Giornale Degli Orologi

Tag: Libro orologi

  • “Il laboratorio del tempo”. Il racconto di una famiglia di orologiai

    “Il laboratorio del tempo”. Il racconto di una famiglia di orologiai

    Molto più di un semplice saggio sugli orologi da torre, Il laboratorio del tempo (Il Mulino) è una lettura piacevole che getta uno sguardo sulla vita quotidiana del passato, per promuovere il patrimonio storico di Tovo San Giacomo, in provincia di Savona. Con questo obiettivo l’autore, Fabio Caffarena, ha intrapreso il racconto dei Bergallo, una famiglia di costruttori di esemplari per campanili che dalla Liguria si diffondono nel Nord Italia e arrivano fino in Patagonia. Una vicenda di storia locale, familiare e professionale che si intreccia agli eventi della Grande Storia, i cui fatti ne determinano l’evoluzione. Ne ho parlato proprio con Fabio Caffarena, Professore di Storia contemporanea nel Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Genova e autore di diverse pubblicazioni.

    Ci può raccontare la genesi de Il laboratorio del tempo? Come nasce e perché?
    «Il libro nasce nell’ambito del progetto Le macchine del tempo. Il Museo dell’Orologio da Torre (MOT) e l’Archivio Bergallo di Tovo San Giacomo, presentato nel 2020 dal Comune di Tovo San Giacomo e co-finanziato dalla Fondazione Compagnia di San Paolo di Torino.

    Tale progetto, che ha ottenuto il patrocinio del Centro Internazionale di Studi Italiani dell’Università di Genova (CISI), è partito alla fine del 2020. E prevede un nuovo allestimento del Museo dell’Orologio da Torre di Tovo San Giacomo – il primo in Italia, istituito nel 1996 -, oltre all’inventariazione e alla digitalizzazione dell’archivio della famiglia di orologiai Bergallo, acquisito dal Comune una decina di anni fa. Inoltre sono previste attività laboratoriali e didattiche ed è stata rafforzata la rete di contatti con gli altri “musei del tempo” a livello nazionale e internazionale.

    In questo contesto, l’idea del libro è nata per ricostruire la storia professionale e familiare dei Bergallo, attivi nella costruzione di orologi monumentali fra Otto e Novecento».

    L’impianto accademico dell’opera è impeccabile, eppure la narrazione scorre via veloce: la lettura agile, l’immediata comprensione rendono la fruizione accessibile a tutti. Ci conferma lo scopo divulgativo già nelle sue intenzioni?
    «Come dicevo, Il laboratorio del tempo ricostruisce le vicende di tre generazioni della famiglia Bergallo, attiva appunto in Liguria nella costruzione di orologi da torre dalla seconda metà dell’Ottocento agli anni Ottanta del Novecento. E si innesta organicamente nello spirito generale del progetto Le Macchine del tempo, finalizzato a una migliore fruizione dei contenuti del Museo dell’Orologio da Torre di Tovo San Giacomo e delle carte d’archivio. In breve, si tratta di un progetto di valorizzazione culturale e di restituzione pubblica di una storia professionale e familiare. Un progetto cui il libro intende contribuire attraverso una ricostruzione storica che punta certamente alla divulgazione, alla possibilità di arrivare a un pubblico di lettori ampio attraverso una narrazione agile. Ma si tratta anche di un lavoro condotto dal punto di vista metodologico utilizzando i “ferri del mestiere” dello storico accademico».  

    Quale obiettivo guida l’opera? E come è strutturata?
    «Bisogna innanzitutto dire che non sono uno specialista di orologeria e della sua storia. Quindi il mio intento non era quello di scrivere un libro dedicato agli orologi da torre costruiti dai Bergallo. Piuttosto, attraverso il caso-studio rappresentato dalla storia di un’officina di “artigiani del tempo” – di un “laboratorio” come la definivano gli stessi Bergallo -, l’obiettivo era entrare nella Grande Storia. A partire dall’invio nel 1934 di un orologio nella Patagonia argentina – lungo la rotta oceanica seguita tra Diciannovesimo e Ventesimo secolo da numerosi italiani – nelle pagine de Il laboratorio del tempo prende forma una storia locale, familiare e professionale che si intreccia ai grandi eventi separatori dell’età contemporanea, come migrazioni e guerre.

    Oltre a centinaia di macchine del tempo, collocate in prevalenza su torri civiche e campanili dell’Italia Nord-occidentale, i Bergallo hanno lasciato un cospicuo patrimonio archivistico costituito da documenti di lavoro e privati: registri contabili, carteggi con clienti e fornitori, agende di appunti e misure, ma anche libri di famiglia, epistolari, diari personali e memorie capaci di creare una fitta trama narrativa».

    Quanto tempo ha impiegato nella ricerca tra i fondi archivistici?
    «La ricerca in archivio è durata circa un anno, ma in realtà è partita molto tempo prima: nel 2012 ho avuto infatti l’opportunità, insieme al collega Carlo Stiaccini, di realizzare per la Soprintendenza Archivistica della Liguria un primo riordino di massima dell’archivio Bergallo, una volta acquisito dal Comune di Tovo San Giacomo, per procedere alla dichiarazione di interesse storico. Durante questo lavoro ci rendemmo subito conto dell’importanza della documentazione, non limitata a note tecniche di orologeria: l’archivio dell’attività di costruzione di orologi da torre e l’archivio privato della famiglia sono infatti inestricabilmente legati. Informazioni private e professionali convivono talvolta in una missiva e anche nei registri annotazioni personali riaffiorano da appunti di lavoro.

    La ricerca ha quindi potuto contare su un lavoro archivistico preliminare condotto anni fa e, durante la scrittura del libro, sul puntuale lavoro di inventariazione dell’archivio Bergallo condotto dall’archivista Simonetta Ottani. Oltre a ciò, negli anni ho avuto la possibilità di riordinare, sempre insieme al collega Stiaccini, alcuni archivi comunali del ponente savonese, tra cui nel 2003 quello di Tovo San Giacomo, e questo ha facilitato il reperimento di ulteriori fonti utili ad ampliare e contestualizzare la vicenda personale e professionale della famiglia Bergallo, anche grazie ad alcune visite come quella al Museo dell’Orologio da Torre “Roberto Trebino” di Uscio». 

    Quale è stata la difficoltà maggiore che ha incontrato, nella preparazione o nella stesura de Il laboratorio del tempo?
    «La difficoltà maggiore – da profano, ripeto – è stata quella di acquisire una seppur minima competenza tecnica relativa ai principi di funzionamento e alla costruzione degli orologi da torre, partendo dalle varie parti costitutive di un orologio, dai sistemi di ricarica…

    Come per ogni altra ricerca, la difficoltà, ma contemporaneamente la sfida, è stata quella di ricostruire un contesto intorno alla vicenda: nel caso specifico si è trattato di ambientare adeguatamente la storia dei Bergallo nel quadro di storia locale legata al piccolo paese di Bardino Nuovo – frazione del Comune di Tovo San Giacomo, fino al 1928 Comune autonomo -, dove aveva sede l’officina degli orologi. Un ambiente complesso, un mondo fondamentalmente contadino all’interno del quale non mancavano conflittualità tra famiglie e all’interno delle famiglie. E i Bergallo non facevano eccezione.

    Per quanto riguarda la stesura del lavoro non parlerei di difficoltà, ma ho dovuto compiere una scelta narrativa per raccontare i grandi eventi storici di cui i Bergallo furono protagonisti, e che in qualche caso subirono, partendo dalle vicende dell’officina di orologi. Basti pensare ai membri della famiglia emigrati in Sud America o all’impatto devastante che la Grande Guerra ebbe sull’attività, in quanto sia il titolare dell’officina Giovanni Battista Bergallo, sia i due giovani operai, furono mobilitati. E se Giovanni Battista tornò a casa, i suoi collaboratori morirono in guerra o per cause derivanti dal conflitto».

    A suo parere, in definitiva, quale è stato il ruolo dei Bergallo nella storia degli orologi da torre?
    «Il ruolo dei Bergallo nella storia degli orologi da torre è importante non tanto o non solo per la produzione, ispirata ai modelli francesi Morbier provenienti dalle officine francesi del Giura… Una produzione peraltro significativa, pensando che si trattava di un’officina condotta quasi esclusivamente a livello familiare. Ma per gli elementi di modernità che questa storia rivela. Nonostante si possano avanzare alcune ipotesi, riportate nel libro, è difficile capire come, perché e precisamente quando il fabbro e muratore Giovanni, il primo orologiaio Bergallo, nella seconda metà dell’Ottocento avesse cominciato a cimentarsi nella costruzione di orologi.

    Ma fu soprattutto il figlio Giovanni Battista, dotato di non comuni doti imprenditoriali e di intraprendenza, a sviluppare a inizio Novecento l’attività, ampliando la rete di relazioni commerciali e trasformando il lavoro da esclusivamente artigianale a semi-industriale, seppur nella piccola scala: i telai degli orologi erano infatti realizzati da importanti fonderie savonesi e poi le varie parti venivano assemblate in officina a Bardino Nuovo. L’attività rimase florida fino al secondo Dopoguerra, quando la diffusione degli orologi elettrici e poi elettronici si rivelò alla lunga esiziale per l’officina Bergallo, non in grado di adeguarsi alla nuova produzione. Nonostante ciò, Giovannino, ultimo esponente degli orologiai Bergallo, continuò a lavorare fino all’età di oltre ottant’anni. Ed ebbe il grande merito di intuire l’importanza della storia e della cultura del lavoro di cui le vicende della sua famiglia erano depositarie, non disperdendone la memoria».       

  • “Retro Watches”, la guida al design d’epoca. Per collezionisti

    “Retro Watches”, la guida al design d’epoca. Per collezionisti

    Un eccentrico quanto affascinante salto (indietro) nel tempo e nello stile. Con una selezione di oltre cento orologi, datati fine anni Cinquanta, Sessanta e Settanta – periodi considerati come la golden age dell’orologeria e della sperimentazione d’avanguardia. “Retro Watches” (Thames & Hudson) potrebbe tranquillamente essere accolta come la guida definitiva per collezionisti, amanti dello stile rétro più originale.

    Gli esemplari protagonisti della pubblicazione appartengono, infatti, alla collezione privata di Mitch Greenblatt, uno dei maggiori esperti americani (sta a San Francisco) di orologi d’epoca dal gusto esuberante. Insieme all’autore del libro, il giornalista inglese Josh Sims, Greenblatt ha scelto per l’occasione un centinaio di pezzi rari fra gli oltre quattrocento della collezione che ha iniziato a comporre più di vent’anni fa.

    Un’attività alla quale si sta infatti dedicando – anima e corpo – dal 1998, dopo avere rinunciato a una carriera di brillante illustratore già avviata. Da allora, ha trasformato l’innata passione per l’orologeria in una professione. Non solo colleziona, commercializza e scrive di orologi su riviste specializzate, ma disegna e produce anche un proprio brand, Xeric. Di cui sono andati letteralmente a ruba, per esempio, i pezzi della collezione ispirata all’Apollo 11 e creata per il 50° anniversario dell’allunaggio di Neil Armstrong e Buzz Aldrin.

    “Time to be different” è il credo di Mitch Greenblatt che da sempre si lascia guidare dal gusto per l’inusuale e dalla ricerca per gli esemplari più rari, meno noti e di nicchia. Ecco quindi un Opus 3 di Harry Winston, un Handcuff anni ’60 totalmente di plastica, uno Zenith Futur Time Command del 1976; e ancora un Tenor Dorly con ore saltanti, un cronografo Pari, un Mido Mystery Dial… Sono solo alcuni dei modelli che rappresentano il suo mondo – almeno, per come lo racconta sulla pagina Horolovox che gestisce su Instagram. E sull’omonimo sito, in cui si può reperire anche il nuovo libro, “Retro Watches”.

    Nelle pagine di “Retro Watches” si trovano delle vere e proprie chicche. Rarità che, come dichiara lo stesso Greenblatt, ha “selezionato fra marchi ormai defunti e brand fra i più grandi di oggi. Si tratta comunque di pezzi che rappresentano il lato più sperimentale del design”. Così sfogliando il volumetto, che si distingue anche per la preziosità delle immagini, si può approfondire la storia e la meccanica di orologi più o meno noti, comunque insoliti. Come l’Hamilton Electric “Victor” degli anni ’50 o il Jaeger-LeCoultre Disco Volante degli anni ’70; oppure, ancora, un altro LeCoultre HPG Memovox (per il mercato americano), e l’Omega Driver. Ciascuno è corredato da un’esauriente descrizione: con tanto di contestualizzazione storica e stilistica, scheda tecnica con movimento, e valore di mercato.

  • “Sea Time”, un mare di orologi tutto da leggere

    “Sea Time”, un mare di orologi tutto da leggere

    Ci sono gli orologi di James Bond e quelli di Jacques Cousteau. I subacquei più iconici – dal Fifty Fathoms di Blancpain al Devil Diver di Bulova – e la parabola dei Doxa. I grandi cronometri da marina del passato e i modelli di oggi adatti a un party in piscina (o a uno yacht club). Sono solo alcuni dei temi che potrete trovare nel libro “Sea Time: Watches Inspired by Sailing, Yachting and Diving” di Aaron Sigmond e Mark Bernardo (Rizzoli International). Dedicato cioè agli esemplari per la vela, la navigazione e le immersioni – come recita appunto il titolo.

    Di grande formato e ricco di fotografie, “Sea Time” è stato realizzato da due scrittori americani, esperti del settore. E fa parte di un’ideale trilogia che riguarda gli orologi dei diversi elementi: terra, acqua e aria. Il prequel, “Drive Time: Watches Inspired by Automobiles, Motorcycles and Racing”, sul mondo dei motori e delle corse, è uscito l’anno scorso; è già esaurito, ma se lo cercate sul mercato dell’usato avete buone probabilità di reperirne una copia. Il sequel, “Air Time”, verrà invece pubblicato in futuro. Il loro merito, come si può già vedere, è la capacità di presentare la materia in modo approfondito e obiettivo. Non solo perché i tre volumi sono il risultato di lunghi studi e ricerche, ma anche per il metodo di esposizione.

    Le 240 pagine di carta patinata di “Sea Time” sono infatti organizzate per argomenti: “The Icons”, “Sailing and Regatta”, “Boating Watches”, “Dive Watches”, “By the Pool & at the Seashore”. E in ognuno di questi capitoli gli orologi sono suddivisi per marchio, in ordine alfabetico, con un sistema di classificazione abbastanza logico e intuitivo. Il che comporta due vantaggi. Da un lato risulta facile per il lettore districarsi tra le diverse sezioni per ritrovare un determinato modello; dall’altro tutti gli esemplari hanno lo stesso spazio e sono trattati con uguale attenzione, senza favoritismi.

    E il fatto che gli autori abbiano preso in considerazione le varie fasce di mercato, a livello trasversale, crea, in certi casi, insoliti abbinamenti fra marche profondamente diverse. Ad esempio Breguet accanto a Bremont, Fortis vicino a Franck Muller, Tempest a Tissot… Ma oltre alle caratteristiche tecniche, alla rarità, al valore economico di ogni pezzo, di ciascuno si mettono in evidenza origini, vicende, curiosità. Il bello del libro è proprio questo: la propensione a raccontare storie, così da dimostrarsi più che interessante, quasi avvincente, per gli appassionati di orologi.

    E lo stile colloquiale degli autori – ricco di modi di dire, di frasi fatte, di espressioni da strada – rende la lettura ancora più piacevole. Ma allo stesso tempo più ostica. Scritto solo in inglese, “Sea Time” in certi passaggi potrebbe risultare un po’ difficile per chi non conosce bene la lingua. Speriamo che qualcuno si prenda la briga di tradurlo al più presto anche in italiano. Merita.            A.A.A. Editore cercasi…

  • “More than just the time”: complicazioni da leggere

    “More than just the time”: complicazioni da leggere

    Cronografo, ripetizione minuti, tourbillon, secondo fuso orario… Sono solo alcune delle complicazioni che possono arricchire gli orologi: ne sviluppano il carattere e la vocazione, e allo stesso tempo ne aumentano il valore commerciale. Ma che origini hanno queste funzioni? E soprattutto che legame hanno con i moderni orologi da polso?

    È quanto ha voluto raccontare Monika Leonhardt nel libro “More than just the time”, pubblicato qualche mese fa in tre lingue (inglese, francese o tedesco) per le edizioni Alphil e il Musée Internationale d’Horlogerie di La Chaux-de-Fonds. Un prodotto editoriale nato dalla partnership tra il Museo di orologeria più importante al mondo e Les Ambassadeurs, siglata nel 2014, in occasione del cinquantesimo anniversario della boutique ginevrina.

    “Si tratta di una nuova offerta del museo”, racconta Régis Huguenin, Curatore e Direttore del Mih: “Questa pubblicazione completa il nostro catalogo di opere scelte. L’obiettivo era quello di presentare alcuni dei pezzi acquisiti dal museo a partire dal 2000. E di sintetizzarne le complicazioni in una guida pratica e con un linguaggio accessibile”.

    Otto le complicazioni spiegate e otto i capitoli attraverso i quali il libro svela la storia di ciò che anima questi gioielli meccanici, antenati degli attuali esemplari da polso. “More than just the time” è infatti un manualetto di poco meno di cento pagine esteticamente accattivanti. Pensate non solo per un pubblico di addetti ai lavori, ma anche per gli appassionati di storia e di strumenti del tempo.

    Una sintesi di una ventina di esemplari da tasca scelti per il loro legame con il presente e per la ricchezza di dettagli che nascondono nei loro movimenti. Piccole macchine “pensanti” dal cuore prezioso. Come la Montre de poche astronomique ovale realizzata all’inizio del 1600, a pochi anni dalla riforma del calendario voluta da Papa Gregorio XIII. Che ha segnato profondamente non solo la storia dell’orologeria ma dell’intera civiltà occidentale.

    “Sono molti gli aneddoti e le storie raccontate in questo piccolo volume”, conclude Monsieur Huguenin. “Ma, al di là della loro storia tecnica, questi oggetti hanno conosciuto una vita propria”. Che continua tuttora. Oltre la spiegazione delle complicazioni, oltre l’analisi di ogni esemplare, in effetti, il volumetto ha un merito particolare. Ci fa capire che il patrimonio del museo è lì per noi. Ed è un po’ di tutti noi.

  • Omega Speedmaster, la Luna sullo scaffale

    Omega Speedmaster, la Luna sullo scaffale

    L’Omega Speedmaster è un’indiscussa icona orologiera. Lo è sempre stata e lo sarebbe diventata, probabilmente, di diritto, per meriti acquisiti. Senza nessun “aiutino” insomma. Perché ha storia da vendere: oltre 60 anni di servizio effettivo, un’identità pressoché immutata e un buon numero di referenze divenute nel frattempo introvabili. L’aver preso parte alle prime missioni spaziali, l’essere stato il primo orologio ad andare sulla Luna, gli ha però stravolto l’esistenza. Così c’è lo Speedmaster, insomma, e poi c’è il Moonwatch.

    Stesso modello, due storie da raccontare. Ed altrettante chiavi di lettura. Una manna per i suoi seguaci, che hanno puntualmente trovato una valvola di sfogo della propria devozione, se non addirittura idolatria, non solo nel collezionismo dei pezzi fisici e meccanici marchiati Omega, ma anche in quello della sua relativa bibliografia. Perché negli anni, attorno allo Speedmaster, sono fiorite talmente tante di quelle pubblicazioni qualificate, che da sole sarebbero sufficienti a giustificare l’istituzione di una biblioteca monotematica.

    E figuriamoci se il 2019, anno che celebra il 50° dell’allunaggio – e che di conseguenza si appresta a riaccendere prepotentemente i riflettori sul modello – poteva restarne esente. Così è proprio di questi giorni l’annuncio di un nuovo capitolo scritto dell’eterna saga dell’orologio riconosciuto dall’ente spaziale americano come “flight qualified by Nasa for all manned space mission”. Titolo di copertina: “A Moon Watch Story“. Un volume acquistabile sulla libreria online watchprint.com specializzata nelle pubblicazioni a tema.

    Sottotitolo, o payoff, “The extraordinary destiny of the Omega Speedmaster”, quasi a sottolineare il ruolo cruciale avuto per il modello in questione proprio dalla Luna. Un bel tomo nel formato da 22 x 22 centimetri che, attraverso 224 pagine e 276 illustrazioni (al momento disponibile solamente in inglese o in francese al prezzo di 49 euro), traccia la storia dello Speedmaster dal 1957 ad oggi. Con un esaustivo focus, e non poteva essere altrimenti, su quei trascorsi spaziali che dalla metà degli Anni 60 lo hanno consacrato definitivamente nel mito.

  • “Un uomo & il suo orologio”, storie di esemplari famosi. E non

    “Un uomo & il suo orologio”, storie di esemplari famosi. E non

    Arriva oggi nelle librerie “Un uomo & il suo orologio”, la traduzione del libro “A Man & His Watch” uscito in inglese un paio d’anni fa. L’autore è Matt Hranek – fotografo, globetrotter, collaboratore della rivista “Traveller”, fondatore del sito “The William Brown Project”… Epicureo più che semplice gourmet, appassionato di “bella meccanica” in senso lato e di orologeria in particolare. Ok, ma cos’ha di interessante questo suo volume?

    Può aiutare il sottotitolo: “Orologi iconici e storie degli uomini che li hanno indossati”. Ma ancora di più leggere la prefazione: in cui l’autore racconta dell’orologio di suo padre e del valore affettivo che ha tuttora per lui. Perché, spiega, certi orologi “non servono solo a segnare l’ora, ma hanno un significato più profondo. (…) Segnano le occasioni speciali, raccontano al mondo chi siete e, se siete fortunati, possono legarvi alle persone per voi più importanti”.

    Ecco allora, nelle 216 pagine riccamente illustrate, le storie più o meno divertenti – ma sempre confidenziali, quasi intime – di 76 orologi e relativi proprietari (o viceversa, viste le strette connessioni). In cui si ritrovano celebrità di ieri e di oggi, uomini ricchi e famosi, ma anche persone qualsiasi, collezionisti, amici e colleghi di Hranek stesso. Che descrivono pezzi della propria vita, rievocano aneddoti, compiono riflessioni, svelano ricordi personali ed emozioni. Niente di scontato, comunque. Ne emerge invece un collage di esistenze, una galleria di varia umanità che rende unico “Un uomo & il suo orologio”.

    Si ritrovano per esempio esemplari celeberrimi come il Rolex Daytona di Paul Newman, il Cartier di Santos-Dumont e quello di Alain Delon. Oppure l’Heuer Monaco di Steve McQueen e l’Autavia di Jo Siffert, il Longines Angolo Orario di Lindbergh… Ma anche pezzi meno noti, come il Corum di Elvis Presley, il Patek Philippe di Andy Warhol, l’Omega di Kennedy e il Tiffany & Co. di Roosevelt. E ancora gli Swatch, i Timex, i Seiko, e i tanti altri esemplari “comuni” di perfetti sconosciuti, individui reali con le proprie idee, esperienze, passioni. “Un orologio è pur sempre un orologio, è la storia che c’è dietro a renderlo eccezionale”, scrive ancora Hranek.

    Un’ultima considerazione. Il libro “Un uomo & il suo orologio” vede finalmente la stampa in italiano grazie a L’ippocampo di Milano. Una casa editrice indipendente – ma partner di grandi editori come Phaidon e Gestalten -, specializzata in titoli di qualità e in libri illustrati di arte, design, fotografia, lifestyle. Cui va riconosciuto un doppio merito: permettere la lettura al pubblico italiano con un’ottima traduzione (a cura di Paolo Bassotti) e con un prezzo di copertina accessibile ai più (29,90 euro).

  • “F.P.Journe Invenit et Fecit”: la biografia dell’uomo, la storia della marca

    “F.P.Journe Invenit et Fecit”: la biografia dell’uomo, la storia della marca

    S’intitola semplicemente F.P.Journe Invenit et Fecit la prima biografia (autorizzata) del maître horloger. Proprio come il suo marchio, quasi ad alludere alla perfetta sovrapposizione fra l’uomo e la sua opera. Il volume, fresco di stampa, è stato scritto dall’amico di lunga data Jean-Pierre Grosz, produttore musicale prestato alla scrittura. Già manager di Marvin Gaye, Dee Dee Bridgwater e Ray Charles, in passato è stato autore del libro “Ray mon Ami”, in cui ha raccontato il legame quasi trentennale con il mito del soul. Ed è stata proprio la lettura di questo testo a convincere Journe di aver trovato il proprio biografo (come racconta lui stesso nell’introduzione).

    F.P.Journe Invenit et Fecit in effetti ripercorre l’intera esistenza dell’ex enfant prodige dell’orologeria. Dall’infanzia a Marsiglia agli studi tecnici, dal trasferimento a Parigi alla realizzazione del primo orologio, dall’affermarsi come creatore indipendente fino al successo di oggi. Attraverso l’istituzione del proprio marchio, l’apertura del laboratorio a Ginevra, le collaborazioni con le grandi maison (una per tutte, l’Opus One con Harry Winston). E, ancora, la manifattura, i premi e i molteplici riconoscimenti al suo lavoro…

    Dalle 360 pagine di ricordi emerge un ritratto privato, quasi intimo del maestro: non solo le esperienze personali (ci sono perfino le sue pagelle di scuola), ma anche i principi più profondi, i valori in cui crede. La passione per l’orologeria, la ricerca della precisione (della qualità, della perfezione), l’entusiasmo e i dubbi, il senso di ribellione e la voglia di rinnovamento. Non a caso il libro è dedicato alle persone che per lui hanno contato di più: lo zio Michel, suo primo mentore, con cui lavorò per sei anni nell’atelier parigino di restauro; e Jean-Claude Sabrier, un grande storico dell’orologeria, la cui biblioteca è oggi di proprietà dello stesso Journe.

    Autoprodotto, disponibile in francese o in inglese, il libro F.P.Journe Invenit et Fecit si può reperire fisicamente nelle nove boutique internazionali del Marchio, oppure online (su watchprint), a un prezzo di 210 euro. E merita davvero: dopo averlo letto, vi sembrerà di conoscere personalmente François-Paul. Lo vedrete come un vecchio amico, capirete meglio la sua idea dell’orologeria. E apprezzerete ancora di più i suoi orologi.

  • Monografie sotto l’Albero, letture per collezionisti

    Monografie sotto l’Albero, letture per collezionisti

    Due monografie su Omega e Audemars Piguet, uscite nei mesi scorsi, sono perfette strenne natalizie. Per tutti gli appassionati di orologeria ma soprattutto per chi ama gli esemplari di queste manifatture

    “Audemars Piguet 20th Century Complicates Wristwatch” tratta appunto degli orologi complicati prodotti dalla maison nel corso del secolo scorso. Un lavoro inedito, costato quattro anni di ricerche da parte dei tecnici, dei restauratori, degli storici e degli archivisti del Dipartimento del Patrimonio. Che hanno studiato i singoli esemplari anche attraverso i registri e le carte conservati nella raccolta privata a Le Brassus. Ogni capitolo del libro è dedicato a un tipo di complicazione, a partire dalla prima ripetizione minuti venduta nel 1892, per concludersi con la rinascita della grande tradizione meccanica dopo la crisi del quarzo.

    Una storia lunga un secolo, riccamente documentata da fotografie, schede tecniche, dati di produzione, disegni e immagini d’epoca. Si scopre così che dalla fondazione al 1970 la manifattura ha realizzato solo 550 esemplari complicati: 35 ripetizioni, 188 calendari (fra cui 12 perpetui), 307 cronografi e 20 “doppie complicazioni” (calendario più cronografo). La cui produzione è caratteristica di determinati periodi: le ripetizioni per esempio sono tutte precedenti agli anni Trenta, i cronografi concentrati fra i Trenta e i Quaranta.

    Un’attenta lettura permette non solo di farsi un’idea generale sul passato produttivo della casa, ma anche di conoscere in modo approfondito alcuni pezzi notevoli. Come il cronografo N° 42875, venduto a St. Moritz nel 1937 per 190 franchi e riacquistato a un’asta da Christie’s New York nel 2015. Interessante per la cassa in Staybright (una lega di acciaio in grado di ridurre  

  • “Des montres et des hommes”: la Storia in un romanzo grafico

    “Des montres et des hommes”: la Storia in un romanzo grafico

    “Des montres et des hommes” è un libro che tratta di orologi famosi appartenuti a uomini famosi. Un argomento insolito esposto in una forma ancora più insolita: quella del “romanzo grafico”, a metà tra il racconto fatto di parole e le illustrazioni tipiche dei fumetti. Scritto da Geoffroy Ader e disegnato dall’artista Neis, il volumetto è pubblicato solo in francese da AW Editions (20 euro). Ma merita attenzione.

    Geoffroy Ader è un esperto di orologeria, che per tutta la vita ha lavorato con varie case d’asta (Antiquorum, Sotheby’s e ora Artcurial): per mestiere si è quindi imbattuto in numerosi esemplari storici che non solo hanno raggiunto ottime quotazioni ma soprattutto hanno fatto notizia. Da qui l’idea del libro, sviluppato poi a quattro mani con l’illustratrice parigina: puntare i riflettori su alcuni importanti orologi battuti all’asta, un tempo di proprietà di personaggi iconici del XX secolo.

    Politici, statisti, attori, esploratori, tutti appassionati di orologi: John Fitzgerald Kennedy, Charles de Gaulle, Winston Churchill, Konrad Adenauer, Albert Einstein, il Mahatma Gandhi, e ancora Edmund Hillary, Lawrence d’Arabia (Thomas Edward Lawrence), Elvis Presley e Paul Newman. Grandi personaggi del Novecento la cui celebrità ha di riflesso portato fama anche ai propri orologi – con un’unica eccezione: Henry Graves, reso famoso dalle complicazioni del suo Patek da tasca (e non il contrario).

    Ecco quindi JFK (1917/1963), 35° Presidente degli Stati Uniti d’America, evocato attraverso l’Omega Extrapiatto, donatogli dall’amico Grant Stockdale quando era ancora senatore, e lo Speedmaster delle missioni Apollo, apice del programma spaziale da lui voluto. Solo un esempio, ma abbastanza per capire il bello di questo libro: ripercorrere alcuni capitoli di storia dell’orologeria e inserirli nel contesto più ampio della grande Storia, attraverso le vicende personali dei suoi protagonisti. ”’”><\/script>’

  • Rolex, Fabienne Reybaud e l’editoria d’arte di Assouline

    Rolex, Fabienne Reybaud e l’editoria d’arte di Assouline

    Fabienne Reybaud è una giornalista francese, lavora per “Le Figaro” dal 1993 ed è specializzata in orologi e gioielli. Autrice di diversi libri sul mondo del lusso, ha appena dato alle stampe “Rolex: The Impossible Collection”: un volume di gran pregio dedicato al marchio di orologi più amato, odiato, venduto e collezionato di sempre. Un tomo di 20 libbre (più di 9 chili), 194 pagine e 200 illustrazioni, che ripercorre la storia della Casa della corona, ne evidenzia la filosofia – il pallino per la precisione – e ne riunisce idealmente gli esemplari più innovativi e famosi.

    Se si sfogliano le pagine, si incontra una galleria di pezzi memorabili, compresi quelli da record (in un modo o nell’altro). Dal primo orologio impermeabile della storia al primo automatico, dal primo subacqueo fino a 10 atmosfere al primo antimagnetico fino a 1000 gauss. E ancora, l’Explorer di Sir Edmund Hillary che affrontò l’Everest, il Deepsea che si addentrò nella Fossa delle Marianne, il Paul Newman battuto all’asta per più di 17 milioni di dollari, l’irripetibile Daytona The Unicorn di John Goldberg…

    Presentata lo scorso settembre sul sito di Assouline – anche se le prime copie saranno in consegna solo domani -, la monografia di Fabienne Reybaud sembra avere le carte in regola per piacere a tutti gli appassionati di Rolex. Se non fosse per il prezzo: 845 dollari. Esorbitante sì, ma giustificato dalla cura con cui è stata confezionata. Fa parte infatti della Ultimate Collection, con cui l’editore parigino – noto per l’elevato livello dei libri in catalogo, soprattutto per i cosiddetti coffee table book – rende omaggio all’antica arte della legatoria. Ogni titolo di questa collana cioè è stampato in modo artigianale, su carta di estrema qualità, quindi rilegato a mano. Ed è realizzato con una produzione necessariamente limitata. Per veri bibliofili. ”’”><\/script>‘

  • Bulova: 143 anni di storia. Fra un primato e l’altro

    Bulova: 143 anni di storia. Fra un primato e l’altro

    Qualcosa di più di una semplice storia aziendale: “Bulova – A History of Firsts”, edito da Assouline, traccia piuttosto il ritratto di una nazione. Insieme alle novità create dal marchio in prima mondiale, racconta infatti l’evoluzione della società americana negli ultimi 140 e passa anni.

    Scritto da Aaron Sigmond con il contributo di altri scrittori/giornalisti – tra cui Jack Forster, Kate Betts, Matt Hranek, e perfino del musicista/produttore Nile Rodgers -, il volume ripercorre le diverse innovazioni non solo tecniche ma anche culturali introdotte dall’azienda. E ne ritrae gli scenari, a partire dalla Gilded Age (come diceva Mark Twain), quando il giovane immigrato boemo Joseph Bulova aprì una piccola gioielleria a New York, in Maiden Lane, nel 1875, per arrivare ai nostri giorni, dopo l’acquisizione da parte del Gruppo Citizen avvenuta nel 2007. Deriva proprio dall’imprinting del fondatore lo slancio di Bulova verso il rinnovamento, la volontà di spingersi sempre oltre, nei campi più disparati: dal marketing all’aviazione, dalle esplorazioni spaziali all’affermarsi del femminismo.

    Il marchio per esempio è stato un pioniere nella pubblicità. Ha realizzato la prima campagna radiofonica, nel 1926, un segnale orario trasmesso da centinaia di emittenti che veniva ripetuto ogni ora (e suonava così: “At the tone it’s 8 pm, Bulova Watch Time”, cioè “al beep sono le otto in punto, Bulova Watch Time”). E, nel 1941, ha mandato in onda il primo spot televisivo: un video di 20 secondi, in bianco e nero, con la semplice immagine di un quadrante posto sulla mappa degli Stati Uniti, e una voce maschile che declamava “America Runs on Bulova Time (“l’America corre sul tempo di Bulova”).

    Ma nelle 176 pagine del libro, attraverso centinaia di illustrazioni, si incontrano anche esemplari celebri, che hanno segnato la storia dell’orologeria intesa come ricerca della precisione: dall’Accutron, del 1960, il primo esemplare elettronico con movimento al diapason, fino al Precisionist, del 2010, con movimento al quarzo ad altissima frequenza (262.144 Hz, 8 volte lo standard del settore, con un errore di + o – 10 secondi l’anno, contro i consueti 15 secondi al mese circa dei quarzi tradizionali).

    Un capitolo del libro, in particolare, cattura l’attenzione in questo periodo: quello dedicato al “Devil Diver”. Un orologio subacqueo (o meglio, una serie di orologi subacquei, in catalogo per un paio di decenni), costruito negli anni Sessanta e chiamato dapprima Snorkel, Deep Sea, Surfboard, e poi Oceanographer negli anni Settanta: il cui soprannome rimandava al numero impresso sul quadrante, 666, con tutte le implicazioni bibliche del caso – il simbolo della Bestia, il marchio di Satana, l’Anticristo di apocalittica memoria. In effetti si trattava di un riferimento all’impermeabilità, dato che l’orologio, sviluppato per le forze armate americane, poteva resistere alla pressione di 666 piedi (circa 203 metri, pressappoco 20 atmosfere). Sta di fatto che l’Oceanographer “Devil Diver” oggi è tornato alla ribalta: perché Bulova l’ha messo di nuovo in produzione, all’interno della collezione Archive, in una versione filologicamente corretta, con un “infernale” quadrante arancione e la lunetta bicolore. In edizione limitata (ovviamente) di 666 esemplari.

  • Longines Legendary Watches, pagine di storia

    Longines Legendary Watches, pagine di storia

    È fresco di stampa “Longines Legendary Watches”. Un libro dagli intenti ambiziosi: essere la guida più completa e dettagliata sulla produzione della Maison, dalle origini ai nostri giorni. Scritto e realizzato da John Goldberger (già autore di altre apprezzate monografie sul mondo delle lancette), con l’introduzione storica di Giampiero Negretti (giornalista decano dell’orologeria) e la prefazione di Walter von Känel (Presidente di Longines), è un volume di grande formato, composto da 600 pagine e 1500 illustrazioni. In cui sono analizzati 270 orologi, rintracciati da Goldberger in tutto il mondo con una lunga ricerca, il coinvolgimento di altri collezionisti e la collaborazione della stessa Casa (in particolare, del Longines Brand Heritage Department). Ogni esemplare è fotografato a piena pagina e raccontato nelle sue caratteristiche essenziali – anno di produzione e numero di referenza compresi – attraverso 6 immagini, con le relative descrizioni, focalizzate sui dettagli: la cassa, il quadrante e il movimento.

    Si ritrovano così i pezzi più rari, i più famosi e i più complessi dal punto di vista tecnico, prodotti dalla Manifattura di Saint-Imier nei suoi 186 anni di storia: i primi modelli da tasca e i più attuali da polso, quelli destinati agli usi militari o alle esplorazioni, i subacquei professionali e i cronografi di bordo, senza dimenticare ovviamente i celeberrimi Lindbergh e Weems. Disponibile solo in inglese, è un’opera imperdibile per tutti gli appassionati del marchio. E non solo. (Prezzo: 330 euro).