Giornale Degli Orologi
Menu
Menu

Tag: Mario Peserico

  • La sfida del tempo. Eberhard & Co. al Salone Nautico di Genova

    La sfida del tempo. Eberhard & Co. al Salone Nautico di Genova

    Durante il 65° Salone Nautico Internazionale di Genova, appena concluso, la Maison de l’Aigle ha organizzato una conferenza intitolata La sfida del tempo. In cui ha ripercorso la propria storia e la carriera di un grande campione italiano di rally

    Tutti gli appassionati di sport e in particolare di quelli automobilistici (ma anche di orologi, date le forti correlazioni tra pistoni e lancette), conoscono Miki Biasion, leggenda del rally con all’attivo innumerevoli gare e vittorie, per due volte – nel 1988 e nel 1989 – campione del mondo su Lancia. Ma che ci faceva il fortissimo pilota di Bassano del Grappa a Genova (18/23 settembre) in occasione del Salone Nautico?

    Una convergenza di persone, marchi e professionalità

    Bella domanda. La risposta si apre con sorprendente coerenza su un mondo non da tutti conosciuto – compreso il sottoscritto. Arrivata nel corso di una conversazione in presenza di pubblico e registrata a uso di social-media – con la parola d’ordine di La sfida del tempo -, tra Miki Biasion appunto e Mario Peserico, General Manager di Eberhard & Co. Lo storico Marchio elvetico d’orologeria era infatti presente a Genova non solo come nome di prestigio tra gli sponsor del Salone Nautico, ma anche come onorato accompagnatore del grande pilota – ambasciatore di lunga data della Casa -, nel racconto della propria vita sportiva. Focalizzata appunto sul periodo in cui correva con Lancia.

    Oggi la Casa automobilistica è al rilancio del logo “HF” (High Fidelity, ovvero alta fedeltà), insieme alla stilizzazione del famoso “elefantino rosso”, simbolo della propria anima più sportiva e vincente. Consideriamo quindi le vittorie mondiali ottenute da Miki Biasion proprio con Lancia: Delta Integrale nel 1988 e Delta HF Integrale nel 1989. Infine a Genova Eberhard & Co. ha presentato un orologio dedicato al reparto corse della Casa torinese – oltretutto in presenza di Eugenio Franzetti, Direttore di Lancia Corse. Ecco, dunque, come questo intersecarsi di persone, marchi e professionalità sia ben collegato e assolutamente legittimo.

    La sfida del tempo in sintesi

    Ma torniamo a “cosa ci faceva un campione automobilistico tra la nautica genovese” dell’inizio. «La Liguria è per me terra di gran bei ricordi», ha ricordato Biasion. «Nel corso della mia carriera, per un intero mese e per una ventina d’anni sono stato dalle parti di Sanremo a tirare al massimo le macchine lungo il percorso dell’omonimo Rally. Questa regione ha un mare bellissimo, ma anche magnifiche strade interne molto adatte al tipo di competizione in cui poi mi sono specializzato (Miki è stato anche campione di sci e di motociclismo, ndr). Poi il Rally di Sanremo era in qualche modo la gara di casa. E uno può anche vincere finché vuole in giro per il mondo, ma quella è la gara cui tiene particolarmente. E che nel mio caso ha dato più soddisfazioni».

    Parlando di prestazioni in cui il cronografo la fa da padrone, inevitabilmente la parola passa a Mario Peserico e agli orologi della Marca da lui rappresentata, di cui traccia un interessante percorso. «Dal 1887, anno di fondazione, la sfida del tempo per Eberhard & Co. è stata condotta nel connubio tra tradizione e innovazione», afferma il General Manager. Che passa in rassegna gli episodi principali: «Prima il legame del Marchio con la Regia Marina Militare, poi la produzione nel 1959 di un solido orologio subacqueo battezzato Scafograf. Ma anche la sponsorizzazione di Renato Della Valle nelle gare di motonautica – e non ultima di Azzurra, la prima barca italiana in Coppa America. Lato automobilismo, penso invece al Chrono 4, con i suoi contatori in linea che lo rendono simile a un cruscotto. Ma anche alla collezione Tazio Nuvolari, dedicata al pilota mantovano. E oggi all’ultimo nato: il Lancia HF”.

    Il nuovo Lancia HF

    L’orologio appunto. Una serie speciale con cassa in acciaio dal diametro di 41 millimetri, movimento meccanico a carica automatica con secondi e datario. Quadrante di chiara e immediata leggibilità color bianco, nero o blu, cinturino in pelle anticata o bracciale in acciaio. L’edizione è limitata e numerata a 120 esemplari per ogni versione. E riporta su fondello e quadrante gli elementi grafici distintivi – ça va sans dire – di Lancia HF.

  • L’Eberhard Scafograf al Salone Nautico di Genova

    L’Eberhard Scafograf al Salone Nautico di Genova

    Quella di quest’anno è la terza partecipazione consecutiva di Eberhard & Co. al Salone Nautico di Genova in qualità di Main sponsor. Più precisamente, la Maison di La Chaux-de-Fonds presenzierà al più importante appuntamento del Mediterraneo sulla nautica da diporto come Official Timekeeper. Una collaborazione rinnovata e di assoluto prestigio visto che a partire da oggi, giovedì 19 settembre 2024, fino a martedì 24, in occasione di questa 64a edizione dell’evento, si terranno incontri, convegni e confronti di respiro internazionale. I vari temi del mare saranno declinati in chiave industriale, istituzionale, sportiva e commerciale. Il tutto alla presenza di importanti cariche dello Stato.

    Spazi dedicati

    Al produttore di orologi, che per l’occasione presenta il nuovo Eberhard Scafograf 200 Édition Limitée “Onde Bleue” da collezione, sono riservati un’ampia lounge nell’area Living the Sea e il Teatro del Mare, rinominato proprio Eberhard & Co. Theatre. Il quale, durante l’intera manifestazione, sarà al centro di un’importante programmazione di eventi. Per iniziare, l’appuntamento dedicato all’America’s Cup, previsto per oggi alle 14:00. E, a seguire, la conferenza stampa del Corpo delle Capitanerie di porto – Guardia Costiera dal titolo: E… state in sicurezza: i numeri del 2024.

    Le premesse per mettere in mostra le proprie creazioni e raccontare il forte legame con il mare, insomma, ci sono tutte. Come conferma Mario Peserico, General Manager di Eberhard & Co: «Siamo orgogliosi di essere nuovamente Official Timekeeper del Salone. La connessione della Marca con il mondo del mare è profonda e pervade tutta la nostra storia, dagli albori fino a oggi».
    In effetti, dal 1959, Eberhard & Co. non ha mai smesso di progettare e perfezionare i propri esemplari subacquei della collezione Scafograf. Dedicati agli appassionati e ai professionisti, gli stessi rappresentano a oggi una delle serie più longeve della storia dell’orologeria. Che qui ripercorriamo in breve per darvi un’idea di quanto l’Eberhard Scafograf abbia fatto per il mondo della subacquea negli ultimi 65 anni.

    Gli esordi dell’Eberhard Scafograf…

    Facciamo un passo indietro e torniamo alla metà del secolo scorso, l’epoca delle esplorazioni subacquee. È il decennio in cui si mettono a punto gli orologi da immersione, e l’industria del tempo studia le soluzioni tecniche migliori per affrontare le profondità degli abissi. Nascono allora i più celebri esemplari subacquei delle grandi marche, famosi ancora oggi e tuttora presenti in catalogo.

    Fra le case di orologeria impegnate in questa ricerca c’è anche Eberhard & Co., che registra il nome Scafograf nel 1958. E l’anno successivo lancia sul mercato il proprio orologio subacqueo, con la cassa in acciaio da 35 mm impermeabile fino a 10 bar e il movimento automatico. Al primo modello fa seguito, poco dopo, un altro automatico in acciaio, ma con la cassa leggermente più grande, di 38 mm, e un’impermeabilità fino a 20 bar. Questi due esemplari sono i capostipiti di un’intera generazione di diver, via via aggiornata nel tempo.

    …e gli sviluppi

    Già nel 1962, infatti, la Maison de l’Aigle propone uno Scafograf più imponente: sempre impermeabile fino a 20 bar ma con la cassa che raggiunge i 42,5 mm di diametro (un’enormità, per l’epoca), per rispondere alle esigenze di maggiore visibilità e resistenza richieste da quanti praticavano immersioni in profondità. Proprio per accontentare i subacquei professionisti, nel 1964 presenta quindi lo Scafograf 300, impermeabile fino a 30 bar, che monta un calibro di estrema affidabilità come l’Eta 2824.

    Intanto, nel 1962/’63, era uscita anche una referenza con datario. Mentre nel ‘66 lo Scafograf 300 conosce una versione con indici a barretta al posto di quelli triangolari. E ancora, nel 1969 è la volta della variante femminile, il Miniscaf: con la cassa di formato ridotto, 32 mm di diametro, ma sempre impermeabile fino a 30 bar. Negli anni usciranno poi tante altre varianti: con tenuta stagna fino a 40, 75 e perfino 100 bar. Impossibile citarle tutte.

    L’Eberhard Scafograf nel Nuovo Millennio

    Con l’avvento dell’elettronica prima e dei computer da immersione poi, anche la produzione dei subacquei di Eberhard & Co. subisce una battuta d’arresto – come del resto quella di tutti i diver elvetici. Ma nei primi anni Duemila si riafferma il desiderio degli strumenti da immersione meccanici. Per questo nel 2006 la Casa di La Chaux-de-Fonds presenta lo Scafodat 500: una versione estrema dello Scafograf, con la cassa da 44 mm impermeabile fino a 50 bar e dotata di valvola di decompressione per l’elio.

    Poi, nel 2016, Eberhard decreta il ritorno dello Scafograf 300. Erede diretto del modello del 1966, uscito 50 anni dopo, ha la cassa di 42,5 mm con la lunetta in ceramica e la valvola di decompressione. È un successo: l’orologio è amato tanto dagli addetti ai lavori (che lo premiano nella categoria Sport del GPHG), quanto dal pubblico.

    L’anno successivo, lo Scafograf GMT acquista – come si intuisce dal nome – una piccola complicazione utile: il triplo fuso orario. E passiamo al 2019. Per festeggiare i 60 anni dalla nascita del primo Scafograf, ecco l’Eberhard Scafograf 300 MCMLIX, con quadrante nero dall’estetica vintage, seguito da altre versioni colorate negli anni successivi. Del resto la collezione Scafograf è stata protagonista, come lo è quest’anno, anche del Salone Nautico 2022 e 2023. L’anno scorso, in particolare, è stata presentata la variante in tonalità cioccolato dello Scafograf 300 MCMLIX, con cassa da 43 mm di diametro.

    Le onde del mare sul quadrante

    E siamo ai giorni nostri, appunto, anzi al Salone Nautico di Genova 2024 che ha aperto i battenti al pubblico proprio questa mattina. Il modello scelto per rappresentare la Marca, come accennato in apertura, è il diver Eberhard Scafograf 200 Édition Limitée “Onde Bleue”. Prodotto in edizione limitata a 137 esemplari – i collezionisti sono avvisati -, propone un quadrante blu decorato con uno speciale pattern azzurro. Linee curve che «rendono omaggio alle onde, simbolo del fluire del tempo, del passato che si propaga nel presente e dell’incessante moto verso il futuro», fa notare Mario Peserico.

    Come lo stesso nome suggerisce, l’orologio – un “solo tempo” privo di datario – è impermeabile fino a 20 bar. Monta un movimento automatico dalla nota affidabilità, un calibro Sellita SW 200-1. La generosa copertura fluorescente in stile vintage di indici e lancette rende ben leggibile l’ora già a pochi metri di profondità, non appena i raggi solari perdono di intensità fino a scomparire. Il blu è ripreso dalla lunetta in ceramica e dal cinturino integrato in gomma sul quale è inciso il classico “scudo” della Casa con la lettera “E”. Un tocco di ulteriore sportività cui, in fase di acquisto, si può preferire il bracciale in acciaio Chassis, con fibbia déployante a due pulsanti (2Click). I prezzi: 3.250 euro per la versione con il cinturino in gomma; 3.850 euro per quella con il bracciale Chassis.

    Un’ulteriore novità

    Il diver Eberhard Scafograf non sarà il solo esemplare in mostra nella lounge Eberhard & Co. Come ogni anno, i visitatori potranno ammirare le collezioni più emblematiche della Casa elvetica e le novità presentate sul mercato. Come il nuovo cronografo Extra-fort Roue à Colonnes Retour en Vol, dotato di ruota a colonne e funzione fly-back. Una complicazione ideata per i piloti, che consente due (o più) misurazioni cronografiche successive senza passare per il pulsante di azzeramento. Ne riparleremo.            

  • 8 Jours Grande Taille, un “classico” riaggiornato di Eberhard & Co.

    8 Jours Grande Taille, un “classico” riaggiornato di Eberhard & Co.

    «È in produzione da più di 25 anni: e dopo una così lunga permanenza in catalogo, meritava un aggiornamento». Ecco cosa mi diceva durante una recente chiacchierata Mario Peserico, Amministratore delegato di Eberhard Italia, riguardo al nuovo 8 Jours Grande Taille, presentato la scorsa primavera al “Fuorisalone” di Ginevra e da poco nei negozi. Un grande classico di Eberhard & Co., riaggiornato quest’anno da un restyling che lo ha reso più elegante e d’impatto, senza intaccarne l’intramontabile design.

    Un po’ di storia

    Nato nel 1997 da un’intuizione di Palmiro Monti, a quel tempo patron della Casa svizzera, l’orologio prende il nome proprio da una caratteristica fino ad allora appartenuta agli antichi calibri da tasca: l’autonomia di 8 giorni. Oggi siamo abituati ai 3, perfino ai 5 giorni, e dire “8 giorni” non ci fa un grande effetto. Ma alla fine del secolo scorso un’autonomia così lunga era quasi inconcepibile: a quell’epoca i movimenti meccanici, per materiali e tecnologie, arrivavano a stento alle 42 ore e nella migliore delle ipotesi non superavano le 46/48 ore.

    La cosa fu risolta dai tecnici di Eberhard & Co. con l’adozione di un modulo aggiuntivo al calibro di base. Un modulo dedicato a un secondo, grande bariletto e al dispositivo per riportare sul quadrante l’indicazione dell’autonomia residua. La soluzione, messa a punto in anni di sviluppo, fu coperta da brevetto per quanto risultò valida ed efficace. E la meccanica è rimasta tale fino ai nostri giorni, pur con qualche piccolo perfezionamento teso a migliorare l’affidabilità dell’intero meccanismo. Ma rimando i contenuti tecnici a qualche paragrafo qui sotto.

    Nel 2008, l’8 Jours conobbe una sostanziale modifica nelle dimensioni della cassa, che passarono dai 39 ai 41 mm di diametro. Diventò così l’8 Jours Grande Taille che tuttora conosciamo. Immutata restò comunque la configurazione del quadrante: con l’indicazione dell’autonomia residua su una scala graduata al 9, il contatore dei piccoli secondi al 6, l’indicazione delle ore con numeri arabi o numeri romani. Una grafica, insomma, molto “classica”, riflesso di un gusto fedele alla tradizione, per diverse referenze dal lay-out opaco, bianco oppure nero.

    L’8 Jours Grande Tailles 2023

    Quest’anno appunto l’8 Jours Grande Taille ritorna con un inedito quadrante. Rinnovato da un accurato guillochage, alterna la parte centrale e perimetrale frappé all’anello delle ore azuré. E le stesse lavorazioni ritornano poi nel settore dell’autonomia e nel contatore dei piccoli secondi. Declinato nei toni del blu e argenté, o del bianco e argenté con dettagli blu, riporta in ambedue i casi le ore con i numeri romani (anch’essi rivisitati nel formato), le lancette a foglia (anche azzurrate) e il logo vintage al 12.

    Il vantaggio di questa decorazione, a mio parere, è doppio. Da un lato conferisce una maggior enfasi al giro delle ore. Non che l’8 Jours Grande Taille abbia mai avuto problemi di leggibilità – tutt’altro. Ma quanto risaltino i numeri romani è evidente soprattutto nella versione blu (la mia preferita, per quanto poco possa valere questo commento). Dall’altro regala al quadrante stesso un’inattesa profondità, che gli restituisce un senso di compiutezza, un certo “non so che” di naturale e organico, che riempie e ne completa l’estetica senza appesantirla.  

    La meccanica

    Il nuovo 8 Jours Grande Taille, come scrivevo prima, mantiene la meccanica di sempre. Il movimento a carica manuale, calibro 896 come lo chiama Eberhard & Co, è formato da un calibro di base Eta Peseux 7001 e dal modulo della complicazione. Quest’ultimo ospita il secondo grande bariletto, coassiale al primo – per cui si parla di doppio bariletto sovrapposto. Insieme, le molle contenute nei due bariletti raggiungono complessivamente più di un metro e mezzo di lunghezza. Ai 30 centimetri circa della molla originaria, infatti, vanno aggiunti i 125 centimetri della seconda…

    La cosa notevole di questo sistema, semplice ma indubbiamente ingegnoso, sta nel fatto che funziona un po’ come un dispositivo di forza costante. In buona sostanza, infatti, la molla più lunga mantiene armata quella più corta (che poi è quella che trasmette il moto ai ruotismi e quindi allo scappamento), e garantisce quindi un rilascio costante e regolare dell’energia. Il che ovviamente si traduce in un’inappuntabile costanza di marcia sul lungo periodo, cioè nell’arco temporale degli 8 giorni.

    Di contro – a sentire il parere degli orologiai – la costruzione è tale che per poter accedere al bilanciere ed effettuare eventuali regolazioni, bisogna smontare tutto… Ma il problema riguarda semmai il tecnico di laboratorio che esegue l’intervento di manutenzione, non il cliente finale che indossa l’orologio. Siamo sinceri: alla gran parte del pubblico, in fondo, interessa che un orologio sia preciso, robusto e affidabile. E, non per ultimo, abbordabile a livello economico.

    Tutte queste caratteristiche si ritrovano puntuali nel nuovo 8 Jours Grande Taille. Che, a proposito, costa 4.280 euro. Sfido chiunque a trovare di meglio a pari requisiti. Del resto il prezzo rispecchia la reputazione ormai assodata di Eberhard & Co., capace di fare dell’ottima orologeria di tradizione in una fascia accessibile del mercato. Il che non è poco…

  • Al Salone Nautico con Eberhard & Co. Le Cronache di PDV #XXII

    Al Salone Nautico con Eberhard & Co. Le Cronache di PDV #XXII

    Con i suoi oltre 200mila metri quadrati suddivisi tra acqua e terra, è un importante appuntamento per pubblico e addetti ai lavori, oltre che una piattaforma internazionale di confronto istituzionale, tecnico e di mercato. E ora che la 62a edizione del Salone Nautico di Genova si è conclusa, è tempo di bilanci. Che non è certo mio compito affrontare: li lascio volentieri agli esperti e conoscitori del settore. Dico solo che le voci diffuse tra i padiglioni – e le imbarcazioni ancorate ai moli attrezzati, a ridosso del porto cittadino – parlavano di una netta crescita, sia dell’affluenza sia del business. In un clima quasi euforico. Mi limito quindi a riportare, dopo essere stato a Genova per la prima volta, in un’occasione del genere, ospite di Eberhard & Co., solo ciò che mi ha più colpito. E che può interessare maggiormente i lettori del Giornale degli Orologi.

    Il legame con il mare di Eberhard & Co.

    A questo proposito, devo appunto sottolineare la presenza di Eberhard & Co. tra gli sponsor principali della manifestazione. Un esordio onorato con l’allestimento di un grande e luminoso stand sotto la tensostruttura centrale: di fronte, uno spazio con posti a sedere e un palco, su cui si sono susseguiti ospiti e interventi sui temi della nautica e non solo. Una vera e propria agorà, che ha creato un flusso di pubblico favorevole anche a indugiare tra le vetrine di prodotto della maison elvetica.

    L’ambiente era ricco di elementi visivi a tema, a testimoniare quanto certi momenti della storia di Eberhard & Co. siano strettamente legati al mare. Per esempio i cronografi per la Regia Marina Italiana, nei primi decenni del 1900. Oppure la sponsorizzazione di Off-Shore 558, il motoscafo del campione del mondo Renato Della Valle durante gli anni ‘80. E ancora la collaborazione con Azzurra, la vela italiana sfidante nella Coppa America del 1983… Senza dimenticare la produzione negli anni ‘90 di un modello con indicazione delle maree.

    Gli Scafograf 2022 al Salone Nautico

    L’orologio scelto per rappresentare al meglio la presenza di Eberhard & Co. al Salone Nautico di Genova è invece il nuovo Scafograf. Realizzato in due versioni: una “di serie”, l’altra in edizione limitata per il 135° anniversario dalla fondazione della Maison. Si tratta delle ultime evoluzioni di un modello da immersione messo a punto durante gli anni ’60. Scafograf 300 infatti ha tenuta stagna fino a 30 atmosfere, Scafograf 200 fino a 20. Ma vi elenco in breve anche le altre caratteristiche dei due modelli.

    Entrambi montano un movimento automatico e hanno cassa in acciaio, di 43 millimetri di diametro, con fondello avvitato e personalizzato da una stella marina. E sono provvisti di ghiera girevole graduata con i tempi d’immersione e valvola di decompressione, come si conviene agli esemplari professionali. Oltre all’impermeabilità, però, la differenza sostanziale tra i due riguarda le cromie: quadrante e lunetta verde per un modello, livrea interamente nei toni del nero – grazie al trattamento Dlc – per quello in tiratura limitata.

    Le iniziative del “padrone di casa”

    In qualità di official timekeeper, però, Eberhard & Co. ha contribuito anche all’offerta d’intrattenimento del Salone Nautico. E ha organizzato una tavola rotonda sul tema del tempo, intitolata Centesimi, secondi… comunque primi, con l’intervento di due grandi figure dello sport acquatico di ieri e di oggi. Per il presente, Nicolò Martinenghi, campione del mondo dei 100 metri rana. E per il passato Novella Calligaris, ex campionessa del mondo degli 800 metri stile libero e ora giornalista di Rai News.

    Sempre grazie a Eberhard & Co., noi ospiti abbiamo poi avuto la possibilità di compiere un paio di visite guidate. Una tra le imbarcazioni ancorate presso il Salone e l’altra – del tutto eccezionale – all’esterno, nel porto di Genova. Dov’era ormeggiata la nave ammiraglia della Guardia di Finanza, proveniente da una serie di missioni operative e d’addestramento. Battezzata Osum, è un nuovo offshore patrol vessel, costruito dal Cantiere Navale Vittoria in collaborazione con Damen Shipyards Group.

    Lungo oltre 60 metri, raggiunge una velocità superiore a 26 nodi, anche grazie alla “prua ad ascia”, in grado di garantire un’ottima tenuta al mare perfino nelle condizioni più difficili, senza dover limitare la velocità. La nave imbarca fino a 30 persone d’equipaggio, cui potranno aggiungersi 8 ufficiali del personale Frontex. È il primo mezzo della nuova classe “Bandiera” che si caratterizza per dotazioni tecnologiche innovative e sistemi di propulsione green.

    High-tech da navigazione

    Tornando all’interno Salone Nautico, abbiamo potuto visitare Grande 26M, la novità di Azimut. Il cantiere – fondato da Paolo Vitelli nel 1969 ad Avigliana, attualmente con siti produttivi anche a Fano, Viareggio, Savona e Varazze – è specializzato in yacht dai 13 ai 38 metri dallo spiccato spirito innovativo, rivelato da importanti soluzioni tecnologiche. Grande 26M si distingue, tra l’altro, per le grandi superfici vetrate lungo tutto lo scafo – cabine comprese – e per l’estensione dello specchio di poppa, che può essere sollevato per trasformarsi in una grande terrazza sospesa tra cielo e mare.

    Siamo poi anche saliti a bordo di un’imbarcazione Sanlorenzo, cantiere fondato nel 1958 da Gianfranco Cecchi e Giuliano Pecchia a Firenze, e oggi con siti produttivi a La Spezia, Ameglia, Viareggio e Massa. Specializzato in superyacht, presta particolare attenzione al design grazie alla collaborazione con autorevoli firme del settore. Come dimostrato dalla novità SP110, primo “open coupé” del marchio: un progetto nato dall’esperienza di Tilli Antonelli, con disegno di Bernardo Zuccon per gli esterni e di Piero Lissoni per gli interni, dai volumi articolati su due – inaspettati – piani comunicanti.

    In definitiva, il Salone Nautico è stato…

    Un contesto straordinario nel suo genere, favorevole anche all’industria del tempo. Per Eberhard & Co., infatti, questa prima esperienza al Salone Nautico di Genova è stata «molto interessante e positiva, anche per la forte presenza del Made in Italy e del design, oltre che per la richiesta di alte prestazioni, tutte prerogative anche dell’orologeria». Così ha commentato Mario Peserico, Amministratore delegato di Eberhard Italia, come sempre aperto alla socialità e disponibile a conversare con la stampa. Il quale ha sottolineato quanto l’impegno del marchio – oltre a replicarsi per contratto il prossimo anno – è inteso come un «progetto a lungo termine». Avremo quindi occasione di riparlarne.

  • Eberhard & Co.: dal 135° al Salone Nautico, Mario Peserico racconta

    Eberhard & Co.: dal 135° al Salone Nautico, Mario Peserico racconta

    Il 2022 è un anno di anniversari per Eberhard & Co. Il marchio di orologeria svizzera, che ha intrecciato la propria storia con quella della Marina Militare, dell’aviazione e dell’automobilismo, compie 135 anni. E celebra anche il 130° anniversario della nascita di Tazio Nuvolari, al quale fin dalla fine degli anni ‘80 ha dedicato un’omonima collezione.
    Queste due ricorrenze saranno celebrate con una serie limitata, un nuovo cronografo e una novità che, dalla terra al cielo, “porterà” gli orologi Eberhard & Co. anche in acqua. O meglio, evidenzierà il legame quasi centenario della maison con il mondo marino. In che modo? Continuando a rispondere, con nuove ri-edizioni, alla richiesta di orologi vintage. E scommettendo tutto, come già annunciato a inizio anno, sulla competenza crescente dei negozianti. Con prospettive di crescita, nonostante tutto…
    Parliamo di anniversari e nuovi modelli, criticità e punti di forza, previsioni e strategie con Mario Peserico, Amministratore delegato di Eberhard Italia.

    135 anni è una bella età: come festeggiate?
    «Il 135° anniversario è particolarmente importante per un’azienda come Eberhard & Co., fondata e gestita da due famiglie. Possiamo quindi ribadire il legame con le radici, da cui non ci siamo mai distaccati, attraverso una storia continua, priva di scossoni. È però altrettanto vero che non siamo più grandi fautori delle serie limitate: come insegna la storia dell’orologeria, un marchio si afferma quando ha prodotti che restano disponibili nel tempo. È importante celebrare i momenti importanti, ma è altrettanto importante anche avere continuità. Perciò abbiamo scelto di lanciare quest’anno una e una sola serie limitata: lo Scafograf 200 con trattamento in carbonio in 135 esemplari numerati, che sarà presentato in anteprima al Salone Nautico di Genova».

    Ecco un’altra novità: quest’anno Eberhard & Co. debutta come Orologio ufficiale del Salone Nautico…
    «Abbiamo sempre guardato al Salone Nautico come una vetrina molto importate, in cui troviamo rappresentato uno dei valori del nostro marchio, che ha sempre avuto uno stretto legame con il mare. Ricordo ad esempio che negli anni ’30 Eberhard è stato fornitore ufficiale di orologi per la Marina Militare. E che negli anni ’50 è iniziata la storia dello Scafograf, che si affacciò nel mercato nascente dei subacquei, da allora mai abbandonato. Negli anni ’80, come uno dei primi marchi mondiali presenti all’America’s Cup, abbiamo affiancato la leggenda di Azzurra. In quegli stessi anni, abbiamo partecipato anche a diverse gare mondiali di offshore. Poi è subentrato il mondo dei motori. Ora era arrivato il momento di “rituffarci” nel mare. E, finalmente, abbiamo trovato libero il posto finora occupato nel Salone Nautico, come Official timekeeper».

    A Genova celebrerete anche i 130 anni di Tazio Nuvolari…
    «Sì, dedicheremo un momento all’anniversario della nascita del campione, uno dei più grandi piloti dell’automobilismo mondiale. A ottobre lanceremo un nuovo cronografo Nuvolari con quadrante e lavorazioni che richiamano le automobili storiche (in due versioni: fondello chiuso oppure a vista)».

    Ancora riedizioni…
    «Di collezioni ne abbiamo abbastanza. Abbiamo scelto di rafforzare quelle esistenti studiando piccole rivisitazioni che le aggiornino e le rafforzino».

    Passiamo ai numeri: come si è chiuso il primo semestre 2022 per Eberhard Italia?
    «Con una crescita sostenuta (+15 per cento) rispetto a giugno 2021, già in crescita rispetto al 2019. È andata bene, ma poteva andare molto meglio. Siamo contenti, ma avremmo voluto mettere più fieno in cascina».

    Cosa ha frenato la crescita?
    «La crescita è stata rallentata da un lato dalla carenza di materie prime e dall’altro dal collo di bottiglia che ha stretto la produzione svizzera. Mi spiego: i fornitori di componentistica orologiera non si sono ancora del tutto ripresi dai lockdown, fabbriche ancora sotto-dimensionate provocano ritardi in tutta la produzione. Questa situazione ci lascia un po’ di amaro in bocca, perché avremmo potuto essere abbondantemente più avanti sul portafoglio di ordini».

    E il grande ottimismo con cui avevate chiuso il 2021?
    «Oggi la situazione è più complicata. Abbiamo i contagi Covid che sono ripartiti, anche se ci comportiamo come se non ci fossero, e comunque non è detto che incidano sulle vendite di orologi. Poi ci sono la crisi energetica e l’inflazione, che sono un dato di oggettivo aumento delle spese, con cui di sicuro stanno facendo i conti i nostri acquirenti, che rientrano in una fascia di reddito medio-alta (non quella in cui un salario altissimo ammortizza le bollette più esose). La preoccupazione per la guerra si sta offuscando. Ma intanto, visto che mancava qualcosa, è arrivata anche la crisi di governo. Non possiamo dunque stare tranquilli. Comunque, prevediamo di chiudere il 2022 con una crescita del 20 per cento».

    Guardiamo il bicchiere mezzo pieno: nonostante le difficoltà, Eberhard & Co. tira dritto verso la ripresa. Cosa traina la crescita del vostro giro d’affari?
    «C’è un elemento endogeno e uno esogeno. Da un lato c’è il successo riscontato dai modelli lanciati negli ultimi due anni e mezzo, che si sono rivelati vincenti sia dal punto di vista estetico che per il posizionamento di prezzo. Orologi come lo Scafograf o lo Scientigraf hanno infatti cavalcato la tendenza vintage. Su questa stessa linea si è collocata anche la riedizione celebrativa del ventennale del Chrono 4, che sta piacendo molto.

    Dall’altro lato i consumi, in generale, sono trainati dal desiderio comune di tornare a vivere, dopo due anni di pandemia che ci ha visto chiusi in casa e ci ha fatto risparmiare. Lo slancio agli acquisti è adesso frenato dall’aumento delle bollette e dall’inflazione (come spiegavo prima); però noi stiamo continuando a beneficiarne grazie alla distribuzione capillare che ci consente di raggiungere centri apparentemente meno ricchi rispetto alle località turistiche, ma dove è molto diffuso l’acquisto di un orologio come regalo per una grande occasione (battesimo, prima comunione, cresima o matrimonio)».

    Conferma il suo “No” all’e-commerce aziendale?
    «Sì. E portiamo avanti anche per i prossimi anni questa scelta che sembra reazionaria, ma invece ci ha premiato: non vendiamo e non venderemo online. È giusto che i nostri concessionari lo facciano: noi li supportiamo; ma non facciamo loro concorrenza con una nostra piattaforma di e-commerce. In pieno lockdown avremmo potuto compensare su internet la mancanza di vendite in negozio; ma abbiamo detto ai nostri concessionari: “Se non vendete voi, non vendiamo nemmeno noi”. Non potevamo approfittare del momento di difficoltà vissuto dai negozianti. Loro hanno molto apprezzato e si sono fidelizzati».

    Il mercato vi sta dando ragione…
    «Difficile avere dati in merito; ma abbiamo evidenza di una crescita delle vendite online, per la fascia di prezzo medio-alta, nettamente inferiore alle aspettative. Questo conferma la nostra percezione: l’atipicità del prodotto richiede la necessità di avere un luogo fisico (il negozio) in cui vedere l’orologio da vicino, toccarlo e provarlo al polso. I negozianti devono essere in grado di attrarre il consumatore e trattenerlo. Noi che abbiamo scommesso sulla centralità dei negozi siamo stati premiati».

    Secondo il sentiment espresso ad Augusto Veroni, nell’intervista qui pubblicata a gennaio scorso, lei è soddisfatto del livello di competenza raggiunto dai negozianti…
    «La pandemia, che ha creato tanti squilibri, ha anche accelerato alcuni processi positivi. Come il ricambio generazionale e i passi in avanti su formazione e aggiornamento».

    E-commerce: no; social network: sì?
    «Negli ultimi due anni, in particolare, i nostri concessionari hanno investito molto sulla comunicazione social, da noi coordinata, guidata e sostenuta, arrivando in alcuni casi a gestire noi stessi gli account. Se 10 anni fa la comunicazione era al 100 per cento sulla carta stampata, oggi la situazione è quasi ribaltata: l’informazione pre-acquisto passa quasi esclusivamente attraverso internet. Non possiamo che tenerne conto».

  • Mario Peserico: l’orologeria richiede competenza

    Mario Peserico: l’orologeria richiede competenza

    Già, la competenza. Facile parlarne, ma poi… La competenza in orologeria è realmente fondamentale. Ci sono competenze specifiche nel lunghissimo percorso che conduce all’orologio finito. L’orologeria vuole competenze di meccanica, di fisica, di metallurgia, di cinematica, di… L’elenco è lungo e magari un giorno lo faremo. L’orologeria richiede competenza. Non che non serva ovunque, sia ben chiaro. In un’epoca in cui ciascuno di noi è convinto di essere il miglior allenatore di calcio, virologo, presidente del consiglio, il miglior ______ (scrivete voi nello spazio la parola preferita), è chiaro che la competenza specifica viene spesso messa in disparte. Eppure qualcosa sta cambiando. Ne parliamo con Mario Peserico, sia in veste di Amministratore delegato di Eberhard Italia, sia in quella di Presidente di Assorologi.

    Come al solito, più che una vera intervista, questa è una chiacchierata da “dietro le quinte” per aiutare a comprendere come l’orologeria non sia soltanto produzione e commercializzazione, ma qualcosa di più. Qualcosa che, come sottolinea Peserico, richiede competenza. La chiave di volta del passato, che sarà fondamentale anche per il futuro dell’orologeria.

    Mario Peserico: E la cosa riguarda anche voi giornalisti, sia ben chiaro. La competenza di chi scrive è determinante, molto più della “passione per gli orologi” sbandierata più o meno da tutti. È la competenza il punto. E anche noi operatori del settore dobbiamo prenderne atto. Per quanto mi riguarda faccio scelte precise, quando è possibile. Perché sento che i compratori questa differenza la avvertono. Quando c’è una forzatura, i compratori capiscono perfettamente che è una forzatura. E si fidano di meno, giustamente. Ormai l’informazione è parte integrante del settore. A voi il compito di fare la buona informazione, a noi quello di fare buoni orologi.

    Trovo interessante quel che dici perché il tuo discorso implica una vicinanza, in qualche modo, con il compratore.

    Mario Peserico: È inutile girarci intorno: le strutture relativamente piccole come la nostra hanno proprio questo vantaggio. Fra chi produce e il compratore il percorso è più corto, comprende un numero minore di figure professionali. E una catena più corta ha meno probabilità di incappare in un anello difettoso che faccia saltare tutto. E poi ti consente reazioni più rapide. Se un negozio è sprovvisto di un orologio che gli è stato richiesto, noi di solito possiamo farlo arrivare in tempi relativamente rapidi. O comunque in tempi certi, sui quali il compratore può contare. Nel passato era sempre così, ma vale anche per il presente e il futuro. Pensa ai sistemi di vendita telematica e a quanto sia importante avere tempi di consegna in cui si possa aver fiducia. Anche queste sono competenze fondamentali sia per oggi che per il futuro. Ma vengono dal passato.

    Eppure è in atto un colossale cambio generazionale, nel corso del quale non sempre le competenze sono al primo posto.

    Mario Peserico: È vero. Molte aziende, specialmente le più grandi, conoscono solo la legge del massimo profitto subito. Stanno bruciando una generazione di giovani lavoratori solo per risparmiare sui loro stipendi. Non dico che non si debba risparmiare, ma… Vedi, l’orologeria richiede competenza. Questo non vuol dire evitare il ricambio generazionale. Anche in tempo di Covid l’orologeria si è tenuta stretta personale anziano e personale giovane, promettente. Intensificando un passaggio di consegne che richiede tempo. Il meno giovane istruisce il più giovane, gli insegna i trucchi del mestiere.

    Non ostante un 2020 da cancellare totalmente (e infatti tutti i riferimenti sono al 2019), i licenziamenti sono stati pochissimi. E non parliamo certo di un settore commerciale votato alla beneficenza. Ma l’orologeria sa benissimo che senza la competenza rischia di compromettere la qualità e quindi la fiducia del compratore finale, senza la quale non ha speranze di futuro. E allora i produttori hanno utilizzato le proprie riserve economiche per continuare questa opera di lento, graduale, intelligente ricambio generazionale che definirei “naturale”. Altri (e non solo nell’orologeria) ne hanno approfittato per un ricambio brutale, mandando via persone esperte e quindi costose in favore di persone inesperte, ma pronte a farsi pagar poco. Il risultato si rivelerà problematico.

    Sembri pessimista.

    Mario Peserico: No, non lo sono. Almeno non in generale. In orologeria, ad esempio, vedo crescere bene la competenza dei negozianti. Proprio perché i genitori, le vecchie generazioni, hanno quasi sempre fatto un ottimo lavoro sui figli, le nuove generazioni. È anche per questo che il mercato interno, basato più sui negozianti “tradizionali” che sui “funzionari di vendita” delle boutique monomarca per turisti, sembra essere in buona salute.

    Non abbiamo ancora dati definitivi, ma le vendite non vanno male. Certo, siamo ancora sotto di un buon 10 per cento rispetto al 2019, ma se le vendite ai turisti rappresentavano almeno un 15 per cento del totale, allora il mercato interno è risalito. Come del resto abbiamo fatto notare altre volte. Ma rimango comunque perplesso per la perdita di persone competenti in alcuni anelli della catena commerciale. Competenze perse il cui know-how potrà forse essere riscostruito, sì, ma in tempi non brevi. E parlo di una situazione che, bada bene, non coinvolge solo l’Italia, ma il mondo intero.

    Ma ci sono isole felici.

    Mario Peserico: Sì. Piccole isole felici. Per noi non è stato facile conservare la rete distributiva, tenendo presente che anche i negozianti (in Italia come altrove) hanno dovuto affrontare forti difficoltà durante la pandemia. Ma abbiamo cercato di conservare la nostra capacità distributiva, capillare, eventualmente integrandola con la capacità di far arrivare nei negozi i modelli richiesti dai compratori, di farli arrivare in tempi ragionevolmente brevi e certi. Con le inevitabili eccezioni, certo, ma Eberhard ha davvero cercato di conservare rapporti “brevi” con negozianti e compratori. Complessivamente – e in relazione ai tempi – possiamo dirci soddisfatti del risultato.

    Certo, rispetto a 15 anni fa la distribuzione è stata totalmente rivoluzionata, dimenticando il discorso delle competenze. Anche in questo senso, però, trovo che le cose stiano cambiando e non solo in Italia. Forse i grandi gruppi stanno cominciando a capire che le competenze specifiche sono importanti, agendo di conseguenza. L’importante è che i gruppi finanziari sappiano essere meno “egoisti”. Intendo dire che non puoi pensare che l’orologeria svizzera sia solo quella più costosa. I segmenti di prezzo medio o basso fanno ottimi prodotti, sempre migliori, ma soffrono la concorrenza dei dispositivi elettronici da polso. Non è una cosa positiva. Bisogna tornare a fare squadra a tutti i livelli. Un buon orologio è un buon orologio, nel proprio ambito, indipendentemente dal prezzo.

    Anche in fascia “bassa”?

    Mario Peserico: Sì, certo. Vedi, l’orologio di fascia medio-alta comunque ha ancora un grande appeal nei confronti del compratore finale. Lo dicono i numeri: a livello mondiale non aumentano solo i prezzi, ma anche la richiesta. Quindi l’appeal dell’orologio è fuori discussione. Ma bisogna lavorare molto per cercare di ampliare questo bacino, e invece si sono persi un po’ di treni per le misure da adottare relativamente ai danni che gli orologi connessi hanno fatto a una fascia di prezzo d’entrata. Andava probabilmente presidiata in maniera diversa. Però io sono fiducioso che l’orologio sia un bene, in un certo senso, non sostituibile.

    Penso anche al concetto di sostenibilità: cosa c’è di più sostenibile d’un orologio che non conosce, quasi, il “fine vita”? Chi butta via un orologio? Perché anche nelle fasce meno costose si seguono criteri di produzione di assoluta qualità, materiali di assoluta qualità, attenzione alla provenienza di alcuni materiali, perché questa è una caratteristica della Svizzera in sé e dello “Swiss made”. La sostenibilità è fuori discussione e l’orologio, anche il meno costoso, è un prodotto che davvero si concilia perfettamente con questi nuovi orizzonti. Ha tutte le caratteristiche per avere un grande futuro. Ma bisogna capire che l’orologeria va considerata, difesa, raccontata nella sua totalità. Indipendentemente dal prezzo e limitando al massimo gli egoismi del “prima il mio fatturato”. Valorizzando, contemporaneamente al proprio prodotto, il terreno comune, l’orologeria tutta, in tutte le sue fasce di prezzo. Non posso non pensarla così.

  • La Leggenda di Bassano: Eberhard & Co. prende i tempi delle Barchette

    La Leggenda di Bassano: Eberhard & Co. prende i tempi delle Barchette

    Settanta equipaggi provenienti da tre continenti in partenza da Bassano del Grappa per una tre giorni… leggendaria. Al via questo weekend La Leggenda di Bassano – Trofeo Giannino Marzotto, prestigiosa manifestazione di auto d’epoca monotipo. A sostenere la gara, in qualità di partner e Official timekeeper per l’ottavo anno consecutivo, c’è Eberhard & Co. Giunta alla XXVI edizione, la Leggenda di Bassano è organizzata come sempre dal Circolo Veneto Automoto d’Epoca Giannino Marzotto, terzo club automobilistico fondato in Italia (nel 1961, dopo La Manovella di Roma e il Club Milanese Automotoveicoli d’Epoca) ed è dedicata appunto al suo storico Presidente onorario.

    Una corsa epica

    Il nome dice molto: La Leggenda di Bassano è un appuntamento che ha superato la prova del tempo per assumere contorni epici. Almeno tre i motivi: l’alto livello della competizione; l’allure e il prestigio delle auto in gara; il percorso sui passi più belli delle Dolomiti, paesaggio riconosciuto dall’Unesco come Patrimonio dell’umanità. Scenari mozzafiato apprezzati en plain air dai piloti in gara, su autovetture sportive da competizione delle categorie Vintage, Post Vintage e Classic. Costruite dal 1920 al 1960, di tipo Barchetta. Cioè (per i non intenditori di motori) con una carrozzeria peculiare e un parabrezza di ridotte dimensioni, diviso in due parti, o del tutto assente. Praticamente una spider, ma senza capote.

    Cosa c’entrano le barche? L’idea di associare queste particolari auto sportive a un piccolo motoscafo è stata di Gianni Agnelli. Che, osservando la Ferrari 166 MM al Salone di Torino del 1948, commentò: «Ma questa non è una macchina; è una barchetta!». Prontamente, il giornalista sportivo Giovanni Canestrini propose di denominare Barchetta la versione scoperta dalla 166 MM, realizzata per la Mille Miglia dell’anno successivo. Da allora, il termine Barchetta ha distinto vari modelli di due posti scoperte, firmate Ferrari, Fiat, Maserati…

    L’edizione 2021

    Tra oggi e domenica si vedranno sfrecciare sui tornanti delle Dolomiti del Veneto e del Trentino Alto Adige l’Alfa Romeo 8C 2900 a botticella del 1936 (ex Scuderia Ferrari) e la rarissima Bmw 328 Frazer-Nash del 1939. Alla guida i proprietari, i coniugi Frans e Leonie Van Haren: duello in famiglia! Oltre alla nutrita presenza di marchi storici (Bentley, Ferrari, Maserati…), si farà notare anche Osca, la piccola casa automobilistica di San Lazzaro di Savena (Bologna); che porta alla Leggenda di Bassano la Tn 1500 del 1955 (ex Dan Gurney e Maria Teresa de Filippis) di Juan Batista Jeorge Segale e la Mt 4 1500 del 1955 (ex Carrol Shelby) di Elad Shraga.

    Bassano del Grappa segna come sempre il punto di partenza e di arrivo. Nel mezzo, due giorni a San Martino di Castrozza, con un circuito ad anello che prevede una prima tappa di 140 km. Per poi salire in quota attraversando la Valsugana e approdare in serata a San Martino, appunto. Di ben 230 km la seconda tappa, la più impegnativa, che richiede di superare la Val di Fiemme con il Passo Pampeago, Cavalese, toccando la città di Bolzano, Castelrotto, Selva di Val Gardena, Canazei. Per rientrare nella notte a San Martino. E ripartire domenica mattina alle 9 per Bassano passando per Pedavena, Cornale e Valstagna. Chiusura della gara, come da tradizione, in piazza Libertà a Bassano, con la passerella delle “vecchie signore”. Che sosteranno un’oretta per farsi ammirare.

    La Leggenda di Bassano è insomma un’attrazione per gli appassionati di auto d’epoca e per i cultori del bello in tutte le manifestazioni. Forse è proprio questa la chiave del successo della storica manifestazione iscritta al Calendario Internazionale Fiva. E al neonato Circuito Tricolore Asi, che riunisce dieci importanti manifestazioni del motorismo storico nazionale con l’obiettivo di promuovere la conoscenza e la valorizzazione dei territori sotto il patrocinio del Ministero del Turismo.

    La Leggenda di Bassano ed Eberhard & Co.

    Un trinomio, quello fra auto storiche, velocità e bellezze naturalistiche, che non avrebbe potuto non richiamare l’attenzione di Eberhard & Co., legata ai motori da un lungo sodalizio. Stretto alla fine degli anni ‘80 del Novecento, quando la casa di La Chaux-de-Fonds decise di ricordare un campione dimenticato: Tazio Nuvolari. E in quell’occasione – come ci ha raccontato Mario Peserico, Amministratore delegato di Eberhard Italia – ritrovò tra le memorabilia del Nivola il cofanetto vuoto di un suo Eberhard da tasca.

    Un segnale per spingere l’acceleratore sulle competizioni di auto storiche. Come succede da otto anni con La Leggenda di Bassano. Occasione prestigiosa per poter incontrare gli appassionati della velocità, naturalmente nel rispetto delle norme di sicurezza sanitaria. «La situazione attuale, finalmente, sembra prospettare per i prossimi mesi un miglioramento delle condizioni. Si prefigura un ritorno alla vita normale. Una manifestazione come la Leggenda di Bassano, realizzata con l’adesione di un corposo numero di equipaggi italiani, e soprattutto esteri, rappresenta un segnale positivo in questa direzione», commenta Peserico.

    «Abbiamo voluto sostenere l’organizzazione per essere vicini al pubblico, che finalmente potrà assistere numeroso alla gara, grazie alle minori restrizioni. Con gli appassionati di motori abbiamo infatti instaurato un rapporto ormai trentennale. Ed abbiamo ottenuto una forte riconoscibilità nell’universo delle gare d’epoca, a noi accomunato da valori come la tradizione, il recupero della preziosità del passato, affiancati da una ricerca costante d’innovazione», conclude l’Amministratore delegato.

    Ulteriori informazioni su programma, percorso e iscrizioni sono disponibili sul sito della Leggenda di Bassano: https://www.laleggendadibassano.com/

  • Winter Marathon e Trofeo Eberhard & Co. A pieno regime

    Winter Marathon e Trofeo Eberhard & Co. A pieno regime

    La concorrente più anziana ha 85 anni ed è una Fiat 508 S Balilla, una signora che ha contribuito a motorizzare l’Italia negli anni ’30 del Novecento. E che, nonostante l’età, ha affrontato i tornanti delle strade più belle sui passi ai piedi delle Dolomiti. È tornata, sotto i rigidi controlli anti-Covid, una classicissima fra le corse di regolarità che coinvolgono le auto storiche. Si conclude oggi infatti la 33a edizione della Winter Marathon con partenza e arrivo a Madonna di Campiglio (Tn).

    Un’edizione che ha visto sfidarsi 90 equipaggi principalmente italiani (ci sono stati anche iscritti svizzeri, monegaschi, un ceco e un belga) ed è riservata a vetture costruite entro il 1968. A queste si aggiunge una selezione di modelli d’interesse storico e collezionistico prodotti fino al 1976. La maison Eberhard & Co. si è confermata Main sponsor e Official timekeeper. E ha rinsaldato così un rapporto storico con la manifestazione e con il mondo dei motori.

    Come spiega Mario Peserico, Amministratore delegato di Eberhard Italia: «Il mondo delle gare automobilistiche è connesso con Eberhard & Co. sin dagli anni ’30 del Novecento. Ed è accomunato al brand dai medesimi valori e da una ricerca costante d’innovazione. A fronte di un anno in cui gli eventi hanno subito cancellazioni o sostanziali ridimensionamenti, pensare che il 2021 sia iniziato con una manifestazione a pieno regime nonostante le restrizioni necessarie, è sicuramente di ottimo auspicio perché si possa tornare a una desiderata normalità. Per tali motivi abbiamo deciso di sostenere gli organizzatori di questa gara, che si sono impegnati a ottenere una “tre giorni” in cui l’atmosfera e la convivialità fossero le medesime del passato».

    Il percorso, esteso per oltre 500 km, si è svolto attraverso 12 passi dolomitici, 65 prove cronometrate e 6 prove di media affrontate due volte. La prima l’altro ieri, in notturna lungo la Val di Sole con sosta sul Passo del Tonale; la seconda ieri, attraverso le strade e i passi più famosi del Trentino-Alto Adige, con sosta/cena sul Passo Gardena. I vincitori: Edoardo Bellini e Roberto Tiberti, sulla loro Fiat 508 C del 1937, che hanno condotto una gara senza errori. Curioso che al secondo posto si sia piazzata un’analoga Fiat 508 C del 1937, quella di Alberto Aliverti e Stefano Valente.

    Fra i partecipanti alla Winter Marathon 2021 anche il due volte campione mondiale rally Miki Biasion, in gara su Alfa Romeo 1750 GT Veloce del 1968; e il volto Sky Sport F1 Davide Valsecchi su Fiat Abarth 124 Rally del 1973. Ma non è ancora finita. Il gran finale, come sempre, è il Trofeo Eberhard & Co. che si tiene oggi. E manca ancora all’appello il momento più atteso: le premiazioni. Ai vincitori della classifica assoluta saranno assegnati due esemplari dell’Eberhard & Co. Champion V, mentre un Tazio Nuvolari andrà all’equipaggio vincitore del Trofeo Eberhard & Co.

    Per gli amanti dei numeri, l’edizione 2021 ha visto la partecipazione di 13 marchi automobilistici, 6 nazioni rappresentate, 12 vetture anteguerra in gara, 16 top driver e 4 vincitori di precedenti edizioni. Fedele a se stessa negli anni, la competizione è partita come sempre in notturna. Ha preso il via giovedì 14 gennaio alle 19.30, nella centrale Piazza Righi, con un percorso di 90 km attraverso la Val di Sole e con due serie di prove cronometrate a salire verso il Passo Tonale; alle 21.40, la ripartenza della prima vettura per il rientro con altre due serie di prove (in totale 18 quelle cronometrate). L’arrivo a Campiglio alle ore 23.00.

    Un vero e proprio tour de force venerdì 15, con la più impegnativa tappa di oltre 400 km attraverso le strade e i passi dolomitici più famosi del Trentino-Alto Adige: la Val Rendena con i passaggi a Pinzolo e a Tione, poi il valico del Passo Duron; quindi il Passo Costalunga, la Val di Fassa con il transito da Pozza, Mazzin e Canazei, l’insidioso Passo Fedaia. E ancora i Passi Pordoi e Sella, il valico del Passo Pinei, da cui si è giunti in piazza Walther a Bolzano; e la ripartenza, superando il Passo Mendola, a Folgarida.

    La chiusura oggi, dalle ore 13.15, sul lago ghiacciato nel centro di Campiglio, con due classici trofei-spettacolo riservati a quanti hanno saputo primeggiare fra curve a gomito e passi innevati. Il primo è il Trofeo Centro Porsche Brescia, una sfida a eliminazione diretta fra i primi 8 equipaggi classificati su Porsche alla Winter Marathon. Il secondo è appunto il Trofeo Eberhard & Co., altra eliminazione diretta ma rivolta ai primi 32 equipaggi classificati. In serata la cerimonia di premiazione con la cena conclusiva e il brindisi di arrivederci all’edizione 2022.

  • Assorologi: il mercato italiano, i Comuni e lo Swiss made

    Assorologi: il mercato italiano, i Comuni e lo Swiss made

    Ricorrente chiacchierata (d’obbligo) con Mario Peserico, nel ruolo di Presidente di Assorologi − l’associazione che raggruppa la maggior parte degli operatori dell’orologeria in Italia. Per fare un po’ il punto della situazione

    Ne abbiamo parlato in passato ed è il caso di tornare al punto. Una serie di crisi successive sta mettendo in discussione il mondo intero. Qualcuno cerca di fare lo sfaticato dicendo che basta aver pazienza e tutto tornerà come prima, ma − dovesse mai accadere − ci vorranno generazioni. Nel 2008 i subprime (qualcuno diceva che è una crisi americana, non arriverà mai in Europa…), poi Hong Kong, collettore di ricchezze con destinazione Cina, e infine la pandemia. Bisognerà imparare che tutto cambia, bisognerà imparare a decidere bene e velocemente, bisognerà imparare che la ricchezza mondiale si sta trasferendo da Occidente a Oriente.

    Negli scorsi anni i soldi cinesi hanno fatto gola a tutti e in particolare ai grandi marchi del lusso − da quello vero a quello preteso. L’Europa, in particolare, ha saputo gestire la propria bellezza e la propria storia per riempire le valigie dei turisti cinesi d’oggetti preziosi che venivano venduti bene perché al netto delle tasse che avrebbero pagato in casa. E perché per acquisti in grande scala (interi charter di persone che acquistavano e riportavano in patria per conto di comparatori e negozi locali) c’erano pure sconti piuttosto generosi.

    Il Covid ha azzerato la situazione. Turisti non ce n’è, compratori per procura nemmeno e chi aveva puntato sugli acquisti orientali oggi si ritrova con cali di fatturato che arrivano e forse superano l’80 per cento. Un vero film dell’orrore. Per i negozianti, innanzitutto, ma anche per i compratori, disorientati da un servizio spesso creato a misura di turista, non di “compratore locale”.

    A mitigare la situazione arriva la “scoperta” che i singoli mercati europei possono comunque essere una solida base su cui costruire il futuro. Un futuro diverso e magari meno ricco, ma comunque una base solida per chi abbia voglia di rimboccarsi le maniche. Orologeria compresa. Ne parlo − ancora una volta e tanto ne parleremo ancora − con Mario Peserico, Ad di Eberhard & Co., ma qui (soprattutto) in veste di Presidente di Assorologi, la sigla che raggruppa quasi tutti i distributori d’orologi sul mercato italiano.

    I “clienti locali”, che costituiscono una base fondamentale per qualunque forma di commercio, erano stati un po’ dimenticati. Ora se ne riscopre l’importanza.

    Peserico Assorologi: Sicuramente. Soprattutto in provincia. Partiamo dal fatto che l’Italia ha sempre avuto una distribuzione d’una capillarità sconosciuta in altri Paesi. L’Italia, sia per numero che per qualità di gioiellerie, ha caratteristiche uniche. Certo è negli ultimi 12 anni, dal 2008 (un po’ la stessa crisi del 2008 e un po’ gli eventi successivi) hanno falcidiato questa distribuzione. Però il centro e sud Italia, confrontati con i valori ufficiali, mantengono comunque un proprio buon valore per l’orologeria e la gioielleria.

    Credo che anche in una situazione come quella dell’attuale pandemia − in cui i centri cittadini si sono svuotati, è mancato il turismo tradizionale, è mancato il turismo business, gli uffici sono vuoti − credo che non ostante tutto ciò la provincia si sia rivelata sotto una luce diversa. Molte persone hanno ricominciato a vivere i paesi, le piccole città. Lavorare in smart working riduce la necessità del pendolarismo. Si può stare “a casa” e spendere di meno perché gli stessi negozianti spendono meno. Sì, credo che la provincia anche per questo sia tornata a splendere di una luce diversa. E anche la cosiddetta distribuzione periferica assume un ruolo più rilevante. Un ruolo, comunque, da guardare con maggior rispetto di quanto non sia stato fatto negli anni precedenti.

    C’è anche il piacere di sentirsi trattati in un certo modo. Voglio dire che il negoziante locale conosce e rispetta i professionisti di successo della propria zona e li tratta di conseguenza. Nella grande città sei solo uno dei tanti.

    Peserico Assorologi: “Essere uno dei tanti”, come dici, credo sia la conseguenza del tentativo d’orientarsi verso mercati nuovi. Che poi ormai nuovi non lo sono più. La grande crescita della Cina, di Hong Kong e così via, ha illuso molti spingendoli a dimenticare la propria realtà specifica. In realtà era da qualche tempo che da Cina e Hong Kong si era già ricominciato a tornare verso l’Europa e quindi verso l’Italia. Solo che poi è scoppiata la pandemia. Pandemia che, da un punto di vista economico, ha bloccato più l’Europa che la Cina, che è già ripartita. I prezzi, ad esempio, avevano fatto un passo indietro, visto che oltretutto il prezzo medio delle vendite online non cresce così come ci si aspettava.

    Ora bisogna reinventare molto la rete di distribuzione. Spostare l’interesse verso l’Estremo Oriente era andato di pari passo con una rarefazione della distribuzione in Italia. Chi magari aveva una rete di 100 concessionari li ha ridotti a 50 o ancora meno, tagliando via tutta la provincia. Oggi io credo che, siccome la provincia è una grande ricchezza dell’Italia, sia appunto necessario tornare al passato, sia pure in chiave moderna.

    È la nostra storia, quella dell’Italia dei Comuni…

    Peserico Assorologi: È vero, è la storia dell’Italia sia dal punto di vista culturale che da quello della ricchezza. Le nostre piccole e medie imprese non stanno solo a Milano o nelle altre grandi città. Stanno anche nei piccoli centri, stanno in provincia. Credo che lo spostamento verso il mercato dei turisti si sia rivelato eccessivo. Bisognava curare meglio la distribuzione capillare sul territorio, come dicevo all’inizio. Ora sarà importante saper curare il nostro mercato nazionale, tutto, anche nel caso i turisti tornassero.

    Ma non credi che per trattare meglio il mercato locale servano anche misure politiche che lo favoriscano? Orologeria e gioielleria sono settori guardati con sospetto dalle istituzioni…

    Peserico Assorologi: Sì, in particolare l’orologeria è un settore così tracciabile da non meritare questi sospetti. Ogni orologio ha numeri di cassa, numeri di referenza e così via. Non c’è uno spillo, non c’è una fibbia che non sia dichiarata. Ma qualcosa bisognerebbe fare per i negozianti. Non parlo tanto dell’Iva, perché in fondo sono tante le categorie che pagano il 22 per cento e per giunta l’orologeria non è una ricchezza esattamente italiana. Quindi non mi aspetto che il governo possa dedicare un’attenzione particolare al mondo dell’orologeria, da questo punto di vista.

    Certo è però che la categoria dei negozianti − che per definizione si pensa nasconda delle “riserve” − non merita questa diffidenza. Prova ne sia che negli ultimi anni in Italia si è passati da 17mila gioiellerie a 10mila e molte sono comunque in difficoltà. Se la dichiarazione dei redditi media è di 16mila euro l’anno è perché si passa facilmente dai grandi punti vendita, che magari fatturano qualche milione, a gioiellerie che finiscono in perdita e sono costrette a chiudere. Se uniamo a questo la ricchezza anche culturale dei distretti italiani della gioielleria − un solido patrimonio italiano anche per quanto riguarda la produzione − allora sì, in questo senso sono d’accordo che non sarebbe difficile né costoso tutelare meglio questi segmenti di mercato.

    È vero: stiamo comunque parlando di forme d’arte, anche molto importanti, che andrebbero assecondate e aiutate. E da questo punto di vista in effetti nessun governo, da molto tempo, ha fatto qualcosa per queste eccellenze a livello mondiale.

    Peserico Assorologi: Diciamo che l’Italia non ha particolare interesse a difendere l’orologeria , come tu la definisci, artigianale o di una certa caratura, che comunque è un prodotto svizzero. Alla fine il problema italiano è che orologi e gioielli, tranne rare eccezioni, si vendono nella stessa tipologia di negozio e questo crea una serie di equivoci in chi non conosce il settore in senso lato. Ma quel che mi stupisce è che il settore non venga difeso bene nemmeno in Svizzera. Vorrei indossare temporaneamente due cappelli, Assorologi ed Eberhard, per dire che oggi siamo in una situazione in cui è più che mai necessario fare sistema. E invece almeno negli ultimi due anni non è stato fatto nulla, in questo senso.

    Partiamo dalle fiere di settore. Probabilmente nel 2021 non ce ne saranno perché nessuno pensa che ad aprile possano arrivare in Svizzera buyer di Hong Kong o, in genere, orientali. Vorrei ricordare che metà della produzione svizzera d’orologi va in Medio o Estremo Oriente. Ovviamente altrettanto vale per le fiere settoriali italiane o di altri paesi europei.

    Mi stupisce però che non si siano colte le occasioni. Mi stupisce che la caotica situazione creatasi per crisi, pandemie e litigi non abbia spinto nessuno a lavorare seriamente per tornare almeno a ipotizzare una fiera unica, e non le tante che invece sembrano prospettarsi. Magari ciò dipende anche dalle caratteristiche del settore: siamo tutti marche storiche, ognuna ragiona un po’ per sé e si fa fatica a far sistema. Ma possibile che nessuno spinga per metterci tutti intorno a un tavolo, guardarci negli occhi e chiederci cosa si possa fare per noi stessi? Possibile che non si individui un terreno comune sul quale iniziare?

    Parliamo fin troppo male dell’Italia, ma perché in Svizzera − per la quale l’orologeria riveste un’importanza notevole sotto ogni punto di vista − nessuno è capace di mettere intorno a un tavolo Federazione dell’Orologeria, produttori e governo? Invece viviamo un’incertezza che secondo me si sta già riverberando negativamente, e rischia di farlo ancora di più in futuro, sull’immagine dell’orologeria in generale. Immagine che sempre di più si basa su quelle poche marche storiche capaci di custodire la propria eccellenza e comunicarla. Comunicarla a spese proprie, ovviamente, ma sempre senza far sistema.

    Un esempio importante, in questo senso, è lo “Swiss Made”. Oggi il compratore sa che gli orologi non erano fatti al 100 per cento in Svizzera, come si era invece tentato di far credere. Non era un problema perché comunque la qualità è sempre stata eccellente anche con il 50 per cento. In Italia siamo stati molto più abili: pur se il nostro Made in Italy non arriva al 50 per cento del prodotto, abbiamo comunque saputo far capire che la vera garanzia sta nel buon nome del marchio, che non può accettare alcun calo di qualità.

    In Svizzera l’orologeria, a fronte dei tentativi dei produttori di rafforzare lo Swiss Made, ci si è limitati ad aumentare di un 10 per cento l’obbligo di produrre “in casa”. Il che incide poco sulle fasce alte di prezzo, ma soffoca le altre. Che sono altrettanto fondamentali per la buona immagine dell’orologeria svizzera. Oggi l’orologeria di una certa fascia di prezzo subisce l’assalto dei dispositivi connessi o comunque elettronici provenienti dall’Oriente. E in più bisogna aumentare la parte realizzata in Svizzera, facendo lievitare i costi e diminuendo la redditività del nostro lavoro. Facendoci correre rischi terribili quando il mercato soffre per le periodiche crisi.

    E il rischio è quello di diminuire la qualità. Perché se io oggi devo produrre il 60 per cento di un orologio da 500 euro in Svizzera, contro il 50 per cento precedente, come faccio a conservare la qualità? Taglio sulla ricerca e sviluppo? Taglio sugli stipendi? Alla fine quelli come noi di Eberhard, che non accettano compromessi, devono tagliare i margini, ma finiamo per esporci a rischi molto forti. È un danno per l’intero settore. Una politica poco lungimirante. Credo si debba lavorare molto per riscostruire l’immagine dei prodotti occidentali, nei prossimi anni. Nel solco della tradizione, certo, ma anche guardando al futuro.

  • Mario Peserico di Eberhard & Co.: i negozi innanzitutto

    Mario Peserico di Eberhard & Co.: i negozi innanzitutto

    «Nessuno di noi vorrebbe vedere morire i centri delle città». Mario Peserico, Amministratore delegato di Eberhard Italia, ha scelto di affrontare la crisi al fianco dei negozianti. «È comodo fare la spesa online. Ma non possiamo permettere che i centri città si desertifichino. Dobbiamo sostenerli, altrimenti rischiamo che chiudano per sempre. Svuotando le strade e rendendole anche meno sicure», afferma.

    Segnali allarmanti arrivano dall’aggiornamento della ricerca sulla criminalità organizzata presentata giovedì 26 novembre da Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza, di cui Mario Peserico è Vicepresidente. «Da giugno a oggi il rischio di infiltrazione è raddoppiato», riferisce. «In particolare, nel settore degli alloggi e della ristorazione siamo passati dal 10 al 21 per cento di aziende che hanno ricevuto proposte “irrituali”. Parliamo di una attività su cinque a rischio di infiltrazione da parte della criminalità organizzata».

    Sostegno massimo ai negozianti, dunque, per ripartire appena saranno finiti i lockdown. Con un “no” forte e chiaro all’e-commerce aziendale. «A chi mi dice che non sarebbe una concorrenza diretta ai negozianti rispondo: non è vero. Perché un sito web aziendale avrebbe sempre edizioni limitate e carenze di stock. Noi non vogliamo fare in nessun modo concorrenza diretta ai nostri partner. Anzi, li ringraziamo, perché comprano i nostri prodotti da tanti anni. E cerchiamo di sostenerli in tutti i modi, in questo momento di difficoltà che riguarda tutta la filiera», spiega Mario Peserico.

    In casi di necessità, Eberhard & Co. ha consentito ad alcuni punti vendita di rinviare i pagamenti di due, tre mesi. «Niente di eccezionale. È doveroso», commenta Peserico, rivendicando il clima familiare di una maison indipendente con 130 anni di storia. Che coltiva rapporti personali con ciascun dettagliante. Perché è proprio sulle relazioni che i punti vendita tradizionali vincono la partita contro i siti di e-commerce.

    «I numeri ci danno ragione. Nei primi due mesi di lockdown gli acquirenti online sono passati da 700mila a 2 milioni di persone. La pandemia ha quindi accelerato un processo che altrimenti avrebbe magari impiegato anni», spiega Mario Peserico. «Le piattaforme digitali non hanno però performato tanto da compensare la chiusura dei negozi. E non è cresciuto il valore medio della spesa online. Questo significa che il web fatica a sfondare quella soglia. Soprattutto per il lusso. Usiamo il web come vetrina; ma poi abbiamo bisogno di vedere da vicino e toccare l’oggetto, andando ad acquistare in negozio».

    La chiusura di novembre peserà sui bilanci di questo annus horribilis. «Dopo i due mesi di lockdown della scorsa primavera, eravamo ripartiti molto bene. Ma è difficile compensare tre mesi di chiusura in un anno », sostiene l’Amministratore delegato di Eberhard Italia. «Anche il lusso è in calo, perché sono saltate occasioni uniche di regali (matrimoni, cresime, prime comunioni, compleanni). E stanno saltando anche le riunioni tra amici in vista del Natale».

    Con l’auspicio che la situazione sanitaria del Paese consenta la riapertura delle attività commerciali, per Natale Eberhard & Co. conferma la strategia  adottata agli inizi della pandemia: limitare i lanci a prodotti di fascia media. «Verso la fine del 2021 vedremo sicuramente maggiore disponibilità, o comunque il sorriso di chi avrà resistito. In funzione dell’andamento dell’anno prossimo valuteremo se prevedere novità di fascia alta, o rinviarle al 2022», annuncia Peserico.

    Tra le novità Eberhard in arrivo in questi giorni nei punti vendita c’è Rêve, un orologio pensato e declinato esclusivamente al femminile. La conferma di una scelta abbastanza recente. «È vero, Eberhard & Co. è un marchio prettamente maschile. Ci sono state varianti femminili di orologi maschili. Ma il pubblico femminile è stato affrontato in maniera cosciente solo a partire dal 2008. Con Gilda, un orologio femminile tendenzialmente acquistato dalle donne per se stesse», conferma Mario Peserico.

    «Rafforzare la collezione femminile era necessario. Lo facciamo in punta di piedi, con un prodotto che rientra nella filosofia del lusso accessibile di quest’anno». Rêve, come suggerisce il nome (dal francese sogno), si rivolge alle donne che non hanno perso la capacità di fantasticare. Come è inciso sul fondello: Tout commence par un Rêve. Tutto comincia con un sogno, un’idea, un desiderio. Che si può realizzare dai 1.000 euro in su. Per l’esattezza: il modello basic in acciaio costa 1.050 euro; quello con indici di brillanti 1.400 euro; la referenza con lunetta in brillanti 2.000 euro.

    «L’acquisto di un Eberhard, soprattutto nel contesto attuale, non è tanto frutto di un’operazione di marketing. Piuttosto, ti riconosci nei valori di un marchio e vuoi portarne al polso un orologio», dice l’Ad italiano di una marca che ha sempre puntato molto sulla condivisione di valori e passioni. A cominciare dalla velocità. «I motori, l’aviazione e la Marina sono sempre stati nostri mondi di riferimento. In particolare, la passione per le auto comincia negli anni ’30 con la famiglia Eberhard», racconta. «Alla fine anni ’80, il nuovo titolare del marchio, Palmiro Monti, ci suggerì di ricordare un campione un po’ dimenticato: Tazio Nuvolari.

    Scoprimmo in quell’occasione che il “Nivola” possedeva un Eberhard. Tra le sue memorabilia, era rimasto il cofanetto, dalla cui impronta siamo risaliti a quel modello da tasca con funzione di sveglia. È stato un motivo in più per dedicare una nostra collezione a Tazio Nuvolari, sostenere per 30 anni un premio a lui dedicato e tante altre gare di auto storiche. Sono occasioni per incontrare i collezionisti appassionati, raccontare loro i prodotti, mostrandoli».

    Alle gare automobilistiche si sono aggiunte le iniziative culturali, come il concorso fotografico Mia Photo Fair, che purtroppo quest’anno è saltato per ovvie ragioni. E la Milano Wine Week, ultimo evento in presenza prima del nuovo lockdown. «Al rientro dalle vacanze, si sperava di non andare in questa direzione. C’era meno gente delle edizioni scorse, non ci si poteva fermare a parlare; ma è stata comunque un’occasione per mettere in risalto le eccellenze vinicole italiane. Con le quali sentiamo un forte legame perché, come gli orologiai, fanno un prodotto artigianale molto fisico», chiarisce Peserico.

    Quanto a tutela del patrimonio culturale italiano, la marca svizzera si è impegnata in un progetto pluriennale di digitalizzazione dei documenti della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano. «Digitalizzare un patrimonio che altrimenti rischierebbe di andare perduto significa garantire il perdurare degli archivi, fondamentali per la memoria storica. E quindi per la percezione del tempo».

    Mario Peserico non crede che i limiti imposti dalla pandemia cambieranno la concezione umana del tempo. «Se dovesse cambiare, mi aspetterei che subisse danni l’orologio connesso. Perché, se lavoro da casa, che bisogno ho di un orologio che mi avvisi quando arriva una mail? Non penso comunque che cambieranno le nostre abitudini. Nel 2021 torneremo a lavorare in ufficio. Io non vedo l’ora. Perché lavorare da casa significa non avere interscambi, non vedere clienti, e avere un calo dei risultati. Ci riabitueremo rapidamente ai tempi del pre-Covid», prevede Peserico.

    Svanita l’illusione che nel frattempo diventeremo tutti più buoni («Appena rientreremo in ufficio torneremo a essere competitivi», commenta l’Ad), resta la speranza di una maggiore attenzione alla sostenibilità. «Faccio fatica a immaginare un prodotto più sostenibile dell’orologio meccanico. Produciamo in un Paese dove c’è attenzione massima a salute e rispetto delle regole. Emissioni non ne abbiamo. Scarti nemmeno. L’orologio dura 100 anni. È, magari inconsapevolmente, il prodotto più sostenibile che c’è», conclude Mario Peserico.

  • Mario Peserico (Assorologi): considerazioni sul mercato

    Mario Peserico (Assorologi): considerazioni sul mercato

    Apriamo un discorso molto serio: quello degli “acquisti voluttuari”. Gli orologi, in particolare, ma non solo. L’acquisto del “bello”.
    Lo apriamo (e lo continueremo) con Mario Peserico nella sua funzione di Presidente di Assorologi, l’associazione di categoria “che rappresenta i produttori e gli importatori di orologi e di forniture per orologeria”.

    Vorrei innanzitutto far notare come affrontare questo discorso su una rivista telematica diretta agli appassionati di orologi sia una dimostrazione di trasparenza. Trasparenza per certi versi obbligata, dal momento che l’esportazione d’orologi dalla Svizzera è rigorosamente regolamentata e controllata: di fatto – sempre per essere chiari – il “nero” non esiste. L’importatore o il negoziante acquista gli orologi e li prende in carico per venderli. È un sistema commerciale radicato nel tempo, maturo, ben congegnato e che lascia ben pochi spazi alla “fantasia”.

    Dopodiché bisogna mettersi d’accordo sull’espressione “acquisti voluttuari”. Se fate una passeggiata noterete che donne e uomini (ma le donne un po’ di più) si fanno notare per la loro eleganza, per un buon gusto che fa parte del nostro Dna di italiani. All’estero, nella maggior parte dei casi, non è così. Noi sappiamo scegliere, abbinare, creare un nostro look come forse nessun altro nel mondo, con belle eccezioni in Francia. Sono scelte voluttuarie, che in genere costano qualcosa di più, ma fanno bene all’anima anche perché sono in linea con il lungo fiume della storia.

    L’acquisto voluttuario non è mai un male in quanto tale. Fin dal Rinascimento di parlava di “oggetti di vanità”, ben sapendo che la storia dell’arte passa anche per questi oggetti. Se non ci fossero state persone ricche in grado di potersi permettere questi oggetti, se la grandezza e il costo dei migliori artisti non fosse stata compresa e assecondata (sono rimasti famosi i litigi epistolari in cui Michelangelo chiedeva costosissimo lapislazzuli in polvere per dare cielo eterno ai propri affreschi) non avremmo l’Italia, la sua arte e il suo buon gusto.

    Mi rendo conto che per molti chi compra orologi costosi appartiene alla categoria dei “ricchi con qualcosa da nascondere”. Ma aver lavorato a lungo in orologeria e da “osservatore” puro mi ha insegnato che un’ampia, molto ampia porzione di compratori è formata da persone normali, con lavori normali. Persone che mettono pazientemente da parte i propri soldi per comprare non certo orologi di costo pazzesco, ma comunque orologi di grande pregio per sincera passione. E anche questa è una forma di cultura.

    Ora il Covid ha aggravato una crisi che già era iniziata, come abbiamo più volte avuto occasione di dire, con quella causata dalla situazione politica di Hong Kong. Il problema, da subito, è il futuro: come tentare di riprendere le fila del discorso. In particolare in Italia. Peserico – e con lui Assorologi –trova che la situazione sia meno grave di quanto si potesse pensare.

    Mario Peserico: Sì. Il Covid non ha soltanto congelato una situazione che non era certo ottimale, ma per giunta ci la lasciati tutti con un minor potere d’acquisto. Per molte, moltissime persone il futuro ha evidentemente molte incognite. Per giunta gran parte di quegli eventi che costituiscono occasioni per vendite di orologi – matrimoni, fidanzamenti, cerimonie religiose e così via – sono stati annullati. Questo sicuramente ha causato perdite importanti. Però ho la sensazione, in generale, che i negozianti lavorino meglio di quanto temessero. Certo, non siamo a pieno regime, ma le cose sono meno terribili di quanto si pensasse.

    C’è evidentemente da risolvere una situazione di pagamenti per gli ultimi mesi, che sono stati magari sospesi e vanno ripianificati; e poi bisogna ricominciare a fare nuovi ordini, e così via… Ma l’orologeria sta dimostrando ancora una volta di saper trovare un terreno comune per condividere in modo equo, nei limiti del possibile, i danni. Credo un primo serio miglioramento potremmo averlo tra settembre e ottobre, sempre che non tornino ondate di pandemia. E comunque ci vorranno anni, per raggiungere i livelli precedenti, che comunque non erano esaltanti.

    Questo vuol dire che Assorologi e i suoi aderenti stanno attuando una politica di nuova collaborazione con i negozianti?

    Mario Peserico: Più che Assorologi – cui non è certo demandata la strategia delle singole marche – registro una situazione che mi viene riferita. E la sensazione è che comunque, in questo momento in cui il web in una certa fascia prezzo non è decollato, è però in netto incremento il suo utilizzo nel percorso di acquisto (sia pure non necessariamente per arrivare all’acquisto sul web). Questo aiuta a cambiare strategie commerciali, a trovare nuove alleanze, tenendo anche presente il fatto che molti mercati esteri vivono situazioni pesanti.

    Parlo di mercati su cui tanta parte dell’orologeria ha puntato nei decenni scorsi: pensiamo alle difficoltà di Hong Kong, pensiamo alle difficoltà che ci sono state in Cina anche legate alla tassa sul lusso e così via; pensiamo al Medio Oriente che vive sul petrolio – che è arrivato a un terzo del proprio valore; e ancora pensiamo alla Russia con il rublo che ha un terzo del valore di 6, 7 anni fa. Oggi credo che molti stiano tornando a pensare in maniera un po’ più “europocentrica”, se possiamo usare questa parola, e a pensare agli Usa, il mercato in assoluto più resiliente di tutti.

    Ricordiamo cosa fa la borsa americana in questo periodo: nonostante gli annunci di milioni di posti di lavoro persi continua a salire… È il mercato più resiliente, sicuramente il mercato in cui c’è ancora possibilità di penetrazione orologiera. Credo che molti stiano facendo un po’ marcia indietro sulla scelta dei mercati da promuovere e da sostenere. E questo è un bene anche per noi, perché devi prima seminare bene, se vuoi far rinascere un mercato.

    Sì, la Cina, Greater China, rappresentava il 50 per cento delle esportazioni svizzere. Decisamente troppo per un mercato sano. Cos’altro c’è da fare? Non mi sembra che il governo abbia grande interesse per questo segmento di mercato.

    Mario Peserico: Salvo in Svizzera, chiaramente. Ma per il resto gli altri governi non hanno grandissima attenzione.

    Sembra si stiano penalizzando gli acquisti “voluttuari” in generale. L’orologeria, come tante altre tipologie che alla fine sono importanti.

    Mario Peserico: Assolutamente sì! Sono importanti sia nell’immediato che in prospettiva. In parte starà a noi – e ne abbiamo parlato tante volte – saper dare il giusto valore all’acquisto del prodotto orologiero. La cultura, la storia, certo, ma anche aspetti più pratici e immediati come la tracciabilità di ciascun orologio. È un argomento del quale si discute molto sia in Assorologi che per quanto riguarda le singole marche. Dobbiamo offrire maggiori garanzie per non danneggiare l’immagine del settore.

    Ci vorrà magari un po’ di tempo, ma è un buon sistema per migliorare la reputazione dell’intera orologeria. Senza la fiducia del compratore non si va lontano. E questo vale anche per il “secondo polso”. Gli orologi vanno tracciati perché anche l’orologio usato finisce per contribuire alla buona o cattiva fama dei marchi. Tracciarlo può costituire un valore aggiunto per l’acquirente finale anche quando rivende: è soprattutto una garanzia! È un’attività che quindi è bene torni sotto il controllo dei produttori, per quanto possibile. Perché evita fenomeni speculativi, limita l’azione di operatori non corretti e infine può portare introiti interessanti, il che non è certo un male.

    E anche a questo proposito arriviamo ad un altro punto sul quale discutiamo da molti anni: la limitazione all’uso del contante, che è scesa a 2.000 euro. Sia ben chiaro: tutta Assorologi è contro l’evasione, che oltretutto costituisce una forma di concorrenza sleale per quanto riguarda la vendita sia di orologi nuovi che usati. Chi gioca sporco è nostro nemico. Punto. E chi combatte l’evasione è nostro amico. Punto. Ma pensiamo davvero che qualcosa cambi se il tetto del contante scende da 3.000 a 2.000 euro? Chi ha denaro contante continuerà a spendere il contante e se ne fregherà delle disposizioni governative. Chi non lo aveva prima, chi non ne aveva 3.000 non ne ha nemmeno 2.000.

    Noi crediamo sia meglio favorire, in ogni settore, l’uso di altri metodi di pagamento − cosa che ad oggi non avviene. Senza contare quanto è facile aggirare le regole in altri segmenti di mercato. Ti faccio un esempio: se voglio fare una festa e innaffiarla con 10 bottiglie di champagne da 600 euro l’una, mi faccio fare 10 scontrini fiscali e ho speso non 2.000, ma 6.000 euro senza colpo ferire. Ma se vado a comprare un orologio da poco più di 2.000 euro, allora devo pagarlo con un sistema tracciabile. Perché?

    Posso capire che non ci sia poi tanta attenzione verso l’orologeria, in Italia, perché la produzione italiana è molto marginale. Ma la nostra gioielleria? È apprezzata in tutto il mondo e ha una forte produzione in tre distretti fondamentali come Vicenza, Arezzo e Valenza. Cose di questo genere costringono le aziende di gioielleria italiane alla marginalità, dal momento che non possono competere ad armi pari con i produttori stranieri. E questo mette a rischio una gran quantità di posti di lavoro.

    Recentemente ero in Austria dove vive mia figlia, e davanti ad alcune orologeria c’era una bella targhetta di ottone con la scritta “qui gli italiani sono benvenuti”.

    Mario Peserico: Grazie per avermelo ricordato. Perché è vero che in molti Paesi europei questo limite non c’è. Per non parlar del fatto che qui in Italia non posso spendere più di 2.000 euro, ma posso superare il confine a Chiasso con 9.999 euro in tasca e spenderli serenamente in Svizzera. Che senso ha? Abbiamo dato tutta una serie di note al viceministro Antonio Misiani, ma ci sembra che siano state tenute in scarsissimo conto. Perché sono sempre vive logiche…

    Punitive?

    Mario Peserico: Esatto. E questo è sbagliato. Io credo dovemmo essere contenti se, chi può, spende a casa propria i propri soldi. Certo: va fatto nei modi giusti, combattendo l’evasione fiscale e ogni illegalità. Ma vorrei ricordare che l’Italia è famosa nel mondo per la sua cultura dei piccoli e grandi lussi veri, per la qualità dei suoi artigiani ma anche per la capacità da parte del pubblico di sceglierli. Non saremmo il Paese del buon gusto se non avessimo le scarpe più belle, gli orologi migliori, le camicie, gli abiti, gli accessori… Il lusso – specialmente quello di un certo tipo – è una forma di cultura che ci rende unici. E questo andrebbe valorizzato, non depresso. È una grande risorsa per il nostro Paese e lo sanno bene le multinazionali che comprano i nostri marchi.

  • Eberhard & Co. al Concorso d’Eleganza Poltu Quatu

    Eberhard & Co. al Concorso d’Eleganza Poltu Quatu

    I bambini corrono. Le coppie, abbracciate, si godono il sapore di salsedine. C’è chi nuota, chi prende il sole. In un clima sereno, emerge inaspettatamente dal mare turchese un’auto-sommergibile, pilotata da Roger Moore. È una scena del film “La spia che mi amava”, il decimo della saga di James Bond, con Barbara Bach. Sì, fantascienza. Scenario e automobile anni Settanta. È invece di nuovo reale la possibilità di tuffarci in un mare cristallino (senza sommergibile, per carità). Godere della bellezza delle nostre coste e, perché no, lasciarci ammaliare da bellezze di vario tipo. Parola d’ordine “eleganza”, in senso pieno, questo weekend a Poltu Quatu, il porto nascosto della Costa Smeralda. Che ospiterà il Concorso d’Eleganza Poltu Quatu Classic.

    Sponsor di questa quinta edizione della manifestazione dedicata alle automobili più belle di tutti i tempi è Eberhard & Co. Che rinnova ancora una volta la sua attenzione al mondo delle quattro ruote e degli eventi motoristici. «In questo periodo storico senza eguali abbiamo deciso di essere presenti al Concorso d’Eleganza Poltu Quatu Classic per rinforzare il nostro legame con le auto d’epoca e dare un segnale positivo e di grande vicinanza agli appassionati di motori», commenta Mario Peserico, Amministratore delegato di Eberhard Italia.

    In prima linea come official timekeeper di gare di massimo prestigio, cui prendono parte equipaggi provenienti da tutto il mondo, il marchio svizzero premierà questa volta il vincitore del “Best in show” e quello del premio speciale della giuria con un orologio Traversetolo. Collezione caratterizzata dalle grandi proporzioni abbinate a un movimento meccanico a carica manuale lanciato negli anni Cinquanta e perfezionato nel tempo.

    In gara 25 gioielli su quattro ruote. Come una Porsche 356 Continental Coupé del 1955: un’auto che fece epoca (vinse ad esempio il primo Campionato Europeo Rally nel 1953); e fu molto amata dalle donne (sempre sul podio anche nella Coppa delle Dame al Tour de France Automobile tra il 1954 e il 1961). Poi un’Alfa Romeo 1750 Spider Compressore del 1932. Due OSCA MT4 1500 ex Mille Miglia, una del 1952 e l’altra del 1955. Ancora, una BMW 328 spider del 1938, compresa tra le 25 vetture più significative del secolo scorso. E una Lancia Aurelia Vignale spider one off del 1952, considerata tra le più belle auto mai costruite al mondo.

    Il Concorso d’Eleganza Poltu Quatu Classic offre l’occasione di vedere in anteprima mondiale due prototipi di due GFG Style di Giorgetto e Fabrizio Giugiaro: la GFG Vision 2030 e la Bandini Dora. Due hypercar elettriche che non hanno nulla da invidiare alle dotazioni tecnologiche avveniristiche di 007. Una finestra sul futuro dell’automobile elettrica partendo da un grande marchio del passato automobilistico italiano, la romagnola Bandini Automobili. Ed è proprio il celebre designer Fabrizio Giugiaro ad aver  ideato il trofeo “Best in Show”. E a partecipare alla giuria internazionale presieduta da Paolo Tumminelli, noto storico dell’automobile, accanto a Luciano Bertolero, Afshin Behnia, Alberto Vassallo, J. Philip Rathgen e altri.

    Quartier generale del concorso il Grand Hotel Poltu Quatu. Una location che è anche un’occasione per lasciarsi andare alla contemplazione della bellezza. «Questo angolo di Sardegna dove si incontra un paesaggio unico, reso celebre anche da pellicole cinematografiche di fama mondiale, rappresenta la cornice perfetta per la sfilata di 25 gioielli su quattro ruote delle più importanti collezioni italiane ed europee», sottolinea Peserico.

    Il programma della tre giorni (da oggi a domenica 12 luglio) prevede un tour panoramico della Costa Smeralda. In cui i partecipanti potranno assaporare scenari mozzafiato e visitare alcuni tra i borghi storici più suggestivi dell’isola. Non mancano le attività ricreative, come un’adrenalinica Off Shore Experience con il cinque volte campione mondiale di motonautica Aaron Ciantar. E neppure le pause relax nella famosa spiaggia Vesper di Capriccioli, resa celebre proprio dal film “007 – La spia che mi amava”. 

  • “Quei temerari delle strade bianche”. Storici clic in mostra a Cuneo

    “Quei temerari delle strade bianche”. Storici clic in mostra a Cuneo

    C’è un Tazio Nuvolari più coriaceo che mai, a bordo della sua Alfa Romeo P2. C’è un Hans Stuck in tuta immacolata, che sembra un attore di Hollywood. E poi piazza Vittorio con il palco delle autorità, la Principessa Clotilde e il podestà con il cappello a cilindro. Ma soprattutto “le discese ardite e le risalite”, la Bugatti 35B di Avattaneo ribaltata durante la gara e la Spa di Faravelli impegnata sui tornanti; le squadre dei meccanici, i polveroni sollevati dalle auto prima delle curve e la folla assiepata a bordo strada. Frammenti di vita lontana e di un “automobilismo eroico” ai nostri giorni inconcepibile. Testimoniato nella mostra fotografica “Quei temerari delle strade bianche. Nuvolari, Varzi, Campari e altri eroi alla Cuneo – Colle della Maddalena”. Che inaugura domani (oggi per la stampa) al Complesso Monumentale San Francesco di Cuneo, dove resterà aperta fino al 29 settembre.

    Le immagini qui riunite sono state realizzate da Adriano Scoffone (1891/1980), un fotografo locale poco noto al grande pubblico, ma molto amato dai cuneesi che ne hanno riordinato l’archivio fin dagli anni Ottanta. Sono un’ottantina in tutto (solo una minima parte dell’immensa produzione di Scaffone) e illustrano appunto la corsa Cuneo-Colle della Maddalena soprattutto dell’edizione 1930, ma anche delle annate precedenti, dal 1925 al ’27. Con il loro carico di protagonisti, quegli assi del volante dai nomignoli leggendari – il Mantovano volante, il Re delle montagne (“Bergkönig”), El Negher, il Mago della pioggia, Baconin. Personaggi che hanno fatto la storia dell’automobilismo e che sembrano usciti dalla canzone di Lucio Dalla: Achille Varzi, Giuseppe Campari, Luigi Fagioli, Mario Umberto Borzacchini, e ancora Rudi Caracciola, Attilio Marinoni…

    Curata dal giornalista/scrittore Giosuè Boetto Cohen, la mostra “Quei temerari delle strade bianche” è promossa dal Comune di Cuneo e dal Mauto (Museo nazionale dell’Automobile di Torino), che l’anno prossimo la esporrà nella propria sede. Main sponsor, Eberhard & Co.: la cui partecipazione conferma ancora una volta non solo il forte legame con mondo delle auto d’epoca, ma anche la grande attenzione per “l’ottava arte”. «Il contributo di Eberhard & Co. a sostegno della mostra dedicata al Fondo Scoffone rispecchia la vocazione della Maison a favore di iniziative di grande spessore culturale», ha dichiarato al riguardo Mario Peserico, Ad di Eberhard Italia; «iniziative che riportano alla luce un patrimonio ancora celato e lo rendono fruibile a tutto il pubblico».

    Oltretutto la mostra dà il via alla digitalizzazione del Fondo Adriano Scoffone, attuata con il supporto tecnico del Mauto. L’inestimabile raccolta di 40mila lastre e pellicole fotografiche andrà così a costituire una banca dati pubblica, online, a disposizione di ricercatori e semplici curiosi. «Inoltre il nostro legame di lunga data con Nuvolari ci vede sempre coinvolti in eventi che ne celebrano la figura». Conclude Peserico: «Queste immagini aprono uno spaccato molto affascinante sul mondo delle gare automobilistiche d’epoca; quando piloti del calibro di Nuvolari realizzavano imprese incredibili e stupivano il pubblico accorso a vederli. Il percorso espositivo saprà coinvolgere adulti e bambini e rievocare un passato fatto di mitiche acrobazie sulle quattro ruote».

    In effetti, accanto alle stampe al bromuro d’argento di “Quei temerari delle strade bianche”, tra le navate di San Francesco si snoda un ricco impianto scenico, su un tappeto sonoro originale. In mostra anche tre bolidi del tempo: un’Alfa Romeo P2 simile a quella che condusse Nuvolari alla vittoria nel 1930; una Bugatti 35B, uguale a quella ribaltata in gara – entrambe provenienti dal Museo di Torino. E un’altra Alfa Romeo, la stessa 1500 MMS con cui Emilio Gola tentò la scalata alla Maddalena; e che ora – a distanza di 90 anni – torna a Cuneo guidata dall’attuale proprietario, Federico Göttsche Bebert.

    Tra i cimeli esposti, anche l’Eberhard & Co. da tasca degli anni Trenta, identico a quello appartenuto a Nuvolari andato perduto, di cui è stata ritrovata solo la custodia. Un pezzo che fa parte del Museo Nuvolari di Mantova, dato in prestito per l’occasione. Va ricordato che Eberhard & Co. nel 1992 ha creato una collezione dedicata proprio al grande Nivola, da allora continuamente aggiornata con nuovi esemplari. L’ultimo è il Nuvolari Legend The Brown Helmet, ispirato agli accessori amati dal pilota e agli strumenti del tempo d’antan. Un cronografo automatico con il quadrante color cuoio antico, la scala tachimetrica centrale a chiocciola, e il cinturino in pelle di antilope effetto vintage.

  • Mario Peserico: le fiere, le vendite online e la qualità dell’informazione

    Mario Peserico: le fiere, le vendite online e la qualità dell’informazione


    Una conversazione libera, al limite consentito delle “funzioni ufficiali”. Che sono tante perché Mario Peserico è contemporaneamente Amministratore delegato di Eberhard Italia e Direttore generale della casa madre svizzera Eberhard & Co.; è Presidente di Indicam, l’associazione che riunisce oltre 140 imprese per la tutela della proprietà intellettuale e per la lotta alla contraffazione e ai traffici illeciti; e infine Presidente di Assorologi, l’organizzazione di categoria che riunisce produttori e importatori di orologi. Mi direte voi: “Buon per lui, ma a noi cosa importa?”.

    Beh, a parte il fatto che la conoscenza di alcuni “dietro le quinte” è utile per comprendere alcune realtà altrimenti fumose, l’aspetto più importante è sapere cosa pensano di noi, pubblico, i professionisti del settore. Perché se mi limitassi a raccontarvelo io, che il compratore è il Santo Graal, potreste anche non credermi. Ma se giorno dopo giorno scoprite che ne parla serenamente persino il Presidente di Assorologi, allora vuol dire che l’orologeria è un settore che ha ben poco da nascondere. E – detto incidentalmente – è proprio per questo che ancora mi piace, l’orologeria, dopo più di trent’anni che me ne occupo. Vivo tranquillo perché non devo nascondere nessuna fetenzia. Pur se – da bravi italiani auto-fustigatori – spesso anche i protagonisti dell’orologeria tendono a parlar male di sé.

    Peserico mi conosce bene e mi anticipa: «Partiamo da Basilea? I dirigenti della fiera di Basilea purtroppo non hanno fatto scelte giuste, nel tempo. Sembrava fossero sulla buona strada per recuperare, ma… Come Eberhard l’abbiamo già lasciata da un po’, la manifestazione che era il perno dell’intero settore. Eppure, al tempo stesso, noi siamo sempre stati consapevoli di quanto una fiera sia necessaria. Ma dagli errori di Basilea nasce quella che sembra una seria riunione del settore a Ginevra. La mia unica riserva è sul fatto che non è prevista l’apertura al pubblico al momento».

    Credo che alla fine il pubblico dei compratori sarà accolto. Covid permettendo, è chiaro. Già Watches & Wonders aveva aperto al pubblico, e ora che le fiere saranno due, a Ginevra, ed entrambe praticamente nello stesso luogo, sono certo che questo non sarà un problema. «Me lo auguro, però avevo sentito il contrario. Capisco che l’anno prossimo potremmo essere ancora sotto minaccia Covid, ma al di là delle difficoltà non vedo perché il pubblico non debba accedere. Perché il vero problema non è tanto riempire i negozi di orologi, ma di portare il pubblico verso di noi».

    E il web? In certi casi ha fatto miracoli. «Credo dipenda molto dalle fasce di prezzo in cui operi», spiega Peserico. «Se sei alla base della piramide, se devi vendere tanti oggetti di prezzo molto contenuto, allora può anche andare. Ma già dalla fascia media le cose si fanno più complesse. Abbiamo fatto un po’ di test, e anche un sondaggio aziendale, per capire se e quanto l’online avesse aiutato le vendite in questo periodo. Per quanto riguarda Eberhard, il nostro cliente più importante in termini di utilizzo dell’online ha detto che ha avuto un calo del 75 per cento».

    «Non solo, ma sembra che pure le grosse piattaforme – come Chrono24 e Chronext – abbiano avuto dei cali importanti», continua Peserico. «Il dato è avvalorato peraltro da quanto avevano sempre evidenziato le indagini di Assorologi: e cioè che il prezzo medio stentava a crescere. Gli orologi di prezzo medio non crescono alla stessa velocità del fatturato dell’online. Bisogna rivedere il nostro modo di comunicare con il compratore e trovo che questa sia una buona occasione. Superata la fase in cui il web era dominato dalle foto, ora c’è bisogno di informazione seria e completa. Sia se vuoi vendere direttamente viso a viso, in negozio, sia se vuoi vendere sul web».

    Sì, credo sia una questione di credibilità, di fiducia, di reputazione. Se il negoziante ha già un proprio seguito di clienti che per qualche ragione – come il Covid, appunto – non possono andare in negozio, ma lo conoscono talmente bene da sapere che non gli darà mai una fregatura, allora la vendita online avrà già un senso. Ma per tutto il resto credo sia necessario scrivere nuove regole di comportamento, creare un nuovo patto con il compratore. «Sono assolutamente d’accordo. Noi in questi anni abbiamo sempre – e parlo per Eberhard – abbiamo sempre cercato di spingere i negozianti a fare il proprio sito, a vendere online o almeno a mettere online una vetrina», conferma.

    «L’idea è che oggi la vetrina fisica non basta più per veicolare il messaggio del negozio e da sola non è più sufficiente per arrivare alla vendita. È l’unione delle due cose che ti consente di avere visibilità, di creare una immagine ben messa a fuoco. Il momento attuale ha ulteriormente evidenziato questa situazione e oggi dobbiamo tutti lavorare nella stessa direzione: marchi, associazioni, negozi, tutti. L’obiettivo è conservare la fiducia dei compratori di lunga data e conquistare quella di compratori nuovi. Sia chiaro: non sarà facile perché di cose storte da raddrizzare ce ne sono. Però al tempo stesso sono fiducioso».

    «E sai perché? Perché noi, ormai da molti anni, vendiamo un prodotto che nessuno potrebbe definire “di primaria importanza”, dal momento che ormai l’ora te la dicono persino i forni. Ma è un prodotto di qualità straordinaria, pensato per essere il contrario dell’obsolescenza programmata; un prodotto che si basa su una lunga serie di virtù che devono essere reali. Altrimenti il passaparola boccerebbe l’orologio come prodotto non solo inutile, ma anche mal fatto», racconta.

    «Ecco, tutto sommato noi dobbiamo “semplicemente” aumentare la qualità dell’informazione, la capacità di spiegare ciò che a ben vedere è già in quasi tutti gli orologi», conclude Peserico. «Dobbiamo solo riuscire a far comprendere che noi non imbrogliamo, non bariamo – perché darebbe la morte del nostro settore. Ecco, se riusciremo a lavorare con veri professionisti della comunicazione, allora ancora una volta l’orologeria avrà superato una delle tante crisi che ha affrontato negli ultimi cinque secoli almeno».

  • “Il Duomo al tempo di Leonardo” e l’impegno di Eberhard & Co.

    “Il Duomo al tempo di Leonardo” e l’impegno di Eberhard & Co.

    L’anno sta per finire. Ma non sono finite le celebrazioni leonardiane. Scavalcherà il cinquecentesimo anno dalla morte del genio fiorentino l’esposizione “Il Duomo al tempo di Leonardo”, fino al 23 febbraio 2020 al Museo del Duomo di Milano (sala Gian Galeazzo). Un’iniziativa promossa da Eberhard & Co. per raccontare il coinvolgimento di Leonardo da Vinci nelle vicende del cantiere della Cattedrale alla fine del Quattrocento.

    Ben più che un percorso espositivo, la mostra costituisce il primo passo del progetto pluriennale di digitalizzazione del patrimonio documentale della Veneranda Fabbrica del Duomo. Registri contabili, verbali di adunanze, mandati di pagamento, raccolte di fotografie, disegni e documenti d’archivio della Cappella Musicale ricostruiscono più di seicento anni di storia del Duomo di Milano, e offrono anche una panoramica sulla vita nella città di Milano.

    Un patrimonio immenso che comprende 484 cartelle dal XII al XIX secolo in Archivio Storico e oltre 2000 cartelle dall’inizio XIX secolo a oggi nell’Archivio di Deposito. Oltre alla sezione Mandati con 1777 cartelle dal 1505 al 2010 e la sezione Registri con oltre 2700 volumi dal 1350 a oggi. E ancora 2000 disegni dal XVI al XX secolo; 9000 fototipi dalla seconda metà del XIX secolo nella Fototeca; 54 libroni e 632 cartelle dal 1480 circa ad oggi nella sezione musicale.

    Procedure fortemente innovative consentono ora di acquisire, in maniera ottimale sia in termini di velocità sia di fedeltà delle riprese, differenti tipi di originali, opportunamente catalogati e, se necessario, restaurati. Un impegno assunto da Eberhard & Co. Che fin dalle origini, nel 1887 a La Chaux-de-Fonds, nel cuore della Svizzera, persegue l’obiettivo di scandire il tempo in modo inconfondibile. Alla ricerca costante di eccellenza e innovazione, ma senza mai rinunciare al forte legame con le origini e la tradizione.

    L’iniziativa meneghina, che consentirà di ricostruire un pezzo di storia di Milano, della cristianità e dell’arte occidentale, è un’ulteriore conferma del legame della casa di orologeria con le tradizioni. “Il contributo di Eberhard & Co. alla digitalizzazione della documentazione dell’Archivio della Veneranda Fabbrica del Duomo rispecchia la vocazione al sostegno di iniziative di grande spessore culturale, che abbiano come obiettivo la divulgazione e la custodia del patrimonio artistico del nostro paese”, spiega infatti Mario Peserico, Amministratore delegato di Eberhard Italia.

    “La Veneranda Fabbrica del Duomo è un’istituzione unica in cui si uniscono passato e presente. Rappresenta davvero”, sottolinea l’Ad Peserico, “il cuore storico della città. Ed è un ente tra i maggiormente rilevanti a livello italiano ed europeo. All’interno del suo Archivio si unisce la ricchezza tecnica, artistica a quella documentale. Inoltre, poter patrocinare un ulteriore evento dedicato a Leonardo nell’anno delle sue celebrazioni è stata per noi un’occasione immancabile”. Una nuova occasione, dopo l’esposizione di cinque fogli riprodotti del Codice Atlantico ne  “L’ottica di Leonardo: dall’éidola alla camera obscura”; un evento realizzato all’interno di MIA Photo Fair, fiera internazionale dedicata alla fotografia d’arte, della quale la maison è partner da sette anni. 

    Se visiterete l’esposizione “Il Duomo al tempo di Leonardo” soffermatevi su registri, disegni del Codice Atlantico e altri manoscritti concernenti il dibattito architettonico tra ingegneri e architetti illustri in merito alla realizzazione del tiburio. Noterete una vera e propria progettualità architettonica del Maestro di Vinci sul cantiere della Cattedrale. In particolare, in un registro è annotato il pagamento a “Leonardus Florentinus” per l’elaborazione di un modello in legno in scala per il tiburio. Quel genio di Leonardo non smette mai di sorprenderci.

  • Fotofever: Eberhard & Co. e l’arte di ritrarre il tempo

    Fotofever: Eberhard & Co. e l’arte di ritrarre il tempo

    Il corpo umano come la corteccia di un albero. Che espone i segni lasciati sulla pelle da ferite, malattie, preoccupazioni. O semplicemente dal tempo che passa. È ispirata al decadimento della natura l’opera di Margot Errante, “Peeling Bark 17”, che ha appena vinto l’Eberhard & Co. Award a Fotofever.

    Un premio inedito, realizzato appositamente per la fiera internazionale di fotografia contemporanea, che si è svolta dall’8 al 10 novembre al Carrousel du Louvre, a Parigi. Sostenuta per la prima volta dalla Casa di La Chaux-de-Fonds, Fotofever è ormai giunta all’ottava edizione. E quest’anno ha raggiunto un grande traguardo per la parità di genere: il 40 per cento di donne tra i 250 artisti provenienti da 20 Paesi (35 gli italiani!), presentati da 100 galleristi ed editori.

    Non poteva che essere una donna, italiana, la vincitrice del concorso promosso da Eberhard & Co. per un evento fondato e diretto da una donna, Cécile Schall, e curato da un’altra donna, Yuki Baumgarten, che si è distinto per una grande partecipazione femminile. Oltre che dei giovani, incoraggiati anche dai prezzi accessibili a tutti, professionisti o meno. Del resto Fotofever promuove da sempre la scena emergente internazionale e il collezionismo per tutti.

    In più, nell’anno del 180esimo anniversario della fotografia in Francia, ha scelto di rendere omaggio alla scena artistica francese e di sviluppare temi come la natura, l’architettura e il tempo. Dedicato al tempo, naturalmente, il premio promosso dalla storica Maison svizzera specializzata nella produzione di orologi ad alto contenuto tecnico, da sempre attenta al mondo dell’arte, e della fotografia in particolare.

    Non nuova a esperienze simili: basti ricordare “Tempo Ritrovato – Fotografie da non perdere”, progetto realizzato in occasione della quinta edizione di Mia Fair, nel 2015. E sono tuttora molti gli appuntamenti del settore cui la Marca partecipa in qualità di partner e sponsor, patrocinando la realizzazione di opere ispirate al tempo. La prestigiosa manifestazione parigina non è dunque che un’ulteriore conferma dell’attenzione di Eberhard & Co., piccolo produttore indipendente ma con ampi interessi culturali, per il mondo della fotografia.

    “Past, Present, Future”: questo il tema proposto ai fotografi in concorso al premio Eberhard & Co, aperto solo agli artisti rappresentati dalle gallerie espositrici. Invitati a fornire una personale interpretazione del concetto di tempo, hanno sottoposto le loro opere a una giuria di altissimo livello – sia tecnico che artistico -, presieduta da Pierre Mothes, vice-presidente di Sotheby’s Francia.

    La vincitrice Margot Errante, fotografa italiana che collabora con la galleria luganese Heillandi, ha ricevuto in premio dal Direttore generale di Eberhard & Co., Mario Peserico, un esemplare dello Scafograf 100, l’ultimo tra i modelli dedicati dalla Maison ai polsi femminili. “È per noi un onore”, ha commentato Peserico, “poter premiare un’artista come Margot Errante. Ammirabile talento artistico, sostenuto da un profondo bagaglio culturale multidisciplinare, che la rende interprete di un nuovo modo di esprimere la creatività, proprio del nostro tempo”.

    Non solo un concorso fotografico. Fotofever ha dedicato al tempo un intero percorso tematico, all’interno dell’Appartement du Collectionneur, all’ingresso dell’esposizione. Dove è stata presentata anche l’ultima novità di Eberhard & Co.: il nuovo modello Extra-fort Grande Taille Roue à Colonnes. Versione più sofisticata, dal punto di vista meccanico, del precedente calibro cronografico. La ruota a colonne, vale la pena ricordarlo, è quel dispositivo che presiede lo smistamento delle funzioni crono, e offre vantaggi in termini di precisione delle misurazioni, stabilità e “morbidezza” nell’avvio delle funzioni.

    Restano comunque immutate la tipica eleganza e la grande personalità dell’Extra-fort Grande Taille, che appartiene a una collezione simbolica di Eberhard & Co. L’Extra Fort è infatti la più antica tra le linee nel catalogo attuale della Maison: i primi modelli risalgono addirittura agli Anni Quaranta. Via via sviluppata in una lunga serie di versioni, è ormai diventata un “classico” nel segmento dei cronografi eleganti. Perfetta per illustrare il trascorrere del tempo.    

  • Il ritorno dell’Aquila: apre il Museo Eberhard a La Chaux-de-Fonds

    Il ritorno dell’Aquila: apre il Museo Eberhard a La Chaux-de-Fonds

    Una delle cose che continuo ad amare dell’orologeria è il suo modo di usare il passato, la propria storia. Pensateci bene: molti di noi, vecchi come me o giovani come voi, tende a guardarsi indietro – quando lo fa – con un senso di nostalgia che non porta nulla di costruttivo. Ah, i vecchi bei tempi quando… Per l’orologeria il passato è sempre, sempre un trampolino sul futuro. Il passato è letteralmente, lo ripeto, un’asse elastica sulla quale prendere posizioni per tuffarsi nel futuro.

    Eberhard & Co. non fa eccezione. E l’apertura del proprio museo, a La Chaux-de-Fonds, coincide proprio con un’idea di rilancio, di proiezione nel tempo. Il Museo (magari piccolo, ma comunque ricco e ben ordinato) percorre anno per anno la storia del marchio, iniziata nel 1887. Sugli orologi esposti interverrà presto Giampiero Negretti, che di storia dell’orologeria ne sa mille volte più di me. Io mi limito a dire che il percorso del museo è costellato di brevetti originali e termina (per ora) con il nuovo movimento esclusivo, il Calibro EB 140. Il futuro, appunto.

    L’intera operazione, voluta dal Ceo Barbara Monti e dal Direttore generale Mario Peserico, si inserirà fra l’altro nell’operazione “Manifatture aperte” che celebrerà – nel novembre prossimo – la nona “Biennale du Patrimoine Horloger”, nel corso della quale chi lo desidera potrà visitare le sedi dei marchi partecipanti. Un solo giorno, ma è pur sempre un’apertura importante al pubblico. Per quanti fossero invece interessati a visitare il Museo Eberhard, l’indirizzo di riferimento è il sito ufficiale della casa.

    Ma la cosa non finisce lì. Dopo l’inaugurazione del Museo tutti i partecipanti alla cerimonia (fra cui molti dipendenti in pensione, affezionatissimi al “proprio” marchio) sono scesi in strada. Perché l’Aquila ad ali spiegate, selvaggio simbolo di Eberhard, deve tornare sulla piccola cupola che domina l’angolo del bell’edificio di Avenue Léopold-Robert, la spina dorsale di La Chaux-de-Fonds. La statua, una grande fusione di zinco, è stata restaurata come si deve, ed è lucida come fosse nata ieri.

    Sollevata da un elicottero, è sistemata in sede da un equipaggio di tecnici, portati in alto da una piattaforma mobile. Non è nemmeno mancato un momento di emozione, quando l’aquila, spinta dal vento creato dalle pale stesse dell’elicottero, ha cominciato a girare sul cavo di sospensione. La combinazione fra l’esperienza del pilota dell’elicottero e un pizzico di audacia dei tecnici ha fatto sì che l’operazione andasse a buon fine. Ora il futuro può cominciare.