Giornale Degli Orologi
Menu
Menu

Tag: ceramica

  • Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams: la lezione di Audemars Piguet

    Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams: la lezione di Audemars Piguet

    Quando ho visto in anteprima il nuovo Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams di Audemars Piguet, ho ripensato a ciò che la Ceo del marchio, Ilaria Resta, mi ha detto in una recente intervista-chiacchierata che abbiamo avuto: «La distinzione tra orologi da uomo o da donna è un linguaggio che non risponde alle esigenze dei clienti né all’attualità». Perché la sua idea di «cambiare la narrativa» delle collezioni femminili trova in questo orologio, a mio avviso, una delle espressioni più compiute.

    Ceramica, madreperla, diametro contenuto, colori soft. Tutto sembra remare nella direzione del polso del gentil sesso. Eppure, se penso a ciò che oggi è il mercato, prima ancora che alle parole di Ilaria Resta, sono pronto a scommettere che vedremo il Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams al polso di molti maschietti. Non è solo una questione di moda, di estetica o di “gender fluidity”, come direbbero i paladini della cultura woke. È una questione di contenuti.

    I materiali del Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams

    E vediamoli allora questi contenuti. Tenendo per assodato il fatto che l’orologio discende in maniera esplicita, per estetica e proporzioni, dal primo cronografo Royal Oak – la ref. 25860 -, lanciato nel 1997 in occasione del 25° anniversario della collezione. Quella referenza ospitava l’allora nuovo Calibro 2385, uno dei movimenti cronografici automatici più sottili mai realizzati, nato dalla collaborazione tra Audemars Piguet e il produttore di calibri Frédéric Piguet.

    Comincio dai materiali, cui ho accennato qualche riga più sopra. La ceramica, innanzitutto. Non è un materiale nuovo per Audemars Piguet, ma la lavorazione che ne ha fatto con questa referenza è di gran pregio. Intanto, il bianco candido caratterizza la cassa, il bracciale, la lunetta e la corona. A fare la differenza non è tanto il colore della ceramica – peraltro amato da Serena Williams – quanto la sua lavorazione. La superficie del Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams è infatti in gran parte satinata e la finitura lucida è riservata ad alcune delle parti più complesse da lavorare, come i fianchi della lunetta, gli smussi della cassa, i pulsanti del cronografo, gli spigoli e le parti interne delle maglie del bracciale.

    Lavorare così la ceramica non è una banalità: servono macchinari adeguati e precisi e, soprattutto, serve la capacità di usarli in maniera impeccabile. Il risultato è una continuità estetica, quasi morbida, tra bracciale, carrure e lunetta, enfatizzata anche da una fibbia pieghevole a farfalla che contiene il profilo dell’orologio e lo accomoda sereno al polso. Grazie anche – quasi dimenticavo – ai 38 mm di diametro della cassa.

    Quadrante elegante e minimale

    Oltre alla ceramica, c’è la madreperla del quadrante, in questo caso rosa. Un colore che ormai non definisce più un genere nella vita quotidiana, figuriamoci in orologeria. L’accostamento con il bianco è stato pensato per dare al Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams un aspetto omogeneo, delicato ma non statico. La natura stessa della madreperla e la lavorazione del quadrante realizzato con questo materiale naturale lo rendono infatti cangiante, vivo, come nelle intenzioni di Serena Williams al momento di abbinare il proprio nome al cronografo.

    La collaborazione tra la campionessa americana di tennis e il Marchio svizzero è infatti di lunga data e nasce dalla passione di Serena Williams per gli orologi. Qualche anno fa, il suo ex allenatore Patrick Mouratoglou mi raccontò che, in occasione di importanti vittorie, lei stessa lo invitava, se lo voleva, a comprarsi uno o più orologi al posto dei bonus in denaro che gli sarebbero spettati.

    Naturalmente, l’uso della madreperla ha implicato la sparizione del classico motivo Grande Tapisserie che caratterizza il quadrante del Royal Oak Selfwinding Chronograph. Anche il disegno dei contatori si discosta da quello del cronografo 38 mm come abbiamo imparato a conoscerlo nella versione che ha debuttato nel 2019. Lascio alle didascalie la descrizione più dettagliata; mi limito a sottolineare che la scelta di Audemars Piguet è stata quella di pulire al massimo il quadrante, per allinearne l’estetica al principio di minimalismo che ispira l’intero cronografo.

    Il Calibro 6401 di Audemars Piguet

    Nella cassa del Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams lavora il Calibro 6401, automatico. Sebbene al momento del lancio la cassa da 38 mm fosse stata ben accolta e lodata per la fedeltà al classico Royal Oak, furono espressi alcuni commenti riguardo al movimento “datato”. Dal 1997, Audemars Piguet si era affidata a un cronografo automatico con ruota a colonne FP 1185 di produzione esterna, dotato di innesto verticale, un profilo sottile di 5,5 mm, una frequenza di 3 Hz e un’autonomia di carica di 40 ore. Modificato e rinominato Calibro AP 2385, l’opinione generale era che il movimento fosse antiquato, avesse una riserva di carica modesta e non rispecchiasse il posizionamento di alta gamma e la tradizione del Royal Oak.

    Ebbene, come è solita fare, la Manifattura ha ascoltato il mercato. E lo scorso febbraio, al lancio di due nuovi 38 mm in acciaio e oro rosa, ha abbinato quello del nuovo Calibro 6401. È un cronografo integrato con ruota a colonne e sistema a innesto verticale brevettato da Audemars Piguet per ridurre il numero di componenti ed eliminare i giochi superflui. Descritto come un cronografo robusto, affidabile e reattivo, richiede una pressione minore per azionare i pulsanti, cosa che, credetemi, per i nerd dell’orologeria è molto importante. Oltre che essere d’aiuto nel prevenire l’usura della parti meccaniche.

    Con una frequenza attuale di 28.800 alternanze/ora, lo spessore del calibro è aumentato di poco rispetto al predecessore, passando da 5,5 mm a 5,7 mm. Tuttavia, il miglioramento più significativo è rappresentato dalla maggiore autonomia, cresciuta da 40 a 55 ore.

    Che cosa impariamo dal Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams

    Al di là delle valutazioni fatte dalla tennista in sede di presentazione dell’orologio – «la ceramica bianca trasmette una sensazione di robustezza e resistenza, mentre il quadrante in madreperla rosa conferisce calore e morbidezza. Ogni dettaglio è stato studiato con cura» -, ciò che a mio parere è rilevante nel Royal Oak Selfwinding Chronograph Serena Williams è l’idea di base, quella da cui sono partito citando le parole di Ilaria Resta. Quella di creare un orologio che non faccia, per così dire, selezione all’ingresso.

    Colori, materiali, finiture, movimento non hanno tanto la funzione di definire un obiettivo di mercato o una precisa tipologia di appassionato, quanto quella di ribadire lo status dell’orologio e la direzione che la Manifattura continua a seguire: qualità meccanica e formale ai massimi livelli e un’identità definita e riconoscibile. Tutto questo, nell’ondivaga situazione attuale dell’orologeria, aiuta Audemars Piguet a tenere la barra dritta e a dare una lezione di coerenza a tutta l’industria delle lancette. Non è una banalità.

  • J12 Bleu Diamond Tourbillon, le complicazioni in blu di Chanel

    J12 Bleu Diamond Tourbillon, le complicazioni in blu di Chanel

    Non solo bianco o nero, il J12 ora è anche blu. Lo abbiamo visto a Watches and Wonders Geneva, dove Chanel ha presentato un’intera collezione nella nuova tonalità “notturna”. Anche se, a dirla tutta, io avevo avuto la fortuna di vederla in anteprima lo scorso autunno, insieme a un manipolo di colleghi, durante una visita in manifattura a La Chaux-de-Fonds. Ed è proprio perché, dopo mesi, mi sembra di conoscerla abbastanza bene, che ho scelto di scrivere queste righe per approfondire il discorso sul J12 Bleu Diamond Tourbillon. Uno degli esemplari più emblematici non solo della famiglia di J12 Bleu, ma dell’intera orologeria della Maison. Perché ci fa capire come si lavora, chez Chanel.

    Due parole sul colore…

    Prima di tutto credo sia opportuno spiegare il motivo della scelta cromatica: il blu è un colore ricorrente nella moda della Casa, con una rilevanza storica. Per trovare esempi concreti, basta pensare agli abiti da sera realizzati da Mademoiselle Coco negli anni Venti, o più ancora ai mitici tailleur in tweed degli anni Sessanta, dai toni pieni e decisi oppure pastello, più delicati. O anche alle tante creazioni firmate da Karl Lagerfeld nel corso della lunga carriera come Direttore creativo, stagione dopo stagione: una su tutte, l’intera collezione della primavera-estate 2012 di Haute Couture, che riempì la passerella di infinite sfumature di blu.

    C’è da dire anche che la nuance di blu con cui è realizzato il J12 Bleu Diamond Tourbillon (come tutta la serie di orologi), non è casuale. Tutt’altro: è stata voluta e decisa esattamente così com’è da Arnaud Chastaingt, Direttore del Watch Creation Studio di Chanel. Si tratta di un blu scuro tendente al nero, un blu specifico che finora non esisteva: profondo, intenso, quasi vellutato. Ci sono voluti molteplici tentativi e centinaia di prototipi per metterlo a punto. Un impegno perseguito per cinque anni e raggiunto soltanto grazie alla perfetta padronanza dei processi di lavorazione della ceramica da parte dei tecnici della Manifattura.

    … e sul materiale

    Devo ricordare infatti che la ceramica utilizzata in tutti i J12 è prodotta “in casa” all’interno degli atelier di G&F Châtelain, la filiale di Chanel dedita all’orologeria. Evito di ri-spiegarvi come si fa: le fasi di produzione, le materie prime da cui è composta, il tipo di macchinari necessari eccetera. Non è questa l’occasione adatta, ne riparleremo presto – quando vi racconterò proprio del mio tour in Manifattura. Intanto potete andarvi a rileggere cosa aveva scritto al proposito Cristina Manfredi.

    Qui mi limito invece a riassumerne le molteplici qualità: la ceramica è un materiale ad alta resistenza e a elevata densità, quindi resistente all’usura, ai graffi, agli urti. Più leggera e più dura dell’acciaio, è praticamente inalterabile nel tempo, inattaccabile dalla corrosione o dall’ossidazione, insensibile ai raggi Uv, ma perfettamente biocompatibile con l’epidermide. E al tatto regala sensazioni piacevoli, perché non è fredda come un metallo, assume anzi la temperatura corporea molto velocemente.

    Concludo con un cenno alle finiture: tutti gli esemplari della collezione J12 Bleu sono realizzati in ceramica mat. E proprio le superfici opache donano agli orologi – e al J12 Bleu Tourbillon in particolare – un’elegante sobrietà, uno chic discreto, non urlato, ovattato. Reso ancora più distintivo dal contrasto con i dettagli lucidi: le bisellature che scolpiscono i profili della cassa e le maglie del bracciale, e più ancora gli zaffiri blu incastonati sulla lunetta… No, un attimo, ci arrivo fra qualche riga.

    L’estetica del J12 Bleu Diamond Tourbillon

    Prima devo segnalare, a rigor di cronaca, che il J12 Bleu Diamond Tourbillon è “semplicemente” la versione blu dell’esemplare uscito tre anni fa e di cui illo tempore avevo scritto la recensione. Per non ripetermi, cercherò quindi di sottolineare solo gli aspetti essenziali e di riportare i dettagli più tecnici nelle didascalie.

    A cominciare dalla cassa, che misura 38 mm di diametro e presenta appunto la lunetta tempestata di zaffiri blu. Per l’esattezza 34 pietre taglio baguette. Ma più che il numero (non mi stancherò mai di ripeterlo), nel caso delle gemme conta soprattutto la misura della massa. Diciamo “il peso”, se vogliamo essere meno corretti ma più comprensibili: peso che si misura in carati (un carato corrisponde a 0,2 g). Nel J12 Bleu Diamond Tourbillon si contano ben 4 carati di zaffiri blu: quanto basta per definire l’orologio “prezioso”, anche senza considerare i diamanti – due, uno dei quali merita particolare attenzione, come vedremo poi.

    Anche riguardo agli zaffiri, la loro presenza è stata voluta da M. Chastaingt per creare un bel contrasto fra lo scintillio, la luminosità e la trasparenza delle pietre preziose, e la ceramica opaca tutt’attorno. Ed è stata di nuovo una sua scelta la precisa tonalità delle gemme, in accordo con il leggero sottotono verde della ceramica “blu Chanel”. Di alto livello la qualità e la purezza delle pietre, la cui origine è certificata dal RJC (Responsible Jewelry Council), come sempre nei gioielli della Maison¹.

    La meccanica: il Calibre 5

    Ma basta uno sguardo sul quadrante traforato del J12 Bleu Diamond Tourbillon per lasciarsi catturare dal moto ipnotico del tourbillon. Devo sottolineare che è un tourbillon volante, quindi privo del ponte superiore e fissato solo alla base, sulla platina. Costruzione che lo rende estremamente delicato, se sottoposto a urti o vibrazioni, e molto più difficile da realizzare di un tourbillon “normale”, a dispetto del fatto che non ne modifica la funzionalità. Un virtuosismo tecnico, quindi, amato dagli intenditori perché permette di vedere la gabbia in tutta la sua leggerezza, durante l’intera rotazione. Una complicazione tecnica per il puro piacere visivo, insomma. Coerente con il mantra “la tecnica al servizio dell’estetica” che ha sempre contraddistinto l’orologeria Chanel.

    Lo stesso discorso vale anche per l’altra caratteristica del J12 Bleu Diamond Tourbillon, evidente fin dal primo sguardo. Ovvero il diamante montato sopra la gabbia del tourbillon e che quindi compie una rotazione completa in un minuto. Un’altra sfida tecnica, che obbliga a fare calcoli precisi sul diametro e il peso della pietra in rapporto a quelli della gabbia, e pone problemi di bilanciamento in fase di montaggio. Il motivo? Solo la suggestione di veder ruotare a ritmo del tourbillon la pietra preziosa, che oltretutto ha un taglio rotondo particolare – non il consueto taglio brillante… Dettagli? Certo. Ma l’orologeria è fatta di dettagli. E questi la dicono lunga sull’orologeria Chanel.

    Riguardo al Calibre 5, è chiaramente il quinto movimento sviluppato in-house: uscito appunto nel 2022, era il quinto in sei anni, e metteva a frutto tutte le esperienze capitalizzate fino ad allora dalla Maison in orologeria. Per esempio, nell’architettura ricorda il Calibro 1, montato negli esemplari della collezione Monsieur. Come quello è infatti a carica manuale, come quello è costruito attorno a un ponte circolare centrale e dominato dal ripetersi della forma rotonda come elemento dominante. Trovate le altre caratteristiche tecniche nelle didascalie. Qui mi limito a dire che anche nella meccanica le finiture sono impeccabili, secondo i criteri della grande tradizione orologiera. Non a caso si fregia dell’effigie del Leone, il “sigillo” dell’alta orologeria Chanel.

    Disponibilità e prezzi

    Concludo come sempre con qualche informazione pratica. Il J12 Bleu Diamond Tourbillon è già in vendita e costa 230mila euro. Non certo un prezzo alla portata di tutti, sebbene in linea con l’esclusività della creazione. Oltretutto devo aggiungere che è realizzato in una tiratura limitata di 55 esemplari in tutto il mondo, un numero esiguo che ne riduce la disponibilità a pochi pezzi per nazione. Gli appassionati e i collezionisti – quelli veri, in grado di spendere somme ingenti per la loro passione – sono avvisati. Se qualcuno di loro fosse interessato, farebbe bene a rivolgersi al più presto in una boutique monomarca…

  • BR-03 Skeleton: la tripletta di Bell & Ross a Ginevra

    BR-03 Skeleton: la tripletta di Bell & Ross a Ginevra

    Quando al recente Watches and Wonders Geneva ho toccato con mano il nuovo BR-03 Skeleton di Bell & Ross ho pensato a come, in orologeria, vi siano alcuni temi che dividono gli appassionati più o meno come i tifosi in un derby tra Inter e Milan. Datario sì, datario no; ardiglione o déployante; cassa tonda o cassa quadrata; scheletratura o quadrante pieno. Ecco, proprio quest’ultimo dilemma mi è venuto alla mente, perché con questa collezione il Brand francese potrebbe aver trovato una soluzione che mette d’accordo le due tifoserie.

    Lo ha fatto presentando tre referenze accomunate dallo stesso movimento, ma che declinano ciascuna a proprio modo il concetto di scheletratura. BR-03 Skeleton Black Ceramic, BR-03 Skeleton Grey Steel e BR-03 Skeleton Lum Ceramic hanno tratti simili ma un’anima unica e differente. Un’anima che, appunto, può accontentare i tifosi delle differenti versioni di quadranti scheletrati. Perché, se mettete gli orologi uno a fianco dell’altro sembrano simili, ma in realtà sono molto diversi tra loro.

    Il calibro del BR-03 Skeleton

    Parto dal punto di contatto, ossia dal movimento. Il calibro BR-CAL.328 è un ore, minuti e secondi sviluppato da Sellita appositamente per Bell & Ross. Del resto, tra le due aziende c’è una collaborazione di lunga data, grazie alla quale Sellita è diventata il più affidabile fornitore di movimenti per il Marchio transalpino.

    Il calibro BR-CAL.328 è un nuovo movimento automatico da 28.800 alternanze/ora, senza datario e con un’autonomia di 54 ore. I ponti superiori, con i quattro doppi bracci del movimento, sono collegati ciascuno a una delle quattro viti della lunetta, la firma estetica della collezione BR-03. Sebbene ognuna delle tre versioni esplori una differente strada creativa, sono tutte progettate attorno alla stessa struttura a X.

    Trattandosi di uno scheletrato, il movimento è parzialmente visibile dal quadrante, mentre per il fondello Bell & Ross ha scelto quello chiuso, tipico della collezione. Una scelta che credo dettata sia dalla volontà di coerenza con l’estetica della linea, sia perché il calibro è comunque un movimento industriale, rifinito il giusto ma senza essere wow. In questo senso apprezzo la scelta. Quanti di voi, come me, hanno visto marchi cavalcare il trend del fondello aperto mettendo in evidenza calibri poco più che ordinari che nulla aggiungono alla bellezza dell’orologio, quando non la rovinano?

    Altro punto di contatto è il diametro della cassa, la tipica quadrata della collezione BR-03: 41 mm. Lievi differenze negli spessori: 10,60 mm per il Black Ceramic, 9,65 per il Grey Steel e 11,25 per il Lum Ceramic. Un’altalena di millimetri dovuta principalmente alla necessità di armonizzare il materiale della cassa (ceramica in due referenze, acciaio in una) con la diversa struttura del quadrante. Proprio in quest’ultima sta il fattore che, secondo me, può accontentare chi ama la scheletratura e chi, invece, la guarda con diffidenza.

    BR-03: scheletrato, ma con giudizio

    Per come ha lavorato Bell & Ross, non abbiamo un’estetica estrema, ma una soluzione che lascia intravedere più che vedere il movimento, in ciascuna delle tre referenze. La più “nuda” è quella del BR-03 Skeleton Black Ceramic, che fonde scheletratura e trasparenza, rendendo il quadrante e il movimento un tutt’uno. Realizzata in ceramica nera opaca, la cassa incornicia un quadrante in vetro zaffiro fumé che offre uno sguardo furtivo al movimento. La leggibilità è sempre una priorità assoluta per Bell & Ross, che ha scelto qui degli indici neri applicati di forma baignoire, ossia a vasca da bagno. Come le lancette, sono trattati con Super-LumiNova a emissione verde.

    Il BR-03 Skeleton Grey Steel è la versione più scultorea della trilogia. Più che la scheletratura sono le finiture lucide e satinate della cassa in acciaio a catturare l’occhio. Finiture che si estendono fino al réhaut, le cui rientranze ospitano i muscolosi indici a bastone. Bruno Belamich, guru del design di Bell & Ross, definisce il BR-03 Skeleton Grey Steel un orologio che è «allo stesso tempo scultura orologiera e macchina brutalista dal design dirompente». In effetti, un richiamo nelle forme all’architettura brutalista c’è. Così come c’è la volontà dell’azienda di rendere esclusiva questa edizione, limitata a 100 esemplari.

    Limitato, ma a 250 pezzi, è anche il BR-03 Skeleton Lum Ceramic, a mio parere il più interessante dei tre. Parere non richiesto, ovviamente, ma avendo avuto la possibilità di provare gli orologi a Ginevra, non è una valutazione del tutto campata in aria. Anche perché qui, come nel Grey Steel, la scena alla scheletratura viene rubata da uno stratagemma. Là dall’acciaio scolpito, qui dalla luminescenza: che, come elemento decorativo, incornicia ed evidenzia con il Super-LumiNova verde – in tinta con le lancette e gli indici a baignoire – le aree aperte del quadrante.

    Rispetto per l’appassionato

    Tutti e tre i BR-03 sono dotati di due cinturini: uno in caucciù nero e uno in velcro nero di ispirazione aeronautica. I prezzi sono un po’ più cari rispetto alla media della collezione. Il BR-03 Skeleton Black Ceramic costa 6.400 euro, il Grey Steel 5.900, il Lum Ceramic 6.900. Di buono c’è il fatto che Bell & Ross, per quanto riguarda queste referenze, ha scelto di renderle disponibili subito dopo Watches and Wonders. Una tendenza che negli ultimi anni si è diffusa tra molti marchi, quando invece un tempo molte delle novità presentate a Ginevra sarebbero arrivate nelle boutique anche sei mesi dopo, a Dio piacendo.

    Una scelta che dimostra soprattutto un occhio di riguardo per il possibile acquirente, non più lasciato in attesa per un tempo interminabile di un modello visto al Salone. Tempo durante il quale, nella migliore delle ipotesi, si sarebbe scordato di quell’orologio. Nella peggiore avrebbe virato su un modello già acquistabile, facendo perdere al Marchio un possibile cliente. Visto il posizionamento del prezzo, questa scelta prova anche a proporre all’appassionato qualcosa di più o meno abbordabile (per quanto non certo un entry price), in un mercato nel quale le cifre sono in costante crescita, a dispetto della congiuntura non rosea. Strategia coraggiosa e apprezzabile, vedremo se e quanto pagherà.

  • Rado Anatom o l’esaltazione della ceramica

    Rado Anatom o l’esaltazione della ceramica

    Ci sono case orologiere che hanno legato la propria storia a particolari soluzioni stilistiche. Altre che stupiscono per la capacità di applicare tecnologie innovative ai movimenti o ai vari dispositivi meccanici. Altre ancora, come Rado, che dal momento della loro fondazione (o quasi) concentrano i propri sforzi nello sviluppo e utilizzo di materiali speciali. Non è un caso che il pay-off dell’azienda reciti proprio “Master of Materials”. Una filosofia aziendale che si riflette nella realizzazione di habillage fuori dall’ordinario, tali da rendere gli orologi che ne derivano, oltre che resistenti, veri e propri oggetti del desiderio. Con il nuovo Rado Anatom la cosa si ripete. Lo confermano l’utilizzo di una speciale ceramica al posto dell’acciaio, in quasi tutte le componenti esterne dell’orologio, e di un vetro zaffiro bombato e smussato su tutti i lati che ricopre anche la lunetta.

    Le tappe del Rado Anatom dal 1983 a oggi

    Prima di descrivervi le nuove referenze del Rado Anatom, vorrei fare un passo indietro fino al 1983. Fu quello l’anno in cui apparve il primo esemplare dell’omonima collezione. In verità, il nome identificava un modello speciale della serie Diastar, già nota e apprezzata dal grande pubblico. Il termine Anatom stava a indicare il “carattere anatomico” dell’orologio: per l’ergonomia, per l’ottima vestibilità, per la capacità di fondersi a livello visivo con il polso, quasi fosse un tutt’uno.

    Lo testimoniava il vetro in zaffiro sintetico di forma convessa, voluta per seguire appunto la silhouette del polso. Vetro che si abbinava a cassa e bracciale in acciaio e carburo di tungsteno, materiale proveniente dalla già incessante ricerca Rado. Da tempo, la Maison svizzera inseguiva il sogno di un orologio lifeproof, resistente all’uso quotidiano, agli urti o ai graffi, e che potesse sembrare nuovo e lucente anche dopo anni di utilizzo. Per limitare lo spessore della cassa (la cui larghezza era di 28 mm, contro gli attuali 32,5 mm) e per seguire il trend dell’epoca, l’orologio adottò un movimento al quarzo.

    Quarant’anni dopo – e siamo nel 2023 – la Casa di Lengnau aveva fra le mani gli strumenti adatti a riproporre l’Anatom in chiave attuale. La ceramica hi-tech sostituiva l’acciaio, mentre il movimento al quarzo lasciava spazio al calibro meccanico a carica automatica R766.
    Proposto in tre referenze (tuttora in catalogo), con quadranti sfumati blu, verde e cognac, il modello del 2023 ha rappresentato il passaggio al nuovo Rado Anatom realizzato interamente in ceramica, oggetto di questo articolo. Un orologio che continua a eccellere in design, resistenza e vestibilità, e che si presta perfettamente sia al polso maschile, sia a quello femminile.

    Rado Anatom in sintesi

    Il Rado Anatom di oggi ripropone le stesse linee, le stesse dimensioni e lo stesso movimento meccanico della versione 2023. Si differenzia però per il bel bracciale rastremato in ceramica hi-tech (che sostituisce il cinturino in caucciù), le cui maglie sono intervallate da inserti in acciaio lucido. Fatta eccezione per le due referenze impreziosite da diamanti (la R10201712 e la R10204712), entrambe di colore nero, i nuovi orologi esibiscono tre combinazioni cromatiche: il nero e l’acciaio (per la referenza R10201152), il nero e l’oro giallo Pvd (per la referenza R10200152), il grigio e l’oro rosa Pvd (per la referenza R10203102). Il colore di quest’ultima è ottenuto sottoponendo la ceramica high-tech a un processo di spruzzatura al plasma.

    Quanto al movimento, siamo di fronte all’R766, basato sul collaudato Eta 2892-A2, visibile attraverso il fondello in vetro zaffiro a pressione. In primo piano mostra il rotore di carica, particolarmente sottile e a forma di àncora, personalizzato dalla scritta Rado Switzerland. Si tratta di un calibro costruito con particolare attenzione verso la costanza di marcia, tant’è che supera gli standard del Cosc nei test a tre temperature e cinque posizioni. Tra le caratteristiche notevoli, vale la pena citare l’autonomia di 72 ore (3 giorni) e la presenza della spirale in Nivachron™, resistente agli effetti dei campi magnetici e ai cambiamenti di temperatura. 

    I vantaggi della ceramica hi-tech

    L’ho detto nell’introduzione: la ceramica è il materiale distintivo e predominante nelle nuove referenze del Rado Anatom. Rado, a ragione, la definisce hi-tech e vi spiego perché. Di ceramiche ce ne sono tante, per ogni utilizzo e valore, ma quella che ritroviamo nel Rado Anatom è una delle migliori, simile a quella adoperata in ambito militare, medico e tecnologico.
    La ceramica hi-tech è ottenuta dalla lavorazione e fusione di polvere di ossido di zirconio (ZrO2). Ed è un materiale straordinario per durezza – risulta infatti inscalfibile anche da una punta di acciaio -, resistenza alla corrosione, leggerezza e conducibilità termica. Ottime qualità che concorrono a fare del nuovo Rado Anatom un orologio in grado di sfidare il tempo. Perché, se ben tenuto, può davvero durare una vita ed essere tramandato alle generazioni future.

    La ceramica hi-tech, come dicevo, conserva la propria superficie liscia e uniforme per tempi lunghissimi. Risulta impermeabile all’acqua, al sudore, all’umidità. È inattaccabile dalla corrosione, da molti acidi, dai raggi Uv. Ed è estremamente leggera, per cui regala a chi porta l’orologio una piacevole sensazione di comfort. Il Rado Anatom, quindi, riesce nell’impresa di catturare l’attenzione di chi lo osserva e al tempo stesso di far dimenticare a chi lo indossa di averlo al polso . E poi c’è la scarsissima capacità di condurre calore, di gran lunga inferiore a quella dell’acciaio, degli altri metalli e di molte altre ceramiche. Per comprenderne il significato e il valore, immaginate di mettere al polso l’orologio. Non avvertirete quella fastidiosa sensazione di freddo sulla pelle, tipica degli orologi con bracciale in metallo. L’equilibrio termico fra l’orologio e il polso sarà raggiunto senza che voi ve ne accorgiate.

    Conclusioni e prezzo

    Le peculiarità del Rado Anatom diventano evidenti non appena si passano in rassegna le caratteristiche. Le descrivo nei dettagli nelle didascalie che accompagnano le immagini in alto. Qui credo di aver scritto quanto basta per dare all’orologio la giusta importanza, sia in termini di design che di realizzazione. Se poi si pensa al fatto che l’innata resistenza all’usura possa preservarne la bellezza negli anni a venire, la spesa da affrontare per acquistarlo – a partire da 4.950 euro – non può che essere considerata un ottimo investimento.   

  • UR-230 Polaris: lo Stormtrooper di Urwerk

    UR-230 Polaris: lo Stormtrooper di Urwerk

    Il commento più bello che ho letto sul nuovo UR-230 Polaris di Urwerk l’ho trovato su un sito specializzato americano. Riferendosi al predecessore di questo orologio, ossia l’UR-230 Eagle, l’autore scrive che la nuova referenza “somiglia più a uno Stormtrooper che a Darth Vader”. Non serve essere dei fan di Guerre Stellari per capire che la differenza principale tra i due orologi, esteticamente parlando, sta nel colore della cassa: nera quella dell’Eagle, bianca quella del Polaris. Il cui nome richiama proprio il concetto di candore.

    Il carosello dell’UR-230 Polaris

    All’UR-230 Eagle avevamo dedicato una pillola all’interno di uno dei nostri oroscopi, circa un annetto fa. Se andate a rivedere l’immagine a corredo e la confrontate con quella del Polaris, capite subito la citazione alla George Lucas di cui sopra. E capite subito che anche questo UR-230 adotta il sistema di affissione dell’ora “vagabonda” simile a quello impiegato dall’UR-100 Electrum, di cui scrissi tempo fa, tipico della manifattura svizzera. Simile, ma non uguale, perché pare che in Urwerk non si annoino mai, per cui hanno sostituito i tre dischi delle ore con altrettanti prismi.

    Per il nuovo UR-230 Polaris, la Manifattura ha infatti sviluppato una versione sofisticata della complicazione a satelliti girevoli che è la firma meccanica di Urwerk. Su un carosello a tre braccia, altrettanti prismi rotanti recano ciascuno quattro numeri, uno per ogni faccia. Scorrono lungo una sezione di 120 gradi, con la faccia dell’ora corrente rivolta verso l’osservatore. Ciascun prisma è inserito in una lancetta retrograda tridimensionale in alluminio che indica i minuti. Terminata la corsa dei 60 minuti, la lancetta scatta e ritorna allo 0, dove accoglie il prisma che indica l’ora successiva. E così via.

    Il sistema ingegnoso funziona grazie al calibro automatico di manifattura UR-7.30 con doppio bariletto, che lavora a 28.800 alternanze/ora per 48 ore circa di riserva di carica. Un’autonomia piuttosto contenuta, si potrebbe pensare, nonostante il doppio bariletto. Non dimenticate però che stiamo parlando di un calibro ingegneristicamente piuttosto complesso che necessita di molta energia per alimentare il tipo di visualizzazione a satellite. Con i minuti retrogradi, oltretutto: il che significa che la lancetta, durante il suo moto, immagazzina progressivamente la molta energia che le serve per ritornare allo 0 con uno scatto fulmineo, una volta “sganciata” un’apposita leva. Energia che, scatto dopo scatto, inesorabilmente scema.

    Turbine di protezione

    Va da sé che un movimento del genere sia piuttosto delicato. Per proteggerlo, Urwerk ha sviluppato un doppio set di ammortizzatori, presente anche nell’UR-230 Eagle, che lavora tramite l’impiego di turbine. Si tratta di una prima mondiale, a testimonianza del continuo lavoro di ricerca e sviluppo portato avanti dal Marchio.

    Il primo set di turbine ha il compito di attenuare l’impatto di qualsiasi urto esterno sulla cassa, garantendo così la robustezza e la durata dell’orologio. Uno dei due interruttori circolari sul retro della cassa consente di disattivare/bloccare il rotore automatico perché, in questo modello, la carica manuale è ancora possibile tramite la corona. Lo scollegamento del rotore protegge le altre parti del calibro nel caso in cui il rotore stesso si muova a una velocità pericolosa per la sua incolumità, quando è sottoposto a forza G elevata. In questo caso, chi indossa l’orologio deve prevedere il rischio e impostare l’orologio in modalità di carica manuale. Un indicatore a lancetta sul quadrante a ore 1 permette di capire se la modalità di carica automatica è impostata (On) o meno (Off) in quel momento.

    L’aria che tira

    L’altro set, che dà vita alla complicazione del cosiddetto “freno ad aria”, ha un funzionamento un po’ più complesso. Un secondo interruttore, anch’esso sul fondo cassa, consente a chi indossa l’orologio di modificare la velocità del flusso d’aria intorno al rotore automatico. Le turbine agiscono come una valvola che consente l’ingresso di maggiore o minore aria nella camera che ospita il rotore. Quando l’aria viene limitata nel passaggio da una zona all’altra, il rotore automatico si muove più lentamente.

    La regolazione del sistema modifica l’attrito degli ingranaggi, con il sistema meccanico che ne cambia la velocità di movimento. Il rotore automatico, protetto da un cuscino d’aria, resiste agli urti e ai movimenti estremi. Se non si desidera disattivare completamente il rotore, è possibile limitarne il moto in modo che continui a caricare automaticamente la molla, ma non così liberamente come se non vi fosse alcuna limitazione nel flusso d’aria.

    Questo sistema non è nuovissimo. Un concetto simile è utilizzato nella maggior parte dei movimenti degli orologi con ripetizione minuti che utilizzano un regolatore: tramite un flusso d’aria, rallenta il funzionamento della suoneria di una ripetizione minuti in modo da migliorare la percezione del suono. I regolatori del flusso d’aria sono storicamente utilizzati in una varietà di motori e macchine, ma l’applicazione di questo concetto a un rotore automatico da parte di Urwerk è nuova e interessante. Sicuramente favorisce una maggiore interazione tra il movimento dell’orologio e chi lo indossa. Come nel caso del primo set di ammortizzatori, anche per il “freno ad aria” c’è un indicatore a ore 11 che segnala la modalità inserita.

    La cassa dell’UR-230 Polaris

    Detto del movimento, vengo alla cassa, che è l’altra chicca dell’UR-230 Polaris. È realizzata in un composito stratificato la cui base polimerica ospita fogli di ceramica intrecciati con strati di fibra di vetro. Utilizzato nell’industria aerospaziale e in quella medicale, questo nuovo materiale ad alte prestazioni combina i vantaggi di ciascuno dei suoi componenti. Per esempio, le ceramiche classiche sono sì dure e resistenti, ma poiché si creano con un processo di sinterizzazione a caldo, sono inclini a frantumarsi in caso di forte impatto. Grazie alle fibre di vetro che contiene, questa ceramica di Urwerk è sostanzialmente infrangibile.

    La resina che incapsula le lastre a base di fibre è di colore bianco, mentre la fibra di vetro è di un color argento molto chiaro. Grazie alla lavorazione della cassa, gli strati di materiali diversi finemente impilati riflettono la luce sui diversi colori; l’effetto è variabile a seconda della curva della cassa stessa e dell’angolo con cui la luce la colpisce. Un po’ come nel caso della fibra di carbonio, che ha un’estetica irregolare e scintillante. Nello specifico, il bianco dell’UR-230 Polaris è vivo, cambia costantemente e in modo sottile e contrasta con il calibro Urwerk UR-7.30, che è quasi completamente nero. A differenza dell’Eagle, l’UR-230 Polaris non ha il coperchio che celava alla vista la parte superiore del quadrante, il quale qui rimane pienamente visibile.

    Vista la particolarità dell’orologio, preferisco lasciare ulteriori dettagli nelle didascalie, in modo che siano le immagini a parlare. Ricordo che l’UR-230 Polaris è, come tipico delle creazioni di Urwerk, una edizione limitata: 35 pezzi. Il prezzo è in linea con i “giocattoli” che nascono dalla mente di Felix Baumgartner e Martin Frei, alla guida della manifattura: 160.960 euro. Ma volete mettere la goduria di avere al polso uno Stormtrooper meccanico?

  • DV One Gent, Versace e la ceramica al maschile

    DV One Gent, Versace e la ceramica al maschile

    Sbaglia chi pensa che il DV One sia un orologio da donna. Forse non ne conosce la storia: già il primo esemplare della collezione, lanciato da Versace nel 2005, misurava 41 mm di diametro ed era dichiaratamente unisex, come si diceva allora. E di recente la Maison ne ha confermato la vocazione no-gender con il nuovo DV One Automatic, dalla cassa di 40 mm. Adesso, poi, lo vira decisamente al maschile con il DV One Gent, un esemplare dalle dimensioni importanti – ben 43 mm – che si presta solo ai polsi più virili (non bastasse il nome…). E che debutta in due varianti cromatiche altrettanto mascoline: nero oppure blu.

    La coerenza del DV One Gent

    Nella sua lunga storia, oltretutto, non è neppure la prima volta che il DV One si rivolge a un pubblico di soli uomini: basti pensare al DV One Skeleton del 2013, un cronografo millesimato prodotto in collaborazione con Dubois Dépraz, dedicato ai collezionisti e agli appassionati della bella orologeria meccanica. Che per numero e consuetudine sono uomini, appunto. Oggi però, abbandonate le complicazioni, torna a realizzare un “solo tempo” ispirato all’esemplare originario, opportunamente aggiornato nell’estetica come nella tecnica. E, più ancora, coerente con la versione lanciata pochi mesi fa.

    Sia chiaro, non intendo togliere nulla all’esclusività del DV One Gent: anch’esso è in edizione limitata di 1000 esemplari, pochi se si pensa al seguito globale della Maison. Ma il nuovo modello presenta tutti i “sacri crismi” della collezione attuale: è interamente realizzato in ceramica dalla finitura mat, sia nella cassa tonneau sia nel bracciale a tre file; ha la lunetta decorata dalla Greca, geometrica e razionalista nelle proporzioni; e naturalmente presenta l’inconfondibile Medusa a ore 12 e il lettering “DV One” a ore 6. Ovvero gli elementi stilistici che hanno portato al successo i DV One, e al contempo sono autentici richiami all’heritage aziendale, irrinunciabili per i “Versace lovers”.

    Il movimento

    Per quanto riguarda la parte meccanica, il Dv One Gent monta un movimento a carica automatica che arricchisce il quadrante di un dettaglio “classico” : il contatore dei piccoli secondi a ore 6. Rimando alla storia e alla tradizione dell’orologeria, soprattutto a quella della metà del secolo scorso, è sottolineato da una piccola lancetta rossa, unico tocco di colore nella monocromia generale. Mentre a ore 3 spicca il datario, su uno sfondo bianco che gioca con la continuità degli indici e delle lancette a bastone, in apparenza bianchi anche se in realtà rivestiti di materiale luminescente a emissione verde.

    Ad animare il DV One Gent, dicevo, c’è un calibro Landeron 24, un automatico simile all’Eta 2824-2. Mostrato attraverso il fondello in vetro zaffiro, rivela la massa oscillante personalizzata dal logo e da una lavorazione a Côtes de Genève. Per le altre informazioni tecniche vi rimando alle didascalie, qui mi limito a una precisazione. Il marchio Landeron è di proprietà della Depa Swiss Movement e ha sede a Kaiseraugst, non lontano da Basilea. La produzione, rigorosamente Swiss made, è realizzata in-house e si pone come valida alternativa a Eta o a Sellita, rivolta anche ai piccoli marchi indipendenti che hanno bisogno di movimenti in minime quantità.

    In conclusione

    Concludo con il prezzo e un’ultima considerazione. Il DV One Gent costa 3.200 euro ed è già in vendita nelle boutique monomarca, presso i rivenditori ufficiali e sull’e-commerce Versace. La tiratura limitata e le caratteristiche estetiche lo rendono implicitamente dedicato ai fan della Marca: se non amate la Casa della Medusa e siete estranei dal mondo della moda, questo orologio non fa per voi. Astenersi perditempo…

  • J12 Paradoxe: l’inedito Chanel con la cassa “tagliata”

    J12 Paradoxe: l’inedito Chanel con la cassa “tagliata”

    Osare. Sfidare le convenzioni. Inventare di continuo soluzioni originali. Credo siano i tratti salienti dell’orologeria Chanel, o perlomeno quelli che mi sembrano costanti nel tempo. Probabile retaggio della natura ribelle di Mademoiselle Coco, sempre pronta ad andare contro l’opinione comune, a fare scelte audaci e inaspettate, a intraprendere strade inesplorate. Per questo il J12 Paradoxe, pur nel suo essere del tutto nuovo, perfino sorprendente, risulta così tipicamente Chanel da non stupire affatto. Un paradosso, appunto.

    Presentato di recente e in arrivo a giugno nei negozi, l’ultimo erede della famosa collezione di orologi è qualcosa di mai visto prima. E sì che, nei 20 anni festeggiati in questo 2020, il J12 ha conosciuto moltissime versioni. Piccolo, grande, esclusivo, per tutti, maschile o femminile, essenziale o full pavé, perfino con dettagli colorati a spezzare il rigore della monocromia. Ma è sempre stato o bianco o nero. Ora invece il J12 Paradoxe è bianco e nero insieme.

    No, non metà bianco e metà nero, come sarebbe stato ovvio. Chanel non fa mai niente di scontato. La cassa del J12 Paradoxe è per tre/quarti bianca e solo per un quarto nera. Con un limite ben definito fra le due parti, una linea di demarcazione precisissima – quasi fosse realizzato con un taglio netto. E in effetti è così davvero. La cassa bicolore nasce dall’unione di due pezzi di cassa differenti, per colore e dimensioni, che sono state opportunamente tagliate e poi ri-assemblate.

    Il che potrebbe anche non sembrare chissà che, se non fosse che la cassa in questione è fatta di ceramica ad alta resistenza. Un materiale estremamente duro, quindi difficile da lavorare e ancor più da tagliare. Per ottenere nella ceramica un taglio perfetto al micron, senza scheggiarla né rovinarne la superficie in alcun modo, bisogna usare frese ad alta velocità; applicate però alla giusta pressione, con grande attenzione al calore e alle vibrazioni, per evitare micro-fratture, deformazioni plastiche o usura da intaglio. Si tratta insomma di un’ulteriore dimostrazione di quanto i tecnici di G&F Châtelain siano in grado di padroneggiare la ceramica.

    Una volta tagliate, le due parti di colore diverso sono quindi montate insieme in un supporto metallico, in cui verrà poi inserito anche il fondello in vetro zaffiro. Si passa poi agli altri componenti della cassa: il quadrante, i numeri arabi e l’inserto della lunetta – anch’essi bicolori. Mentre i numeri arabi sono realizzati in ceramica nera, ad eccezione del 3 che è bianco, il quadrante e la lunetta sono dipinti con stampa a tampone. In particolare, il quadrante è colorato interamente di bianco, quindi ridipinto di nero nella sezione di destra.

    L’anello della lunetta è invece colorato prima di nero e poi ridipinto di bianco, con la parte nera ridotta in modo da creare un perfetto allineamento con l’ansa nera e il bracciale bianco. Di conseguenza, la lunetta del J12 Paradoxe è fissa, anziché unidirezionale girevole come di consueto per gli altri J12. E del resto diversa è anche l’impermeabilità dell’orologio: che ora è garantita fino a 3 atmosfere, mentre di solito raggiunge le 20 atmosfere.

    Immutato rimane invece il movimento, il Calibro 12.1 a carica automatica, di manifattura. Ne abbiamo già abbondantemente parlato altrove, quindi qui mi limito a riassumerne le caratteristiche essenziali: 191 componenti montati su 28 rubini; un singolo bariletto in grado di assicurare un’autonomia di 70 ore; bilanciere a inerzia variabile con sistema anti-urto; massa oscillante in tungsteno; ponti con finitura satinata e angoli lucidati al diamante. Certificato cronometro dal Cosc.

    Ciò che conta sottolineare, comunque, è che per ottenere una cassa in realtà se ne devono realizzare due. Il che significa avere uno scarto pari al 50 per cento di quanto prodotto. Sia chiaro, il materiale non utilizzato presumibilmente non verrà gettato via, ma rientrerà nel ciclo di lavorazione con un recupero pressoché totale. Ma l’intero processo ha costi di produzione tali da andare a influire sul prezzo finale. Il J12 Paradoxe costa infatti 7.900 euro, contro i 6.100 di un J12 monocolore.