Giornale Degli Orologi
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Tag: orologi elettrici

  • Bifora, la grande fabbrica tedesca finita nel nulla

    Bifora, la grande fabbrica tedesca finita nel nulla

    Dopo il nostro viaggio verso l’Unione Sovietica torniamo in Germania, Paese che definirei una fucina di soluzioni a volte inutilmente complesse per quel che riguarda l’orologeria elettrica. Stavolta ci occupiamo di una famiglia di movimenti molto originali nella costruzione e dalla miniaturizzazione anche eccessiva, prodotti da una piccola casa ora scomparsa: Bifora. La storia ha origine nel 1900 a Schwäbisch Gmünd, non lontano da Stoccarda, dove Josef Bidlingmaier avvia un’attività orafa.

    Un marchio importante eppure poco noto

    Al termine della Prima guerra mondiale, per sopperire al calo degli affari, Bidlingmaier inizia a produrre anche casse e bracciali per orologi, in cui colloca movimenti svizzeri. L’operazione funziona: la vendita frutta bene, tanto che Bidlingmaier quadruplica gli operai – arriva ad averne 230 – e apre una nuova fabbrica. Dopodiché decide di produrre anche i movimenti e si attrezza di conseguenza. Nel 1928 presenta il calibro 2025 da polso. Sul ponte appare il nome Bifora, tutto in maiuscolo. Un acronimo in cui Bi sta per Bidlingmaier; For per Formwerk, costruzione; A per Ankerhemmung, scappamento ad àncora. Il marchio è registrato nel 1934 e diventa il nome alla società.

    Nel 1939 Bidlingmaier raddoppia ancora i dipendenti e continua la produzione di orologi anche durante la guerra, affiancandoli ai detonatori per bombe. Per sua fortuna la fabbrica è risparmiata dalle distruzioni belliche e nel 1951 Bifora presenta il primo orologio automatico tedesco, il calibro 103. A metà anni ‘60 la forza lavoro è ulteriormente raddoppiata e la produzione raggiunge i 4.000 pezzi al giorno, esportati anche in Oriente. All’epoca Bifora è di fatto la più grande fabbrica di orologi in Germania.

    I calibri elettrici di Bifora

    Arriviamo adesso alla parte della storia che ci interessa. I tecnici di Bifora studiano i calibri elettrici a partire dalla metà degli anni ‘60: un po’ in ritardo rispetto agli altri, ma ancora con qualche margine di manovra. Nel 1967 sono pronti i prototipi B8 e B9, che hanno un bilanciere con bobina a bordo e magneti permanenti fissi su un ponte rimovibile; l’alimentazione è regolata da transistor e la schedina elettronica è minuscola. La soluzione è quindi molto simile, per esempio, al Porta PUW 2500, ma il movimento Bifora è più piccolo. Così piccolo che per realizzare la versione da donna è sufficiente prevedere una pila di dimensioni inferiori e ridurre il diametro dei due dischi della data.

    Il movimento raggiungerà però il mercato solo nel 1971. A quel punto i calibri presentati saranno il B10 da donna (18,6 mm di diametro) e il B11 da uomo (29,35 mm di diametro), entrambi con funzione day-date. Lo spessore è di 5,6 mm. Il bilanciere oscilla a 5 Hz, causando un moto quasi continuo della sfera dei secondi centrali. Il positivo è a massa, mentre il negativo raggiunge la bobina sul bilanciere tramite un tortuoso giro che passa attraverso la molletta del negativo della pila; la schedina elettronica ha dimensioni che non raggiungono il mezzo centimetro quadrato, il ponte superiore è isolato dal resto con un foglio di PVC. Tirando la corona si sposta un contatto che toglie alimentazione alla schedina.

    Questi due modelli non si riveleranno il massimo dell’affidabilità, tanto che oggi è pressoché impossibile trovare esemplari funzionanti. Le misure minuscole del calibro e dei componenti erano causa di tolleranze davvero minime: per esempio, era molto facile che la spirale andasse a toccare il ponte dei magneti permanenti, mettendo tutto in cortocircuito. Per farla breve, oggi molti orologi all’apparenza in ottimo stato non ne vogliono sapere di oscillare, senza alcun apparente motivo.

    Il primo quarzo

    Quando Bifora arriva sul mercato con i suoi elettromeccanici, la rivoluzione del quarzo è già iniziata. Alla fine del 1970 Junghans aveva già esposto al pubblico una versione di preserie del primo movimento al quarzo di produzione tedesca: il W666 “Astro-quartz”. Seguendo la stessa strada di molti altri produttori, Bifora utilizza una base già nota su cui applica il quarzo: così, partendo dal calibro B11, ricava il calibro B12, in cui il bilanciere è sostituito da un’àncora con a bordo la bobina, che oscilla una volta al secondo.

    La soluzione è analoga al Roamer MST 900 e al Rolex 5050. Apro una parentesi. Altri quarzi con àncora, come lo Junghans succitato o l’Omega 1510, hanno utilizzato una soluzione leggermente diversa in cui l’àncora compie due oscillazioni al secondo: una volta scattata, una molla la riporta immediatamente al suo posto. Chiusa la parentesi.

    La composizione realizzata da Bifora risulta relativamente originale: il modulo elettronico, a forma di mezzaluna, è molto più grande di quello del B11 e trova posto nello spazio lasciato libero dal movimento. La dimensione è condizionata dal grosso quarzo a barra da 32.768 Hz, oltre che dal chip e dal trimmer di prima generazione. Nelle versioni successive i componenti elettronici diventano via via più piccoli.

    L’architettura del calibro B12

    La costruzione, se possibile, è ancora più complessa e di difficile messa a punto rispetto all’elettronico a bilanciere. L’àncora è raggiunta da due mollette a spirale che portano i due poli della corrente: una è connessa alla massa e l’altra al chip. Sollevare la corona provoca il distacco del contatto del positivo dalla batteria. Per far avanzare il datario, si deve ruotare avanti e indietro di mezzo giro la corona nella posizione di riposo: girando in avanti una levetta aggancia un dente del datario e tornando indietro la trascina. L’indicazione dei giorni della settimana si regola solo avanzando l’ora.

    L’uscita sul mercato avviene in tempi relativamente rapidi: il calibro B12 è presentato nel 1973. Osservandolo, si nota un aspetto abbastanza diverso dalla produzione coeva, elegantemente miniaturizzato. Al contrario degli elettronici B10 e B11, gli esemplari che montano il quarzo B12 sono molto più facili da reperire sul mercato. Quel movimento infatti è stato incassato da molte marche: la più famosa è forse la francese Yema – che negli ultimi anni è tornata prepotentemente sul mercato. Il B12 inoltre si è rivelato molto affidabile, e trovarlo funzionante non è affatto un problema.

    I successivi calibri al quarzo

    La versione da donna esce nel 1975 e prende il nome di B20. La parte meccanica non cambia, mentre quella elettronica beneficia della miniaturizzazione, intervenuta nel frattempo nell’elettronica, e dell’assemblaggio più compatto: il chip è montato in verticale, pressoché attaccato al ponte che porta i magneti permanenti. La rimozione del trimmer e del datario fanno il resto.

    Nel 1977 si lavora su due prototipi di calibro ultrapiatto: il B17 e B18, con i quali realizzare orologi di soli 2,6 mm di spessore. Se lo sviluppo fosse andato in porto, il calibro sarebbe stato il più sottile del periodo. Al risultato contribuiva la realizzazione di cassa e movimento in un corpo unico, in questo anticipando la Eta e il suo Delirium, e il ben più famoso discendente Swatch. Un concetto costruttivo che si riscontra ancora ai nostri giorni in certi meccanici ultrapiatti, come il Finissimo di Bulgari o l’Altiplano di Piaget.

    La fine di Bifora e la rinascita

    Bifora subisce la sorte di molti altri produttori nel periodo del quarzo: la rincorsa tecnologica aveva dissanguato le casse della società, il personale viene licenziato e nel 1977 arriva la bancarotta. L’anno successivo la Casa tedesca è rilevata da quello che era il suo rappresentante in Asia, l’azienda indiana Hiranand Gajria. La produzione degli orologi al quarzo resta inizialmente in Germania, mentre quella dei meccanici si sposta a Bangalore. L’impianto tedesco però chiude definitivamente nel 1983 e lo stabilimento indiano si riconverte alla produzione di componenti automobilistici.

    Nel 2011 però il Marchio rinasce come Bifora Uhren-Manufaktur GmbH e mette sul mercato 60 orologi con avanzi di magazzino del vecchio calibro 130, un carica manuale del 1965. La nuova Bifora resta in attività fino al 2017. Poi, più nulla. Il ricordo della più grande fabbrica di orologi tedesca rimane comunque nell’impegno del Bifora Freundeskreis e.V.: il Circolo degli amici di Bifora che ha allestito un museo a Schwäbisch Gmünd, nel quale organizza periodicamente mostre a tema.

  • Gli elettrici sovietici, risultato di un’economia pianificata

    Gli elettrici sovietici, risultato di un’economia pianificata

    Parlando dell’orologeria della Germania Est, abbiamo fatto un accenno a quella dell’Urss. Dal momento che l’industria della misura del tempo nelle Repubbliche Socialiste ha avuto sviluppi comunque interessanti, merita un minimo di approfondimento. Dunque la tratteremo dapprima in generale, per poi passare agli elettrici sovietici e quindi agli esemplari al quarzo.

    Gli esordi

    I russi sono partiti in ritardo praticamente in ogni settore dell’economia e della tecnica, a causa della struttura sociale di tipo feudale portata avanti fino alle soglie del XX secolo. E l’orologeria non fa eccezione. Ai tempi della Rivoluzione d’ottobre non esisteva alcun mercato per gli orologi da tasca o polso. Non c’era neppure alcuna produzione locale, fatta eccezione per i geniali Bronnikov e i loro orologi in legno. La scarsa richiesta interna era soddisfatta importando gli esemplari dalla Svizzera, per la quale comunque la Terra degli zar rappresentava il quarto mercato. Dal 1917 e per un decennio, le cose peggiorano ulteriormente. Poiché l’Unione Sovietica non disponeva di valuta straniera, le importazioni crollarono e si ridussero ai soli cronometri da marina e quanto altro necessario per la guerra.

    A partire dal 1927 le cose cambiarono, poiché il Partito ordinò di raggiungere l’autosufficienza anche in questo campo. Più facile a dirsi che a farsi, visto che non esisteva niente. L’industria orologiera sovietica cominciò ad assemblare i contenuti dei magazzini di ricambi svizzeri confiscati. Esauriti rapidamente questi ultimi, i tecnici iniziarono a copiare e a riprodurre i componenti, infischiandosene delle proprietà intellettuali altrui. La faccenda funzionò bene con gli orologi da tavolo, tanto che nel 1928 era già in produzione una copia esatta dello Junghans 10, anche se di qualità terrificante.

    Le Fabbriche di Orologi

    Gli orologi da tasca e da polso erano invece una sfida troppo grande da poter vincere senza le attrezzature e l’esperienza necessaria. La precisione richiesta era di un altro ordine di grandezza, le tolleranza si misuravano in decimi di millimetro ed era perciò necessario acquisire la tecnologia. I sovietici allora acquistarono negli Stati Uniti due intere fabbriche in bancarotta, la Ansonia in Connecticut e la Duebner-Hampden in Ohio. Riuscirono ad aggiudicarsi tutti i macchinari per 325mila dollari e tutti i componenti e gli orologi incompleti per 125mila dollari. Agli operai americani e canadesi offrirono un contratto di durata annuale per 4.650 dollari (circa 80.000 dollari in valuta odierna), che comprendeva perfino la malattia pagata. Alla fine dell’anno si tentò di farli restare, ma tutti tornarono a casa.

    Per addestrare i primi 4mila operai, i sovietici reclutarono anche orologiai tedeschi iscritti al locale Partito Comunista, originari della Foresta Nera, di Ruhla e di Glashütte. Altri provennero dalla Svizzera. Grazie a questo massiccio trasferimento, in un’ex piantagione di tabacco nei pressi di Mosca ebbe origine la Prima Fabbrica di Orologi di Mosca (Первый Московский Часовой Завод, ПМЧЗ, Perviy Moskovskiy Chasovoy Zavod). I lavori cominciarono a febbraio 1930, a giugno l’edificio era ultimato, in settembre si installarono i macchinari, in ottobre si avviò la produzione e il 7 novembre uscirono i primi 50 orologi da tasca.

    Occorreranno altri due anni per addestrare adeguatamente il personale, iniziare a progettare in proprio i movimenti (quelli usciti nel frattempo erano basati su disegni della Hampden) e arrivare a qualità e quantità accettabili. Nel novembre 1930 si aprì anche la Seconda Fabbrica, sempre a Mosca. Le due fabbriche esistono a tutt’oggi e sono conosciute con i nomi dei loro marchi più noti: Poljot e Slava. Altri stabilimenti furono poi impiantati altrove, a Leningrado e a Minsk. Quest’ultimo, come vedremo tra poco, avrà un ruolo preminente nel segmento degli orologi elettrici sovietici.

    Gli elettrici sovietici. Parola d’ordine: clonare

    Negli anni ‘50 anche gli ingegneri sovietici si posero il problema di alimentare gli orologi con le pile, e come trent’anni prima non sapevano da che parte rifarsi. La soluzione fu la stessa: copiare. Nella Seconda Fabbrica di Mosca clonarono il prototipo del movimento Epperlein 100, ma la qualità era scarsa fin dall’origine, tanto che oggi è impossibile trovarne uno funzionante. Passarono poi ai cloni dell’Hamilton 500, che raggiunse lo stadio di produzione nel 1958. Questi esemplari sono riuniti sotto la comune denominazione di Slava 114ChNC, che include anche il calibro risultante dal mix dei due. In Rete si trova un raro video dei primi anni Sessanta in cui si vedono i tecnici della Seconda Fabbrica di Mosca al lavoro su questo movimento. Non solo. I sovietici clonarono persino il Bulova Accutron 214, che prese il nome di Slava 2937. Si racconta che fosse stato riprodotto a partire dall’esemplare donato da Lyndon Johnson a Nikita Chruscev durante una visita ufficiale negli Stati Uniti.

    L’unico modello elettromeccanico prodotto su larga scala in Urss, alla fine, è stato il clone dello Junghans 600, con bilanciere, bobina fissa e transistor. Prenderà il nome di Luch 3045 perché realizzato nell’omonima fabbrica di Minsk, Bielorussia. Sebbene gli elettrici sovietici non fossero altro che repliche, quel movimento era ottimo e una volta regolato poteva ambire alla certificazione di cronometro. Non la ottenne solo perché per i sovietici elettrici ed elettromeccanici non esisteva la certificazione Gost (grossomodo l’equivalente dell’Iso occidentale), che fu emanata solo nel 1986. Il Luch 3045 risultò anche affidabile, tanto che oggi si trova con relativa facilità. Tuttavia era datato 1976, quando nel resto del mondo i calibri elettromeccanici avevano ormai imboccato il viale del tramonto e già da qualche anno brillava la stella del quarzo.

    Il passaggio al quarzo

    Il Luch 3045 fungerà poi da base per il primo quarzo analogico sovietico, il Luch 3055, prodotto tra il 1975 e il 1981. Riprendeva il concetto di bilanciere regolato dal quarzo anziché da transistor, il che lo accomunava ai PUW 5000, ai Golay 7723, ai Timex M62 e pochi altri. Orologi che si riconoscono fin dalla prima occhiata perché, pur essendo dei quarzi, la lancetta avanza in continuo come sui meccanici tradizionali. Il calibro Luch 3055 è presentato nel 1981 – ancora in grande ritardo rispetto al resto del mondo –, ma è comunque prodotto in molti esemplari e continuamente affinato con generazioni successive. La meccanica era realizzata a Minsk, la schedina elettronica proveniva dalla Uglitch. Il consumo era elevato, 18 microampere, e limitava la durata della pur grande batteria (LR 44) a un anno.

    Una volta impratichitisi col quarzo, i sovietici produssero movimenti più compatti, come il 3050 e il 3056 che montavano ancora un motore ad avvolgimenti, il cui consumo di corrente era sempre elevato. Infine, con i movimenti 1936 e 2350 arrivò il motore Seiko/Lavet, di dimensioni minori e maggiore autonomia. I quarzi non erano più pietre tagliate a mano: li produceva l’americana Statek in forma di diapason con processi fotolitografici. Usciranno anche movimenti da donna, come il 1356, e un calibro ultrapiatto, il 2356, di solo 2,1 mm di spessore.

    In realtà l’avventura dei sovietici nel quarzo non iniziò dagli orologi analogici, ma da quelli con display digitale, materia nella quale erano più ferrati. Basti pensare che la Integral Electronics di Minsk, fondata nel 1961, per alcuni anni ha prodotto metà del fabbisogno mondiale di chip. I primi prototipi con display Lcd sono già del 1973, poi arriveranno anche i display a Led.
    Il grosso della produzione avverrà nella sussidiaria Elektronika di Minsk, avviata nel 1979, che si occupava anche dei moduli elettronici. Mentre le plastiche della cassa erano ancora una volta realizzate dalla Umf Ruhla, che aveva sviluppato una grande esperienza in questo settore. Elektronika sarà spazzata via dalla fine dell’Unione Sovietica: la concorrenza dei prezzi cinese non era contrastabile.

  • Ruhla: gli elettrici della Ddr

    Ruhla: gli elettrici della Ddr

    1862. A Ruhla, nella regione tedesca della Turingia, nacque una fabbrica metallurgica che prese il nome della città. Nella prima metà del Novecento era già affermata nella produzione di orologi. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Urss la confiscò e ne mantenne la proprietà fino al 1952, quando la trasferì alla Ddr. Allora il Partito impose brutalmente la chiusura degli stabilimenti sia di Ruhla sia di Glashütte, in Sassonia. Azzerando la produzione orologiera in Germania, intendeva assicurare un mercato all’orologeria sovietica, decisamente inferiore rispetto a quella tedesca tanto nella qualità quanto nel progresso tecnico.

    I tedeschi di Ruhla progettarono a tutta velocità un movimento elettrodinamico con contatto elettrico, bilanciere con bobina mobile e magneti fissati sulla platina. Il loro scopo era scongiurare la chiusura della propria fabbrica, convincendo i sovietici con un progetto tecnologicamente rilevante. Era il 1960, l’anno di uscita del Bulova Accutron 214. Nel ‘58 c’era stato l’annuncio urbi et orbi dell’Hamilton 500 e del Lip R27, che erano costati agli americani e ai francesi tanta fatica, senza ottenere però i risultati sperati. Ricordo che Elgin, l’azienda americana che aveva collaborato nello sviluppo dell’R27, era finita in bancarotta ed era stata costretta a vendere il proprio marchio.

    Ruhla e Günter Krug

    Ai tedeschi invece l’operazione riuscì. Lo sviluppo del calibro era iniziato nel ’59, con l’ingegner Günter Krug a soprintendere il progetto. Il quale così racconta nelle sue memorie: “Nel luglio del 1959 la dirigenza della Ruhla mi commissionò lo sviluppo del primo orologio elettrico realizzato nella Repubblica Democratica Tedesca. Quando iniziai il lavoro, non avevo idea di com’era fatta una resistenza, una bobina o un contatto elettrico. Era un universo completamente nuovo per me. Iniziai così a studiare i principi dell’elettromeccanica, documentandomi sulle tecnologie disponibili al momento e cercando di elaborare soluzioni abbastanza affidabili per evitare problemi sia durante lo sviluppo del movimento che di funzionalità.

    Dato che l’orologio elettrico era già una realtà negli Usa fin dal 1958 – ma anche prima, come quello prodotto dalla Elgin e poi il famoso Hamilton Electric -, avevo del tutto fiducia nella riuscita del nostro progetto. Anche l’Ovest aveva fatto la sua parte nella realizzazione di un orologio elettrico, come per esempio la Epperlein di Pforzheim, che aveva creato un calibro raffinato ma molto fragile, per cui andò quasi subito fuori produzione. Epperlein rinunciò quindi al progetto, ma anche a un importante bacino di mercato. E ora avevamo la concorrenza da affrontare: l’Ovest. E noi, della Umf Ruhla potevamo fare di meglio? Certamente! Arrivammo a produrlo a pieno regime nel 1964/65″.

    Le difficoltà

    E in effetti nel 1964 quel progetto valse a Krug il Premio Nazionale per la Scienza e la Tecnologia, mentre la Ruhla si aggiudicò la Medaglia d’oro alla Fiera di Lipsia l’anno successivo. Tuttavia ciò che ostacolava l’industrializzazione era il problema delle pile, difficili da reperire dopo la costruzione del Muro. Racconta sempre Krug: “L’orologio elettrico ha bisogno di un elemento fondamentale per il suo funzionamento: la batteria. La Ruhla esportava orologi in tutto il mondo, anche nella Repubblica Federale, usando i marchi degli importatori. In questa maniera riuscivamo anche ad esportare i nostri orologi negli Usa. Ma avevamo sempre il problema della batteria. Utilizzavamo batterie Mallory per i nostri elettrici, anche nella Ddr.

    Il 1961 fu l’anno della costruzione del muro di protezione antifascista che segnò per i cittadini della Ddr la fine degli accordi commerciali con l’Ovest e creò un problema non di poco conto per noi: la mancanza di materie prime a prezzi agevolati. Così, fummo costretti a rallentare la produzione dei calibri, a modificarli anche sulla catena di montaggio, per sostituire le componenti importate con altre prodotte direttamente da noi in casa, e ridurre così la nostra dipendenza dalle materie prime straniere. La lista degli importatori era anche lunga, e per evitare il collasso della produzione, dovemmo affidarci alle case orologiere sovietiche per sostituire temporaneamente i nostri movimenti meccanici con i loro”.

    In effetti Ruhla presentò il calibro 25 alla Fiera di Lipsia nel settembre 1962 e lo distribuì nei negozi a fine anno, con un prezzo di 190 marchi. Come detto, però, dovette attendere ancora 3 anni prima di riuscire a produrlo in una certa quantità. Tuttavia non raggiunse mai i livelli di produzione del calibro 24, un meccanico di estremo successo, che conobbe numerose variazioni. Per capirci meglio, nel giro di pochi anni la Ruhla ne produsse 5 milioni di unità, con tutti i componenti realizzati in-house.

    Il calibro Ruhla 25: caratteristiche e variazioni sul tema

    Comunque, il calibro 25 era robusto e di buona qualità: era montato su 17 rubini (di cui 3 senza funzioni meccaniche), contava 2,5 oscillazioni al secondo e misurava 24 mm di diametro per 6,3 di spessore. Ruhla lo ha prodotto nella versione 25-10 a due lancette, e nelle versioni 25-12, 25-80 e 25-82 a tre lancette – gli ultimi due in grado di autoavviarsi, mentre il gli altri dovevano essere scossi per avviare il bilanciere. Esisteva anche in una versione con l’illuminazione notturna che si accendeva con un pulsante al 2. La corona invece era al 4. La bobina era incollata al bilanciere, col sottilissimo filo di rame che passava libero fino al contatto mobile, per cui era necessaria estrema attenzione durante lo smontaggio.

    Una curiosità: il calibro 25 equipaggiava come orologio di bordo anche la Wartburg 353, l’utilitaria prodotta nella Germania Est dalla lunga carriera commerciale.

    Nel 1967 Ruhla rimpiazzò il calibro 25 con il calibro 26, che essenzialmente era una versione più economica, meno curata nelle finiture e con un numero inferiore di rubini. L’obiettivo era poter esportare il movimento negli Usa, dove i dazi crescevano in proporzione all’aumentare delle pietre. La frequenza del bilanciere passò a 4 Hz, ovvero 28.800 alternanze orarie. Ospitava una pila più grande, LR44 al posto di LR43 per aumentare l’autonomia. Il costo scese a 155 marchi.
    La produzione cessò nel 1975, quando il calibro 25 e 26 faranno posto al calibro 28 al quarzo, cui dedicheremo un prossimo approfondimento.

    Oltre il Muro

    Sebbene il calibro 25 non raggiunse mai l’industrializzazione in larga scala, Ruhla fu in grado di produrne circa 50.000 esemplari l’anno. E li esportò sotto vari nomi: Champion, Newport, Chronelex, Lafayette, Worldtime, Unilectric e altri ancora. Con alcuni di questi marchi riuscì a raggiungere perfino gli Stati Uniti, grazie a Roland Gsell, un orologiaio e imprenditore svizzero con cittadinanza americana. Fu lui a cogliere l’opportunità di mettere in vendita orologi più affidabili dei Timex M87 e più rifiniti degli M40 (francamente orrendi una volta aperto il fondello) e che costassero meno degli Hamilton 500/505.

    Mise così in piedi un business redditizio. Per prima cosa importava dalla Germania orientale il calibro 25 di Ruhla tramite la Ermi, una sua controllata tedesco-occidentale. Una volta oltrepassato il Muro, i movimenti erano incassati negli orologi dei marchi citati sopra. Sul quadrante, la scritta “West Germany” aggirava il divieto di commercio con gli Stati socialisti.

    Al giorno d’oggi gli esemplari con calibro 25 e 26 si trovano con una certa facilità sul mercato dell’usato, ma raramente marciano bene. Non solo il bilanciere e l’alimentazione elettrica richiedono una faticosa messa a punto, ma spesso non si capisce il motivo per cui proprio non funzionino.

  • Timex Electric, l’avventura degli americani in Germania

    Timex Electric, l’avventura degli americani in Germania

    Nata come Waterbury Clock Company nel 1854 nella città omonima del Connecticut, Timex era da sempre specializzata in orologi economici ma affidabili. Esordisce nell’orologeria elettrica con l’acquisizione nel 1959 di Laco-Durowe, una casa tedesca fondata negli anni ’20 a Pforzheim dalla famiglia Lacher. Il che segna l’inizio della storia della Timex Electric.

    Il Laco Electromat

    Laco è nota per essere la prima casa ad avere un calibro da polso elettronico funzionante. I prototipi risalgono al 1956, lo stesso anno in cui Shockley, Bardeen e Brattain vincono il Nobel per la fisica grazie all’invenzione del transistor (1947). Il calibro Laco Electromat era pronto nel 1958, ma il lancio fu posticipato perché i transistor non erano ancora sufficientemente affidabili. Solo un anno dopo apparve l’Accutron, che ottenne uno straordinario successo (5,5 milioni di pezzi venduti dal 1960 al 1977) e divenne perciò l’apparecchio elettronico più diffuso negli anni ’60. All’epoca dell’uscita dell’Electromat sul mercato, quindi, gli unici concorrenti erano i calibri elettrici di Hamilton (500-505) e Lip (R27).

    Quando la US Time Corporation (così si chiamava Timex a quell’epoca) acquisì Laco, entrò in possesso anche dei progetti e dei prototipi dell’Electromat. Ma il calibro, così com’era, risultava eccessivamente costoso: un solo transistor al silicio costava 32 marchi tedeschi. Di conseguenza parve più conveniente tornare a un movimento completamente elettrico, adottando un bilanciere con bobina mobile che oscillava a 21600 alternanze/ora (3 Hz) e un filo di contatto in lega di oro-argento-palladio. Il filo era progettato per una durata di 5 anni, ma molti esemplari si trovano ancora in perfetto stato dopo oltre mezzo secolo.

    Nel 1965, Timex rivendette la Durowe ad Ebauches SA, ma mantenne il marchio Laco, che fu riacquistato dalla famiglia Lacher nel 1985. Ed esiste tuttora.

    Il solito problema della pila

    Quanto all’alimentazione, il primo prototipo, denominato Laco 860, era dotato di una particolare pila a forma di mezzaluna sviluppata appositamente da Varta. Il design insolito era concepito per sfruttare lo spazio precedentemente occupato dal modulo elettronico. Tuttavia, Timex Electric si imbatté in una problematica già riscontrata da Lip ed Hamilton: ogni pila non cilindrica causava perdite di acido.

    Nel calibro definitivo, si optò quindi per una normale pila cilindrica, la LR44, senza tuttavia preoccuparsi di adattare la forma del movimento. Il risultato fu la presenza di un ampio spazio vuoto sul bordo esterno, ad eccezione del punto in cui la pila si trovava, con una protrusione che si estendeva per quasi metà al di fuori della base.

    Laco 861 ovvero Timex M67

    Il calibro definitivo prese il nome sia di Laco 861 che di Timex M67, come rivelano gli esemplari tuttora disponibili. A creare ulteriore confusione, molti dei successivi calibri Timex Electric, indicati tutti con la lettera M che sta per Model e prodotti in Germania Ovest, assumono nomi con numeri più bassi. Ad ogni modo, quel movimento si è dimostrato estremamente affidabile. Come in altri orologi dell’epoca – l’Accutron 214, il successivo Longines Ultra Quartz o il curioso Golay FB7723 – la corona posta sul fondello conferiva all’orologio una linea elegante e sottolineava che non c’era bisogno di caricarlo o regolarlo di frequente.

    Nonostante le 3 oscillazioni al secondo, la lancetta dei secondi si muoveva una sola volta al secondo grazie al meccanismo dei secondi morti. All’epoca, questa scelta tecnica e commerciale era volta a sottolineare la differenza tra gli orologi meccanici e gli orologi elettrici o al quarzo. Ciò naturalmente contribuiva ad aumentare il costo, già relativamente elevato rispetto agli standard Timex. Il raffinato calibro 861 si distingue per la buona qualità costruttiva, con 11 rubini e l’Incabloc sul bilanciere. Si presentava però senza la funzione del datario.

    Gli sviluppi al risparmio

    Le versioni successive comprendevano i calibri 870/871/Timex M84, sempre senza datario, e l’880/881/Timex M85, dotati di datario a 12 ore. In questi ultimi, ai 31 numeri, erano alternati dei puntini. A mezzogiorno, la ruota compiva un mezzo scatto che faceva scomparire dalla finestra il punto da sopra il numero del mese e faceva comparire quello sotto, indicando così le ore a.m/p.m.

    La diversa configurazione mirava non solo all’aggiunta del datario ma anche a una collocazione più stabile della pila, soprattutto per ridurre i costi di produzione. Di conseguenza, il numero dei rubini scese a 6. La corona rimaneva posizionata sul fondello: sollevandola si bloccava il bilanciere, interrompendo l’alimentazione alla bobina.

    La Timex Electric progettò i calibri successivi in modo da ottenere la massima economia costruttiva. Nell’ottica di avere prezzi di mercato sempre più contenuti, negli anni si raggiunsero i 25 dollari a pezzo. E la produzione poté proseguire fino al 1975, con gli ultimi esemplari assemblati a Taiwan.

    Dall’M40 al Dynabeat

    Nel 1970 fu poi la volta dei calibri M40, M41 e M42, rispettivamente solo tempo, data e day-date. Anche questi movimenti furono completamente progettati con l’unico criterio dell’economicità. Così, le platine di ottone furino sostituite con spessi ponti di acciaio piegato, i “rubini” (in realtà 2) erano di plastica, il quadrante era tenuto in posizione da 4 linguette pieghevoli, e senza quest’ultimo le ruote del datario non stavano al loro posto.

    Una caratteristica particolare era il ponte del bilanciere piegato in modo da essere regolato elasticamente: avvitando più o meno una delle due viti, si regolava l’altezza e si poteva ovviare all’usura dell’albero del bilanciere, che era conico. Il filo conduttore era un semplice filo, come nei Lip R148/184, mentre nei Laco era una struttura più complessa ed affidabile, piegata a “U” e completa di gabbietta protettiva.

    In questi calibri, il guasto più frequente era l’usura del contatto sul bilanciere, seguito dalla rottura del filo o dalla sua spiegazzatura a seguito di qualche operazione di cambio pila non adeguata, oppure dalla piegatura delle caviglie dell’ancora. Altra rottura frequente era la molla di ritenzione del disco data: il risultato era che nell’arco della giornata la data tornava lentamente al giorno precedente. Più difficile invece la rottura della bobina.

    A questa serie fecero seguito i calibri M253, 254 e 255 (normale, datario e day-date) “Dynabeat“, simili all’M40 ma con oscillazioni aumentate a 4 Hz, pari a 28.800 alternanze orarie. Il calibro M265 introdusse una seconda lancetta delle ore per un altro fuso orario. La produzione di questi movimenti continuò fino al 1982.

    Timex Electric al femminile

    Anche se la Timex Electric non ottenne il record di primo orologio elettrico, ce la fece su quello del primo calibro elettrico da donna. Il Laco 900/Timex M82 è stato lanciato nel 1965 e prodotto fino al 1971. Era un’elegante miniaturizzazione dell’861, con la corona spostata nella posizione tradizionale. Lo slogan della pubblicità era appunto: “Electrify your wife. $50.”, che invita a pensare che l’orologio per le signore fosse un’ esigenza… maschile.

    A questo fanno seguito i calibri M69 e M71 del 1972 (privo e con datario), che sono invece realizzati sulla base degli M40, con lamiera di acciaio piegata. È esistito anche un prototipo del calibro M57, un M69 con sveglia elettrica alimentata da una seconda pila.

    La “vera” elettronica

    Così come il Lip R148 del 1962 si autodefiniva con una certa prosopopea “elettronico” a causa del diodo montato in parallelo alla bobina, svolgendo la funzione di spengiscintilla, la serie M50, M51, M52 di Timex Electronic adottava una soluzione simile, posizionando il diodo insieme alla bobina sul bilanciere. Il modello M65, inoltre, introduceva il secondo fuso orario, simile all’M265.

    Per trovare qualcosa di genuinamente elettronico, è necessario esaminare il calibro M87, datato 1969: una variante dell’M84 in cui il filo di contatto era sostituito da una scheda con due transistor che regolavano il movimento del bilanciere. Con questo movimento, effettivamente, si ritorna al progetto originale del Laco Electromat, dopo 13 anni: il tempo trascorso ha contribuito a rendere i transistor affidabili ed economici.

    Finalmente, l’avvento del quarzo

    Nel 1972, Timex Electronic abbraccia l’era del quarzo. Come altri produttori – ad esempio Bulova con i primi Accuquartz –, per non perdere il treno dell’ innovazione e poter scrivere “Quartz” sul quadrante, in un primo momento si limita ad aggiungere una schedina elettronica a un movimento esistente. Ecco quindi il calibro M62, prodotto inizialmente solo per pochi mesi, seguito poi dal calibro M63.

    La differenza principale tra i due risiede nel chip SMD e nel posizionamento del quarzo sulla faccia inferiore della scheda, anziché isolato dall’altra parte del movimento. La schedina di supporto assume una forma più compatta, a mezzaluna, rispetto alla struttura a “U” che abbracciava l’intera parte meccanica. Entrambi i calibri sono rimasti in produzione fino al 1980.

    Proprio per massimizzare l’efficienza degli impianti produttivi, contenere i costi e uscire velocemente sul mercato, questi calibri sono essenzialmente identici agli M40. Tra il polo negativo della pila e il filo di contatto è inserita una schedina al quarzo con trimmer di regolazione, un elemento che ha rappresentato una sfida significativa per i produttori. La modifica è talmente semplice che è possibile rimuovere la schedina e chiudere il contatto per ottenere un movimento M40 funzionante. La stessa logica che ha utilizzato Porta con i movimenti 5000.

    È importante sottolineare che la regolarità del movimento dell’orologio dipende sia dalla corretta regolazione del quarzo che dalla buona condizione della racchetta del bilanciere: se non sono sincronizzati alla perfezione, si ha un’irregolarità di funzionamento e un più elevato consumo di corrente.

    L’evoluzione successiva, M66 e M73 (con funzione datario e regolazione rapida), introduce solamente una schedina migliorata con un diverso trimmer.

    Timex Electric nelle evoluzioni successive

    Negli anni ’80, Timex Electronic abbandona l’uso del bilanciere tradizionale per abbracciare i motori passo-passo, che già da anni erano arrivati a consumi abbastanza bassi da garantire una buona durata della pila. Tra le varie realizzazioni, spiccano i calibri M43 e M272.

    Il calibro M43 segue il concetto dell’Omega Megaquartz 1500, anche se quest’ultimo, pur condividendo il medesimo principio, aveva un prezzo paragonabile a quello di un’automobile. Qui un impulso elettrico inviato a una bobina incollata su un’ancora induce la rotazione di quest’ultima, spingendo un indice solidale alla bobina e muovendo la ruota dei minuti. Si noti che questo avanzamento avviene solamente una volta al minuto per minimizzare il consumo energetico. La costruzione economica e delicata rende praticamente impossibile smontare il movimento.

    Il calibro M272, invece, è progettato per orologi ultrapiatti e adotta un motore passo-passo tipo Portescap a 6 poli. La ruota dei minuti si muove ogni 20 secondi o, durante la regolazione, ogni secondo. Per ridurre il numero di componenti, la ruota calettata sul motore ingranava direttamente con la ruota dei minuti, la quale era abbastanza grande da coprire l’intero movimento, inclusa la ruota delle ore. Di conseguenza, la lancetta delle ore si trovava sopra a quella dei minuti. Il movimento era incollato direttamente al fondello, e di fatto era pressoché irreparabile.

  • Porta-PUW, altri elettrici tedeschi

    Porta-PUW, altri elettrici tedeschi

    Continuiamo la rassegna sulla storia degli orologi elettrici. Dopo Junghans, restiamo in ambito tedesco per concentrarci su un nome sconosciuto ai più: Porta-PUW…

    Porta-PUW è stata una casa tedesca fondata nel 1932 da Fritz Wagner come Pforzheimer Uhren-Rohwerke GmbH, ovvero Fabbrica di movimenti grezzi per orologi di Pforzheim S.p.A. In particolare, Porta deriva dall’antico nome latino di Pforzheim, Porta Hercyniae, cioè la porta della Foresta Nera. Nel corso del tempo, la società ha attraversato diverse fasi, affrontando sfide e cambiamenti significativi.

    La storia di Porta-PUW in sintesi

    Il 23 febbraio 1945, durante la Seconda Guerra Mondiale, la sede di Porta-PUW subisce un bombardamento, durante il quale Fritz Wagner perde la vita, insieme alla moglie e al figlio. Nel 1948, la società è riaperta da Rudolf Wehner, un maestro orologiaio che aveva già ricoperto il ruolo di Amministratore delegato. La nuova fabbrica prende il nome di Porta Uhrenfabrik Wehner KG: PUW, appunto. Negli anni ’60, Porta-PUW inizia a esplorare il mondo degli orologi elettrici, attraverso la società Porta Mikromechanik AG.

    Nel 1970, Rudolf Wehner si ritira, e passa il testimone al figlio. Nonostante gli sforzi e l’innovazione, però, nel 1990 la società chiude i battenti, questa volta non a causa di agenti esterni, ma per debiti e difficoltà finanziarie. La parte della produzione dei movimenti è acquisita da ETA: e l’acquisizione segna la fine di un’era.

    L’Elechron prima e poi il transistor

    Nel 1966, quando gli orologi elettronici erano già presenti da alcuni anni sul mercato, Porta-PUW presenta un orologio completamente elettrico chiamato Elechron. Il movimento – calibro PUW1000, concettualmente simile al Timex M67/Laco 861 – è caratterizzato da una bobina posizionata sul bilanciere e un magnete permanente incollato al ponte. Il contatto elettrico è chiuso dal passaggio del bilanciere.

    Oltre al calibro PUW 1000, che gestisce solo le funzioni di tempo, arrivano quindi il 1001 che aggiunge il datario e il 1002 che offre anche data e giorno della settimana. Questi movimenti hanno avuto successo nonostante l’arrivo relativamente tardivo e la concezione già considerata obsoleta. Ancora oggi, è possibile trovarli montati su orologi d’epoca prodotti da vari marchi, tra cui Helbros e Breil.

    Il passaggio al transistor rappresenta una svolta importante per molte aziende orologiere, compresa Porta-PUW, che lo utilizza per risolvere il problema del contatto elettrico – punto debole di molti calibri elettronici. Sebbene non sia una novità assoluta in orologeria – è utilizzato da Bulova negli Accutron fin dal 1960 -, la diffusione dei transistor diventa sempre più ampia. Il calibro 1000, presentato proprio nel 1966, segna l’inizio di un nuovo capitolo nella storia della Casa tedesca.

    Il 2000, il 2500 e il 3000

    Ma Porta-PUW non si ferma al successo del calibro 1000, e prosegue con lo sviluppo di nuovi movimenti. Per il calibro 2000, concepisce uno schema elettronico che utilizza tre transistor, tre resistenze, un condensatore e una sola bobina. L’Accutron si serve di un terzo dei componenti (un transistor, un condensatore, una resistenza), ma ha bisogno di tre bobine: considerato che in ogni bobina ci sono 8.100 giri di filo di rame da 0,015 mm, si ottiene un totale di 80 metri…

    Nel calibro 2000, che misura 28,1 x 5,9 mm, la bobina è sempre sul bilanciere e sul ponte ci sono tre magneti fissi. Il bilanciere ha una frequenza di oscillazione di 28.800 alternanze orarie. Il movimento è autoavviante e utilizza componenti discreti, ma è prodotto dal 1971 per un breve periodo, per poi lasciare spazio al calibro 2500 (2501 solo data, 2502 funzione day-date) nel 1973. Quest’ultimo segna un’ulteriore evoluzione, perché introduce l’utilizzo di un singolo circuito integrato, il TBA 840 della ITT (Intermetall Gesellschaft für Metallurgie und Elektronik) di Düsseldorf. Il chip racchiude tutti i componenti che precedentemente si trovavano sulla schedina.

    Nonostante l’affidabilità, il calibro 2500 resta in produzione soltanto per tre anni, fino al 1976, per un totale di 30mila esemplari. Certo, ha avuto successo ed è stato venduto a diversi produttori, tra cui Elgin, Fleurier, Gruen, Hamilton, Helvetia, Invicta, Pallas-Ormo, Sandoz, Solvil & Titus e Waltham… Ma i costi di produzione elevati limitano i profitti per l’azienda.

    Dopo il calibro 2500, nel 1972 Porta-PUW introduce il calibro 3000, un movimento di forma tonneau montato negli esemplari destinati al pubblico femminile. Le dimensioni sono ridotte: 18 x 15,2 x 4,8 mm. Mantiene la stessa tecnologia dei movimenti precedenti, ma in una versione miniaturizzata. Conosciuto anche come Ladychron, questo movimento è utilizzato da varie case di orologeria ed è ancora reperibile oggi a un prezzo accessibile.

    Il quarzo di Porta-PUW: i calibri 5000 e 5500

    Nel 1971, seguendo la tendenza dell’industria orologiera verso il quarzo, Porta-PUW presenta il calibro 5000. Tuttavia, con il suo approccio conservativo, il movimento è un ibrido tra passato e futuro. Si serve di un circuito al quarzo accoppiato a un movimento con bilanciere a 4 Hz (28.800 a/h), che funge da motore passo-passo. Il quarzo, un Motorola MTQ-65 a 65.536 Hz, è abbinato a un chip di controllo Motorola STD115F con 15 divisori.

    Le varianti includono il 5001 con datario mensile e il 5002 con data e giorno della settimana. Nonostante questa soluzione innovativa, Porta-PUW mantiene il contatto elettrico, consentendo un facile recupero e riuso del movimento. Nel caso di un’eventuale scheda bruciata, è possibile rimuoverla o escluderla e chiudere il contatto, trasformando il movimento in un PUW 1000, nel quale la regolarità di marcia è garantita dal bilanciere anziché dal quarzo.

    L’ultimo atto nella storia di Porta-PUW è rappresentato dal calibro 5500, prodotto per un breve periodo di tempo. Questo movimento elimina il punto debole del contatto a sfregamento, combinando le caratteristiche dei precedenti 2000 e 5000. La bobina sul bilanciere è alimentata direttamente dalla schedina, eliminando il contatto elettrico. Nonostante la breve produzione e la limitata diffusione, il PUW 5500 testimonia gli sforzi di Porta-PUW nell’innovare e affrontare le sfide tecnologiche del suo tempo. Oggi, trovare un esemplare del PUW 5500 può risultare difficile proprio per il periodo di produzione limitato e lo scarso utilizzo da parte dell’azienda stessa.

  • Lip Quartz: l’evoluzione, dall’elettrico al quarzo

    Lip Quartz: l’evoluzione, dall’elettrico al quarzo

    Continua… In Lip ci si interessava al quarzo già dalla fine degli anni ‘50. Nel 1954 il fisico tedesco Auguste Karolus (1893/1972) presentò al Congresso Internazionale della Cronometria di Parigi un quarzo in forma di diapason delle dimensioni di una penna. Paul George, insieme ai consulenti Yves Rocard e Pierre Mesnage del laboratorio Lip, decise di intraprendere gli studi per miniaturizzarlo fino a farlo entrare in un orologio. 

    Teniamo presente che fino ad allora i quarzi erano tagliati a forma di barretta e che la frequenza di vibrazione era funzione diretta di lunghezza e larghezza (ma non di altezza): difatti i primi orologi svizzeri e giapponesi avevano quarzi da 8.192 Hz perché, per alzare la frequenza, occorrevano dimensioni che eccedevano le possibilità di un orologio da polso. Si era invece scoperto che tagliando i quarzi in forma di diapason, si ottenevano frequenze più alte a parità di volume.

    Lip Quartz: si parte dal mare

    Come sempre accade, la prima tappa furono i cronometri da Marina. Perché, dal punto di vista di un orologiaio, hanno due grandiosi pregi: sono molto grossi e possono essere venduti a prezzi alti.

    Il primo di questi vide la luce nel 1957 e fu il primo al mondo con un quarzo in forma di diapason.  Solo che eravamo ancora sui tre litri di volume. Nel 1959, con uno di questi Lip ottenne il primo certificato di cronometro al mondo per un orologio al quarzo.

    Nel 1963 si arrivò a scendere sotto il litro di volume complessivo. Si comprese come la strada per arrivare ai 3,75 cm cubici fosse ancora lunga: nel 1965 si arrivò a 0,75 (quanto una bottiglia bordolese, insomma) e a 1,5 kg. Mancava ancora un po’, ma intanto si iniziavano a realizzare degli orologi da tavolo. Però, già nel 1962 George – grazie a un nuovo procedimento di taglio a ultrasuoni – era riuscito a ottenere un quarzo di 15 mm e 1.920 Hz: la divisione fino a 60 Hz avvenne tramite uno dei primi chip usciti dalle officine del CEH di Neuchâtel.

    Nel 1965 si raggiunsero gli 8.192, i 16.384 e i 32.768 Hz. Come già sappiamo, negli stessi anni tutti gli altri produttori stavano battendo la testa sugli stessi problemi: dimensioni e consumi.

    Le invenzioni moderne sono un lavoro corale

    Oltre ad alzare la frequenza del quarzo si dovette persino risolvere il problema di riuscire a mettere sottovuoto un tubetto così piccolo, cosa che lo specialista elettronico Gabriel Cart realizzò con l’aiuto di IBM. Il disegnatore Paul Landarchet migliorò il processo fotolitografico dei circuiti. Jean Tortey mise a punto il taglio a ultrasuoni del quarzo e François Jouffroy la metallizzazione sottovuoto a freddo dello stesso. Charles Naly mise a punto il motore.

    In quel periodo storico erano già esistenti i motori Lavet, ma consumavano ancora troppo. Lip mise a punto un motore con 4 bobine fisse sul ponte e 8 poli di samario-cobalto incollati a polarità alternate sul rotore: a ogni impulso, il motore effettuava un ottavo di giro. Questo tipo di motore, chiamato – ça va sans dire – Lip e presentato al Congresso di Friburgo del 2 giugno 1972, ebbe vita breve ma lo utilizzarono anche altri produttori, come ESA sui calibri 9180 e 9240. Aveva il pregio di essere molto silenzioso, ma per contro era complesso e costoso da costruire.

    Il 14 settembre 1971 Jacques Saintesprit e Jean-Georges Laviolette presentarono in una conferenza stampa un prototipo, che prese il nome di Exachron, con quarzo a diapason di 8.192 Hz di frequenza, motore Lip e chip Motorola MC61. Laviolette spiegò: «Il fattore di qualità di un bilanciere a spirale è nell’ordine di 300 nel migliore dei casi. Quello di un diapason si avvicina a 3.000. Un quarzo si posiziona tra 50.000 e 100.000».

    Che cosa cambiava

    In termini di precisione, si passò dai 5 minuti/settimana di un meccanico al minuto/settimana dell’elettrico, al minuto/mese di un orologio diapason per arrivare ai due minuti/anno del quarzo. Un prototipo successivo fu mostrato il 25 novembre alla Società di Cronometria di Parigi.

    Nel 1973 si arrivò al prototipo Isochronic, presentato al Salone di Basilea. Rispetto all’Exachron guadagnava il quarzo a 32.768 Hz, i secondi centrali ma non ancora il datario, che entrò nella versione R32, finalmente definitiva. La “R”, invece, come tutti i calibri Lip, indicava la forma rotonda, mentre il 32 il diametro e la frequenza in KHz del quarzo. Se ne produssero i primi mille esemplari su un’ébauche prodotta da Durowe. Finalmente il quarzo era pronto per la commercializzazione, ma a bloccare tutto arrivò…

    L’Affaire Lip

    La casa orologiera fu suo malgrado al centro di uno dei più imponenti movimenti operai degli anni ‘70 in tutta Europa, il cui esito finale si può riassumere nella battuta: «L’operazione è riuscita: il paziente è morto».

    La crisi già mordeva dai primi degli anni ‘60: un produttore di qualità com’era Lip vedeva la sua quota di mercato erosa dai meccanici economici, tipo Roskopf. Il numero di oltre 500mila orologi l’anno prodotti, come alla fine degli anni ’50, era ormai una chimera. Nella seconda metà del decennio il bisogno di capitali si fece pressante e Fred Lip si decise al passo di cedere un terzo delle azioni alla svizzera Ebauches SA (ESA), che salì fino al 43% nel 1970. Le vendite scesero comunque: nel 1971 calarono a 400mila pezzi e Fred Lip se ne andò. Gli stipendi dei 1.500 operai assorbivano 30 milioni di franchi su 90 di fatturato.

    Nel 1973 il deficit di bilancio raggiunse i 90 milioni di franchi e ad agosto il fallimento fu inevitabile. Gli operai inscenarono manifestazioni, la più imponente delle quali, il 29 settembre, portò in piazza a Besançon oltre 100mila persone. La fabbrica fu occupata e con una sorta di confisca e collettivizzazione si riavviò la produzione e si usarono i proventi delle vendite sottobanco per pagare gli stipendi. Le massicce vendite a basso prezzo, peraltro, misero in crisi anche la rete di vendita ufficiale.

    L’agitazione smobilitò del tutto solo a marzo 1974 e gli operai restituirono 7 tonnellate di materiale e documentazione. Le agitazioni si protrassero comunque fino al 1985 e si conclusero con una vittoria totale degli operai, celebrata da tutte le sinistre europee. Entro poco tempo, Lip fu posta in liquidazione e i 1.500 operai licenziati.

    Tra un botto e l’altro

    Nel periodo tra i due fallimenti gestì l’azienda Claude Neuschwander e sotto la sua guida finalmente uscì in vendità Lip Quartz, nel 1975. In questo triennio ci fu tempo di rivedere il progetto R32, che diventò R33: rispetto alla versione precedente, furono molti i piccoli dettagli modificati: cambiarono la forma e il materiale della schedina elettronica, cambiarono il chip, il trimmer, alcuni ponti, mentre la leva di flyback dei secondi era in un solo pezzo, anziché due, e molto meglio rifinita.

    Cambiarono i contatti del motore, che da due inquietanti filini con chiodino in cima da pressare sulle piste della scheda diventarono un nastro flessibile, molto più affidabile. Il motore, con le bobine così grandi e così esposte, restò però tragicamente fragile. Inoltre, il campo magnetico parallelo all’asse di rotazione provocava a lungo andare un’eccessiva usura dell’albero, perché oltre a ruotare oscillava sul proprio asse.

    In totale furono prodotti 10mila R33, incassati in 4 modelli diversi, di cui uno in cassa asimmetrica disegnato da Roger Tallon. Resteranno in catalogo fino al 1976, ossia l’anno del secondo fallimento, a un prezzo relativamente elevato: da 800 a 975 franchi.

    Non dimentichiamoci delle signore

    In tutto questo, ci fu ancora tempo per mettere a punto la versione da signore: il calibro T24 riuscì a far stare gli stessi componenti (quarzo diapason 32KHz, motore Lip) in una forma a tonneau (da cui la T della denominazione) di soli 15 mm di larghezza. Presentato nel 1970, l’anno successivo uscì la versione migliorata T20, che perlopiù sarà utilizzata da ESA – già socia di maggioranza di Lip – col proprio codice T9241.

    Lip ieri e oggi: conclusione

    Con la storia della Lip si è oltrepassato il periodo degli orologi elettrici per arrivare a quelli al quarzo, abbracciando di fatto tutta la seconda e penultima parte della vita della Casa francese. Il marchio esiste ancora, è di proprietà della famiglia Sensemat e produce, sempre in Francia, orologi anche con lo stesso design del passato, venduti esclusivamente via internet.

    I Lip R184 e R50 hanno avuto una larghissima diffusione e non è difficile trovarne un esemplare funzionante. Discorso diverso per i Lip R27: essendo poco affidabili, è un’impresa trovarne uno che funzioni… e comunque le quotazioni sono alte. 

    I quarzi R33 e T9241 non sono molto diffusi per via dei bassi numeri di produzione, ma non è difficile trovarne qualcuno, più facilmente in Francia o Germania, dove si vendevano a doppio marchio Dugena/Lip.

  • Lip, i primi elettrici al mondo. Al di qua dell’Oceano

    Lip, i primi elettrici al mondo. Al di qua dell’Oceano

    Fred Lip (1905/1996), padre-padrone dell’omonima azienda di famiglia del Doubs, l’aveva ereditata dagli avi Lipmann, che l’avevano fondata nel 1867 a Besançon. Nella sua storia, ormai conclusa, la Lip ha creato “solo” 15 calibri meccanici da polso, 4 meccanici da tasca e 7 elettronici.

    La ricerca della qualità elevata l’ha portata tra l’altro a essere fra le prime case orologiere ad avere una catena di montaggio, già negli anni ‘50. Il che le ha permesso di realizzare oltre 500mila orologi l’anno (il 10% della produzione francese) con soli 1.500 dipendenti.

    La fissazione di Fred Lip per la qualità era tale che quando, nel 1955, alcuni dei suoi ricercatori gli proposero dei prototipi tipo Roskopf – orologi da tasca di larghissima diffusione perché semplici, robusti ed economici, tanto che ancora oggi si trovano con grande facilità – per occupare la parte più bassa del mercato, urlò loro: «Lip produit de la qualité, pas de la merde!». Non serve tradurre…

    Seguirne tutta la storia però ci porterebbe troppo lontano; torniamo a noi.

    Nel 1928 Fred tornò dagli Stati Uniti dove aveva avuto modo di vedere gli orologi elettrici e si era convinto che sarebbe stato il futuro dell’orologeria. Nel 1934 realizzò anche, in collaborazione con Ericsson, un orologio elettrico da tavolo. Gli studi sull’orologio da polso però poterono iniziare solo dopo la guerra: Lip chiese al suo direttore tecnico, Jean-Georges Laviolette, e a Paul Dargier de Saint-Valury di riunire per questo scopo una squadra di una decina di persone. L’incarico era da far tremare i polsi, perché si era agli inizi e mancava tutto, a iniziare dalle pile. Nello stesso periodo, siamo nel 1946, anche Elgin ed Hamilton negli Stati Uniti iniziarono gli stessi studi.

    Da che cosa si inizia? Dalle pile

    Nel 1948 la ricerca partì davvero. Lip impose il segreto assoluto su questi studi, tanto che mise una guardia all’ingresso del laboratorio. Questo comportò peraltro che il team fosse autonomo nella produzione di ogni parte dell’orologio e persino dei macchinari stessi.

    Tutto l’anno 1949 se ne andò insieme all’industria Leclanché nello studio di pile adatte allo scopo: non fu semplice, dal momento che in orologeria servivano pile adatte a consumi molto bassi per una lunga durata. Le pile al momento presenti sul mercato, su un tale lasso di tempo, avevano una dispersione di corrente superiore a quella che se ne andava per l’alimentazione del dispositivo. Inoltre, sempre sul lungo periodo, tendevano a perdere acido.

    Ancora nel 1949 Lip siglò un accordo con la Elgin e una ventina di ingegneri si recò negli States per scambiarsi informazioni. Occorreva persino studiare il filo di rame smaltato atto a realizzare le bobine. In quegli anni si depositarono brevetti su brevetti. La scelta sul tipo di movimento alla fine ricadde su un bilanciere con magneti permanenti spinto da una bobina fissa.

    Finalmente, il 19 marzo 1952, all’Accademia delle Scienze di Parigi, Fred Lip in persona presentò l’R27, frutto di tanto lavoro. In contemporanea, all’Hotel Blackstone di Chicago il presidente di Elgin, John Shennan, presentò il calibro 722, partorito in collaborazione coi francesi.

    L’effetto fu enorme: Albert Caquot, presidente dell’Accademia, dichiarò: «Occorre risalire all’invenzione dello scappamento ad ancora nel 18° secolo per trovare nell’orologeria una scoperta della stessa importanza». Un esemplare fu anche depositato all’Osservatorio di Besançon. L’anno successivo Lip ricevette l’invito a presentare il suo orologio alla Royal Arts Society a Londra, dove accese altrettanto entusiasmo.

    Talmente bello che si butta e si rifà

    Nonostante il clamore della presentazione, si era ancora ben lontani dalla affidabilità richiesta per l’industrializzazione e la commercializzazione: c’erano sempre grossi problemi di consumo, di affidabilità delle pile e di durata dei contatti elettrici. Si depositarono brevetti su brevetti.

    Gli ingegneri ridisegnarono il calibro daccapo nel 1954, alimentato da due pile in forma di fagiolo studiate appositamente dalla Lip, che si integravano in appositi spazi nel calibro. Il problema era che perdevano irrimediabilmente acido dagli spigoli vivi e questo ossidava il movimento. Avevano anche una certa tendenza a esplodere. Videro la luce solo 10 prototipi con le pile a fagiolo e nessuno di questi sopravvisse. Alla fine decisero di abbandonare le pile fatte in casa e di utilizzare quelle di forma cilindrica – cioè come oggi le conosciamo – realizzate dalla Union Carbide.

    Il movimento avrebbe però dovuto essere ridisegnato attorno a questa forma, cosa che in realtà non avvenne. Non risolsero invece il problema del consumo: occorrevano comunque due pile per arrivare a un anno di funzionamento.

    Tre anni, “zeru tituli” per Lip

    Restava il problema della scarsa affidabilità del contatto elettrico e su questo batterono la testa per tre anni. Nel 1955 Fred Lip, esasperato, licenziò De Saint Vaulry e la gran parte del suo staff lo seguì. Lip lo sostituì con Jean Pommier. Quest’ultimo dovette rianalizzare tutto daccapo. Allestì un laboratorio fotografico per filmare il movimento in funzione e riprodurre le immagini su un grande schermo per capire cosa succedeva.

    Parallelamente, si realizzarono dei prototipi in scala 100/1, per studiare le soluzioni. Dalle immagini uscì che a ogni contatto si sprigionavano scintille che distaccavano parti micrometriche di materiale. Risolsero il problema montando in parallelo un diodo in funzione di spegni-scintilla, soluzione poi adottata da quasi tutti i produttori. Realizzarono anche un macchinario in grado di tagliare il filo di contatto, in oro 24k, in strisce di 0,2 mm.

    Tra l’altro la presenza del diodo regalerà al progetto il nome di “Electronic”, anziché “Electric”: definizione opinabile, perché il diodo è un componente meramente passivo e quindi non è certo un movimento guidato dall’elettronica.

    Le pile rappresentavano ancora una tragedia: continuavano a perdere acido per capillarità e tendevano a polarizzarsi. Per risolvere questi problemi i tecnici provarono molti materiali per anodo e catodo, e rinchiusero le pile in cappucci di plastica.

    C’eravamo quasi, e invece Hamilton…

    Quando ormai sembrava che nessuno potesse insidiare il primato, nel gennaio 1957 Hamilton mise in vendita il suo orologio elettrico con il calibro 500. In Europa la produzione avvenne su licenza da Epperlein. Lip ne approfittò per studiare le soluzioni dei concorrenti e migliorare i punti deboli.

    Ormai però si era in dirittura di arrivo anche per i francesi e il 7 dicembre 1958 finalmente presentarono il Lip “Electronic”, così come qualche giorno dopo fece Elgin negli Usa. Un esemplare andò in dono al Generale De Gaulle e un altro al Presidente americano Dwight Eisenhower. I primi esemplari furono in oro e assemblati a mano. Alla Lip strinsero intese con Porta, Lanco e Benrus per la commercializzazione con i loro marchi. Studiarono una versione con datario, che però non vide mai la luce. Nel 1959 un esemplare ricevette il certificato di cronometro dall’osservatorio di Besançon, diventando il primo orologio elettrico nella storia.

    Storia che, invece, non finisce qui. Fu subito chiaro che con due pile il volume occupato era eccessivo; inoltre il costo di produzione era “orrendo”. Si pensò quindi subito alla sua evoluzione.

    Verso il Lip R148-R184

    Come molti produttori in quel periodo, Lip mise in vendita l’R27 pur sapendo che era lontano dalla perfezione tecnica: era essenziale arrivare tra i primi e comunque rientrare delle enormi spese di investimento. In effetti anche l’R27 non assomigliava a niente di quello che c’era sul mercato in quel momento e nonostante fosse di alta qualità costruttiva, risentiva della mancanza di esperienza, come era logico che fosse. Si pensò quindi subito all’evoluzione, i cui requisiti di progetto erano di guadagnare affidabilità e robustezza; soprattutto, era primario che funzionasse con una sola pila.

    Nel 1960 Bulova presentò l’Accutron 214. Fred Lip ne portò un esemplare dagli Stati Uniti e restò molto colpito dalla soluzione americana, che lui riteneva superiore alla propria. Ordinò a una parte dello staff di studiare qualcosa prendendo ispirazione dal diapason, ma la conclusione fu che non disponevano di macchinari tali da ottenere la precisione costruttiva necessaria. Si ricordi che la prima ruota indice dell’Accutron possiede 300 denti da 0,02 mm di altezza su 3 mm di diametro.

    Jean Pommier non si arrese e promise di realizzare macchinari in grado di produrre orologi col diapason.

    Fred Lip non si convinse e nel 1961 annunciò loro che stava per stringere un accordo con Elgin per importare in Francia il calibro 500 di Hamilton. A questa notizia, Pommier e Jean Ubbiali, in un’ora, realizzarono un modellino – sulla base di disegni realizzati da Roland Guerber – di quello che avrebbe dovuto essere il nuovo movimento. Lip esultò e diede loro ulteriore personale e mezzi finanziari.

    L’équipe tornò al lavoro e continuò a migliorare i punti deboli del calibro: ridisegnò la bobina, più piccola di prima, grazie a un nuovo procedimento di produzione del filo di rame smaltato – messo a punto e brevettato da Georges Arnaud – che permetteva di imbobinare filo di rame da 25 micron.

    Finalmente il successo. O quasi

    Per la parte meccanica non lo si riprogettò da zero, ma neppure si ripartì dall’attuale R27; si decise di partire da un calibro meccanico robusto e collaudato: il Fontainemelon FHF 55. Lip produsse in casa solo la parte elettronica.

    In ogni caso, in soli due anni si arrivò al successo: nel 1963 il progetto R148 era pronto. Una pila (301 al posto delle due 201), una bobina fissa, un bilanciere magnetico da 18.000 A/h, 14 rubini. Nel 1964 uscì il calibro R184 che guadagnò il disco data ma senza rimessa veloce (occorreva far avanzare l’ora). Quest’ultimo avrebbe rimpiazzato gradualmente l’R148. Fu realizzata anche una rara versione col datario ma senza secondi centrali, l’R196.

    L’R184 verrà montato da altre marche: quali Belforte (che ne realizzò anche un’interessante versione scheletrata per fare concorrenza al Bulova Spaceview), Benrus, Electra, Elgin, LeJour, Marvin, Nivada, North Star, Universal, Vulcain e Waltham. Dopo la presentazione dell’R148, peraltro, restarono diversi calibri R27 invenduti. Per levarseli di torno, Fred Lip ci realizzò degli orologi da tavolo di forma piramidale.

    Lo sviluppo comunque non si fermò: fu anche valutato un prototipo, l’R047, con transistor e senza contatti elettrici, come i successivi ESA 9154 e 1958 e come l’R050 che vedremo dopo. Si testarono soluzioni alternative all’Incabloc per il bilanciere per diminuire i costi, ma senza successo. Si provarono persino versioni senza rubini, con al loro posto boccole di acciaio temperato. Esistono esemplari in circolazione con l’antichoc Kif e altri con la spirale Breguet. Dopo quest’ultima creazione, Jean Pommier si licenziò, insoddisfatto dei mezzi messi a disposizione dal dispotico Lip.

    Il primo orologio elettronico da donna: Lip R050

    Per vestire le signore si decise di non miniaturizzare il Lip elettrico. Ancora una volta si voleva arrivare a una prima mondiale: il primo orologio transistorizzato da donna al mondo.

    Si rispolverò perciò il prototipo R047 a transistor, privo di contatti. Fu affidata una squadra a Paul George, che si mise al lavoro nel 1963: calibri via via più piccoli si succedettero, si miniaturizzarono fili, bobine, transistor, bilancieri. 

    Nel 1966 al salone di Basilea si presentò un primo prototipo, ma era ancora troppo grosso. Si arrivò ad arrocchettare filo da 10 micron: 2 bobine concentriche da 1800 spire e 0,45 mm di spessore complessivo. Per risolvere gli ultimi problemi si dovette ricorrere nuovamente al sofisticato laboratorio fotografico allestito per l’R148. Si brevettò il metodo di creazione dei due poli contrari sul bilanciere. Nel 1969 il lavoro finì: 17,2 mm di diametro, 14 rubini, 21.600 A/h, richiedeva una pila 309.

    Nel settembre 1970 si presentò il calibro R050. Per collocare temporalmente questo momento, si ricordi che 9 mesi prima era stato presentato il primo quarzo da parte di Seiko e ad aprile il primo quarzo svizzero, il Beta 21. Per alcuni anni ancora ci sarà spazio per delle alternative al quarzo: le ultime uscite di calibri transistor, d’altronde, sono nel 1975 con l’ESA 9158. A proposito di ESA, già da qualche tempo presente nel capitale di Lip, la casa svizzera si “appropriò” di questo movimento assegnandogli il numero 9100. Visto il tipo di motore, richiedeva una licenza ATO per poter essere commercializzato.

    Le varianti dell’R050

    Come abbiamo accennato, la presenza di due transistor permetteva di fare a meno del contatto elettrico: delle due spirali summenzionate, una spingeva i magneti permanenti del bilanciere, l’altra rilevava la posizione di questi ultimi regolando il transistor che alimentava la prima spirale: al di là del fatto di avere un bilanciere al posto del diapason, il concetto è tale e quale all’Accutron. Le varianti che ricavate furono l’R51 col datario e l’R53 con datario e secondi centrali.

    Per quest’ultimo calibro, un po’ complesso da mettere a punto, nel 1974 si prospettò l’interruzione della produzione: Claude Neuschwander, il direttore tecnico di CEH (Compagnie Européenne d’Horlogerie), durante una burrascosa riunione lo definì «il motore di una 2CV dentro un camion», ma il suo ottimo successo di vendite ne scongiurò la fine prematura. CEH è una delle branche in cui fu suddivisa Lip dopo l’ennesimo fallimento: non va confusa con la omonima sigla del Centre Electrique Horlogier svizzero, padre del Beta 21. Il calibro fu venduto a Waltham, Bulova (che ci equipaggiò il Caravelle 70T), Favor (308) e Gruen (80). Continua…

  • Accutron by Bulova. Far funzionare gli orologi con il diapason #1

    Accutron by Bulova. Far funzionare gli orologi con il diapason #1

    Iniziamo oggi una nuova serie di articoli dedicati agli orologi elettrici, elettromeccanici ed elettronici, scritta da un esperto del settore, Francesco Consumi, appassionato collezionista di esemplari a tema. E cominciamo con una pietra miliare: il Bulova Accutron, di cui ripercorreremo le vicende in diverse puntate

    Nell’orologeria ci sono un certo numero di prima e di dopo. Una buona parte di questi si è collocato negli anni ’50, e uno di questi è stato il Bulova Accutron. Un orologio prodotto per ben 17 anni in oltre 5 milioni di esemplari, tanto che nel decennio ’60 è stato il dispositivo elettronico più diffuso al mondo.

    L’Accutron non è stato il primo orologio elettrico, ma è stato il primo ad abbandonare il bilanciere, utilizzando il diapason come risuonatore, e il primo veramente elettronico. Ha abbracciato quasi tutto il tumultuoso ventennio che ha rivoluzionato l’industria orologiera: lanciato nell’ottobre 1960, quando Hamilton, Elgin e Lip erano già sul mercato con i loro modelli elettrici, è uscito di scena nel 1977 -, sopravvivendo a quasi tutti i concorrenti e convivendo per qualche anno con il quarzo.
    Nel frattempo, l’industria francese era morta, quella americana era sul bordo della fossa e quella svizzera aveva visto ridurre di due terzi i suoi addetti (da 90mila a 30mila) e si stava trasformando da industria generalista a produzione di lusso.

    L’Accutron è stato infine il primo orologio a pile realmente funzionante e affidabile, quando i concorrenti erano di fatto prototipi da far testare ai clienti. Quasi tutti gli esemplari di Elgin, per esempio, dovettero essere riparati o sostituiti in garanzia, finendo per dissestare irrimediabilmente le casse del produttore statunitense.

    1952, Hotel Blackstone

    Il 19 marzo 1952 all’Hotel Blackstone di Chicago il Presidente di Elgin, John Shennan, presenta il calibro 722. Contemporaneamente, all’Accademia delle Scienze di Parigi, Fred Lip mostra il Lip R27. Nell’orologeria da polso nasce un nuovo mondo. Il bilanciere è ancora presente, ma funge contemporaneamente da spinta e regolazione; la molla non c’è più: al suo posto è arrivata la pila (per la verità, due).

    L’effetto fu enorme, e una delle persone più colpite fu Ardé Adolph Bulova (1887/1958), figlio di Joseph Bulova (nato Bulowa, 1851/1936), immigrato a New York nel 1875 dalla natia Boemia e fondatore dell’omonima Casa. Nei primi anni del ‘900 Ardé avvia una propria produzione di orologi da tavolo e da tasca. Nel 1912 costruisce una fabbrica a Bienne, Svizzera, che sarà poi ampliata nel 1950 per poter eseguire tutte le fasi di produzione.

    In quell’anno e in quella nuova fabbrica viene assunto Max Hetzel (1921/2005). Lui non ha alcuna formazione orologiera, anzi: è un ingegnere elettrico con specializzazione in radiotelegrafia e una tesi intitolata Electromechanical frequency filters for telegraphy channel transmission che gli era valsa una medaglia d’argento. Nei tre anni precedenti aveva lavorato al Politecnico Federale di Zurigo, occupandosi di ottica e registrando i primi brevetti.

    Nel successivo trentennio l’industria orologiera dovrà avventurarsi in campi mai visti prima, e presto diventerà la regola assumere persone con un bagaglio culturale del tutto estraneo al settore, in grado di approcciare in maniera nuova i vecchi problemi.
    Il primo incarico del giovane ingegnere riguarda l’automazione della produzione industriale.

    Talmente bello che si fa anche noi

    Ardé Bulova capisce subito che il futuro va a pile e chiede a Hetzel un report dettagliato sui nuovi calibri francesi e americani. Nell’aprile del 1952 il report è pronto, e trasuda entusiasmo per la nuova tecnologia. Hetzel rileva però come la precisione sia pressoché la stessa degli orologi meccanici, dal momento che l’oscillatore è tale quale: il bilanciere. Il marginale miglioramento è dovuto solo all’assenza della molla e della sua incostante erogazione di forza durante la scarica.

    L’ingegnere ritiene che solo elevando di ordini di grandezza la frequenza, in accordo con le leggi della fisica, si possa aumentare in maniera significativa la precisione. Per la sua tesi aveva già studiato i diapason mossi elettronicamente, e la sua idea è di applicarli agli orologi. Si passerebbe così dai pochi Hertz dei bilancieri classici – che ancora oggi per la maggiori parte oscillano tra le 3 e le 4 volte al secondo, con punte di 16 per lo Zenith Defy Lab o per il vecchio Citizen Cosmotron 8810 – alle centinaia di Hertz di un diapason.

    Perdipiù sa che i diapason sono poco influenzati dalla temperatura e hanno armoniche molto deboli, cioè un suono molto puro. Risentono però in maniera pesante della posizione spaziale (quasi 5 secondi al giorno di differenza tra le varie posizioni), ma questo è un problema che non sarà lui a risolvere: se ne occuperà un decennio più tardi un’altra azienda, la ESA, con i diapason dotati di contrappesi.

    Brevetta, brevetta tutto!

    Hetzel si rende conto che nessuno prima di lui ha avuto quest’idea, il che affascina Ardé Bulova e ne stimola il senso degli affari: essendo un’idea nuova, la si può brevettare. L’ingegnere scrive un brevetto così ben fatto che sarà impossibile da aggirare non solo per tutta la concorrenza, ma persino per lui stesso – quando si troverà a lavorare dall’altra parte della barricata. Tanto che l’ultimo calibro diapason da lui concepito, vent’anni dopo per conto di Omega, sarà un ridisegno sostanziale che darà origine a un altro interessantissimo movimento, il 1220 “Megasonic”.

    Alla fine l’Accutron sarà coperto da oltre 20 brevetti che daranno a Bulova un vantaggio strategico: fino al 1968 si rifiuterà di cederli a chicchessia. Dopo quella data ed estenuanti trattative verrà ceduto a ESA per il suo 9162, mentre Citizen potrà realizzare i suoi Hisonic che altro non sono che Accutron 218-219 realizzati in Giappone. Usciranno anche a marchio Universal quando la Casa ginevrina sarà acquisita dagli orientali.

    Il circuito nell’Accutron

    Se il diapason c’è già – con magneti conici al nickel-cobalto – il resto è da inventare. Nella primavera del 1952 Hetzel riesce ad ottenere i disegni dell’Elgin 722 e del Lip R27. All’inizio del 1953 Bulova gli invia dagli Stati Uniti ben 3 transistor Raytheon CK 722. Sui quali l’ingegnere in tre mesi realizza l’antenata delle attuali breadboard, il primo circuito per eccitare un diapason a 200 Hz.

    Il 19 giugno 1953 Hetzel ottiene il primo brevetto in Svizzera, il numero 312290. Le bobine sono del tutto simili alla versione definitiva dell’Accutron: una da 8100 e una da 6000 giri di rame da 15 micron per muovere il diapason, e un’altra da 2000 – concentrica a quella da 6000 – per rilevarne la posizione e alimentare di conseguenza il transistor. Il sistema è autoregolante: se per uno shock il diapason si allontana troppo, il transistor resta spento più a lungo e la situazione torna alla normalità. L’efficienza è molto elevata: oltre l’80%, il consumo complessivo di 8 microwatt.

    Da vibrare a girare

    Per trasformare la vibrazione in movimento rotatorio, a uno dei rebbi del diapason è fissato un indice con in cima un rubino minuscolo (0,18 x 0,18 x 0,06 mm), che insiste sulla prima ruota di 3 mm di diametro con 300 denti alti 0,025 mm. Il sistema non deve essere lubrificato per nessun motivo, pena il blocco.

    Appena viste ruote così piccole, gli orologiai di professione previdero durate molto brevi. Sbagliavano. Per tagliare i denti di una ruota così piccola Hetzel inventa anche il macchinario apposito: un diapason più grosso, con una lama di diamante fissata in cima, sotto la quale gira la ruota inizialmente liscia. Poi in realtà per la produzione industriale si utilizzò un macchinario più convenzionale.

    Gli 8 prototipi pre-Accutron realizzati da Hetzel funzionavano con diverse frequenze, dai 240 ai 360 Hz. Questi ultimi si rivelarono più precisi e 360 Hz fu la frequenza scelta per la produzione finale.

    Le pile!

    Come tutti i suoi colleghi, anche Hetzel si dovette scontrare con l’inaffidabilità delle pile disponibili al tempo. Ai tempi le pile a bottone erano agli albori, non erano nemmeno a bottone. Il requisito era la durata di almeno un anno, in modo da marcare una vera supremazia rispetto all’orologio meccanico che richiedeva una ricarica quotidiana.

    Sul mercato non esistevano pile in grado di erogare una corrente molto bassa, per un così esteso lasso di tempo, senza eccessive dispersioni di energia e perdite di acido. Sono state proprio le maison orologiere a stimolare il settore. Furono sperimentate varie forme, molte delle quali pensate per occupare lo spazio nella cassa lasciato libero dal movimento. Per il Lip R27, per dire, erano a forma di fagiolo. Solo dopo molte prove e fallimenti si addivenne ai materiali e alla forma attuale, cilindrica in quanto risultata la meno incline ai versamenti di acido.

    Nel 1955 un’intera serie di prototipi fu buttata perché creduta non funzionante, quando il problema era invece nelle pile. Questo intoppo fece perdere la pazienza a Lore Sandoz-Peter, Direttore della Bulova Svizzera, che ordinò di trasferire il progetto Accutron nella sede americana. Anche Ardé Bulova si stava stancando della mancanza di risultati pratici ed era incline a fermare tutto, ma morì improvvisamente a Los Angeles.

    Il progetto si trasferì comunque, ma i problemi di industrializzazione continuarono fino al 1959. La perdita del “suo” progetto fece meditare a Hetzel di cercarsi un nuovo lavoro, e per questo contattò Omega. Come andò a finire lo vedremo nella prossima puntata.