Giornale Degli Orologi
Menu
Menu

Tag: Timex Group Luxury Division

  • City Rush, l’activewear da polso di Plein Sport

    City Rush, l’activewear da polso di Plein Sport

    Dinamici e intrepidi, proprio come una tigre pronta a saltare. E, se serve, graffiare. Se vi sentite così, siete i destinatari ideali dell’orologio City Rush, ultima novità di Plein Sport.
    La tigre maestosa, grintosa e intrepida, logo del Marchio insieme al graffio, è protagonista assoluta di questo orologio dal carattere deciso. Inequivocabile l’appartenenza alla linea lanciata nel 2016 da Philipp Plein con un preciso intento.

    Sportswear globale

    Non una sorella minore del marchio Philipp Plein, cui rispondono abiti e accessori connotati soprattutto dal teschio. Piuttosto, una linea a sé stante. O meglio, una linea di sportswear di lusso a metà strada tra i colossi dell’abbigliamento tecnico e le collezioni sportive degli stilisti. «Plein Sport è un marchio democratico, che risponde all’esigenza della vita attiva con un prodotto fashion», ha spiegato il designer tedesco esattamente un anno fa, all’inaugurazione del primo flagship store di Plein Sport, all’interno del centro commerciale Oriocenter, vicino a Bergamo.

    «Questo negozio è creato con un sistema modulare che può essere replicato in tempi brevi in ogni parte del mondo», ha aggiunto Plein, annunciando un ambizioso piano di distribuzione della label, con 300 (forse anche 400) aperture nel giro di 3-4 anni. Di pochi giorni fa l’apertura di un negozio Plein Sport a Las Vegas, che richiama gli stessi elementi stilistici visti dalle nostre parti, a cominciare dal marmo nero.

    L’estetica del City Rush

    Ma torniamo agli orologi, realizzati e distribuiti dalla divisione lusso del colosso americano Timex Group nel totale rispetto dei canoni estetici e concettuali del Marchio. Nel caso del City Rush, la testa di tigre (in versione silver o gold), posta al centro del quadrante nero, ne è la sintesi estrema. La stessa tigre è impressa sulla corona e, nella versione con cinturino in silicone nero, anche in 3D in prossimità delle anse dell’imponente cassa da 45 mm. La lunetta è personalizzata dal lettering Plein Sport.

    Dimensioni, materiali innovativi e dettagli bold sono tutti allineati a uno stile che non passa certo inosservato. E che niente lascia al caso. Il City Rush di Plein Sport è infatti pronto a imporsi sul mercato come un nuovo accessorio inseparabile per chi, nella frenesia cittadina, non rinuncia a una vita dinamica, sfidante e, perché no, trasgressiva. Una sorta di “activewear” da polso, se così si può dire…

    Il target e il prezzo

    Quando ha lanciato la sua linea di sportswear, Plein non ha guardato ai calciatori, e neppure ai tennisti. L’immaginario di riferimento è piuttosto quello che lui definisce “Infamous Heroes”: ragazzi “della porta accanto”, ma con un nutrito numero di follower che seguono le loro avventure, audaci e talvolta rischiose. Questo non significa che per indossare un City Rush bisogna per forza lanciarsi con un bungee jumping… Sicuramente, capi e accessori della linea sono studiati con tecnologie all’avanguardia in grado di accompagnare performance sportive, anche estreme.

    A differenza della “prima linea” (non dite a Plein che la chiamiamo così!), la moda di Plein Sport bandisce strass o altri elementi gioiello. L’idea di fondo segue uno stile essenziale, tecnico e modernissimo – nel design come nei materiali. I nuovi City Rush, con movimento al quarzo Citizen Miyota 2315 (con datario a ore 6) non tradiscono l’intento, al massimo lo enfatizzano con dettagli strong. Sono in vendita – nei rivenditori autorizzati, anche online – da 199 a 249 euro.

  • Crypto King Flying Tourbillon, il primo Philipp Plein complicato

    Crypto King Flying Tourbillon, il primo Philipp Plein complicato

    Detto, fatto. Come avevamo anticipato, l’avventura di Philippe Plein Timemachines ha avuto un seguito. E che seguito! Durante la Geneva Watch Week, il mese scorso, la collezione alto di gamma del designer tedesco ha conosciuto alcune inedite declinazioni, presentate in un apposito pop-up store sulle rive del Lemano. Al top, senza dubbio, il Crypto King Flying Tourbillon, rigorosamente in tiratura limitata. Già mi sembra di sentire mugugni e borbottii da parte dei soliti tromboni: «Tourbillon volante… un marchio di moda…». Ebbene sì, fatevene una ragione: il mondo si evolve, l’orologeria pure. E i fashion brand hanno tutto il diritto di fare un salto di qualità per offrire al proprio pubblico di aficionados una gamma sempre più ampia di prodotti.

    Tant’è: come lo stesso Philipp Plein ha raccontato di recente (in occasione del lancio milanese della collezione), i nuovi esemplari hanno avuto un riscontro molto positivo da parte dei clienti internazionali. Un pubblico esclusivo e altospendente – come direbbero gli esperti di marketing. Del resto, anche se l’ingresso nel mondo delle lancette è avvenuto solo nel 2021, in questi tre anni il Brand di strada ne ha fatta tanta. Per esempio nella distribuzione, che oggi raggiunge 45 Paesi in tutto il mondo. Merito anche dell’azienda che produce gli orologi, Timex Group Luxury Division: che fa capo al colosso americano, ma che ha sede a Lugano – proprio per garantire la produzione Swiss made. Ed è ben nota agli addetti ai lavori perché partner anche di altri marchi famosi (come Versace, tanto per non far nomi 😉).

    La collezione Crypto King Flying Tourbillon

    Chiusa la premessa, arriviamo finalmente all’oggetto di queste righe: l’orologio. Il Crypto King Flying Tourbillon è declinato in 4 modelli, dai nomi modernissimi e fantasiosi: Dragon Fly, Ninja Panda, Night Wolf e Dare Devil XII. Tutti sono realizzati in carbonio forgiato, quindi sono leggerissimi ma resistenti, e presentano la cassa tonneau dal formato XXL, giocata su vibranti contrasti cromatici: nero e arancione, bianco e nero, bianco e rosso… Al vertice la versione dal total look nero screziato, impreziosita da dettagli in oro rosa 18kt: le viti a brugola sulla lunetta, la corona, il bumper sulla carrure.

    Dettagli, tra l’altro, dalla forma esagonale, emblematica di Philipp Plein. L’esagono decora infatti la superficie della lunetta e l’intero cinturino traforato, in poliuretano trasparente o in silicone soft-touch. E ritorna anche nel cartiglio del logo della doppia P, che sembra fluttuare nel vetro zaffiro. A proposito di vetro zaffiro, sul lato fondello rivela altri simboli del Brand: lo $miley e lo $kull-bone, segni che personalizzano ulteriormente l’orologio. E mostra anche le iniziali RB: quelle del Maestro orologiaio che ha assemblato il movimento di ciascuno dei 49 esemplari del Crypto King Flying Tourbillon. Di cui non si conosce l’identità, ma solo il nome: Roberto.

    Il calibro del Crypto King Flying Tourbillon

    Già, il movimento. Si tratta del calibro PWL100LPP Manual winding Flying Coaxial Tourbillon, prodotto in esclusiva da Landeron e sul quale vale la pena spendere qualche parola. Meccanico a carica manuale, vanta appunto due caratteristiche essenziali: lo scappamento coassiale e il tourbillon volante. Dispositivi conosciuti e apprezzati dagli amanti della micro-meccanica, con tanti “pro” e almeno un “contro”: perché rendono ancora più complessa la costruzione del movimento, e ne migliorano prestazioni, affidabilità ed efficienza. Per i dati tecnici precisi vi rimando alle didascalie, qui cercherò solo di descriverne le suggestioni.

    Interamente scheletrato e “di forma”, il movimento mostra una struttura essenziale e geometrica, con i ponti anneriti (alcuni esagonali) e una bella alternanza di lavorazioni lucido-spazzolate sui diversi componenti. Tra cui spicca ovviamente il tourbillon volante a ore 6, in continua e incessante rotazione, che sembra proprio librarsi nel vuoto. Ricordo infatti che la gabbia in cui è racchiuso l’organo regolatore è priva del ponte superiore. Solo i più esperti riusciranno invece a notare lo scappamento brevettato da Daniels nel 1980. Ma chi volesse saperne di più può andare a leggere quanto scritto da Augusto Veroni in questo articolo.

    Packaging e disponibilità

    Come gli altri esemplari della collezione Philippe Plein Timemachines, anche il Crypto King Flying Tourbillon è racchiuso in un vero e proprio scrigno che lo rende ancora più unico e particolare. Un cofanetto laccato nero, all’interno del quale uno schermo riproduce un video dell’artista Antoni Todisco, che mette in evidenza il carattere futuristico di questa macchina del tempo. Nulla si sa di ufficiale riguardo al prezzo, su cui il Marchio mantiene il più assoluto riserbo. Però, se si vuol dar retta alle voci di corridoio, l’orologio raggiungerebbe i 45mila euro.

    Di certo invece è il sistema di vendita del Crypto King Flying Tourbillon. Inutile cercarlo online o nelle boutique monomarca: per averlo si deve prendere un appuntamento fisico. Bisogna quindi contattare il Vip Service per email (p.buccino@plein.com) o per telefono (+39 3701294524). Meglio ancora se si approfitta del roadmap organizzato in giro per il mondo proprio per presentarlo sui diversi mercati. Questo mese sarà a Cap Ferrat, ma poi toccherà le maggiori capitali e mete luxury internazionali: da Beverly Hills a Las Vegas, da New York a Dubai fino a Singapore, quindi Parigi, Madrid e Berlino.

  • Philipp Plein Timemachine, tra Swiss made e arte digitale

    Philipp Plein Timemachine, tra Swiss made e arte digitale

    Si chiama Philipp Plein Timemachine la nuova linea di orologi dello stilista tedesco. Di fabbricazione svizzera come tradizione comanda, ma per nulla tradizionale. Piuttosto, anticonvenzionale, secondo la filosofia di Philipp Plein, dal gusto personalissimo e dallo spirito digital. Un notevole passo avanti rispetto alla collezione di fashion watches con cui il Marchio ha esordito nel 2021 nel mondo delle lancette. Una tappa importante nell’affermazione del Brand nel settore luxury, ma sempre coerente con lo stile massimalista, audace, a tratti perfino eccessivo che gli appartiene.

    Un upgrade cioè con cui il designer ha avuto accesso a un segmento ben più alto del mercato, ma lo ha fatto con la stessa formula di sempre. Philipp Plein è e rimane dirompente (disruptive, per usare un termine a lui caro), originale e sopra le righe in tutto ciò che fa. Nell’estetica aggressiva dei nuovi orologi come nelle peculiari forme di comunicazione ed eventi con cui li ha fatti conoscere al pubblico. Mi spiego meglio.

    Il lancio di Philipp Plein Timemachine

    Philipp Plein Timemachine è stata presentata a Ginevra la scorsa primavera, con un certo clamore. Durante Watches and Wonders, è stata letteralmente lanciata da un paracadutista in smoking (alla James Bond), che è saltato giù da un elicottero ed è atterrato in una zattera sul lago Lemano. È stata poi portata nella suite duplex all’attico del Fairmont Hotel, per essere introdotta dallo stesso Philipp Plein a un selezionato gruppo di giornalisti internazionali, distributori e clienti. Special guest: Bonnie Tyler, che ha allietato gli ospiti con un sound anni Ottanta.

    Nelle settimane e nei mesi successivi la collezione ha seguito un tour promozionale. Incontri privati, organizzati in varie città del mondo, con lo stesso Philipp Plein in prima fila a far da anfitrione. Come lui stesso racconta: «Ogni evento era completamente dedicato al consumatore», racconta. «Abbiamo scelto accuratamente location tra le più lussuose e prestigiose, che potessero glorificare l’iniziativa e attrarre in ogni città sia i nostri clienti fidelizzati, sia i potenziali clienti. Così abbiamo creato un ecosistema che ci ha permesso di amplificare il messaggio del progetto».

    Il format seguito, e adattato alle diverse situazioni, era quello dei trunk show: ovvero eventi esclusivi in cui gli invitati hanno la possibilità di provare in anteprima la nuova collezione. Solo dall’autunno Philipp Plein Timemachine è entrata in una distribuzione più ampia, sebbene abbia mantenuto una connotazione esclusiva. «Durante i roadmaps – che hanno toccato Milano, Parigi, Londra, Cannes, Cap Ferrat, ma anche New York, Los Angeles, Singapore… – era già possibile acquistare queste Time Machine», conferma. «Ora invece sono disponibili in tutte le nostre boutique monomarca, a livello globale».

    Crypto King e Crypto Queen

    Per entrare nel dettaglio, Philipp Plein Timemachine è composta da due collezioni: Crypto King da uomo e Crypto Queen da donna, per un totale di 14 referenze. Prodotta da Timex Group Luxury Division, negli atelier di Lugano, ha richiesto un anno e mezzo di sviluppo. «È un progetto che ho voluto seguire personalmente», ricorda. «Ho investito molto tempo e attenzione nel mettere a punto i dettagli legati all’utilizzo delle mie icone, la cura dei colori, le forme e le geometrie rievocative dell’esagono, che amo definire symbol of greatness».

    In effetti il design è sul filo della continuità con gli esemplari già in catalogo. La cassa tonneau di grandi dimensioni è decorata da motivi esagonali, sul quadrante si staglia in 3D l’inconfondibile $kull sfaccettato e l’impatto cromatico è deciso, come sempre. Ma un primo salto di qualità sta nei materiali: accanto al policarbonato e all’acciaio di alcuni modelli, in altri appaiono l’oro massiccio e la fibra di carbonio (al maschile), l’eco-ceramica e i diamanti (al femminile). Il movimento è rigorosamente meccanico a carica automatica, calibro Landeron 24, dalla costruzione scheletrata. In più c’è un’opzione gift set in cui il cinturino in silicone trasparente è intercambiabile con un altro in pelle di alligatore, incluso nel packaging.

    Sguardi sul futuro

    Già, il packaging: è questo un importante elemento di novità della collezione Philippe Plein Timemachine. «Consiste in una box laccata nera con uno schermo che riproduce un video dell’orologio creato dall’artista Antoni Tudisco», spiega ancora. «E, insieme all’orologio, è possibile scaricare un NFT in edizione limitata, sempre creato da Tudisco». Per chi non lo conoscesse, Antoni Tudisco è un artista digitale nato ad Amburgo, che crea mondi fantastici popolati da personaggi bizzarri e oggetti surreali. Il suo stile, intriso di cultura pop, è subito riconoscibile per i colori brillanti e la grafica tridimensionale, dal mood futuristico.

    Ma la collaborazione con Tudisco, così come l’uso della computer art e degli NFT, sono da inquadrare in un’ottica più ampia. Perché il Brand ha una forte connessione con il mondo digitale. È stato uno dei primi ad accettare pagamenti in criptovaluta, non solo sulle piattaforme di e-commerce, ma anche nei negozi fisici. E lo scorso anno ha realizzato un investimento importante nel Metaverso (si parla di un milione e mezzo di dollari) per l’acquisto del Plein Plaza, in cui oggi si trova un grattacielo alto 100 metri progettato sempre da Tudisco. Un non-luogo che è stato anche cornice di un evento per il lancio dei nuovi Crypto King e Crypto Queen.

    A proposito, com’è stata accolta la collezione Philipp Plein Timemachine? «Con grande entusiasmo. Il pubblico ha avuto un engagement sul progetto altissimo e il ritorno in termini di sell-out, in pochi mesi, è stato oltre le aspettative. Dunque siamo ampiamente soddisfatti e siamo pronti per un nuovo lancio nel 2024». Vuol dire che è già previsto un seguito in termini di linee o di referenze? «Sì: il progetto si evolve. Presenteremo le nuove skus durante il prossimo Watches and Wonders». Appuntamento, dunque, a Ginevra in primavera. Dove Philippe Plein saprà stupirci ancora, c’è da scommetterci.

  • F-80 Skeleton, il sequel di Ferragamo per la Giornata della Terra

    F-80 Skeleton, il sequel di Ferragamo per la Giornata della Terra

    Rosato come un’alba oppure blu come gli oceani. Sono queste le due proposte monocromatiche del nuovo F-80 Skeleton di Ferragamo, lanciato ufficialmente in occasione della Giornata della Terra. Un orologio che segna un ulteriore passo avanti verso l’innovazione della Maison fiorentina nella ricerca di materiali a basso impatto ambientale.

    Materiali a base biologica

    D’altronde gli esemplari Ferragamo, prodotti e distribuiti dalla divisione Luxury di Timex Group in collaborazione con la Casa, interpretano costantemente quella che è sempre stata una mission aziendale. Lo conferma (un esempio per tutti) l’introduzione del sughero, materiale che ha segnato in passato le zeppe Ferragamo, anche in orologeria. E che è stato adottato all’interno dei cinturini degli F-80 Skeleton with Sustainable Strap, presentati in occasione del World Ocean Month 2022. Ora, a pochi mesi di distanza, quel percorso segna un’altra tappa. 

    Più che un passo un vero e proprio balzo. Il nuovo F80 Skeleton, che reinterpreta la collezione best-seller, rinnova infatti il pensiero sostenibile e l’impegno della Maison attraverso diverse combinazioni materiche bio-based per i componenti principali dell’habillage. La cassa in ceramica high-tech utilizza infatti una miscela composta al 60% da polvere di ceramica derivata da minerali naturali e al 40% da nylon (per il 63% proveniente da fonti rinnovabili). Il cinturino invece è realizzato in Tpu, ovvero poliuterano termoplastico prodotto con il 39% dei componenti di origine biologica.

    L’F-80 Skeleton in sintesi

    Così come il quadrante scheletrato, dalla finitura soleil, restano confermati anche gli altri elementi stilistici dell’F-80 Skeleton. Come le tipiche viti a ore 6 e 12, color oro rosa, per integrare il cinturino alla cassa. Tutto il resto è full color: in tonalità Amaretto, ispirata ai colori della terra, oppure Blu Navy, evocativo delle profondità sottomarine. Ciascuna versione si adatta, anche grazie alle dimensioni della cassa (41 mm), ai polsi femminili come a quelli maschili. Unica condizione: essere al tempo con i tempi.

    Un cenno infine al movimento, meccanico a carica automatica: un calibro Landeron DP24, rigorosamente Swiss made, che com’è ovvio non richiede fonti energetiche alternative ai gesti del braccio di chi lo indossa. Guardarne il moto, attraverso la trasparenza del fondello e gli spazi del quadrante, è come un memo di una buona azione che ciascuno di noi può compiere a ogni ticchettio verso il nostro Pianeta. 

  • DV One Automatic, torna l’orologio in ceramica di Versace

    DV One Automatic, torna l’orologio in ceramica di Versace

    Corsi e ricorsi storici nell’orologeria. In questi tempi di recupero del passato, di ripresa e riscoperta delle proprie radici, anche i marchi di moda vanno a far ricerca negli archivi (quando ce li hanno), per ripescare i modelli più emblematici e di successo del proprio patrimonio. Così fa Versace, maison attiva nel mondo delle lancette fin dal 1990, che oggi ripropone un’autentica icona del Nuovo Millennio, da tempo fuori catalogo: il DV One. Un esemplare che ha segnato come una pietra miliare la produzione della Casa della Medusa, e ora ritorna riaggiornato nelle proporzioni e nei dettagli. E con un’aggiunta al nome che ne puntualizza l’essenza: DV One Automatic.

    Un po’ di storia

    Presentato alla fiera di Basilea nel 2005 – lo ricordo bene –, era il primo orologio disegnato da Donatella Versace (da cui il nome). Aveva la cassa da 41 mm di diametro d’impronta unisex (all’epoca si diceva così), ed era realizzato interamente in ceramica, materiale high-tech simbolo di modernità. Declinato in due colori tendenza, bianco ghiaccio o nero jet (giaietto), era palesemente Versace fin dal primo sguardo. Riportava infatti ben visibili i simboli della griffe: la testa di Medusa in rilievo, a ore 12 e sulla corona, la Greca riprodotta sulla lunetta, anch’essa in ceramica – una novità per il settore. Ma esisteva anche in versione gioiello, con due file di diamanti incastonati sulla ghiera in oro rosa.

    Negli anni successivi la collezione conobbe poi diverse variazioni sul tema. Il DV One Glamour, al femminile, con la cassa da 35 mm. Alcune referenze preziose, con la lunetta tempestata di rubini o zaffiri taglio baguette. Il DV One Chrono, con movimento certificato cronometro dal Cosc. Il DV One GMT con secondo fuso orario… Perfino – in tempi più recenti – una versione tourbillon, a sublimare quella predisposizione meccanica che è prerogativa della collezione stessa. Quasi tutti gli esemplari, infatti, hanno sempre montato calibri automatici rigorosamente Swiss made.

    Al momento del lancio, in quella Baselworld di 18 anni fa, il marchio era del resto Versace Precious Items. Ma soprattutto il DV One andava a coronare la creazione di Vertime: la società svizzera, entrata a far parte del Gruppo Timex, dedita allo sviluppo e alla realizzazione degli orologi della maison milanese. Nell’autunno precedente, infatti, il Gruppo Versace e Timex Corporation avevano firmato un accordo di licenza per la produzione e la distribuzione su base mondiale degli esemplari Versace (nonché del marchio Gianni Versace). Contratto perlatro rinnovato di recente, nel dicembre 2021, e in vigore fino al 2031.

    Il DV One Automatic versione 2023

    Detto questo, torniamo al nuovo DV One Automatic. Che ha conosciuto un sostanziale restyling ma ha mantenuto integri la propria anima e il proprio appeal. Oggi come ieri interamente realizzato in ceramica – bianca, nera oppure rosa –, ha la cassa di 40 mm di diametro, grande sì ma non troppo. Ha conservato cioè la tipica impronta genderfree, innovativa per l’epoca e ora coerente con la fluidità di genere tipica della sensibilità contemporanea. Ed è sempre animato da un movimento meccanico a carica automatica, non più Eta come in passato ma Ronda (calibro R.150.2 della linea Mecano).

    La cassa è stata completamente ridisegnata, così come il bracciale, con nuove proporzioni per i diversi componenti. La Greca sulla lunetta è più compatta, gli elementi del bracciale a tre file sono più uniformi, ottimizzati nell’ergonomia. Ma è soprattutto il quadrante a mostrare maggiormente l’efficace lavoro di “pulizia” effettuato dai progettisti: via il guilloché a favore di una superficie mat, non più i numeri romani ma semplici indici a bastone, eliminata la scala dei minuti e gli ulteriori indici puntiformi. Il risultato è più essenziale, razionale, al limite del minimal. Dallo stile marcato ma senza eccessi, in grado di cogliere lo spirito Versace più attuale.

    Un’ultima nota di servizio. Il DV One Automatic è in arrivo nei prossimi giorni nelle boutique monomarca, nei rivenditori autorizzati e online sul sito ufficiale. Costa 2.700 euro, un prezzo in linea con le altre linee di accessori della Casa. Pronto a conquistare i fan della Medusa.

  • Paolo Marai: l’orologeria? Una questione di scelte

    Paolo Marai: l’orologeria? Una questione di scelte

    «Mio padre aveva una bellissima collezione di orologi. Li guardavo, me li faceva provare… Poi li richiudeva in cassaforte. Mi diceva: “Quando guadagnerai, se sarai fortunato, potrai comprartene uno come questi». Adesso Paolo Marai non può fare a meno di indossare uno degli orologi a marchio fashion realizzati con movimento svizzero da Timex Group Luxury Division, che presiede da diciassette anni.
    La cosa divertente è che il primo orologio della sua vita è stato proprio un Timex: «Fu un regalo della Cresima», racconta. «Un modello che andava molto tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta». Ben lontano dagli esemplari che il gruppo americano, uno dei primi 10 produttori mondiali di orologi, ha iniziato a realizzare per Versace a partire dal 2005. Cui nel tempo si sono aggiunti gli accordi di licenza con Salvatore Ferragamo e Missoni.

    Un portafoglio che cresce con Philippe Plein…
    Paolo Marai: «Oggi non possiamo parlare di una vera e propria licenza. L’accordo con Philippe Plein è avvenuto mentre stava cambiando l’assetto societario di Timex Group. Siamo però riusciti a trovare l’intesa coinvolgendo WorldTime Watches & Jewelry SA, che si avvale della nostra expertice per lo sviluppo, la produzione e la distribuzione degli orologi e dei gioielli Philippe Plein. Entro fine anno, comunque, potremo rilevare la licenza».

    Quali novità arrivano dagli altri marchi che avete in licenza?
    Paolo Marai: «Conferma il suo vantaggio competitivo Versace, che a febbraio porterà risultati molto soddisfacenti. Le tendenze stilistiche e il design del marchio hanno funzionato molto bene, sia per i prodotti vicini alla fascia di entry-level price che in modelli più elaborati, come quelli caratterizzati dalla Medusa in 3D inserita tra due vetri. Per tutti i nostri marchi, in generale, il 2021 è stato un ottimo anno, nonostante i cambiamenti organizzativi determinati dal turn-around ai vertici aziendali. Che darà ulteriore impulso alle performance del 2022. Dovrei dunque essere super-ottimista. Ma la cautela è d’obbligo».

    Positivo anche il suo sentiment sull’andamento del settore?
    Paolo Marai: «Il 2021 è stato un anno straordinario per l’export dell’orologeria svizzera. Il 2022 non potrà che ottenere risultati molto simili. Sembra che la pandemia stia diventando qualcosa di molto simile a un’influenza (con alto tasso di infettati e basso tasso di mortalità). E i Paesi rimasti ancora fermi, come Vietnam, Thailandia, Indonesia e Hong Kong, dovrebbero a breve ripartire. Mentre prevedo un’ulteriore crescita di traffici commerciali con l’America, dopo la vera e propria esplosione dell’anno scorso».

    E l’Italia come si sta comportando?
    Paolo Marai: «Per noi l’Italia è un mercato molto particolare, dove non hanno mai avuto successo gli orologi di fascia medio-alta con marchi fashion e movimenti Swiss made. Con qualche eccezione, s’intende. Contiamo di vedere quest’anno i risultati dell’accordo strategico siglato con Thom Trade Italy per la distribuzione dei nostri orologi in Italia e in Francia. Ci aspettiamo da questo partner esterno, con una forza distributiva che noi non avevamo sul territorio, richieste precise a cui il gruppo riuscirà a rispondere in tempi rapidi».

    Cosa, secondo lei, ha rallentato il mercato italiano per il vostro segmento?
    Paolo Marai: «Innanzitutto un retaggio culturale: in un Paese dalla grande cultura orologiera c’è un po’ di resistenza a pensare che un marchio di moda possa avere orologi con movimenti validi. Noi produciamo tanti orologi in licenza con meccaniche identiche a quelle montate da maison blasonate, ma con prezzi più bassi. Stiamo lavorando a scalfire questa resistenza, ma ci vorrà tempo. Pensate che quando entrai in Timex mia madre mi disse: “Che fai, vendi gli orologi Versace? Un vero orologio è un Omega”.

    Oggi mia figlia dice che non interessa quasi se un orologio funzioni bene, basta che “fitti” con il suo outfit. Purtroppo, i fashionisti italiani si fermano su orologi più affordable. E c’è anche una certa resistenza da parte dei distributori, ultimamente compensata dallo sviluppo delle vendite online. Certo, i risultati dipendono dalle strategie aziendali, e in particolare dalle conoscenze di digital marketing e dall’adozione di sistemi di comunicazione innovativi. I cosiddetti fashionisti vanno conquistati».

    Come avete affrontato e (adesso possiamo dirlo, sottovoce) superato la pandemia?
    Paolo Marai: «Abbiamo affrontato la situazione con una certa preparazione. Certo, non potevamo prevedere tutto quello che è successo. Ma da qualche anno avevamo messo in atto processi che si sono rivelati vitali. A cominciare dalla creazione di una struttura centralizzata per il canale digitale, per il quale il nostro personale continua a fare formazione. Abbiamo operatori digitali che da mesi studiano, lavorano e insegnano. Perché sebbene siamo partiti in anticipo, sul mondo digitale c’è tanto da imparare».

    E per lo sviluppo dei prodotti come vi siete mossi?
    Paolo Marai: «Non ci siamo mai fermati. Molte aziende svizzere hanno rallentato la produzione, talvolta anche la creazione stilistica, durante i lockdown. Qualcuna sta ripartendo soltanto adesso. Noi abbiamo chiuso la fabbrica solo una settimana, due anni fa. Grazie a questa scelta, non abbiamo mai avuto problemi di shortage. Una contaminazione di fattori positivi, insomma, ci ha permesso di stare un passo avanti».

    È stato suo padre a inculcarle, oltre alla passione per gli orologi, anche la spinta propulsiva a guardare sempre avanti?
    Paolo Marai: «Mio padre si chiamava Angelo ma non era tanto angelico. C’è voluta tutta la pazienza di mia madre per far durare il loro matrimonio per sempre. Però mi ha insegnato a guardare sempre avanti, senza mai arrendermi davanti agli ostacoli. Se volevo qualcosa dovevo conquistarmela. Perciò, sebbene la situazione familiare non lo richiedesse, ho iniziato a lavorare molto presto. E mi sono dato da fare in ogni modo, cominciando dall’andare a svuotare cantine e box. Avevo anche creato una piccola società con un gruppo di amici. Poi trasformai il garage di mio padre in un’officina in cui installavo radio e facevo altri lavoretti da elettrauto. Quando mio padre si stufò di parcheggiare per strada, mesi in piedi una delle primissime società che ricopiava al computer le tesi di laurea».

    Dopo la laurea alla Bocconi, Marai ha diretto la divisione audio del gruppo francese Thomson Consumer Electronics, per poi diventare partner di Unicad Sistemi, azienda all’epoca all’avanguardia nei servizi CAD 3D innovativi. La passione per il design e il lusso lo ha portato a lavorare nel mondo della moda (con maison come Fendi, Dior, Vuitton e Kenzo) e dell’orologeria (prima una breve esperienza in Swatch, dal 2005 in Timex).

    Trova un fil rouge nelle sue esperienze professionali?
    Paolo Marai: «Direi innanzitutto che le aziende di elettronica producono beni durevoli che non sono poi così lontani dagli orologi, per loro natura durevoli. Comunque, il mio percorso mi ha portato conoscenze consolidate nel settore del lusso e metodologie di lavoro tipiche delle aziende che producono su licenza coltivando rapporti molto complicati. Se fino a 15, se non 20 anni fa, le griffe utilizzavano le licenze solo per raccogliere denaro, prestando poco importanza a cosa facessero i partner, oggi è necessario allinearsi totalmente al linguaggio e allo stile della maison, e muoversi all’unisono».

    Esperienza che le permette di gestire un’azienda che in 15 anni ha superato i cento milioni di fatturato. Lei ha mai paura di commettere errori?
    Paolo Marai: «Mi fa paura chi dice: “Io non sbaglio”. Ricordo che, quando iniziai a guidare l’automobile, il mio padrino della Cresima mi chiese quante volte ero passato con il semaforo rosso. Io risposi: “Un paio di volte”. E lui commentò: “Se mi dicevi zero mi preoccupavo”. Mi insegnò così che il primo passo è accorgersi dei propri errori».

    Ha visto molti errori nell’evoluzione dell’orologeria?
    Paolo Marai: «Non parlerei di errori, ma di scelte. Swatch, ad esempio, è stato il primo a lanciare gli orologi in licenza con Calvin Klein, e poi ha preferito concentrarsi sui propri marchi. È stata una loro scelta. Così come noi abbiamo scelto di montare movimenti svizzeri. Non credo neppure sia stato un errore dell’industria orologiera non aver previsto l’avvento degli smartwatch, perché sono cosa altra dagli orologi. Il punto è solo che gli uni si contendono con gli altri un posto sul polso».

    La pandemia ha spinto l’acceleratore sull’e-commerce?
    Paolo Marai: «La distribuzione è sempre in estrema evoluzione. E ha sempre guardato ai modelli americani. Dalla diffusione degli shopping mall, abbiamo seguito la tendenza dei negozi di prossimità, praticamente sotto casa. Contemporaneamente, il digitale diventa sempre più importante. È una comodità con una contropartita: se non sai gestirlo bene e non hai un’immagine di marca forte, il canale online ti prevarica. Sta prendendo quota anche in orologeria. Ma non credo che arriverà a superare il 20 per cento delle vendite».

    Ma lei quale orologio indossa?
    Paolo Marai: «Piccola controindicazione del mestiere è che per me gli orologi più belli sono sempre quelli che facciamo noi. Quegli orologi di mio padre salteranno una generazione. Ne ho già regalato uno a mia figlia Federica, che oggi ha 27 anni e lavora nel gruppo di moda Vf. Era un Cartier, sul quale ho fatto incidere una dedica per la sua laurea. Jacopo – gioia e dolore di papà, perché ha scelto di seguire la sua passione bella e complicatissima, la musica – deve invece aspettare. Mi ha chiesto un Rolex Daytona del 1979 che avevo acquistato io anni fa: orologio troppo impegnativo per un ventenne».

  • Missoni 331 Limited Edition: omaggio a Ottavio, l’atleta olimpico

    Missoni 331 Limited Edition: omaggio a Ottavio, l’atleta olimpico

    1948, Olimpiadi di Londra, finale dei 400 metri a ostacoli. Tra gli atleti schierati in pista c’è un italiano, uno che è nato in Dalmazia, in quella Ragusa che noi oggi conosciamo come Dubrovnik. Il suo nome è Ottavio Missoni, un tipo alto dal sorriso schietto e la storia che leggerete ora. Che potrete ritrovare al polso se mai indosserete un Missoni 331 Limited Edition, il cronografo automatico lanciato da Timex Group Luxury Division per ricordare l’atleta e grande imprenditore della moda nel centenario della nascita.

    Nella seconda metà degli anni ‘30 Ottavio indossa per la prima volta la maglia azzurra. Prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale si aggiudica sette titoli nazionali assoluti di atletica leggera, poi il conflitto lo trascina lontano dagli allenamenti. Il suo destino è la campagna d’Africa dove combatte nella battaglia di El Alamein contro gli inglesi, viene fatto prigioniero e resta in Egitto per quattro anni. Torna finalmente a casa, fiaccato dagli eventi, eppure trova la forza di ricostruire la propria forma fisica, tanto da riconquistarsi un posto in squadra e partire per la Gran Bretagna. Dove un incontro cambierà la vita a lui e, in un secondo tempo, al guardaroba di mezzo mondo.

    In tribuna siede Rosita Jelmini, giovane di buona famiglia, arrivata in città perché parte di una gita organizzata dal collegio in cui studia. I suoi hanno una fabbrica specializzata in scialli e tessuti ricamati a Golasecca, in provincia di Varese, ma lei in quel momento non pensa alle stoffe, quanto a scoprire la capitale e applaudire gli atleti in gara. Ottavio, con il pettorale 331, arriva ultimo. Ed è un peccato, perché se la guerra non l’avesse intrappolato in Africa, avrebbe avuto chance concreta di vincere una medaglia. Conquista però il cuore di Rosita: una volta rientrati in Italia, i due si fidanzano, per poi sposarsi nel 1953.

    Ottavio e Rosita non solo si amano moltissimo e hanno tre figli, Vittorio (scomparso nel 2013), Luca e Angela. Mettono insieme la sensibilità per le fantasie e i colori, la familiarità di Rosita con i tessuti e quella di Ottavio con la maglieria – dato che nel suo periodo di vita a Trieste era entrato a far parte di un laboratorio creato dall’allora direttore tecnico della nazionale italiana di atletica.
    Nel 1966 sfilano per la prima volta a Milano. E sempre lì, due anni dopo, organizzano una passerella/happening alla piscina Solari, che resta nella storia del Made in Italy. Il loro è uno stile rilassato, allegro, carico dell’energia positiva dei colori, che si rincorrono tra loro nei pattern iconici del patchwork e dello zigzag. Lo stesso approccio è portato avanti oggi da Angela, direttrice creativa del brand.

    L’impatto della loro creatività sul modo di interpretare l’abbigliamento è come una rivoluzione soft. Un drastico cambio di rotta che sa intercettare la voglia di libertà e il rifiuto di rigidi codici estetici tipici degli anni ‘60, ma lo fa con il sorriso sulle labbra, senza estremismi. Vestire Missoni è una dichiarazione di ottimismo, un atto d’amore per il corpo, mai costretto e sempre abbracciato dalla morbidezza dei filati e del jersey. Ed è anche in qualche modo il ricordo della gloria sportiva di Ottavio, scomparso nel 2013, perché i suoi primi esperimenti triestini di maglieria erano proprio pensati per un abbigliamento da atleta.

    Indossare il Missoni 331 racchiude tutto questo. A cominciare dal nome, che richiama il numero del pettorale londinese di Ottavio. E indica anche quanti esemplari sono stati prodotti, tutti con la cifra intarsiata in blu sul contatore dei secondi continui. La cassa in acciaio misura 44,5 mm di diametro e ospita un movimento meccanico a carica automatica, firmato dall’atelier Dubois-Dépraz, specializzato in complicazioni. La lunetta, la corona, i pulsanti e il fondello hanno degli inserti di gomma nera, come il quadrante in cui risalta il motivo Wave. Infine il bracciale, intercambiabile grazie al pratico sistema quick change. Il cronografo Missoni 331 è disponibile nelle boutique monomarca, presso i rivenditori autorizzati e online, sul sito ufficiale.

  • Missoni M1, il tempo ondivago dello zig-zag

    Missoni M1, il tempo ondivago dello zig-zag

    Avere al polso un Missoni M1 significa portare con sé il simbolo di una grande storia d’amore, di imprenditorialità, di famiglia. L’orologio, realizzato da Timex Group Luxury Division, racchiude l’essenza dello stile Missoni, lo zig-zag coloratissimo con cui la griffe si è fatta conoscere e amare nel mondo.

    Tutto nasce dall’incontro tra Ottavio Missoni, atleta italiano giunto in finale dei 400 ostacoli alle Olimpiadi di Londra nel 1948, e Rosita Jelmini, arrivata in città grazie a un viaggio organizzato dal collegio in cui studia. I due si innamorano e, nel 1953, oltre a sposarsi, decidono di aprire un laboratorio di maglieria a Gallarate. Mettono insieme le competenze di lui, che prima di allora aveva prodotto capi sportivi in lana, e il background di lei, nata in una famiglia di artigiani tessili.

    Debuttano con una prima collezione nel 1958. E fanno scandalo senza volerlo, nel 1967, quando sfilano a Palazzo Pitti a Firenze con le modelle di cui si intravvede il seno negli abiti più leggeri. Il motivo? Semplice: i loro reggiseni erano risultati di un colore sbagliato e perciò erano stati scartati… Poi, nel 1970, aprono una prima boutique a New York e da quel momento conquistano la scena fashion internazionale.

    Sono le geometrie accese che animano il loro look. Un procedere gioiosamente ondivago per trasmettere il sentimento, la complicità, i sorrisi di Tai (il soprannome di Ottavio, scomparso nel 2013) e Rosita. Missoni nasce da una storia di famiglia e porta avanti nel tempo quello stesso senso di calore e di intimità. Anche oggi che Presidente e Direttrice creativa è la loro figlia Angela, sempre incoraggiata dai tre figli Margherita, Francesca e Teresa, e dai nipoti Ottavio Junior, Giacomo e Marco.

    La stessa sensazione raccontata dall’orologio Missoni M1. Lo zigzag invade il quadrante, smaltato a tinte forti e abbinato alla semplicità di un cinturino in vitello nero. Oppure inverte le parti, con un cinturino di pelle multicolore e un quadrante in metallo guilloché. Mentre per il Natale c’è anche in versione regalo, con il quadrante arricchito da una maglia lamé a zig-zag;  a completarlo un bracciale in metallo o un cinturino in lurex, intercambiabili come in ogni modello di collezione grazie al sistema quick-change.

    In ogni esemplare della collezione Missoni M1, il movimento è al quarzo Swiss Made. La cassa, che ha un diametro di 34 mm e uno spessore di 8,3, è in acciaio anche arricchito da un trattamento Ip color champagne; la finitura lucida ne sottolinea la vocazione chic. Tutte le varianti sono reperibili dai prossimi giorni nelle boutique Missoni e presso alcuni selezionati rivenditori. Online, sul sito di e-commerce della marca, arriveranno in dicembre.

  • Nuova “road map” per CT Scuderia

    Nuova “road map” per CT Scuderia

    C’è gente, specie in tempi recenti, che ama vivere con il mood di 50 anni fa. Questione di attitudine, gusto, stile. Gente proiettata cioè in un periodo temporale localizzato agli inizi della seconda metà del Novecento, dal quale non intende muoversi per nessuna ragione al mondo. La cui pelle (in senso fisico e figurato), nonostante il passare degli anni e l’evoluzione della società contemporanea, non smette di rivestirsi di una sorta di patina unica e inconfondibile. La patina che lascia inevitabilmente addosso la passione per il classic motorsport, e più in generale per tutto ciò che è vintage. Moto, auto, mezzi a motore. Mezzi meccanici.

    Parlare a queste persone di un brand come CT Scuderia sarebbe come rivelare oggi la scoperta dell’America: qualcosa di ovvio, conosciuto, scontato. Per altri, questo 2019, potrebbe essere invece l’anno giusto per scoprire un marchio orologiero magari sfuggito dai radar. Visto che proprio di recente, in questa fine gennaio, è stato ufficializzato un accordo per lo sviluppo e la distribuzione dei suddetti orologi con Timex Group Swiss Luxury Division, divisione lusso dell’americana Timex Group. Tanto per essere chiari, il gruppo orologiero più antico al mondo. Con tanto di preview al “worldwide distributor meeting” di Dubai, il 19 di questo stesso mese.

    La genesi è relativamente recente. Il marchio CT Scuderia nasce nel 2013 e a crearlo è Enrico Margaritelli (tra l’altro partner e Ceo di quel Teslar Watch entrato anch’esso di recente nell’orbita Timex e di cui nel corso dell’anno vedremo i primi frutti), discendente da orologiai, una passione per la motocicletta e una vocazione per il design. Estimatore del gusto italiano e dei materiali di prim’ordine. Credenziali che portano a collezioni Swiss Made, delineate da una creatività italiana e dai nomi inequivocabili: Coda Corta, Café Racer, Testa-Piatta, Scrambler, 2 Tempi, Street Racer, Dirt Track, Bonneville. Molti dei quali accomunati dal segno distintivo della corona di carica (ed eventualmente anche dei pulsanti cronografici) a ore 12.

    Strumenti specchio di uno stile di vita e per di più sviluppati in maniera indipendente. E per questo inevitabilmente ristretti a una nicchia. Una situazione destinata a mutare grazie all’expertise di Timex Group Luxury Division che, sempre sotto la supervisione artistica di Margaritelli, ne curerà il nuovo corso. Con tutti i vantaggi che può evidentemente offrire un gruppo già “responsabile” dei successi (orologieri) su scala mondiale di marchi come Versace, Salvatore Ferragamo e Versus Versace. ”’”><\/script>‘

  • Teslar Watches: nanotecnologie al servizio del benessere

    Teslar Watches: nanotecnologie al servizio del benessere

    Un nuovo marchio entra a far parte della galassia Timex: Teslar Watches. L’accordo di licenza, qui presentato in anteprima, verrà annunciato nei prossimi giorni. Ed è stato siglato da Paolo Marai e da Enrico Margaritelli. Ovvero, da un lato il Presidente e CEO di Timex Group Luxury Division, “costola”  elvetica del colosso americano che ha già in portafoglio gli orologi di Versace, Versus Versace e Salvatore Ferragamo. E dall’altro il CEO di Teslar LLC, un’altra azienda a stelle e strisce. Italiano di stanza in Florida, Margaritelli è una vecchia conoscenza nel mondo delle lancette: ex Fossil Group, ex Binda, poi Fashion Icons, Glam Rock, ContaTempo Scuderia… Approda infine a questa collaborazione con la ricercatrice Ilonka Harezi, che ha fondato la società ELF Cocoon (la sigla sta per Extremely Low Frequencies, frequenze estremamente basse, inferiori ai 30 Hz) e ha creato la tecnologia Teslar ELF.

    Come si intuisce subito, il nome rende omaggio a Nikola Tesla (1856/1943): lo scienziato di origini serbe, ma naturalizzato negli States, promotore della corrente alternata. Mente geniale e visionaria, è una figura controversa: denigrato dalla scienza ufficiale dell’epoca, dimenticato, quindi rivalutato in tempi più recenti e perfino mitizzato da una certa cultura New Age. Comunque sia, i suoi studi pionieristici nel campo dell’elettromagnetismo sono alla base di questa tecnologia, inventata nel 1986. Ovvero il chip Teslar: un piccolo ma potente dispositivo elettronico che promette di migliorare la vita di chi lo utilizza.

    In pratica si tratta di un microprocessore in grado – secondo alcune ricerche – di proteggere il corpo umano dagli effetti nefasti dell’elettrosmog. Cioè l’inquinamento elettromagnetico provocato da computer, tablet, cellulari, antenne wi-fi e da tutti quegli apparecchi elettronici che ci circondano nella vita quotidiana. Causa di problemi di vario genere: dallo stress psico-fisico ai disturbi del sonno, fino agli eccessi di tensione nei rapporti con gli altri.

    Come funziona? In soldoni, il chip Teslar lavora con i componenti standard degli orologi al quarzo, bobina e batteria, ed emette un segnale che ha una frequenza di 7/9 Hz (che rimanda a quella naturale della Terra), capace di rafforzare il campo magnetico individuale. Le fonti dell’azienda ELF Cocoon a questo proposito citano le onde scalari e il sistema dei meridiani (i canali energetici della medicina tradizionale cinese: per intenderci, quelli dell’agopuntura)… quindi, meglio fermarsi qui. Però chi lo ha provato, giura sui suoi effetti benefici: e racconta che basta indossarlo regolarmente per qualche tempo per sentire un diffuso benessere Ī(almeno mentale), maggiore capacità di concentrazione, un’aumentata calma interiore, più energia e umore positivo. Quanto conti l’autosuggestione o l’effetto placebo, e quanto invece sia realmente efficace, per ora non si sa. Il discorso è interessante: sicuramente va approfondito, ma è opportuno aspettare che gli orologi Teslar arrivino sul mercato (probabilmente l’anno prossimo). Ne riparleremo