Giornale Degli Orologi
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Tag: Augusto Veroni

  • “In ricordo di Augusto”, un omaggio fatto di emozioni

    “In ricordo di Augusto”, un omaggio fatto di emozioni

    Un incontro fra amici, all’insegna della spontaneità e con un pizzico di commozione. Così è stato In ricordo di Augusto, il memorial in onore del fondatore del nostro Giornale che si è svolto a Milano, venerdì 10 ottobre, in occasione del World Watch Day, nella sede di Assorologi. Di fronte a un parterre di invitati in cui si sono ritrovate alcune fra le personalità più rappresentative dell’orologeria italiana: una settantina di persone fra giornalisti, p.r., manager delle grandi case, rivenditori. Ospite d’onore: la signora Veroni, Rossella Colombo.

    Voluto e organizzato dalla nostra Direttrice, Daniela Fagnola, con il sostegno di alcune amiche – in ordine alfabetico: Chantal Guidi, Marcella Magliola, Patrizia Panni -, è stato un evento di commiato per quanti non erano riusciti a dire addio ad Augusto Veroni, mancato dopo una lunga malattia la scorsa primavera. Commemorazione corale e raccoglimento interiore allo stesso tempo, In ricordo di Augusto è stato soprattutto un momento particolarmente sentito. Un tributo all’Uomo che con trasporto, dedizione e professionalità ha tanto contribuito allo sviluppo dell’intero settore.

    Un grande giornalista

    Difficile restituire in poche righe la statura, l’etica, la preparazione di Augusto. Che lungo una quarantennale carriera lavorativa è passato dal fare il traduttore di classici all’aiuto regista, dal critico musicale al giornalista di orologeria. Dopo aver collaborato a lungo con la Rai, nel 1987 ha fondato la prima rivista di orologi dedicata al grande pubblico, che ha cambiato per sempre la comunicazione nell’industria del tempo. Per più di vent’anni watch editor del Corriere della Sera e del Gruppo RCS, Augusto è stato in grado di instillare e coltivare in molti la passione per il mondo delle lancette, grazie alle sue innegabili doti di comunicatore e al suo modo di scrivere, semplice e immediato.

    Una penna arguta, brillante e instancabile la sua… (Daniela, che ha lavorato con lui dal 2001, giura di averlo visto scrivere 30mila battute in una sola giornata). Veroni aveva una vasta cultura ed era capace di raccontare l’orologeria a 360°, dal punto di vista tecnico, storico, produttivo, commerciale. Per assurdo, dichiarava di non essere mai stato un collezionista di orologi, ma di essere diventato nel tempo un collezionista di storie. Di sé scriveva: “Ho avuto il privilegio di appassionarmi prima alle persone e poi agli orologi, ma solo a quelli che, indipendentemente dal prezzo, rappresentano l’espressione delle persone che ho imparato ad apprezzare” .

    Famoso per l’ironia delle sue battute (da buon romano), costantemente curioso e coinvolto, Augusto era un uomo “di solidi dubbi”, come amava dire. Sempre sincero con sé stesso e con gli altri, coerente con le proprie idee e convinzioni, indipendente nel giudizio, sapeva anche essere un personaggio scomodo. E non lesinava critiche, quando era convinto fossero necessarie. Per questo i vertici dei grandi gruppi di orologeria chiesero a turno la sua testa, mentre era al Corriere. E almeno una volta fu salvato da Ferruccio de Bortoli, che ne apprezzava la libertà giornalistica. Si potrebbe restare qui a ore per cercare di tratteggiarne il carattere e i valori. Ben più di queste righe valgano però le testimonianze di quanti sono intervenuti all’evento dell’altra sera.

    In ricordo di Augusto, la serata

    A cominciare da Marcello Borsetti, Presidente di Assorologi, che ha parlato a nome dell’Associazione e ne ha ricordato la competenza e il contributo. Ma sono stati almeno una decina gli interventi che si sono susseguiti durante la serata. Da Laura Gervasoni, General Manager di Patek Philippe Italia, a Franz Botré, editore e Direttore di Arbiter, Kairos, Spirito Divino. Da Paolo Marai, Presidente e Ceo di Timex Group Luxury Division, a Fabio Bertini, Direttore Generale di Pisa Orologeria – entrambi ormai in pensione. E poi la pi-erre di Chanel, Annalisa Poggi, e i colleghi giornalisti: Dody Giussani, Direttore de L’Orologio; Paco Guarnaccia, Watch Editor de Il Sole 24 Ore; Fabrizio Rinversi, Watch Editor de Il Giornale (che ha mandato un video); e Davide Passoni, Watch Editor di Class Editore, nonché nostro collaboratore.

    Ciascuno di loro ha condiviso ricordi, racconti, episodi su Augusto, con molta partecipazione emotiva, in modo toccante. Mentre, sullo schermo alle loro spalle, girava in loop un video con le foto di Veroni, ritratto in tante situazioni di lavoro: cene, viaggi, interviste. E in sottofondo si ascoltava la sua musica preferita: i Fleetwood Mac, Mark Knopfler, John Martin… Probabilmente In ricordo di Augusto è stato un evento riuscito proprio grazie alle persone presenti, a loro volta legate tra loro da rapporti di amicizia, oltre che dall’affetto per Veroni. Amici che si sono riuniti per dargli un ultimo saluto, grati di averlo conosciuto e di aver collaborato con lui. Da parte nostra, gli diciamo: Ciao Augusto, grazie. Ci manchi tanto, non ti dimenticheremo mai.

  • Patek Philippe 7340: il valore del Twenty~4 calendario perpetuo

    Patek Philippe 7340: il valore del Twenty~4 calendario perpetuo

    La collezione Twenty~4 Automatic si evolve: va oltre i semplici “solo tempo” e diventa una piattaforma per le complicazioni. Per quella d’esordio Patek Philippe punta subito in alto e sceglie il calendario perpetuo, una delle più emblematiche del proprio savoir-faire, perfettamente padroneggiata fin dal 1925. Tant’è che utilizza un movimento famoso: non solo rodato, ma soprattutto considerato dagli esperti uno degli esempi più rappresentativi dello stile e della tecnica della Manifattura. Dopodiché lo ha “vestito” con un metallo nobile. Cassa e bracciale sono interamente oro rosa, un lingottino dalla finitura lucida e dalla vocazione elegante che non ha bisogno di gemme per somigliare a un gioiello. Il risultato è il Patek Philippe 7340, declinato in due versioni di quadrante: verde oliva soleil o argenté effetto shantung.

    La meccanica di pregio, l’habillage prezioso, il nome più blasonato dell’industria del tempo elvetica. Le condizioni per una creazione esclusiva, destinata al polso di poche fortunate, ci sono tutte. E in effetti, lo scrivo subito nero su bianco, il prezzo del Patek Philippe 7340 raggiunge la ragguardevole cifra di 101.175 euro. Una cifra che noi comuni mortali – parlo per me e forse per molti di voi – non possiamo permetterci di spendere per un orologio. Ma non è il caso di farsi prendere dalla sindrome della “volpe e l’uva”. Meglio piuttosto cercare di capire il motivo per cui un esemplare può valere più di 100mila euro. Stavolta non mi limito alla frase fatta “è l’alta orologeria, bellezza!” che sgorga spontanea di fronte a certi mugugni. Nelle prossime righe, proveremo quindi a comprendere a cosa è dovuto un prezzo simile.

    Dal Twenty~4 al Twenty~4 Automatic

    Prima di tutto un po’ di storia. Il Twenty~4 nasce nel 1997 dalla matita di Roberto Boglietti – come abbiamo scritto già più volte in queste pagine. Il gioielliere di Biella disegna un particolare orologio-manchette – un genere all’epoca molto in voga per il pubblico femminile -, dalle influenze Art Déco, che viene messo in produzione grazie alla lungimiranza di Philippe Stern. Presentato nel ’99, riscuote tanto successo da dar vita nel tempo a un’intera collezione – ricca di referenze, anche di alta gioielleria. E da allora rimane sempre in catalogo. Prova ne sia l’attuale Referenza 4910, in acciaio o in oro, rispettivamente con il quadrante soleil blu e verde oliva oppure guilloché color porpora, con gli immancabili brancard incastonati di diamanti. Un grande classico dallo chic intramontabile.

    Ma per Patek non è abbastanza. La svolta avviene nel 2018, quando un totale re-styling trasforma completamente il Twenty~4, nell’estetica come nella meccanica. La cassa di forma con bracciale integrato diventa rotonda, il movimento al quarzo è sostituito da un calibro automatico, di manifattura. Ma non si tratta di un “Calatrava da donna”, come lo definiscono i soliti criticoni. Il Twenty~4 Automatic è piuttosto un esemplare dalla spiccata personalità, come Augusto Veroni non esita a sottolineare nell’entusiastica recensione scritta al momento del lancio. Da allora conosce numerose versioni: oggi la Referenza 7300 è disponibile in acciaio con quadrante soleil blu, verde oliva o cioccolato, oppure in oro rosa, con quadrante soleil cioccolato o effetto shantung. Tutte con la lunetta ornata di due file di diamanti (0.77 ct in totale, mica bruscolini) e tutti sempre “solo tempo”.

    Il Patek Philippe 7340: un bene sicuro

    Ecco quindi l’assoluta novità del Patek Philippe 7340: il primo Twenty~4 Automatic con calendario perpetuo, appunto. Che sembrerebbe inaugurare una nuova era di complicazioni per la collezione – o almeno così è come me la immagino io in un futuro tutt’altro che remoto. Perché l’adozione del movimento meccanico ha creato il presupposto per dotare l’orologio di una serie di funzioni aggiuntive. Già me lo vedo come Cronografo o come Travel Time… Ma, al di là delle mie fantasie, le complicazioni (in senso lato) aumentano il valore collezionistico di un esemplare che già di per sé è un investimento sicuro, a lungo termine. Un dettaglio non da poco nel nostro discorso.

    Detto ciò, consideriamo che a incidere sui costi del Patek Philippe 7340 c’è innanzitutto la materia prima: l’oro rosa. Sappiamo tutti quanto il prezzo dell’oro sia aumentato negli ultimi anni (mentre scrivo, in tempo reale, ha una quotazione di 97,86 euro al grammo). La Manifattura non dichiara la quantità del metallo prezioso presente nell’orologio, e io evito di azzardare numeri a caso. Sta di fatto che cassa e bracciale interamente in oro massiccio influiscono parecchio sul valore finale. Non solo ai nostri giorni, ma anche in proiettato in prospettiva.

    Produzione e finiture a regola d’arte

    In più dobbiamo tener presente il livello di finitura, indissolubilmente legato a una qualità estrema. La fabbricazione “a regola d’arte”, proverbiale da Patek, riguarda la cura di ogni minimo dettaglio – anche in conformità dei dettami imposti dal Sigillo Patek Philippe. Per questo la produzione di un orologio richiede mesi di lavoro di artigiani specializzati (e non sto esagerando). Cosa resa possibile soltanto dall’indipendenza della Manifattura, che le consente di prendersi tutto il tempo necessario per eseguire le infinite operazioni richieste dai canoni della grande orologeria di tradizione su ogni singolo componente.

    A complicare le cose, poi, ci si mette anche il design della cassa, che definire “rotonda” è riduttivo. In realtà ha una forma complessa, fatta di volumi articolati e ricca di rilievi, curve, gradini accostati o sovrapposti, ma sempre sagomati, levigati – così da evitare qualsiasi asperità e regalare al tatto sensazioni piacevoli di compattezza e solidità. Stesso discorso per il bracciale integrato, a tre file, con i link centrali leggermente bombati e le maglie laterali arrotondate e godronate. L’insieme deve essere stato un vero incubo per gli artigiani che hanno dovuto lucidare a mano tutte le superfici in modo maniacale…

    Il calibro 240 Q

    E poi c’è la meccanica, che nella produzione del Patek Philippe 7340 ha un peso specifico notevole. Il calibro 240 è un movimento storico – nato nel 1977 -, ma continuamente aggiornato dal punto di vista delle tecnologie. Così, per esempio, monta il tipico bilanciere Gyromax® insieme alla spirale Spiromax® (in un derivato del silicio), che lo tiene al sicuro dalle alterazioni provocate dai campi magnetici e incide positivamente sulla costanza di marcia. Si tratta di un movimento ultrapiatto, sottile 2,53 mm anche grazie al micro-rotore decentrato in oro 22 Kt, integrato nello spessore dei componenti.

    In particolare, però il Patek Philippe 7340 ospita la versione con calendario perpetuo: il calibro 240 Q (la lettera Q sta proprio per Quantième, calendario in francese). È quindi dotato di un modulo della complicazione, ma mantiene comunque uno spessore contenuto di 3,88 mm. Pochissimi, se si pensa ai 275 componenti in grado di fornire una grande quantità di informazioni. Ricordo infatti che il calendario perpetuo è dotato di una “memoria meccanica” capace di riconoscere la durata di tutti i mesi dell’anno, di distinguere quelli di 31, 30 o 28 giorni e perfino i 29 del febbraio negli anni bisestili. Cui si aggiungono, in questo caso, le fasi di luna e l’indicazione delle 24 ore.

    Concludo anche qui con le finiture. Basta dare un’occhiata al fondello in vetro zaffiro dell’orologio per rendersi conto dell’eccellenza delle decorazioni effettuate anche sulla parte meccanica. Platina rifinita col motivo circolare del perlage, ponti smussati e decorati a Côtes de Genève, perfino la testa delle viti è lucidata a mano. Una cura assoluta, una perfezione estetica realizzata anche nelle zone non visibili del movimento, quelle che la proprietaria dell’orologio probabilmente non vedrà mai. Non fine a sé stessa, ma per far durare ciascun esemplare per molte generazioni. E, come scrive la Maison stessa, “per creare emozioni”. Come si quantificano le emozioni?

  • Rolex raddoppia. La lotta alla speculazione #1

    Rolex raddoppia. La lotta alla speculazione #1

    Torna finalmente in queste pagine Augusto Veroni, dopo una lunga assenza dovuta a problemi di salute. Voce autorevole nel panorama orologiero, fine commentatore di fatti e notizie, ricomincia a scrivere con il tema caldo di questo periodo: Rolex e la lotta alla speculazione. A partire dal progetto della nuova manifattura in quel di Bulle, annunciato per prima dall’emittente televisiva pubblica Rts il 21 novembre scorso, e poi rimbalzato ovunque. Noi riprendiamo l’argomento per inquadrarlo nel giusto contesto. Con questo articolo che avrà presto un seguito…

    Mai stato un tifoso di Rolex, lo ammetto. Il mio unico Rolex è stato un quarzo comprato per la stravaganza tecnica del suo stranissimo movimento, basato sul concetto di galvanometro bistabile. Fantastico, ma faceva un rumore assordante e la pila a stento arrivava all’anno di durata.

    Le premesse

    Al tempo stesso non dare a Rolex quel che è di Rolex sarebbe una forma di snobismo poco intelligente. A parte una storia che rende il marchio un indispensabile riferimento dell’orologeria da polso, c’è la fiducia da parte dei compratori. Grazie alla quale Rolex si trova ai vertici della classifica che valuta, internazionalmente, la reputazione, il buon nome di cui un prodotto gode. Certo: Rolex è anche uno status symbol e questo sembra dar fastidio a non pochi (ma allora perché segretamente lo sognate comunque?). Poi Rolex è oggetto di speculazioni e interessi non sempre leciti. E poi Rolex è da molti altri considerato “banale”, ossia una scelta fatta senza sforzarsi nemmeno un poco per trovare motivazioni un po’ più eccitanti del solito. E tanto ancora, nel bene e nel male.

    Personalmente, ad esempio, trovo che la qualità attuale del movimento Omega sia di gran lunga migliore, da un punto di vista qualitativo, non fosse altro per la sua resistenza agli effetti negativi dei campi magnetici. E a questo aggiungerei lo scappamento Co-Axial nonché una bella schiera di altre preziosità tecniche specifiche di Omega. E però resta il fatto che in cima ai sogni del pubblico continua imperterrito ad esserci lui, Rolex. Rolex e nient’altro che Rolex, in una determinata fascia di prezzo. Punto.

    La caccia al Rolex

    Questa caccia al Rolex ha scatenato un bel po’ di casini. Perché in orologeria (e per giunta con numeri che si aggirano intorno al milione d’orologi ogni anno) non è che riesci ad aumentare la produzione quando ti gira, facendo fare gli straordinari a un po’ di dipendenti. No, non è così che funziona. Serve ben altro e Rolex lo sa bene. Non a caso la vera notizia dell’anno è il raddoppio della fabbrica, un investimento da circa un miliardo di franchi svizzeri che dovrebbe far schizzare i numeri da uno a due milioni di orologi immessi ogni anno sul mercato.

    Problema risolto? Mi permetto di dubitarne perché il mercato cinese è in crescita. E se la situazione generale dovesse migliorare (dalle pandemie all’inflazione), ci ritroveremmo di nuovo ad andare a caccia di Rolex anche nei boschi di castagni, con l’unico vantaggio di una situazione un po’ meno ansiogena.

    Ma chiariamo anche come Rolex, di proprietà di una Fondazione senza fini di lucro, non fa mica giochi sporchi con i prezzi. Gli aumenti dello scorso anno, ad esempio, sono inferiori all’8% e quindi in linea con il tentativo di compensare l’inflazione internazionale. E sono rimasti comunque relativamente poco elevati anche sui singoli mercati, al netto delle tasse locali. Vuol dire, in pratica, che se non hai un centinaio di amici pronti a comprarti altrettanti Rolex in un Paese in cui le tasse sono alte, ma compensate per gli stranieri da un buon meccanismo di Tax Refund, allora il gioco non vale la candela.

    In più mi permetto di fare una supposizione, in verità non troppo ardita. Che Rolex stia agendo per riprendere saldamente in mano le redini del mercato speculativo impazzito, anche se è difficile ipotizzare che il percorso sarà immediato come gli effetti di un interruttore elettrico. Potremmo piuttosto dire che Rolex ha chiesto ad Alexa di impostare il dimmer che porterà casa nostra (ben informatizzata) all’intensità e al colore di luce che consideriamo più confortevole.

    Il che è esattamente quel che moltissime altre marche non vogliono, non vogliono proprio. Ne parleremo nelle prossime settimane… Preferisco non approfittare troppo dei miglioramenti clinici della mia salute.

  • Répétition Souveraine. Considerazioni sul lavoro di F.P.Journe

    Répétition Souveraine. Considerazioni sul lavoro di F.P.Journe

    F.P.Journe Invenit et Fecit ha presentato di recente una nuova versione del Répétition Souveraine. Sempre con la cassa in acciaio, di 40 mm di diametro, e il movimento meccanico a carica manuale ultrapiatto, ma che si distingue dalla precedente per il quadrante in vetro zaffiro. Augusto Veroni ne commenta l’uscita e ne spiega il valore

    Io ve lo dico, come del resto ho già fatto altre volte. A parlar di François-Paul Journe non sono obiettivo. E con questo ho la coscienza pulita.
    Sono stato io a soprannominare “Brontolo” F-P. Lui lo sa e lo accetta perché conosce benissimo il mio amore e il mio rispetto per la “semplice” tecnica.

    Dico spesso che Journe rappresenta la vera continuazione di Abraham-Louis Breguet e lo confermo, sia pure con un distinguo. Mentre Breguet sapeva essere anche un bel furbacchione (abbiamo già parlato delle sue insistenze con Napoleone quando voleva essere nominato orologiaio della Marina), Journe invece non vede altro che la tecnica. La tecnica tradizionale, alla quale fondamentalmente ha portato i movimenti con ponti e platina in oro. E quindi antimagnetici. E a chi gli faceva notare il costo dell’operazione (sia i costi bruti che il peso complessivo) ha risposto con un movimento in alluminio ancor più costoso. Perché l’alluminio è meno facile da lavorare dell’oro. Tutto qui, senza perdersi in polemiche.

    Il Répétition Souveraine ieri e oggi

    Alle persone fortunate e ricche in grado di comprare un orologio di Journe interessa però capire altro. Il Répétition Souveraine Sapphire costa 260mila franchi svizzeri, tasse escluse. Si tratta di un buon investimento? Ci sono differenze sostanziali, fra questo ripetizione e il precedente con quadrante guilloché?

    Alla prima domanda la risposta è: “Sì, certo”. Nel tempo questo Répétition Souveraine si rivelerà per i grandi contenuti tecnici e sarà destinato a forti rialzi in asta. Ma a patto di ricordare che non siamo di fronte ad un orologio per zerbinotti “io ce l’ho e tu no”. Il suo valore esploderà quindi nel momento in cui i contenuti tecnici torneranno a prevalere. Anzi, aggiungo che questo valore salirà alle stelle se venduto in coppia, “prima e dopo la cura”. Perché in tal modo si potrà capire almeno in parte il percorso di creatività tecnica di Journe. Quindi, potendo s’intende, comprare entrambi i modelli non è affatto una cattiva idea. Da tenere da parte in cassetta di sicurezza, e via.

    Alla seconda domanda è più difficile rispondere. Ma no, non ci sono differenze che ti lasciano a bocca aperta, non ci sono rivelazioni, epifanie o cadute dal cavallo che ti portano in viaggio. No. Il movimento è lo stesso, quel Calibro 1408 ultrasottile sviluppato sulla base del Chronomètre Souveraine addizionato da un timbro piatto, già usato nel Sonnerie Souveraine, e un unico martello che batte ore e minuti. In cui c’è evidente la volontà di revisionare (non rivoluzionare) il proprio stesso lavoro e la tradizione, per creare un movimento più logico, più funzionale, più affidabile. Senza però rinnegare il (proprio) passato. Secondo me ciò rappresenta una conferma anche di onestà nei confronti di un certo tipo di compratore: non il fighetta, ma il vero esperto in grado di apprezzare la tecnica.

    Altre riflessioni

    Ciò detto, nella nuova versione del Répétition Souveraine Journe ha utilizzato un quadrante trasparente, che dona un senso di attenzione estetica in linea con i gusti più moderni. Sono disposto a scommettere che deve essersi trattato di un subdolo consiglio fatto scivolar lì da qualcuno del marketing. Per quel che lo conosco, Journe ha semplicemente fatto una scena che consentisse di ammirare la razionalizzazione tecnica del movimento eccezionale. Ma questa piccola astuzia prende due piccioni con una fava e rende il Répétition Souveraine ancor più interessante della versione precedente. Sotto ogni punto di vista.

    Ancora una volta, poi, ci troviamo di fronte al solito, spigoloso dilemma sul “fatto a mano”. No, non è interamente fatto a mano. E per fortuna (e grazie alla saggezza di Brontolo). Non voglio scatenare i tori ciechi da tastiera, ma qui siamo di fronte ad un’operazione in cui le singole componenti sono fatte con l’ausilio di macchine. E se qualcuno si chiede per quale ragione una volta si facessero a mano, la risposta è semplicemente: “Perché le macchine per fare basse quantità di componenti di precisione costavano troppo. Costava meno la semplice manodopera, una volta”.

    Opinioni personali

    E qui mi fermo, in questa brevissima recensione che come talvolta mi accade riguarda più l’orologiaio dell’orologio. Del resto l’ho sempre detto che sono più un appassionato di persone più che di orologi, un collezionista che non ha alcuna forma di idolatria nei confronti di oggetti, ma che si inchina di fronte alla personalità di chi li produce.

    E dal momento che sto invecchiando, ma non perdendo il gusto della provocazione, a domanda di qualcuno rispondo che no, non considero – non ostante tutto – Journe e il manipolo di grandi uomini come lui il massimo che c’è. Sì, lui e loro sono grandi. Ma al primo posto, inossidabile sul proprio gradino d’eccellenza, resta sempre Patek Philippe, che è il vero benchmark con cui tutti, ma proprio tutti devono confrontarsi. E ora scatenatevi pure: sono pronto a ribattere!

  • I movimenti industriali sono di scarsa qualità?

    I movimenti industriali sono di scarsa qualità?

    Ovviamente quella del titolo è una domanda retorica. Una provocazione di cui si serve Augusto Veroni per rispondere ai commenti di alcuni lettori circa i movimenti industriali. E per chiarire un po’ le idee a chi sembra avere la testa piena di preconcetti…

    Certe volte è davvero una soddisfazione totale. Leggere i vostri commenti sui social, intendo dire. Ho trovato assolutamente straordinarie, mature, alcune considerazioni, a partire dal rendersi conto che ormai amare l’orologeria meccanica è l’espressione dell’apprezzamento personale per una forma d’arte.

    Uno di voi ricordava che qualche secolo fa, quando si doveva combinare un matrimonio fra regnanti, il primo passo era assumere un (costosissimo) ritrattista che riprendeva le fattezze del candidato o della candidata. Niente foto, ma ritratti. Nella stragrande maggioranza dei casi il protagonista era riveduto e corretto per apparire più gradevole e desiderabile (proprio come si fa oggi con le foto da postare: taroccamenti selvaggi). Una forma d’arte, la ritrattistica, che oggi non ha più alcuna motivazione pratica, ma persiste, talvolta, solo come forma d’arte.

    Proprio come gli orologi meccanici, che di fatto hanno perso gran parte delle proprie motivazioni d’uso, trasformandosi però in forme di arte tecnologica, o meglio meccanica, che molti sono in grado di apprezzare.
    Restano però non poche resistenze sulla qualità dei movimenti industriali, intendendo per tali quelli che devono essere prodotti in grande serie. E, secondo alcuni, con qualità molto discutibile. Ma è davvero così?

    Di cosa ha bisogno l’industria orologiera?

    Beh, un movimento industriale deve innanzitutto abbondare di affidabilità. Se produco un milione di movimenti per orologi e l’1% ha bisogno di interventi in garanzia, allora è un bel problema, perché parliamo di 10mila movimenti da sostituire o peggio ancora riparare gratis. Se ne produco mille, allora il tutto si riduce a 10. Una cosa sostenibile anche se i costi per singolo movimento sono maggiori.

    Per qualche misteriosa ragione, però, molti considerano trascurabile la qualità dei movimenti industriali, tralasciando fra l’altro l’importanza di un buon rapporto fra prezzo e qualità. Ecco allora che la più grande fabbrica di movimenti, la ETA – appartenente a Swatch Group –, viene considerata con estremo disprezzo da parte di “esperti” a scarso contenuto di informazione specifica. Prova ne siano le guerre che negli scorsi anni si sono combattute in ogni sede legale (compresa la Comco, la potentissima Commissione elvetica per la concorrenza) perché ETA non consegnava le quantità di movimenti di cui l’industria svizzera aveva bisogno.

    Spesso si utilizza, a proposito dei movimenti ETA, la parola “trattore”, intesa come entusiastico complimento alle loro qualità. Da notare che, ieri come oggi, i movimenti ETA si suddividono fra l’altro per prezzo, ma anche per tipo di allestimento, grado di finitura e possibilità di elaborazione. Benché alcune fabbriche – come Sellita – riescano a consegnare ottime “imitazioni” (ovviamene quelle con i diritti d’autore scaduti) degli ETA, gli originali restano ancora i più apprezzati.

    I movimenti industriali: il caso Omega

    E poi c’è il “caso Omega”. Il grande orologiaio inglese George Daniels inventa uno nuovo tipo di scappamento, dalle caratteristiche eccezionali. Il problema, però, è che nessuna marca è in grado di produrlo a prezzi sufficientemente contenuti per una produzione in vasta serie. Il progetto è via via abbandonato, fin quando arriva sulla scrivania dei dirigenti di Nivarox, la fabbrica di Swatch Group che produce organi regolatori e altre componenti di superiore precisione. In un primo momento anche la Nivarox dubita di potercela fare; poi rompe gli indugi e ne produce una prima versione montata con ottimi risultati su un movimento ETA. Di questo scappamento verranno realizzate e prodotte in serie altre variazioni, vere e proprie sintesi tecniche di straordinario valore.

    Solo che a quel punto, per non vedere il nuovo scappamento vagare sul ponte dell’organo regolatore, il ponte stesso è cambiato integralmente. E, visto che si libera spazio, si aggiunge un efficacissimo sistema di ricarica automatica con doppio bariletto. Una scelta dettata più dal desiderio di dare costanza nella cessione d’energia che maggiore autonomia. Bene, anzi, benissimo. Ma l’appetito vien mangiando e i tecnici Omega decidono di aggiungere un inedito sistema di sincronizzazione che muove la lancetta della ore a passi di un’ora, come nei GMT.

    E così via. Fin quando Nick Hayek non decide di realizzare una fabbrica Omega in grado di produrre questo movimento, ormai irriconoscibile rispetto a qualunque ETA; e con una qualità tale da superare persino gli implacabili controlli del Metas, l’Istituto federale di metrologia. Ormai dei pur ottimi movimenti ETA non c’è – di fatto – più traccia.

    Un’ultima considerazione: questo approccio tecnico vale ovviamente anche per altre grandi marche industriali. A partire da Rolex per proseguire con nomi illustri (e dalla produzione in grandi numeri) come Longines, Tissot e Hamilton. Gli ultimi tre appartenenti (come ETA) a Swatch Group. Nomi che, negli ultimi anni, si sono fatti creare da ETA e Nivarox movimenti in qualche modo esclusivi, ma comunque con un convenientissimo rapporto fra prezzo e qualità.

    Una modesta proposta

    Questo articolo nasce anche dal desiderio di chiarire le idee ad alcuni lettori nei confronti dei quali sto perdendo la pazienza. (Scusate: è solo una considerazione personale…). Qualunquisti “io so tutto” che invece spesso mancano della cultura di base per parlare con cognizione di causa. È un atteggiamento ben conosciuto (siamo tutti allenatori della nazionale, tutti virologi, tutti Presidenti di tutto) e che non riguarda solo l’Italia. Gli scemi sono ugualmente scemi in tutto il mondo.

    C’è un solo modo per sgonfiare questa prosopopea: con tutto il rispetto per gli studi di terza media oltre cui alcuni non sono mai andati, basterebbe chiedere il perché di quel che affermano. Chiedere di fornire prove, motivazioni serie e condivisibili. Se fai un’affermazione e non hai titoli accademici, allora almeno spiega sulla base di quali informazioni ti sei creato un’opinione che contrasta con la realtà. Realtà ben conosciuta (provabile e provata) da persone che hanno invece l’esperienza indispensabile e l’atteggiamento giusto per spiegare proprio su questa base.

    Alcuni sanno solo protestare, senza mai far proposte o motivare le proprie affermazioni. Un semplice “perché?” vi seppellirà di risate.

  • Sì, sognare… (Gli orologi da sogno)

    Sì, sognare… (Gli orologi da sogno)

    Sottotitolo: gli orologi che vorrei, parte 1 – Augusto Veroni. Iniziamo qui una nuova vetrina dedicata ai nostri orologi da sogno, cioè agli orologi che noi della redazione del Giornale degli Orologi vorremmo avere. Quelli che ci piacerebbero tanto, se solo potessimo permetterceli. Che per noi sono irraggiungibili, ma che potrebbero essere un suggerimento per quei fortunati che invece possono permetterseli davvero. Un elenco di 10 esemplari 10 da condividere con voi. Anche perché sognare non costa niente…

    Sono sempre stato un uomo dai robusti appetiti onirici. Uno che quando sogna, sogna che nemmeno te lo sogni, insomma. E non mi fa male – almeno non più di tanto – sognare e dovermi svegliare in una realtà totalmente diversa.
    Sono ben consapevole che sognare – e sognare orologi, in particolare – è solo un volo della mente, un esercizio di fantasia che ti prende per mano il cervello e lo lancia in pensieri liberi. Sarebbe però sbagliato pensare che si tratti di puro cazzeggio e me ne sono reso conto pochi giorni fa. Quando Daniela Fagnola, il Direttore del Giornale degli Orologi, mi ha tentato con una proposta alla quale non si poteva dire di no. Fare un personale, personalissimo elenco dei nostri orologi da sogno, ma non come fosse un gioco. Spiegando perché certi orologi sono così radicati nei nostri sogni.

    Non è stato facile perché la sadica ha preteso di limitare a 10 il numero dei nostri orologi da sogno. E per giunta alcuni ce li siamo litigati perché fanno parte di un immaginario comune. E – altra condizione – dovevamo entrambi limitarci ai veri orologi da sogno, ma così da sogno che te li sogni. Perché confesso che fra i miei orologi da sogno ci sono anche realizzazioni dal prezzo piuttosto umano. Ma dal momento che non ho lo spirito del collezionista, mi limito a sognare anche quelli. Ciò premesso cominciamo questo percorso dolorosamente breve.

    I primi tre sono quattro

    Qualcuno ormai lo sa: François-Paul Journe è da sempre un mio mito. Brontolone al limite dell’incazzoso, è uno che non accetta compromessi ed è persino capace di trattare male certi clienti ricchi, ma un po’ scemi, che desiderano i suoi orologi solo perché fa figo. Giuro: l’ho visto mandarli a comprare un – e non dico la marca. Con l’aggiunta di: “Così risparmi e fai comunque il figo”.

    François-Paul “Brontolo” Journe è l’anello di congiunzione fra il passato, il presente e il futuro dell’orologeria. Come Michel Parmigiani viene dal restauro. Il che vuol dire sapere non solo come si fa un buon orologio, ma come fare un orologio destinato a durare nel tempo. Ha saputo anche mettere in piedi una organizzazione commerciale efficiente, senza mai cedere alla tentazione di spingere l’acceleratore sulla produzione. Lui fa quel che gli è possibile fare senza nulla cedere in termini di qualità. Se riesce a trovare collaboratori in grado di seguirlo, allora aumenta il numero dei suoi orologi. Altrimenti vive bene anche facendone di meno. Il mercato gli sta dando ragione e dopo oltre vent’anni di lavoro i collezionisti lo stanno premiando. I collezionisti veri, intendo.

    Io mi accontento del suo Automatique Calibre 1300.3, prodotto in 99 esemplari. Ma solo perché il suo Cronometro a Risonanza mi sembra troppo persino per i miei sogni. Approfitto dell’occasione per chiedergli se non gli avanzasse un quadrante, anche fallato, da regalarmi…

    Poi (sullo stesso piano: non è una classifica, lo ripeto, solo un elenco) c’è il Calatrava di Patek Philippe. Tutti e due: il carica manuale, che l’anno prossimo compie 90 anni (e mi sciolgo per quello con la cassa in oro bianco) e l’automatico in oro giallo. Anche se potrei fare il cambio: oro giallo per il manuale e oro bianco con quadrante nero per l’automatico. Oppure oro rosa per il manuale e oro giallo per l’automatico. Oh, beh, comunque andrebbe bene.

    È il primo orologio che abbia mai sognato davvero, sbalordito da quella che per me è la perfezione estetica. Poi ho scoperto che lo è anche sul piano tecnico. E so già che il cuore mi sanguinerà per qualunque cosa Thierry Stern s’inventerà per celebrare il novantesimo anniversario.

    A questo punto comincio a far qualche passo nel delirio. Richard Mille Les Voiles de Saint Barth, crono. Mi piace perché è folle come tutti gli orologi di Richard Mille, ma al tempo stesso ha una cassa circolare che mitiga un poco la mia quasi diffidenza nei confronti degli orologi “di forma”. Quasi tutti. E poi il mio passato di marinaio sente con chiarezza che questo Mille è uno dei pochi orologi pensati per chi ha davvero il piede marino. Non vi dico gli altri perché il Direttore me lo ha vietato.

    Tre sportivi, fra sogno, tecnica ed estetica

    Beh, pur se amo molto i subacquei di Blancpain, devo dire che ogni volta vedo dal vivo il cronografo flyback Air Command resto a bocca aperta. Mi piace innanzitutto il movimento, un cronografo davvero ben fatto e coerente con il suo prezzo. Mi piace per le finiture che sono da manuale delle finiture.

    Non ho ancora capito se preferisco la classica versione in nero (quel materiale luminescente vintage ha il suo bel fascino) o quella blu, che alla fine, però, mi sembra la più adatta ai miei personali gusti. Perché il blu è un colore un po’ più difficile di quanto non si creda e questo – specialmente dal vivo – è il blu che mi fa tanto mare di Santa Maria di Leuca, anche se l’Air Command è concepito per gli aviatori e non è affatto impermeabile. Sì, forse alla fine prima di svegliarmi sogno proprio l’Air Command blu.

    Per poi buttarmi fra le braccia di un orologio recente: il Parmigiani Fleurier Tonda PF. È il primo frutto della collaborazione fra Michel Parmigiani e Guido Terreni, che ha esordito “pulendo la lavagna” da quasi ogni precedente con un orologio zen. La semplicità, il minimo che però diventa il massimo. Nella sua villetta di Fleurier lo stesso Michel Parmigiani ha una parte dello spazio allestita a giardino zen. Essenzialità espressiva. Il Tonda PF è un ideale, in grado di popolare sogni e realtà quotidiana.

    I segni ridotti al minimo ti lasciano ammirare il pattern inciso a guilloché, la sua eleganza moderna ti fa capire che non avresti bisogno di null’altro. Il suo sottile movimento con micro-rotore (in platino) di carica è un capolavoro di complessa (160 componenti montati su 29 rubini) semplicità: solo ore, minuti e datario. Una raffinatezza, però, sportiva: grazie all’impermeabilità fino a 10 atmosfere e al bracciale d’acciaio te lo porti anche al mare, se vuoi. Un mare da sogno, ovviamente.

    E poi l’Omega “eretico”: il superleggero Aqua Terra con cassa in alluminuro di titanio. “Eretico” perché costa un botto e in tanti accusano Omega di aver esagerato. Io so che non ostante i quasi 50mila euro necessari per passare dal sogno alla realtà anche questo Omega in realtà ha un prezzo concorrenziale. Non sembra, lo capisco, ma so che è così. Perché l’alluminuro di titanio non è una lega normale, ma quella che viene impiegata per fare le turbine dei motori per i jet. Di solito viene lavorata in fusione, ma in questo caso deve essere trattata come qualunque altro tipo di titanio per ottenere ponti e platina.

    Il superleggero Aqua Terra viene prodotto da un reparto di artigiani che lavora nell’industria Omega. È lo stesso reparto artigianale che produceva una volta il tourbillon centrale con ponte a forma di Omega e che in seguito ha prodotto alcune serie limitate molto apprezzate dai collezionisti. Di fatto, quindi, è un orologio artigianale pur se non prodotto in serie limitata e all’interno di una delle maggiori industrie dell’orologeria svizzera. Se raffrontato ai prezzi di un orologio artigianale della stessa ricercatezza, il prezzo – purtroppo – va considerato più che concorrenziale.

    Last but not least, il quartetto di chiusura dei miei orologi da sogno

    Il Code 11.59 by Audemars Piguet. Quello con movimento scheletrato, tourbillon e cassa in oro bianco con parte mediana in oro rosa. So che non è piaciuto a molti, esattamente com’era avvenuto per il Royal Oak, oggi in cima ai desideri. Io l’ho amato dal primo momento per la sua tonnellata di dettagli qualificanti, ma non sbandierati come a dire “guardami son qui”.

    Un orologio splendidamente realizzato e splendidamente componibile, al punto che già ora è possibile realizzare esemplari come questo, con “prezzo su richiesta” che vuol dire prezzo molto, molto elevato. L’unica cosa che non mi piace, di questo orologio, è il nome, benché persino io possa capire il senso di quel “minuto prima di mezzanotte”. Potrò sembrare pazzo, ma fra un Royal Oak e un Code 11.59 di base non avrei esitazione a scegliere il secondo, riservando ai sogni questa versione semplicemente spettacolare da tutti i punti di vista tecnici.

    Quindi c’è una delle più belle invenzioni di Maximilian Busser & Friends. La Legacy Machine 101 è l’orologio in cui la meccanica apparecchia uno spettacolo eccezionale: bilanciere e scappamento in primo piano, a farsi ammirare, e due quadrantini in smalto per ore e minuti (uno) e secondi (l’altro). Il tutto spicca su un quadrante colorato (a me piace quello che vedete in foto) che esalta la tridimensionalità dell’orologio, dall’impossibile vetro a cupola.

    Una vera opera d’arte, l’incontro fra l’orologeria tradizionale e quella del futuro, in cui la meccanica – appunto – è spettacolare. Concepito con quel genio dell’orologeria di Kari Voutilainen, finlandese di nascita e svizzero di crescita,  è forse il miglior esempio in assoluto di come – in assoluta, apparente semplicità – la grande orologeria sia una forma d’arte.

    Infine due nuove entrate, due orologi recenti destinati a far scuola. Per ora concludono il mio personale elenco di orologi da sogno, ma so già che presto se ne aggiungeranno tanti altri.

    Partiamo dal Greubel Forsey Balancier S², recentissimo. Appena presentato. Amo questa versione in grigio, anche se ne è disponibile una vestita di nero. Anche in questo caso la tecnica è stata piegata dall’arte: bariletto, treno del tempo e indicazione dell’autonomia, bilanciere e scappamento, direttamente collegati ai secondi, su un piano inclinato. Mi piace il nuovo corso impresso alla marca da Antonio Calce, da circa un anno Ceo del marchio. In un solo anno il tecnicismo quasi barocco dei precedenti modelli si è stemperato in uno stile più rigoroso, essenziale.

    Eppure l’orologio è di fatto una complessa scultura in cui non solo la cassa si piega per seguire verticalmente la forma del polso, ma si curva anche in senso trasversale per consentire la massima libertà di movimenti non ostante le ampie dimensioni. Il tutto utilizzando il titanio, scolpito in una cassa (per giunta a costruzione modulare) che deve essere stata un autentico incubo per chi l’ha realizzata. Fantastico orologio da sogno, ricco di soluzioni che faranno scuola

    .

    Come farà scuola Chopard con l’Alpine Eagle Cadence 8HF. 250 esemplari. Certo, mi piace – e molto – la rivisitazione estetica della cassa, mi piace lo splendido bracciale che definirei “allo stato dell’arte”…

    Ma mi inchino rispettosamente di fronte al movimento meccanico a carica automatica, funzionante a 57.600 alternanze/ora. Bilanciere a tre bracci, 210 componenti, cassa e bracciale in acciaio, autonomia di 60 ore, prezzo ampiamente inferiore ai 20.000 euro. È un gran bel sognare, almeno per me. I “maschili” di Chopard sono roba maledettamente seria sotto ogni punto di vista. E poi ci sarebbe tanto ancora…

  • Carlo Giordanetti: Swatch, dal passato al futuro remoto

    Carlo Giordanetti: Swatch, dal passato al futuro remoto

    È stato intenzionale. Non volevo intervistare Carlo Giordanetti su Swatch, ma parlare con lui di quel che di Swatch abbiamo capito in quasi trentacinque anni di vita e di lavoro. Chiunque possegga una vera cultura del settore lo considera l’orologio che ha salvato la Svizzera delle lancette dal completo fallimento. E non sbaglia.

    In quegli anni l’orologeria svizzera era sottoterra per colpa della tecnologia al quarzo. Le marche svizzere la consideravano una sorta di evoluzione della tecnologia meccanica e la producevano con modalità direttamente mutuate dall’Alta Orologeria: a mano e con metodi da certosini, pazientissimi monaci. Poi arrivarono i giapponesi: macchine, automazione e circuiti integrati. Prezzi bassissimi per orologi micidialmente precisi. I quarzi svizzeri (cui l’intero settore si era dedicato) uscirono dal mercato perché costosi e obsoleti. Ho visto con i miei occhi avvolgere a mano le bobine di un motore per orologi elettronici. Costosi e – appunto – fuori mercato. Ne conservo uno per non dimenticare.

    Le marche svizzere fallivano con una velocità impressionante e uno dei giovani consulenti chiamati a gestire questi funerali commerciali si chiamava Nicolas G. Hayek, svizzero d’origine libanese. Pensò che qualcosa si poteva fare e cominciò a comprare marche, creando un piccolo gruppo che poi prese il nome di Smh. Puntò tutto sull’orologeria meccanica, sul ritorno della tradizione in un ambito comunque d’eccellenza, limitato nei numeri. Perché lo strapotere delle marche giapponesi nel quarzo era assolutamente imbattibile. Poi pensò che qualcosa, però, si potesse anche fare con la tecnologia del quarzo. L’idea era di dimostrare che – volendo – anche gli svizzeri potevano superare qualunque limite di automazione e produrre orologi economici, precisi e per giunta di plastica.

    Ma fin dall’inizio non pensava a numeri stratosferici. Fu lui stesso a raccontarmi che quando andò a chiedere un finanziamento per Swatch, orologio che nel suo business plan avrebbe dovuto vendere un milione di esemplari, chi doveva finanziarlo gli rise in faccia. E da allora imparò a mettere del grano in cascina perché certe volte a chiedere soldi alle banche finisci solo per arrabbiarti. Il resto ve lo racconto un’altra volta. Perché qui non è importante la storia di Swatch, ma il suo significato. Ieri come oggi e – speriamo – domani e più oltre ancora. Perché Swatch, prima d’essere un orologio, è un modo di pensare.

    Ho fatto solo pochissimo editing – tagliando solo un po’ di stupide puttanate personali – perché Carlo Giordanetti parla come un libro stampato. Ah, dimenticavo. Carlo Giordanetti oggi è ufficialmente “Swatch Management, Ceo, The Swatch Art Peace Hotel”.

    Partiamo da quando hai scoperto l’esistenza di Swatch. 

    Swatch l’ho scoperto perché nella mia famiglia per quattro generazioni abbiamo sempre lavorato per aziende svizzere, senza che mai nessuna fosse connessa con l’altra. Negli anni ’84/’85 mio papà andava e tornava spesso da Basilea, e un giorno è tornato con uno Swatch, ma non è che si sapesse bene che cos’era, perché era almeno due anni prima che entrasse nel mercato italiano.

    Erano tristissimi poi i primi…

    No, non più, c’era già stata la prima generazione di creatività. Il mio primissimo era stato il Don’t Be Too Late e subito dopo arrivò il Jellyfish. Ai tempi ero in Unilever, avevo 24 anni, andavamo tutti in ufficio in giacca e cravatta pur essendo nel marketing. Ma avevo questa cosa qua al polso e per questo ero diventato un po’ il figo della situazione, pur essendo un semplice Assistant Product Manager sulla margarina, non proprio glamour! E lì mi ricordo che è scattata una specie di passione proprio per il valore comunicativo dell’oggetto.

    Non ero appassionato di orologi e non mi posso dire appassionato di orologi nemmeno oggi, nel senso nobile del termine, ma è come se io allora avessi capito che quello era un oggetto di comunicazione, prima ancora che un orologio. Mi ricordo quando dicevano: “Va beh, ma costa 50.000 lire”… Sì, ma è più preciso di qualsiasi orologio, di qualsiasi orologio serio che avevamo allora, degli automatici tradizionali che poi perdevano i minuti.

    Sottovalutare Swatch è un errore micidiale che ho fatto anch’io. Ti confesso una cosa terribile: quando cominciai a fare la prima rivista di orologi andai a intervistare Philippe Stern, il padre di Thierry, e facendo il ruffiano in maniera indecorosa gli dissi: “Ma insomma, questa storia degli orologi di plastica…”. Lui mi ferma e mi dice: “Non dica più una parola Veroni, fermo là… Senza quell’orologio di plastica forse Patek Philippe sarebbe in mano a qualche gruppo finanziario e l’orologeria svizzera non esisterebbe più”.

    Bello! E questa storia si è ripetuta diciamo quasi 30 anni dopo, quando è stato presentato il Sistem51. Eravamo nel grande padiglione per raccontare i 30 anni di Swatch, alla fiera di Basilea, e a un certo punto Nick Hayek mi ha mandato a chiamare e ha detto “Portatemi subito tre Sistem51”, che noi naturalmente non avevamo a portata di mano: le corse! Perché lui conosceva questo rispetto, amore, affetto della famiglia Stern per Swatch. Quindi, quando si sono incontrati lui, gli ha dato il nuovo Sistem51. E questi erano davvero felici come pasque, era come il simbolo di un secondo miracolo.

    Per questo il gruppo si chiama Swatch Group, non Omega Group…

    Sì, a un certo punto da Smh siamo diventati Swatch Group, e ricordo che per questo alcuni avevano storto il naso…

    Anch’io, confesso!

    Io ero negli Stati Uniti, ero a New York per Swatch, negli anni in cui c’è stato il cambio del nome: c’era da camminare schisci nei corridoi se incontravi i colleghi di Omega!

    Come sei riuscito a entrare in Swatch?

    In realtà ai tempi (adesso è un po’ diverso), essere nel marketing, soprattutto in una grande multinazionale, faceva molto curriculum. Erano le aziende a chiamarti: era proprio diverso il mondo, mi ricordo che potevi avere uno o due colloqui a settimana… Fui contattato da una “cacciatrice di teste” e andai a Rozzano, un pomeriggio, alla sede italiana del gruppo. Dove fui intervistato dal dottor Bosisio.

    Che non era un personaggino facile…

    No assolutamente, anzi. Ricordo di essere arrivato sulla porta ed essere stato passato ai raggi X. Dopodiché abbiamo iniziato a fare conversazione, e poi è scattato qualche cosa, forse, senza che io mi fossi preparato in alcun modo. Forse fu il fatto che io già conoscessi il marchio, fatto sta che sono entrato in Swatch così, come Sales & Marketing Coordinator. Coordinavo i display dalla Svizzera e insieme al team delle vendite e del marketing facevamo gli ordini delle collezioni. All’epoca funzionava tutto in maniera molto diversa, e soprattutto non c’erano ancora i negozi monomarca, c’erano i clienti.

    La mia prima foto come persona Swatch è su una scala davanti a un negozio in via Paolo Sarpi mentre sto attaccando un adesivo Swatch su una vetrina – in pantaloni di velluto marrone a coste, camicia azzurra e cravatta. Noi anche quello facevamo. È stato un periodo straordinario.

    A quei tempi Smh aveva Omega e Tissot ereditati da De Marchi, il precedente importatore, e poi Swatch: solo quei tre marchi lì e fine. Quando facemmo i primi incontri con i clienti, Omega era OMEGA, anche se diversa da adesso; Tissot comunque un marchio importante per l’Italia, ma con Swatch ci guardavano come se fossimo pazzi. Andavamo nei meeting degli orologiai con i Maxi Swatch e le modelle: dei pazzi. Però presto è cominciato quel fenomeno che è stato italiano più che di qualsiasi altra nazionalità, il concetto di avere questo orologio stravagante, ma comunque preciso e di qualità…

    Aveva un valore aggiunto era pazzesco!

    E portava nei negozi tanta gente! Questa era la grande cosa: sono sicuro che chiunque tu intervistassi dei vecchi negozianti di allora ti direbbe: “Abbiamo dovuto togliere il campanello!” perché non se ne poteva più. Siamo in pratica il marchio che è riuscito a togliere la sicura ai negozi di orologi. Poi è tornata, eh!?

    E c’erano collezionisti insospettabili: ricordo che Gianni Bulgari aveva tutto!

    Ricordo che quando iniziai c’era appena stata l’asta, a Ginevra, in cui Gianni Bulgari aveva comprato tutte le prime serie, tutto quello che c’era stato fino ad allora. E nel cogliere il potenziale da questo segnale c’è stata tutta la genialità di Franco Bosisio, supportato dall’altro genio, Mr. Hayek. Così è iniziato il fenomeno del collezionismo, anche se all’inizio noi non lo abbiamo mai promosso.

    Anzi, lo avete frenato molto.

    In certi momenti sì, perché il signor Hayek ha sempre avuto timore che la cosa fosse vista nel modo sbagliato, che l’azienda fosse giudicata opportunista, in certe situazioni, e lui non lo voleva assolutamente.

    Ed è lì che inventò la distribuzione selettiva.

    Sì, anche perché nel ’97 il fenomeno dei collezionisti è diventato talmente macroscopico che ci siamo detti che dovevamo fare qualcosa per gestirlo. Quando è nato The Swatch Collectors Of Swatch, con il simbolo delle tre ninfe che si rincorrevano nude nel centro, è proprio perché il signor Hayek ha detto: “Bisogna proteggere quelli che veramente ci credono e non sono speculatori”. Quindi abbiamo creato un mondo dedicato a loro, addirittura il giornale…

    Avete anticipato di 30 anni, se non di 40, qualcosa che nell’orologeria in generale è necessaria adesso: proteggere i collezionisti veri dagli speculatori che comprano per vendere, lucrandoci, ai collezionisti veri.

    Sì, certo, tante volte ci è capitato – anche se io non sono mai stato nel commerciale vero e proprio, piuttosto nel marketing o nella comunicazione – di dover prendere per la collottola dei personaggi per dir loro: “No, troviamo un altro modo, perché così non va bene”. E su questo discorso dei collezionisti credo che abbiamo fatto un buon lavoro, rendendoli molto partecipi della vita del marchio, dell’azienda, con gli eventi e tanto altro che abbiamo creato apposta per loro. Eventi e altro non destinati al pubblico generico in cui i collezionisti avevano un palco riservato. No: iniziative destinate solo a loro.

    Nel pieno del proprio successo Swatch sembrò quasi infastidita dalle luci della ribalta. Nello stesso periodo, se ti ricordi, esplose anche un fenomeno Fossil e circolava la favola di un accordo secondo il quale Swatch non avrebbe rotto troppo le balle in USA a Fossil e Fossil, a sua volta, non avrebbe rotto troppo le balle in Europa. E questo perché Hayek non ha mai amato la competizione, ma il quieto vivere.

    Io ricordo una grandissima lezione: quando qualcuno, in uno dei soliti meeting, faceva l’analisi della concorrenza un po’ con il dito puntato, lui disse: “Ma di cosa state parlando? Grazie a Dio che abbiamo concorrenti. Se non ci fossero saremmo morti. Io sono contento che i concorrenti ci tengano svegli di notte, perché bisogna stare svegli di notte, non dormire”. Questo per dire che è impossibile, un accordo simile sarebbe stato contro ogni suo credo.

    Parliamo delle tecnologie totalmente automatizzate per realizzare gli Swatch. Era una cosa mai vista, e che ancora una volta ha dato origine a leggende. Si diceva che persino Rolex fosse andato a spiare come si realizzavano gli Swatch per vedere se si poteva prendere spunto per una maggiore automazione. E forse in parecchie marche hanno goduto dell’evoluzione tecnologica originata da Swatch e dalle macchine inventate per automatizzarne la produzione.

    Io stesso entrai di nascosto tre volte nella fabbrica, di nascosto ripeto, poi un giorno vado da Hayek, passando per Beatrice Howald, la sua storica segretaria, e gli chiedo di visitare la fabbrica. E lui mi dice: “Ma se ci sei stato tre volte!”. E io: “Vabbè, ma non ho pubblicato niente”. Si è messo a ridere e quindi è stata organizzata una cosa da servizi segreti: per cui dopo lunga trattativa potei portare la mia macchina fotografica, ma ogni volta che finivo con un rullino dovevo passarlo a una persona che mi seguiva passo per passo e prendeva i rullini per farli sviluppare, controllando cosa avessi fotografato. Il giorno dopo, in occasione di un’altra chiacchierata con Hayek, mi vennero consegnate le diapositive “non proibite”!

    È vero, in quel periodo la grande tecnologia di Swatch era “secretata” come certi documenti politici. Una delle grandi sfide attraverso le quali Mr. Hayek convinse gli investitori ad andargli dietro fu proprio il commitment che tutto quello che Swatch avrebbe sviluppato dal punto di vista dell’innovazione tecnologica sarebbe entrato nel circuito dei marchi della società. Ma non all’esterno: facessero da soli, gli altri, se erano in grado. Ancor oggi arrivano progetti che potrebbero esser perfetti per X o Y, ma nella grande maggioranza dei casi prevale la linea Hayek, cioè “prima Swatch”.

    Nick continua giustamente a usare Swatch come base di ricerca tecnologica da cui distribuire a tutte le marche del Gruppo. Pensa alla stessa àncora di plastica del Powermatic 90 che viene da Swatch: e sarà anche di plastica ma funziona benissimo. Anche perché nel gruppo avete persino una fabbrica di polimeri che produce e fa ricerca avanzata.

    Sì, Swatch è sempre rimasta al centro, credo sia così perché tutta l’azienda ha sempre ragionato in maniera molto dinamica, da vero gruppo con un buon centro di gravità intorno al quale ruota tutto: dalle singole marche alle singole sezioni che producono componenti. E persino la fase creativa poteva esser condivisa, in certe fasi.                                                               (continua)

  • “Watch Update”: cosa diavolo è?

    “Watch Update”: cosa diavolo è?

    Si chiama Watch Update ed è, come dice il nome, un aggiornamento della situazione dell’orologeria e quindi degli orologi. Prima l’orologeria. Perché è l’orologeria che fa gli orologi e non il contrario. Watch Update è un aggiornamento che durerà almeno un mese, un mese e mezzo, perché mai come oggi la situazione è fluida: dall’eccessiva fiducia nel mercato cinese (la crisi politica di Hong Kong aveva già dato una potente sberla all’intero mercato del lusso) all’emergenza derivante dalla pandemia Covid 19, sembra proprio che sia necessario rivedere molte cose. In orologeria come in molti altri settori.

    E l’orologeria si prepara a reagire, a riorganizzare le truppe – come un esercito dopo una batosta. Quindi una parte importante del Watch Update sarà riservata a questo argomento, come ulteriore dimostrazione che qui non c’è nulla da nascondere, nulla che non si possa dire al pubblico dei compratori e dei semplici appassionati. Condividere.

    Watch Update è, per certi versi, la continuazione su un media diverso di ciò che sono stati, per oltre vent’anni, i supplementi ai quotidiani cui ho lavorato, appunto, per tutto questo tempo. Questo mi rende migliore? No, non credo. Ma mi trasforma in un “maturo giornalista” molto ricco d’esperienza. Esperienza che uso “al futuro”, non per parlare dei “bei tempi di una volta”. Ancora oggi non mi stanco di cercare il nuovo, le strade di domani. Certo, sono il primo a controllare che una certa dose di temerarietà non derivi dal rincoglionimento senile, ma direi di aver ancora tempo soprattutto grazie all’aiuto di Daniela Fagnola. Che, come direttore del Giornale degli Orologi e con una trentennale esperienza di giornalismo, verifica quotidianamente il mio grado di lucidità mentale. Gli indomiti vecchietti vanno sempre tenuti un po’ a bada.

    E quindi Watch Update è un supplemento telematico. Lo riconoscerete per un sigillo verde posto su ognuno degli articoli scritti appositamente, mentre continua il lavoro usuale del Giornale degli Orologi. Ci saranno anche su Watch Update gli approfondimenti relativi agli orologi più interessanti perché in qualche modo più emblematici dei tanti modi in cui si può fare orologeria. Senza – o quasi – esclusioni, perché noi siamo giornalisti, non censori. I nostri gusti personali non contano.

    Ci saranno spazi tematici per le notizie di attualità più in breve, con tutte le indicazioni che saremo in grado di fornire. Ci saranno interviste su come, chi e perché ha prodotto un orologio. E ci saranno le opinioni, i sogni e le paure degli operatori del settore – tutti –, raccolte in un momento complesso, per molti versi grave. È un periodo, come dicevo, di ricostruzione: bisognerà capire cosa tenere del passato – e come; bisognerà saper innovare per affascinare anche il pubblico nuovo, sempre ricordando che l’orologeria esiste da secoli. E quindi è come un fiume che nasce nel passato e scorre nel presente, muovendosi verso la foce del futuro.

    Noi siamo qui per cercare di spiegarlo, per tentare di comprendere insieme l’orologeria che fa nascere gli orologi. Che siano i capolavori della micromeccanica o gli esperimenti dell’elettronica. Perché voi lettori, singolarmente, potete decidere che quelli meccanici sono veri orologi, loro soltanto, e l’elettronica sterco del diavolo. Ma noi dobbiamo ricordare che uno stesso atteggiamento faceva considerare gli orologi da polso, circa un secolo fa, roba per donne o per uomini di dubbia virilità. Solo nella metà degli anni Trenta le vendite di orologi da polso superarono quelle dei “tasca”. Oggi considerati come curiosità, dinosauri sopravvissuti chissà perché.

    Grazie per avuto la pazienza di leggere questo editoriale.

  • Boutique Breguet,  appuntamento personale

    Boutique Breguet, appuntamento personale

    È semplice: vai sul sito Breguet e fai click con il mouse su punti vendita. Dopodiché prenoti un appuntamento. Puoi partire dall’elenco delle boutique nel mondo o direttamente dall’opzione prenota un appuntamento. A questo punto puoi – appunto – prenotare un incontro esclusivo. Che vuol dire avere la boutique Breguet tutta per te, sicura e ben sanificata. Nella quale parlare con l’interlocutore giusto e la mascherina giusta (siamo in tempi di Covid e le precauzioni non sono mai troppe), lunghi guanti per non lasciare code maligne e, in generale, un protocollo Breguet di sanificazione totale per poter effettuare la visita ben al riparo del virus.

    È uno dei tentativi per “inventare” il commercio del domani, specialmente in una fase nella quale non si capisce bene chi può fare cosa, quando e a quali condizioni. Perché per ora – è chiaro – nemmeno chi dovrebbe darci certezze ne ha di personali. Ma il mondo deve andare avanti e non solo per i fatturati, il commercio globale e via dicendo. Deve andare avanti perché siamo cresciuti con il terrore di un ritorno prossimo venturo al medioevo e la cosa ci sconcerta, ci disorienta, ci fa star male. E allora ben vengano tutte le idee, nessuna esclusa. Che sembrano poterci accompagnare almeno verso una nuova normalità accettabile, se non possiamo far arretrare le nostre lancette a qualche mese fa.

    Detto questo, ricordo bene quel che mi dicevano: di buone intenzioni sono lastricate le strade dell’inferno, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e così via. Le buone intenzioni sono facili, le buone idee un po’ meno. Ma il difficile, il muro di fronte al quale ti fermi come uno scemo mentre tutti ti ridono dietro, è l’atto pratico. Far fatti, non far-falle, come dice il mio lato poetico. Quindi sono andato a verificare cosa succede se provo a prendere un appuntamento per andare nella boutique Breguet a godermi qualche grande orologio.

    Entro appunto nel sito Breguet e per l’ennesima volta mi inoltro nei menù a cascata, quelle tendine che scendono dall’alto delle voci elencate sulla fascia blu sotto il logo del marchio. Ci casco ogni volta e proprio per questo vi consiglio di fare altrettanto. La navigazione è molto ordinata non soltanto per quanto riguarda le collezioni degli orologi, ma soprattutto per quel che potremmo definire il “mondo” Breguet, quel patrimonio che Abraham-Louis Breguet e i suoi successori hanno iniziato a costruire nel 1775.

    Perché Breguet non era solo un genio dell’orologeria, ma sapeva ben gestire anche dal punto di vista pratico la commercializzazione e persino quel che noi oggi definiamo marketing. Breguet fu il primo ad aprire una filiale estera, in Russia. Ecco perché nella nuova Breguet ricostruita in Swatch Group la Russia è stata la prima nazione ad avere una propria filiale. Insomma: prendete tutto il tempo che vi serve per entrare nello spirito del marchio. Scoprirete che è forte e ben costruito, eppure senza forzature da “vien qui che ti vendo anche quel che non vorresti mai comprare”.

    Il passo successivo – quando volete, se volete – è quello di tornare alla pagina iniziale (home page), al menù a tendina punti vendita e poi appunto prenotare un appuntamento. Si apre un ampio menù da esaminare con cura, prima di compilare le varie voci. Spesso i questionari nascondono una maligna richiesta di dati da usare magari per altri fini, indipendentemente dalla facciata innocua. Per quanto mi riguarda scopro che nessuno mi chiede – come condizione obbligatoria per andare avanti – il numero di telefono, che è uno dei dati più preziosi senza i quali tutto si blocca. Una scelta che trovo decisamente positiva.

    Certo, vi chiedono l’indirizzo di posta elettronica, ma quello mi sembra assolutamente il minimo per poter comunicare con la boutique Breguet. Ovviamente ho fornito l’indirizzo che uso come bidone della spazzatura telematica; un indirizzo che ho creato con la specifica intenzione di convogliare su quella casella postale la massa di comunicazioni – al 99 per cento indesiderate – che vi verrà spedita dai siti con i quali avete avuto in passato una fuggevole relazione.

    Scelgo una data, scelgo l’ora, e indico – obbligatorio – cosa intendo fare (scoprire gli orologi) chiedendomi perplesso in cosa possa consistere la voce “altro”. Indico quale tipo di orologi vorrei conoscere (la collezione Tradition) e poi scendo nel menù messaggio, spiegando che non disdegnerei un buon cafferino, anche se so già che me l’offrirebbero comunque. Passo poi alle informazioni personali, che come dicevo non superano l’ovvia richiesta di un indirizzo mail. E alla fine, dopo aver come sempre confermato di aver letto l’informazione sulla privacy, premo il pulsante virtuale inviare. Tutto qui.

    Beh, quasi tutto qui. Dal momento che come tutti i giornalisti sono un rompiscatole, completo l’operazione di prima mattina, per vedere: a) se e dopo quanto tempo mi rispondono; nonché b) se l’eventuale risposta arriva in automatico o davvero da qualcuno presente nella boutique o comunque al lavoro telematicamente, da casa. Nemmeno mezz’ora dopo, arriva la risposta che ho inserito nelle illustrazioni di questo articolo. Sono molto soddisfatto. Non solo per la risposta, ma soprattutto perché la risposta stessa non viene usata per chiedermi i dati non richiesti nel primo modulo, come il numero di telefono. La cosa sta assumendo i contorni di una operazione seria: far fatti, non far-falle, come dicevo. E mi metto in attesa dell’ambasciatore Breguet.

    Il finale per me è un po’ amaro. Avete presente quando vi sentite un po’ furbi che fanno furbate? L’astuto giornalista sotto copertura è stato scoperto con vergognosa (per il giornalista) rapidità. E l’ambasciatore poi mi ha scritto se ero Veroni “quello degli orologi”, dimostrando che il sito è ben controllato e io sono molto meno furbo di quanto credevo di essere. Per pagar pegno mi offro volontariamente come accompagnatore per qualcuno – a scelta dell’ambasciatore – che richieda un appuntamento nella boutique Breguet. Ma a patto che mi si lasci lo spazio per l’abituale pisolino digestivo…

  • I sogni del Veroni. Dodici orologi, non uno di più

    I sogni del Veroni. Dodici orologi, non uno di più

    Chi conosce Augusto sa che parla tanto, ma non si sa mai cosa pensa davvero (del resto è un Gemelli…). Per una volta, però, siamo riusciti a fargli scrivere nero su bianco cosa gli piacerebbe mettersi al polso, cosa si comprerebbe veramente se potesse permetterselo. Ecco i sogni del Veroni. Uno al mese

    La premessa è: non sono un appassionato di orologi, ma di orologeria. Sembra poco, ma è una differenza sostanziale. Vuol dire che non è l’orologio a sedurmi (non sono collezionista, non lo sono mai stato e i miei orologi – che si contano sulle dita di una mano – hanno significati sentimentali), ma tutta la sua storia, dalla fase in cui viene progettato fino a quella della vendita al pubblico.

    Per cui all’inizio ho preso la cosa sottogamba, considerando semplice la faccenda. E invece ho scoperto che Daniela Fagnola, il Direttore, è sadica e cattiva dentro: pretende troppo da un povero redattore vecchio e forse anche un po’ rincoglionito. Perché dirmi “scegli dodici orologi, uno per mese e non uno di più” è roba che nemmeno la Forza Nera ti costringerebbe a fare. Ma l’ho capito troppo tardi, dopo aver accettato.

    Tema: i miei orologi del 2019. Ma solo dodici. E perché quelli piuttosto che altri. Così ho cominciato a selezionarli e sono arrivato a superare i quaranta, dopodiché ho dovuto iniziare il gioco della torre (“chi butti giù dalla torre, fra questo e quello?”) in una sequenza lacerante per l’anima. Non credevo di amare e stimare così tanti orologi e la cosa mi fa capire che la Svizzera degli orologi è ancora ben viva.

    Ovviamente ho scelto i miei sogni, ossia orologi che non potrò mai permettermi e che – però – sono felice esistano perché come tutte le cose belle e intelligenti rendono il mondo un po’ più sopportabile. In alcuni casi i sogni son diventati incubi (mi ha fatto male dover escludere alcuni modelli); in altri rivelano le mie perversioni estetiche personali che, in quanto tali, non devono essere prese in alta considerazione.

    In aggiunta tutte le motivazioni per le scelte sono prevalentemente tecniche e in alcuni casi le spiego. Ovviamente tutto ciò non è una classifica né nulla che in qualche modo le somigli. Sono solo i miei sogni. I sogni del Veroni.

  • Richard Mille: quando il gioco si fa duro…

    Richard Mille: quando il gioco si fa duro…

    Credetemi, dovreste provare tutti: fare le polpette di fango è una straordinaria soddisfazione. Specialmente nell’età matura, quando la consapevolezza di giocare amplifica il piacere di farlo. Obietterete: ma io non ho tempo di giocare, io ho ben altre preoccupazioni, io ho una casa, un’azienda, una nazione da mandare avanti… Tutte balle. Ognuno di noi gioca e fra poco ve lo dimostro.

    Ma prima devo soddisfare le cieche regole di Google che, per indicizzarmi questo articolo, vuole farmi scrivere in un certo modo. Ok, faccio mente locale. La parola chiave – che qui sarà Richard Mille – da ripetere più volte. Le frasi brevi, non più di 25 parole. I paragrafi corti, niente passivi, le congiunzioni al punto giusto. E anche una serie di Tag: Augusto Veroni, Richard Mille Bonbon, Augusto Veroni se la ride, Richard Mille Réglisse, Richard Mille liquirizia, Augusto Veroni dice che forse ora basta col Seo (acronimo per Search Engine Optimization). Bene, con il permesso di Google vado avanti.

    Ognuno di noi si perde in inutili giochi perché ognuno di noi ha oggetti, cibi, abiti e magari auto che non possiede solo per motivi pratici, ma anche per fare scena. Per sentirsi vellicato nell’animo, per farsi strappare un sorriso. Gioco, appunto. Dopodiché ognuno di noi gioca nella misura che tempo e soldi gli consentono. Io gioco con un’ottima Skoda e lo chiamo gioco perché comunque eccede le mie strette necessità. Altri giocano con Lamborghini e Ferrari. Ma se siamo entrambi consapevoli di giocare, non c’è astio, non c’è odio né invidia. Proprio come fra bambini che si riconoscono compagni di gioco, appunto.

    Richard Mille è un adulto che gioca in modo molto serio. Le sue polpette di fango sono gli orologi. O meglio: il gioco di portare materiali e tecnologie dell’automobilismo estremo in orologi estremi, sotto ogni punto di vista. Prezzi compresi, sia chiaro. Mille ha prima lavorato in orologeria, poi a lungo in Matra – Mécanique Aviation Traction, comunque occupandosi anche di alcune marche orologiere in portafoglio. E poi ancora in orologeria pura, fino a creare una marca propria.

    Ne ha fatte di cotte e di crude, Richard Mille. Ma quando quest’anno, al SIHH di Ginevra, ha presentato una collezione fatta solo di orologi ispirati ai dolci, qualcuno ha pensato fosse troppo. Conosco Richard abbastanza per sapere cose voglia dire per lui la parola “troppo” e mi scappa da sghignazzare… Invitando questo tipo di persone ad aspettare, trovo l’idea assolutamente fantastica: giocare, provocare, ma con una tecnologia a prova del critico più cattivo.

    Ma, obietterà qualcuno, con quei colori puoi attirare solo il pubblico femminile: un uomo vero non metterebbe mai orologi del genere. Ok, se qualcuno ha bisogno di dimostrare la propria forse dubbia virilità attraverso simboli estetici della mitologia maschile faccia pure. Ma chi non ha dubbi su di sé riesce a giocare anche in questo senso. E infatti ho già visto il Richard Mille Liquirizia al polso di atleti e persone dello spettacolo duri come una roccia. Perché “quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare” (“Animal House”, film che non aver visto è masochismo masochista).

    Il Richard Mille Liquirizia (RM 16-01 Automatic) è uno dei dieci modelli della collezione Bonbon, ciascuno in edizione limitata a 30 esemplari. Fondamentalmente sono varianti di tre modelli base: l’RM 07-03, l’RM 16-01, appunto, e l’RM 37-01. Di questi orologi sono di particolare interesse la forma e il movimento con massa oscillante a geometria variabile. In questo caso Mille dimostra una padronanza fuori dall’ordinario nel lavorare il titanio, che oltre al movimento comprende anche la placca a forma di spirale di liquirizia sul quadrante. E nel colorare la ceramica di colori veri e vivaci.

    Si tratta quindi di una collezione di orologi il cui contenuto tecnico è elevatissimo e proviene dalla somma di competenze specifiche personali, ma anche di fornitori di primo piano. In più la vena ludica di Richard Mille, in combutta con Cécile Guenat, cui Mille ha affidato la direzione artistica di questa collezione, ha travestito la tecnica già conosciuta in nuove tecniche con le quali giocare in modo maledettamente serio. Pop art. Pop art che segnerà la storia del collezionismo d’orologi.

  • Dietro le quinte: Baselworld, cosa diavolo succede?

    Dietro le quinte: Baselworld, cosa diavolo succede?

    Ho aspettato che la rabbia sbollisse un poco, prima di scrivere questo articolo. Perché a Baselworld, quest’anno, ho solo visto i resti di una fiera che frequento da più di trent’anni. E spiace – perché per certi versi ingiusto, come vedremo – dover annoverare fra i resti nomi più che illustri come Patek Philippe e Rolex. Che non si capisce bene cosa restino a fare.

    In realtà lo capisco bene: Rolex, Patek Philippe e uno zoccolo duro di marche non vogliono mollare perché sperano nel futuro. Sperano in un futuro che consenta all’orologeria svizzera di tornare unita (o quasi: sarebbe già una conquista) per mostrarsi su un palcoscenico internazionale. Oggi il frazionamento delle manifestazioni e la fuga degli espositori offre dell’orologeria svizzera un ritratto impietoso, che per altro non corrisponde affatto alla realtà di un settore capace di farsi concorrenza nel reciproco rispetto. Gli errori della vecchia gestione di Baselworld, sommati a quelli già messi in evidenza dai nuovi dirigenti, offrono invece una ingiusta caricatura dell’orologeria.

    C’era una volta

    Una volta, tanti anni fa, la “fiera di Basilea” era l’appuntamento fondamentale per l’intero settore. I produttori presentavano le novità e i negozianti venivano a vederle. Se fossero piaciuti le avrebbero ordinate, con consegne che di solito richiedevano parecchi mesi. A Basilea i produttori decidevano quali orologi mettere effettivamente in produzione e in quale quantità. Ho visto spesso orologi scomparire nel dimenticatoio perché i negozianti non li volevano e ho visto spesso diminuire i prezzi degli orologi di successo perché la forte richiesta consentiva di farlo, rendendoli ancor più competitivi e di successo. In una settimana circa, a Basilea, ogni produttore arrivava a fare, in ordini, fino al 90 per cento del fatturato annuale.

    C’era anche un forte indotto per la città di Basilea: come sempre accade alberghi e ristoranti aumentavano i prezzi, ma nulla che non accadesse anche altrove. E benché 29 anni fa le marche del gruppo Richemont (e altre, fra cui Audemars Piguet) avessero mollato Basilea per creare a Ginevra una propria manifestazione fieristica più esclusiva, la fiera di Basilea, che effettivamente aveva un carattere molto più popolare, non subì grandi conseguenze negative. In realtà proprio il carattere poco paludato di questa fiera (insieme a prezzi sopportabili e ben modulati in rapporto agli spazi) consentiva due cose essenziali: uno, offrire a tutti, anche alle piccole marche, vecchie e nuove, l’opportunità di presentarsi sul mercato; e due, consolidare l’immagine dell’orologeria come un settore essenzialmente svizzero, pur se tutti hanno sempre saputo che i numeri dei grandi produttori orientali erano e sono ben più consistenti.

    La svolta del 2003

    Molti ricordano che tutto è cambiato intorno al 2003, quando si verificò una forte epidemia di influenza aviaria. Allora le autorità decisero che tutti gli orientali venuti a Basilea per comprare erano sanissimi, mentre quelli venuti a vendere non solo erano molto, molto malati, ma dovevano tornare a casa immediatamente senza aver diritto ad alcun rimborso. La mansuetudine dimostrata dagli orientali sembrò far scattare qualcosa.

    La fiera di Basilea, anche nel (malinteso) tentativo di adeguarsi a Ginevra, con la ristrutturazione faraonica affidata a Herzog & de Mauron passò ad una sfrenata ricchezza: moltiplicazione dei prezzi da pagare per gli spazi, moltiplicazione (per dieci!) dei costi d’alloggio in albergo, stand milionari e tutto un crescendo wagneriano di spese e iniziative. I piccoli? O relegati in zone seminascoste della fiera, o costretti ad esporre all’esterno, in alberghi, negozi compiacenti (a caro prezzo) e persino banchetti da ambulante.

    Ora facciamo un gioco. Gira che ti rigira, dove pensate che il cetriolo dell’aumento dei costi andasse a finire? Sì, proprio nei prezzi degli orologi. Non erano aumenti poi pazzeschi (se la fiera ti costa 30 milioni di franchi e tu produci un milione di orologi si parla, tutto sommato, di trenta franchi), ma pur sempre aumenti.

    Baselworld: forze centrifughe e centripete

    Poi la crisi, poi il rallentamento dei mercati orientali, poi il digitale, poi le prime defezioni e la continua avidità di Baselworld, trasformatasi in una macchina dai costi esagerati, l’arroganza del “certi marchi è meglio perderli che trovarli”, l’intelligenza di chi ha pensato soluzioni alternative. Come l’idea di esportare “piccoli SIHH” in USA, Hong Kong e forse Dubai o quella, di Swatch Group, di prendere un palazzo d’uffici e fare una propria manifestazione commerciale, senza giornalisti. A questi ultimi verranno poi destinati incontri locali quando gli orologi saranno pronti per entrare in commercio. Sono soluzioni intelligenti ed efficaci, che però hanno un solo difetto: dividono ulteriormente l’orologeria svizzera, impediscono il ritorno ad un unico centro focale del settore.

    Non è un difetto secondario. Rolex e Patek Philippe restano non ostante tutto a Basilea proprio per fare da aggregante al settore. Nessuna delle due marche ha necessità di una vetrina commerciale (perché nessuna delle due riesce a produrre abbastanza orologi in relazione alle richieste del mercato) ed entrambe risparmierebbero cifre enormi standosene a Ginevra, nelle proprie sedi. Fino ad oggi hanno onorato il proprio ruolo di “fari” dell’orologeria svizzera. Ma per quanto tempo potranno ancora andare avanti a spendere (quasi) inutilmente decine di milioni di franchi svizzeri?

    Parliamone…

    Vorrei dire ai “signori di Baselworld”: cercate di capire a cosa serve, oggi, una manifestazione fieristica. Vendere? Incontrare gli amici? Incontrare la stampa? Ribadire la svizzerità degli orologi? Ascoltate quante più parti in causa potete, dai produttori ai negozianti, dai venditori ai giornalisti, e poi decidete.

    Vorrei anche dire ai “signori di Baselworld”: basta con certi prezzi. Comprendiamo tutti i vostri problemi di bilancio, ma non possiamo risolverli noi. E basta con il caro alberghi e il caro ristoranti. Da noi in Italia se un furbacchione fa pagare prezzi troppo cari intervengono i Carabinieri, la Finanza, la Polizia e magari anche la Forestale. Voi dite che non potete farci nulla? Peggio per voi. Sono disposto a pagare una camera anche tre volte il suo prezzo, ma se costa di più non se ne parla. Oggi il materiale stampa è sul cloud in tempo reale e pochi giorni dopo si svolgono manifestazioni locali che mi consentono di vedere e toccare gli orologi. A costo zero. Le migliaia di euro che mi costa la fiera non hanno più alcun riscontro pratico.

    E poi vorrei dire ai “signori di Baselworld”: sostenere che la fiera si deve digitalizzare è una banalità. Tutti hanno già digitalizzato da molto tempo. Diteci come vorreste farlo, nei dettagli. Oggi persino Google ha capito che non sempre conta la quantità dei contatti, ma la qualità. E non provate a inondarmi di materiale: vi considero come spam e buona notte ai suonatori. Cercate di capire come, quando e perché interagire con gli operatori. E con quali: l’orologeria è suddivisa in settori che hanno ciascuno esigenze diverse. L’unica esigenza comune si chiama Swiss Made.

    Cara Baselworld, diciamo le cose come stanno

    Continuo ancora. Sempre ai “signori di Baselworld” vorrei anche dire: l’anno prossimo la fiera si svolgerà a maggio, coordinata con quella di Ginevra – finisce una, inizia l’altra. Per alcune motivazioni circa la scarsa furbizia di questa operazione vi rimando a un altro articolo scritto prima di Baselworld.

    Qui vorrei solo aggiungere che anche gli operatori si sono resi conto della suddetta scarsa furbizia: se presentano a maggio i propri orologi, rischiano di non riuscire a consegnarli in tempo per le vendite estive né per quelle natalizie. Ma i rappresentanti della fiera giurano che non avevano scelta, vista la presenza di altre manifestazioni. Lasciare tutto com’era non vi è passato per la mente? È vero che chi viene da lontano risparmia un biglietto aereo di andata e ritorno, ma tutti gli altri? Sarebbe stato sufficiente offrire gli alberghi a non più di tre volte il prezzo solito per risolvere il problema economico. Ma anche questo non sembra accettabile.

    Concludo dicendo ai “signori di Baselworld”: smettetela di dire che i cambiamenti che pensate saranno effettivi fra tre o quattro anni, perché questo equivale a dire “abbiamo sbagliato, stiamo cercando di riparare, ma nel frattempo i prezzi di una fiera mal fatta continuate a pagarli voi”. No, grazie. C’è stata una conferenza stampa con tanto di streaming nella quale Michel Loris-Melikoff, Direttore generale della manifestazione fieristica, ha in sostanza annunciato una serie di provvedimenti di scarsissima consistenza e utilità, più la disponibilità a diminuire i prezzi di un 20/30 per cento.

    Serve ben altro. Baselworld va ripensata da zero per avere almeno un dimezzamento dei prezzi che le consenta di tornare ad essere il fulcro dell’orologeria svizzera. Bisogna consentire una presenza dignitosa, in fiera, a tutti: dai grandi ai piccoli marchi, dai potenti gruppi finanziari ai piccoli marchi indipendenti che cercano di trovare un proprio posto nel panorama del settore. Tutto il resto sono balle.

  • Breguet o il flusso della Storia: da Abraham-Louis a oggi

    Breguet o il flusso della Storia: da Abraham-Louis a oggi

    Si trattasse “solo” di far buoni orologi, la cosa sarebbe quasi facile. L’orologeria, però, è molto di più che un buon orologio. Se ci pensiamo per pochi minuti, la cosa appare in tutta la sua evidenza. Pensate ad esempio a quante marche usano movimenti più o meno standard, come gli ETA e i Valjoux: buoni movimenti con i quali è (quasi) facile fare buoni orologi. L’estetica, dite? Sì, certo, è importante. Importantissima.

    Ma provate a pensare ad una marca che fa un bellissimo orologio classico e poi un bellissimo orologio proiettato nel futuro e poi un cronografo sportivissimo… Ciascuno di loro può essere, come abbiamo visto, sia di ottima qualità che bellissimo, ma non basta. Serve un senso, serve un carattere. La marca, per essere tale, deve avere carattere e personalità propri, originali e riconoscibili. E qui torniamo, inevitabilmente, al genio di Abraham-Louis Breguet. Che non è solo uno straordinario inventore di dispositivi micromeccanici, ma molto, molto di più.

    Cercherò di riassumere al massimo, ma non è possibile comprendere Breguet se non lo si inserisce nella sua epoca: il Settecento, il Secolo dei Lumi, l’era dell’Illuminismo. Scienza, certo, ma anche una forma di risveglio del popolo che scoppierà, alla fine, con la Rivoluzione francese. E poi Napoleone, poi la Restaurazione… Ma è anche il tentativo di rendere belli e poco costosi gli orologi che spinge Breguet a perfezionare o inventare canoni estetici propri – che poi diventeranno così caratteristici da decretare il successo della marca.

    Un successo così forte da far gola ai falsari, costringendo Breguet ad inventare la minuscola “firma segreta” che ieri come oggi caratterizza i suoi orologi. Ma Breguet è anche un “povero svizzero” proveniente da un paesino lacustre elvetico venuto in Francia per imparare l’orologeria vera. Perché, a quei tempi, gli orologi di qualità erano solo francesi o inglesi. Gli svizzeri, nell’orologeria dell’epoca, venivano considerati una mezza schifezza.

    Breguet manda anche uno dei figli, Antoine-Louis, a studiare da John Arnold, eminente orologiaio inglese che a suo tempo era venuto a Parigi per lavorare a fianco di Breguet stesso. L’atmosfera era quella di collaborazione, amicizia e condivisione della scienza orologiera. Fantastico, vero? E parte di questa sapienza tornò certamente in Svizzera quando Abraham-Louis Breguet vi trovò riparo dalla fase più cruenta della Rivoluzione Francese, dalla quale lui, fornitore della Corte, difficilmente si sarebbe salvato. Mi sono spesso chiesto se il successivo trionfo dell’orologeria svizzera, dovuto all’invenzione, per così dire, del buon rapporto fra prezzo e qualità, non sia in qualche modo germogliato da un seme piantato da Abraham-Louis Breguet.

    Sta di fatto che il marchio Breguet continua a produrre orologi anche quando i figli vendono la fabbrica, che poi passerà al gioielliere francese Chaumet e infine ad un fondo d’investimento mediorientale, l’Investcorp. E continua a produrli – anche quando la qualità non è poi così elevata – proprio perché Breguet ha carattere, Breguet ha una propria estetica, ha una propria personalità inconfondibile.

    Nel 1999 il marchio Breguet, una piccolissima fabbrica a Le Brassus, confine con la Francia, Giura svizzero, viene comprato da Nicolas Hayek, da Swatch Group. Hayek, più che Breguet, ha nel mirino la Lemania, la fabbrica che produce il leggendario movimento cronografico dello Speedmaster di Omega, l’orologio andato sulla Luna. Si riappropria in pieno di un orologio fondamentale per la corazzata Omega, che insieme a Longines costituisce lo zoccolo duro, il solido basamento di Swatch Group. E poi, mentre gradualmente lascia al figlio Nick le redini del gruppo di famiglia, Nicolas Hayek prende su di sé la responsabilità di Breguet.

    Una volta, parecchi anni fa, parlando di Breguet mi disse che tutto sommato era facile capire la strada: bastava osservare a lungo un prototipo, scorrere la storia di Breguet e chiedersi cosa avrebbe fatto Abraham-Louis Breguet, come avrebbe giudicato il prototipo. Perché – diceva Hayek – il sentiero aperto da Breguet è così chiaro, è ancora così ben segnato che bisogna solo seguirlo lasciandosi andare con fiducia.

    E così Breguet rinasce sia da un punto di vista estetico sia da quello tecnico, anche se il massimo viene raggiunto quando, alla morte del nonno, Breguet passa (come Blancpain, del resto, marchio con cui s’era fatto le ossa) al taciturno Marc Hayek. La sua passione per i motori (è un ottimo pilota sportivo) aggiunge al pensiero del nonno una semplice, ma fondamentale constatazione: bisogna che un orologio, innanzitutto, funzioni bene, funzioni sempre, funzioni senza problemi. E qual è il primo requisito per produrre orologi di qualità? Una fabbrica in grado di produrre orologi di qualità.

    Un giorno faremo un discorso serio, serissimo, su quanto Swatch Group abbia investito in tecnologie e materiali per l’orologeria. Qui mi limito a notare come la fabbrica Breguet sia – a ben vedere – proprio la fabbrica che Abraham-Louis Breguet vorrebbe, se fosse vivo oggi. C’è il fiume della storia, simboleggiato dalla macchina per realizzare i quadranti: una lastra d’oro incisa a mano da un artigiano specializzato (oggi come allora) ma con l’aiuto di una macchina a pantografo che rende più facile la produzione (più che altro limita gli errori e quindi gli scarti) senza però snaturare l’operazione o renderla alla portata di chiunque.

    Altrettanto avviene per le altre fasi di lavorazione: ovunque sia possibile avvalersi delle tecnologie moderne per migliorare la qualità finale ci si aiuta con queste tecnologie; ovunque la mano umana si riveli migliore delle tecnologie (in certi casi anche perché un pur costosissimo tecnico specializzato costa meno di una macchina progettata e realizzata per la produzione di un numero limitato di parti d’orologio), allora si continua a preferire la mano umana.

    Se Abraham-Louis Breguet entrasse oggi nella fabbrica Breguet avrebbe un iniziale senso di disorientamento. Ma subito dopo sarebbe in grado di riconoscere il proprio modo di lavorare apprezzando le tecnologie impiegate per migliorarlo. E poi passerebbe a studiarle, queste tecnologie, per migliorarle ancora.

    Perché ho rotto tanto con questa storia, per parlare, tutto sommato, solo di una fabbrica d’orologi? Perché prenderla così alla lontana, quando il punto è una officina micromeccanica? Perché c’è molto di più, lo ripeto. Perché quando sogno un Breguet sogno tutta la posta in palio, sogno la storia, sogno il genio, il precursore, sogno l’inventore della lancetta, l’inventore del marketing. Sogno non soltanto l’orologio, ma anche la sua personalità. È questa la grande orologeria: nasce dal passato e scorre verso il futuro, nel continuo, ininterrotto fiume della storia. Generazione dopo generazione. Per questo è bello, molto bello, sognare certi orologi.

  • Georges Kern e la nuova comunicazione di Breitling

    Georges Kern e la nuova comunicazione di Breitling

    Quale tarantola ti ha morso, quale tarlo ti rode? Perché qualcosa di strano deve pur essere avvenuto. Sei arrivato sulla vetta: sei, insieme a Jérôme Lambert, il Numero Uno. Sopra di te hai solo Johann Rupert, il patron. Sotto di te tutti gli altri del Gruppo Richemont (per gli orologi: da Cartier a Vacheron Constantin, da Jaeger-LeCoultre a Panerai, tanto per citare alcuni nomi) e del vasto, vastissimo indotto. Prima di te tutti i Numeri Uno di Richemont sono serenamente arrivati all’età della pensione e oltre, nascosti da quella cortina di fumo che protegge i Numeri Uno e coccolati da stipendi che fanno bilancio di una piccola nazione. Hai solo 52 anni e sei sulla vetta del mondo: goditi il panorama per qualche giorno e poi comincia a tirare le fila.

    E invece no. Annunci le dimissioni e dopo breve tempo confermi i sospetti di molti: andrai a dirigere Breitling, marchio del quale il fondo d’investimento CVC Capital Partners ha comprato l’80 per cento per 850 milioni di franchi svizzeri. Lo ha comprato nell’aprile 2016 dalla famiglia Schneider, che ne conserva il 20%. Cosa gli avranno promesso, quanto lo pagheranno non è dato sapere e forse non è nemmeno importante: quel che è certo è il suo coinvolgimento diretto nelle future sorti di Breitling, qualcosa che rende la sua responsabilità nel marchio molto più diretta di quanto lo sia quella di un sia pur altissimo dirigente di un grande gruppo. E forse è proprio questo il punto: confrontarsi con se stesso, con le proprie capacità imprenditoriali, verificare se e quanto sei in grado di tramutare i sogni in realtà. Un tipo di sfida che nell’orologeria dominata dai gruppi finanziari è il Santo Graal degli imprenditori.

    Ho incontrato Georges Kern, da quando è in Breitling, molto più spesso di quanto abbia mai fatto prima. L’ho incontrato perché lui ha chiamato senza dettarmi condizioni e quindi ho risposto volentieri, comprendendo e condividendo il suo sogno. Zurigo, Londra, Milano: un percorso che parte dalla presentazione delle novità “possibili” dei prossimi anni (“Da voi voglio sapere cosa sì, cosa no e cosa come”) ad un road show concepito quasi come un concerto rock, nel quale il rapporto con un “pubblico” composto da negozianti e giornalisti fornisca a Kern indicazioni utili ed esenti da piaggeria: “Mi servono perché una cosa è gestire i soldi altrui e altro è rischiare i propri”.

    L’inizio sembra davvero promettente: sta costruendo una immagine di Breitling nuova, ma non troppo. Una sorta di messa a fuoco fine. Ne sta uscendo un solido ritratto del marchio.“Sì, ma abbiamo ancora bisogno di 12/16 mesi per finalizzare il lavoro. Ci sono ancora molte scelte da fare”.

    La strada è comunque quella di creare prodotti solidi e facili da comunicare. Il che non è facilissimo, se non si vuol cadere nella banalizzazione del prodotto orologio. Nei prossimi anni bisognerà prima di tutto dire alla gente cosa è realmente l’orologeria. Spiegare loro il perché della necessità di un orologio nonostante sia possibile leggere l’ora anche su un dispositivo elettronico.
    “Certo. E poi spiegare l’alto artigianato, il concetto di manifattura, che sono elementi chiave della parte emozionale nell’acquisto di un orologio. Qualcosa che è impossibile avere con un oggetto digitale alimentato da una batteria, senza nessuna emozione connessa ad esso. Accanto allo storytelling che stiamo cercando di costruire, ai nuovi movimenti che arriveranno, dovremo enfatizzare tutti questi importanti aspetti. La comunicazione sarà essenziale, e dovrà essere una comunicazione chiara ed onesta. Anche per questo sto girando il mondo a mostrare la nuova Breitling: ci metto la faccia”.

    In un contesto di questo tipo perché mai dovreste avere ancora bisogno delle fiere di settore?
    “Eventi come quello organizzato a Milano sono bellissimi, suggestivi. Mi permettono di annusare l’aria, di capire cosa sta succedendo, di osservare le reazioni della gente. È un approccio molto più personale che è possibile tenere solamente quando si fanno questi road show. Non certo durante una fiera dal momento che, prima di tutto, non se ne avrebbe banalmente il tempo. In fiera, dalla mattina alla sera, sei cinque minuti qui e cinque minuti lì: è ridicolo. La domanda di base che ci si dovrebbe fare è questa: cosa vuoi fare durante una fiera? Vendere, comunicare? Io non ho bisogno di una fiera per vendere orologi, sento o vedo i miei rivenditori ogni giorno. Fiera che allora si riduce ad una semplice piattaforma di comunicazione…”.

    E c’è, per giunta, questa mescolanza di negozianti, operatori del settore e giornalisti che mi sembra una cosa molto giusta, molto intelligente per quel che dicevamo: una nuova comunicazione sincera e totale.
    “Siamo tutti figli della stessa industria, viviamo in una casa comune che, lei lo sa, ha ben pochi segreti. Se questo può migliorare la conoscenza dei giornalisti, che a sua volta lo racconterà al cliente finale, allora abbiamo creato un buon sistema di comunicazione”.

    A proposito di comunicazione, certe volte è il prodotto stesso a crearla. Il SuperOcean 48 millimetri, così ampio e “presente”, è lui stesso una pubblicità di Breitling…
    “Lo trovo un orologio fenomenale. Con questo non voglio criticare il passato. Breitling è sempre stato un marchio di successo. Penso che si possano fare orologi grandi e al tempo stesso estremamente raffinati dal punto di vista delle proporzioni e del design, nonostante le dimensioni. Non a caso abbiamo preso una citazione di Willy Breitling che dice ‘When a man puts on his watch, it is the unmistakable stamp of impeccable taste’. Breitling deve essere il simbolo di uno stile impeccabile. Penso che il nostro design sia diventato molto più contemporaneo, più attrattivo, nonostante le dimensioni a volte siano rimaste ingombranti. E il nuovo SuperOcean ne è un esempio”.

    E una riedizione del Cosmonaute?
    “Abbiamo così tanti spunti da poterci permettere nuovi modelli per i prossimi 100 anni. Quest’anno avremo Norton, Bentley, il Navitimer 41 che è bellissimo, il SuperOcean, le capsule collection, e già questo è tantissimo. Non dobbiamo correre. Il mercato deve avere tempo di digerire le novità, e così anche il consumatore e i giornalisti.
    Ma ora vorrei intervenire indipendentemente dalle sue domande. Mi preme comunicare una riflessione di pochi minuti fa e condividerla. Un suo collega mi ha chiesto come fosse andato lo scorso anno. Ho detto che innanzitutto è stato molto intenso, anche per via dei viaggi, dei road show. Ma ricco, un anno molto ricco e una delle cose migliori che ho fatto è stato invitare dieci giornalisti, dieci blogger e clienti a Zurigo. In 25 anni non ho mai fatto domande a nessuno. E non ho mai creduto nelle ricerche di mercato. In quelle 72 ore ho avuto l’opportunità di confrontarmi, di discutere, di parlare con la gente. E questa è stata una delle cose migliori dell’anno passato. Di estrema utilità. Lei era uno dei dieci: grazie”.

    Sia ben chiaro: io, come gli altri, sono andato a Zurigo, ho passato un bel po’ di tempo a discutere e infervorarmi gratis sulle proposte Breitling dei prossimi tre anni. Gratis, ripeto. E perché l’ho fatto? Quale tarantola mi ha spinto a non chiedere nulla? Quale tarlo mi avrebbe tarlato le ossa se avessi chiesto soldi? Etica, appartenenza, amore per un settore che, credetemi, è migliore, molto migliore di quanto si potrebbe credere.
    È l’orologeria, bellezza, e per questo mi piace ancora dopo oltre trent’anni.

  • Dietro le quinte: SIHH, (quasi) tutto bene

    Dietro le quinte: SIHH, (quasi) tutto bene

    Un successo con moltissime luci e poche ombre: il SIHH (Salon International de la Haute Horlogerie) si è confermato come un appuntamento importante, ben organizzato e utile. Per quanto mi riguarda la cosa più importante è stata la conferma che gli organizzatori della manifestazione, capitanati da Fabienne Lupo, cercano tenacemente di risolvere i problemi che man mano si presentano. È una bella dimostrazione di rispetto per quanti frequentano la fiera, contrariamente a quanto è avvenuto sinora per Baselworld, quello che avrebbe dovuto essere l’appuntamento più importante. Per capire meglio separiamo subito i due tipi di problemi rimanenti. Distinguendo fra quelli che riguardano soli gli operatori e quelli che coinvolgono invece anche i compratori.

    SIHH: i problemi per gli operatori…

    Partiamo dai primi. Servirebbe un ulteriore potenziamento dei mezzi di trasporto che dagli alberghi portano alle fiere, spesso così pieni da dover lasciare a terra qualcuno. Il che nel freddo gennaio ginevrino non è certo un piacere. La situazione comunque è ampiamente migliorata rispetto a qualche anno fa. Si arriva in fiera e c’è una prima fila di controlli al metal detector, come quelli in aeroporto. Anche in questo caso si creano ingorghi notevoli, specialmente al mattino. Rispetto allo scorso anno i posti di controllo sono più o meno raddoppiati, ma file di un quarto d’ora sono all’ordine del giorno. Un quarto d’ora in piedi, dopo aver passato in piedi al freddo l’attesa dell’autobus e poi in piedi anche il tragitto, è già pesante e la fiera ancora non è iniziata. Anche perché bisogna superare una terza fila al guardaroba, per chi se ne serve.

    Sono aspetti sicuramente migliorabili, ma comunque vedere che di anno in anno gli organizzatori si danno da fare per risolverli è già positivo. Dopodiché ci sono ovviamente ingorghi ad ora di pranzo (benché quest’anno le chilometriche attese per un pasto siano drasticamente diminuite) perché dar da mangiare ad oltre ventimila persone è un bell’impiccio. E infine un problema che però riguarda i singoli espositori: le sessioni di presentazione, militarmente organizzate, in alcuni casi non prevedono la possibilità di sedersi o di sedersi con il sacrosanto conforto di uno schienale. In fiera (sulla moquette: quasi camminare sulla sabbia) si percorrono, misurati, fra gli undici e i dodici chilometri al giorno. Non consentire una seduta comoda è puro sadismo.

    …e quelli per i compratori

    Dopodiché i veri problemi. Quelli che riguardano il tipo di informazione che bisogna fornire al compratore finale. Alcuni si limitano a una foto, magari al proprio polso, e più o meno a quel che la cartella stampa contiene. E i giornalisti che cercano, studiano, vanno a ravanare toccando gli orologi, studiandone i dettagli, parlando con i tecnici. Ogni tipo d’informazione, se indipendente, corretta e ben verificata, deve essere considerata una benedizione. Ma è chiaro che i due tipi d’informazione hanno bisogno di tempi diversi per la raccolta dei dati e la loro elaborazione.

    Quest’anno ad ogni sessione (45 minuti) partecipavano fra i 20 e i 25 fra informatori e giornalisti italiani, con il risultato di una ressa intorno agli orologi per esaminarli o fotografarseli al polso. Non ho mai avuto (frequento il SIHH dalla prima edizione e ne ho saltata solo una perché malato) così poche informazioni come questa volta. Nei prossimi tempi saremo in grado di parlare come a noi piace solo di pochi orologi: non va bene. E nemmeno gli informatori erano poi molto soddisfatti, benché le cartelle stampa fossero disponibili telematicamente in tempo reale.

    Il problema è tale che sono il primo a chiedermi se nel futuro varrà la pena di tornare al SIHH o se non sarebbe meglio aspettare le presentazioni successive, che si susseguiranno in ciascuna nazione. Ma così, mi dirà qualcuno, ti perdi l’effetto sorpresa, l’anticipazione. Vero, ma in fin dei conti sono davvero pochissimi i lettori che davvero vogliono conoscere con mesi di anticipo quel che sarà nei negozi chissà quando. È una informazione – la data di entrata in commercio – che cerchiamo sempre di fornire perché una parte importante del nostro lavoro (e del nostro rapporto con i lettori) consiste nell’indicare quali dettagli andare a leggere di un orologio. In un negozio. Se abbiamo fornito informazioni corrette avremo reso un buon servizio: chi legge saprà di potersi fidare e vivremo tutti meglio. Ma se l’orologio non c’è, perché parlarne, a meno che la commercializzazione non sia prossima? Sono rari come mosche bianche i compratori che decidono di mettersi a risparmiare per l’eventuale acquisto di un orologio che non possono nemmeno toccare con mano. Questa storia delle anticipazioni è, nella maggioranza dei casi, una distorsione inutile della corretta informazione.

    La comunicazione

    Resta comunque il problema dei tempi per esaminare, in fiera, gli orologi. Francamente non riesco a pensare una soluzione perché mi rendo conto che gli operatori, tutti, fanno già sforzi immensi per soddisfare le esigenze di migliaia fra informatori e giornalisti di tutto il mondo. Dedicano tempo, persone e risorse economiche alla comunicazione, ma far di più è forse impossibile. Viene il dubbio che paradossalmente il SIHH (che quest’anno ha perso Van Cleef & Arpels, il prossimo perderà Audemars Piguet e Richard Mille) rischi di essere soffocato dal proprio successo. Dopotutto era nato come una sorta di salotto riservato dell’Alta Orologeria, con ingressi riservati a poche marche e pochi operatori.

    Oggi è una kermesse di proporzioni enormi anche per l’abitudine ormai consolidata di trovare – fuori dagli spazi della fiera, ma in giro per Ginevra – marchi di alta e bassa gamma che non vogliono perdere l’attenzione degli operatori invitati al SIHH. È un fenomeno parassitario che non accenna a diminuire e del quale bisogna comunque tener conto perché sta aumentando in maniera importante e talvolta anche interessante. Che fare, allora?

    Ho incontrato – in un raro, per entrambi, momento di pausa – Fabienne Lupo che mi ha brevemente ribadito la sua soluzione: manifestazioni fieristiche locali tali da coinvolgere sezioni grandi del mercato senza costringere a troppi viaggi troppo lunghi nello spazio e nel tempo. Il SIHH di Ginevra potrebbe restare come evento per gli operatori europei, cui si aggiungerebbe (era già stato fatto nel passato) una fiera ad Hong Kong, ad esempio, e quella già prevista negli Stati Uniti: gran parte delle marche del SIHH si trasferirà a Miami dal 15 al 17 febbraio per Watches & Wonders.

    Una strategia, questa, che aprirebbe nuove interessantissime prospettive per tutti, specialmente se sincronizzata con una nuova programmazione della produzione, concepita per non ingorgare troppo i sogni e le tasche dei compratori. Ma questo vorrebbe dire svuotare almeno in parte le altre fiere del settore in favore di un futuro che sembra essere sempre più imperniato sulle nuove tecnologie associate agli eventi locali. Interessante…

  • Dietro le quinte: chi vince e chi perde alla guerra delle fiere

    Dietro le quinte: chi vince e chi perde alla guerra delle fiere

    In orologeria, come in altri settori di mercato, quel che conta è chi produce, chi vende e chi compra. Tutto il resto è più o meno facoltativo, un insieme di optional che vale la pena di far propri se sono utili, altrimenti è meglio espellerli come calcoli renali. Parlo di intermediari di vario tipo, di operatori o iniziative parassitarie, parlo degli stessi giornalisti e parlo delle fiere. O siamo utili o meglio lasciar perdere. Il mondo sta cambiando rapidamente e se persino il ruolo dei negozianti viene ridimensionato da nuovi mezzi, figuriamoci il resto. Dobbiamo imparare ad adeguarci.

    Le necessità dei produttori e dei compratori restano sostanzialmente immutate, ma muta, eccome, il modo di far parte dell’orologeria in maniera utile, appunto. Le fiere, ad esempio. Arriva per prima la notizia che nel 2020 il SIHH (Salone internazionale dell’Alta Orologeria) si terrà a Ginevra dal 26 al 29 aprile, anziché in gennaio come è ormai tradizione. Il SIHH sarà seguito, senza soluzione di continuità, da Baselworld, a Basilea, dal 30 aprile al 5 maggio. Qualcuno la interpreta come un armistizio tra fiere in guerra. Sbagliato: non è un armistizio, ma una nuova, astuta battaglia.

    La guerra delle fiere è una guerra commerciale fra gli organizzatori svizzeri. Solo in seconda istanza è anche una disputa commerciale fra marche, una disputa molto meno accesa di quanto molti credono. Non è con le fiere che si fanno concorrenza: al contrario, le fiere sono state, fino a poco tempo fa, un terreno comune sul quale far crescere il desiderio per l’orologeria svizzera, tutta l’orologeria svizzera.

    Per i giornalisti, gli appassionati d’orologeria e i compratori la guerra delle fiere è quasi priva d’interesse. È la vostra guerra, non la nostra. È la vostra guerra perché non è affatto importante avere in fretta il materiale relativo ad orologi che non sono sul mercato e quindi non possono essere visti nei negozi. È la vostra guerra perché comunque per molti negozianti e giornalisti le strategie alternative dei produttori d’orologi si stanno rivelando pratiche ed efficaci, pur avendo bisogno di qualche messa a punto: manifestazioni locali che non costringono a lunghi viaggi, a lunghe assenze, a sopportare costi elevati e consentono un migliore rapporto con gli operatori, non più assediati da migliaia di blogger, influencer provenienti da tutto il mondo. Per i giornalisti, sia chiaro, le iniziative locali – a patto che non siano troppe e non rendano quindi difficile il lavoro – si stanno rivelando molto interessanti e più direttamente collegate con il mercato reale del settore. Per i negozianti, sono un doveroso riconoscimento alla necessità di ritagliare strategie più rispettose dei gusti espressi dai compratori locali.

    Cosa succederà nel 2020? Fino al 29 aprile, nulla di diverso dal solito, tranne le date (fine aprile invece di metà gennaio). Come sempre Ginevra si rivela una bella fatica che culmina nel dover preparare le valigie, il 28 sera, e portarle con sé al Palexpo la mattina del 29. La sera del 29, dopo una giornata di fiera (sempre più faticosa, dopo quattro giorni di appuntamenti militarmente organizzati), devo però spostarmi da Ginevra a Basilea, per poter dormire a Basilea ed essere in fiera la mattina dopo. Ovviamente non ci sono soltanto io: nel 2018 il SIHH ha dichiarato circa 20.000 presenze, complessivamente. Se solo la metà di queste persone volessero proseguire per Baselworld avremmo 10.000 persone che devono andare, quasi contemporaneamente, da Ginevra a Basilea. 10.000, si badi bene, è il minimo per poter parlare di un successo nell’operazione travaso dei visitatori da una fiera all’altra. Meno di 10.000 sarebbe un insuccesso per Baselworld e renderebbe pressoché inutile lo spostamento e il coordinamento delle fiere.

    Come si sposteranno queste diecimila persone? Nessuno lo ha ancora detto. Ci saranno treni speciali, pullman organizzati? Ciascuno pensa per sé? Nessuno lo ha ancora detto. In previsione di una lunga assenza da casa (dal 26 aprile al 5 maggio) e dopo quattro giorni piuttosto faticosi di SIHH devo portare con me più di una valigia, portare con me gli abiti sporchi dei giorni precedenti, andare a Basilea (ma arrivato a Basilea troverò taxi sufficienti?), arrivare in albergo se avrò trovato albergo in città (e gli altri come fanno? Devono essersi già spostati a Ginevra con l’auto, se vengono dall’Europa? Chi gestirà gli ingorghi di traffico che si scateneranno la sera del 29? E cosa mangio, finalmente arrivato in albergo? Perché si rischia di rendere molto difficile anche il room service, con un improvviso accesso di persone troppo stanche per andare fuori a cena) oppure organizzarmi in qualche modo se dormo fuori città. Tutto questo per andare a dormire ad un’ora ragionevole per poter essere in fiera la mattina dopo, per un’altra settimana di Baselworld.

    Io mi rendo conto che a Basilea voi state cercando di mettere in atto un piano disperato per salvare Baselworld, e questo ve lo riconosco. Ma il tentativo di sincronizzare le due fiere è già stato fatto in passato (non ve lo avevano detto?) e non ha funzionato perché nessuno ha saputo trovare risposte efficaci a tutte le domande appena fatte. Tutte, si basi bene, perché basta un problema irrisolto per scatenare il caos. E il fallimento della sincronizzazione avvenne in un periodo in cui non essere a Baselworld voleva dire essere tagliati fuori dai giochi. Oggi c’è il web, ci sono le manifestazioni locali, ci sono le boutique monomarca… Oggi la presenza in fiera non è più indispensabile. È ancora importante, certo, ma non più indispensabile.

    È vero, un problema è stato parzialmente risolto: chi viene da lontano non dovrà più affrontare due viaggi intercontinentali nel giro di un paio di mesi, ma solo due settimane (fra viaggi e fiere) lontani da casa più un incerto esodo da Ginevra a Basilea. È davvero meglio? Americani e orientali saranno in parte contenti, fin quando non scopriranno quanto il tutto si trasformi in una fatica pesantissima. Il peggioramento è netto per chi invece deve fare viaggi più brevi, diciamo per gli europei. L’esodo da Ginevra a Basilea è ovviamente solo un primo problema – urgente – da risolvere, ma ce ne sono molti altri, come ad esempio per i giornalisti lo spostamento di tutti i piani editoriali. Per i negozianti, poi… Un esempio: ma a maggio i nuovi modelli di orologi subacquei non dovrebbero già essere nei negozi? Almeno in quelli dell’emisfero nord? E come si fa se Baselworld chiude il 5 maggio? La prima impressione è che i negozianti e i giornalisti europei non siano una priorità.

    Dopodiché arriva la notizia (ci avrei scommesso, che arrivava prima delle feste…) del trasferimento a Zurigo di Swatch Group. Già quest’anno. Un fatto importante non solo perché allontana ulteriormente Swatch Group da Basilea, ma perché cancella totalmente quell’accordo di non belligeranza, sulle fiere orologiere, fra Cantoni svizzeri e singole città. Molti anni fa chiesi al sindaco di Ginevra perché non affiancasse (affiancasse, si badi bene) una manifestazione orologiera al SIHH nei padiglioni rimasti vuoti dell’ampia zona fieristica. Mi guardò sorridendo e mi chiese come me la cavavo con il tiro all’arco. Non capivo e al mio sguardo incerto lui mi spiegò che sarebbe stato necessario un nuovo Guglielmo Tell per restituire pace alla Confederazione Svizzera.

    Oggi, a quanto pare, nessuno ha più paura di questa guerra che arriva a coinvolgere due città del Cantone tedesco: Basilea e Zurigo. Una guerra molto aspra, dal momento che quest’anno l’iniziativa di Swatch Group correrà parallela a Baselworld, negli stessi giorni. E Swatch Group, non dimentichiamolo, non è soltanto il maggior gruppo svizzero del settore, ma anche quello che possiede, nel mondo, la più ampia rete commerciale. Complessivamente a Baselworld c’è ancora un fatturato molto alto, ma un numero sempre inferiore di negozianti: che in definitiva è quel che conta. Ma è vero che a Baselworld c’è anche molta gioielleria mondiale: un vantaggio, certo, che però non può certo essere sfruttato a sfavore dei tanti negozianti che sarebbero costretti a far la spola fra le due città.

    Cosa intendo fare quest’anno? SIHH e poi Baselworld, come sempre. Sia pure ricacciando indietro dubbi crescenti. Terrò comunque d’occhio Zurigo, cercando anche di capire se devo buttar via i soldi per due alberghi, che durante la fiera arrivano a costare 10 volte il normale (vedere internet per verificare). Ma l’anno prossimo avremo un “fierone” doppio dal 26 aprile al 5 maggio. Molto faticoso, dicevamo. Se Nick Hayek e lo Swatch Group rimanessero a Zurigo – e in marzo -, per me la migliore sequenza sarebbe Zurigo, Ginevra e poi ritorno a casa, aspettando di ricevere le cartelle stampa relative a quanto non già anticipato nei mesi precedenti. Quella delle anticipazioni è un’altra amenità che andrebbe profondamente ridimensionata, ma di questo parleremo magari in un’altra occasione.

    Nel 2020, a malincuore e dopo oltre trent’anni – se non ci saranno cambiamenti radicali e rassicurazioni serie sull’organizzazione logistica -, chiuderò con Basilea, con i suoi prezzi esagerati e con la sua mancanza di rispetto per gli operatori, tutti gli operatori. Se qualcuno ha bisogno del mio lavoro mi verrà a cercare, rendendomi forse la vita meno difficile. Credo che altrettanto, in tutta modestia, avverrà anche per molti negozianti europei, per parecchi dei quali, in quel periodo, ci sarebbe da curare la clientela turistica. Poi si vedrà. Sono però certo che nel giro di pochissimi anni i marchi di orologi avranno totalmente rimodulato il calendario della produzione, con una scansione più lenta, ma più solida delle novità, articolata in base alle possibilità offerte dai più moderni mezzi di comunicazione, e contenendo le spese, suddividendo i risparmi tra maggiori guadagni e minori prezzi per i compratori. Le manifestazioni fieristiche così come le abbiamo conosciute nel passato potrebbero in tal modo rimanere marginali.

  • Dietro le quinte: la localizzazione del mercato globale

    Dietro le quinte: la localizzazione del mercato globale

    Il forte calo delle importazioni d’orologi svizzeri in Italia dello scorso ottobre (-13,4%) è dovuto solo in parte alla situazione d’instabilità politico/economica in cui ci troviamo. Dipende anche da una diffidenza dei turisti e dal taglio drastico dei consumi da parte degli stessi italiani, che preferiscono tenere da parte quel che hanno in attesa di tempi migliori o comunque di una situazione più chiara, nella quale sia possibile programmare qualcosa.

    E poi c’è un forte riordino del nostro tessuto commerciale: agli occhi dei produttori svizzeri in Italia ci sono troppi concessionari rispetto agli acquisti e questo vuol dire che troppi orologi restano fermi nelle casseforti dei negozianti, immobilizzando un capitale enorme, specialmente per quanto riguarda l’alto di gamma. Molti di questi orologi verranno ceduti ad intermediari che li pagheranno una frazione del prezzo e poi li rivenderanno su un mercato, definito “parallelo” perché non passa per i negozianti ed è quindi privo delle garanzie offerte dai concessionari.

    Ma il mercato parallelo non fa bene a nessuno, a partire da quei compratori che spesso si trovano al polso orologi non nuovi e privi di garanzia se non quella internazionale. È un danno per tutti, anche perché una delle caratteristiche del mercato orologiero è sempre stata una trasparenza forse non assoluta, ma certamente superiore a quella di quasi tutti gli altri settori. Specialmente quando il compratore rispetta, negli acquisti, la catena commerciale ufficiale.

    In questa situazione, ulteriormente complicata dalle implicazioni per ora non sempre positive delle nuove tecnologie, i produttori decidono di diminuire il numero dei concessionari nel tentativo di riprogrammare la rete commerciale – per avere meno sprechi e meno “incertezze operative”. Nel senso che sul web operano persone degnissime, ma anche veri e propri malfattori – e chi prende la fregatura tende sempre a dar la colpa alla marca, non al singolo operatore.

    È una strategia possibile, quella della riduzione dei concessionari, e lo è anche in previsione di un futuro mercato telematico di onestà garantita, con acquisti sicuri perché effettuati sui siti dei marchi e dei concessionari rimasti. Entrambi hanno tutto da perdere a comportarsi male nei confronti del compratore; e se gli orologi rimasti in cassaforte non fossero troppi potrebbero anche essere rivenduti come una sorta di “usato sicuro” o “a chilometro zero”, con reciproca soddisfazione di chi vende e chi compra. Sempre attraverso canali di vendita garantiti.

    Questa trasformazione, però, deve necessariamente passare per un sistema intelligente dei tagli, un sistema che tenga conto dell’enorme potenziale della provincia italiana – come di quella europea in generale. Sarà importante dividere in almeno due parti la comunicazione: da un lato quella internazionale, che trasmette i valori di base della marca; e dall’altro la capacità di tradurre, di adattare la comunicazione alle caratteristiche locali.

    Le filiali nazionali delle marche dovranno avere il potere di parlare meglio ai propri compratori, rispondendo alle paure e alle incertezze dei mercati locali. Alle filiali nazionali, insomma, andrà ceduto parte del marketing, quella parte tesa a conquistare la fiducia dei compratori. Solo così sarà possibile ricostruire la reputazione dei marchi affiancando a quella internazionale una “fiducia locale” che nel futuro sarà indispensabile sia per le vendite in negozio sia per quelle telematiche.

    Alcuni dei grandi gruppi finanziari dovranno scendere dal loro “piedistallo internazionale”, per molti versi troppo generico, e parlare con i compratori più da vicino, con l’aiuto degli operatori locali. L’Occidente ha meno soldi da spendere, specialmente per prodotti non immediatamente necessari come gli orologi; e l’Occidente è fatto di diversità locali che vanno rispettate e comprese, una per una. Il futuro del commercio – e forse non solo di quello – dipende molto da questo tipo di rispetto “su misura”. ”’”><\/script>‘

  • Le moderne alchimie di Moebius, la fabbrica degli oli – parte II

    Le moderne alchimie di Moebius, la fabbrica degli oli – parte II

    Dopo l’acquisizione nel 2008, Swatch Group ha trasferito la Moebius da Basilea a Itingen, in una parte della fabbrica di batterie Renata. Una logistica comprensibile, dal momento che per produrre gli oli non serve molto spazio, specialmente se la richiesta annuale è, per tutto il mondo, inferiore ai cento litri. Come sempre Swatch Group è ben disposta a investire in tecnologia moderne per migliorare la produzione: è una caratteristica ormai ben conosciuta di Nick Hayek, che guida il gruppo, e apprezzata ovviamente dai tecnici. Attrezzature moderne, grandi alambicchi (grandi, ma non immensi: non sarebbero utili) costruiti secondo le specifiche e i sogni dei tecnici.

    La produzione è più o meno doppia rispetto alle richieste e l’eccesso viene conservato in più o meno segreti rifugi antiatomici, di quelli che era quasi di moda avere in giardino – per fabbriche e privati – ai tempi della Guerra Fredda. Se non altro oggi si rendono utili. Il resto viene imbottigliato direttamente in fabbrica. Si diceva, la volta scorsa, di un centinaio di prodotti: oltre all’orologeria ricorre a Moebius il mondo dell’automobile (vanno oliati anche i tachimetri, i contagiri non digitali), della fotografia (lubrificazione degli otturatori), quello dell’aviazione ed altri ancora.

    Ma non ostante questo, se qualcuno pensa – visti i prezzi – che produrre oli sia un’attività remunerativa, si sbaglia: la Moebius “precedente” è fallita proprio per mancanza di soldi da investire in nuove attrezzature. In più, la qualità dei materiali impiegati in orologeria fa sì che la richiesta diminuisca: il sogno di ogni tecnico è di potersi svincolare dalla necessità di lubrificazione. Si pensi a certi scappamenti, ma anche ad alcune fabbriche, come quella Omega, che utilizzano macchine a controllo numerico per iniettare lubrificanti nella giusta quantità proprio là dove serve, riducendo gli sprechi. A questa razionalizzazione contribuisce attivamente proprio la Moebius, benché la cosa possa sembrare autolesionista.

    La prima “novità” si chiama aggrappante. Il termine, ribaditomi da Diego Tamone e immediatamente adottato, deriva dagli aggrappanti usati in edilizia. Una “vernice” che dopo l’essicazione crea una superficie ruvida, sulla quale l’olio si “aggrappa”, appunto, evitando di andarsene in giro per l’interno della cassa come invece avveniva anni fa. Per capirci: le rosette, i 

  • Le moderne alchimie di Moebius, la fabbrica degli oli – parte 1

    Le moderne alchimie di Moebius, la fabbrica degli oli – parte 1

    Swatch Group ha aperto le porte della Moebius, la fabbrica in cui si producono lubrificanti per gran parte della Svizzera delle lancette. Un laboratorio alchemico visitato in esclusiva da Augusto Veroni. Che ci spiega perché e per come gli oli in un orologio sono così importanti 

    Immaginiamo un tecnico fantastico in grado di realizzare l’orologio più preciso del mondo… La domanda che pochi si fanno, ma tutti dovrebbero, è: per quanto tempo sarà in grado di conservare la precisione? E la risposta sarà: dipende dai lubrificanti. È l’olio il componente davvero essenziale di ogni orologio.

    L’olio perfetto è da sempre il sogno più ardito di ogni tecnico. Abraham-Louis Breguet ebbe un vivace battibecco con Napoleone, che si lamentava di un orologio fermatosi durante la spedizione in Egitto. Sabbia, temperature estreme, urti e guasto. Breguet gli urlò in faccia: «Lei usi i suoi scienziati per darmi l’olio prefetto e io le darò l’orologio perfetto!». L’olio perfetto? Lo stiamo cercando ancor oggi, oltre due secoli dopo.

    A cercarlo sono soprattutto i chimici della Moebius, azienda fondata nel 1855 dal tedesco Hermann Moebius e oggi parte della galassia Swatch Group che, appunto, produce oli, grassi e altri materiali chimici per orologeria. Per tutta l’orologeria svizzera, si può dire, e anche per gran parte di quella mondiale: le minuscole fialette (le confezioni contengono di solito fra i 2 e i 5 millilitri: il millilitro è la millesima parte di un litro) si possono trovare praticamente in tutti i laboratori d’orologeria. Solo pochissimi produttori d’orologi hanno un reparto interno per la ricerca, lo sviluppo e la produzione di lubrificanti “in proprio”: fino a oggi l’ho visto solo da Rolex e Breitling, e la cosa ha un senso perché…

    Cominciamo con qualche numero: una fialetta da 2 millilitri di un olio di media qualità costa, su E-bay, circa 40 euro. Ma è un olio in offerta speciale perché prossimo alla scadenza (sì: gli oli hanno una scadenza, come gli alimenti e le medicine, anche a confezione chiusa). E comunque basta un rapido calcolo per capire che un litro di quell’olio costa la bellezza di 20.000 euro.

    Già, ma come funziona, ‘sta storia della lubrificazione? Lascio la parola a Michel Willemin, Ceo di Moebius e responsabile, quindi, del lavoro compiuto dai sette esperti chimici che vi lavorano: «Noi sintetizziamo circa 100 prodotti diversi perché ogni orologio meccanico ha come minimo 30 punti da lubrificare nei quali bisogna usare fra i 6 e i 9 diversi tipi di olio. Ma tenga presente che in un movimento cronografico molto diffuso come il Valjoux 7750 i punti da lubrificare salgono a un centinaio, mentre in un calendario perpetuo si arriva a 110 e in un ripetizione minuti come il Breguet Tradition i punti di lubrificazione salgono a 140. Sempre che si voglia fare un lavoro ben fatto, che garantisce fra i tre e i cinque anni di buon funzionamento».

    Ma cinque anni sono davvero tanti: fino a una trentina d’anni fa la durata degli oli era più o meno di un anno, oggi si arriva comunemente a tre. E solo di recente proprio Moebius ha sviluppato per Omega oli la cui durata arriva ai cinque anni – che hanno consentito al marchio di prolungare la garanzia fino, appunto, a cinque anni.

    E poi? Poi bisogna fare un intervento completo di manutenzione: smontare l’orologio pezzo per pezzo e mettere tutti i pezzi in un bagno ad ultrasuoni che ripulisce anche ogni traccia dei vecchi lubrificanti. Dopodiché si verifica lo stato di ogni pezzo, sostituendo eventualmente quelli malmessi, si rimonta l’orologio, si lubrifica e si procede ad una prima regolazione del movimento.

    Nel frattempo anche la cassa è stata smontata, pulita, sono stati eliminati i segni di vecchiaia (ovviamente nei limiti del possibile: niente botulino), sostituite le guarnizioni e verificata l’impermeabilità. Viene montato il movimento nella cassa e l’orologio, dopo una regolazione al cronocomparatore (un apparecchio elettronico in grado di fornire molte informazioni sulla corretta regolazione del movimento – in condizioni di laboratorio) viene montato su bracci mobili che simulano in maniera statisticamente credibile i movimenti del polso, per fare, nell’arco di qualche giorno, una regolazione più accurata in condizioni simili a quelle di un uso normale. Tanta roba, tanto lavoro e anche per questo un vero intervento di manutenzione difficilmente costa meno di qualche centinaio d’euro.

    E cosa succede al mio orologio se non cambio l’olio? Mi “grippa” il movimento? Beh, ne parliamo in una seconda parte, entrando più a fondo nel laboratorio alchemico della Moebius. E parleremo di aggrappanti, di luci rivelatrici e altre magie ancora. ”’”><\/script>‘

  • La nascita di A. Lange & Söhne, il 1815 Tourbillon e l’eredità di Blümlein

    La nascita di A. Lange & Söhne, il 1815 Tourbillon e l’eredità di Blümlein

    Alcune persone compresero subito che il crollo (o meglio: la demolizione) del Muro di Berlino (novembre 1989) poteva essere una grandissima opportunità. Fra loro spicca – almeno per chi ama gli orologi – Günter Blümlein. Blümlein è il CEO dell’ormai dimenticata LMH (Les Manufactures Horologères), azienda di orologi appartenente alla tedesca VDO. Per la cronaca, nel 1978 VDO compra, nel giro di un anno, prima IWC e poi il 55 per cento di Jaeger-LeCoultre (con Favre-Leuba come omaggio). Nel 1980 le due marche vengono affidate a Blümlein, che le rifinanzia ricomprando, del mancante, il 20 per cento da una banca locale e il 25 per cento che era nel portafoglio di Vacheron Constantin; dopodiché vende il 40 per cento di LMH ad Audemars Piguet. Un piccolo capolavoro in cui gli interessi economici si intrecciano armonicamente con quelli più strettamente orologieri, visto che Jaeger e AP hanno entrambe un know-how stellare e per giunta operano l’una a pochi chilometri di distanza dall’altra.

    Nel 1990, dopo la caduta del Muro di Berlino, appunto, Blümlein entra in contatto con Walter e Ferdinand Lange e insieme decidono di far rinascere la A. Lange & Söhne. Ora che le marche sono tre, la logica impone di creare una specifica società: la LMH, appunto. In quello stesso anno (1991), l’intera VDO (LMH compresa) viene comprata dal Gruppo siderurgico Mannesmann. Sempre per la cronaca, Mannesmann verrà comprata nel 1999 da Vodafone, che mette subito in vendita VDO. Si accende una battaglia accanita per acquisire le tre marche di LMH.

    Tra i contendenti sono particolarmente attivi il Vendôme Luxury Group (quello che poi diventerà Richemont) e la PPR che ha già Gucci in portafoglio. Poco convinto, a lato, Swatch Group, che sembra più che altro divertirsi a far lievitare i prezzi. In una pericolosa fase di rilanci sempre più astronomici Vendôme fa la mossa risolutrice: entrando dalla porta secondaria (si fa per dire), acquisisce la quota di Audemars Piguet (si parla di 280 milioni di franchi svizzeri: una cifra che favorirà investimenti fondamentali per il marchio), diventando quindi una presenza ingombrante per chiunque altro voglia acquistare il gruppo.

    La leggenda dice che a consigliare questa mossa sia stato lo stesso Günter Blümlein. Così fosse, sarebbe la dimostrazione che non soltanto era un ottimo tecnico e un ottimo imprenditore, ma anche uno stratega brillantissimo. Sta di fatto che il nodo si scoglie e Vendôme compra (luglio 2000) le tre marche per una cifra monstre compresa fra i 2,8 e i 3,8 miliardi di franchi svizzeri, anche se qualcuno ipotizza persino gli 8 miliardi. Al di là del valore delle tre marche c’è quello strategico: con questi acquisti Vendôme si installa al centro dell’Alta Orologeria e diventa il riferimento assoluto per l’intero settore orologiero.

    Johann Rupert considera Blümlein come una delle componenti migliori dell’affare: e sta per metterlo a capo della divisione orologi di Vendôme, quando un cancro bruciante si porta via (ottobre 2001) l’uomo che avrebbe certo lasciato un segno ancor più indelebile nella storia dell’orologeria. Ancora oggi mi succede spesso di chiedermi cosa sarebbe accaduto se Blümlein non fosse scomparso così prematuramente e all’apice di una fase tanto interessante per l’intero settore.

    Fra i grandi meriti di Blümlein non c’è solo quello di aver rilanciato l’orologeria tedesca, che ora vanta un considerevole numero di marchi. Insieme a Lange, Blümlein ha anche imposto uno standard tecnico unico, inizialmente specifico della sola A. Lange & Söhne e in seguito di gran parte degli epigoni. Per ponti e platine viene usata l’alpacca al posto dell’ottone rodiato. Rispetto all’ottone l’alpacca è più difficile da lavorare (meccanicamente vanta qualità migliori) ed è più pesante, ma in compenso non deve essere rodiata, si presta a decorazioni particolarmente interessanti e garantisce quella durata “eterna” che tutti i tecnici d’Alta Orologeria sognano. Per sottolineare questo sogno di eternità, gran parte delle pietre vengono incamiciate in oro e poi fissate a ponti e platine tramite viti. In questo modo si evita di dover – nel tempo – allargare il foro e sostituire la pietra con una più grande, quando la pietra stessa venisse usurata dall’attrito. Basta togliere due o tre viti e sostituire il rubino incamiciato con un altro uguale.

    In più Lange e Blümlein impongono ai movimenti un’architettura basata su un solo ponte molto ampio che tiene in sede – in pratica – l’intero movimento, organo regolatore a parte. È un’architettura che non a tutti i tecnici piace perché costringe a smontare completamente il calibro anche quando l’intervento potrebbe essere limitato; ma d’altro canto questa architettura rende molto più solido tutto l’insieme e per giunta ormai la tendenza è proprio quella di smontare, verificare e rimontare l’intero movimento ogni qual volta si renda necessario intervenire, anche per la semplice manutenzione. Forse appare meno scenografico, a guardarlo attraverso il fondello, ma la decorazione del ponte del bilanciere e lo spettacolo dei rubini incamiciati diventano un must ineludibile. E su questa architettura, ben diversa da quella tipica dell’orologeria svizzera, è infine possibile apporre con grande orgoglio la dicitura “Made in Saxonia”. Prima di A. Lange & Söhne solo l’italiana Locman aveva avuto il coraggio di dichiarare la propria provenienza “non svizzera”.

    Il Tourbillon 1815 con cassa in platino e quadrante in smalto è una rappresentazione coerente dei valori di A. Lange & Söhne. Ritroviamo tutti i dettagli tipici del perfezionismo che anima il marchio, compreso il diamante (ovviamente incamiciato e serrato da due viti azzurrate) di controperno e il ponte del tourbillon decorati: sono le due uniche concessioni all’estetica, dal momento che anche le viti azzurrate hanno una motivazione tecnica (verificare se il cacciavite è stato usato correttamente, senza lasciar segni).

    Qualcuno dirà: ma che palle il rigore estetico, la “freddezza” di Lange! Bah, a parte che la Germania è la patria del razionalismo estetico, resta pur sempre il fatto che non esibirsi in effetti speciali e capriole rumene di forme e colori è una scelta ben precisa alla quale si può o meno aderire; ma chiedere a Lange di impegnarsi in stravaganze ottiche sarebbe come chiedere al Presidente di fare il discorso di Natale travestito da rapper. Non si fa.

    In A. Lange & Söhne tutto, anche l’estetica, discende da scelte tecniche. La propensione ai movimenti a carica manuale? Lo sanno anche i sassi che la falsa certezza dell’automatismo di ricarica (non è mica il moto perpetuo) crea problemi di precisione. La pretesa di mettere persino in un tourbillon il dispositivo “secondi esatti” per una migliore rimessa all’ora? Risponde all’esigenza, forse pedante ma reale, di dominare davvero il complesso organismo ad ingranaggi, il movimento. Persino il quadrante in smalto, con il suo numero rosso al 12 e la sua geometria rigorosa, risponde come meglio non si potrebbe all’esigenza di una leggibilità impeccabile.

    Il 1815 Tourbillon con quadrante smaltato di A. Lange & Söhne è un orologio serio per collezionisti seri (edizione limitata a 100 esemplari, 203.000 euro), un orologio raro perché superare pur di poco il limite dell’abituale per entrare nell’eccezionale richiede una marcia in più che limita maledettamente le capacità produttive. Ma tant’è: questo è Lange, questo è il progetto originale di Lange, ancora valido, e questo sarà Lange per molto ancora, si spera. Il consiglio, come sempre, è di andare presso un concessionario e godersi i dettagli per capire quanta sostanza e quale c’è in un orologio Lange. Dopodiché saranno le proprie disponibilità e i propri gusti estetici a decidere, ma non mi si dica che manca la qualità: sarebbe un insulto all’intelligenza.

    Alcuni indirizzi utili: Rivenditori A. Lange & Sohne

  • Le cronache di PDV: amici, orologi e barche d’epoca

    Le cronache di PDV: amici, orologi e barche d’epoca

    Le cronache di PDV – Percorsi Di Viaggio I

    L’estate, tra caldo e vacanze, ferma le lancette della maggior parte degli eventi e degli incontri legati all’orologeria. Riprenderanno poi a muoversi in settembre, ma possiamo fin d’ora citare, tra gli altri, la rinnovata sponsorizzazione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia da parte di Jaeger-LeCoultre, e una serata di gala – al momento di soggetto ancora misterioso – ambientata nella “Swinging London” e tenuta a battesimo da Vacheron Constantin. Altro discorso riguarda invece le regate, molto amate e frequentate dall’industria del tempo, che dispiegano le vele proprio tra giugno e settembre: con i marchi Rolex e Panerai che s’imbarcano rispettivamente sui più prestigiosi scafi moderni e d’epoca, tanto per citare le presenze più seguite e rilevanti. E appunto in questo contesto è avvenuto un episodio che ci piace poter raccontare: non si tratta di un evento, piuttosto di un piccolo momento di grande gioia, slegato da scopi pratici, ma profondamente emozionale, un po’ come lo è quella magia che avvolge e fa amare gli orologi.

    L’occasione è stata la tappa nelle acque dell’Argentario (a Porto Santo Stefano, dal 13 al 17 di giugno) del Panerai Classic Yachts Challenge, considerato il più importante circuito mondiale per barche storiche. E se la data è ormai lontana, poco importa: il racconto non vuole parlare d’attualità, ma di un istante senza tempo, sospeso in un conviviale e sentito rito di passaggio. Una sorta di Amarcord dell’orologeria, dove il capitano di lungo corso che lascia il timone – per sopraggiunti limiti di età – è Angelo Bonati, alla guida di Panerai fin dalla prima ora, e i compagni di viaggio, invitati a cena sul terrazzo della sua casa in Argentario, con vista mozzafiato che scoscende fra terreni coltivati fino al mare, sono Augusto Veroni, Giampiero Negretti, Paolo “Pooh” Maccione e chi scrive, veterani della carta stampata e di svariata competenza nell’industria delle lancette.

    Delizioso momento privato, lontano dall’ufficialità – anche per correttezza nei confronti del successore, Jean-Marc Pontroué – e graditissima sorpresa per tutti noi: con la netta sensazione che quell’invito avesse valore di sincero riconoscimento per qualche merito acquisito sul campo, fosse anche solo quello di essere stati presenti, tra i primi nel 1997, al momento del rilancio di Officine Panerai da parte di Richemont Group. Testimoni di un’avventura tutta italiana, così come lo è stata quella progressiva e felice trasformazione di uno strumento militare e molto nazionale in un orologio prestigioso e di successo mondiale. Un senso di gratitudine che è stato da noi altrettanto sinceramente contraccambiato, visto che le vicende legate a quel marchio – come è ampiamente documentato – hanno offerto molto materiale di studio, scrittura e immaginazione a tutti gli appassionati e i professionisti dell’orologeria, da oltre vent’anni a questa parte.

    “Lo sai, Angelo, già un invito a cena al ristorante, per raccontarcela tra amicizia e professionalità, sarebbe stato di grande piacere e altrettanto onore: ripercorrere tutto questo tempo, il cammino fatto insieme e le cose successe… ma vedi, siamo qui, a casa tua, e questa bella familiarità, per chi si è incontrato sul lavoro, è un fatto davvero raro”. Si è detto anche questo, sottolineando quanta genuinità e italianità ci fosse in quell’incontro, quella stessa genuinità e italianità – dagli incursori di marina alle influenze dell’architettura razionalista, passando per episodi di grande genialità e creatività, o incrociando originalità stilistica ed eccellenza meccanica – che sono i presupposti della nascita e dello sviluppo di Panerai. Una coerenza con le origini e le tradizioni toscane del marchio che è finita fin sulla tavola dei convitati, apparecchiata con magnifica semplicità e imbandita da Gianluca Rende – fautore di una cucina subito riconoscibile alla vista e al gusto – con verdure, pesci, vini e frutta di provenienza strettamente locale.

    Le cronache di PDV – Percorsi Di Viaggio I – (continua…)