale si può riassumere nella battuta: «L’operazione è riuscita: il paziente è morto».

    La crisi già mordeva dai primi degli anni ‘60: un produttore di qualità com’era Lip vedeva la sua quota di mercato erosa dai meccanici economici, tipo Roskopf. Il numero di oltre 500mila orologi l’anno prodotti, come alla fine degli anni ’50, era ormai una chimera. Nella seconda metà del decennio il bisogno di capitali si fece pressante e Fred Lip si decise al passo di cedere un terzo delle azioni alla svizzera Ebauches SA (ESA), che salì fino al 43% nel 1970. Le vendite scesero comunque: nel 1971 calarono a 400mila pezzi e Fred Lip se ne andò. Gli stipendi dei 1.500 operai assorbivano 30 milioni di franchi su 90 di fatturato.

    Nel 1973 il deficit di bilancio raggiunse i 90 milioni di franchi e ad agosto il fallimento fu inevitabile. Gli operai inscenarono manifestazioni, la più imponente delle quali, il 29 settembre, portò in piazza a Besançon oltre 100mila persone. La fabbrica fu occupata e con una sorta di confisca e collettivizzazione si riavviò la produzione e si usarono i proventi delle vendite sottobanco per pagare gli stipendi. Le massicce vendite a basso prezzo, peraltro, misero in crisi anche la rete di vendita ufficiale.

    L’agitazione smobilitò del tutto solo a marzo 1974 e gli operai restituirono 7 tonnellate di materiale e documentazione. Le agitazioni si protrassero comunque fino al 1985 e si conclusero con una vittoria totale degli operai, celebrata da tutte le sinistre europee. Entro poco tempo, Lip fu posta in liquidazione e i 1.500 operai licenziati.

    Tra un botto e l’altro

    Nel periodo tra i due fallimenti gestì l’azienda Claude Neuschwander e sotto la sua guida finalmente uscì in vendità Lip Quartz, nel 1975. In questo triennio ci fu tempo di rivedere il progetto R32, che diventò R33: rispetto alla versione precedente, furono molti i piccoli dettagli modificati: cambiarono la forma e il materiale della schedina elettronica, cambiarono il chip, il trimmer, alcuni ponti, mentre la leva di flyback dei secondi era in un solo pezzo, anziché due, e molto meglio rifinita.

    Cambiarono i contatti del motore, che da due inquietanti filini con chiodino in cima da pressare sulle piste della scheda diventarono un nastro flessibile, molto più affidabile. Il motore, con le bobine così grandi e così esposte, restò però tragicamente fragile. Inoltre, il campo magnetico parallelo all’asse di rotazione provocava a lungo andare un’eccessiva usura dell’albero, perché oltre a ruotare oscillava sul proprio asse.

    In totale furono prodotti 10mila R33, incassati in 4 modelli diversi, di cui uno in cassa asimmetrica disegnato da Roger Tallon. Resteranno in catalogo fino al 1976, ossia l’anno del secondo fallimento, a un prezzo relativamente elevato: da 800 a 975 franchi.

    Non dimentichiamoci delle signore

    In tutto questo, ci fu ancora tempo per mettere a punto la versione da signore: il calibro T24 riuscì a far stare gli stessi componenti (quarzo diapason 32KHz, motore Lip) in una forma a tonneau (da cui la T della denominazione) di soli 15 mm di larghezza. Presentato nel 1970, l’anno successivo uscì la versione migliorata T20, che perlopiù sarà utilizzata da ESA – già socia di maggioranza di Lip – col proprio codice T9241.

    Lip ieri e oggi: conclusione

    Con la storia della Lip si è oltrepassato il periodo degli orologi elettrici per arrivare a quelli al quarzo, abbracciando di fatto tutta la seconda e penultima parte della vita della Casa francese. Il marchio esiste ancora, è di proprietà della famiglia Sensemat e produce, sempre in Francia, orologi anche con lo stesso design del passato, venduti esclusivamente via internet.

    I Lip R184 e R50 hanno avuto una larghissima diffusione e non è difficile trovarne un esemplare funzionante. Discorso diverso per i Lip R27: essendo poco affidabili, è un’impresa trovarne uno che funzioni… e comunque le quotazioni sono alte. 

    I quarzi R33 e T9241 non sono molto diffusi per via dei bassi numeri di produzione, ma non è difficile trovarne qualcuno, più facilmente in Francia o Germania, dove si vendevano a doppio marchio Dugena/Lip.

  • Lip, i primi elettrici al mondo. Al di qua dell’Oceano

    Lip, i primi elettrici al mondo. Al di qua dell’Oceano

    Fred Lip (1905/1996), padre-padrone dell’omonima azienda di famiglia del Doubs, l’aveva ereditata dagli avi Lipmann, che l’avevano fondata nel 1867 a Besançon. Nella sua storia, ormai conclusa, la Lip ha creato “solo” 15 calibri meccanici da polso, 4 meccanici da tasca e 7 elettronici.

    La ricerca della qualità elevata l’ha portata tra l’altro a essere fra le prime case orologiere ad avere una catena di montaggio, già negli anni ‘50. Il che le ha permesso di realizzare oltre 500mila orologi l’anno (il 10% della produzione francese) con soli 1.500 dipendenti.

    La fissazione di Fred Lip per la qualità era tale che quando, nel 1955, alcuni dei suoi ricercatori gli proposero dei prototipi tipo Roskopf – orologi da tasca di larghissima diffusione perché semplici, robusti ed economici, tanto che ancora oggi si trovano con grande facilità – per occupare la parte più bassa del mercato, urlò loro: «Lip produit de la qualité, pas de la merde!». Non serve tradurre…

    Seguirne tutta la storia però ci porterebbe troppo lontano; torniamo a noi.

    Nel 1928 Fred tornò dagli Stati Uniti dove aveva avuto modo di vedere gli orologi elettrici e si era convinto che sarebbe stato il futuro dell’orologeria. Nel 1934 realizzò anche, in collaborazione con Ericsson, un orologio elettrico da tavolo. Gli studi sull’orologio da polso però poterono iniziare solo dopo la guerra: Lip chiese al suo direttore tecnico, Jean-Georges Laviolette, e a Paul Dargier de Saint-Valury di riunire per questo scopo una squadra di una decina di persone. L’incarico era da far tremare i polsi, perché si era agli inizi e mancava tutto, a iniziare dalle pile. Nello stesso periodo, siamo nel 1946, anche Elgin ed Hamilton negli Stati Uniti iniziarono gli stessi studi.

    Da che cosa si inizia? Dalle pile

    Nel 1948 la ricerca partì davvero. Lip impose il segreto assoluto su questi studi, tanto che mise una guardia all’ingresso del laboratorio. Questo comportò peraltro che il team fosse autonomo nella produzione di ogni parte dell’orologio e persino dei macchinari stessi.

    Tutto l’anno 1949 se ne andò insieme all’industria Leclanché nello studio di pile adatte allo scopo: non fu semplice, dal momento che in orologeria servivano pile adatte a consumi molto bassi per una lunga durata. Le pile al momento presenti sul mercato, su un tale lasso di tempo, avevano una dispersione di corrente superiore a quella che se ne andava per l’alimentazione del dispositivo. Inoltre, sempre sul lungo periodo, tendevano a perdere acido.

    Ancora nel 1949 Lip siglò un accordo con la Elgin e una ventina di ingegneri si recò negli States per scambiarsi informazioni. Occorreva persino studiare il filo di rame smaltato atto a realizzare le bobine. In quegli anni si depositarono brevetti su brevetti. La scelta sul tipo di movimento alla fine ricadde su un bilanciere con magneti permanenti spinto da una bobina fissa.

    Finalmente, il 19 marzo 1952, all’Accademia delle Scienze di Parigi, Fred Lip in persona presentò l’R27, frutto di tanto lavoro. In contemporanea, all’Hotel Blackstone di Chicago il presidente di Elgin, John Shennan, presentò il calibro 722, partorito in collaborazione coi francesi.

    L’effetto fu enorme: Albert Caquot, presidente dell’Accademia, dichiarò: «Occorre risalire all’invenzione dello scappamento ad ancora nel 18° secolo per trovare nell’orologeria una scoperta della stessa importanza». Un esemplare fu anche depositato all’Osservatorio di Besançon. L’anno successivo Lip ricevette l’invito a presentare il suo orologio alla Royal Arts Society a Londra, dove accese altrettanto entusiasmo.

    Talmente bello che si butta e si rifà

    Nonostante il clamore della presentazione, si era ancora ben lontani dalla affidabilità richiesta per l’industrializzazione e la commercializzazione: c’erano sempre grossi problemi di consumo, di affidabilità delle pile e di durata dei contatti elettrici. Si depositarono brevetti su brevetti.

    Gli ingegneri ridisegnarono il calibro daccapo nel 1954, alimentato da due pile in forma di fagiolo studiate appositamente dalla Lip, che si integravano in appositi spazi nel calibro. Il problema era che perdevano irrimediabilmente acido dagli spigoli vivi e questo ossidava il movimento. Avevano anche una certa tendenza a esplodere. Videro la luce solo 10 prototipi con le pile a fagiolo e nessuno di questi sopravvisse. Alla fine decisero di abbandonare le pile fatte in casa e di utilizzare quelle di forma cilindrica – cioè come oggi le conosciamo – realizzate dalla Union Carbide.

    Il movimento avrebbe però dovuto essere ridisegnato attorno a questa forma, cosa che in realtà non avvenne. Non risolsero invece il problema del consumo: occorrevano comunque due pile per arrivare a un anno di funzionamento.

    Tre anni, “zeru tituli” per Lip

    Restava il problema della scarsa affidabilità del contatto elettrico e su questo batterono la testa per tre anni. Nel 1955 Fred Lip, esasperato, licenziò De Saint Vaulry e la gran parte del suo staff lo seguì. Lip lo sostituì con Jean Pommier. Quest’ultimo dovette rianalizzare tutto daccapo. Allestì un laboratorio fotografico per filmare il movimento in funzione e riprodurre le immagini su un grande schermo per capire cosa succedeva.

    Parallelamente, si realizzarono dei prototipi in scala 100/1, per studiare le soluzioni. Dalle immagini uscì che a ogni contatto si sprigionavano scintille che distaccavano parti micrometriche di materiale. Risolsero il problema montando in parallelo un diodo in funzione di spegni-scintilla, soluzione poi adottata da quasi tutti i produttori. Realizzarono anche un macchinario in grado di tagliare il filo di contatto, in oro 24k, in strisce di 0,2 mm.

    Tra l’altro la presenza del diodo regalerà al progetto il nome di “Electronic”, anziché “Electric”: definizione opinabile, perché il diodo è un componente meramente passivo e quindi non è certo un movimento guidato dall’elettronica.

    Le pile rappresentavano ancora una tragedia: continuavano a perdere acido per capillarità e tendevano a polarizzarsi. Per risolvere questi problemi i tecnici provarono molti materiali per anodo e catodo, e rinchiusero le pile in cappucci di plastica.

    C’eravamo quasi, e invece Hamilton…

    Quando ormai sembrava che nessuno potesse insidiare il primato, nel gennaio 1957 Hamilton mise in vendita il suo orologio elettrico con il calibro 500. In Europa la produzione avvenne su licenza da Epperlein. Lip ne approfittò per studiare le soluzioni dei concorrenti e migliorare i punti deboli.

    Ormai però si era in dirittura di arrivo anche per i francesi e il 7 dicembre 1958 finalmente presentarono il Lip “Electronic”, così come qualche giorno dopo fece Elgin negli Usa. Un esemplare andò in dono al Generale De Gaulle e un altro al Presidente americano Dwight Eisenhower. I primi esemplari furono in oro e assemblati a mano. Alla Lip strinsero intese con Porta, Lanco e Benrus per la commercializzazione con i loro marchi. Studiarono una versione con datario, che però non vide mai la luce. Nel 1959 un esemplare ricevette il certificato di cronometro dall’osservatorio di Besançon, diventando il primo orologio elettrico nella storia.

    Storia che, invece, non finisce qui. Fu subito chiaro che con due pile il volume occupato era eccessivo; inoltre il costo di produzione era “orrendo”. Si pensò quindi subito alla sua evoluzione.

    Verso il Lip R148-R184

    Come molti produttori in quel periodo, Lip mise in vendita l’R27 pur sapendo che era lontano dalla perfezione tecnica: era essenziale arrivare tra i primi e comunque rientrare delle enormi spese di investimento. In effetti anche l’R27 non assomigliava a niente di quello che c’era sul mercato in quel momento e nonostante fosse di alta qualità costruttiva, risentiva della mancanza di esperienza, come era logico che fosse. Si pensò quindi subito all’evoluzione, i cui requisiti di progetto erano di guadagnare affidabilità e robustezza; soprattutto, era primario che funzionasse con una sola pila.

    Nel 1960 Bulova presentò l’Accutron 214. Fred Lip ne portò un esemplare dagli Stati Uniti e restò molto colpito dalla soluzione americana, che lui riteneva superiore alla propria. Ordinò a una parte dello staff di studiare qualcosa prendendo ispirazione dal diapason, ma la conclusione fu che non disponevano di macchinari tali da ottenere la precisione costruttiva necessaria. Si ricordi che la prima ruota indice dell’Accutron possiede 300 denti da 0,02 mm di altezza su 3 mm di diametro.

    Jean Pommier non si arrese e promise di realizzare macchinari in grado di produrre orologi col diapason.

    Fred Lip non si convinse e nel 1961 annunciò loro che stava per stringere un accordo con Elgin per importare in Francia il calibro 500 di Hamilton. A questa notizia, Pommier e Jean Ubbiali, in un’ora, realizzarono un modellino – sulla base di disegni realizzati da Roland Guerber – di quello che avrebbe dovuto essere il nuovo movimento. Lip esultò e diede loro ulteriore personale e mezzi finanziari.

    L’équipe tornò al lavoro e continuò a migliorare i punti deboli del calibro: ridisegnò la bobina, più piccola di prima, grazie a un nuovo procedimento di produzione del filo di rame smaltato – messo a punto e brevettato da Georges Arnaud – che permetteva di imbobinare filo di rame da 25 micron.

    Finalmente il successo. O quasi

    Per la parte meccanica non lo si riprogettò da zero, ma neppure si ripartì dall’attuale R27; si decise di partire da un calibro meccanico robusto e collaudato: il Fontainemelon FHF 55. Lip produsse in casa solo la parte elettronica.

    In ogni caso, in soli due anni si arrivò al successo: nel 1963 il progetto R148 era pronto. Una pila (301 al posto delle due 201), una bobina fissa, un bilanciere magnetico da 18.000 A/h, 14 rubini. Nel 1964 uscì il calibro R184 che guadagnò il disco data ma senza rimessa veloce (occorreva far avanzare l’ora). Quest’ultimo avrebbe rimpiazzato gradualmente l’R148. Fu realizzata anche una rara versione col datario ma senza secondi centrali, l’R196.

    L’R184 verrà montato da altre marche: quali Belforte (che ne realizzò anche un’interessante versione scheletrata per fare concorrenza al Bulova Spaceview), Benrus, Electra, Elgin, LeJour, Marvin, Nivada, North Star, Universal, Vulcain e Waltham. Dopo la presentazione dell’R148, peraltro, restarono diversi calibri R27 invenduti. Per levarseli di torno, Fred Lip ci realizzò degli orologi da tavolo di forma piramidale.

    Lo sviluppo comunque non si fermò: fu anche valutato un prototipo, l’R047, con transistor e senza contatti elettrici, come i successivi ESA 9154 e 1958 e come l’R050 che vedremo dopo. Si testarono soluzioni alternative all’Incabloc per il bilanciere per diminuire i costi, ma senza successo. Si provarono persino versioni senza rubini, con al loro posto boccole di acciaio temperato. Esistono esemplari in circolazione con l’antichoc Kif e altri con la spirale Breguet. Dopo quest’ultima creazione, Jean Pommier si licenziò, insoddisfatto dei mezzi messi a disposizione dal dispotico Lip.

    Il primo orologio elettronico da donna: Lip R050

    Per vestire le signore si decise di non miniaturizzare il Lip elettrico. Ancora una volta si voleva arrivare a una prima mondiale: il primo orologio transistorizzato da donna al mondo.

    Si rispolverò perciò il prototipo R047 a transistor, privo di contatti. Fu affidata una squadra a Paul George, che si mise al lavoro nel 1963: calibri via via più piccoli si succedettero, si miniaturizzarono fili, bobine, transistor, bilancieri. 

    Nel 1966 al salone di Basilea si presentò un primo prototipo, ma era ancora troppo grosso. Si arrivò ad arrocchettare filo da 10 micron: 2 bobine concentriche da 1800 spire e 0,45 mm di spessore complessivo. Per risolvere gli ultimi problemi si dovette ricorrere nuovamente al sofisticato laboratorio fotografico allestito per l’R148. Si brevettò il metodo di creazione dei due poli contrari sul bilanciere. Nel 1969 il lavoro finì: 17,2 mm di diametro, 14 rubini, 21.600 A/h, richiedeva una pila 309.

    Nel settembre 1970 si presentò il calibro R050. Per collocare temporalmente questo momento, si ricordi che 9 mesi prima era stato presentato il primo quarzo da parte di Seiko e ad aprile il primo quarzo svizzero, il Beta 21. Per alcuni anni ancora ci sarà spazio per delle alternative al quarzo: le ultime uscite di calibri transistor, d’altronde, sono nel 1975 con l’ESA 9158. A proposito di ESA, già da qualche tempo presente nel capitale di Lip, la casa svizzera si “appropriò” di questo movimento assegnandogli il numero 9100. Visto il tipo di motore, richiedeva una licenza ATO per poter essere commercializzato.

    Le varianti dell’R050

    Come abbiamo accennato, la presenza di due transistor permetteva di fare a meno del contatto elettrico: delle due spirali summenzionate, una spingeva i magneti permanenti del bilanciere, l’altra rilevava la posizione di questi ultimi regolando il transistor che alimentava la prima spirale: al di là del fatto di avere un bilanciere al posto del diapason, il concetto è tale e quale all’Accutron. Le varianti che ricavate furono l’R51 col datario e l’R53 con datario e secondi centrali.

    Per quest’ultimo calibro, un po’ complesso da mettere a punto, nel 1974 si prospettò l’interruzione della produzione: Claude Neuschwander, il direttore tecnico di CEH (Compagnie Européenne d’Horlogerie), durante una burrascosa riunione lo definì «il motore di una 2CV dentro un camion», ma il suo ottimo successo di vendite ne scongiurò la fine prematura. CEH è una delle branche in cui fu suddivisa Lip dopo l’ennesimo fallimento: non va confusa con la omonima sigla del Centre Electrique Horlogier svizzero, padre del Beta 21. Il calibro fu venduto a Waltham, Bulova (che ci equipaggiò il Caravelle 70T), Favor (308) e Gruen (80). Continua…

  • Casquette 2.0, l’orologio retro-futurista di Girard-Perregaux

    Casquette 2.0, l’orologio retro-futurista di Girard-Perregaux

    Girard-Perregaux ha appena lanciato il Casquette 2.0, fedele reinterpretazione di un modello uscito nella seconda metà degli anni 70, molto amato dai collezionisti. Una rivisitazione vintage, con tanto di movimento al quarzo come l’originale, che continua a piacere per l’estetica. Da fantascienza d’epoca

    La narrazione ufficiale dello Swiss Made, come è logico che sia, ha fatto dell’avvento del quarzo in orologeria durante gli anni ’70 uno spauracchio diventato in molti casi vero e proprio cataclisma. Osservato dal punto di vista delle molte aziende ad alta specializzazione meccanica, che hanno dovuto chiudere i battenti oppure convertirsi alla nuova tecnologia, non si può non essere d’accordo. Ma questo cruciale momento storico, visto invece dal versante dell’innovazione, ha indubbiamente portato non solo grande evoluzione nel settore, ma anche un ritorno di fiamma del collezionismo in genere e dell’orologeria meccanica di qualità in particolare. Oltre al superamento – anche per merito del fenomeno Swatch dei primi anni ’80 – del “tabù” legato al quarzo.

    Cosa dimostrata proprio in questi giorni anche da Girard-Perregaux con la presentazione del Casquette 2.0, riedizione di un proprio modello al quarzo prodotto dal 1976 al 1978. Operazione inedita e alquanto interessante, visto che s’inserisce nel filone – ormai in voga da qualche anno – delle rivisitazioni vintage. Ma su un percorso non ancora esplorato da parte dell’alta gamma elvetica: la riproposta del quarzo d’epoca. Si trovano infatti alcuni esempi da parte di Casio ma, trattandosi d’azienda nata con i calcolatori, è evidentemente tutt’altra storia.

    La rivoluzione del design

    Una pubblicità del periodo di lancio dell’orologio – con la denominazione di GP LED 32768 Hz – titolava in francese “per la prima volta nell’orologeria elettronica la forma incontra alla funzione”. Questa interdipendenza tra l’estetica e l’utilizzo in un oggetto è lo storico punto di partenza del design, nelle sue prime definizioni del Bauhaus e del Razionalismo. Ma negli anni ’70 l’idea non era stata ancora veicolata dall’industria del tempo, tanto meno su un orologio animato da un modulo elettronico. Eppure su quel modello oggi chiamato Casquette il design prende importanza decisiva e a pieno titolo. (N.B. Non da battesimo aziendale, il nome deriva non dai collezionisti per via appunto della forma: casquette significa berretto con visiera, coppola).

    Con l’avvento del quarzo, le marche elvetiche coinvolte avevano in linea di massima applicato la nuova tecnologia su produzioni comunque analogiche, dalla fisionomia classicheggiante. E le poche eccezioni riguardavano ancora una volta il made-in-Japan (Casio, ma anche Seiko), quindi gli americani Hamilton Pulsar e Bulova Computron, il progetto Beta 21 e successivamente Swatch per lo Swiss made.

    La stessa Girard-Perregaux produsse nel 1970 un modello funzionante con un modulo elettronico, ma con cassa tradizionalmente tonneau e indicazioni (ore, minuti, secondi) a lancetta. Unico riferimento alla novità tecnologica era il quadrante che riportava la copia di un circuito integrato. E la cosa si fa ancora più curiosa se si pensa che proprio a Girard-Perregaux va in qualche modo attribuita “la paternità” del quarzo svizzero; nel senso che la frequenza di 32.768 Hz del cristallo di quarzo adottata per prima dalla Maison si impose poi come standard internazionalmente riconosciuto.

    Le caratteristiche del GP Led d’epoca

    Sempre leggendo la già citata pubblicità d’epoca del GP Led, il testo descriveva quell’orologio come dotato di “estetica risolutamente contemporanea”; cassa “audacemente carenata”; non quadrante ma “schermo di lettura inclinato e arretrato per un’ottimale visibilità”. E poi, lettura digitale con “un pulsante che comanda l’indicazione di ore, minuti e secondi (pressione semplice) e della data (pressione doppia) e l’altro che serve per regolare l’ora e il datario”. Infine, costruzione in Makrolon (un policarbonato leggero e antigraffio). Design totale, appunto.

    E si noti che la parte tecnologica (Led e display tubolare, pulsanti con visualizzazioni a comando in modo da consumare meno la batteria, realizzazione in policarbonato) non è affatto enfatizzata, pur essendo d’assoluto primo piano già all’epoca. Facendo in un certo senso da corollario all’estetica decisamente “avveniristica”.

    E l’estetica sci-fi del Casquette 2.0

    Coerentemente, il nuovo Casquette 2.0 adotta in blocco queste caratteristiche, aggiornandole ovviamente alla luce della tecnologia e della sensibilità contemporanee. Ecco quindi le variazioni sul tema dei materiali: ceramica e titanio, entrambi leggeri e resistenti; nuove funzionalità del movimento, con l’aggiunta di calendario, cronografo, doppio fuso orario (e una data “segreta” personalizzabile); e una maggiore esclusività dell’edizione limitata: 820 esemplari al posto degli 8200 originali.

    Un po’ come se una volta disegnata quella fisionomia da strumentazione fantascientifica, non si potesse fare altro che inserire una tecnologia altrettanto d’avanguardia. Probabilmente è accaduto esattamente il contrario, ma la comunicazione ha voluto porre in primo piano il design. D’altra parte, Girard-Perregaux ha sempre avuto – dal Gyromatic al Tre Ponti passando per il Laureato, 1966 e Vintage 1945 – una spiccata cura per l’innovazione estetica. E oggi continua a distinguersi nel campo del vintage con il Casquette 2.0, un orologio “retro-futurista”.