Giornale Degli Orologi
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Autore: Ilaria Danieli

  • Il Calibro 101: il più piccolo del mondo, un evergreen

    Il Calibro 101: il più piccolo del mondo, un evergreen

    Nel 1929 in casa Jaeger-LeCoultre si festeggiava un battesimo importante: il Calibro 101, ovvero il movimento meccanico più piccolo al mondo, un record mantenuto inalterato fino ai giorni nostri. Era montato in un minuscolo orologio da donna immaginato per la sera, quando l’abito elegante non ammetteva ingombranti esemplari al polso o al collo. Erano gli anni dei modelli da taschino, che le donne portavano con fantasia, come ciondoli-gioiello oppure come spille. Aristocraticamente controcorrente, la Grande Maison si permetteva invece di celebrare la nascita di un orologio eccezionalmente miniaturizzato, costoso e raro. Proprio nell’anno d’inizio della Grande Depressione.

    Il mondo dell’economia si scontrava con il Crash di Wall Street e il mercato azionario finiva in frantumi come gran parte dei capitali depositati in banca. Da un giorno all’altro, la maggior parte delle potenziali acquirenti di questi piccolissimi orologi-gioiello (rampolle della upper class o ereditiere new money) non poterono più permetterseli. Ma, come in tante altre storie di successo, le difficoltà iniziali si tradussero poi in un vantaggio. Infatti il Calibro 101, così straordinariamente piccolo, è rimasto un unicum, e nei decenni successivi è stato ripetutamente rivisitato. Quest’anno è arrivato quindi alla quarta generazione, con i recenti lanci dei modelli Snowdrop (Bucaneve) e Bangle. Ma ha comunque mantenuto le proprie, innate peculiarità. 

    Nel corso del tempo, il Calibro 101 ha beneficiato di numerosi miglioramenti per quanto riguarda i materiali e la lavorazione, ma le sue dimensioni e la struttura sono sempre rimaste invariate. L’attuale movimento, il Calibro 101/4, è formato da 98 componenti (contro i 78 della versione originale); misura 14 x 4,8 mm, ha uno spessore di 3,4 mm (un volume di 0,2 cm3) e pesa appena un grammo. Comunque sia, è prevedibile che anche i nuovi modelli 101 Snowdrop e 101 Bangle avranno un posto di tutto rispetto nella storia dell’orologeria.

    Perché al primato storico di miniaturizzazione aggiungono una sopraffine tecnica gioielliera, che qui riesce a capovolgere un processo di fabbricazione finora tradizionale. In genere, infatti, nasce prima il progetto del risultato tecnico che si vuole ottenere, e poi il disegno delle caratteristiche estetiche che effettivamente il modello potrà avere. Nel caso del 101 Snowdrop e 101 Bangle avviene invece l’inverso. Infatti le forme dei bracciali e lo stile dell’incastonatura sono stati precedenti all’integrazione del Calibro 101, proprio per valorizzare il contenuto jewelry dei due orologi.

    Entrambi i modelli sono realizzati in oro rosa incastonato di diamanti: i progettisti della Grande Maison hanno voluto solo gemme classificate da IF a VVS, ovvero molto pure e di alta qualità in termini di colore. Tuttavia, i due esemplari sono completamente diversi e diversamente complessi. Nel 101 Snowdrop, la sola incastonatura dei diamanti ha richiesto 130 ore di lavoro di un esperto artigiano. L’orologio s’ispira alla piccola campanula bianca che per sbocciare riesce ad attraversare un leggero strato di neve. Un fiorellino tipico della Vallée de Joux, dove si trova la manifattura, quando arriva la primavera.

    In totale il 101 Snowdrop mostra 904 diamanti, 204 dei quali a goccia e i rimanenti a brillante, per un totale di 20,9 carati. I diamanti taglio goccia, o poire, racchiudono il quadrante come a formare una corolla; mentre onde di diamanti ricalcano il motivo a petalo in perfetta simmetria lungo tutto il bracciale. Per le pietre, montate su due fasce parallele d’oro rosa, i designer di Jaeger-LeCoultre hanno scelto l’incastonatura a griffe, che sostiene la gemma in quattro punti; ma soprattutto riduce al minimo la presenza del metallo, per consentire alla luce di penetrare da ogni angolazione.

    Il gioco di simmetrie, così delicato e floreale nello Snowdrop, diventa invece squadrato e asimmetrico nel 101 Bangle. Ma non per questo risulta meno intrigante. Vi si nota infatti la ricerca formale dell’Art Déco, che enfatizzava la linearità modernista dello Streamline con la perenne tensione verso l’aerodinamicità. Nel Bangle i diamanti sono 996, per un totale di 19,7 carati, con dimensioni graduate per mettere in evidenza le curvature del design. Qui gli artigiani della maison hanno unito le tecniche dell’incastonatura a griffe (144 diamanti) e a grani (gli altri 852).

    In qualche modo la struttura in 3D, a doppio strato d’oro, di queste nuove versioni del Calibro 101 ripete, nel design, la particolarità stessa del movimento. Che è montato su due livelli (lo scappamento è posizionato su un piano, il bariletto e i ruotismi sull’altro), per consentire la compresenza di tutti i pezzi necessari in un volume ridotto. Una costruzione sviluppata per la prima volta nel 1925 dalla Manifattura per il movimento Duoplan. E una tradizione che continua. Tuttora il Calibro 101 può essere realizzato solo da pochi artigiani molto esperti. Ed è destinato ai polsi più eccellenti: ieri come oggi, un modello per happy few.

  • Visioni artistiche per il G-Timeless di Gucci

    Visioni artistiche per il G-Timeless di Gucci

    Alessandro Michele, Direttore creativo di Gucci, ama fare le cose a modo suo. Anche in un settore in cui non ha competenza specifica come quello degli orologi. La sua attenzione ha ora per epicentro il G-Timeless, modello automatico con quadrante in pietre dure e pattern iconico-decorativo dell’ape dorata, sul quale il brand sta puntando molto. L’abilissimo, a tratti funambolico, uso dei social media da parte di Michele ha ampliato notevolmente la visibilità del brand, oltre che del designer stesso; non solo tra i nativi digitali under-twenty, che lo seguono su Instagram e Pinterest, ma anche tra i web-utenti di tutte le età. Una platea evidentemente funzionale anche al mercato dei beni per la persona, tra i quali appunto gli orologi.

    Va detto che ultimamente il talento comunicativo del designer sta diventando una forma di mecenatismo per giovani artisti di molteplici discipline e linguaggi. Musicisti, attori, illustratori, fotografi, videomaker che hanno solo da guadagnare dall’endorsement di un marchio così famoso. Come strategia non sarebbe di per sé nulla di nuovo: la moda infatti già sperimenta da anni con successo queste forme di collaborazione. Ma ciò che risulta nuovo e alternativo è l’applicazione del modello moda+artisti (spesso sconosciuti ai più) anche a un settore tradizionalista come quello degli orologi. Una strada battuta finora da pochi nel mondo delle lancette.

    Il progetto G-Timeless infatti ha lanciato a una serie di artisti visivi internazionali una sfida eterodossa al settore orologiero, che è molto concentrato sulle specificità tecniche dei prodotti, ma omogenea allo stile eclettico di Gucci. La sfida era interpretare l’orologio da un punto di vista esclusivamente creativo, mettendo in evidenza in particolare l’elemento che contraddistingue il G-Timeless: il motivo dell’ape. Un motivo utilizzato per la prima volta da Gucci negli anni Settanta come indice delle ore.

    Ecco allora che Tishk Arzanji, di base londinese, immagina il volo delle api fuori dall’area del quadrante, anche se sempre sulla circonferenza di un circolo orario. L’inglese Kieron Livingstone integra invece l’orologio in un fumetto, decontestualizzandolo completamente; mentre il californiano Balfua lo immagina all’interno di uno scenario sottomarino. E così gli altri artisti che vedono il G-Timeless in modo surreale e magico, con risultati particolarmente originali nel caso del russo Andrey Kasay. Tutti i partecipanti, comunque, contribuiscono al progetto con un caleidoscopio di visioni creative che proiettano l’orologio fuori del mondo prettamente tecnico, per fargli incontrare il linguaggio della fantasia.

    Fantasia che del resto alberga già nell’orologio di Gucci, che propone otto varianti di G-Timeless, tutte di fabbricazione svizzera, con cassa di 38 mm o di 42 mm. Tre modelli combinano la cassa in oro giallo con il quadrante in onice nero, occhio di tigre marrone e malachite verde. Cinque ulteriori varianti accostano invece alla cassa in acciaio il quadrante in lapislazzuli blu o in onice nero.

  • Premier Majestic Art Déco, il flashback di Harry Winston

    Premier Majestic Art Déco, il flashback di Harry Winston

    All’inizio del secolo scorso un ragazzino di 12 anni, figlio di immigrati ucraini, riconobbe tra la bigiotteria esposta in un banco dei pegni di periferia uno smeraldo autentico di oltre due carati. Lo acquistò per 25 cent e lo rivendette due giorni dopo, nella piccola gioielleria del padre, per 800 dollari. Il padre si rallegrò non tanto per l’affare concluso dal figlio, quanto per aver scoperto che la gemma più rara l’aveva in casa. Oltre ad affidargli piccole commissioni, infatti, cominciò a dargli sempre più spazio e responsabilità, tanto che, alla soglia dei trent’anni, il giovane Harry fu in grado di avviare un business a suo nome. Lo stesso nome che ancora oggi fa sognare le clienti con orologi come il Premier Majestic Art Déco, ispirato al gusto, allora “modernissimo”, degli anni Venti e Trenta.

    Harry Winston aveva un incredibile fiuto per le pietre preziose e una vera passione per i diamanti, che lo portò a possedere alcune delle gemme più famose al mondo. Il più noto è il leggendario Hope, un diamante blu di oltre 45 carati che si diceva portasse sfortuna, donato nel 1958 alla Smithsonian Institution. Mr. Winston lo spedì al museo di Washington D.C. per posta, in una scatola di cartone: affrancato con 2 dollari e 44 cent, e coperto da un’assicurazione di 151 dollari. Perché, disse, in chi altri avrebbe potuto riporre la propria fiducia, se non nel servizio postale americano? 

    Continuando a frequentare le aste, Harry Winston ogni tanto vi scopriva veri e propri tesori ceduti al banco dei pegni da grandi famiglie della upper class rovinate dal crollo di Wall Street del ’29, e su questi acquisti costruì la propria fortuna. Il segreto del gioielliere non fu soltanto nella capacità di riconoscere le pietre preziose, ma nel saperle valorizzare con un design contemporaneo, che incontrava i gusti dei nuovi ricchi e delle star di Hollywood. I gioielli francesi dell’Ottocento perdevano, con la rilettura di Mr. Winston, la patina old fashioned delle vetrine di place Vendôme. E sposavano le correnti artistiche del nuovo secolo, battezzato dall’Art Déco con il suo geometrismo astratto.

    Il Premier Majestic Art Déco ricorda appunto il momento magico in cui a New York sorgevano grattacieli sempre più alti e stazioni monumentali; mentre i porti battezzavano transatlantici titanici e tutta l’oggettistica, anche quotidiana, aveva decorazioni non figurative. Tra le forme Déco più tipiche c’erano i pattern a raggiera, come nel Chrysler Building; e poi le scale modulari, i rettangoli, i triangoli, i coni, i contrasti ottici di colori, tra i quali primeggiavano il bianco, il nero, il rosso e il verde. Anche la figura umana veniva vista come una sovrapposizione di solidi regolari: non a caso in quegli stessi anni esplodeva il cubismo. Quando nel 1932 Harry Winston aprì la boutique sulla Fifth Avenue, questa non poteva che avere uno stile dinamico e geometrico.

    Lo stesso che si ripropone oggi con il Premier Majestic Art Déco. Che mostra la cassa in oro bianco di 36 mm con il quadrante finemente decorato e incastonato di gemme, tutte giocate sul contrasto cromatico tra bianco e nero. Il decoro a raggiera con slancio verticale richiama il Chrysler Building. Mentre il cinema dei telefoni bianchi si riflette nei piccoli cabochon di madreperla alternati ai diamanti che decorano la superficie, illuminandola come un camerino d’artista. Sullo sfondo intarsiato, a ore 12, spicca una grande giada nera taglio smeraldo, la forma preferita da Mr. Winston per tutte le gemme e per i diamanti in particolare.

    Il movimento, meccanico a carica automatica con il rotore squelette, è perfettamente rifinito: lo si può ammirare attraverso il fondello di vetro zaffiro. Si tratta del calibro HW2008, realizzato in esclusiva, e dotato di spirale in silicio antimagnetica e di un’autonomia di tre giorni. Coerente con lo schema cromatico black & white, l’orologio è fornito di un cinturino in alligatore nero perlato, che si allaccia al polso con una fibbia ad ardiglione in oro bianco arricchita da diamanti.

  • Frivole: le luccicanti frivolezze segrete di Van Cleef & Arpels

    Frivole: le luccicanti frivolezze segrete di Van Cleef & Arpels

    L’imprinting gioielliero emerge con chiarezza in tutte le creazioni di Van Cleef & Arpels, anche in quelle più complesse e tecnologiche come gli orologi. Un esempio da manuale è la nuova collezione Frivole: che, quasi a festeggiare una luminosa estate dopo un inverno così cupo e malato, si arricchisce di due nuovi orologi floreali a segreto. La frivolezza richiamata nel nome non significa però spensieratezza irresponsabile. Perché la maison è ben cosciente sia della gravità dei tempi sia della serietà professionale richiesta dalla realizzazione di orologi-gioiello di alta gamma.

    Due modelli infatti si inseriscono nella collezione, in coerenza con quelli che sono i motivi più caratteristici. In altre parole i fiorellini con petali cuoriformi, simili alle cosmee, e i delicati pavé di diamanti al centro dei fiori più grandi si ritrovano puntuali anche negli orologi. Ma qui la maison li sviluppa trovandone una ragione tecnica e decorativa. Compone cioè  l’infiorescenza a bouquet di sposa per decorare una cassa da aprire (e chiudere) per svelare (o celare) il quadrante dell’orologio.

    La montre-à-secret ha lunga tradizione in gioielleria e in particolare da Van Cleef & Arpels, che produce questo genere di orologi sin dagli Trenta del secolo scorso. Nella collezione Frivole, poi, gli esemplari si coniugano anche a un altro concetto storico: la trasformabilità. Una caratteristica tuttora molto apprezzata, per assecondare le diverse occasioni di indossabilità nel corso della giornata. La si vede ad esempio nel collier in oro bianco con pendente trasformabile in spilla e in altri gioielli della collezione Frivole. Allo stesso modo, la cassa dell’orologio in oro bianco può diventare una clip se staccata dal cinturino e montata su un altro supporto.

    Meno sofisticato, ma ugualmente prezioso, è invece l’altro modello in oro giallo. In sintesi, un sottile bracciale rigido su cui sbocciano i fiorellini con il cuore in pavé di diamanti. Anche in questo caso l’elemento a rotazione che apre e chiude la cassa, a nascondere il quadrante, è un segreto floreale. E anche in questo caso, come in tutta la collezione Frivole, la brillantezza e la luce irradiate sono frutto di un meticoloso lavoro manuale di lucidatura del metallo e di incastonatura delle gemme.

    Su ogni singolo petalo, infatti, è realizzata a mano la cosiddetta lucidatura a specchio, che conferisce alle superfici una particolare lucentezza; mentre i diamanti sono inseriti con pazienza e attenzione da amanuensi nei forellini à jour creati nel metallo da una specie di ricamo dell’artigiano orafo. All’attenzione meticolosa per il dettaglio si unisce infine la scelta di pietre della massima qualità. Soprttutto diamanti (solo D ed F per il colore, e da IF a VVS per la lucentezza), presenti ovunque – anche negli orologi; e zaffiri rosa per gli altri gioielli Frivole nella stessa tonalità dell’oro.

  • Premier Precious Peacock & Co. Il micromosaico di Harry Winston

    Premier Precious Peacock & Co. Il micromosaico di Harry Winston

    Le citazioni e i richiami alla storia dell’arte, al savoir-faire più raffinato e all’heritage della maison si sommano nel Premier Precious Peacock Automatic 36mm. L’ultima tappa del viaggio di Harry Winston alla ricerca del valore aggiunto artigianale, in grado di arricchire gli orologi della collezione Premier.

    Si tratta di un esemplare che mostra sul quadrante un micromosaico raffigurante un pavone, in versione azzurro-verde su oro bianco oppure nei toni del porpora su oro rosa. Fin qui nulla di nuovo, perché sia il micromosaico sia il pavone sono vecchie conoscenze in gioielleria. Però in questo caso nulla è privo di un significato “terzo”: e tutto si apre invece a scenari più profondi e affascinanti.

    Prima di tutto il pavone, uccello simbolo della vanità ma anche della disposizione spirituale del Cosmo. Esiste infatti una relazione non solo estetica tra la danza rotatoria dei dervisci e la ruota del pavone. Più in prosa, esiste una relazione anche tra lo spiegamento del piumaggio multicolore e l’apertura seduttiva di un ventaglio. Il pavone, animale venerato da diverse culture, simboleggia la primavera, la rinascita, la longevità, l’amore e, in ultima analisi, la bellezza tout court. La gioielleria se ne è appropriata da tempo e per alcune griffe il pavone è diventato un’icona.

    Un esempio da manuale è la spilla Peacock disegnata da Mr. Winston in persona e poi donata nel ’77 allo Smithsonian Museum di Washington D.C. Il corpo del volatile è uno splendido opale nero australiano di 32 carati, la coda è in filamenti intrecciati d’oro giallo con diamanti e pietre di colore, l’occhio e la cresta sono in zaffiri e diamanti. Esiste dunque un precedente storico che autorizza la maison a tornare su questo animale simbolico; ma l’operazione è aggiornata alla luce di un mercato radicalmente cambiato, negli ultimi anni, per avvicinarsi al gusto orientale.

    Nel nuovo orologio Premier Precious Peacock il pavone è stilizzato, asimmetrico. Una macchia di colore in cui la coda, aperta a ruota, forma una raggiera di micro-tessere in vetro colorato dégradé, punteggiata dai caratteristici “occhi” in zaffiri blu (versione azzurra) oppure in rubini (versione porpora). A illuminare il tutto ecco 152 diamanti inseriti nel micromosaico in modo analogo alla tecnica del cluster, un brevetto di Harry Winston.

    Veniamo dunque al micromosaico, un’arte complessa che richiede manualità esperta e specifiche tecniche di realizzazione. L’origine si trova sia negli antichi manufatti della gioielleria romana (di epoca romanico-bizantina), sia negli splendidi rivestimenti musivi della basilica di San Vitale e del mausoleo di Galla Placidia a Ravenna, capitale dell’Impero romano d’Oriente nel V secolo d.C.

    Non a caso proprio a una famosa azienda di Ravenna, specializzata in mosaici da arredamento e in micromosaici per gioielleria, si è rivolta la maison HW per la realizzazione dei quadranti di tutta la collezione Premier Precious Micromosaic. La miniaturizzazione degli elementi che andranno a comporre il micromosaico è una tecnica artigianale maturata in lunghi anni di esperimenti.

    Innanzitutto le tessere di vetro colorato (di Murano) sono scaldate e mescolate in specifiche quantità per ottenere il colore desiderato e la plasmabilità ideale. A questo punto gli artigiani sono in grado di lavorare il materiale e di “tirarlo” in bacchette o fili lunghi e sottili. Una volta che il vetro si è raffreddato, è tagliato in frammenti e collocato con l’aiuto di apposite pinzette sulla base in oro del quadrante, rivestito di materiale adesivo. Dopo un passaggio in forno per fissare il vetro alla base, la superficie viene lucidata finché risplende. Un procedimento time-consuming, come tutto ciò che riguarda l’orologeria, perché la fretta è incompatibile con gli orologi di valore.

    Naturalmente i pregi di questi orologi non risiedono soltanto negli artistici quadranti. Il Premier Precious Peacock è infatti azionato da un movimento meccanico a carica automatica, prodotto in esclusiva: il Calibro HW2008. Costituito da 186 componenti montati su 28 rubini, è dotato di spirale piatta in silicio e di 3 giorni giorni di autonomia. Attraverso il vetro zaffiro sul fondello rivela impeccabili finiture: dalla platina a perlage ai ponti rodiati e decorati a Côtes de Genève circolari, fino al rotore scheletrato in oro rosa.

    Entrambe le referenze del Premier Precious Peacock sono realizzate in edizione limitata di 30 esemplari ciascuna (come gli altri modelli con micromosaico dell’omonima collezione). La versione in oro bianco è fornita di cinturino in alligatore blu perlato, quella in oro rosa di cinturino in alligatore lampone perlato. Last but not least, la fibbia ad ardiglione è sempre arricchita da diamanti taglio brillante.

  • Sweet Alhambra, torna la collezione portafortuna di Van Cleef & Arpels

    Sweet Alhambra, torna la collezione portafortuna di Van Cleef & Arpels

    È tanto iconica da essere sempre stata copiatissima (ma i fake non hanno mai raggiunto la medesima classe dell’originale). La collezione Alhambra di Van Cleef & Arpels ha spento 50 candeline due anni fa e non pensa neanche lontanamente di andare in pensione. Né lo pensa la maison produttrice, che regolarmente la rivisita o aggiunge nuovi item, in linea con le tendenze e il lifestyle del momento. Qualche mese fa è toccato infatti ai nuovi orologi femminili, chiamati Sweet Alhambra per distinguerli dal più grande Alhambra Talisman (40 mm diametro) lanciato nel 2012.

    Come il genitore Talisman, gli Sweet Alhambra mostrano il classico motivo a quadrifoglio stilizzato. Qui profilato non più da diamanti, ma dalle classiche perline, sempre in oro – quelle della collezione Perlée dello stesso Van Cleef & Arpels. Sia chiaro, il simbolo vegetale del porte-bonheur ha sempre incontrato il favore del pubblico. Ma tanto più è destinato ad aver fortuna oggi – nei tempi di un’emergenza che ha messo in crisi tutte le certezze -, perché rappresenta il pizzico di fortuna che tutti si augurano.

    Se la auguravano, un po’ di fortuna, anche Grace Kelly, tra un appuntamento e l’altro dei suoi doveri principeschi. E Romy Schneider, negli anni ’70 della rivoluzione sessuale in cui è ambientato il film “Le mouton enragé”. Entrambe indossavano con stile diverso (tradizionale la prima, avant-garde la seconda) il collier Alhambra in onice e oro. Prendendo spunto da ambedue le dive, anche Kate Middleton sembra inseparabile dal collier di quadrifogli in parure con gli orecchini, così come Sharon Stone e la première dame Brigitte Macron.

    Nato nel 1968, il motivo Alhambra in origine intendeva offrirsi alle donne emancipate, in pantaloni e camicetta sbottonata, come gioiello dalla nuova vestibilità, meno impegnativa e più dinamica. Ma subito è diventato famoso nel daywear grazie al lungo sautoir da indossare anche con i jeans, come suggerito in un’immagine pubblicitaria di successo. La collezione però ha sempre mantenuto anche una vena di romanticismo, che ricorda alle donne, oggi come ieri, quanto a volte sia un privilegio essere tali. La femminilità per Van Cleef & Arpels è dolcezza, affettività, umorismo e leggerezza, a prescindere dal successo personale.

    Qualità che Alhambra, e soprattutto i nuovi orologi, esprimono con efficacia. Se il Talisman si presentava in poche declinazioni, Sweet Alhambra è articolato in cinque nuovi esemplari. Che esplorano il mondo della gioielleria attraverso diversi materiali: oro nei tre colori, madreperla e onice, diamanti in pavé neige. E accentuano il côté giocoso vestendosi di cinturini multicolore, intercambiabili, in pelle di alligatore. In comune hanno tutti un movimento al quarzo, Swiss made. Ma un particolare fa la differenza rispetto al passato: l’assenza della corona (sostituita da un pulsante correttore sotto la cassa). Così la silhouette dell’orologio risulta più leggera e fedele al modulo originario.

    Oltre al modello “basic”, previsto in oro rosa con quadrante in madreperla, ci sono infatti due versioni, in oro bianco o rosa, con una fila sottile di diamanti incastonati a neve sulla carrure, visibili solo grazie ai movimenti del polso. E poi ci sono due referenze speciali: una in oro bianco interamente tempestato di diamanti; e una in oro giallo con il quadrante rifinito à guillochage. Una tecnica d’incisione artigianale – qui con linee disposte a raggiera – che consente di catturare la luce e di rifletterla con intensità ipnotica. 

    Senza dubbio un never without: per la piacevolezza del design, così pratico e proporzionato; per l’armonia dei colori nei cinturini, da cambiare con estrema semplicità e da scegliere a seconda dell’abbigliamento o del mood; ma soprattutto come promessa di buona fortuna. All’altezza degli altri esemplari dell’iconica collezione Alhambra.

  • Maillon de Cartier, l’orologio-gioiello dalle torsioni dinamiche

    Maillon de Cartier, l’orologio-gioiello dalle torsioni dinamiche

    Maillon significa “maglia”, quell’elemento di congiunzione che in genere sta alla base delle catene in metallo. Così come, più semplicemente, il punto a maglia sta alla base del lavoro a tricot: nel gergo del design si chiamerebbe “modulo”. Da sola la maglia non ha senso né funzione, ma legata a tante altre identiche costruisce intere strutture. Alcune aziende sviluppano il loro business tutt’intorno a maglie e catene, come gli orafi del distretto bassanese. Altre invece, soprattutto quelle con una forte identità di brand, sviluppano una maglia propria. Un tassello del proprio codice di stile su cui articolare, di tanto in tanto, nuovi lessici di eleganza.

    A Cartier non poteva mancare una maglia signature. E infatti il Maillon de Cartier esiste da diversi anni: sta alla base di molte collezioni di anelli o fedi, e in sostanza esprime la “versione Cartier” della gourmette. Ma la maison finora non aveva spiccato il volo creativo e strutturale che ci si aspetta da una marca così nota per le sue qualità, diciamo così, “architettoniche”; per restare in metafora, non aveva ancora costruito nuovi “discorsi” stilistici a partire dal Maillon. Puntuale, ci è arrivata adesso con il nuovo orologio Maillon de Cartier, che avrebbe dovuto debuttare a Watches & Wonders Geneva; (ricordiamo che si chiama così il nuovo concept del SIHH, la manifestazione dedicata all’Alta orologeria prevista a fine aprile e poi annullata per l’emergenza Covid-19). 

    Tutto sviluppato attorno al concetto dell’intreccio di maglie, l’orologio Maillon de Cartier si caratterizza per un originale moto a spirale, una sorta di vortice dinamico che coinvolge anche la cassa. Questa infatti assume una forma esagonale inedita per assecondare l’andamento diagonale delle maglie. Non c’è discontinuità tra cassa e bracciale come tradizionalmente avviene, perché il quadrante si inserisce nella fluidità delle maglie e ne compatta la struttura. La misura (16 x 17 mm) della cassa è stata studiata in modo tale da creare il giusto equilibrio tra la larghezza del bracciale e la leggibilità del quadrante.

    Ciononostante, il quadrante del Maillon de Cartier è più piccolo del solito proprio per concentrare l’attenzione sugli attributi “bijou” del bracciale. Il singolare effetto di torsione mantiene così un ritmo che non ha simili in orologeria – così estranea, in genere, a dinamismi barocchi che non siano in linea con la pulizia geometrica degli assi perpendicolari. I volumi pieni e accuratamente smussati addolciscono gli angoli delle maglie e ne assecondano l’incastro; mentre le superfici lisce delle versioni più semplici si alternano a quelle incastonate con diamanti e pietre preziose (sulla lunetta o su tutto il bracciale) delle versioni luxury. 

    L’assenza di viti visibili non limita la possibilità di regolare il bracciale, che infatti si può adattare agevolmente come tutti gli altri modelli Cartier; a partire dalla cassa, però, e non dalla chiusura. In oro bianco, giallo o rosa, il Maillon de Cartier esprime tutta la propria “natura Cartier” soprattutto nella variante de luxe; in oro giallo e diamanti, presenta dettagli grafici, come i profili di lacca nera sui lati esterni delle maglie, che accentuano la peculiarità del design. Tuttavia il pezzo più prezioso è in oro bianco, punteggiato su tutta la superficie di diamanti e granati tsavorite, con tocchi di lacca colorata.

  • Dreamboule, la magia dei  gioielli costruiti con le tecniche dell’orologeria

    Dreamboule, la magia dei gioielli costruiti con le tecniche dell’orologeria

    L’invenzione è il pallino di famiglia in casa Crocco. Quarant’anni fa Carlo Crocco, cresciuto nel business degli orologi (il nonno era Innocente Binda, creatore di Wyler Vetta), fonda Hublot; e presenta il primo modello in oro e caucciù, che porta nel conservatorismo dell’orologeria un’idea nuova. Una sfida che impiega oltre un anno per incontrare il pieno successo, esploso quando anche il re di Spagna ordina un esemplare per sé.

    Nel 2018, il figlio Beniamino Crocco lancia un concetto del tutto nuovo. Un oggetto che racchiude il côté tecnologico dell’orologio e quello più sentimentale del gioiello. Si tratta di Dreamboule, un anello ispirato alla “boule de neige”, souvenir di cui Beniamino è collezionista. Forte di una solida esperienza nel mondo dell’orologeria – maturata in Hublot accanto a figure di spessore come Jean-Claude Biver, e nel design di accessori e arredi con il proprio studio -, Beniamino ha ideato una sorta di bolla magica semisferica che va a coprire un anello in oro, come fosse una gemma.

    Per mettere a punto la bolla di Dreamboule, tuttavia, sono stati necessari quattro anni di ricerche. Servivano infatti un vetro particolarmente robusto e a tenuta stagna, individuato nel vetro zaffiro utilizzato per gli orologi; e un particolare liquido in cui potessero galleggiare gli elementi dei “teatrini”, creati da Ben per rendere ogni pezzo un conversation piece.

    Le “boule dei sogni” sono infatti concepite come scenografie miniaturizzate di fiabeschi universi (più di 150, anche fatti su misura); piccoli mondi abitati da ranocchi, fiori, api, tartarughe e altre figure che in qualche modo alludono al concetto di trasformazione, uno degli atout della fiaba. Questi personaggi sono immersi, assieme a pagliuzze d’oro 24 kt, in un liquido trasparente di una certa densità, in cui possono muoversi stimolati da un leggero movimento della mano. Basta una oscillazione impercettibile, spesso involontaria, perché l’anello si muova, così come gli abitanti dei teatrini; mentre le pagliuzze dorate creano un suggestivo effetto di nevicata d’oro.

    Molti dettagli prendono spunto direttamente dall’orologeria o sviluppano concetti affini. «Il contenitore per esempio», spiega Crocco, «è waterproof a 3 atmosfere; ed è in vetro zaffiro: un vetro antigraffio e antiriflesso che ha richiesto oltre due anni di ricerche. Ha un indice di rifrazione molto basso, perché volevamo evitare che la visione all’interno della bolla risultasse deformata. Tutto è a tenuta stagna, non perché l’acqua non debba entrare ma perché lo speciale liquido contenuto all’interno non deve uscire. Al contrario di quanto avviene in orologeria».

    «Anche il liquido è stato sviluppato in Svizzera ed è frutto di lunghe ricerche », racconta ancora. «Perché non doveva essere in nessuna misura corrosivo e rischiare di dannneggiare le pietre e i metalli. È una soluzione neutra che dà un effetto slow motion agli oggetti che vi galleggiano. In Italia, a Valenza, realizziamo invece il fusto dell’anello, le scenografie in metallo prezioso e le incassature».

    E continua: «Le basi colorate e sfaccettate – in zaffiro, madreperla, rubino, quarzo rutilato, giada, pietra lavica – sono scelte personalmente da me perché possano riflettere la luce alla perfezione. I componenti della boule, infatti, tendono a opacizzare il tutto, mentre il risultato a cui tendiamo è estremamente colorato. L’assemblaggio avviene a Milano, nei nostri laboratori di via Landolfo 1, in cui lavorano circa 6 persone tra orologiai e gioiellieri. Ogni anello richiede circa 240 ore di lavoro».

    Oggetti sofisticati, destinati a un pubblico esclusivo e prevalentemente turistico, gli anelli Dreamboule si trovano a Milano, nella boutique Nerone che Crocco e la moglie Katerina dirigono in via Cusani 4; ma sono distribuiti anche a Portofino, Capri, Venezia, Cortina e, a breve, anche in Russia e nei Paesi Arabi. Non sono anelli per tutte le mani, del resto, sia per una questione di prezzi sia di dimensioni. Si dividono in tre linee: la High Jewelry, che è la vera e propria Dreamboule (di 16, 28 o 36 mm di diametro); la Jewelry, che ha dimensioni più contenute ed è più daywear; e la Limited Edition che offre pezzi unici.

  • La Festa della donna secondo Tissot: il tempo al femminile

    La Festa della donna secondo Tissot: il tempo al femminile

    In occasione della Festa della donna, la maison di Le Locle celebra l’altra metà del cielo ripercorrendo la propria storia. Attraverso personaggi, pubblicità e modelli che rivelano lo sguardo privilegiato da sempre rivolto all’universo femminile

    Quando in Tissot comandavano le donne semplicemente non se ne parlava, perché risultava normale che le donne si sostituissero agli uomini quando questi erano in viaggio d’affari o in guerra. Così quando Sophie Amélie, moglie di Charles-Émile (figlio del fondatore), era alla guida dell’azienda -perché il marito si trovava fuori sede per ragioni di lavoro -, nessuno se ne stupiva. Del resto l’azienda fondata a Le Locle nel 1853 ha sempre manifestato apprezzamento e considerazione per l’universo femminile, tant’è vero che oggi la quota di donne e uomini tra i dipendenti è pressoché identica. E proprio alle signore, in questa Festa della donna, è dedicato l’ultimo lancio della maison, ovvero il Tissot T-Wave in acciaio e Pvd oro rosa.

    Ma facciamo un passo indietro: il tempo, nella seconda metà dell’800, era scandito “per lei” dagli orologi a ciondolo. Ma già al volgere del secolo le donne iniziarono ad adottare gli orologi da polso; e Tissot fu loro complice proponendo modelli eleganti in oro, pietre preziose e smalti in linea con le tendenze, che all’epoca si chiamavano Art Nouveau o Art Déco. Anche l’attrice Sarah Bernhardt fu attratta dalla creatività della maison svizzera; e acquistò nel 1900, durante una visita al padiglione svizzero dell’orologeria a Parigi, un orologio a ciondolo Tissot. Allo stesso modo la regina Elisabetta del Belgio richiese in via esclusiva all’azienda di sostituire gli indici di un orologio da polso con le lettere del suo nome segnate da diamanti.

    Lo sguardo privilegiato che Tissot riserva da sempre alle donne continua naturalmente nel corso del ‘900, seguendo le evoluzioni del costume e la conquista di nuovi stili di vita. Per esempio, quando il dress code del Secondo dopoguerra prescriveva “un abito per ogni occasione”, l’azienda svizzera lanciò lo slogan  “Une jeune femme et 3 montres” (Una ragazza e 3 orologi) che diventò famoso. La collezione Tissot offriva infatti alcuni modelli compatibili con la pratica degli sport accessibili alle signore, altri adatti all’ambiente quotidiano di lavoro e altri ancora più eleganti, ideali per eventi mondani.

    Negli anni ’60 della rivoluzione giovanile e delle groupies in minigonna metallica, nasce il Tissot Pinky dalle forme estrose, dedicato esclusivamente ai polsi femminili. Ma in capo a un ventennio il mercato sembra cambiare rotta nuovamente e snobbare le distinzioni di genere, che cominciano a suonare antiquate. La donna assume atteggiamenti più grintosi, mascolini, e si identifica, oltre che con “La donna in carriera” dell’omonimo film, con lo sguardo magnetico della modella che reclamizza il Tissot RockWatch o il Tissot TwoTimer, modelli al quarzo che potevano essere indossati sia dagli uomini sia dalle donne.

    Ed eccoci ai giorni nostri in cui Tissot celebra la Festa della donna con un modello morbido nelle forme ma scattante nella precisione e nella linearità del design. Infatti il Tissot T-Wave bicolore (acciaio e Pvd oro rosa) con lancette squelette a forma di petalo e corona impreziosita da un’agata bianca, ha tutte le caratteristiche per diventare un evergreen. Destinato a ricordare un atto d’amore (che sia un regalo o un auto-regalo) e a durare una vita.

  • VO Vintage: a VicenzaOro l’innovazione parte dal passato

    VO Vintage: a VicenzaOro l’innovazione parte dal passato

    Questa volta VicenzaOro, manifestazione internazionale bi-annuale dedicata alla gioielleria, cambia strategia. Se finora l’ente organizzatore IEG (Italian Exhibition Group) aveva cercato di coinvolgere anche il mondo delle lancette partendo dal mercato medio e basso, la scelta fatta dalla direzione per la prima edizione di VO Vintage 2020 – questo il nome della nuova sezione – punta direttamente all’alto di gamma. Ovvero al panorama esclusivo degli orologi per intenditori e collezionisti.

    Lo dimostra innanzitutto la disposizione del layout. VO Vintage, in programma dal 18 al 20 gennaio, si fa cercare. Non si trova facilmente al piano d’ingresso, come generalmente accade per le novità che si vogliono mostrare al pubblico, minimizzando lo sforzo di ricerca (nei supermercati come nelle boutique). Bisogna infatti salire al foyer del primo piano del quartiere fieristico vicentino, lontano dal “traffico comune”, in un contesto prestigioso dedicato a un numero selezionato di espositori di fama.

    Qui si incontreranno i più noti operatori del settore, oltre a una decina di brand dell’AHCI – Academie Horlogère des Créateurs Indépendants che raggruppa i maestri orologiai indipendenti di tutto il mondo. Ma si avrà anche la possibilità di assistere a tavole rotonde con alcuni grandi esperti. A cominciare da Stefano Mazzariol, antiquario e collezionista con una specifica competenza sul Rolex Daytona. Grazie alla sua esperienza ultratrentennale sul campo, è autore di due vere e proprie “bibbie” per gli appassionati, ovvero “Rolex Daytona dalla nascita al mito” e “Ultimate Rolex Daytona”.

    L’appuntamento con la sua lectio magistralis è per il 19 gennaio a partire dalle 11.00 (Hall 8.1, Sala Canova) quando spiegherà al pubblico la filosofia che sta dietro all’idea di collezionare orologi meccanici di alta gamma. Mazzariol parlerà anche di come, nel corso dei decenni, sia cambiato l’approccio dei collezionisti; e in particolare analizzerà lo spartiacque tra chi nella “vecchia scuola” continua ad amare gli orologi segnati dal tempo e chi invece predilige un restauro pari al nuovo.

    Un altro conosciutissimo guru del settore è Giulio Papi, oggi a capo della divisione R&D della manifattura Audemars Piguet. Sarà lui la “guest star” della giornata inaugurale di VO Vintage domani, sabato 18 gennaio, con una intervista esclusiva intorno al tema del vero significato di orologeria d’alta gamma (h. 15, Hall 8.1, Sala Canova). Un excursus storico per analizzare chi, dove, come e quando ha espresso ed esprime oggi l’eccellenza assoluta per finiture e decorazioni dei migliori movimenti meccanici e delle relative complicazioni, tra industria di lusso e artigianalità estrema.

    Sempre nella giornata di domani si svolgerà il talk show inaugurale che darà il via ufficialmente a VO Vintage 2020, dal titolo “Tra passione e investimento. Il senso del mercato orologiero moderno” (ore 11, Hall 7.1 – Sala Tiziano). Che vedrà la partecipazione di esperti come il direttore de “L’orologio” Dody Giussani; Mario Peserico, Presidente di Assorologi; e Bruno Bergamaschi, fondatore del principale forum italiano “Orologi & Passioni”.

    Domenica 19 gennaio toccherà poi a Vincent Calabrese, uno dei più grandi maestri orologiai viventi nonché membro dell’AHCI, intrattenere i più appassionati di micro-meccanica. Nella sua conferenza (h. 15, Hall 8.1, Sala Canova) illustrerà la  differenza fra i due sistemi di scappamento in rotazione, il carousel e il tourbillon, mettendone anche in rilievo vantaggi e difetti.

    Infine, chiuderà gli appuntamenti di VO Vintage, lunedì 20 gennaio, il maggior esperto di orologeria d’epoca, Sandro Fratini; che con la sua personale raccolta di duemila orologi (dal valore stimato di 1 miliardo di euro) è da decenni il più grande collezionista al mondo. Nell’incontro a lui dedicato, alle 11 ( Hall 8.1, Sala Canova ), Fratini racconterà la propria esperienza, con aneddoti e curiosità, nell’ambito di un’intervista intitolata “Alla scoperta del Santo Graal del collezionismo ”.

    Primo salone internazionale dell’anno dedicato al mondo orafo-gioielliero, che da questa edizione accoglie anche il mondo dell’orologeria vintage d’alta gamma, Vicenzaoro January The boutique show schiera 1500 espositori e rappresenta un punto di riferimento imprescindibile per il settore grazie al focus sul binomio “business e innovazione”.  «A ogni edizione», spiega Lorenzo Cagnoni, Presidente di IEG, «i nostri eventi si arricchiscono. In questo caso, un appuntamento ex novo: un’esposizione originale dedicata a orologeria e gioielleria d’epoca con pezzi unici e rarità tra le più ricercate al mondo».

  • Manifattura Italiana: Dolce&Gabbana tra decori barocchi e tecnica svizzera

    Manifattura Italiana: Dolce&Gabbana tra decori barocchi e tecnica svizzera

    Progettare la cassa perfetta. Ecco il pallino del maestro orologiaio, espertissimo del settore, che Stefano Gabbana e Domenico Dolce hanno voluto inserire nello staff della loro manifattura a Legnano, nell’hinterland milanese. E il risultato di tanta ricerca è la cassa della collezione Manifattura Italiana, sintesi ben riuscita fra orologeria e gioielleria.

    Ma prima di parlare della nuova famiglia di orologi di Dolce&Gabbana si deve fare un passo indietro. E sottolineare l’approccio verso l’orologeria del marchio, che da anni ha ormai intrapreso un percorso estremamente rispettoso delle tradizioni tipiche della Svizzera delle lancette. Tant’è vero che, caso unico nel panorama italiano della moda, ha appunto istituito una propria manifattura di orologi e gioielli; in cui ha chiamato maestranze con lunga esperienza e grande passione, con le quali sta realizzando una crasi fra estro e artigianalità italiani, tecnica e savoir-faire elvetici.

    La cosa è evidente proprio nella collezione Manifattura Italiana. Una serie in tiratura limitata di sei referenze, dedicate ciascuna a una città d’arte: Venezia, Milano, Firenze, Roma, Napoli e Palermo. Ognuna con un taglio estetico peculiare, ma tutte accomunate dal movimento DG 01.01, brevettato in Svizzera per la maison italiana e frutto di un lungo lavoro di assemblaggio manuale. Le varianti di ogni modello sono prodotte in soli 10 esemplari; e ogni pezzo riporta il numero progressivo inciso a mano sul fondello.

    Del resto solo un “maestro” avrebbe potuto trovare la soluzione adeguata per ottenere sia le superfici per i decori e le finiture volute dal design, sia le dimensioni necessarie per ospitare il movimento. Attenzione però a non interpretare queste righe in chiave troppo tecnica. In questi orologi infatti la meccanica non soffoca la radice culturale dell’antica tradizione italiana, resa esplicita anche attraverso la visualizzazione dell’ora.

    Infatti alcuni esemplari della collezione Manifattura Italiana riportano la suddivisione del quadrante in 24 ore, grazie a un apposito demoltiplicatore della ruota delle ore. Si tratta dell’indicazione secondo l’hora italica, un arcaico sistema di calcolo orario; adottato sino alla metà del XVIII secolo, venne poi gradualmente soppiantato dalla cosiddetta ora alla francese o ultramontana, usata ancor oggi, che identifica nelle ore 12 (mezzogiorno) il momento della giornata in cui il sole è alla massima altezza.

    Nell’hora italica, invece, il calcolo partiva dal tramonto, considerato la ventiquattresima ora del giorno. Se ne trova citazione anche nei “Promessi Sposi”, e la si può vedere tuttora in alcuni antichi esemplari da torre. Per esempio nell’orologio conservato nella controfacciata del Duomo di Firenze o nella Torre dell’Orologio di piazza San Marco a Venezia. Proprio da qui prendono spunto i due omonimi modelli della collezione Manifattura Italiana. Che si distinguono per il decoro: Firenze presenta i gigli incisi e Venezia il sole e la luna a rilievo su un cammeo.

    Richiamo storico che da un lato ribadisce la volontà di affermare l’italianità di Dolce&Gabbana; e dall’altro intende offrire un plus di curiosità ai clienti stranieri, sempre alla ricerca di dettagli in grado di rendere ciascun pezzo acquistato nel Belpaese, o comunque Made in Italy, un “conversation piece”. Tuttavia la meccanica non sarà probabilmente il motivo principale di interesse verso i modelli Manifattura Italiana, a dispetto dell’interessante costruzione. Il movimento vanta infatti 4 mm di spessore, un micro-rotore decentrato per la carica automatica e 58 ore di autonomia.

    Piuttosto, c’è da scommettere che la maggior parte degli acquirenti, spesso fedelissimi del marchio, saranno invece conquistati dalle decorazioni barocche degli esemplari. In particolare quelle dei modelli Napoli, inciso a ghirlande, e Palermo, con quadrante in lapislazzuli; oltre che dalla vera e propria opulenza del Roma, interamente in oro rosa inciso a mano.

    Il calibro DG 01.01 è montato anche nell’Invisible Setting, un pezzo unico (già venduto) in cui oltre 400 diamanti di altissima qualità rivestono cassa, quadrante, corona e chiusura déployante. Un particolare virtuosismo tecnico permette la disposizione delle gemme senza l’utilizzo di castoni o griffe visibili; e fa di questo pezzo un unicum da collezione, accompagnato da una confezione sontuosa e da un libro che ne esplora lo storytelling.

  • Macri di Buccellati, il tempo fra “rigato” e pietre dure

    Macri di Buccellati, il tempo fra “rigato” e pietre dure

    Succede spesso, nell’orologeria al femminile, che il valore di un pezzo risieda più nel design dell’oggetto, o meglio nella preziosità del gioiello, che nel pregio della meccanica. Succede quasi sempre, per esempio, nel caso di Buccellati. E succede costantemente nella linea Macri: una collezione che in origine Gianmaria Buccellati aveva dedicato alla figlia Maria Cristina.

    La maison italiana, recentemente acquisita dal gruppo svizzero Richemont, fin dall’inizio del secolo scorso si è distinta per i manufatti traforati come un merletto o con texture simili al raso o alla seta. E ancora oggi basta andare nei suoi laboratori per rendersi conto della pazienza certosina impiegata nella realizzazione di ogni esemplare; e dell’ingegno di Mario Buccellati, il fondatore, che nel secolo scorso ideò la tecnica a “rigato”. 

    Negli atelier, in centro a Milano, decine di artigiani specializzati, anche molto giovani, passano le ore a incidere con uno strumento a punta – chiamato bulino – tutta la superficie di un anello, di un ciondolo, di un bracciale; fino a ottenere tante righine parallele sottilissime che creano un effetto opacizzato e setoso al tatto.

    E una delle migliori rappresentazioni del “rigato” è proprio la linea Macri. Perché tale tecnica di decorazione – originale, quasi un marchio di fabbrica – è applicata a tutta la collezione; compresi gli orologi che sono venuti ad aggiungersi agli anelli, ai ciondoli e ai bracciali già entrati da tempo nella rosa dei classici evergreen.

    Tuttavia, negli orologi, al “rigato” si aggiungono alcuni particolari realizzati con un’altra tecnica, detta a “ornato”. Si tratta della sovrapposizione di ornamenti incisi a bulino su uno sfondo rigato. La si ritrova lungo la circonferenza del bracciale e sui lati della cassa, oltre che attorno ai diamanti che impreziosiscono il bracciale a bangle. Con un risultato finale di estrema raffinatezza. 

    Come gli esemplari di gioielleria, anche gli orologi Macri sono disponibili nei diversi colori dell’oro, incluso il nero ottenuto tramite un trattamento Dlc (Diamond Like Carbon). Nella versione classica, in oro giallo, i quadranti sono in madreperla, mentre sono lavorati a soleil nelle varianti in altri toni dell’oro. Le lancette a foglia e gli indici a bastone (o puntiformi) sono coordinati al metallo di cassa e bracciale, oppure in colore contrasto. 

    Due famiglie nuove di orologi Macri si sono però aggiunte di recente alla collezione. La prima prevede un modello per ogni colore dell’oro, con l’aggiunta di diamanti sulla lunetta e sul quadrante full pavé – accanto a quelli, di dimensioni maggiori, già presenti sul bracciale (circa 1.60 carati in totale). Invece la seconda, interamente in oro giallo, si distingue per gli inattesi, coloratissimi quadranti minerali: malachite, meteorite, occhio di tigre, occhio di falco, lapislazzuli, opale e giada.

    Le pietre dure, più o meno note, sempre accostate al bracciale punteggiato di diamanti (0.41 carati), compongono un effetto quasi rétro. Un flair anni ’60 che indugia su gemme e colori frequentati poco, in genere, dalla maison. Ma decisamente attraenti sia per gli appassionati del marchio, sia per i neofiti alla ricerca di un orologio-gioiello inusuale e prezioso. Molto prezioso, che non rischia di confondersi tra gli altri.

  • L’Espace Cartier apre da Pisa Orologeria

    L’Espace Cartier apre da Pisa Orologeria

    Se è firmato Cartier, non è uno spazio qualsiasi. Infatti è un Espace quello che la maison del gruppo Richemont, insieme con l’orologeria Pisa di Milano, ha inaugurato ieri nella metropoli lombarda. Sempre all’interno della storica boutique di via Verri, che già ospita i branded corner (una sorta di boutique nella boutique) di alcuni prestigiosi marchi, come A. Lange & Söhne, Hublot, Patek Philippe e Vacheron Constantin.

    Il concetto del Retailer-Watch Specialist, già presente in altri punti vendita monobrand di Cartier nel mondo, sbarca quindi anche a Milano, per trasmettere un’idea di competenza tecnica che va oltre la specifica competenza di marca. Nel mondo orologiero, l’intenditore è esigente e richiede conoscenza della materia, dalla produzione dell’oggetto al servizio post-vendita. Perciò il momento dell’acquisto non può realizzarsi sullo stesso banco su cui si acquista un gioiello o un accessorio qualsiasi.

    L’elegante Espace Cartier, all’interno del flagship store Pisa, occupa una superficie di circa 35 metri quadri al piano terra. Ed è arredato con linee morbide e arrotondate, legni e tessuti dai colori chiari e dalle finiture pregiate, bacheche perfettamente illuminate. La cornice ideale per mostrare le migliori qualità estetiche e tecniche dei modelli periodicamente esposti.

    Per l’apertura dell’Espace, e nel periodo immediatamente successivo, le vetrine ospitano infatti le novità Cartier del momento: il Bagnoire, il Tank e il Santos, in tutte le misure e decorazioni. Prossimamente però altre icone della Casa saranno protagoniste del nuovo spazio.

    Il rosso, colore per eccellenza della Maison, viene utilizzato per sottolineare i profili dei focus wall di esposizione. Mentre arredi preziosi e sedute confortevoli fanno dell’Espace Cartier milanese un luogo speciale in cui i cultori del marchio e degli orologi potranno trovare confronto, consiglio e assistenza.

    In esclusiva per gli invitati all’inaugurazione, la Maison ha offerto un’esperienza di realtà aumentata attraverso speciali strumenti visori. Che consentivano di vedere, dall’interno e “dal vivo”, con effetti tridimensionali, il making of degli orologi  creati nella manifattura Cartier a La Chaux-de-Fonds, in Svizzera. 

  • Furla Monogram, variazioni in tema di logo

    Furla Monogram, variazioni in tema di logo

    Non è più una questione di simboli o di total look ma anche e soprattutto di coerenza. Il logo (grande o piccolo che sia), replicato “meccanicamente” su ogni prodotto del brand, ha infatti lasciato il posto a declinazioni più raffinate, studiate ad hoc per il tipo di oggetto su cui sarà applicato. In questo senso il team creativo di Morellato Group, che produce e distribuisce in licenza gli orologi di Furla, ha compiuto un’elaborazione interessante e appealing. E ha lavorato a stretto contatto con la direzione artistica del marchio di pelletteria, per concepire la nuova collezione per l’autunno/inverno 2019/20.

    I tre esemplari più interessanti, Furla Corona, Furla like Shield e Furla Giada Logo, giocano infatti su alcune originali interpretazioni del logo, il Furla Monogram. Lo stesso che si ritrova anche sulle borse, sui dettagli in metallo e sugli accessori in pelle dell’azienda bolognese. Composto da due F speculari unite dalla stanghetta arrotondata sul fondo, il Furla Monogram ricorre come elemento distintivo, assieme al logo per esteso, su tutti i modelli, ciascuno caratterizzato poi da altre peculiarità.

    Per esempio Furla Corona, con cassa di 28 mm in acciaio, anche Pvd oro giallo o rosa, e quadrante con inserto centrale in madreperla, valorizza il Monogram sulle anse e sul contrappeso della lancetta dei minuti; ed è in perfetta continuità estetica con l’omonima collezione di borse, in cui il Furla Monogram è applicato sulla minibag da portare a bandoliera, sui secchielli a spalla e sui marsupi da allacciare in vita. Cinque i modelli disponibili, con cinturino in pelle color ciliegia, nero o cipria, oppure con bracciale mesh.

    La corrispondenza con l’universo delle borse è perfetta anche nella linea Furla like Shield. In cui la goffratura del Monogram che identifica la texture delle borse si ritrova nel motivo a sbalzo del quadrante e, di nuovo, nel contrappeso della lancetta dei minuti. Declinata in tre varianti, presenta la cassa di 32 mm in acciaio Pvd oro rosa, e il display nei toni del sabbia, rosa dalia e rosa petalo, coordinato al cinturino in pelle. In una versione particolare, il packaging comprende anche un bracciale in acciaio, sempre nei toni dell’oro rosa.

    Grinta e dinamismo, infine, per la linea Furla Giada Sport. Che abbandona il Furla Monogram per adottare invece un’altra tendenza a tema, altrettanto sentita nella moda autunnale: il lettering. In questo caso il logo emerge con dimensioni maxi sul quadrante, declamato a chiare lettere maiuscole, a rilievo in ton sur ton. Cassa di 36 o 28 mm di diametro e bracciale in acciaio maglia milanese, l’orologio assume un total look nero o silver, dall’effetto deciso. Quasi mascolino.

  • Apre a Roma la boutique Patek Philippe Hausmann & Co

    Apre a Roma la boutique Patek Philippe Hausmann & Co

    Hausmann & Co e Patek Philippe, un nome romano (seppur di origini teutoniche) e uno svizzero. Conciliare l’approccio alla vita della Capitale con quello elvetico, a dare retta agli stereotipi, potrebbe sembrare una sfida impossibile. I tempi dilatati, la grande convivialità e la confidenza con le logiche di potere che caratterizzano il carattere romano per antonomasia, da Giulio Cesare in poi, sembrano infatti adattarsi poco con il proverbiale rigore del tipico cittadino della Confederazione. Ma le capacità e l’intuito di due imprenditori che portano gli stessi nomi dei due papi odierni, ovvero Benedetto Mauro e Francesco Hausmann, hanno in un certo senso compiuto il miracolo. E, forti di una collaborazione più che secolare con la blasonata maison, insieme a Thierry Stern, che ne è il Presidente, hanno come si suol dire trovato la quadra.

    Inutile ricordare che i due sono i titolari delle boutique Hausmann & Co. Un’istituzione, a Roma. Storici punti di riferimento per orologi e gioielli haute-de-gamme, nonché fornitori ufficiali di tutti gli strumenti di misurazione del tempo della Santa Sede. Le insegne Hausmann & Co. si trovano nelle vie più storiche e affascinanti della città (via del Corso, via dei Condotti, via del Babuino), alle quali si sono aggiunti negli ultimi giorni quelle dedicate esclusivamente a Patek Philippe, di nuovo in via dei Condotti. La nuova boutique Patek Philippe Hausmann in realtà è un progetto maturato nel corso degli anni e costruito con tutta la raffinatezza di cui il famoso dettagliante romano e la maison sono capaci. Perché riesce a conciliare i 225 anni di presenza del primo nella Capitale con l’esclusività e l’unicità, riconosciuta nel mondo, della seconda.

    In occasione del vernissage, lunedì scorso, la boutique Patek Philippe Hausmann tra l’altro ha visto il lancio di un’esclusiva collezione di cinque modelli millesimati, d’impronta tipicamente romana: due pezzi unici con quadrante in smalto cloisonné raffiguranti Piazza di Spagna e Castel Sant’Angelo; altri due Calatrava (Referenza 5296), in oro rosa e  bianco, con quadranti inediti che indicano le ore XII con numeri romani, rigorosamente in tiratura limitata; e un’altra edizione limitata, ancora più esigua, di un esemplare di Ore del Mondo (Referenza 5230R), con motivo centrale guilloché realizzato a mano in rosso porpora, colore romano per eccellenza, e indicazione dell’Urbe tra le città, sul disco dei fusi orari.

    Modelli che – com’è ovvio – saranno in vendita solo ed esclusivamente nella boutique Patek Philippe Hausmann, assieme agli altri orologi della stessa maison, in un contesto che coniuga la storicità della location con la sobrietà dello stile elvetico. All’interno, lo spazio di 130 metri quadri si articola infatti su due piani, collegati da un ascensore silenziosissimo e high-tech; il piano “nobile” è suddiviso in una successione di locali, luminosi ma raccolti, ideali per l’acquisto di un oggetto di tale lusso. Pareti chiare, pavimenti in marmo, infissi e dettagli in legno dispongono il visitatore a prendere il tempo necessario per le proprie scelte.

    Non è del resto la prima volta in cui Hausmann & Co. e Patek Philippe si trovano in comunione di intenti. Già nel 1994, quando è stato celebrato il bicentenario del punto vendita nella città di Roma, Patek Philippe partecipò ai festeggiamenti, producendo un modello esclusivo, in soli 100 esemplari, della Referenza 5000 in oro rosa, con fondello personalizzato. Rese inoltre disponibili, per la prima volta al mondo, venti orologi appartenenti al Museo Patek Philippe per l’allestimento di una mostra nel negozio di via del Corso, dal titolo “Le sette arti di Patek Philippe: lo Stilista, l’Orologiaio, l’Orafo, il Creatore di bracciali, l’Incisore, lo Smaltatore, il Gioielliere”. Non basta. Il premio creato nel 2013 per valorizzare i giovani talenti italiani, fin dall’inizio vede la partecipazione e il supporto della maison. Nella convinzione che il settore del lusso debba avere un ruolo attivo nella società e non sia un mondo a parte.

  • Il Classima Lady e il talento di Mrs. Rossi

    Il Classima Lady e il talento di Mrs. Rossi

    Ci sono brand, per quanto svizzeri e tradizionali, che da sempre coltivano uno speciale feeling con le donne. E non perché i loro modelli siano particolarmente “femminili”, nel senso più grazioso e luccicante del termine. Anzi, per il motivo contrario. È il caso di Baume & Mercier, che fin dagli anni ’40 ha intuito che anche alle donne, come agli uomini, serviva un orologio elegante ma al contempo sobrio e funzionale, da usare ogni giorno e per tutto il giorno. Ecco allora il modello Marquise, rimasto tra i best seller fino agli anni ’60; il fortunatissimo Hampton, dall’iconica cassa rettangolare; e il rotondo Classima Lady, rivisitazione di un classico del 1965, presentato prima a Ginevra in molte varianti di dimensione e decorazione – e poi, più recentemente, a Milano dalla brand ambassador/attrice e cantante Serena Rossi.

    Modellato su una precedente versione maschile, il Classima Lady si presenta oggi anche con diametri di 27 mm e 34 mm, oltre al già esistente 31 mm. Ogni esemplare, nella versione al quarzo, dispone delle classiche funzioni ore e minuti, alle quali si aggiunge l’indicazione della data a ore 3. Completa il tutto un bracciale in acciaio inossidabile a cinque file, dotato di tripla fibbia pieghevole con fermaglio di sicurezza. Non basta: esiste anche la versione Classima Lady Automatico, arricchita di un fondello trasparente in vetro zaffiro che consente di ammirarne il movimento; e il Classima Lady con diamanti, disponibile solo nel diametro 31 mm, impreziosito da un quadrante in madreperla bianca con lunetta tempestata di diamanti.

    Per dare giusta luce alla vitalità di questo orologio, subito accolto con favore dal pubblico, la maison ha pensato a una presentazione più informale, rispetto al contesto business del SIHH, organizzata proprio ieri a Milano all’hotel Parigi. E l’ha affidata alla vivacità e alla bellezza di Serena Rossi, brand ambassador da oltre cinque anni e donna dai molti talenti. Attrice in ascesa, dal piccolo a grande schermo, doppiatrice eclettica (sua la voce della principessa Anna di “Frozen – Il regno di ghiaccio” della Disney, vincitore del Premio Oscar 2014 come Miglior film d’animazione), cantante e conduttrice radiofonica, Serena Rossi è anche mamma del piccolo Diego (due anni) e moglie dell’attore Davide Devenuto.

    Con la sua freschezza e spontaneità, Serena ha indossato, come ogni giorno, il suo Classima Lady durante un pranzo tutto al femminile con le giornaliste delle più note riviste di moda, interpretandone il mood elegante e dinamico. E dimostrando come l’orologio sia un accessorio imprescindibile per la donna, giovane nel suo caso ma senza età nella personalità dell’oggetto, che vive il suo tempo senza dimenticare il valore del tempo. Anche di quello passato.

  • Locman 1960, stile rétro ma dalla grafica nuova

    Locman 1960, stile rétro ma dalla grafica nuova

    Gli anni ’60 del Boom economico sono circondati da un’alone di magia positiva, rappresentata dal sorriso stereotipato delle réclame per la nuova automobile o per la gustosa crema spalmabile alla nocciola. Perché in quegli anni ogni entusiasmo era lecito, spontaneo e alla portata di tutti. Diventare imprenditore, laurearsi in medicina, far carriera nel cinema, inventarsi un lavoro nel campo della neonata industria pubblicitaria o come mannequin negli atelier di moda… Erano tutti sogni accessibili nel 1960, ma impensabili fino a dieci anni prima, a causa dei postumi dei conflitti mondiali e delle barriere sociali ed economiche.

    Quell’atmosfera euforica, incarnata anche dal fenomeno Cinecittà con la Dolce Vita romana che vi ruotava intorno, torna a scandire le ore italiane (e non solo) con il Locman 1960. Ovvero una delle più riuscite rivisitazioni, in orologeria, di quell’epoca e della sua estetica, realizzata dall’azienda con sede a Marina di Campo, Isola d’Elba. Del resto anche l’Italia ha avuto i suoi Mad Men, le sue super-modelle, le attrici emergenti, i concorsi di bellezza, per non parlare dei geni del design che facevano scuola nel mondo: se c’è una decade in cui l’aggettivo “nuovo “ ha avuto un senso, è sicuramente quella dei Sixties.

    Perciò può suonare strano che quello spirito innovativo oggi sia considerato la quintessenza del vintage; soprattutto nella formula neo-vintage che recupera il lato più modaiolo ed elegante di quel mood. Ma il Locman 1960 storicizza lo stile nato ai tempi del Boom con tutto il suo bagaglio di riferimenti agli iconici esemplari svizzeri (da Vacheron Constantin a Piaget); e li rivisita in chiave più italiana, semplice e prêt-à-porter, ad un prezzo decisamente accessibile. Oltretutto con grande attenzione per il pubblico femminile. Proprio in quegli anni, infatti, le donne scoprivano il fascino dell’orologio da polso come accessorio “emancipato”. Cioè al netto dei contenuti gioiello che lo avevano precedentemente traghettato nell’universo muliebre, tradizionalmente poco interessato all’aspetto tecnologico a favore di quello decorativo.

    Ecco allora comparire ai polsi delle signore gli orologi ultrapiatti e minimali, un tempo presidio maschile e oggi cuore della collezione Locman 1960. La ricerca di un design funzionale, mirato a rendere più belli gli oggetti del quotidiano, è in fondo la vera chiave del Made in Italy, reso ancora più convincente dal prezzo democratico e dalla potenziale universalità del suo messaggio. Il Locman 1960 Lady, la cui uscita segue di poco i primi modelli maschili, incontra quindi un immediato gradimento. I suoi punti di forza? Il diametro ridotto a 32 mm e la cassa piatta in acciaio lucido o Pvd golden rose, che accoglie un movimento al quarzo Swiss made. A farne la fortuna anche l’ampia scelta di cinturini in pelle, in colori tendenza, o in alternativa il bracciale in finissima maglia Milano. Neo-vintage, appunto.

    Ma il percorso del Locman 1960, iniziato nel 2105, prosegue tuttora: quest’anno la collezione si arricchisce di una grafica nuova. Sul quadrante smaltato bianco o brown, per la prima volta fa capolino la minuteria puntiforme, ritmata dall’alternanza fra i numeri arabi e gli indici; dettaglio reso più chic dalla finitura oro rosa, presente anche sulle sottili lancette a gladio. In contrasto con la cassa in acciaio, il tocco prezioso è un ulteriore riferimento all’estetica d’antan. Ma è interpretato con sensibilità contemporanea, perché si ritrova sia in taglia large (41 mm di diametro) sia small (32 mm.). Così il Locman 1960 rende trasversale il proprio design e va oltre le barriere di genere.

  • Bau Swatch, un tributo (alla Bauhaus) e un manifesto di stile

    Bau Swatch, un tributo (alla Bauhaus) e un manifesto di stile

    La famiglia dei Bau Swatch, in vendita da qualche settimana, con la sua estetica lineare e cromaticamente accesa avrebbe sicuramente avuto libero accesso alla Bauhaus ideata da Gropius di cui si celebra quest’anno il centenario. Nella scuola statale d’arte fondata a Weimar l’atmosfera era piuttosto libertaria: studenti provenienti da tutto il mondo vivevano assieme ai docenti in un clima da “comune” ante litteram. E, sebbene sia un argomento dibattuto, c’era addirittura una relativa parità tra maschi e femmine. Si ragionava di arte e si beveva birra, si cucinavano i würstel e si progettava una libreria, si organizzava una festa e si disegnavano tessuti.

    Se il marchio Swatch fosse esistito a quei tempi, è certo che uno dei primi esercizi assegnati agli allievi sarebbe stato creare sotto il suo logo l’orologio più funzionale, democratico e creativo mai apparso prima sul mercato. Molti concetti-base legano del resto il brand svizzero al movimento artistico nato nel primo Novecento. A partire dalla “laicità” dell’approccio all’arte senza preconcette classificazioni tra arte “alta” e “arti applicate”, in cui la bellezza dell’oggetto si sposa alla sua funzionalità nella vita quotidiana, per arrivare allo spirito semplice e ludico di tanti manufatti progettati da quel gruppo di artisti. La nuova collezione che Swatch ha voluto dedicare alla Bauhaus, chiamata appunto Bau Swatch, è permeata proprio da questa accessibilità estetica e pratica. Molto gratificante per gli occhi grazie all’uso di colori primari e linee geometriche, ma anche molto rigorosa dal punto di vista tecnico.

    Concepire qualcosa di utile ma capace anche di rendere più gradevole la vita quotidiana era una sorta di missione per chi aderiva alla Bauhaus. Ed è da sempre l’obiettivo di Swatch, che ha nobilitato l’orologio al quarzo attraverso l’appeal estetico delle sue collezioni. Col tempo Bauhaus è diventato sinonimo di «design ridotto all’essenzialità, con uso razionale ed elegante di materiali moderni e tecniche industriali; chiarezza, semplicità e minimalismo». Ma non è stato solo questo. Se i suoi risultati più noti sono legati all’architettura e al design, interessanti influenze del movimento si trovano anche nella moda, nella ceramica, nella gioielleria e in ogni forma di decoro della persona.

    Essere se stessi, sempre e in ogni dettaglio. Ecco perché la collezione Bau Swatch ha tutti i presupposti per piacere al pubblico multimediale delle generazioni più “social”, che privilegiano l’essenzialità, la sostenibilità, la praticità e la personalizzazione del prodotto. Così come apprezzeranno senz’altro “ I love your folk”, l’altra linea Swatch in vendita dal 5 settembre, che celebra con orgoglio la cultura e l’unicità di ciascuno. E aggiunge un tocco folk ai look della stagione, che si tratti di motivi cachemire, fiori, pizzi o fantasie.

  • Boléro, la danza delle ore firmata Chaumet

    Boléro, la danza delle ore firmata Chaumet

    I riferimenti sono storici e risalgono addirittura al fondatore della maison Chaumet: ovvero Marie-Etienne Nitot, che durante l’età napoleonica diventò il gioielliere ufficiale della casa imperiale; e realizzò numerosi gingilli per Joséphine e la figlia Hortense, tra i quali alcuni orologi-gioiello da polso. L’obiettivo però è totalmente contemporaneo, così come l’appeal del nuovo orologio femminile di Chaumet, chiamato Boléro. Un nome ricco di sfumature artistiche, musicali, coreografiche, dalle danze latino-americane alla musica di Ravel, al balletto di Béjart.

    Niente spigoli e linee essenziali
    Si tratta infatti di un orologio dalle linee essenziali e armoniose, privo di spigoli geometrici o concettuali, che si connette al passato della maison senza citazioni palesi. Anzi, si orienta chiaramente alle donne d’oggi, meglio se creative, assertive, esigenti, interessanti per la natura sensuale della loro femminilità.

    Un bracciale come una carezza
    Caratteristica singolare di Boléro, disponibile in oro giallo o rosa e in due dimensioni (grand modèle di 36 mm di diametro e petit modèle di 30), è il bracciale in oro particolarmente flessibile e “morbido”; quasi liquido nella sua dinamicità, tanto da scivolare sul braccio. In maglia metallica, ma senza alcuna rigidità perché ogni elemento è concepito in modo da assecondare le linee del polso. Cassa rotonda con quadrante nero o bianco, totale assenza di numeri o indici, corona scultorea; chiusura discreta e rifinita come un gioiello; movimento al quarzo nel modello piccolo, automatico nel grande. Leggerezza e praticità ideale 24 ore su 24.

    Testimonial originali
    Lo indossano nella campagna di supporto attrici come Bérénice Béjo, danzatrici come Olga Smirnova; musiciste come Alice Sara Ott, arredatrici come Charlotte de Tonnac; ma anche la pilota d’aereo di linea Ambre Lemesle e la gallerista Karen Boros. Protagoniste di vite attive e glamorous, scelte dalla casa grazie al loro charme indipendente dagli stereotipi.

    Una collezione a tutto tondo
    Il genere femminile del Boléro e le sue radici nella gioielleria sono sottolineate dal corollario della collezione: un bracciale, in oro giallo o rosa, e due anelli, con o senza diamanti, che riprendono il tema della maglia dorata e avvolgente. Un total look disimpegnato, per giornate in cui le ore volano.

  • Un Lange gigante nel centro di Milano

    Un Lange gigante nel centro di Milano

    Cinquant’anni dallo sbarco sulla Luna. Trent’anni dalla caduta del muro di Berlino. Vent’anni dall’introduzione dell’euro. Dieci anni dall’insediamento del primo Presidente di colore negli Stati Uniti… Nel 2019 ricorrono molti grandi anniversari pubblici, ma ancora di più sono quelli privati, non meno importanti per la vita di ogni giorno delle persone. Nel mondo orologiero, per esempio, si celebrano i 25 anni di A. Lange & Söhne. O meglio, del ritorno sul campo del marchio sassone, dopo 40 anni di eclisse a causa della separazione della Germania e della espropriazione operata dal Regime sovietico.

    Fino al 28 luglio, chi percorre via Montenapoleone a Milano non può non accorgersi della ricorrenza. Perché un enorme orologio (oltre tre metri di altezza), perfettamente funzionante, è lì a ricordarglielo. Si tratta di una replica fedele dello Zeitwerk Date, l’ultima versione di un modello lanciato dalla manifattura 10 anni fa. Ma l’installazione di questo Lange gigante, realizzata con Pisa Orologeria, non è un mero divertissement fine a se stesso. Va invece vista a corollario di un’esposizione che festeggia l’anniversario, organizzata nel non lontano flagship store di via Verri 9.

    La mostra, a dire il vero, ripercorre per intero la storia della manifattura, fondata nel 1845 a Dresda da Ferdinand Adolph Lange. Ma si concentra in particolare sui tempi più recenti e sulle collezioni contemporanee: come lo Zeitwerk, appunto, ma anche il Lange 1. L’esemplare che più di ogni altro segnò la rinascita della Casa. Quando Walter Lange (bisnipote del fondatore) e Günter Blümlein presentarono nel Castello di Dresda i nuovi modelli “post muro”, ispirati alla tradizione sassone e ai canoni estetici del Bauhaus.

    L’installazione milanese del Lange gigante è una scenografica iniziativa pensata per coinvolgere la città e soprattutto i nativi digitali, molto attivi sui social media. Per raccontare storia e collezioni di una maison che, di norma, si confronta con un pubblico di nicchia e sicuramente più adulto. Sicuramente lodevole, il salto verso le giovani generazioni testimonia un impegno al dialogo che è proprio sia di A. Lange & Söhne, oggi nella galassia del Gruppo Richemont, sia della storica orologeria/gioielleria Pisa, che ospita il marchio in una boutique dedicata.

    Promotrice di diverse attività di comunicazione, Pisa Orologeria si dimostra sempre aperta all’innovazione, anche in un settore tradizionalista come l’Alta Orologeria, e quindi non poteva non celebrare un traguardo significativo come questo. Con il Lange gigante che è un po’ come la ciliegina sulla torta. Del resto, quando nel 1994 A. Lange & Söhne ritornò sul mercato, Pisa fu il primo partner a credere nel progetto di rilancio. E ancora oggi si conferma, con soddisfazione, al fianco della Manifattura.

  • Haute Joaillerie, meraviglie d’atelier che segnano il tempo

    Haute Joaillerie, meraviglie d’atelier che segnano il tempo

    Il più scintillante di diamanti è firmato Piaget, il più minuto è di Chanel, il più rinascimentale di Buccellati, il più sofisticato di Chaumet, il più romantico di Van Cleef & Arpels… Sarebbe troppo semplice e riduttivo stilare una classifica dei primati preziosi tra gli orologi visti a Parigi.  Dove, come ogni anno all’inizio di luglio, le presentazioni di Haute Joaillerie si sono affiancate alle sfilate di Haute Couture.

    Complicazioni creative 
    In questo contesto di meraviglie d’atelier, in cui i prezzi medi sfiorano o superano il milione di euro, tutto è extra-ordinario, esclusivo, unico. Anche se lo spazio riservato agli orologi è senza dubbio marginale, quasi tutte le maison hanno voluto offrire alle clienti – in queste occasioni, solo ricchissime happy few – qualche capriccio di lancette supplementare, in grado di completare le parure di monili con particolare, e funzionale, virtuosismo artigiano. Orologi-gioiello in cui l’aspetto decorativo e il contenuto prezioso delle materie prime giocano il ruolo da protagonista; di solito animati da movimenti al quarzo, talvolta non disdegnano però le complicazioni.

    Non mancano per esempio alcuni scenografici tourbillon, come quelli di Chaumet: la maison ne ha presentati ben tre nell’ambito della “celeste” collezione dedicata agli astri del giorno e della notte. Dalla ricca rassegna di Haute Joaillerie fanno inoltre capolino due orologi complicati e creativi. Due saltarelli in oro bianco, con lunetta, anse e corona incastonati di diamanti. Il quadrante è decorato con un mosaico di tessere in madreperla multicolor disposte a raggiera, alcune tempestate di diamanti e zaffiri rosa e blu. Il movimento è automatico, le ore sono segnate dal sole mentre i minuti sono indicati dai raggi pavettati di diamanti.

    Foglie d’acanto e smalti colorati 
    Si torna sul tourbillon con Boucheron. In linea con il fil rouge della collezione Vue du 26, dedicata alla capitale francese (vista dalla boutique di Place Vendôme), la maison completa con un orologio-gioiello il set modellato sulle foglie d’acanto che decorano i capitelli corinzi e le modanature grecizzanti di alcuni palazzi parigini. In cui mostra una straordinaria maestria nello studio delle proporzioni dell’oggetto, in grado di valorizzare l’apertura del tourbillon sul quadrante senza compromettere l’armonia del decoro vegetale in diamanti applicato sul fondo blu. Da Buccellati primeggia invece il colore delicato degli smalti. Nel Bluebell (è il nome del modello) il blu-violetto della campanula è accostato al classico verde prato – che, per contrasto, accende i diamanti incastonati sia nel quadrante sia nel bracciale.

    Le ore à la Russe di Coco Chanel
    Il passare delle ore non era importante nella Parigi degli anni ’20 popolata di nobili emigrati russi in fuga dalla Rivoluzione. Che risiedevano nei prestigiosi appartamenti del 15° Arrondissement, cenavano al Chaika restaurant, bevevano vodka al Talisman e affollavano gli spettacoli del Ballets Russes di Diaghilev. Naturalmente Coco Chanel, che aveva una liaison con il Principe Dimitri, era tra loro. E assorbiva il loro gusto orientale opulento e barocco, la loro venerazione per le vesti tradizionali come la roubachka, il loro penchant per i colori accesi e i tessuti damascati. Oltretutto spesso li aiutava nella ricerca di acquirenti per i gioielli meravigliosi che erano riusciti a portare con sé dalla madrepatria.

    Nella Paris russe dell’epoca, cui è ispirata la collezione Haute Joaillerie di Chanel, il tempo trascorreva senza un ordine scandito. Ma le signore indossavano ugualmente, come braccialetti, i piccoli esemplari preziosi che brillavano nei coffret à bijoux delle loro madri. Per questo la maison ha immaginato alcuni montres d’exception in oro e platino. Come il modello Foulard che si richiama ai fazzoletti indossati dalle donne del popolo, ma ne cambia il contesto. E restituisce le fantasie fiorite dei tessuti folkloristici in un mosaico centrale di pietre di colore e diamanti; all’interno è inserito il piccolissimo quadrante a forma di goccia, mentre il bracciale in perline di onice ammorbidisce la vestibilità del pezzo.

    Il segreto di Giulietta
    Il conto alla rovescia verso il momento della separazione era invece il cruccio costante di Romeo e Giulietta, i protagonisti della tragedia shakespeariana cui è dedicata la collezione Haute Joaillerie i Van Cleef & Arpels. Ma il flusso inesorabile della sabbia di una clessidra o il ticchettio costante di una sveglia sarebbe stato troppo prosaico in un’atmosfera così romantica. Così l’orologio di Giulietta non poteva che essere un montre-à-secret, decorato di gemme tagliate su misura per disegnare le geometrie delle facciate e delle finestre ogivali di Verona (rinascimentale); in cui il quadrante e i due profili degli amanti in onice e lapislazzuli si palesano e scompaiono grazie a un meccanismo invisibile.

    Tra le dune di un deserto incantato
    Un disorientamento diverso da quello amoroso è infine quello suggerito da Piaget. Che, coerente al  tema Golden Oasis, dà prova della propria eccentrica creatività immaginando le dune di un deserto… di diamanti. Il quadrante in oro bianco infatti “nuota” tra le onde di gemme illuminate da una luce zenitale nel White Horizon Watch. Composto solo da diamanti Top Wesselton di taglio rotondo, triangolare e trapezoidale, per forma asimmetrica e articolazione del setting è un vero capolavoro.

  • Swatch e la Biennale, il tempo dell’arte dalla Laguna al polso

    Swatch e la Biennale, il tempo dell’arte dalla Laguna al polso

    Quattro matricole e un esperto
    Un legame annodato dieci anni fa arriva quest’anno a imporsi con tanta forza quanta leggerezza sul panorama artistico internazionale: è il link tra Swatch e la Biennale d’arte di Venezia, che in questa 58a esposizione mostra i suoi particolari frutti sia all’Arsenale sia ai Giardini. I lavori di quattro artisti ex-residenti del Swatch Art Peace Hotel, una residenza di Shanghai messa a disposizione dei creativi per periodi fino a sei mesi, saranno infatti esposti alla Sala d’Armi dell’Arsenale. Mentre ai Giardini si trova “The Flags”, un’installazione site-specific realizzata dall’artista britannico Joe Tilson che frequenta Venezia, e spesso vi abita, da circa 60 anni. L’opera è composta da tre dipinti ingranditi della collezione “The Stones of Venice”, testimonianza dell’amore di Tilson per questa città.

    Venezia secondo Tilson
    Volto noto della Biennale Arte (ha rappresentato la Gran Bretagna alla 32a Esposizione Internazionale d’Arte nel 1964), l’artista britannico combina in questo lavoro le immagini delle facciate delle sue chiese veneziane preferite con i motivi geometrici dei pavimenti in pietra. E naturalmente lo fa a suo modo, con i suoi colori primari e i tratti geometrici a matita in cui si intuisce uno spirito ludico, quasi infantile malgrado i 90 anni dell’artista. Da questa creatività libera e sempreverde prende spunto Swatch per la sua tradizionale collezione limitata e numerata dedicata alla Biennale. In questo caso si tratta del Joe Tilson Venetian Watch, un esemplare che intende portare l’arte nella vita quotidiana diffondendo il messaggio “Swatch ama l’arte”.

    Dialoghi e confronti
    Vicino a diverse avanguardie internazionali, soprattutto la Pop art, ma sempre molto attento all’artigianalità anti-industriale del “fare” arte, Joe Tilson non è l’unico nome che compare nel carnet di Swatch alla 58° Biennale. Santiago Aleman (Spagna), Tracey Snelling (Stati Uniti), Jessie Yingying Gong (Cina) e Dorothy M Yoon (Corea del Sud) sono infatti gli artisti riuniti nella sezione “Swatch Faces 2019“. Dopo averli “covati” per qualche mese nel suo Art Peace Hotel, il colosso svizzero ora li ospita nella sala d’armi dell’Arsenale per mostrare il loro lavoro. È un dialogo a più voci e diverse lingue che restituisce altrettante visioni sulla modernità. Tutte a loro modo rivelatrici di un immaginario che spesso è meno astratto di quanto appare.

  • Elogio della complessità: alla Biennale con Audemars Piguet

    Elogio della complessità: alla Biennale con Audemars Piguet

    May you live in interesting time
    Gli artisti sono in genere ottimi interpreti dello zeitgeist, ovvero lo spirito dei tempi a loro contemporanei. E le Biennali d’arte sono ottimi collettori delle loro intuizioni e visioni, che talvolta risultano inquietanti come la voce di Cassandra. Per questo vale la pena di dedicare attenzione al tema della Biennale d’arte, in corso a Venezia fino al 24 novembre. Curata da Ralph Rugoff, si articola attorno a un augurio (o memento) non banale: May You Live In Interesting Times.

    «Il titolo di questa Mostra può essere letto come una sorta di maledizione», ha dichiarato il Presidente Paolo Baratta. «Nella quale l’espressione “interesting times” evoca l’idea di tempi sfidanti e persino minacciosi. Ma può essere anche un invito a vedere e considerare sempre il corso degli eventi umani nella loro complessità. Un invito che ci appare particolarmente importante in tempi nei quali troppo spesso prevale un eccesso di semplificazione, generato da conformismo o da paura».

    Un’opera sperimentale all’Arsenale
    L’invito alla complessità, in quest’epoca dominata dal mantra della accessibilità falsamente democratica a tutti i contenuti, anche a quelli meno decifrabili, risulta decisamente indigesto per i palati grossolani. Ma sicuramente appetitoso per quelli sofisticati dell’orologeria haute de gamme, il cui primario valore aggiunto è, appunto, la complicazione. È complicato infatti il legame concettuale che lega gli esemplari di Audemars Piguet all’artista Ryoji Ikeda, autore di “data-verse”.

    Un’opera sperimentale esposta all’Arsenale e realizzata con il supporto della maison orologiera, in cui l’artista esplora le caratteristiche essenziali del suono e della luce attraverso la precisione matematica e l’estetica. Utilizza cioè frequenze e scale difficili da percepire dall’orecchio e dalla mente dell’uomo, visualizzando i suoni e raffigurando l’impercettibile per mezzo di sistemi numerici e grafiche computerizzate. Orchestrando suoni e immagini, fisica e matematica, va oltre il concettuale per addentrarsi nel campo dell’estremo e dell’infinito, mettendo alla prova i limiti dei sensi umani e della tecnologia digitale.

    Tra musica, arti visive e tecnologia
    Cresciuto in Giappone negli anni ’70 e ’80, Ikeda racconta di aver respirato e assorbito la cultura postmoderna dell’orizzontalità culturale in cui tutto contaminava il resto. Una realtà in cui non esistevano barriere né specializzazioni e la mente doveva essere flessibile, capace di metabolizzare positivamente ogni stimolo. «In particolare,  nei club underground gli alti volumi musicali (allora concessi nei luoghi pubblici), e l’uso creativo del piatto (del giradischi) da parte dei Dj con graffiature e altri artifici gestuali, produceva una reazione psico-fisica che mi fece entrare in un mondo diverso, ancora più della musica elettronica di Stockhausen».

    I suoi studi sono partiti proprio da quelle suggestioni sonore – analizzate con la maniacale cura del dettaglio e l’attenzione per i fenomeni più estremi della mente umana (anche soprannaturali), che solo un intellettuale giapponese può avere. Così Ikeda ha trovato nelle onde sinusoidali e nel “rumore bianco” (white noise) – caratterizzato dall’assenza di periodicità nel tempo e da ampiezza costante su tutto lo spettro di frequenze -, la risposta più interessante alla sua ricerca. La quale ha prodotto quindi sviluppi anche in campo tecnologico e matematico, per arrivare a raffigurazioni visive multisensoriali. Proprio come le installazioni create per la Biennale veneziana, tanto difficili da spiegare e comprendere a livello astratto, quanto magnetiche a livello percettivo. Ma qui si deve fermare ogni possibile descrizione di queste opere, che vanno viste e ascoltante, o meglio vissute, di persona.

    Una commissione artistica per promuovere l’eccezionale complessità e l’abilità manifatturiera
    La presentazione dell’ultimo lavoro di Ikeda sul palcoscenico mondiale della Biennale Arte 2019 a Venezia porta avanti la missione di Audemars Piguet. Che nel 2014 ha costituito una speciale commissione artistica per promuovere nuove collaborazioni artistiche. Cioè per produrre e presentare opere di artisti la cui pratica rispecchia l’eccezionale complessità, precisione e abilità manifatturiera della Casa. L’alto livello artistico del lavoro di Ikeda, con cui Audemars Piguet collaborerà per il 2019 e 2020, si allinea perfettamente con l’artigianalità, la creatività e la spinta all’innovazione della maison stessa. Il cui motto è “To break the rules, you must first master them“: niente di semplice, quindi, e tantomeno di semplicistico.